1.01 120000-45000 AF La prima forma di Medicina nei Neandertal

La prima forma di Medicina nei Neandertal

350000 – 35000 anni fa (AF)

Homo Sapiens Neanderthalensis

In nessun cranio riferibile all’Homo Sapiens Neanderthalensis sono stati ritrovati, fin’ora, sicuri segni di interventi sulle ossa craniche riferibili a raschiamenti o craniotomie a scopo terapeutico, ma sono stati trovati chiari segni di accudimento. L’accudimento è l’aver cura di soggetti non autosufficienti per l’età: neonati e anziani, ma quando è rivolto ad adulti non autosufficienti è qualcosa di più di un atteggiamento istintivo. L’accudimento ovvero prendersi cura di adulti handicappati per traumi o malattie è stato certamente la prima forma di Medicina. . L’accudimento inteso proprio come assistere e far sopravvivere soggetto come persona che non riesce a svolgere le consuete azioni quotidiane, ma necessita di aiuto.
Il cranio di Shanidar I (v. in seguito) di un uomo di circa 40 anni presenta un grave trauma cranico subito nell’infanzia in sede fronto temporale ed orbitario sinistro che gli ha provocato la mancanza di un normale sviluppo della spalla e delle ossa del braccio destro. E’ chiaro quindi che non poteva avere una una vita normale come gli adulti del suo gruppo, ma il gruppo di appartenenza si è preso cura di lui e gli ha permesso di vivere più a lungo della media della popolazione neandertaliana.
Il cranio 34.7 descritto a Krapina, in Croazia, (v. in seguito) mostra un trauma parietale destro con affondamento dei frammenti e il danno può essere considerato importante secondo gli attuali modelli biomedici. In passato, come rappresentato da numerosi casi già studiati, una depressione di 50 mm, contornata da segni di cicatrizzazione ossea, non ha precedenti come semplice espressione di un trauma, ma è stata riferita ad un intervento terapeutico. Inoltre, il fatto che il traumatuzzato sia vissuto a lungo rappresenta un altro caso di accudimento-assistenza da parte dei suo clan.
Recentemente Barbujani e Brunelli hanno osservato che «per cacciare, dovevano andare molto vicini alle loro prede, il che spiega la quantità impressionante di fratture trovate nelle loro ossa. Alcune di queste fratture si sono ricomposte, il che significa che il gruppo si prendeva cura dei feriti e dei disabili

Barbujani G., Brunelli A., Il giro del mondo in sei milioni di anni, Il mulino, 2018.

130.000 AF. Interventi su crani di Neandertal scoperti a Krapina.

Diverse ossa craniche rinvenute a Krapina [Croazia] forniscono indicazioni di traumi (Kricun et al., 1999; Gardner e Smith, 2006). Uno di questi reperti, Krapina 34.7, si distingue dagli altri perché mostra la lesione più estesa di tutte le ossa craniche di Krapina e, probabilmente, il più vasto trauma cranico conservatosi in un reperto neandertaliano. Quale che sia l’origine dell’evento traumatico (violenza interpersonale, ferita da caccia, caduta dall’alto in una caverna oppure una trapanazione; vedi, per esempio, Lovell, 1997; Walker, 2001; Martin e Frayer, 1997), l’osso indica che l’individuo è sopravvissuto per un periodo di tempo significativamente lungo dopo l’evento che ha inizialmente causato il trauma.

Fig. 28. Esterno (sinistra) e interno (destra) del frammento parietale Krapina 34.7.
Fig. 29. Illustrazione della posizione del trauma (Krapina 34.7) e posizionamento sul profilo di un cranio di Neandertal.

L’osso parietale 34.7 è stato originariamente rinvenuto in tre segmenti separati e successivamente assemblato (Radovcié et al., 1988).
La Fig. 28 mostra le vedute esterna e interna del reperto. Anche se è possibile che altre ossa della collezione appartengano a questo individuo, nessuna è stata associata a questo reperto. La Fig. 29 illustra la posizione approssimativa del frammento in un cranio ricostruito. È una porzione della parte infero-posteriore di un osso parietale destro situata intorno ali’ asterion, che conserva circa 65 mm della sutura lambdoidea superiore all’asterion. È presente un osso wormiano nella sutura. Sono anche conservate parti delle suture squamosa e mastoidea. L’osso appartiene a un adulto o a un individuo di età quasi adulta, a giudicare dal suo spessore nel margine superiore, che è comparabile a quello di altri parietali di adulti rinvenuti a Krapina (per esempio, Krapina 5 e 6). La sutura lambdoidea non è conservata internamente, ma non era ancora completamente saldata sulla superficie esterna.

Fig.30. La figura illustra il margine cicatrizzato della frattura e le dimensioni del trauma così come la superficie smussata rivolta verso il centro della depressione (Krapina 34.7)
All’interno sono presenti due solchi meningei diretti supero-posteriormente dal bordo interno-anteriore dell’osso. A parte il trauma, non sono presenti altri segni patologici sulle superfici interna ed esterna della diploe esposta.

Il trauma
Nelle parti superiore e inferiore del frammento, internamente ed esternamente, è presente una depressione circolare chiaramente definita. I segni di una depressione da frattura cranica iniziano nel bordo del frammento, e sono rappresentati da metà a un quarto di un’area circolare aperta diretta verso il basso. Non si conoscono le dimensioni della frattura sul cranio completo, ma certamente comprendeva un’altra porzione di parietale e avrebbe potuto essere estesa an che all’occipitale. Una misura approssimativa dell’area dell’osso traumatizzato, senza considerare i margini assottigliati che presentano segni di guarigione, è di circa 50 mm al massimo. La ferita è avvenuta ante mortem, come documentato dall’estensione della zona con segni di guarigione ai margini dell’area della depressione dovuta alla frattura.
Esternamente, il trauma può essere visto come una depressione circolare che inizia al margine del frammento. La depressione e la superficie infossata dell’osso secondario all’interno dell’area depressa sono chiaramente delineate. All’interno della depressione l’osso cranico è considerevolmente più sottile e presenta un assottigliamento progressivo fino al margine del frammento, dove è presente un margine irregolare e ondulato dell’osso. A un ingradimento inferiore (4.2X) il margine dell’osso appare liscio e diritto.
Internamente, questa parte dell’osso corrisponde a un’area depressa di osso ruvido. Il margine dell’area interna corrisponde all’area assottigliata della superficie esterna, ma è più larga, continuando posteriormente fino alla sutura lambdoidea. All’interno dell’area depressa, è presente un osso secondario con tessitura disorganizzata che si è prodotto dopo la lesione.
La natura della lesione indica che il soggetto è stato colpito a destra, nella parte posteriore del cranio e che la frattura prodotta ha formato un’area depressa sulla superficie esterna. Frammenti di ossa all’interno della depressione sono stati se non completamente, almeno parzialmente rimossi al momento del colpo (per una veduta simile di questo tipo di frattura in un campione archeologico più recente, vedi la Tav. 8 in Knusel, 2005).
A causa della natura frammentaria del reperto e/o a causa dell’estensione della cicatrizzazione seguente, non vi sono indicazioni di fratture concentriche o radianti all’interno o intorno alla ferita. Non è presente alcuna deformazione plastica dell’osso associata al trauma; il contorno dell’osso è comparabile alla morfologia delle ossa parietali di altri Neandertaliani.

Analisi del trauma e possibili conseguenze comportamentali
Utilizzando il criterio clinico di Kaufman e collaboratori (1997) per determinare le probabili cause di fori in ossa craniche, è stata eliminata virtualmente ogni possibile causa, sia di sviluppo come anche congenita (Manne Monge, 2006). La trapanazione può essere considerata una spiegazione possibile della ferita, primariamente dovuta alla natura circolare dell’area conservata, ma non sono presenti «segni da strumenti» – che costituisce il criterio principale per determinare se è stato effettuato questo tipo di intervento (Arnott et al., 2003 ). È possibile che il danneggiamento dell’osso dopo la morte dell’individuo abbia nascosto la vera forma dell’area fratturata, dando l’impressione di una forma circolare o semicircolare.
Per una carrellata più completa di possibili spiegazioni della lesione, vedi Manne Monge (2006).
Utilizzando un campione moderno come confronto Nerlich (1998), Nerlich e collaboratori (2003) e Sauer (1998) hanno costruito una stima del tempo intercorso tra l’evento traumatico e la morte dell’individuo basata sul pattern di cicatrizzazione, che indica che la morte potrebbe essere avvenuta mesi o anni dopo il trauma. La natura frammentaria dell’osso limita l’identificazione della forma e del tipo di oggetto che ha prodotto il trauma. È ugualmente probabile che fosse un oggetto appuntito o con contorni smussati, che la causa del trauma sia stata accidentale (caduta, incidente di caccia, caduta dall’alto in una caverna), oppure un’azione intenzionale in relazione a una violenza interpersonale (Berryman e Symes, 1998; Symes et al., 2002). L’altro aspetto interessante della lesione è la sua somiglianza a una trapanazione (Ortner, 2003; Aufderheide e Rodrfguez-Martin, 1998). Sfortunatamente, il reperto osseo è troppo piccolo per poter confermare questa ipotesi.
Quali sono state le conseguenze della lesione per l’individuo? Prendendo in considerazione la sua grandezza e la sua profondità, pare possibile che la persona abbia sofferto significativamente degli effetti diretti della ferita, ma la possibilità di trauma al cervello o di altri tipi di trauma (compresa la possibile infezione) rimane nel campo delle speculazioni. Nonostante sembri ragionevole concludere che questa lesione rappresenta una frattura depressa del cranio, non è possibile determinare se il danno ha coinvolto sia i tessuti sovrastanti sia quelli sottostanti e, nel caso, con quale intensità. Pare che la frattura non abbia danneggiato il seno intracraniale sottostante. Non è possibile sapere nemmeno quanto significativo sia stato il movimento all’interno delle meningi dell’osso che si è staccato. In generale, se i segmenti di osso che si sono dislocati si sono mossi di 1 cm o più all’interno dei tessuti sottostanti, oppure se la frattura ha rotto la pelle adiacente e altri tessuti del cranio, il danno può essere considerato significativo e debilitante, in base ai moderni modelli biomedici (Heary et al., 1993).
L’evento/gli eventi che hanno prodotto la lesione non potranno essere mai determinati, ma il danno e i successivi effetti curativi sul reperto Krapina 34.7 rappresentano il più esteso danno da trauma cranico in tutta la collezione. Questo reperto è al limite estremo di una serie di lesioni subite dai Neandertaliani di Krapina. Perciò, è possibile che questo trauma sia stato prodotto da condizioni simili a quelle che hanno prodotto traumi cranici minori, come quelli rappresentati nei reperti Krapina 4, 5, 20 e 31 (RadovCié et al., 1988; Gardner e Smith 2006).
Le dimensioni della frattura forniscono solamente indicazioni della gravità del danno a lungo termine per l’individuo. In passato, come rappresentato dai numerosi casi di studio archeologici (Frayer, 1997; Monge e McCarthy, in stampa), una depressione da 50 mm, contornata da segni di cicatrizzazione ossea, non ha precedenti (eccetto che per le trapanazioni). Nei danni di ossa craniche di dimensioni da metà a meno della metà di questa, le lesioni sono generalmente considerate peri mortem e, come è ovvio, non mostrano segni di cicatrizzazione.
In Krapina 34.7, qualunque sia stata la causa del trauma cranico, per danneggiare la superficie di quello che appare essere un osso sano, il colpo deve essere stato molto forte e devono esserci stati alcuni effetti significativi sui tessuti molli adiacenti. Il fatto che il soggetto sia soprawissuto per un periodo di tempo significativo dopo il trauma è notevole e, con ogni probabilità, rappresenta un caso di assistenza da parte dei suoi compagni.
In studi relativi a popolazioni moderne tradizionali, durante il periodo di vita di ciascuno, si può prevedere o addirittura anticipare una serie di incidenti pericolosi per la vita e di lesioni traumatiche (Sugiyama, 2004, Underdown, 2006). Non vi sono ragioni per ritenere che i Neandertaliani di Krapina fossero meno vulnerabili alle lesioni, causate da aggressioni o da incidenti.

Krapina 3 [126.000 AF]
… Nonostante la sua notorietà, un gruppo di incisioni parallele che decorrono lungo tutto il piano mediosagittale del frontale non sono state né quantificate né descritte fino a poco tempo fa (Frayer et al., 2006). Queste incisioni differiscono da tutte le altre rinvenute sui crani del sito e lasciano presupporre un comportamento rituale. …

Cranio Krapina 3.
Dragutin Gorjanović-Kramberger (1856-1936) [Public domain], via Wikimedia Commons

I tagli su Krapina 3 si trovano sulla superficie esocranica della volta con nessun segno posizionato endocranialrnente. Sono presenti solo sul frammento di quama frontale attaccato da Wolpoff (TAv. 33). Abbiamo determinato il piano medio-sagittale posizionando la sutura internasale anteriormente e il bregma poteriormente.
Tutti i segni sono perpendicolari alla linea mediana, relativamente diritti e la maggioranza presenta una matrice rosso-bruna incastonata nell’incisione (i.e. segni 5-10). Alcuni altri scompaiono sotto la matrice (i.e. segno 30 e egno 32), che sporadicamente persiste nella squama frontale. I segni decorrono lungo il frontale in una direzione leggermente diagonale da una posizione lateale destra verso il piano medio-sagittale fino a una posizione leggermente più a sinstra di esso. Iniziano circa 25 mm superiormente, posteriormente e a destra della gabella e si estendono lungo la squama per circa 65 mm, dove terminano nella metà sinistra del frontale, in una posizione leggermente antera-laterale a sinistra rispetto al bregma. Una documentazione completa dei segni è impedita dalle interruzioni tra i segni 11 e 12 e il frammento triangolare mancante nel centro della squama frontale. …
Questo andamento contrasta con quelli osservati in tutti gli altri reperti di Krapina dove i segni sono più isolati, più dispersi in un osso, o più concentrati e sovrapposti.
Cause naturali?
La regolarità dei tagli indica che non sono stati causati da processi diagenetici. Diversi studi hanno documentato tracce microscopiche di processi tafonomici e hanno mostrato che calpestamenti, attività di predatori e altre attività naturali portano a segni e danneggiamenti distribuiti in modo discontinuo e diffuso sulla superficie delle ossa (Behrensmeyer et al., 1986; Andrews e Cook, 1985; Shipman, 1981; Ullrich, 1982)….

Scalpo e scarnificazione?
Ostendorf-Smith (1997) ha descritto i segni da taglio associati con la pratica dello scalpo come «altamente diagnostici e identificabili con una serie di tagli eseguiti in maniera approssimativamente circolare attorno alla parte apicale della testa. Si trovano comunemente nella regione dell’attaccatura dei capelli sul frontale, nella regione mediana dei parietali e sulla cresta sopramaistoidea dell’osso temporale e sulla cresta nucale dell’occipitale». Descrizioni simili sono state fornite da altri ricercatori a proposito di gruppi storici e preistorici di Nativi Americani (Ortner e Putschar, 1981; White, 1992; Willey, 1990) come segni caratteristici della pratica di scalpo correlata a segni multipli circolari o perpendicolari sul frontale, sui parietali, sui temporali e sull’occipitale. Nonostante per Krapina 3 non sia presente la parte sinistra, il parietale, il temporale destri e la parte destra dell’occipitale non mostrano segni di taglio periferici rispetto ai 35 che decorrono lungo la linea mediana.
È rischioso utilizzare i costumi degli Amerindi per predire o spiegare il comportamento dei Neandertaliani, ma non esistono ragioni per sospettare che questi segni siano correlati alla pratica dello scalpo, dato che decorrono all’incirca parallelamente uno all’altro e questo andamento non sarebbe stato efficace nel rimuovere tessuto, qualsiasi cranio si consideri. La pratica dello scalpo non è una spiegazione ragionevole per i segni su Krapina 3.
Segni attribuiti a pratiche di scarnificazione sono stati descritti da White (1986) sul cranio di Homo, Bodo. La sua descrizione delle 17 aree in cui si concentrano i segni, che spesso si avvicinano e si sovrappongono, non presenta alcuna somiglianza con l’andamento dei tagli su Krapina 3. Russell (1987b) ha fatto una rassegna delle evidenze per la pratica di scarnificazione sul materiale proveniente da Krapina; ma essa si è concentrata esclusivamente sui reperti postcraniali. Ha trovato concentrazioni di striature, che a volte si sovrappongono e che per la maggior parte sono corte, vicine una all’altra e più numerose se confrontate con quelle rinvenute in un sito in cui i Neandertaliani macellavano le renne. Inoltre, la ricercatrice è stata in grado di correlare questi tagli con le inserzioni muscolari e tendinee sulle ossa o con le regioni in cui i contorni delle ossa cambiano, dato che gli strumenti da taglio erano presumibilmente fatti passare su quelle superfici per rimuovere la carne. Queste caratteristiche non sono compatibili con i segni su Krapina 3 e questo esclude la pratica di scarnificazione come causa dei segni sul frontale.

Cannibalismo?
Le evidenze per il cannibalismo sono state illustrate da White (1992) e includono: trauma cranico peri mortem, frantumazione ed estesa frammentazione. Se confrontato con le collezioni di Mancos, nel sud-est americano, il cranio Krapina 3 è maggiormente intatto e non rientra nello schema tipico del Nord America preistorico. …

Marchiatura simbolica?
I segni lasciati sul frontale Krapina 3 non assomigliano a quelli tipici lasciati dalla diagenesi delle grotte o da processi tafonomici. Non corrispondono agli schemi più disorganizzati di segni da taglio osservati su altri crani provenienti dal sito e sono diversi dai vari tipi di segni descritti per lo scheletro postcraniale. …
In base al loro aspetto dissimile, riteniamo che la serie dei segni da taglio su Krapina 3 abbia origine diversa, che rappresentino un qualche tipo di manipolazione simbolica peri mortem del defunto. La persona responsabile dei segni reggeva il cranio e ha inciso il frontale almeno 35 volte sulla fronte del defunto. Il significato profondo di questa manipolazione resta sconosciuto, ma suggerisce un rituale dove almeno il cranio dell’individuo è stato intenzionalmente inciso in una maniera non correlata al cannibalismo o alla scarnificazione.

Conclusioni
La natura frammentaria del campione di Krapina fa sì che l’interpretazione di questi reperti sia difficile. Nonostante sia facile lasciar correre il pensiero e speculare sugli scenari che potrebbero avere prodotto la lesione di Krapina 34.7 o la sequenza di segni di Krapina 3, preferiamo un’interpretazione più conservativa. Consideriamo più rilevante interessarci alle implicazioni della ferita cicatrizzata e delle incisioni di Krapina 34.7 e Krapina 3 relative a un comportamento complesso.
La lesione grande, parzialmente cicatrizzata, di Krapina 34.7 suggerisce che i Neandertaliam potevano sopravvivere a un trauma cranico massivo e ai suoi effetti fisiologici, o con l’aiuto di altri appartenenti al loro gruppo sociale o da soli. A differenza di altri trami massivi, come le amputazioni che avvengono in gruppi di primati non umani (Lovell, 1990), non esistono pubblicazioni relative a primati che mostrino una lesione così vasta e prodotta con tanta forza e presentino segni di essere sopravvissuti al trauma. Nel confronto con i fossili umani e con le collezioni scheletriche, lesioni massive come questa non appaiono nelle collezioni dell’area del Mediterraneo e delle aree limitrofe prima del Mesolitico (Crubézy et al., 2001) ed esse sono generalmente accompagnate da tagli e striature associate a interventi chirurgici. Oltre alle dimensioni progettate della lesione e alla vastità del trauma, non sono presenti prove di manipolazioni post-traumatiche della ferita oppure prove di interventi chirurgici o trapanazioni o di trattamenti di qualche tipo della ferita. Tuttavia, sopravvivere così a lungo dopo una lesione così estesa sarebbe difficile oggi ed è difficile immaginare un individuo sopravvivere in un ambiente così settico come doveva essere quello del Paleolitico medio. Pare ragionevole che un grado così alto di trauma indichi un qualche tipo di intervento «medico» o trattamento della ferita, presumibilmente con piante medicinali come quelle rinvenute a Kebara (Lev et al., 2005).
I tagli sul cranio Krapina 3 indicano un tipo differente di comportamento sofisticato.
Le sepolture neandertaliane di altri siti forniscono evidenze per pratiche funerarie complesse e le pratiche di cannibalismo e scarnificazione in sepolture secondarie di altri siti erano probabilmente qualcosa di più che strategie di sopravvivenza o gastronomiche. Il significato sottostante resta comunque difficile da portare alla luce e, certamente, variava da luogo a luogo e da tempo a tempo.
In modo simile, nessuno saprà mai perché un Neandertaliano abbia inciso 35 (o più) linee parallele lungo il piano sagittale del cranio dell’individuo Krapina 3.
Possiamo essere certi che questo evento, compiutosi dopo la morte (data l’assenza di cicatrizzazione), era poco probabilmente legato a pratiche di scarnificazione o cannibalismo e non fu accidentale. Il suo significato si è perso insieme al Neandertaliano che l’ha compiuto, ma rappresenta un livello di comportamento sofisticato in genere attribuito a ominidi molto più tardivi.
Per questi motivi, entrambi i frammenti, Krapina 3 e Krapina 34.7, indicano un’esistenza sociale complessa per i Neandertaliani di Krapina e forniscono nuove vedute sulla vita di quelle popolazioni.

Bibliografia. Arnott R., Finger S., Smith C.U.M. (eds.), Trepanation: history, discovery, theory, Swets et Zeitlinger, Lisse, 2003; Berryman H.F., Symes S.A., Recognizing gunshot and blunt cranial trauma through fracture interpretation, in Reichs KJ, Bass WM (eds), Forensic osteology advances in the identification of human remains, C.C. Thomas, Springfield, 1998, pp.333-352; Knusel C.J., The physical evidence of warfare – subtle stigmata?, in Pearson M.P., Thorpe I.J.N. 8eds), Warfare, violence ald slavery in prehistory, British Archaeologica Reports International Series, 2005, 1374, pp. 49-65; Lovell N.C., Trauma analysis in paleopathology, Yearbook of Physical Antropology, 1997, 40, pp. 139-170; Martin D.L., Frayer D.W., (eds), Troubled times violence and warfare in the past, Gordon and Breach, Amsterdam, 1997; Nerlich A.G., Pathomorphological and pathophysiological aspects of fracture healing and their application to hystoric fractures, Homo, 1998, 49, pp.156-171; Nerlich A.G., Zink A., Szeimies U., Hagedown H.G., Rosing F.W.,  Perforating skull trauma in Ancient Egypt and evidence  for early neurosurgical therapy, in  Arnott R., Finger S., Smith C.U.M. (eds.), Trepanation: history, discovery, theory, Swets et Zeitlinger, Lisse, 2003; Sauer N.J., The timing of injuries and manner of death : distinguishinh among antemortem, perimortem and postmortem trauma, Reichs KJ, Bass WM (eds), Forensic osteology advances in the identification of human remains, C.C. Thomas, Springfield, 1998; Symes S.A., Williams J.A., Murray E.A., Hoffman J.M., Holland T.D., Saul F.P., Pope E.J.,  Taphonomic context of sharp-force trauma in suspected cases of human mutilation and dismemberment, in Haglund W.D., Sorg M.H. (eds), Advances in forensic taphonomy: method, theory and archaeological perspectives, CRC Press, Boca Raton, Fl., 2002, pp. 403-434.

Estratto da David W. Frayer, Janet Monge, Alan Mann, Jakov Radovcié, Nuove evidenze di un comportsmrnto sociale complesso a Krapina, in La lunga storia di Neanderthal, Biologia e comportamento a cura di Fiorenzo Facchini e M. Giovanna Belcastro, Jaka Book, 2009.

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45.000 AF. L’accudimento di persona non-autosufficiente a Shanidar I

Negli anni Cinquanta un gruppo di ricercatori della Columbia University scoprì in una grotta sui monti Zagros [Shanidar, in Iraq al confine con la Turchia] alcuni scheletri di uomini vissuti circa quarantacinquemila anni fa. Uno dei Neandertal presentava delle caratteristiche particolari: nel cranio erano evidenti i segni di un importante trauma cranico in sede fronto-temporale sinistra, le ossa degli arti di destra presentavano segni di regressione atrofica e il braccio destro risultava amputato.

In alto: il cranio di Shanidar I al momento della scoperta ed estrazione dal terreno.
In basso: la ricostruzione dei frammenti cranici lato sinistro fatta dopo la scoperta. (Solecki, 1971)

Si riporta di seguito la descrizione della scoperta fatta dallo scopritore Ralph Solecki nel 1957: « … Sebbene sia nato in un ambiente selvaggio e brutale, l’uomo di Shanidar I dimostra che il suo popolo non mancava di compassione. Secondo le scoperte di Stewart, [un paleopatologo che collaborava con l’autore] era un individuo che visse fino all’età relativamente vecchia di quarant’anni, molto anziano per un uomo di Neanderthal, equivalente a un uomo di circa ottanta anni di oggi. Il suo scheletro dimostra che era affetto da una grave artrite, che pare sia stata una malattia piuttosto comune tra i Neanderthal. Non c’è da meravigliarsi, considerando il tipo di vita che conducevano.
Come caso di riabilitazione, Shanidar I è stato il primo esempio. Non solo possedeva di una disabilità dal giorno in cui era nato, ma doveva essere cieco nell’occhio sinistro. Gli esami di Stewart rivelarono che il braccio destro, la clavicola e la scapola non erano mai completamente cresciuti dalla nascita. Inoltre, c’era un ampio tessuto cicatriziale osseo sul lato sinistro della sua faccia. E come se ciò non bastasse, ci sono prove che il lato superiore destro del suo cranio aveva ricevuto qualche danno, ma che era guarito ben prima dell’ora della sua morte.
In breve, Shanidar I oppure “Nandy”, come lo chiamavamo intorno al tavolo da pranzo, era in netto svantaggio in un ambiente in cui anche gli uomini nelle migliori condizioni avevano difficoltà. Poteva a malapena nutrirsi e badare a se stesso, e dobbiamo supporre che fosse stato accettato e curato dalla sua parentela fino al giorno della sua morte. Qualsiasi forza lavoro doveva essere un vantaggio per questa antica piccola comunità, specialmente perché era necessaria una attività di gruppo per cacciare le bestie selvagge. Il fatto che “Nandy” si sia reso utile attorno al focolare (due focolari sono stati trovati molto vicino a lui) è evidenziato dall’insolita usura dei suoi denti anteriori. Presumibilmente indica che al posto di un braccio destro, usava le sue mascelle per afferrare, mentre manipolava con il suo buon braccio e la mano sinistra. Il cumulo di pietre sui suoi resti e il cibo dei mammiferi rimasto, dimostrano che anche nella morte la sua persona era oggetto di attenzione, se non di rispetto, originata da una stretta comunanza in un ambiente ostile.»
Come si osserva nelle figure tratte dal libro di Solecki il cranio esposto nel sito del ritrovamento e ancora parzialmente interrato mostra un fracasso fronto-temporo-parietale sinistro
Nascere al tempo dei Neandertal non doveva essere molto dissimile dal parto attuale, ma le condizioni ambientali erano tali che madre e figlio erano costretti a superare rischi notevoli per sopravvivere. Per cui un nuovo nato, soprattutto se maschio, era una risorsa per la comunità cui apparteneva nel contribuire come cacciatore e raccoglitore alla spravvivenza del gruppo.

Il calco del cranio Shanidar I, ricostruito
parzialmente, mostra il trauma cicatrizzato
dell’occhio sinistro e evidenza di fratture cicatrizzate nella parte sinistra del cranio e delle ossa della faccia. Shanidar 1, trovato a Shanidar, Iraq, nel 1957, da Ralph Solecki, vissuto tra 45.000 e 35,000 anni fa, specie Homo sapiens neanderthalensis.
humanorigin.si.edu/evidence/human-fossils/fossils/shanidar-1

Shanidar I, Nandy per gli amici, è morto all’età di 35-45 anni nella grotta in cui abitava per il crollo di pietre dalla volta che gli hanno fracassato il metà cranio di sinistra (vedi la figura al momento del ritrovamento), ma alla nascita, come ipotizzato dall’autore, o poco dopo, Shanidar I aveva subito un altro importante trauma cranico in sede fronto-temporale sinistra con affondamento dell’osso temporale e compromissione delle strutture cerebrali frontali deputate ai movimenti dell’arto superiore destro e, molto probabilmente, anche quelle deputate all’articolazione della parola (area di Broca) con esito nella incapacità di comunicare con parole o suoni. Questo danno cerebrale è stato certamente la causa di una paralisi dell’arto arto superiore di destra che inoltre risultava non utile alla vita quotisiana, non solo per la paralisi, ma anche per l’amputazione subita. Anche l’arcata orbito-zigomatica sinistra era stata schiacciata lateralmente (vedi immagine a colori) per cui gli archeologi hanno giustamente ipotizzato una perdita della vista dall’occhio sinistro. Non solo, ma le stesse strutture ossee facciali a sinistra erano state danneggiate dal trauma, mostrando evidenti segni di cicatrizzazione.
Quindi tutto sommato il nostro Nandy era fortemente handicappato? Perchè?
Aveva una compromissione dei movimenti della spalla e del braccio destro che peraltro era anche privo della mano destra per cui era costretto a portare cibi ed altro alla bocca per gestirlo in qualche modo,
Anche la masticazione doveva essere poco efficiente perchè il trauma aveva certamente danneggiato il muscolo massetere sinistro (che si inserisce nell’osso temporale dello stesso lato) e che permette un corretto movimento della madibola sempre al lato sinistro. Quest’ultima ipotesi è già stata proposta dagli archeologi per giustificare «l’insolita usura dei suoi denti anteriori».
Inoltre poteva anche aver perso la vista dall’occhio sinistro come esito della riduzione traumatica dell’orbita sinistra.
Infine il linguaggio, sia pure molto semplice come in tutti i Naendertal, era certamente compromesso per il danno delle strutture cerebrali deputate ad esso, così come era accaduto per i movimenti dell’arto superiore destro.
Certamente quindi non poteva cacciare, ma poteva certamente svolgere compiti semplici nell’ambito della grotta in cui abitava con gli altri componenti familiari e non solo.
Sopravvissuto al trauma infantile era stato allevato e curato amorevolmente e ciò gli aveva permesso di sopravvivere ben oltre l’età media dei suoi simili che erano esposti più di lui agli incidenti di caccia e della vita fuori dalla grotta.
L’accudimento quindi era già un comportamento acquisito nei Neandertal come primitiva, ma efficace forma di cura medica.

Estratto da: Solecki R., Shanidar: The first Flower People, New York, A.A. Knopf, 1971.

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Il cervello di bambino neandertal e moderno.

Le ricostruzioni di teschi di Neanderthal aumentano la prova che le creature non erano parenti stretti degli uomini moderni. I tratti distintivi del cranio di Neanderthal sono stati stabiliti nella prima infanzia, forse anche nell’utero dicono ricercatori in Svizzera. La maggior parte di ciò che rende un Neanderthal e ciò che rende un umano moderno è già presente nel bambino
Le scoperte supportano l’idea che i Neanderthal non si incrocino con gli esseri umani dei primi tempi e abbiano contribuito poco o nulla all’attuale patrimonio genetico umano.
La loro conclusione si basa su sofisticate ricostruzioni computerizzate che tracciano lo sviluppo cranico dei Neanderthal, dalla prima infanzia alla vita adulta. Le scoperte supportano l’idea che i Neanderthal non si incrocino con gli esseri umani dei primi tempi e abbiano contribuito poco o nulla all’attuale patrimonio genetico umano.
Christoph Zollikofer e Marcia Ponce de León dell’Università di Zurigo hanno utilizzato i fossili per costruire immagini di computer virtuali 3D dei teschi di Neanderthal e dei primi umani moderni. Differenze fisiche nello sviluppo del cranio – come il mento sfuggente di Neanderthal e la fronte bassa e inclinata – sono state fissate all’età di due anni.
La ricerca svizzera, pubblicata sulla rivista scientifica Nature, sembra sostenere questa visione.

Un bambino neandertal (Gibraltar 2) a sinistra e un bambino moderno a destra.

Estratto da http://news.bbc.co.uk/2/hi/science/nature/1469607.stm

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Note descrittive su biologia e costumi dell’Homo Neanderthalensis.

Homo neanderthalensis (King, 1864), comunemente detto Uomo di Neanderthal[1], è un ominide strettamente affine all’Homo sapiens, che visse nel periodo paleolitico medio, compreso tra i 200 000 e i 40 000 anni fa. Prende il nome dalla valle di Neander (Neandertal) presso Düsseldorf in Germania, dove vennero ritrovati i primi resti fossili.
Fu un “Homo” molto evoluto, in possesso di tecnologie litiche elevate e dal comportamento sociale piuttosto avanzato, al pari dei sapiens di diversi periodi paleolitici. Convissuto nell’ultimo periodo della sua esistenza con lo stesso Homo sapiens, l’Homo neanderthalensis scomparve in un tempo relativamente breve, evento che costituisce un enigma scientifico oggi attivamente studiato.

Ipotetica ricostruzione di un uomo di Neandertal, nello specchio, a confronto con un tipico uomo nordeuropeo attuale.
https://www.mpg.de/7448453/Neandertals-language
©MPI for Evolutionary Anthropology

Storia
I resti che diedero il nome alla specie furono scoperti nell’agosto 1856 da scavatori di calcare nella grotta denominata “Kleine Feldhofer” nei pressi della località di Feldhof, come detto nella valle di Neander, in Germania. I reperti furono mostrati a Johann Fuhlrott, insegnante di scienze, che riconobbe trattarsi di una nuova specie del genere Homo. Della scoperta dei fossili venne dato annuncio ufficiale solo il 4 febbraio 1857.
Documentata fra 130 000 (per le forme arcaiche) e 30 000 (documentata con reperti fossili) −22 000 (in assenza di fossili ma con discusse prove culturali) anni fa principalmente in Europa e Asia, e limitatamente in Africa, questa specie si è presumibilmente evoluta dall’Homo heidelbergensis.
Alcuni studi del 2010 suggeriscono, tra alcune ipotesi probabili relative alla vicinanza genetica tra H. neanderthalensis e H. sapiens, che ibridazioni fra i due possano avere avuto luogo nel Vicino Oriente all’incirca tra 80 000 e 50 000 anni fa, per la presenza nell’uomo contemporaneo di una percentuale tra 1 e il 4% di materiale genetico specificamente neandertaliano.
Tali tracce genetiche sono presenti negli eurasiatici e nei nativi americani ma non negli africani, e ciò suggerisce, tra diverse ipotesi possibili, almeno quattro, che l’ibridazione possa avere avuto luogo nei primi stadi della migrazione della specie umana fuori dall’Africa, presumibilmente quando venne a contatto con i Neanderthal che vivevano nel Vicino Oriente, circa 80 000 anni or sono.[2][3] …
Secondo una recente teoria (2016), pubblicata da alcuni ricercatori delle università di Cambridge e Oxford Brookers sull’American Journal of Physical Antropology, l’uomo di Neanderthal si sarebbe estinto a causa di malattie portate dai Sapiens. Secondo la biologa Charlotte Houldcroft di Cambridge, prima firma dello studio, gli umani che migrarono dall’Africa all’Eurasia portarono con sé una quantità di agenti patogeni che potrebbero essere stati catastrofici per la popolazione neandertaliana adattata alle malattie infettive tipiche del vecchio continente. … I nostri antenati potrebbero quindi essere stati vettori di malattie letali per gli uomini di Neanderthal, fino a portarli all’estinzione.

Sintesi dell’aspetto esteriore
L’aspetto fisico esteriore del neandertaliano classico alla luce delle conoscenze attuali, notevolmente incrementatesi rispetto alle prime ipotesi e estrapolazioni otto-novecentesche, è quello di un uomo di altezza media (1,60 m) perfettamente eretto e muscolarmente molto robusto.
La testa, rispetto ad un sapiens è allungata antero-posteriormente, anche se si sovrappone in genere nella variabilità sapiens, ha un volume cerebrale di 1500 cm³ in media, del 10% superiore agli uomini attuali[4] e arcate sopraccigliari sporgenti. Ha uno spiccato prognatismo mascellare e il mento può essere sfuggente, per lo meno nei tipi arcaici. Col tempo, in alcune zone e verso la fine del Paleolitico si diffonde un tipo più gracile e con un mento osseo più pronunciato, mentre gli zigomi sono molto meno accentuati e le arcate sopraccigliari al contrario più sporgenti.
Una tesi esposta nel 2006 e confermata nel 2007[5] è basata su ricerche avanzate con tecniche di biologia molecolare e ipotizza che la specie, in Europa, abbia sviluppato individui di carnagione bianca con capelli rossi: il tipo di pigmentazione è in accordo con la scarsa irradiazione solare (ultravioletta) del territorio colonizzato, analogamente alla distribuzione geografica attuale della pigmentazione nei tipi umani.[6] Nonostante ciò, si è evidenziato come la variabilità genetica della popolazione neandertaliana[7][8] suggerisca una variabilità del fenotipo piuttosto ampia, analogamente a quella attuale di H. sapiens. …

Ornamenti per il corpo della cultura Castelporriana trovati nella Grotte du Renne
(Arci-sur-Cure, Francia) datati a 44.000 AF.
Hublin et all., 2012. ©Marian Vanhaeren e Michèle Julien.

Tecnica, cultura e arte
L’uomo di Neanderthal inizia a evolvere in un contesto culturale Acheuleano superiore, dove i manufatti bifacciali cambiano forma, migliorano la punta e diminuiscono di spessore.
Nell’industria litica compare la nuova tecnica di scheggiatura Levalloisiana (da Levallois, alla periferia di Parigi). Da un nucleo litico iniziale, sgrossato fino a portarlo a una forma biconvessa, lateralmente su di una faccia si staccano parallelamente a un piano di base schegge di forma regolare. Questa tecnica evolve e le forme chiamate amigdale (a mo’ di mandorla) dell’Acheuleano scompaiono, anche se a sud del Sahara continuerà fino al 50 000 a.C. circa.
In Europa, territorio principale del Neanderthal, si parla di cultura Musteriana, da ritrovamenti a Le Moustier, in Dordogna. Abbiamo punte triangolari, raschiatoi (per la preparazione delle pelli) molto rifiniti, col bordo tagliente finemente ritoccato. Il Musteriano si articola in diverse culture, geografiche e cronologiche (Musteriano Acheuleano, Musteriano tipico, Denticolato, Musteriano Pontiniano nel Lazio eccetera). Pare accertato, con qualche residua incertezza, il passaggio successivo al castelperroniano[10], con reperti affidabilmente attribuiti ai Neandertaliani come lamette litiche, manufatti in osso e ornamenti per il corpo.
… Le culture litiche che poi evolveranno (Castelperroniano, Aurignaziano e molto dubbiosamente Gravettiano, condivise sicuramente dai sapiens) sono quindi tuttora allo studio per la sicura eventuale attribuzione ai Neandertal; pare con buona significatività accertato il primo passaggio.
In sintesi e a grandi linee si può dire che la cultura neandertaliana dominante fu il Musteriano e che il limite convenzionale (attuale) superiore si situa fra il Castelperroniano e l’Aurignaziano. Molto diffuso l’utilizzo delle pelli, anche per la costruzione di ripari estivi all’aperto, contrapponendosi alla pratica troglodita invernale. Si ritrovano strutture di pietre o di ossa atte ad assicurare i bordi delle pelli al suolo.
Abbondanti tracce di ocra rossa fanno pensare a usi rituali e religiosi. Anche in tale ottica si evidenzia l’inumazione come pratica diffusa, in fosse di forma ovale, con corredi funerari (cibo, corna e strumenti litici), spesso ricoperte da lastroni per sottrarre i corpi alle fiere, deposizioni di fiori (studi sui pollini in ritrovamenti in Asia Minore). Il fuoco, in cerchi di contenimento di pietre, è largamente utilizzato.
Secondo una ricerca in corso nel sito della grotta di Bruniquel in Francia, i neanderthalensis avrebbero realizzato all’incirca 175.000 anni or sono, delle strutture complesse (la cui funzione è ancora oggetto di indagine) utilizzando stalagmiti appositamente spezzate e poi disposte in formazioni concentriche, dimostrando una avanzata capacità organizzativa, costruttiva e forse simbolica (Hublina J.-J., 2012).

Grotta La Pasiega, sezione C, con pitture sulla parete che risalgono a circa 64.000 AF.
Hoffmann, et all., 2018. © P. Saura.
https://www.mpg.de/11948095/neandertals-cave-art

«I Neandertaliani hanno creato simboli significativi in luoghi significativi» afferma Paul Pettitt dell’Università di Durham, anche membro del team e specialista di arte rupestre. Nella Cueva Ardales, dove gli scavi sono attualmente condotti da un team tedesco-spagnolo, è stata dimostrata la presenza di uomini di Neanderthal analizzando strati di occupazione. «Questo è certamente solo l’inizio di un nuovo capitolo nello studio dell’arte rupestre dell’era glaciale», afferma Gerd-Christian Weniger del Foundation Neanderthal Museum Mettmann, uno dei leader degli scavi di Ardales.

La cultura materiale simbolica, una raccolta di conquiste culturali e intellettuali tramandate di generazione in generazione, è stata finora attribuita alla nostra specie, l’Homo sapiens. “L’emergere della cultura materiale simbolica rappresenta una soglia fondamentale nell’evoluzione dell’umanità. È uno dei pilastri principali di ciò che ci rende umani “, afferma Dirk Hoffmann del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology. “Manufatti il cui valore funzionale risiede non tanto nella loro pratica, ma piuttosto nel loro uso simbolico, sono proxy per aspetti fondamentali della cognizione umana come la conosciamo”.

Più che l’ornamento del corpo e dello strumento, l’arte rupestre è un esempio particolarmente impressionante di comportamento simbolico. Tuttavia, finora è stato attribuito solo agli esseri umani moderni, e le affermazioni su una possibile origine di Neanderthal sono state ostacolate dalla mancanza di una datazione precisa. Tuttavia, i creatori di arte rupestre non possono di solito essere identificati direttamente, ma solo indirettamente, determinando l’età degli oggetti. “Incontrare l’arte rupestre in modo accurato e preciso, ma senza distruggerlo, è stato finora difficile da realizzare”, afferma Hoffmann. “Grazie ai recenti sviluppi tecnici possiamo ora ottenere un’età minima per l’arte rupestre usando la datazione Uranio-Torio (U-Th) delle croste carbonatiche che si sovrappongono ai pigmenti”.

Nel complesso la tecnologia dell’Homo Neanderthalensis può riassumersi in:
• Asce a mano, o amigdale: sono il resto di grossi noduli di selce, scheggiati ai bordi per ricavarne schegge più piccole.
• Punte di selce: da usare immanicate su pesanti bastoni usati come lance nella caccia a grossi animali.
• Denticolati, cioè schegge di selce senza punta col margine dentellato: sarebbero delle primitive seghe a mano, usate per lavorare legno, ossa e tendini.
• Raschiatoi: sono dei coltelli di selce da usare senza manico, per tagliare la carne.
• Flauti, cioè ossa lunghe forate, che sarebbero degli accendini: nei fori venivano sfregati bastoncini di legno per accendere della paglia.
Un articolo pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences il 13 novembre 2012 a cura di un gruppo del Department of Human Evolution, Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia[13], getta nuova luce sulla sempre più probabile attività simbolica e artistica dei Neandertal nel passaggio dal Paleolitico medio (MP) a Paleolitico superiore (UP), periodo caratterizzato dalla sostituzione degli ultimi Neandertal con gli esseri umani moderni in Europa tra 50 000 e 40 000 anni fa.
Le raccolte di manufatti del Castelperroniano (CP) trovati nella Francia centrale e nella Spagna settentrionale sono databili in questo intervallo di tempo. Fino ad ora, è il solo tipo di collezioni che ha consentito di associare i resti Neandertal con manufatti di stile UP. I manufatti CP includono anche ornamenti del corpo, praticamente sconosciuti in tutto il mondo Neandertal. Tuttavia, si è sostenuto che i manufatti CP non siano stati fabbricati da Neandertaliani, ma piuttosto i processi di formazione dei siti e la commistione degli strati abbiano portato all’associazione casuale di resti di Neandertaliani, assemblaggi CP, e gli ornamenti del corpo.
Gli autori pubblicano una serie di datazioni al radiocarbonio ottenute con spettrometria di accelerazione di massa analizzando collagene osseo ultrafiltrato estratto da 40 frammenti di ossa ben conservate del tardo Musteriano, CP, e dagli strati Protoaurignaziani nel sito di Grotte du Renne (a Arcy-sur-Cure, Francia). I risultati sono incompatibili con l’ipotesi di commistione. Inoltre, si riporta una data direttamente calcolata su di un frammento di osso compatto di tibia di Neanderthal rinvenuto a Saint-Césaire (Francia). Questa data conferma l’assegnazione di manufatti CP agli ultimi Neanderthal dell’Europa occidentale. Inoltre, ed è ancora più importante, i dati stabiliscono che la produzione di ornamenti corporei nel CP è successiva all’arrivo degli umani moderni nelle regioni adiacenti dell’Europa. Questo nuovo comportamento potrebbe quindi essere il risultato di una diffusione culturale dai gruppi moderni ai gruppi di Neandertaliani.

Distribuzione territoriale
Cartina di distribuzione dei principali siti pre-neandertaliani e neandertaliani antichi, e massima espansione dei ghiacci
L’uomo di Neandertal è un genere originario[14],[15] dell’Europa occidentale e centrale, poi emigrato sulla via del Medio Oriente, sugli attuali territori di Iraq, Siria e d’Israele, con pochi individui fino in Asia centrale (Uzbekistan) e in Siberia.
L’evoluzione che ha condotto alla comparsa dell’Homo neanderthalensis, o «neandertalizzazione», è stata lenta e progressiva, da gruppi europei isolati (Homo erectus, Homo georgicus, Homo antecessor). Può essere seguita partendo dai pre-Neandertaliani e a seguire fino ai Neandertaliani recenti.
I pre-Neandertaliani antichi
La prima tappa corrisponde a fossili generalmente attribuiti a Homo heidelbergensis, possibile antenato, secondo alcune teorie anche dei sapiens moderni: è il caso dell’Uomo di Tautavel (−400 000 anni), rinvenuto a Corbières in Francia, della mandibola di Mauer (−600 000 anni), trovato vicino a Heidelberg in Germania, o del cranio di Petralona (Grecia).
I pre-Neandertaliani recenti
La prima tappa corrisponde ai fossili di Swanscombe (Inghilterra), di Steinheim (Germania) o della Sima de los Huesos à Atapuerca (Spagna).
I Neandertaliani antichi
I successivi fossili con tratti innegabilmente Neandertaliani hanno un’età compresa tra −250 000 e −110 000 anni. Si può citare il cranio Biache-Saint-Vaast (Passo di Calais), i resti de la Chaise (Charente), la mandibole di Montmaurin (Alta-Garonna), i crani italiani di Saccopastore (Lazio) o l’abbondante materiale di Krapina in Croazia.
I Neandertaliani classici
I Neandertaliani tipici, con caratteri derivativi più marcati hanno un’età compresa tra −100 000 anni e −28 000 anni, data degli ultimi rinvenimenti fossili, e presumibilmente della loro sparizione.
Inoltre, oltre ai fossili di Neandertal stesso (circa −42 000 anni), si ricordano gli scheletri di La Chapelle-aux-Saints, di Moustier, di La Ferrassie, di La Quina, di Saint-Césaire nel sud-ovest della Francia o della Spy in Belgio.
Gli ultimi Neandertaliani noti sono stati rinvenuti in Portogallo, in Spagna (Zafarraya −30 000 anni[16],[17]), in Croazia (Vindija, −32 000 anni[18],[19]) e nel nord-ovest del Caucaso (Mezmaiskaya, −29 000 anni). Come già visto queste date sono da considerare con precauzione, e sono spesso controverse.
Alcune ricerche condotte dal 1999 al 2005 sulla grotta di Gorham a Gibilterra suggeriscono che i Neandertaliani le hanno abitate dai −28 000 ai −24 000 anni[20],[21]. Dunque una lunga coabitazione con Homo sapiens, geograficamente presente dai −32 000 anni. Joao Zilhao, dell’università di Bristol critica fermamente questi ultimi risultati spostando all’indietro la data di estinzione a 37 000 anni fa. Le diverse teorie sulle date di estinzione e coabitazione con Homo sspiens ssapiens allo stato attuale non possono che definirsi in fase di sviluppo e verifica, ciò anche alla luce di sempre nuovi ritrovamenti, anche di terzi coabitatori cogeneri, nella fascia temporale dei 30 000 – 50 000 anni fa[22].

Antropologia fisica
Quella che segue è una lista di tratti fisici che distinguono i Neandertal dagli esseri umani moderni; comunque, non tutti possono essere utilizzati per distinguere specifiche popolazioni di Neandertal, provenienti da varie aree geografiche o periodi di evoluzione, da altre specie di uomini estinte. Inoltre, molti di questi tratti si manifestano occasionalmente negli uomini moderni, specialmente tra certi gruppi etnici. Non si sa ancora nulla riguardo al colore della pelle, o alla forma di parti morbide come gli occhi, le orecchie e le labbra dei Neandertal, se non per modellistica.
Comparati ai moderni esseri umani i Neandertal erano di costituzione più robusta e avevano caratteri morfologici distintivi, specie per quanto riguarda il cranio, che gradualmente accumulava più aspetti derivati (in senso cladistico), specialmente in regioni geografiche relativamente isolate. Anche qui è da notare che le popolazioni anatomicamente moderne del paleolitico medio (vicino oriente come a Skul e Qafzeh), erano ugualmente massicce. Si pensa che la loro statura relativamente alta ma robusta sia un adattamento al clima freddo dell’Europa durante il Pleistocene, (legge di Allen) anche se in realtà questi tratti paiono già presenti in periodi caldi. …

Craniometria
Un’accurata statistica, basata sull’analisi multivariata di forma e dimensioni del cranio, tuttavia, pur rilevando un habitus tipico del Neandertal, mostra sorprendenti vicinanze con crani attuali di forme estreme (C.Stringer, del British Museum).

Sviluppo fisico
Un’altra differenza secondo i paleoantropologi, potrebbe essere stata nella crescita, infatti si ritiene, analizzando la crescita del primo molare comparata con quello della dentatura di Homo sapiens, che i Neandertal crescessero più velocemente di quanto facciano gli uomini moderni, raggiungendo l’età adulta già a 15 anni. Questa crescita rapida, stando a quanto riportano gli esperti, è una caratteristica tipica dei primi ominidi[non chiaro]. Tempi di sviluppo più rapidi, secondo gli studiosi, sembrano essere stati una necessità per una specie che viveva in terre molto fredde e inospitali, dove la mortalità infantile era molto elevata e l’aspettativa di vita breve.

Le tracce neandertaliane più recenti
Si dibatte lungamente sugli ultimi rappresentanti noti dei nostri parenti più prossimi. Quest’argomento, assieme al mistero della scomparsa della popolazione neaderthaliana, è forse uno dei più controversi della scienza paleoantropologica e il più soggetto a evoluzione. Le datazioni tramite spettrometria di massa da parte di Fred Smith ed Erik Trinkaus, (Northern Illinois University e Washington University rispettivamente), da scavi di Vindija (Croazia) portano a 28 000 anni i reperti più recenti, con articoli pubblicati a cavallo del 2000. Nuove datazioni ricollocano indietro[32] a 32 000 anni i reperti. Vengono scoperti altri fossili recenti sulle coste atlantiche del Portogallo, e si riscontrano evoluzioni morfologiche verso una maggiore modernità. Contemporaneamente viene messa in discussione l’associazione di alcune culture litiche (Aurignaziano, Musteriano) ai vari Homo.

I concetti di vita e morte e dell’aldilà
Le pratiche mortuarie nel Paleolitico erano strettamente connesse con le riflessioni sulla vita e la morte. Per quanto ne sappiamo, queste riflessioni iniziarono circa nello stesso momento, e comunque indipendentemente, con Homo erectus, circa 500.000-300.000 anni fa, in Europa, Africa e Asia. Da quel momento in poi, la morte è divenuta una parte immanente della vita per gli esseri umani. Il concetto di morte si è sviluppato fino ad avere una profonda influenza, direttamente o indirettamente, sugli stili e le strategie di vita e di sopravvivenza degli uomini del Paleolitico.
Le riflessioni sulla vita e sulla morte durante il Paleolitico hanno necessariamente causato riflessioni sul mondo in cui gli esseri umani vivevano e su quello che avrebbero trovato dopo la morte. La prima evidenza dell’inizio di una consapevolezza dell’aldilà potrebbe essere, secondo la mia opinione (Ullrich H., 2009), la deposizione di ossa umane disarticolate nel Paleolitico medio, forse già alla fine dell’inferiore. … La deposizione e la sepoltura del cranio, come quella del cadavere scarnificato (cioè dello scheletro con i legamenti) potrebbe indicare un passaggio progressivo nelle riflessioni, inizialmence molto nebulose e contraddittorie, sull’aldilà. Infatti, i crani umani non frammentati e gli scheletri scarnificati, sono un passaggio intermedio fra lo smembramento del cadavere e la frammentazione delle ossa da una parte, e la sepoltura dei cadaveri interi e intatti dall’altra.
Cambiamenti fondamentali nelle riflessioni sull’aldilà erano connessi con le sepolture dei cadaveri interi e intatti durante il Paleolitico medio, che potrebbero essere interpretate come un modo per conservare la memoria dei defunti all’interno della comunità dei vivi, un modo per garantire una forma di vita dopo la morte. Questo è documentato anche nei corredi tombali del Paleolitico superiore, che, secondo me, non riflettono una differenziazione sociale, ma solameme un tributo per l’aldilà che consenta un rapido ritorno nella comunità dei vivi.

Pratiche mortuarie e strategie di sopravvivenza
La grande varietà e complessità delle pratiche e dei rituali mortuari nel Paleolicico riflette i molti problemi irrisolti e le comraddizioni riguardanti i concetti di vira e di morte, il rapporto era gli esseri umani e il loro ambiente, anche sociale, con le quali gli uomini dovevano rapportarsi ogni giorno. … La morte divenne un fattore importante e immanente della vita dell’uomo alla fine del Paleolitico inferiore, e in special modo nel Paleolitico medio, e influenzò profondamente il modo in cui gli esseri umani vivevano. Le pratiche mortuarie divennero sempre più parte della vita sociale delle strategie di vita dei Neandertaliani. …

Riti cannibalistici durante le pratiche mortuarie
L’argomento del cannibalismo durante il Paleolitico europeo è stato per la prima volta introdotto da Gorjanovié-Kramberger nel 1901, per spiegare la frammentazione estrema e la bruciatura occasionale delle ossa umane dei Neandertaliani di Krapina. Egli poté anche dimostrare segni di colpi su frammenti di cranio, e che le ossa umane erano state trattate come quelle degli animali: erano state intenzionalmente rotte e poi gettate via, mescolandosi così ai resti faunistici. Questi fatti hanno rafforzato l’ipotesi del cannibalismo per il sito di Krapina, ipotesi che è stata spesso dibattuta, negata o ignorata, ma che ora è pienamente accettata dagli archeologi e dagli antropologi.
l risultati delle nostre ricerche hanno mostrato che sono presenti evidenze di riti cannibalistici sulle ossa umane di Krapina (Ullrich, 2005c, 2006):
– segni di percussione su frammenti di tibia indicano la spaccatura dell’osso per l’estrazione del midollo;
– segni peri mortem di spaccatura in omeri, radi, ulne e femori indicano anch’essi l’estrazione del midollo;
– i modelli di rottura e i segni di colpi su frammenti di cranio ne indicano la fratturazione peri mortem, chiaramente per rimuovere il cervello.
Nonostante esistano evidenze di riti cannibalistici connessi alle pratiche mortuarie, non vi sono elementi per considerare il campione di Krapina come il risultato di soli rituali cannibalistici. Le tracce di scarnificazione sono molto più numerose di quelle necessarie unicamente per ottenere la carne di cui nutrirsi. Lo scopo era probabilmente quello di pulire le ossa, una manipolazione che non può essere interpretata e compresa solo in termini di cannibalismo. Lo smembramento totale dei cadaveri e la rottura intenzionale delle ossa sono altre manipolazioni che non possono essere associate solo al cannibalismo.
Nel Paleolitico, non esistono evidenze di cannibalismo finalizzato all’alimentazione, ma solo di cannibalismo rituale. Quest’ultimo, nella nostra opinione, era praticato solo nel corso e in stretta connessione con le pratiche mortuarie. Il cannibalismo non era una pratica diffusa e comune, né un attributo universale degli uomini nel Paleolitico; tuttavia, anche se praticalo raramente e soltanto in alcune aree, era una realtà durante questo periodo.

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