1.11 1550-1600 Cervello e Chirurgia cranica / Medicine, Brain and Cranial Surgery.

 

 

1559.  REALDO COLOMBO (1510-1559)

Colombo Realdo. – Nacque a Cremona negli anni tra il 1510 e il 1520; verosimilmente poco dopo il 1510. Terminato il ciclo di un’usuale formazione letteraria, il padre, farmacista, intese indirizzarlo verso tale professione. In un primo tempo il Colombo lo affiancò dunque nella sua attività, ma successivamente volle recarsi a Padova per dedicarsi agli studi medici. Ebbe così come maestri per la chirurgia Plazzi e (fatto determinante in ordine al suo orientamento scientifico) per l’anatomia A. Vesalio, della cui opera sarebbe stato l’altrettanto valido continuatore. Di Vesalio fu, oltre che allievo, amico personale, e proprio con l’incarico di suo settore egli iniziò a inserirsi nell’ambiente universitano padovano. A questo punto si risolse ad abbandonare definitivamente la farmacia. Nel 1540 fu proposto per ricoprire la cattedra di chirurgia, ma il Senato veneto non confermò la nomina; ricoprì invece saltuariamente la cattedra di anatomia, supplendo a Vesalio, assente, nel 1542. Nel 1544, infine, ne raccolse definitivamente la successione. Trascorso il periodo padovano, si trasferì a Pisa, dove insegnò dal 1546 al 1548. In quegli anni, all’ateneo pisano compiva i propri studi filosofici e medici Andrea Cesalpino: pur senza una documentazione specifica in merito, è ovvio supporre che, per quanto riguarda lo sviluppo dei propri studi sulla grande circolazione, il Cesalpino sia debitore nei confronti dei risultati ormai acquisiti dal Colombo a proposito della piccola circolazione.

Nel 1548 il Colombo fu chiamato a Roma dal pontefice Paolo III e continuò quindi l’insegnamento alla Sapienza. Tra le relazioni da lui coltivate a Roma vi fu quella con Michelangelo, il quale avrebbe dovuto eseguire (ma il progetto non fu realizzato) le tavole per il De re anatomica, il trattato di anatomia del Colombo. Questi non lasciò più Roma: è tutt’altro che certo un suo brevissimo periodo di insegnamento a Ferrara. L’ultima data di rilievo nella sua vita è il 1556, quando, alla morte avvenuta a Roma di Ignazio di Loyola, esegui la dissezione del suo cadavere. Il Colombo morì a Roma nel 1559.

L’opera del C., De re anatomica, costituisce una tappa fondamentale per lo sviluppo degli studi sulla circolazione del sangue: infatti in essa si trova per la prima volta chiaramente descritto il meccanismo della circolazione polrfionare o piccola circolazione. Per la perfetta comprensione di tale fenomeno (e qui risiede uno dei principali meriti del C.) era necessaria la rimozione dell’antica credenza circa la permeabilità del setto cardiaco, attraverso il quale il sangue, per mezzo di pori invisibili, avrebbe potuto filtrare dall’uno all’altro ventricolo. L’assenza di tali pori era stata ipotizzata, anche se non chiaramente affermata, già dal Vesalio, ma al C. spetta il merito di averla sperimentalmente dimostrata. Egli può così rendersi conto che il sangue, privo di un passaggio interventricolare, effettua una circolazione (ricordiamo però che il termine “circolazione” fu poi posto in uso dal Cesalpino) da un ventricolo all’altro passando per i polmoni: attraverso l’arteria polmonare (ancora chiamata vena arteriosú) il sangue viene condotto dal ventricolo destro ai polmoni, non soltanto per nutrire questi ultimi, ma anche per entrare in contatto con l’aria, e poi esso ritorna al ventricolo sinistro attraverso la vena polmonare (ancora chiamata arteria venosa). Come si è molto discusso intorno alla scoperta della grande circolazione per attribuire il diritto di precedenza a Cesalpino oppure a Harvey, quasi in ugual misura si è discusso per stabilire se il primo scopritdre della circolazione polmonare sia stato il medico e teologo antitrinitario spagnolo Michele Serveto, oppure il Colombo. Nella Restitutio Christianismi di Serveto si trova infatti una descrizione, anche se meno perfetta di quella fattane dal C., della circolazione polmonare, e la Restitutio comparve a Lione nel 1553, mentre il De re anatomica venne diffuso nel 1559. A tuttavia possibile ritenere quasi con certezza che la precedenza spetti al C., mentre Serveto poté forse essere orientato nella giusta direzione durante i suoi viaggi in Italia, dove, probabilmente, le intuizioni del C. erano già note. Il C. iniziò la stampa del De re anatomica nel 1558, facendolo precedere da una dedica al pontefice Paolo IV; dopo la sua morte, due dei suoi figli, Lazzaro e Febo, ritirarono i pochi esemplari già stampati e diffusero invece il testo con una dedica al papa Pio IV: in essa si afferma che l’opera dei padre, anche se non ancora data alle stampe, era compiuta già da molto tempo. Ciò consente sicuramente di retrodatare il momento della scoperta del C., e che tale momento cada anteriormente al 1553 ci viene confermato da un’altra testimonianza. Nel 1556 comparve la Historia della composición del cuerpo humano dello spagnolo Juan Valverde de Hamusco, allievo del C. a Pisa: dalla prefazione si arguisce che la redazione del testo risale al 1553 e nel trattato si attribuisce la scoperta della piccola circolazione al Colombo. Questi doveva dunque essere giunto a trarre le proprie conclusioni sull’argomento prima del 1553, probabilmente durante il periodo trascorso a Pisa, dove Valverde avrebbe appreso da lui la nuova teoria. D’altra parte non va dimenticato che già nel 1268 un medico siriano Ibn-AI-Nafis, in un suo commentario al Canone di Avicenna aveva chiaramente delineato la piccola circolazione, negando la possibilità del passaggio del sangue dalla cavità ventricolare destra a quella sinistra. L’attribuzione della priorità della descrizione della piccola circolazione al C. o al Serveto sembra pertanto perdere in parte il suo valore.

Nonostante il grande passo compiuto, l’opera chiarificatrice del Colombo non riuscì a superare l’ambito della circolazione polmonare: egli considera valida l’idea galenica che situa l’origine delle vene nel fegato e ritiene che nei polmoni l’aria si mescoli direttamente al sangue per contatto, cioè non riesce ancora a intuire il processo di ossidazione del sangue (né, del resto, le conoscenze di chimica del tempo potevano consentirgli tale intuizione); inoltre concepisce le vene come mezzi per l’irrorazione sanguigna dei tessuti e quindi, evidentemente, non comprende il meccanismo della grande circolazione, come d’altra parte non comprende quello della circolazione capillare all’interno dei polmoni. I risultati acquisiti dal Colombo costituiscono comunque l’indispensabile precedente in base al quale Cesalpino poté poi giungere a comprendere il meccanismo circolatorio nel suo complesso. A tale proposito, della massima importanza risultarono le descrizioni che il C. dette delle modalità d’azione delle valvole cardiache, polmonari e aortiche, e tutte le precise osservazioni che poté fornire grazie al gran numero di autopsie e di vivisezioni che eseguì. Lo stesso W. Harvey, nella sua opera sulla circolazione del sangue, citò più volte le scoperte del Colombo.

Oltre che nell’ambito degli studi sulla circolazione sanguigna, il Colombo compì interessanti osservazioni anche in campo ostetrico, specialmente per quanto riguarda il meccanismo del parto. Affermò infatti la fissità dell’osso sacro durante il parto stesso, rifiutando l’idea di un suo spostamento all’indietro (confusione originata probabilmente dal fatto che nello scheletro femminile il sacro è più accentuatamente inclinato all’indietro); negò però anche la divaricazione della sinfisi pubica al passaggio del feto, non tenendo presente il rammollimento, verificantesi durante la gravidanza, della lamina fibrocartilaginea interpubica e la conseguente maggiore cedevolezza della sinfisi stessa. Le sue osservazioni più notevoli riguardano comunque la funzione del liquido amniotico.

Bibl.: S. De Renzi, Storia della medicina ital., III, Napoli 1845, pp. 165, 310 ss.; P. Capparoni, Profili biobibliogr. di medici e naturalisti celebri ital., II, Roma 1927, pp. 32 ss.; K. F. Russell, The De re anatomica of R. C., in The Austral. and New Zealand Journ. of surg., XXII(1953), pp. 225 s.; L. Thorndike, History of Magic and experimental Science, V, New York 1959, pp. 45, 254; R. J. Moes-C. D. O’ Malley, R. C.: “On those things rarely found in anatomy“. An annotated translation from the De re anatomica (1559), in Bull. of the hist. of med., XXXIV(1960), pp. 508-528; R. Manara, Storia della circolaz. del sangue, Genova 1963, pp. 29 ss.; K. D. Keele, William Harvey, London – Edimburgh 1965, pp. 120, 132; M. Ionescu, R. C. cremonensis, precursor al lui Guglielmus Harveius angli in descrierea circulatici singelui, in Revista medicochirurgicală, LXXVI(1972), pp. 207-213; A. Pazzini, Storia dell’arte sanitaria dalle origini a oggi, I, Torino 1973, pp. 777-781 e ad Indicem; II, ibid., 1974, ad Indicem; A. Hirsch, Biographisches Lexikon der hervorragenden Ärzte…, II, p. 82; Encicl. Ital., X, p. 813.

 

1559. REALDO COLOMBO, De Re Anatomica Libri XV, Venetiis, Ex Typographia Nicolai Bevilaquae, 1559

1559 REALDO COLOMBO -De re anatomica (1540MB scarica PDF)

REALDI COLUMBI CREMONENSIS, In almo Gymnasio Romano Anatomici celeberrimi, De Re Anatomica, Libri XV. Venetiis, Ex Typographia Nicolai Bevilaquae, 1559.

 

 

 

 

1561. FALLOPPIO (o FALLOPPIA) GABRIELE (1523-1562).

Falloppio (o Falloppia) Gabriele nacque a Modena nel 1523 e morì a Padova nel 1562. Fu
medico ed anatomico autodidatta e seppe guadagnare fama tale da ricevere, nel 1544, l’incarico di tenere pubbliche sezioni di anatomia per i medici della sua circa. Dopo aver praticato anche la chirurgia, ma con esiti poco felici, si trasferì a Ferrara per compiere studi medici regolari. Conseguita la laurea nel 1547, ebbe immediatamente la cattedra di farmacologia (allora detta dei semplici). Da Ferrara passò, nel 1548, alla cattedra di anatomia nell’Università di Pisa, dalla quale passo, tre anni dopo, a quella di Padova, dove insegnò chirurgia, anatomia e farmacologia sino alla morte. L’attività di docente fu, a tratti, interrotta da viaggi; a Roma nel 1552; in Francia ed in Grecia nel 1560. La sua fama è legata soprattutto all’attività di anatomico, la cui massima espressione sono le Observationes anatomicae (Osservazioni anatomiche), pubblicate a Venezia nel 1561 e raggruppanti le ricerche compiute a Padova fra il 1556 e il 1557. Numerosissimi altri scrittiuno dei quali dedicate alla sifilide vennero tutti pubblicati postumi, ma sono, per lo più, raccolte di appunti presi dai discepoli al le sue lezioni. Le Observationes anatomicae, sia per le scoperte che vi si annunciano, sia per le correzioni ad errate descrizioni ed interpretazioni che vi si trovano, fanno del Falloppio, con Andrea Vesalio e Bartolomeo Eustachi, uno dei piu geniali innovatori nella storia dell’anatomia.

Estratto da Storia della medicina, Armocida G., Bicheno E., Fox B., Jaka Book, 1993.

 

 

 

 

 

L’Elleboro e l’asportazione della pietra. Incisione di Nicolaes Weydtmans (1560-1642)

Le malattie mentali e nervose costituirono in tutti i tempi un problema gravissimo e diedero lo spunto alle più disparate terapie, da quella a base di scongiuri e formule magiche, a quella delle pozioni a base di elleboro, a quella, infine, della asportazione
-che qui vediamo illustrata da un incisione di Nicolaes Weydtmans (1560-1642)-
della cosiddetta pietra di testa tramite la trapanazione del cranio, che gia nella preistoria
era molto probabilmente eseguita, in molti casi, per far uscire dal capo del paziente lo spirito maligno. Il motto che accompagna l’incisione dice: «Non servi, o elleboro di Anticira, Vattene. Qui si elimina l’ossessione!». Si noti che il chirurgo porta abiti e copricapo di foggia turchesca.

Elleboro

Col nome comune di elleboro si designarono nel mondo antico greco e romano – come, del resto, ancor oggi comunemente avviene – due specie diverse dei generi Veratrum e Helleborus. Dagli antichi venivano definiti l’uno elleboro bianco (il Veratrum album), l’altro elleboro nero (l’Helleborus niger L.). Era ritenuto medicamento di eccezionale efficacia per l’eliminazio ne degli umori nocivi che infestassero il cervello. Veniva, quindi, somministrato sotto forma di infuso, decotto e simili ai melanconici, ai pazzi, agli epilettici. Di qui la frase proverbiale: «Hai b1sogno di una buona dose di ell eboro» per dire il nostro «Sei matto!». L’elleboro bianco curava provocando il vomito; quello nero provocando forte diuresi e violente scariche di ventre. La terapia con l’elleboro è gia consigliata nel Corpo Ippocratico e la si trova raccomandata in tutte le opere farmacologiche e terapeutiche di Galeno (il quale, tuttavia, raccomanda un uso parco ed attento del medicamento in quanto la sua potenza può, a suo parere, spesso esser nociva qualora si superino le precisissime dosi via via indicate). L’elleboro rimase farmaco principe sino al sec. XVII che ne segnà il quasi definitivo tramonto. Oggi si usa ancora e, in particolare, l’elleboreina (estratta dal rizoma dell’elleboro nero) , per esperimenti di laboratorio sul cuore di animali (soprattutto rane) in quanto essa agisce da eccitante esattamente come la digitalina.

L’Elleboro nero – sia pure con tutte le cautele del caso – viene sempre usato per la terapia delle malattie mentali. Anche il Mattioli – che ne dà questa bella illustrazione nella sua traduzione con commento della Materia medica di Dioscuride – lo dice efficacissimo in tali casi.

Estratto da Storia della medicina, Armocida G., Bicheno E., Fox B., Jaka Book, 1993.

 

 

 

 

 

1573 e 1583.  DALLA CROCE GIOVANNI ANDREA, IOANNIS ANDREAE A CRUCE (1509 o 1515-1575)

DELLA CROCE (Dalla Croce, de Cruce Crucejus), Giovanni Andrea. – Nacque nel 1515 (secondo alcuni invece nel 1509) a Venezia, nella parrocchia della S. Croce nel sestiere di Dorsoduro (questo particolare ha fatto supporre che da tale chiesa derivasse il cognome della famiglia, ma documenti recenti portano ad escluderlo). Suo padre Matteo Giuseppe non era un chirurgo di fama come affermano molti repertori, ma solo “barbiere ciroico”, giunto a Venezia da Parma; chirurgo era invece il nonno, Giovanni Antonio Grandi Della Croce, che fu anche al servizio del duca di Milano. La madre del Dalla Croce, Isabetta, era invece veneziana, della parrocchia di S. Moisè. Dopo una giovinezza trascorsa a Venezia, egli si diede allo studio dei medici classici, soprattutto greci e arabi, ma per quanto riguarda la pratica chirurgica fu istruito dal padre. In effetti non risulta se avesse o meno frequentato lo Studio padovano e preso una laurea; ma, giovanissimo, fin dal 1532 fu accolto come membro del Collegio chirurgico di Venezia, il che prevedeva vari esami da compiere presso il Collegio stesso. Tale istituzione, che ebbe tra i suoi iscritti personalità come G. Fabrici d’Acquapendente, G. Falloppia, E. Sassonia, S. Santorio e altri, era una delle più rinomate corporazioni mediche del tempo, aveva il monopolio della cura dei feriti, organizzava una pubblica lettura di anatomia e chirurgia, impediva l’esercizio di tale arte achi non vi fosse iscritto.

Il Dalla Croce vi tenne pubbliche lezioni alle quali assistettero medici di fama come Pietro Fogliata, Tiberio Barbaro, Giacomo de’ Chierici, Francesco Longo; alcuni lo assistettero durante le operazioni, compiute anche fuori Venezia, ad esempio, Roma. Nel Collegio raggiunse una posizione di rilievo, tanto che nel 1537 fu incaricato di riformarne gli statuti; vi esercitò il priorato per diversi anni, nel 1548, nel 1550, nel 1558, pur non risiedendo a Venezia; infatti, poiché il Maggior Consiglio cercava un esperto di chirurgia e di fisica per la città di Feltre, il D. vi si recò a prendere il posto di Federico Zen intorno al 1538, per rimanervi fino al 1546.

La sua permanenza a Feltre non fu esente da dissidi, non soltanto inerenti alla sua professione (la recondotta gli fu riconfermata nel 1542 non senza opposizioni), ma anche per una questione familiare. Delle tre sorelle del Dalla Croce la prima, Claudia, sposò Ottaviano Bognolo; il loro figlio Aluigi Bognolo Della Croce divenne medico, fu anch’egli membro del Collegio chirurgico e fu molto caro al Dalla Croce, che gli dedicò la sua prima opera, De morbo gallico, Venetiis 1532. La seconda, Fontana, sposò un commerciante, Filippo de Pelegrin. La terza, cara al Dalla Croce come una figlia, fu violentata a soli quattordici anni dal nobile Girolamo Mezzano, che poi non volle sposarla. Il Dalla Croce gli fece causa, ma il Mezzano fu prosciolto dal tribunale e sposò una donna più ricca; tale sconfitta spinse il chirurgo ad andarsene da Feltre dove fu sostituito dal veneziano Gerolamo Lancio.

Tornato a Venezia, sposò Lucrezia Donati, vedova di Zamaria Pin. da cui non risulta se ebbe figli; ebbe l’incarico di medico della flotta veneziana, ma non è noto in quali località egli abbia seguito la flotta. Risulta invece che, essendo nota la sua attività nello studio dei contagi, fu incaricato dal magistrato di Sanità di unirsi ai medici Nicolò Sanmicheli, Francesco da Castello, Mariano Santo, per provvedere alle difese contro la peste. Nel 1559, per motivi di salute, chiese al Collegio la dispensa dal partecipare alle sedute di esso, ma continuò gli studi anatomici e chirurgici, in particolare sulla cura di ferite d’arma da fuoco al ventre; pubblicò su tale argomento Due trattati nuovi… (Venetia 1560), che poi furono inclusi nella sua opera maggiore, Chirurgiae universalis opus absolutum, Venetiis 1573, (poi 1587 e 1596), tradotta l’anno dopo in italiano col titolo Chirurgia universale e perfetta di tutte le parti pertinenti all’ottimo chirurgo, Venezia 1574 (ediz. successive 1583, 1603, 1605).

Questo ampio trattato, cui si deve la fama europea del Dalla Croce (fu tradotto in diverse lingue: l’edizione tedesca, a cura di P. Uffenbach, reca il titolo Officina aurea, das ist guldene Werkstatt der Chirurgy oder Wundt Artzney, Frankfurt am Mein 1607), è diviso in sette libri: nel primo si trattano gli ascessi e i tumori; nel secondo sono riportati tali e quali i trattati già pubblicati sulle ferite d’arma da fuoco e sui metodi per evitare emorragie; nel terzo si parla delle ulcere, in cinque parti; nel quarto il Dalla Croce utilizza la sua pratica chirurgica per lo studio delle fratture ossee; il quinto, suddiviso in dodici parti, analizza una serie di interventi, dalla cauterizzazione alla flebotomia alla litotrizia; il sesto è un antidotario che spiega i rimedi chirurgici proposti negli altri libri; il settimo reca una serie di incisioni in legno relative allo strumentario per le operazioni trattate. A parte la sua prolissità, l’opera fu molto apprezzata, soprattutto per la parte relativa agli strumenti chirurgici, ove sono descritti ferri di ogni genere, alcuni di nuova invenzione (come una siringa per estrarre il sangue dal petto dopo averlo reso liquido con un topico adatto), altri giudicati superflui, ma che comunque fanno di questa opera la più vasta e la più analitica del genere. Si veda, ad esempio, la descrizione dei trapani, dei tipi più vari (ad albero, ad archetto, a corda, a frizione ecc.) e con tutti gli accessori (punte cannulate, torcolate ecc.).

Altre caratteristiche che spiegano la diffusione dell’opera sono costituite dall’introduzione di sinonimi nelle varie lingue per designare le affezioni morbose, nonché dalla ricchezza di esempi pratici, con riferimento preciso ai casi che possono capitare, alle regole per compiere operazioni e con quali strumenti. Si può dire inoltre che, nonostante il suo ippocratismo, talvolta il Dalla Croce è in grado di staccarsi dagli antichi, come per la trapanazione del cranio (ch’egli sconsiglia di compiere nelle suture, come vuole Ippocrate). Un atteggiamento nuovo assunse nella descrizione dell’ernia al polmone, superando l’anatomo patologo Rolando da Parma; ma è soprattutto per le parti relative alle ferite al capo e al petto, alle relative emorragie, alle lesioni alla trachea che l’opera ebbe larga diffusione, oltre allo strumentario chirurgico, giudicato non sempre positivamente. Il suo interesse per gli arabi è testimoniato anche dalla traduzione che fece del Trattato sulla teriaca di Averroè (nelle Opere di Aristotele, Venezia 1562, X, p. 306).

A sessantun anni, nel 1575, il Dalla Croce morì a Venezia, forse di peste, con tutta la sua famiglia, che non aveva voluto allontanarsi dalla città, e fu sepolto nella chiesa di S. Maria dell’Umiltà. La sua lapide venne successivamente asportata dalla chiesa e venduta ad una nobile famiglia trevigiana, il che servì a qualche studente burlone come pretesto per giocare un tiro al prof. F. Bernardi, uno dei più accaniti studiosi del medico veneziano, a cavallo tra Settecento e Ottocento, che credette di ritrovarla e la fece porre nel seminario patriarcale di Venezia.

Talvolta il Dalla Croce è stato confuso col milanese Giovanni Andrea Crucejus (1619-1655).

Bibl.: A. O. Goelicke, Ristoria chirurgiae antiqua…, Halae Magdeburgicae 1713, p. 122; H. Boerhaave, Methodus studii medici, II, Venetiis 1735, p. 193; A. Portal, Histoire de l’anatomie et de la chirurgie, II, Paris 1770, p. 41; N. Eloy, Dict. historique de la médecine, I, Mons 1778, p. 734; A. von Haller, Bibliotheca medicinae practicae, II, Bernae 1777, p. 191; G. Tiraboschi, Storia della letter. ital., VII, 2, Modena 1778, p. 91; A. Brambilla, Storia delle scoperte fisicomedicoanatomicochirurgiche …, II, 2, Milano 1781, p. 196; F. Bernardi, Prospetto dell’origine del Collegio medicochirurgico, Venezia 1797, pp. 42 s.; Dict. historique …, I, Paris 1821, p. 889; F. Bernardi, Elogio di G. A. D. medico chirurgo e anatomico venez., Venezia 1826; E. A. Cicogna, Delle inscrizioni veneziane, II, Venezia 1827, pp. 77, 241; S. De Renzi, Storia della medicina in Italia, III, Napoli 1845, pp. 287, 645 s., 684; D. Giordano, Discorso comparativo su A. Paré e G. A. D., in Atti del I Congresso nazionale della Società di storia delle scienze mediche e naturali, Roma 1912, pp. 128 ss.; Id., Intorno a un chirurgo venez. del 500, Venezia 1923; Id., G. A. D., in Scritti e discorsi Pertinenti alla storia della medicina, Milano 1930, pp. 115-132; M. Gaggia, G. A. D. chirurgo in Feltre, in Archivio storico di Belluno, Feltre e Cadore, IV(1933), pp. 184 ss., N. Bennati, G. A. D., in Avvenire sanitario, XXVII (1933), pp. 1 ss.; D. Giordano, Nuovidocumenti biogr. su G. A. D., in Giornale veneto di scienze mediche, VIII(1934), pp. 1-7; Id. G., A. D., Venezia 1939; A. Pazzini, La medicina. Bibliografia di storia della medicina ital., Milano 1939, pp. 74, 86, 89, 100 ss., 232; A. Castiglioni, Storia della medicina, I, Milano 1948, pp. 409 s.; A. Pazzini, Biobibliografia di storia della chirurgia, Roma 1948, pp. 417 ss.; Histoire de la médecine e du livre médical, Paris 1962, pp. 17 ss., 86, 92, 180; I. Fischer, Biograph. Lex. der hervorragenden Aerzte …, II, p. 106.

Estratto a http://www.treccani.it/enciclopedia/della-croce-giovanni-andrea_(Dizionario-Biografico)/

1573.  IOANNIS ANDREAE A CRUCE, Chirurgiae Ioannis Andreae a Cruce, veneti Medici, Libri septem, Venetiis, apud Iordanum Ziletum, 1573

1573 DALLA CROCE -CHIRURGIAE -VENETIIS latino (scaricare PDF 143MB)

 

 

 

 

1583  GIO. ANDREA DALLA CROCE, Chirurgia Universale Perfetta, in Venetia, presso Giordano Ziletti.

1583 DALLACROCE -CHIRURGIA -VENEZIA italiano (scaricare PDF 845MB) 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1575.   FRAGOSO GIOVANNI, GIO. FRAGOSO.

FRAGOSO GIOVANNI, medico spagnuolo del secolo XVI, nacque in Toledo ed esercitò presso a Filippo II l’uffizio di medico e di chirurgo. Altri ragguagli biografici non abbiamo intorno ad esso archiatro; ma possediamo parecchie opere, che attestano dell’abilità sua e specialmente del suo zelo: I. Proposte chirurgiche destinate a spiegare i precetti più importanti della chirurgia, Madrid, 15 o, in 4.to (in ispagnuolo); II Chirurgia universale; Trattato dell’evacuazioni; Antidotario, Madrid, 1581, in foglio; Alcalà d’Henarès, 16o1, in fogl. (in ispagnuolo); tradotto in italiano da Baldassare Gasso, Palermo, 1659, in fogl. Il prefato libro contiene diverse curiose osservazioni e la dottrina n’è abbastanza pura. L’autore determina con esattezza l’uso opportuno del fuoco o cauterio attuale in parecchie gravi affezioni; giudica sanamente delle piaghe d’armi da fuoco e non le crede velenose; III Discorso sopra gli aromati, gli alberi, i frutti e le altre droghe semplici, che si ritraggono dalle Indie orientali e che giocano in medicina, Madrid, 1572, in 8.vo (in ispagnuolo); tradotto in latino, con note, da Israele Spach, Strasburgo, 16o1, in 8.vo. Haller osserva giudiziosamente come Fragoso attinse i materiali di tale farmacologia orientale nelle opere di Monardès, di Garzia de Horta e di Carlo de l’Ecluse; IV De succedaneis medicamentis liber; cum animadversionibus in quamplurima medicamenta composita, quorum est usus in hispanici, officinis, Mantova, 1575, in 8.vo; Madrid, 1585, in 4.to I botanici Ruiz e Pavon, gelosi d’immortalare i loro compatriotti e non trovando nel loro paese tanti naturalisti celebri quante piante nuove trovavano nei loro viaggi, hanno dovuto vantare molti nomi mediocremente conosciuti. Il genere fragosa, cui dedicarono a Giovanni Fragoso, è una ombrellifera composta di sei specie, le quali appartengono tutto ai Nuovo Mondo.

Da Biografia universale antica e moderna, vol. 22, Venezia, 1825.

1662. La Chirugia del licenziando Gio. Fragoso, parti due, tradotto dalla lingua spagnola nell’italiano da Baldassar Grasso, Venezia, Baglioni, 1662.

1662 FRAGOSO -CIRUGIA -VENEZIA -ITA (scarica 420MB)

Dell’Anatomia del Capo. Cap. XXXII

Il Capo secondo Arist. [Aristotele] e Gal. [Galeno] è tutto quello ch’è sopra il collo. Ha il suo sito nel più alto luogo, perché li tre sensi, ch’ivi insieme stanno (della vista, udito & odorato) sono, come sentinelle, ch’avvisano all’intelletto le cose che passano di fuori, specialmente quello della vista, per il qual dice Gal. che fu fatto il capo, più che per il cerebro. La sua propria e natural figura, secondo lo stesso Gal. è come una palla di cera molto rotonda, e stretta un poco ai lati, più ampia dietro, … Si vede principalmente nel Capo il cerebro con altre parti contenute, e per arrivar ad esse incontriamo prima con il cuoio, subito con la grassezza (grasso sottocutaneo), dopo quella con la tela carnosa, dopo con il Pericraneo & il Casco [cranio]. …

Del Pericraneo. Cap. XXXIII.

Il Pericraneo è una tela nervosa che cuopre il Craneo, così chiamata perché circonda di fuori tutti gl’ossi del capo, li quali insieme si dicono Craneo. Nasce da quella tela del cerebro chiamata Dura Madre & ha communicanza con essa mediante alcuni ligamenti nervosi ch’escono per le commissure, finché si formi l’istesso Pericraneo, e s’unisce con essa, benchè disse Falloppio che nascea il Pericraneo non dalla Dura Madre ma da’ ligamento; il che è contra Gal. & altri gravi Anatomisti. Da qui procede esser molto pericolose ferite c’arrivano ad esso, così per la comunanza con quella tela del cerebro, come anco perché sogliono passar le materie tra questa tela & il Craneo. Serve il Pericraneo per due cose: la prima acciò che la carne molle non s’unisca con l’osso duro senza altro mezzo, e la seconda per dar senso a quelle parti.

Del Craneo, & sue commissure. Cap. XXXIV.

L’Osso del Capo, (che i Greci chiamano Craneo, i Latini Calvaria, e noi altri Casco) si compone di otto ossi, delli quali il primo occupa la fronte, finché passi la mollarola & si chiama Coronale, o osso della fronte. …

 

Delle Tele del Cerebro. Cap. XXXV.

Le Tele del Cerebro sono due: la prima detta Dura Madre, & è separata d’esso, com’il Pericardio del Cuore, acciò in quel spazio si potesse dilatare e restringere l’istesso Cerebro. E’ doppia di maniera tale che pare due. Dentro è più sensibile e sottile, che nella parte ch’è verso l’osso, e per cagione della comunicanza, ch’avea con esso. Sotto la Dura Madre è la seconda tela che chiamiamo Pia madre, la quale è molto più delicata e molle, & attaccata al Cerebro per tutte le parti, e seminata di molti rami di vene per suo nutrimento, & anco di molte Arterie piccole, per ragione delle quali come evverte Fallopio, si fa la pulsazione nella Dura Madre per la stessa cagione aver detto Hippocr. che non si può saldar dopo rotta.

Del Cerebro. Cap. XXXVI.

Il Cerebro, che i Greci chiaman Encefalo per il sito ch’a con il Capo: è una sostanza bianca somigliante ai nervi, come dice Gal., & è più molle, rotonda, e contratta dalli lati con gran somma di vene & arterie che si distribuiscono per tutto esso. E questo, dice Realdo, esser osservato prima che altro. Anco è uno dei più principali membri del corpo, come sede dell’Anima razionale e principio dei nervi, che servono a dare il senso e moto. Per la qual diversità lo divise la natura in due parti, che sono Cerebro maggiore e Cerebro minore o come dicono alcuni Anatomisti una parte davanti, che dicono comunemente le Cervella, altra ultima che chiamano Cerebro; maggiore o midolla, si dice tutta la sustanza d’essi, ch’è dalle narici fin alla Comissura Lambdoydes [emisferi cerebrali], la qual è tanta in quantità, che se si unissero li Cervella di due Buoi molto grando, non fariano uguali con quello d’un solo huomo, benchè piccolo. E così tra li Bruti quelli che vanno avvicinandosi più alla prudenza e discrezione humana (come è la Simia, o la Volpe, o il Cane) tengono maggiore quantità di cerebro che gli altri, benchè siano maggiori di corpo. Per il che disse Gal. che il capo piccolo sempre era vizioso per aver difetto di cerebro, benchè anco abbia detto che se la grandezza nasceva da molta materia, e mal fatta nel tempo, che la natura la finì, è mal indizio, perchè tutto è osso e carne come un cetrangolo [cedrangolo, cedro] di quelli che sono grandi e con grossa scorza con poca midolla. Di qui ci pare haversi ingannato Arist., perchè, domandando che sia la cagione che l’uomo sia più prudente di tutti gl’altr’animali, rispose che nessuno Animale vi è di tanto piccolo capo, come l’huomo rispetto al suo corpo. … L’altro cerebro, ch’è diece volte minore delli cervella, occupa la parte dietro & inferiore del capo, che si chiama Occipitio. Questi cervella si dividono mediante sua tela che, si pone tra la parte sinistra e la destra  perchè se venisse danno all’una potesse servir l’altra. Finalmente, benchè appresso alcuni sia reputato il cerebro per insensibile, e prendono admirazione che comunichi a gl’altri membri ciò che non ha, come è il senso, pianamente confessa Gal. che così esso, come la nuca, s’hanno da connumerare tra le parti che tengono senso.

Del corpo chiamato Calloso.

La parte sinistra e destra delli Cervelli s’uniscono mediante un corpo duro e bianco, come callo, il qual è situato in mezzo d’essi, e nasce dal lato inferiore d’una parte e s’affissa con il più basso dell’altra.

Delli Ventricoli del Cerebro.

Li ventricoli del Cerebro sono tre, l’uno destro & l’altro sinistro [i due ventricoli laterali sono considerati separatamente], che si fanno di una concavità ch’è sotto il corpo calloso, divisa mediante una tela; e un altro, che è nel mezzo di quelli due un poco più in basso. Questi ventricoli sono pieni d’un humor acquoso, come si vede ordinariamente nelli morti recenti; per il quale sembra essersi ingannato Realdo Colombo, & altri, che volendo conietturare la cagione dell’Apoplessia, o d’alcuna repentina morte, aprono il capo, e vedendo l’acqua, pensano ch’essa sia stata cagione, non riguardando esser stata cosa naturale, come lo mostra manifestamente la facilità del piangere e la molt’acqua c’esce per gl’occhi. Un altro quarto ventricolo, che ritruovano alcuni, non ha tela che lo cuopra & è una concavità fra il cerebro minore  & la spina. Il primo e secondo ventricoli, oltre l’humor acquoso, hanno anco dentro un intricamento di vene & arterie dette Coriformes [i plessi corioidei], o rete mirabile [è altra cosa, riferendosi ad una rete di arterie alla base del cervello, descritta da Galeno, ma che si trova nelle capre al posto del poligono che il Willis descriverà in seguito], che servono alla generazione degli spiriti animali. E questo ufficio è, secondo i più Medici e Filosofi, è quello che hanno i ventricoli. E da qui procede che, come dice Gal., che nelle contusioni o ferite al capo, benchè arrivino a tanto che si perda la tela del cerebro o si incida, non si perda il senso [la sensibilità] o il moto senza penetrar la ferita o il colpo infino ad alcuno delli ventricoli nominati.

Della Archivolta del Cerebro.

Si vede anco in mezzo del Cerebro un corpo triangolare sotto il tramezzo delli doi primi ventricoli, il quale è inarcato come una Archivolta, è della istessa sustanza, grandezza e ufficio del Corpo calloso. Fu fatto per cuoprire il terzo ventricolo & insieme sostenere il cerebro, che non cascasse sopra esso.

Della Glandola del Cerebro simile alla Pigna. 

Vicino a questo corpo, come Archivolta, è una glandola somigliante ad una Pina [pigna], chiamata dagl’Antichi Conarion, che molte volte nel cavar fuori il cerebro suole rimaner attaccata ad una vena, che passa per questa parte, alla qual serve la Glandola per sustegno per dividersi in diversi rami.

 

Delle Natiche e testicoli del Cerebro.

 Anche si scorge tra il cerebro e la cervella & il principio della spinale Medolla un altro corpo, la cui parte inferiore è somigliante a due natiche, e la superiore a due testicoli. E’ dell’istessa sustanza e colore de gl’altre parti, e serve a guardare che li cervella non caschino sopra il canale, che va dal terzo al quarto ventricolo e l’otturi.

Dell’imbuto, e Glandola del Cerebro.

Nelli lati del buco nel quale si terminano gli due Canali, che guidano il flemme dal capo sopra il corpo Calloso, verso il palato e narici, nasce una punta, o uscita come bocca d’imbuto, per il quale si cola tutta la flemma del capo, & va a terminarsi ad una Glandola perforata [ipofisi], ch’è sopra il sito dell’osso basilare (osso sfenoide).

Dei processi del Cerebro simili alli Tarli.

 Nella parte d’innanzi & inferiore del cerebro vi è un processo che va verso dietro, facendo certe giri, come di tavola fracida, dal quale escono due punte, che appaiono anco la figura delli vermi, il cui ufficio è, come avvertisce Realdo, impedire ch’il quarto ventricolo stretto con il peso del minor cerebro non s’otturasse.

Delli Processi detti Mammillari.

Si veggono finalmente alcuni processi che si dicono Processi Mammillari, li quali, secondo Avic. [Avicenna] e dopo Vessalio [il Vesalio faceva stampare la sua Humani corporis fabrica a Basilea nel 1543], sono gli doi istrumenti del senso, con li quali odoriamo, longhi e delicati, e della stessa sustanza del cerebro, che nascono dalla parte dinnanzi & inferiore, fra il cerebro e l’osso Sphenoydes [sono i nervi olfattori]. La complessione [natura] del cerebro è fredda e umida, come dice Gal. e più umida che fredda. Dal che si raccoglie l’errore d’Avic. nel Cathalogo [Canon] delle complessioni [natura degli organi], quando disse freddi come il cerebro, humidi come il fegato, essendo il cerebro più humido ch’il fegato è più umido che freddo. Alcuni affermano che quando il cerebro acquista alcun grado di calore, si fa l’uomo eloquente e se l’offeriscono molte cose da dire, e per contrario puoche alli freddi di cerebro. D’un uomo sono io certo, ch’essendo ubriaco, mutando il cerebro subito dal suo temperamento, acquistava ingegno e diceva cose di tanta ragione e fundamento che donava admirazione, e ritornato in sè, era un balordo e grossolano. Alcuni frenetici, sappiamo anco, parlar con tant’eleganza e polizia di vocaboli, sì come un’Oratore.

Delli Nervi ch’escono dal Cerebro. Cap. XXXVII.   

Benchè, parlando comunemente, si dichino Nervi, come insegna Gal., nondimeno le corde delli muscoli e li ligamenti delle congiunture, che sono l’istrumenti per li quali la virtù del sentire si distribuisce alli membri, ma qui intendiamo per nervo l’istromento del senso, che solo nasce dal capo. Secondo il quale, nervo è un corpo lungo, rotondo & in apparenza massiccio, benchè molle e spongioso, acciò potessero passar per esso gli spiriti Animali, il cui principio & origine non è, come alcuni pensono, la dura Madre, o è il cuore, ma il cerebro e la spinale Midolla. E perchè questa midolla è più dura del cerebro, perciò gli nervi che nascono da essa sono più duri di quelli che vengono da quello. Oltre a ciò sono differenti nel nascere, perchè, e principalmente gli più molli, nascono con un principio continuato, come quelli de gl’occhi: altri con molti come cordicciuole, li quali vanno sempre divisi come fa il terzo, quarto & quinto paio del capo; altri, benchè nascono con molti principij, subito dopo usciti ritornano ad unirsi e fanno un tronco come avviene nel rimanente dei nervi che nascono dalla spina. Differiscono più nel modo di dividersi, perchè alcuni vanno per una parte sola, senza inviar alcun ramo all’altra, come quelli de gl’occhi; altri si distribuiscono in diversi rami, che vanno alcuni al cuoio, altri alli muscoli, altri a gl’ossi, altri ad unirsi con altro nervo, altri si mescolano fra di loro, come il nervo d’un’occhio con quel nell’altro. Differiscono anche nell’ufficio, perchè altri servono al senso, altri al moto: al senso servono quelli che vanno agli occhi, orecchi e narici, palato, bocca del stomaco & al cuoio; al moto servono tutti gli rimanenti. Ma non perciò vogliamo dire che li nervi del moto manchino di senso, come alcuni pensorno, ingannati davvero, che molte volte accade di perdere il senso restando libero il moto & al contrario, perchè quando alcuna parte perde solamente il senso, è perchè li rami delli nervi che veniano al cuoio hanno partito, restando salvi quelli che vanno alli muscoli; e quando si perde il moto, accade il contrario e si perde il senso con il moto, il danno è nell’uno e nell’altro. Si vestono gli Nervi d’una tunica, per maggior sigurtà. Sono di complessione [natura] fredda e secca, benche come dice Gal. si compongano di sustanza fredda & humida indurata. Tutti nascono dalla parte inferiore del cerebro e dalla Spinale Midolla innanzi ch’esca dal Craneo & in nessuna maniera dal cerebro, come nota Realdo contra Gal. Questi nervi che salgono dal capo, benche dichino alcuni che sono nove paia, aggiungendo un paio dall’organo dell’odorato, ch’essi non dicono nervo, perchè non esce fuori dal Craneo, e dividendo il terzo paio in doi, ma per seguir l’ordine de gl’Antichi numerar s’hanno tutti per sette paia, incominciando dal primo, che serve alla vista, il quale nasce ogn’uno dal suo lato, dal fondo del cerebro, e camminano finche s’uniscano, ma non cruciandosi anzi si fa un corpo quadrato, ch’arriva fin’al principio del vacuo de gl’occhi, dove si ritornano a dividere, & il destro va all’occhio destro, & sinistro al sinistro, e s’inseriscono dietro la pupilla dietro la pupilla de gl’occhi, convertendosi in una tela, come rete. Per questi nervi vanno gli spiriti visivi a gl’occhi & entrano le specie, ò similitudini delle cose, per il qual effetto, disse Gal. che sono perforati e che perciò li chiamorno ottici, ma non habbiamo veduto in essi concavità manifesta ne fu bisogno, che fosse, perche sono tanto molli e spongiosi, che facilmente possono passar per essi li spiriti della vista. E quando non fossero stati molli, ma duri e densi, come tutti gl’altri, non perciò havrebbono lasciato di penetrar gli spiriti Animali, secondo prova Fernelio [1497-1558] con molte sufficienti ragioni, posto che Franc. Valles [1524-1592] scrive il contrario. Il secondo paio de nervi nesce un puoco più dietro del primo, e si distribuisce per li muscoli dell’occhio, & in alcuni arrivano rami di quello secondo fino al muscolo della tempia: per il che conviene notar la communicanza e consenso, che tiene l’occhio con essa; di maniera tale ch’offesa una parte, s’offende l’altra, come veggiamo nelle ferite, che sono sopra gli muscoli delle tempie. Il terzo paio incomincia da dietro con doi principij, uno più delicato, che si divide in molti rami, li quali si distribuiscono per li muscoli de gl’occhi, e quelli della fronte, e del labbro, e per li gengivi d’innanzi, e per la tela carnosa che cuopre le narici dentro, e per il muscolo delle tempie. Il principio più grosso nasce alquanto più verso innanzi, e si distribuisce per il muscolo delle tempie, per il masticatore, e per tutti li rimanenti della faccia, e per il cuoio d’essa, & alli gengivi, alle mole e denti & al labbro inferiore, & il rimanente di questo principio grosso va alla radice della Lingua, e fa quella tela che la cuopre mediante la quale gustiamo gli sapori. Il quarto và al palato, & è tanto unito con il terzo che ‘origine dell’uno pare parte dell’altro, per il che secondo Realdo, è organo del gusto contra Gal. e Vessalio. Il quinto nasce nel mezzo di quella parte della midolla Spinale ch’è tra il cerebro, e nodi del collo, incominciando con molti ramicelli, e ritornati subito ad unirsi, entra per il buco cieco, ch’è nell’osso della tempia, che par che fosse lumaca, & va a terminarsi nell’orecchia. Questo luogo è tanto nervoso, e unito con il cerebro, che li grandi dolori, che patisce per cagione d’alcun infiammazione, faciono delirare e pongono à pericolo di morte, come ha detto Cornelio Celso. Il sesto nasce alquanto più basso del quinto & invia li suoi rami a molte parti, così di quelle che servono alla digestione, come anco alla respirazione e questo è quello, dal quale escono gli nervi reversivi, il cui primo Inventore fu Gal. Il settimo paio, essendo più duro di tutti gli altri, nasce da parte più dura, com’è la Spinale Midolla, innanzi ch’esca dal capo & si innesta nelli muscoli della Lingua e dell’osso Yoydes.

Della Spina. Cap. XXXVIII.

La Spina è un innestamento d’ossi per il quale passa la Midolla, che esce dal Cerebro, e discende de fin’al Codione. Si chiamò così, perchè verso alcune parti ha ogn’osso all’intorno cert’uscite come spine. Fu fabricato a tre fini: uno per tenere il corpo sospeso e che potesse l’huomo caminare dritto, e moversi a tutte parti, onde fù necessario, ed esser tutto un pezzo, ma in molti, l’altro a ciò che  dentro esso si conservasse la midolla, come il Cerebro con il Craneo, il terzo fu a ciò che in esso si formassero le coste & alcuni muscoli che nascono d’esso. Si divide in cinque parti: nel collo, spalle, lumbi, osso sacro e Codione. Si compone tutt’esso di trenta quattro ossi che gli Greci dicono Spondiles, gli Latini Vertebri, noi altri nodi o ossi della spina; ogn’uno delli quali have alcuni buchi, onde entrano ramicelli di vene & arterie. Tra l’un e l’altro in ogni lato vi è un pertugio onde esce un nervo. Li sett’ossi della Spina comprende il collo o cozzo, le spalle dodeci, li lombi cinque, l‘osso sacro sei e il Codione gl’altri. Benchè soli li ventiquattro si potrebbono chiamar spondili, perchè per mezzo d’essi si può volger il corpo a diverse parti e questi si terminano nell’osso sacro il qual, unito con gl’ossi del Codione, è comparato al capo del capuccio d’un Frate Franciscano Novizio. Fu detto osso sacro, fecondò alcuni, per havere alcun secreto e divinità che si vede quando partorisce la Donna, nel qual tempo s’apre per estraneo modo e dopo si chiude maravigliosamente. …

Della Midolla della Spina e delli nervi che nascono d’essa. Cap. XXXIX.

Dentro la Spina vi è una Midolla ch’il volgo chiama Spinal Midolla somigliante alla sutanza del cerebro, benché sia più dura e realmente non è altra cosa eccetto parte del cerebro o un’uscita d’effa come colla. Non è tutta d’una maniera perchè dalli dodeci nodi a basso è più nervosa e da l’in su è somigliante al cerebro e molle. Talché questa varietà, come nota Fallopio, fu anco differenza in medicar le ferite d’un & dell’altro capo della Spina. Differisce dal cerebro nel moto, perchè il cerebro si move come il cuore e non la spinal midolla & in questo che gl’ossfi,che coprono il cerebro non si muovono e quelli della spina sì. Differisce anco questa Midolla da quel dell’altri ossa la cui midolla è più humida e grassa e perciò si nutriscono d’essa, il che non fanno quelli della Spina fatta solo perchè da essa nascessero li nervi, che non potrebbono nascer dal cerebro se non fossero molto maggiori [di] quello che sono, nasce questa midolla dalla parte inferiore di dietro il cerebro e discende per il vacuo delli nodi della spina. La sua natura è, come dice Gal., più fredda che quella del cerebro per difetto delli Spiriti del Senso e della vita, che sono nell’istesso cerebro.

Nascono da quella Midolla sessanta nerui, che sono trenta d’ogni lato: del collo sette, delle spalle dodeci, delli lombi cinque, dell’osso facro sei. Li suoi principij divisioni e fini fono diverfi & in differenti luoghi e sarebbe contra l’intenzione di nostra brevità trattar di queste minutanze. Basta saper hora che da ogni nodo della spina si distribuisce un paio di nervi, dividendosi in molti altri rami che servono a recare senso e moto all’altre parti, come dice Gal. con esperienza, perché incidendo qualsivoglia di questi, le parti superiori continuanti con il cerebro tengono le sue operazioni perfette e l’istess’operazioni [non ap]paiono nell’inferiore al nervo inciso. …

DELLE FERITE DEL CAPO. Cap, XI.

Di quante cofe s’hà d’informare il Cirugico, quando lo chiamano per una ferita di capo? Secondo Hipp. di quattro. La prima come si diede. La seconda con che instrumento. La terza che fece l’infermo dopo essere ferito. La quarta in che parte ricevè il colpo. In quanto al primo, quelle piaghe, hanno più difficultà e pericolo che si donano di più vicino di colpo e non al ribattere quelle che si danno a posta e non a caso quelle d’huomo valoroso e di forza, quelle che si fanno cadendo dal più alto & in luogo più duro. Da parte dell’instrumento sono più pericolose quelle che sono fatte con arme rotonde, dure e pesante come pietra o bastone e simili cose che contundono e rompono. Quanto alle cose del paziente, sono più da temere se cascò di colpo, e restò come attonito & se si l’oscurò la vista de gl’occhi e vomitò colera, come dice Celso, perchè questi segni sogliono mostrare penetrazione e frattura del craneo. Intorno al luogo dove ricevè il colpo si tengono per più pericolose le ferite della sutura coronale ch’è tra la fronte & dove si il circolo delli capell’ che non altra qualsivoglia del capo, per essere quivi l’osso più delicato, debile e spongioso, si come nota Gal. è tenere le commissure più rare & essere coperto con minor carne & havere sotto molto maggiore quantità di cerebro tra queste sono di pericolo quelle delle tempie per essere composto d’ossi, muscoli, nervi, vene & arterie carotide, e per la commissura con la mascella per il buco dell’orecchia e per la vena grande che passa per ivi, una delle quattro sfagitide [vene del collo], che si ramificano al collo e perché, come dice Gal., li muscoli delle tempia sono molto vicini al cerebro & nissuno ha tanto commuicazione con esso, mediante li nervi, tutte le quali cose insieme con delicatezza dell’ossi fanno più debile il luogo. Anco quelle della commissura sono pericolosissime, perche s’aprono quelle giunture e gl’ossi restano più fiacchi. E perchè potrebbe avvenire quello che confessa Hipp. da se stesso che per un colpo di pietra sopra la sutura coronale non vidde essere necessario sperare il capo per ingannarlo le commissure le quali haveano ricevunto il colpo & che dopo si conobbero il difetto, perche s’aprì al decimo quinto & uscì puoca materia, non essendo corrotta la tela & al fine morì al decimo settimo.

DELLA CONTUSIONE SENZA PIAGA CHE LI GRECI CHIAMANO ECHYMOSIS. Cap. XII.

Che cofa è Echymosis? Secondo Paolo [d’Egina] è effusione di sangue fuori delli suoi vasi la quale avviene per contundersi la carne e le vene piccole d’alcuna causa che viene di fuori.

Come si cura vna contusione di capo senza piaga? Dice Gal. ch’il rimedio consiste nell’evacuazione dell’humore contenuto nella parte contusa il che si fa con medicamenci stiptici & che risolvano [medicamenti revulsivi , attivatori della circolazione cutanea], altri per sanare le venicciuole [capillari] rotte con il colpo & altri per risolvere [riassorbire] il sangue estraneato notando che nel principio ne s’ha d’usare medicamenti repercussivi soli nè soli risolutivi almeno nelle contusioni grandi. … Passato il principio della contusione e confortata la parte ponghiamo un unguento d’oglio di camomilla, d’aneto, con polvi di meliloto [pianta officinale dalle eccellenti proprietà antinfiammatorie] e zaffaranno e cera sufficiente e parmi infusi in vino cotto con camomilla & un puoco di sale o pezze infuse nell’acqua vite. Se non giovano questi rimedij & persevera la contusione con alcuna mollizie e materia conviene dar un colpo di gamaut [che trasformi una ecchimosi in piaga] e curarli sì come l’altre piaghe.

Quando è risolta insensibilmente la contusione che resta da fare? Diseccare & confortare la parte stringendola con la sua legatura & in somma far tutte le cose necessarie acciò la piaga di dentro, come dice Gal., si saldi bene, e non s’infiami con alcuna occasione a questo effetto, io uso il vino stiptico, l’empiastro oxicroceo [s’ha detto oxicroceo dal molto aceto e zafferano di che partecipa prendendo per author Nicolò di Mesuè, v. file .pdf, a pg. 433 di questo libro: Cirugia di Gio. Gragoso, 1562] o quel contra rottura.

DELLA FERITA DI CAPO CON CONTUSIONE.

Se la contusione è con piaga, come si cura? Digerendo e maturando perchè, come dice Hipp., la carne contusa e piagata è necessario convertirsi in materia e crearsi un’altra di nuovo, poiché per essere tormentata non si può restituire nel suo pristino stato & il sangue uscito dal suo luogo si putrefa e putrefatto corrompe l’istessa sustanza carnosa tal ch’habbiamo da procurare che si facci presto la materia, perchè vi sarà minor infiammazione, cesserà il dolore e calore e la piaga, che non si poteva mondificare senza convertirsi in materia la carne , s’ha da limpiare e sanarà brevemente. …

DELLA FERITA SEMPLICE CH’ARRIVA AL CRANEO. Cap. XIV.

Come si cura una ferita ch’arriva al Craneo, senza danno d’esso? Per semplice unione, facendo sutura secondo [quello] che dice Gal.. Ma la distingueremo noi altri che se è nella parte superiore del capo per più securità medicamo la ferita con mecci [bende] unti, con terebentina o con l’unguento Isis o con l’oglio d’apparisio [olii composti ma molte cose aromatiche, v. pg. 445, .pdf citato] lavando prima con vino, e disseccando sempre con questi medicamenti, o con altri di simile virtù. Ma se nelli lati e nella parte inferiore usaremo la sutura incarnativa, lasciando un orificio con meccio [a scopo di drenaggio] per dove si possi espurgare la piaga e nel rimanente medicarla come semplice. Anco è verità che vi è caso nel quale essendo la ferita nella parte superiore del capo & di contusione s’habbia di cucire come se di una grande cascata si fa tanto grande piaga contusa, che la carne & il cuoio & il pellicraneo s’inalzano ad alto, per il che all’hora si farà sutura benché non sarà agglutinativa ne ritentiva del sangue eccetto preservativa delli labbra.

Se con la ferita semplice vi è alcuna frattura nel craneo, che s’ha di fare? Cavar qualsivoglia particella d’osso che sarà mossa e finire la frattura con instrumenti notando se la frattura é grande o nelli lati o nella parte superiore del capo. S’è nelli lati si medica con la sutura, lasciando buco nella parte inferiore perché, come dice Gal., benché sia grande ivi la frattura non s’hanno da cavar fuori gl’ossi poiché si uniscono con il poro sarcoydes, ma si è nella parte superiore, usaremo di quelli mezzi che si ricercano nelle ferite penetranti.

DELLA CONTUSIONE DEL CAPO CON COMMOZIONE DI CEREBRO. Cap.XV.

Se chiamato il Cirugico ad una contusione del capo ritrova che l’infermo cascò e restò come attonito, vomitò, se l’oscurò la vista e perse la parola, che s’ha di cavare da questi segni? Esservi danno dentro, ma ciò alcune volte [vi] è frattura nel craneo & alle volte commozione di cerebro.

Che cosa è commozione di cerebro? Una revoluzione con il quale avviene rompersi alcuna venicciuola o tela dell’istesso cerebro.

Se l’istessi segni del craneo rotto sono anco segni della commozione, secondo Vigo, in che si farà differenza? Nell’accidenti e nella causa nell’accidente, perchè quelli della commozione restano muti, secondo [quanto] dice Hipp. nella causa perché la commozione, come insegna Gal. dichiarando Hipp. si suol fare per alcuna cascata violenta con tutto il corpo e da luoghi molto alti, per il che la virtù animale si raccoglie & resla l’huomo muto, fenza muoto finché ritorni in se istesso benchè alcuni muoiano e sono quelli alli quali se li spasima il cerebro alcuna parte d’esso come avvenne al Dottor Zavala Medico Cirugico di S. Maestà che, in buttarlo in terra una Mula, morì di là a puoco senza parlare.

Quant’intenzioni s’hanno d’osservare nella cura della commozione del cerebro? Tre: diseccare l’humidità contenute, confortare il cerebro e risolvere; perchè raso prima il capo s’applica l’empiastro seguente: farina di fave, rose, mirto, assenso, camomilla, meliloto stecado [prendendo] di ciascheduna cosa parti uguali, si mescolino con chiare d’uovi, con oglio di camomilla, rosato e mirtino e faccisi empiastro al fuoco con vino & vino cotto, quanto sarà sufficiente. E poichè, come dice Gal., patisce anco la nuca in questi casi ungemo la spina con unguento fatto d’oglio di camomilla, d’aneto con assongia [analgesico] di gallina e cera.

DELLA COTUSIONE DEL CRANEO. Cap. XVI.

Per quante intenzioni si medica la contusione del Craneo, che dicono subintrato, come avviene alli figliuoli, che per la tenerezza dell’ossi, entra verso dentro. Per tre: prima evitare l’infiammazione, la seconda risolvere, la terza ritornare l’osso nel suo luogo. La prima intenzione s’adempie con quest’empiastro: oglio rosato, di camomilla, mirtino, d’assenso di ciascheduno due once si battono in quelli due uovi con farina di fave e d’orgio e polvi di mirto cuocendosi un poco al fuoco. …

DELLA FERITA PENETRANTE DEL CAPO. Cap. XVII.

Quante maniere di fratture avengono al Craneo? Tre secondo Gal.: una si dice contusione, l’altra incisione, che è la più propria, la terza si dice scissura o sedes teli & è quando, restando l’osso nel suo istesso essere, la spada o cosa somigliante che taglia vi lascia un segno chiaro e manifesto. Hipp. aggiunge altre due: una quando l’istesso entra sotto e ferisce le tele del cerebro, la quale chiamano subintrazione così come si scorge nelli vasi di piombo. L’altra è quando la ferita è in una parte & la frattura corrisponde ad un’altra.

Che segni vi sono per conoscere la frattura del Craneo? Quelli che vengono nel tempo di ferire [al momento della ferita] con vertigine o perdimento della voce, vomito, caduta [a terra], oscurità nella vista. Anco si conosce per l’istrumento o caduta se fu grande e per il dolore intenso & in che il ferito porrà molte volte la mano al capo & se uscì sangue dalle narici o dall’orecchie [rispettivamente per frattura della base cranica frontale o della rocca], perchè queste cose, come dice Celso, non avvengono se non è rotto il craneo. Et se l’infermo è attonito & và desvariando e con spasimo patisce la dura madre & all’hora vi è più pericolo. E perché senz’esservi questi segni si potrebbe dubitare, [che si] è rotto il craneo non vi è miglior cosa che provarlo di certo, ponendovi una tenta [sonda] che non sia molto sottile nè acuta, acciò che quando toccarà in alcuni seni naturali non cagioni sospetto d’osso ne tampoco ha d’essere molto grossa acciò che non n’ingannino le rimole piccole. Hipp. dice ch’essendovi dubio di frattura s’ha di stringere fra li denti, così come uno che mastica un fusticello fecco di Aspodelo [Asphodelus microcarpus] o paglia di serla e considerare se suona alcun osso, perche stringendosi li muscoli delle tempie separano e toccano l’osso e necessariamente hà da sonare essendovi fratture. Anco è segno di penetrare [discontinuità ossea] se ritenuto il respiro [manovra di Valsalva] esca per la frattura alcun’humore sanguinolento con salto; perchè d’altra maniera potrebbe essere che delle venicciole [piccoli vene] dentro le due tavole [diploe tra tavolato cranico esterno e interno] & se mettendovi la tenta [sonda] si ritruovi il cuoio delicato [assuttigliato] e separato dal craneo e toccando con essa il suono è rauco come d’un vaso rotto. Oltre a ciò, sì come notano alcuni, si riguarda la figura del capo, perché è lunga la ferita nel capo rotondo non può esservi senz’entrar molto & il contrario, nel capo piano,e lungo.

In che si conosce, che la ferita arrivi alle tele del cerebro? Nel dolore e vertigini più forti; che nella sola frattura del craneo, nell’infiammazione della faccia e gonfiagione dell’occhi, flusso di sangue per l’orecchie, narici & bocca, le mascelle e il collo tesi, ansietà e vomito, febbre e danno nelle potenze del cerebro [funzioni cerebrali]. E s’arriva la ferita al cerebro il primo segno è l’uscire parte di quello che si conosce perchè si fa duro [per l’edema cerebrale] posto alla luce [allo scoperto], perchè, se fosse materia grossa si liquefarebbe. Anco è indizio il morbo caduco [convulsione] e mancamento di senso & del parlare. Et finalmente se è la ferita nella parte anteriore si perde il giudicio [senso critico] e la ragione; e se è nella parte di dietro si perde la memoria &, come dice Celso, molti di quelli, innanzi che muoiono tirano e rompono le fascie del capo e lasciano la ferita discoperta al freddo.

Che conviene alla ferita,quando vi sono segni di craneo rotto? Manifestarla nella figura che più convenga, separando il pericraneo con l’ungia per lasciare miglior spazio & acciò che, come dice Celfo, non incontri con esso l’istromento rasonetto [raschiatoio] ne venghi infiammagione o febbre. Subito s’ha di curare con mecci [bende] quelli da basso sopra l’osso si mettono secchi per sua conservazione & acciò che non s’offendi con li medicamenti & quelli di sopra insusi [imbevuti] in chiare d’uovi.

Se, discoperto il craneo, pare sano, che s’ha da fare? Buttare ivi un puoco di tinta ad imitazione delli Pittori quando spolverizzano che mettono carbone sopra li raggi o pertngi o applicarlo in bambace [con cotone] & nell’altro giorno radere il negro perchè, se vi è frattura, tutto il rafo resterà bianco, se non vi è [frattura] e apparerà negra con il liquore che in sé riceve [rimane nella fessura della frattura].

Se buttata la tinta, non vi è segno di frattura che s’ha di considerare? Se il danno è in altra parte del capo.

In che si conosce esservi frattura nell’altra parte? Hipp. dice non essere possibile indovinare il luogo, ma è avviso di Celso, che se è grave la ferita e vi sono cattivi indizi, non ritrovando la frattura nell’istesso luogo si consideri se in altra parte si scopra alcuna gonfiagione molle e veduta la si apra, perché ivi sarà il danno maggiore, poiché ad aprir non v’è pericolo & qualora si aprisse invano, facilmente si torna a serrare.

Se nel luogo della ferita, ne in altra parte del capo non si ritrovasse alcuna frattura, durante il mal sospetto, che si farà? Dice Celso, ch’alcune volte (benché puoche) avviene essere intiero tutt’il craneo e per cagione del colpo rompersi alcuna vena sopra la tela del cerebro in tal maniera ch’il sangue grumato, che è ivi, dà tanto dolore che priva della vista degl’occhi, conforme al che (secondo l’istesso avvertisce) vedremo se nelli giorni primi cresce la febre & il sonno è puoco & non buono, la piaga have humidità, ma non si nutrisce ne genera carne, vi sono, glandole nella gola, dolori grandi e sopratutto sdegno e mala voglia di magnare, perchè sono di tanta forza questi segni che, benché non vi siano stati quelli [segni] del Craneo rotto, come dice l’istesso Celso, riguardando l’instrumento con che si diede la ferita, non si escluda di non fare la pera o ugualare [pareggiare] l’osso.

A che fine si perfora il Craneo? Per dare uscita alle materie che si trattengono in esso o passare sotto corrompono le tele del cerebro.

In che casi principalmente s’ha di penetrare il Craneo, finché si discuopri la tela? Nell’ incissioni che per essere strette si può colare la materia nell’intrinseco [all’interno] e non uscire fuori nella subintrazione [frattura affondata] e frattura dell’osso che sta lacerando le tele & anco in altre sorte di fratture, quando s’intende o spera per per l’indizij esservi danno interiore. E per sapere di certo se la frattura penetra le due tavole [tavolato esterno e interno] ordinaremo all’infermo che si otturi le narici e la bocca respiri con gran forza [manovra di Valsalva] perchè all’hora [in quel momento] uscirà certa materia delicata come sangue perchè l’aria ch’esce dal petto non ritruovando dove andare gonfia e inalza il cerebro e la sustanza delle tuniche nel quale caso passarà fin dentro. [Naturalmente non è l’aria che non uscendo solleva il cervello, ma l’aumentata pressione polmonare si trasferisce per via venosa alle vene cerebrali w quindi viene aumentata la pressione endocranica.]

In che tempo della ferita s’ha di manifestare [scoprire, operare] il craneo? Paolo [d’Egina] dice nell’està [estate] innanzi il settimo [giorno dal trauma] & nell’inverno innanzi il decimoquarto, senza dichiarare il giorno, il meglio è fra il terzo [giorno] secondo Hipp. essendovi necessità di farsi perchè all’hora non vi è l’infiammagione che, passato questo termine, suole venire. Confirmando quello Fallop. dice aprirei io sempre nel primo o secondo o terzo giorno o almeno innanzi il settimo si come nel quinto o nel sesto perchè già mai s’hà di fare nel quarto, essendo giorno decretorio.

Ch’instrumenti vi sono più communi e necessarij per perforare il Craneo. Trapano e rasonetti [raschiatoi] benché come dice Gal. tutti sono pericolosi. Il trapano, perchè suol offendere e toccare nella tela e il rasonetto perchè suole molto muovere il capo, essendo membro ch’ha di bisogno di quiete e stare fermo, benché il rasonetto sia più sicuro del trapano.

Quando s’ha d’usare il Trapano & quando il rasonetto. Dicono Gal. & Paolo che se l’osso è debile di sua natura (come lossi della mollarola [=fontanella] nelli figliuoli) o la frattura grande usamo li rasonetti, ma si è forte e la frattura piccola come quelle che si donano tirando di punta con instrumento pungente come con punta di pugnale o cortello o simil intrumento angusto potrebbe convenire il trapano & quando havesse necessità precisa di passare o vi fusse puoco craneo discoverto.

Se la frattura è grande in che luogo s’ha di scoprire? Nella parte inferiore non essendovi ch’impedisca si come commissura grossezza d’osso & origine di nervi secondo Vidio Fiorentino [Vidus Vidi o Guido Guidi] o per dove l’osso apparerà più rotto, perchè ivi sarà lo pericraneo più separato & opraremo con più sicurtà e ragione come dice Gal.

Perchè non s’hà di manifestare tutta la frattura, essendo lunga? Perchè la dotta natura nel rimanente genererà poro; specialmente, che secondo Celso il Cirugico ha di conservare l’osso e levarne quanto meno possi per essere tanto forte coverta dal cerebro.

Di che grandezza farà il buco, che si fa del craneo vicino la tela? Si come una lenticchia, perché maggiore darebbe entrata all’aria & minore non lascierebbe limpiar la tela sufficientemente.

Se la frattura è sopra alcuna delle commissure, che s’ha di fare? Penetrar fin dentro guardadosi dalla commissura per la sua debilità & per la communicanza che tiene la dura madre con il Pericraneo mediante li ligamenti e fili ch’attraversano per quella per la cui cagione s’ha di manifestare [scoprire] d’un lato della commissura.

Quante maniere de rasorij si ricercano per perforar il Craneo? Tre: maggiore, minore e mediocre. Incominciamo con lo maggiore, subito con lo mediocre & finiamo con il minore usando d’esso nella seconda tavola [tavolato interno] come insegna Gal. e perchè sogliono restar asprezze e disugualità nel craneo è necessario l’istrumento lenticulare, che lo facci piano, avvertendo che mentre si fa l’opera tenga l’infermo l’orecchie otturate a ciò che non s’alteri con il rumore delli feramenti, come dice Paolo.

Discoverta la tela, ch’ordine s’ha di tener nella cura? Procurare che non resti fra essa & il craneo alcuna raschiatura, pelo, grumo di sangue o alcuna materia se vi sia (specialmente innanzi) nel qual tempo s’ha l’infermo d’otturare le narici e respirar verso alto per uscir l’humor nascosto abbassando la dura madre con la leva acciò che esca più liberamente. Subito si mette tra l’osso e la dura madre un pezzo di tela d’Olanda o taffetà colorato puoco maggior dell’istesso buco, insuso in oglio rosato caldo, perché, come dice Gal., è il miglior medicamento che si possi applicar sopra la dura madre. Subito ponghiamo fili secchi nel craneo e nelli labbia della piaga il digestivo di torlo d’uovo & terebinthina & all’intorno oglio rosato misto con un con un puoco di vino.

Perc si mette il pezzetto della tela insieme con l’oglio? Il pezzetto della tela serve acciò che la dura madre, se pulsasse, non incontri l’osso e l’oglio rosato per mitigar il dolore & evitar apoftema, il che s’ha di fare finché stiamo sicuri d’infiammagione che come dice Hipp. Suol incominciare al quarto e terminarsi nel settimo. Passato il termine dell’infiammagione, mescoliamo con l’oglio miele rosato minorando sempre l’oglio finchè resti il miele solo e metter sopra l’osso fili secchi o polvere di iride [iris fiore] e le polvi capitali di Gal. e fuori medicamenti che dissecchino & incarnino come unguento di media confezione o l’aureo nelli figliuoli e nelli grandi unguento di grumielemi del conciliatore e l’unguento di Isis di Gal. l’empiastro di centaurea o di bettonica di guidone [Guy de Chauliac] ridotti in forma di unguenti con oglio di mastice o rosato.

Se la dura madre è sordida e di mal colore che s’ha da fare? Medicarla con miele rosato e, se non giova, mescoliamo un puoco d’acqua. E se veggiamo che è materia sotto l’osso prendiamo succo di bettonica e miele rosato colato, di ciascuna cosa un’oncia, bolla [bollirla] finché si consumi il succhio e subito aggiungiamo polve di grumielemi e si mette nella ferita, facendo che l’infermo respiri verso l’alto, serrata la bocca & otturate le narici. E se non giovarà, siringaremo con l’acqua mirabile dell’antidotario per consumar la materia nelle piaghe profonde di capo. Anco usamo una mistione d’unguenti e grumielemi o terebinthina d’abeto con polve d’iride [fiore iris], miele rosato & acqua vite. E se la dura madre è negra [necrotica] fortifichiamo il miele con l’unguento egiptiaco o con polve di Giovanni. Benchè dichi Paolo che se il color negro procedesse dalle medicine si potesso limpiare con tre parti di miele mescolate con una d’oglio a ciò che mancando quest’occasione & essendovi accidenti mali non si tocchi come caso desperato & arguisce mortificazione del calor naturale.

Gonfiandosi la dura madre o uscendo il cerebro sopra il craneo a somiglianza di fungo, come s’ha da curare? Celso ordina che vi si metta farina di lenticchie & ungasi la cervice con oglio d’iride e cera. Fallopio dice che, si esce in molta quantità per la ferita, che non si tagli, ma aspettare che se ne ritorni applicando un pezzetto di tela con oglio rofato. Ma se non vi sarà tal accidente tanto per infiammagione, quanto per haversi generato carne superflua sopra la tela, permette Vigo la polve d’hermodattdi che sono certe radici come castagne benché noi altri usiamo l’allume brugiato con buono successo.

Ch’empiastri si pongono per cicatrizzare? L’empiastro di centaurea geminis & di bentonica a buon giudicio del Cirugico considerando il tempo, l’età e la complessione dell’infermo.

 

Della frattura delli ossi della spina. Cap. VI. In che si conosce essere rotti i nodi della spina.

Non si rompono sì come gli altr’ossi, o avviene rarissime volte, più presto si contundono & frangono dentro; al quale seguono dolore, difficultà d’anelito [di respiro], spasmo, infiammagione, retenzione d’orina e di fecie e alla fine morte. Ma rotto alcun osso di quelli c’escono da’ nodi si conosce al tatto delle dita perchè si muove il rotto e par che si vo ga nel suo luogo. La cura (pronosticato il pericolo) cavare (s’è possibile) l’osso rotto, si no, procedere sì come nell’infiammagione applicando oglio rosatocon rossi d’uova dopo le stoppe con impiastri che confortino e dissecchino e legature convenienti ungendo sempre la nuca con oglio di camomilla, d’aneto, affongia [interiori] di gallina e cera e che l’infermo giaccia sopra la parte li causerà manco dolore.

 

Della dislogazione del Capo. Come di disloga il capo?

Della dislogazione del Collo e nodi della spina. Cap. III. Di che maniera si dislogano i nodi della spina?

In che si conosce e come si cura la dislogazione dell’osso sacro?

 

Questione IX. S’il cerebro ha senso e moto e di che maniera si muove?

 

Se la vista si fa nell’occhio o nel cerebro?

 

Dell’ Idrocefalo.

L’ Idrocefalo è una gonfiagione d’acqua nel capo col quale nascono alcuni figliuoli la qual infermità disse Avic. [Avicenna] acqu fuor del craneo. Aetio [Aezio di Amida o Ezio, 502-575] pone due cause di questa passione: una oscura e l’altra manifesta. L’oscura dice che un humore acquato misto col sangue che per abbondanza nelle vene esce e si raccoglie in un luogo. La manifesta è la commare che si stringe e maltratta il capo della creatura della quale fece particolar menzione  Gal., Paolo, Avic. delle due. Quet’humore certe volte è tra il cuoio e la tela del cerebro. Li segni d’esser tra il cuoio e ‘l Pericraneo sono questi: tumor grande della vista [gonfiore agli occhi] senza dolore, molle e che toccato con le dita entra e ritorna nell’humore [si fa la fovea edematosa]. Se l’acqua è tra la tela e il craneo i segni sono quasi l’istesso eccetto che il tumore è alquanto più duro e per cagione delle parti, che sono nel mezzo, non si fa molle nè dà tanto luogo al toccarsi con le dita [dà spazio alla pressione digitale] e vìè alcuno dolore. Se tra il craneo e la dura madre o nei ventricoli del cerebro o in tutta la sostanza v’è oscurità nella vista & udito, resiste il tumore [rigonfiamento] al tatto, se non si stringe fortemente perchè all’hora  descende specialmente nei fanciulli di nuovo nati per cagione della tenerezza del craneo e larghezza delle commissure [suture] csoì di natura come dell’humore che relasa tutte le parti intorno. Finalmente è maggior il dolore, tutto il capo è gonfio, la fronte più uscita fuori, l’occhio fisso e senza muoversi e con lacrime di humor acquato che corre dal cerebro. Vassalio [Vesalio] scrisse di aver vista una fanciulla di due anni che havea il capo con questo tumore più grosso di un capo d’uomo e che il craneo non era d’osso, ma membranoso come suol aver una creatura abortiva e che uscirono da quello 9 libre d’acqua [4 litri]. Albucasis dice che vide un figliuolo che gli cresceva tanto il capo con quell’humore che ne in piedi ne assettato [seduto] si poteva tenere sopra il capo di maniera che morì fra pochi dì. Quando l’humor è dentro del craneo nessuno ne starà bene, ma se andrà di fuori facilmente sanano. Falloppio dice nell’osservazione settima sopra il libro De ossibus di Gal. aver visto in un corpo morto d’una figliuola di 6 anni ch’avea quell’infermità raccolta d’acqua molta e molto chiara tra la pia madre e ‘l cerebro. Quanto alla cura presupposto il buon reggimento della madre i cui nutrimenti hanno d’esser secchi, ordinano gli autori nominati, che s’aprì la gonfiagione. I moderni c’hanno scritto dell’infermità de’ figliuolo insegnano che si medichino con medicamenti risolutivi come oglio di camomilla con zolfo. Ciò ch’io sò è che molti se ne muoiono de li aperti, così per la tenerezza del corpo come per l’evacuazione copiosa e repentina & a quelli che si medicano con resolutivi aumentarseli e cresce la gonfiagione e quelli che non si medicano sanar bene oprando la Natura in spacio di un mese o poco più, perchè si consuma e resolve insensibilmente quell’humore. Ma alcuno domandarà con grand’istanza che si facciano rimedi oltra al detto ve ne sono due molto buoni che scrive un Dottor, il primo è l’unguento seguente: polvi d’assentio, di camomilla, di melitoto d’ogni cosa due oncie, di butiro [burro] di vacca e d’oglio di camomilla d’ogni cosa quattr’oncie con un poco di cera si facci unguento al fuoco; sana in tre dì. Il secondo è mezza libra di miele, di sale mezz’oncia e 3 oncie di polvi d’origano.

 

Glosa delle ferite del capo.

 

Della contusione senza piaga.

Intorno alla contusione senza piaga che communemente suol accadere al capo, nota, che si reduce a che diciamo commozione di cerebro dalla qual è stata fatta particolar mentione e capitolo proprio in alcuni Autori com’è Giovanni di Vigo il quale riferisce di certa historia d’un caso ch’avvenne nel suo tempo in Roma ad un Cavaliere che d’una cascata d’un cavallo fu, come apopletico & abandonato Medici & Cirugici, benchè con sua buona industria, anteposto il favor di Dio, fu sano, ma con poca memoria, mal parlare. Lanfranco scrive un’altra historia d’un Canonico regolare dell’ordine di Santo Augustino, il quale montando un Cavallo grande nel tempo di seder nella sella s’impennò il cavallo e diede tal cascata sopra il capo che prdè il senso e il moto. E questo Dottor benchè disperat0, co’l rimanente della sua salute, si rase i capelli co’l rasoio ungendoli tutto il capo con oglio rosato & una quarta parte d’aceto caldo buttandovi sopra polve di Mirto, vi pose subito una pezza delicata insusa nell’istess’oglio & aceto & sopra certi coscinetti delicati li ligò con la sua lenza il capo mutando i medicamenti due volte al dì, ungendo il collo con oglio di camomilla fin che pian piano andava aprendo gli occhi e parlado, benchè non formasse parole. Osservava molto dieta e quando già poteva mangiar meglio, gli diedero pillole cocchie [pillole che espurgano il Capo da umori pituitosi, a base di coloquintide come purgante già in uso presso gli Egizi] per evacuar parte dell’humor chavea arrivato al capo e finalmente ottenne la salute, ma non can tanto buon ingegno e memoria come innanzi. Non sono molti giorni che un maestro fabricatore mio vicino cascò d’una fabrica e si ferì in due parti del capo e dimorò otto giorni a dar parole e benchè dopo habbia havuta la salute fu a spese del suo intelletto e ragionamento. Quello che più mi reca spavento è un caso successo in colmenar vecchio [Colmenar Viejo è un comune spagnolo situato nella comunità autonoma di Madrid] secondo m’hanno detto andando ivi a medicar un ferito e fu che cortelliandosi 2 huomini, uno diede all’altro una sassata sul capo & questo seguì dietro·quello che gli tirò la pietra e diedegli una cortellata. Pensando quello della pietrata haver lasciato l’altro morto o mal ferito si ritirò in una Chiesa e morì in essa lo stesso dì senza segno d’esser ferito e si liberò quello della cortellata.

Oltre il detto è cosa molto notabile che non solo siano cagioni di commozione di cerebro le cascate d’alto luogo sopra cosa dura, colpi di cose pestate, come pietra o bastone, ma anco un colpo con la mano aperta, del che habbiamo ammirabil historia & essempio in Hipp. d’una donzella figliuola dì Nereo d’età di vent’anni alla quale, burlando un’altr’amica, diede un colp0 con la mano aperta sul capo, più sopra la fronte, sopra l’osso coronale, e subito perdette il senso [perdita di coscienza], rimmase senza respirare, l’assalirono febre dolor di capo & infiammazione alla faccia & al 7 [settimo giorno] gli uscì certa materia fetida per l’orecchia, un poco rossa & in molta quantità. E benchè pareva ritrovarsi meglio con quest’evacuazione, ritornava ad aumentarsi la febre e dormiva e non poteva parlare con spasmo della parte destra, della faccia, con mala respirazione, tremava e morì ai nove dì. Le cagioni di tutti questi accidenti, scrisse Valesio, dottissimamente nella sua esposizione sopra quel testo [Hipp. Lib V, De morbi popolari] nel quale non v’è da trattenerci. Anco si noti che nelle commozioni del cerebro si rompino le vene non solo quelle che passano per le commissure ma anco quelle che sono tra le 2 tavole e, cascando questo nelle tele [meningi] del cerebro all’hora succedono dolori, oscurità della vista, vomito, infiammazione di sangue corrotto, febbre, delirio e corruzione del cerebro.

 

Historia delle ferite del Re Henrico di Francia e di ciò ch’accadde nella cura. [lacero-contusione cerebrale da contraccolpo]

De’ quali accidenti si viddero molti nel Re Henrico di Francia [1547-1559] un poco innanzi che morisse, perchè celebrandosi le pompe nunziali della Regina Donna Isabella sua figliuola con la Maestà del Re Filippo Signor nostro, nel tempo del giostrare correndo nella carrera, ricevè tal colpo nel petto dalla lancia che con forza del colpo si divise e sospinse la visiera e fattasi in pezzi la lancia se ne conficcò uno sopra il ciglio destro e lacerò il cuoio muscoloso nella fronte fino al lacrimale minore dell’occhio sinistro infilandosi molte schegge nella stessa cavità dell’occhio senza arrivare a  danneggiare gli ossi, ma fu tanta la commozione del cerebro che morì all’undecimo [giorno]. Aperto il craneo, dopo esser morto, nella parte contraria alla ferita verso la metà della commessura [sutura] occipitale si ritrovò quantità del sangue estravenato  tra la dura e pia madre, corrotta la sostanza del cerebro [ematoma sottodurale con lacerocontusione cerebrale]. E questo si verificò essere statocagione della morte del Re e non il solo danno della ferita nell’occhio coe alcuni sospettorno, perchè sono stati visti molti non morir d’altre maggiori ferite all’occhio. …

 

Di quante maniere si rompe il craneo?

Questione XCI. Se vi possono esser ferite in una parte del capo e fratture nell’altra?

 

Questione XCII. Se si potrebbono medica tutte le ferite del capo senza manifestar il craneo?

Che geni di fratture s’hanno da manifestare e quali no?

Questione XCIII. Se il craneo discoperto s’abbia da manifestar senza esser rotto?

 

In che tempo della ferita s’ha da manifestar il Craneo?

Questione XCIIII. Se s’ha da perforar il Craneo nel pleniluneo?

Questione XCV. Se s’ha da manifestare il Craneo non avendo fatto nel principio venuti gli accidenti mali.

 

In che si conoscerà che la febre che sopraviene alle ferite del capo sia per cagione della ferita o no?

Questione XCVI. De s’ha da manifestar tutta la frattura fin alla tela [meninge]?

Questione XCVII. Se dopo perforato il craneo e discoperta la tela del cerebro s’habbia da medicar con medicamenti molli o secchi?

 

Se l’oglio rosato per le ferite del capo penetranti ha d’esser omphacino [acerbo] o comune o maturo?

Questione XCVIII. Se la pulsazione della dura madre nelle ferite penetranti del capo sia buon segno e meglio quanto più pulsarà?

 

Questione XCIX. Perchè si muoiono alcuni feriti nel capo e da piccole ferite senza à pena intendersi la cagione.

Casi nelli quali è degno di riprensione il Cirugico intorno alle ferite del capo.

 

Le ferite delle tempie perchè sono pericolose?

Perchè ferite delle ciglia passino in fistole senza potersi fermare?

Quando è mortale il rigore nelle ferite del capo e quando no?

Della paralisia nelle ferite del capo.

 

Del delirio nella ferita del capo.

Della gotta dal cuore nelle ferite del capo. La gotta corale detta dai Ledici Latini epilepsia, moubus comizialis & e Morbus Sacer è un altro accidente che si ritrova, benchè poche volte, nelle ferite del capo, perchè sol una volta l’ho visto in una donna che gli avevano trapanato il craneo; non lasciamo da parte Giovanni Andrea Veneziano [Dalla Croce, 1515-1575] dice haversi visto in molti dopo esser serrata la ferita. …

Che siano i fonghi [fungo cerebrale] che si generano nelle fratture del craneo.

Questione C. Se la febre nelle ferite del craneo con craneo rotto o senza sia segno mortale?

A quali de’ tre geni che vi sono di febri, cioè humorali, etiche e diarie s’ha da ridur la febre che viene per ferita d’alcuna parte nobile comìè il capo?

Questione CI. Se l’erisipela è mal segno nelle ferite del capo.

 

Questione CII. S’el sudore nelle ferite del capo sia buon segno?

Questione CIII. Se la tela del cerebro s’abbia da mundifical con più che col miele rosato?

 

Questione CIIII. Se la siccità delle labbra nelle ferite del corpo sia segno mortale?

Questione CV. Se la ferita del capo con materia lodabile si possi tener per sicura?

Questione VI. Se necessario uscir osso nelle ferite del capo col craneo discoperto?

 

Questione CVII. Se gli ossi del craneo c’hanno d’uscir nelle ferite del capo l’abbiano d’agiutar con medicamenti humidi o con secchi?

Se il craneo di zucca giova alcuna cosa nelle ferite del capo?

Questione CVIII. Se la contusione del capo senza piaga e con sospetto di craneo rotto s’habbia d’aprire e manifestare?

 

Cura delle fratture del craneo senza piaga.

Questione CIX. S’il craneo può infiammarsi e di che humore?

 

Questione CX. Perchè nelle ferite del cranio si spalma il lato contrario della piaga.

 

 

 

 

 

1578 ANTONIO AMICI e GABRIELE BEATO -Craniotomia su Vespasiano Gonzaga.

Nel 1578 è stata effettuata una craniotomia per l’estrazione di una “gomma” luetica dal cervello di Vespasiano Gonzaga (1531-1591), duca di Sabbioneta, per opera di Antonio Amici, chirurgo sabbionetano, qualche anno dopo venne curato anche dal fisico bolognese Gabriele Beato.

«Ma per tornar onde mi trasse insensibilmente il desio di far conoscere quanto l’arti, e le scienze dovessero al nostro Eroe, dico, che ritornato di Spagna alquanto della salute mal concio, presero a travagliarlo acerbi dolori del capo, la cagion de’ quali a lungo esaminata, e finalmente conosciuta, avea radice in una parte del cranio, che a poco a poco infradiciava. Fu costretto però a soggiacere alla terebrazione fattagli con buon successo da Antonio Amici Chirurgo Sabbionetano. Lo assalirono in conseguenza varie febbri, e languori, pe’ quali ora in Sabbioneta, ora in Bozzolo fu sovente in pericolo di morire. Lo prese quindi a medicare Gabriele Beato Fisico Bolognese, il quale con certi secreti suoi lo ristabilì di maniera, che parve trarlo di morte a vita. Potè pertanto nel mese di settembre del 1581, con nobilissima comitiva recarsi a Brescia, onde baciar la mano alla vedova Imperatrice sorella del Re Filippo, che di Germania restituivasi nelle Spagne.» [da Vita di Vespasiano Gonzaga duca di Sabbioneta, ecc. scritta dal P. Ireneo Affò, Parma, 1780]

«Ma la vita di questo principe cominciava risentire troppo forte della infermità dell’umana natura. Avvizzito il fiore della sua giovinezza e lo stesso nerbo della virilità venuto meno, la gioja ne’ sudditi di possederlo prese ad essere turbata dal timore di doverlo perdere. Tornato di Spagna, era Vespasiano sovente assalito da fiere doglie al capo, che, traendolo quasi fuori di sè, il tenevano confitto e spasimare in letto le intere giornate. Come si fa comunemente delle periodiche malattia, passate che fossero, ei non se ne dava più che tanto. Ma fattesi poi vie più spesse e gagliarde, fu bisogno del consulto di più medici. Era una parte del cranio che gli veniva a corruzione e si voleva levarla. Spaventarono della nuova i Sabbionetani: il Duca non ne impallidì pure, e confessatosi tosto e comunicatosi con grandissima religione, lasciossi ad Antonio Amici valentissiomo chirurgo, ch’era al suo servizio, trapanare il teschio, senza gettare tra lo spasimo, onde fu preso, che pochi lamenti. Fu presta l’operazione e colse a meraviglia. Rilevatosene Vespasiano in breve tempo, fu dinuovo veduto passeggiare le vie della città salutato a grandi voci ed a lagrime di allegrezza dagli abitanti. … Tornata poi a mente, l’emicrania, antico suo male, gli si fè terribilmente sentire. Chiesti ed avuti dinuovo i conforti della Religione e la compagnia per alcuni giorni di un uomo pio del convento de’ servi, parve migliorare, e poi appresso si levò; ma sendo in lui il male palliato, non vinto, richiede giù più malamente del capo. Febbri crudeli gli erano spesso alla vita scarno, occhi affossati o così disparuto nel viso da parerti uno scheletro, sentivasi tutto consumare dentro da una noja invincibile: mutava soggiorno quasi ogni dì, ma senza trovare nè requie mai nè consolazione. Ben 20 mesi penò in quello stato: ora in Bozzolo, ora in Sabbioneta fu più volte in termine di morte. Quand’ecco vuoi per l’arte e i secreti rimedii delo fisico Bolognese Gabriele Beato venuto a curarlo, vuoi piuttosto perchè avesse così al meglio da’ Sabbionetani disposto la Provvidenza, egli improvvisamente e perfettamente risanò.» [da Memorie Storiche di Sabbioneta, libri IV del Dottore Antonio Racheli, Casalmaggiore, 1849]

«Il resto cranico di Vespasiano Gonzaga è stato esaminato da uno di noi (Fornaciari). … Il calvario, piuttosto danneggiato da fatti postmortali, presenta un’ampia area pressochè circolare a maggior asse longitudinale (mm 140×120), realizzata mediante seghettamento a tutto spessore della scatola cranica deal vertex all’opistocranion. Lungo i bordi della breccia si possono notare le tracce lasciate dalla sega e a tal livello manca qualunque segno di rigenerazione cicatriziale. Il frammento di tavolato in tal modo delimitato costituisce una rondella (mm 125×115), che risulta formata da una parte dei due parietali e dalla squama occipitale. Tale rondella si adatta perfettamente alla breccia ossea. Nel suo quadrante anteriore e laterale sinistro la rondella presenta una depressione a forma di losanga irregolare, a maggiore asse antero-posteriore (mm 75×55) con al centro un’apertura trapezoidale, pure a maggior asse antero-posteriore (mm 25×14). La superficie della lesione si presenta irregolare per la presenza di avvallamenti, che si alternano a formazioni irregolarmente bottonute, specie sul suo lato mediale (Mallegni F., Bedini E., Fornaciari G., Analisi dei reperti umani, in AA.VV., La tomba di Vespasiano Gonzaga 400 anni dopo: catalogo per una mostra, Sabbioneta, 1991). La superficie cranica, specie in regione frontale e parietale è caratterizzata da un aspetto “tarlato”, irregolare cribrotico, proprio delle lesioni luetiche (Steinbock R.T., Paleopathological Diagnosis and Interpretation, 1976). La superficie endocranica presenta un aspetto finemente cribroso con obliterazione completa delle suture sagittale e lambdoidea. Nello scheletro postcraniale, anche se danneggiato, non si notano altri segni della infezione luetica, il che dimostra come sua aunica localizzazione ossea quella craniale. L’esame radiologico (Fornaciari) esclude fenomeni osteoporotici a carico delle ossa neurocraniche, soltanto aree di addensamento minerale si alternano a aree di rarefazione in corrispondenza delle irregolarità della superficie esocranica. In conclusione, l’esemplare in esame, appartenute a individuo affetto da sifilide ossea, venne trapanato in vita (fatto peraltro documentato) proprio per cura all’infezione luetica (Mallegni et al., 1991). A tale trapanazione sopravvisse lungamente (circa 13 anni), come è dimostrato sia dall’assenza “radiologica” di segni di intervento recente, che dalle stesse notizie storiche surriportate. Subì pure uno scalottamento postmortale, analogo a quelli coevi delle mummie artificiali di re e principi aragonesi della Basilica di S. Domenico Maggiore a Napoli (Fornaciari, 1984), scalottamento praticato nel corso di una autopsia per la successiva imbalsamazione del cadavere.» [da Franco Germanà e Gino Fornaciari, Trapanazioni, craniotomie e traumi cranici in Italia dalla preistoria all’età moderna, Giardini Ed., Pisa, 1992. L’immagine del cranio di Vespasiano Gonzaga proviene da questo libro. E’ stata richiesta l’autorizzazione alla pubblicazione.]

Osservazioni neurochirurgiche. La storia clinica che ha portato alla craniotomia su  Vespasiano Gonzaga offre la possibilità di fare diverse considerazioni. Innanzitutto l’indicazione a soggiacere alla terebrazione fattagli con buon successo e a trapanare il teschio, come si legge nelle citazioni dell’Affò e del Racheli, che appare direttamente collegata al fatto che presero a travagliarlo acerbi dolori del capo ed ancora era Vespasiano sovente assalito da fiere doglie al capo, che, traendolo quasi fuori di sè, il tenevano confitto e spasimare in letto intere giornate. La cefalea, quindi, quando è tale da impedire il normale svolgersi della vita quotidiana perchè insopportabile ed insanabile e la vita di questo principe cominciava risentire troppo forte della infermità dell’umana natura da impedirgli di proseguire. Certamente una cefalea incoercibile è stata l’indicazione delle trapanazioni fin dall’antichità. La tecnica, nel caso di Vespasiano Gonzaga, è stata quella per abrasione che ha creato una depressione sul tavolato esterno e diploe fino a superare il tavolato interno del cranio come si può leggere ed osservare nell’immagine descritta da Fornaciari (vedi la lacuna cranica al centro dell’abrasione nell’immagine inferiore delle due foto).