1578 ANTONIO AMICI e GABRIELE BEATO -Craniotomia su Vespasiano Gonzaga.

Nel 1578 è stata effettuata una craniotomia per l’estrazione di una “gomma” luetica dal cervello di Vespasiano Gonzaga (1531-1591), duca di Sabbioneta, per opera di Antonio Amici, chirurgo sabbionetano, qualche anno dopo venne curato anche dal fisico bolognese Gabriele Beato.

«Ma per tornar onde mi trasse insensibilmente il desio di far conoscere quanto l’arti, e le scienze dovessero al nostro Eroe, dico, che ritornato di Spagna alquanto della salute mal concio, presero a travagliarlo acerbi dolori del capo, la cagion de’ quali a lungo esaminata, e finalmente conosciuta, avea radice in una parte del cranio, che a poco a poco infradiciava. Fu costretto però a soggiacere alla terebrazione fattagli con buon successo da Antonio Amici Chirurgo Sabbionetano. Lo assalirono in conseguenza varie febbri, e languori, pe’ quali ora in Sabbioneta, ora in Bozzolo fu sovente in pericolo di morire. Lo prese quindi a medicare Gabriele Beato Fisico Bolognese, il quale con certi secreti suoi lo ristabilì di maniera, che parve trarlo di morte a vita. Potè pertanto nel mese di settembre del 1581, con nobilissima comitiva recarsi a Brescia, onde baciar la mano alla vedova Imperatrice sorella del Re Filippo, che di Germania restituivasi nelle Spagne.» [da Vita di Vespasiano Gonzaga duca di Sabbioneta, ecc. scritta dal P. Ireneo Affò, Parma, 1780]

«Ma la vita di questo principe cominciava risentire troppo forte della infermità dell’umana natura. Avvizzito il fiore della sua giovinezza e lo stesso nerbo della virilità venuto meno, la gioja ne’ sudditi di possederlo prese ad essere turbata dal timore di doverlo perdere. Tornato di Spagna, era Vespasiano sovente assalito da fiere doglie al capo, che, traendolo quasi fuori di sè, il tenevano confitto e spasimare in letto le intere giornate. Come si fa comunemente delle periodiche malattia, passate che fossero, ei non se ne dava più che tanto. Ma fattesi poi vie più spesse e gagliarde, fu bisogno del consulto di più medici. Era una parte del cranio che gli veniva a corruzione e si voleva levarla. Spaventarono della nuova i Sabbionetani: il Duca non ne impallidì pure, e confessatosi tosto e comunicatosi con grandissima religione, lasciossi ad Antonio Amici valentissiomo chirurgo, ch’era al suo servizio, trapanare il teschio, senza gettare tra lo spasimo, onde fu preso, che pochi lamenti. Fu presta l’operazione e colse a meraviglia. Rilevatosene Vespasiano in breve tempo, fu dinuovo veduto passeggiare le vie della città salutato a grandi voci ed a lagrime di allegrezza dagli abitanti. … Tornata poi a mente, l’emicrania, antico suo male, gli si fè terribilmente sentire. Chiesti ed avuti dinuovo i conforti della Religione e la compagnia per alcuni giorni di un uomo pio del convento de’ servi, parve migliorare, e poi appresso si levò; ma sendo in lui il male palliato, non vinto, richiede giù più malamente del capo. Febbri crudeli gli erano spesso alla vita scarno, occhi affossati o così disparuto nel viso da parerti uno scheletro, sentivasi tutto consumare dentro da una noja invincibile: mutava soggiorno quasi ogni dì, ma senza trovare nè requie mai nè consolazione. Ben 20 mesi penò in quello stato: ora in Bozzolo, ora in Sabbioneta fu più volte in termine di morte. Quand’ecco vuoi per l’arte e i secreti rimedii delo fisico Bolognese Gabriele Beato venuto a curarlo, vuoi piuttosto perchè avesse così al meglio da’ Sabbionetani disposto la Provvidenza, egli improvvisamente e perfettamente risanò.» [da Memorie Storiche di Sabbioneta, libri IV del Dottore Antonio Racheli, Casalmaggiore, 1849]

«Il resto cranico di Vespasiano Gonzaga è stato esaminato da uno di noi (Fornaciari). … Il calvario, piuttosto danneggiato da fatti postmortali, presenta un’ampia area pressochè circolare a maggior asse longitudinale (mm 140×120), realizzata mediante seghettamento a tutto spessore della scatola cranica deal vertex all’opistocranion. Lungo i bordi della breccia si possono notare le tracce lasciate dalla sega e a tal livello manca qualunque segno di rigenerazione cicatriziale. Il frammento di tavolato in tal modo delimitato costituisce una rondella (mm 125×115), che risulta formata da una parte dei due parietali e dalla squama occipitale. Tale rondella si adatta perfettamente alla breccia ossea. Nel suo quadrante anteriore e laterale sinistro la rondella presenta una depressione a forma di losanga irregolare, a maggiore asse antero-posteriore (mm 75×55) con al centro un’apertura trapezoidale, pure a maggior asse antero-posteriore (mm 25×14). La superficie della lesione si presenta irregolare per la presenza di avvallamenti, che si alternano a formazioni irregolarmente bottonute, specie sul suo lato mediale (Mallegni F., Bedini E., Fornaciari G., Analisi dei reperti umani, in AA.VV., La tomba di Vespasiano Gonzaga 400 anni dopo: catalogo per una mostra, Sabbioneta, 1991). La superficie cranica, specie in regione frontale e parietale è caratterizzata da un aspetto “tarlato”, irregolare cribrotico, proprio delle lesioni luetiche (Steinbock R.T., Paleopathological Diagnosis and Interpretation, 1976). La superficie endocranica presenta un aspetto finemente cribroso con obliterazione completa delle suture sagittale e lambdoidea. Nello scheletro postcraniale, anche se danneggiato, non si notano altri segni della infezione luetica, il che dimostra come sua aunica localizzazione ossea quella craniale. L’esame radiologico (Fornaciari) esclude fenomeni osteoporotici a carico delle ossa neurocraniche, soltanto aree di addensamento minerale si alternano a aree di rarefazione in corrispondenza delle irregolarità ndella superficie esocranica. In conclusione, l’esemplare in esame, appartenute a individuo affetto da sifilide ossea, venne trapanato in vita (fatto peraltro documentato) proprio per cura all’infezione luetica (Mallegni et al., 1991). A tale trapanazione sopravvisse lungamente (circa 13 anni), come è dimostrato sia dall’assenza “radiologica” di segni di intervento recente, che dalle stesse notizie storiche surriportate. Subì pure uno scalottamento postmortale, analogo a quelli coevi delle mummie artificiali di re e principi aragonesi della Basilica di S. Domenico Maggiore a Napoli (Fornaciari, 1984), scalottamento praticato nel corso di una autopsia per la successiva imbalsamazione del cadavere.» [da Franco Germanà e Gino Fornaciari, Trapanazioni, craniotomie e traumi cranici in Italia dalla preistoria all’età moderna, Giardini Ed., Pisa, 1992. L’immagine del cranio di Vespasiano Gonzaga proviene da questo libro. E’ stata richiesta l’autorizzazione alla pubblicazione.]

Osservazioni neurochirurgiche. La storia clinica che ha portato alla craniotomia su  Vespasiano Gonzaga offre la possibilità di fare diverse considerazioni. Innanzitutto l’indicazione a soggiacere alla terebrazione fattagli con buon successo e a trapanare il teschio, come si legge nelle citazioni dell’Affò e del Racheli, che appare direttamente collegata al fatto che presero a travagliarlo acerbi dolori del capo ed ancora era Vespasiano sovente assalito da fiere doglie al capo, che, traendolo quasi fuori di sè, il tenevano confitto e spasimare in letto intere giornate. La cefalea, quindi, quando è tale da impedire il normale svolgersi della vita quotidiana perchè insopportabile ed insanabile e la vita di questo principe cominciava risentire troppo forte della infermità dell’umana natura da impedirgli di proseguire. Certamente una cefalea incoercibile è stata l’indicazione delle trapanazioni fin dall’antichità. La tecnica, nel caso di Vespasiano Gonzaga, è stata quella per abrasione che ha creato una depressione sul tavolato esterno e diploe fino a superare il tavolato interno del cranio come si può leggere ed osservare nell’immagine descritta da Fornaciari (vedi la lacuna cranica al centro dell’abrasione nell’immagine inferiore delle due foto).