1.15 1751-1800 Cervello e Chirurgia Cranica / Medicine, Brain and Cranial Surgery.

 

1751.  SGUARIO Eusebio

Sguàrio (o Squàrio), Eusebio. – Medico (n. Venezia, prima metà del 18º sec.). Si occupò di studi medico-legali e storici e scrisse una Dissertazione epistolica intorno al modo di ravvivare i sommersi e di giudicare fino a quando la vita possa dilungarsi sotto acqua (1765). Gli è stato attribuito il saggio Dell’elettricismo: o sia delle forze elettriche de’ corpi svelate dalla fisica sperimentale (1746), nel quale s’ipotizza che le particelle del fluido elettrico, come quelle dell’etere newtoniano, siano dotate di mutua azione repulsiva a distanza.

Da http://www.treccani.it/enciclopedia/eusebio-sguario/

Eusebio Sguario (nota 2. Giorn. di Med. T. I. N. III. e IV. della Gazz. Med. p. 23 e ſeg. e p. 31. e feg.) illuftre e dotto Medico Viniziano ebbe pariamente il merito di salvar la vita ad una fanciulla di 7 anni caduta in un pozzo, e rimastavi per tre quarti d’ora immersa col porsi a soffiarle in bocca a petto pieno con forza cinque o sei volte alternativamente il proprio fiato, come farebbesi volendo enfare un pallone nello spazio di appena 10 minuti. Il fatto è succeſſo l’ anno 1748 in Venezia e la fanciulla era figlia di un Perrucchiere assai noto in quella città.

Da Nuova raccolta diopuscoli scientifici e filologici, appresso Simone Occhi, Venezia, 1776,  pg. 15-16.

Bibliografia. “E’ il fenomeno dell’aurora boreale, di cui parla il veneziano Eusebio Sguario, dottore in filosofia e medicina nella sua Dissertazione del 1738″. In Cronica barlettiana  dal 1731 al 3 giugno 1782, di Anonimo,

Proseguimento delle riflessioni sopra la Storia Morbosa del nuovo Idrocefalo, …, di Eusebio Sguario, Med, Fisic. [1751]
L’Idrocefalo in questo opuscolo viene inteso come “forza del cervello” intendendo come tale la pressione intracranica che aumenta nell’idrocefalo.

 

 

 

 

1756.  HALLERUS ALBERTUS (1708-1777)

V. ARMOCIDA

DISPUTATIONES PHYSICO = MEDICO ANATOMICO = CHIRURGICAE SELECTAE, QUAS COLLEGIT, EDIDIT, PRAEFATUS EST ALBERTUS HALLERUS TOMUS PRIMUS. NEAPOLI, MDCCLVI, Ex Typographia BENEDICTI GESSARI, EXPENSIS DOMINICI TERRES. 1741.

 

 

 

 

1761 e 1764. COTUGNO DOMENICO (1736-1822)

Domenico Cotugno nacque il 29 gennaio 1736 a Ruvo di Puglia, da gente di umile condizione; apprese in patria i primi elementi della lingua latina, che perfezionò poi nel seminario di Molfetta, in cui restò fino al 1748. Di intelligenza molto sveglia e pronta, fu inviato nel 1753 a studiare medicina a Napoli, vincendo l’anno successivo un posto di assistente all’ospedale degli Incurabili. Conseguita la laurea nello Studio di Salerno nel 1756, si dedicò subito alla ricerca anatomica e clinica. A 25 anni fu scelto ad insegnare chirurgia per gli interni dell’ospedale; continuò frattanto i suoi prediletti studi, che lo portarono in breve tempo a scoprire il liquido labirintico, gli acquedotti del vestibolo e della chiocciola dell’orecchio interno. Nel 1764 si occupò della grave epidemia di tifo petecchiale che infieriva a Napoli e che definì “febbre corruttoria italica”.

Nello stesso anno pubblicò i suoi lavori sulla sciatica, illustrandone la causa ed indicandone la cura. Nel 1765 intraprese un viaggio per approfondire le sue conoscenze mediche attraverso l’Italia, in particolare per voler personalmente conoscere il grande Morgagni. Ritornato in patria, a soli 30 anni, dopo pubblico concorso, ottenne la cattedra, resasi vacante, di anatomia all’università; le sue lezioni erano frequentatissime e molto apprezzate dagli studenti. Nel 1769 si occupò anche di vaiolo. Fu poi nominato medico primario degli Incurabili ed iniziò a pubblicare un trattato di istituzioni chirurgiche, di cui fu però stampato un solo foglio.

Formò una ricchissima biblioteca e si occupò anche di letteratura, di arte e di archeologia. Stimato e ricercato anche nella pratica professionale, nel 1783 guarì da una grave malattia il duca di Calabria e seguì poi come medico di camera Ferdinando IV nel suo viaggio in Austria e Baviera. Nel 1802 fece parte del comitato per l’arricchimento della biblioteca reale di Napoli. Fu più volte decano della facoltà medica, rettore dell’ateneo, preside della locale Accademia delle Scienze e socio delle più importanti accademie d’Italia e d’Europa e nominato archiatra nel 1808. Continuò la sua attività ospedaliera fino agli ultimi anni della sua vita e morendo, lasciò una ricca donazione all’ospedale ove per tanto tempo aveva servito, mentre con le altre parti del suo patrimonio aveva provveduto ai parenti e alla dama di corte Ippolita Ruffo di Bagnara, che aveva sposato nel 1794 ma dalla quale non ebbe figli. Compianto da tutti, morì il 6 ottobre 1822 per un attacco di apoplessia cerebrale e fu sepolto nella chiesa dei Padri della Missione.

Di carattere grandemente caritatevole, visse semplicemente per la scienza; ebbe una grande amicizia con il Morgagni e fu vero amico del martire della libertà napoletana, Domenico Cirillo, e degli altri patrioti. Dei suoi numerosi scritti, oltre alle prime ricerche sull’orecchio interno, ricordiamo in particolare la dissertazione De Ischiade nervosa edita a Napoli nel 1764, che lo fece conoscere e lo rese celebre; poi il De sedibus variolorum syntagma del 1769, il discorso accademico del 1772 Dello spirito della medicina, ed una Memoria sul meccanismo del moto reciproco del sangue, edita nel 1788. Alcuni suoi manoscritti sono conservati nella Biblioteca Nazionale di Napoli.

D. Cotugno, De ischiade nervosa, Neapoli, 1779

Estratto da Zampieri A., Tre famosi Medici del settecento italiano: Cotugno, Cirillo e Cocchi. In http://pisamedica.it/2011/12/tre-famosi-medici-del-settecento-italianocotugno-cirillo-e-cocchi/

COTUGNO Domenico, nacque a Ruvo di Puglia nel 1736 e morì a Napoli nel 1822 Laurearosi a Napoli, fu fervidissimo patriota ma, soprattutto grande igienista ed anatomico di prima grandezza. Medico dell’Ospedale degli Incurabili, fu il primo a studiare ed a propugnare la prevenzione della tubercolosi, a riconoscere la prsenza di albumine nell’urina nei casi di nefrite; scopri il liquido cefalo-rachidiano, il nervo nasopalarino e l’acquedotto del vestibolo e della chiocciola nell’orecchio (acquedotto di Cotugno). Inoltre descrisse perfettamenre la forma di ischialgia che ancora va sotto il nome di malattia di Cotugno [compressione delle radici del nervo sciatico da parte dell’ernia del disco]. Oltre alla sua opera piu famosa, la De aquaeductibus auris humanae anatomica dissertatio (Disserrazione anatomica sugli acquedotti dell’orecchio umano), pubblicata a Napoli nel 1761, ci è stato conservaro il manoscritro di un mirabile Iter italicum (Viaggio in Italia) che – ricco di osservazioni scientifiche ed espressione di un acutissimo senso dell’umorismo – testimonia non solo la singolare abilità del Cotugno scritrore, ma anche la sua alta figura di scienziato e la sua maestosa grandezza
morale, la sua straordinaria apertura mentale e l’intensità dei suoi rapporti con tutti i massimi esponenti della scienza italiana ed europea de suo tempo.

Bibliografia. G. Bilancioni, «Domenico Cotugno» in A. Mieli, Gli scienziati italiani, ecc., Roma, 1821, p. l 64ss.; Dominici Cotunnii, Iter italicum anni MDCCLXV», edito da Luigi Belloni in Memorie dell’Ist. Lomb. -Accademia di Sc. e Lett., Classe di Lettere Scienze Morali e Storiche, xxvii (II della Serie IV), Milano, 1960.

Estratto da Storia della Medicina, prolusioni di G. Armaocida, E. Bicheno, B. Fox, dizionario di S. Musitelli, Jaca Book, 1993.

Domenico Cotugno (1736-1822) è stato un medico, anatomista e chirurgo italiano. Figlio di Michele e Chiara Assalemi si sa ben poco della sua infanzia: proveniva da una famiglia di modesti agricoltori di Ruvo di Puglia, fu accudito da una sorella della madre e familiarizzò con un cappuccino, frate Paolo, che lo aiutò nei primi anni di formazione, soprattutto presso il Seminario vescovile di Molfetta. Una volta ritornato a casa, si dedicò, per lo più da autodidatta, alla matematica e alla filosofia. La preparazione che ricevette nella cittadina natale fu prettamente umanistica e limitata a poche conoscenze scientifiche, anche se nel frattempo crebbe in lui la passione per le scienze naturali e per la medicina: è noto che, non potendo effettuare osservazioni dirette sui cadaveri, studiasse l’anatomia sugli animali che egli stesso sezionava. All’età di 16 anni si trasferì a Napoli, dove fu introdotto alla fisica e alla medicina, e da allora Cotugno non ritornò più nella cittadina pugliese. Nella città campana conobbe Antonio Genovesi, il quale lodò il giovane per «la bella scoverta degli acquedotti dell’orecchio». La stima era reciproca, in quanto Cotugno seguì la strada indicata dal filosofo di Castiglione: abbandonare le «sottigliezze» e la «ciarleria» per recuperare il valore pratico delle scienze. Dal 1754 divenne prima assistente poi medico dell’Ospedale degli Incurabili, che fu la sua vera palestra di sperimentazione medico-scientifica, dove sostituì il titolare di chirurgia, ammalato. Tale esperienza gli fornì l’occasione di sperimentare lo stretto legame tra anatomia e chirurgia. Conseguita la laurea presso la Scuola Medica Salernitana nel 1756, incominciò ad impartire lezioni private di Medicina, prima di tentare dei concorsi per l’insegnamento universitario, in particolare presso l’ateneo di Napoli. Qui, nel 1758, fu associato alla cattedra di Notomia (Anatomia descrittiva e patologica), della quale più tardi, appena trentenne, nel 1766, ottenne la titolarità. Ciò avvenne un anno dopo il suo viaggio, di circa tre mesi, per l’Italia. Del viaggio ha lasciato testimonianza nell’Iter Italicum Patavinum, che non è un insieme di considerazioni scientifiche ma un diario fatto di descrizioni paesaggistiche e vicende umane toccanti. Nell’opera non compaiono i motivi della sua peregrinazione, che però possono essere facilmente intuiti: il desiderio di conoscere nuove realtà geografiche e culturali, di lasciare la capitale dopo l’epidemia del 1764 a cui Cotugno aveva partecipato di persona e di incontrare gli scienziati che avevano discusso le sue teorie. A Roma visitò i principali monumenti con un accompagnatore, l’anatomista Natale Saliceti, dal quale volle sapere i particolari della vita di Giovanni Maria Lancisi. In effetti le caratteristiche delineate da Saliceti rappresentavano la figura ideale di medico professata da Cotugno: stare nelle grazie del Principe, occuparsi di studi difficili, essere amato da tutti ma, al contempo, non amare nessuno. A Bologna incontrò gli accademici del posto, mentre a Padova conobbe Giovanni Battista Morgagni. Sul celebre medico forlivese, una volta rientrato a Napoli, scrisse: «Egli è un uomo quanto savio tanto d’ottimo cuore, e sono a lui vivamente obligato, e lo sarò eternamente per le vere dimostrazioni d’amicizia, e cordialità che mi ha date». A Venezia s’incontrò con l’abate Stella, il quale descrisse a un Cotugno scettico le sue capacità di curare il mal di petto, facilitare il parto e rinvigorire le forze vitali. Ma, nella descrizione di quest’incontro, è come se il medico di Ruvo volesse evidenziare la differenza tra le cure fondate sulla conoscenza scientifica e quelle fondate sui miracoli dei ciarlatani. L’ultima tappa del viaggio fu Firenze.

Nel 1781, quando Anton Mario Lorgna decise di ampliare l’Accademia dei XL, fu incluso anche Cotugno. Originariamente non era compreso nel progetto e la scarsa presenza degli scienziati del Meridione era confermata dai primi scritti della società, tutti di autori di area centro-settentrionale. Ma Anton Mario Lorgna era convinto della necessità di coinvolgere scienziati di ogni parte del Paese, polemizzando con quanti volessero sceglierli esclusivamente nel Veneto. In questi anni Cotugno effettuò due viaggi importanti: il primo in Italia e il secondo tra Austria e Germania, divenendo medico di corte al seguito del re Ferdinando IV. Mentre non si hanno notizie sul nuovo viaggio nella Penisola, ci sono numerosi documenti sul soggiorno tedesco. A Roma ebbe in cura nobili, cardinali, frequentò uomini di cultura e ottenne una lunga udienza dal Papa. La sua fama toccò l’apice durante il viaggio a Vienna: fece parte del seguito reale a causa dell’improvvisa malattia di Giuseppe Vairo, medico di camera e suo amico. Ha lasciato egli stesso un resoconto del viaggio, l’Iter Germanicum, un’opera che denota il carattere pragmatico di Cotugno nell’interesse per l’agricoltura e per le sue connessioni con la medicina. La nomina di Cotugno a medico di camera ebbe vasta risonanza a Napoli, da dove gli arrivarono congratulazioni e richieste di raccomandazioni. Nel 1794 si sposò con Ippolita Ruffo, vedova del duca Francesco di Bagnara, «un matrimonio che sembrava però rispondere più a esigenze sociali (il suo ingresso a Corte), che ad altre necessità». Da qui la scelta di una donna appartenente a una delle più antiche e illustri famiglie napoletane. Cotugno era sempre rimasto in contatto con i suoi parenti di Ruvo di Puglia, ma l’arrivo della moglie ruppe questo equilibrio. Non bisogna meravigliarsi perciò se i rapporti tra lei e i parenti di Cotugno non fossero buoni e se alla morte dello scienziato si dovesse ricorrere al tribunale per l’eredità.

Cotugno nei suoi numerosi viaggi aveva sempre manifestato interesse per ospedali, biblioteche e musei e si prefissò di allineare Napoli alle grandi città europee, ma i progetti intrapresi si interruppero dopo la Rivoluzione del 1799 per la mancanza di un vero e proprio piano di riforma dello Stato. Ciò che mancò fu la consapevolezza che la scienza avesse bisogno non di rari interventi ma di finanziamenti e riforme riguardanti ogni settore della vita pubblica. In particolare bisognava dare più spazio alle arti applicate, alla tecnica, più che alle scienze pure, per formare cittadini laboriosi nei vari campi della vita civile. A tale scopo venne fondato un Istituto a cui erano collegate tutte le società economiche delle province e del quale Cotugno divenne presidente fino al 1808, anno in cui fu nominato censore della classe di storia naturale.

A Napoli, dove diede inizio a misure profilattiche contro la tubercolosi, fu Decano della facoltà di medicina, rettore della medesima università partenopea, introducendo l’esame di fisica e stabilendo l’incompatibilità tra la professione del medico e quella del farmacista, e proto-medico generale del Regno delle Due Sicilie, carica che consisteva nell’attribuire privilegi per l’esercizio della professione a medici, chirurghi e altri del settore. In particolare per poter effettuare meglio i controlli in tutto il Regno, il 16 dicembre 1815, periodo in cui era scoppiata una pestilenza in Puglia, propose l’istituzione in ogni provincia di una Commissione dipendente dal Protomedicato generale. Nella sua attività Cotugno fu un sostenitore non solo della professionalità di coloro che operavano in campo sanitario, ma anche della loro correttezza. Infatti non a caso uno degli ultimi atti di Cotugno Protomedico fu un severo rimprovero a un tale Francesco Boccalino, dentista, che per procurarsi clienti aveva fatto ricorso persino a uno spettacolo di marionette. Nel 1811 il ministro Giuseppe Zurlo approvò il Ricettario Farmaceutico napoletano, un codice contenente la descrizione di rimedi semplici e composti e i prezzi dei vari medicamenti, al quale diede un apporto decisivo proprio Cotugno. Fu, inoltre, socio di numerose accademie, italiane e straniere, quali quella di Copenaghen o quella medico-cerusica di Napoli, nonché consigliere di Stato. In particolare nell’Accademia delle Scienze e Belle Lettere ebbe un ruolo centrale nel miglioramento delle condizioni igieniche della capitale: i medici dovevano spostare il loro interesse scientifico, umano e professionale dalle malattie dei singoli a quelle della collettività.

Attività scientifica. Domenico Cotugno fu protagonista di importanti scoperte neurologiche, grazie a un’intensa attività clinica e anatomica, e fin dall’inizio mostrò i suoi interessi per l’anatomia sottile, cioè la ricerca dei piccoli e nascosti meccanismi che compongono il nostro organismo. In tutte le sue indagini egli seguì il metodo indicato nella sua prima opera: mostrare la natura delle cose così come gli era apparsa non una o due volte, ma centinaia di volte, nell’esame dei cadaveri.

Nel De aquaeductibus auris humanae internae (1761) descrisse per primo il nervo naso-palatino, gli acquedotti del vestibolo e della chiocciola dell’orecchio interno, dimostrando inoltre che il labirinto era pieno di liquido e privo di aria, come invece stabiliva una teoria secolare risalente ad Aristotele. Cotugno dimostrò che il suono si poteva propagare anche nei liquidi: nel vestibolo c’è un umore, il liquido endolabirintico. Ebbe il sostegno di varie personalità, tra cui il ricordato Giovan Battista Morgagni, ma incontrò numerose obiezioni, in primis quella dei membri dell’Accademia delle Scienze di Bologna, i quali sostenevano che la linfa fosse un elemento patologico e che non si potesse provare che l’orecchio contenesse del liquido; anzi sembrava impossibile che potesse racchiudere l’elevata quantità di liquido indicata da Cotugno.

Nel De ischiade nervosa commentarius (1764) descrisse le cause e la sede della sciatica, provocata da un’infiammazione del nervo sciatico per una sostanza acida proveniente dalla cavità cranica o spinale, e il liquido cefalorachidiano (detto anche, in suo onore, liquor Cotumnii); riconobbe inoltre la presenza di albumina nelle urine dei nefritici e nella seconda parte dell’opera dedicò ampio spazio ai rimedi terapeutici, quali incisioni e salassi. Il libro venne pubblicato in ritardo a causa della febbre epidemica che colpì il Regno nel periodo estivo. Cotugno fece parte dei medici incaricati di fronteggiare l’epidemia e pose l’esigenza di differenziare le singole febbri con la necessità di usare cure specifiche. La maggior parte di queste scoperte era stata compiuta prima che compisse 20 anni; ma il “De ischiade”, non essendo in contrasto con i dettami dell’anatomia classica, non scatenò la bufera della prima opera.

Secondo Benedetto Croce, Cotugno potrebbe essere stato il vero autore del celebre trattato Delle virtù e dei premi (il secondo del suo genere dopo Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria) che, uscito anonimo nel 1766, fu ristampato l’anno seguente, anche in francese, recando come autore il giurista aquilano Giacinto Dragonetti e a questi sempre attribuito.

Cotugno si interessò alla polemica sulla teoria di Albrecht von Haller sull'”irritabilità”, proprietà specifica delle fibre muscolari, e sulla sensibilità, proprietà specifica delle sole fibre nervose. Mentre entrambe si manifestano dopo uno stimolo solo la seconda provoca evidenti sofferenze. I contrasti sorsero nello stabilire le parti del corpo dotate dell'”irritabilità”, individuate da Haller nel glutine delle fibre muscolari. Per gli halleriani mentre non si poteva conoscere la causa precisa di questo fenomeno, come avveniva per altri fenomeni fisici, la sua localizzazione era certa. Gli oppositori di questa teoria sostenevano che ciò fosse tutt’altro che scontato in quanto il glutine era presente in altre parti del corpo non dotate di “irritabilità”.

Cotugno non era propenso ad accettare in blocco la teoria e a considerlarla come un nuovo fondamento della medicina. Egli non scrisse nulla di specifico sull’argomento ma affermò la presenza di nervi sulla dura madre in una Epistola anatomica prima ad amicum de nervis ad aurem pertinentibus. Albrecht von Haller contestò tale scoperta affermando che in realtà il filamento osservato da Cotugno non era un nervo, bensì un’arteria e perciò la dura madre era priva di sensibilità. Le posizioni dei due scienziati erano nettamente differenti: Haller negava, sbagliando, l’esistenza del liquido cefalo-rachidiano indicata da Cotugno né l’innervazione della dura madre.

Nel 1769 pubblicò la sua terza opera fondamentale, il De sedibus variolarum syntagma, un’indagine sul vaiolo: egli sosteneva che la sede fosse la cute esposta all’aria e che vi fosse la necessità di trovare rimedi specifici, rigettando per esempio la cura tradizionale dei bagni caldi. Descrisse la storia di persone di diverse condizioni sociali con il linguaggio oggettivo della scienza ma senza perdere di vista il lato umano dei malati. La parte più importante è il sostegno all’inoculazione che lo avrebbe portato, in seguito, ad appoggiare la vaccinazione jenneriana. Nel 1778 pubblicò il De animorum ad optimum disciplinam praeparatione in cui delineava in un periodo di crisi una figura d’intellettuale che non si facesse sopraffare, attraverso la ragione, dalle lusinghe della fantasia e dei piaceri. Volle delineare i rapporti tra conoscenza e morale in un momento in cui lo Stato stava rivoluzionando le istituzioni culturali. La formazione dei giovani non era solo un accumulo di conoscenze ma un cambiamento di mentalità e di costume. Mentre Giambattista Vico proponeva di istruire i giovani con la matematica e con la fisica, Cotugno sosteneva la meditazione, che non aveva alcuna valenza mistica ma derivava dall’osservazione anatomica sul cervello.

Nel 1772 esce, infine, il Dello spirito della medicina in cui Cotugno voleva indagare le ragioni che avevano portato la medicina a non produrre “buone e utili conoscenze”. Cotugno riteneva che gli studenti dovessero liberarsi dalla soggezione nei confronti dei maestri e così esortava gli alunni dell’ospedale degli Incurabili affinché si affidassero all’osservazione della natura: «Ecco qual debba essere il vostro studio, la vostra applicazione, la vostra industria; non istancarvi mai di vederla, di conoscerla, d’ascoltarla. Le sue voci son mute, ma efficaci. Chi si familiarizza seco lei, diviene sacerdote suo vero». Secondo lui era necessario che gli studenti entrassero subito negli ospedali e nei laboratori: «La medicina non è una scienza, è solo una cognizione…l’ha prodotta e presentata la sola natura». Cotugno sosteneva che i medici dovessero abbandonare la presunzione di conoscere le cause ultime dei fenomeni poiché ciò generava l’epoca più infelice della medicina.

Pubblicazioni. De acquaeductibus auris humanae internae anatomica dissertatio, ex typ. Simoniana, Neapoli 1761 (poi Viennae 1774, Bononiae 1775 e ss.). De ischiade nervosa commentarius, apud fratres Simonios, Neapoli 1764 (nuova ediz. Carpi 1768 e ss.).De sedibus variolarum syntagma, apud fratres Simonios 1769 (poi Bononiae 1775 e ss.). A treatise on the nervous sciatica, or nervous hip gout, ed. in inglese, Londra 1775 (online). De animorum ad optimam disciplinam praeparatione oratio, ex typ. simoniiana, Neapoli 1778. Dello spirito della medicina, Tip. Morelli, Napoli 1783. Opera posthuma, 4 voll., a cura di Pietro Ruggiero, Tramater, Napoli 1830-1832. Due consulti inediti: tratti dai manoscritti della libreria Guzzoni, Lana, Fano 1852. Alcuni scritti inediti [di argomento medico], a cura di D. Cirillo, Tip. Nistri, Pisa 1890. Iter italicum anni 1765, edito da L. Belloni, Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, Milano 1960. Opere, antologia a cura di A. Iurilli, con commento di R.M. Rossini, Lacaita, Manduria 1986. Commentario sulla sciatica nervosa, recato in italiano da F. Morlicchio, Vico S. Girolamo ed., Napoli 1860. Dissertazione anatomica degli acquedotti dell’orecchio interno dell’uomo, trad. di V. Mangano, Pozzi, Roma 1932. Intorno agli acquedotti dell’orecchio interno umano, versione di L. Ricciardi-Mitolo, Trizio, Bari 1951. De ischiade nervosa commentarius, traduz. e cura di D. Lassandro, Cacucci, Bari 1983. Per la storia dell’anatomia dell’orecchio. Lettere inedite di Domenico Cotugno e di Leopoldo Marcantonio Caldani, a cura di G. Bilancioni, Stab. tip. Testa, Biella 1915. Lettere del 1761 fra D. Cotugno e G.B. Morgagni, a cura di L. Belloni, in «Physis», XII (1970), pp. 415–423. Domenico Cotugno: documenti d’archivio 1766-1833, a cura di A. Borrelli, La città del sole, Napoli 1997.

Estratto da https://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Cotugno

Commentario sulla Sciatica Nervosa di Domenico Cotugno recato in italiano dal latino pel Dottor Francesco Morlicchio, Napoli, 1860

… [Sintomi della sciatica nervosa].  III. Non è pensier nostro di occuparci ora della ischiade artritica. Ci sappiamo bene , che valentissimi uomini niente àn lasciato a desiderare circa le diverse cause e sedi della medesima. Fra i quali citerò come più degni di lode lo illustre MORGAGNI (De sedibus et Caussis morb. per Aliatomen indagat. L. IV. Episit. LVIl.) ed il ch. ANTONIO DE HAEN (Rationis. Medendi, Lib. IV. cap. IV. ). Tratterò soltanto della sciatica nervosa, la cui dottrina soprattutto giace tuttora avvolta nelle tenebre. Adunque due sono le specie di ischiade nervosa. La prima è qualificata da un dolore fisso alla coscia, massime dopo il gran trocantere del femore , il quale propagasi in su sino all’osso sacro ed in giù sino al poplite per lo lato interno del femore; questo dolore però si arresta di rado al poplite, ma più spesso da questo punto o declinando per le parti esterne del capo della fibula discende nella prima porzione della gamba e percorrendo lunghesso il lato esterno della spina anteriore della tibia si termina finalmente sul dorso del piede innanzi al malleolo esterno; ovvero per la sura attraversando il malleolo esterno occupa la pianta del piede. La seconda specie mostra il dolore fisso all’ inguine , che estendesi verso il piede per la parte interna del femore e della sura. Perchè la prima occupa le parti posteriori della coscia e consiste nell’ affezione del nervo sciatico, la chiamo ischiade nervosa posteriore; l’altra poi, perchè occupa le parti anteriori della coscia e vien prodotta dall’ affezione del nervo crurale, la nominerò ischiade venosa anteriore. Ora brevemente dirò qual cosa io abbia dedotto dalla osservazione su di ciascuna e qual sia il mio parere.
IV. Esporrò su le prime ciò, che ò osservato in generale circa la sciatica nervosa posteriore. Essa o è continua od intermittente; perocché qualche volta il dolore sciatico giorno e notte tormenta senza posa, spessissimo però fa tregua per ritornare ed incrudelire a tempo determinato. In ambedue costantemente osservasi, che nelle ore vespertine il dolore vie più si esacerba , nelle medesime ore anche la ischiade intermittente suole manifestare i suoi crudeli accessi. In questi sì grande è la convulsione della parte affetta, che sovente gl’infermi son molestati da un senso di crampo, fuggono il letto, il cui calore loro nuoce , e portatisi all’ aere aperto. Su le prime questa sciatica è quasi sempre continova, poscia, come se andasse perdendo il suo vigore , diviene intermittente. Tuttafiata questa sciatica intermittente spesse volte è la più atroce di tutte, perocché sembra far tregua per acquistare maggior vigore. Mentre ò osservato non pochi, che dalla sciatica nervosa continua son passati alla intermittente, al contrario poi pochissimi ò veduti, che dalla intermittente son passali alla continua: il che nel primo caso è avvenuto non senza giovamento dello infermo, che da un morbo insoffribile passava ad uno più mite. In qualunque maniera vadan le cose, se questa ischiade lungamente persevera, cade la parte affetta nella semiparalisi, della quale è compagna indivisibile una non leggera emanazione ed una indivisibile claudicazione, in tanti casi non ò mai visto divenir perfetta la paralisi
da questa sciatica prodotta.
V. Accuratamente osservati tutti questi caratteri, sembra di appormi bene, che la ischiade nervosa posteriore consista nell’ affezione del nervo sciatico. Il quale sebbene non mi ò giammai intervenuto peter indagare in qualche cadavere di individuo, che con certezza si
fosse saputo aver sofferto sciatica; perchè nessuno ci si è presentato morto per questa malattia, non pertanto io credo di avere stabilita bene la sede del morbo. Perocché fermamente mi sono di quella sede convinto, non solo per le guarigioni di quella sciatica, cui, guidato da tale idea, ò fin qui ottenute con successo, ma anche per la diligente considerazione dei caratteri del morbo. La qual cosa, se trassemi in inganno, è stato un felicissimo inganno, nè grandemente desidero di esser tolto da si innocente errore, giacché tanto successo corona le mie cure. Frattanto io son di parere , che non à contezza della  fabbrica del corpo umano quel Medico, che non riconosca l’affezione del nervo sciatico dalla sede del dolore di coloro, che soffrono tale ischiade e dagli effetti suoi diligentemente ponderali (VI). Poiché, per quanto pertìensi alla sede del dolore, ella è tale, che se lo infermo indicar ne volesse col dito la direzione, cominciando dall’osso sacro sino al sottoposto piede, quegli al certo, a mo’ di peritissimo Notomista, egregiamente seguirebbe il cammin che percorre il nervo sciatico. Però, se IPPOCRATE (De affeclionibus, Lib. 1) dal tragitto del dolore argomentò piuttosto dipendere dall’affezione della vena crurale, è degno di scusa, stante la ignoranza in cui ai tempi suoi era avvolta la scienza dei nervi. E se Prospero Marziano (Loco superius citato) volle seguire il parere d’Ippocrate, quantunque i
dottissimi uomini GIOVANNI RIOLANO (Enchirid. Anat. Lib. V. cap. 3) e Fernelio (Pathol. Lib. VI. c. 18) si fossero bene apposti, ancor questo debbesi attribuire alla ignoranza della circolazione del sangue. Imperocché, avendo egli osservato un fabbricatore affetto da questa ischiade, vide , che nella veemenza del dolore (la qual cosa avveniva a parossismi) tutte le vene sparse per la parte esterna della coscia affetta e della gamba meravigliosamente si gonfiavano, e tosto che il dolore era sedato, si afflosciavano in maniera da non comparire affatto vestigio di esse; da ciò ei giudicò, che il tumore venoso era indizio manifesto della discesa della materia morbifica nella gamba per mezzo delle vene. Il quale, se avesse saputo che a quelle vene era disdetto l’ufficio afferente, e che i muscoli della parte affetta sotto la veemenza del dolore convellonsi in guisa, che le vene esterne più flaccide si tumefanno per la compressione che riceve il sangue e per la sua diversione, allora egli avrebbe ben compreso, che questo fenomeno non poteva addursi per prova del parere d’Ippocrate.
VI. Nè solamente il sito e l’andamento del dolore dimostrano che ripor si deve nel nervo sciatico la sede della ischiade nervosa posteriore, ma lo dimostrano altresì ad evidenza molteplici affezioni dipendenti da questa sciatica. Imperocché la pertinace claudidicazione, che vi si congiugne, manifesta infiacchito il potere dei muscoli che muovono il femore e la gamba: perchè la forza dei muscoli non s’indebolisce per lungo tempo, se essi godono liberamente il potere dei nervi. Una forte prova dei nervi offesi vien fornita eziandio dalla aggiunta semiparalisi: poiché suole essere accompagnata da emaciazione, mercè la quale il torpore delle membra dipendente da lunga inerzia distinguesi dalla impotenza, cui producono i nervi lesi. Sicché se in questa sciatica nervosa son rimasti lesi i nervi della parte affetta, non so come possa dubitarsi, che fra tutti i nervi che trascorrono la coscia il nervo sciatico in cui risiede il dolore sia la causa di questo e dei suoi effetti. Adunque in quel nervo è riposto il dolore; in esso risiede la causa della claudicazione; parimente dall’affezione del medesimo dipende la semiparalisi e la tabe della parte affetta.
VII. Ora intanto vorrei che la mentovata tabe non si confondesse  con la tabe sciatica [paralisi sciatica] di cui fa menzione Ippocrate nel libro de giandulis. Perciocché questa è la consunzione di tutto il corpo, la qual succede poscia che un umore corrosivo si raccolse nell’acetabolo della coscia e vi produsse enorme ulcerazione. E però nata da quella ulcerazione una febre etica consuma mortalmente lo intero corpo. Ma la tabe che vien prodotta dalla sciatica nervosa posteriore occupa solo quelle parti invase dal dolore sciatico. Nè in essa la febbre è tale, nè il rimanente della economia ne soffre, di modo che si può vivere lunghissima vita senza detrimento alcuno. Ed al presente ò già sotto la mia cura un individuo che ha già valico il settantesimo terzo anno, ed è affetto da circa trenta anni da una inveterata sciatica nervosa, per cui la gamba sinistra si è resa oltremodo emaciata, ed è poi sano in tutto il resto della persona. E quella gamba può muoversi tanto, che ei appoggiato al bastone comodamente cammina. Il che io mi penso essergli soprattutto accaduto, perchè cominciò a soffrire opportunamente le emorroidi fluenti: da cui in ogni tre mesi ed anche in questa stessa età fluisce una grande copia di sangue. Or dunque quella tabe sciatica detta da Ippocrate è ulcerosa, generale, e mortale e dipende dalla sciatica artritica. La tabe poi che conseguita alla ischiade nervosa è paralitica e risiede nella sola parte affetta. Ella è continova e non minaccia la vita. La quale diremo piuttosto atrofìa sciatica per distinguerla da quella tabe mentovata da IPPOCRATE.
VIII. Adunque se la sede della ischiade nervosa posteriore è riposta nel nervo sciatico, ci fa mestiere investigare per qual causa questo nervo è affetto, ed in qual sito del nervo persiste quella cagione e donde deriva. Sembra quindi che la causa del dolore sia una materia acre ed irritante che deposta nel nervo sciatico ne irrita i filetti. Nè avvi alcun dubbio che quella materia istessa non occupi la cavità dei filetti nervosi ripiena di quell’umore acre, che discende dal cervello e non mai arriva nei nervi, allorquando quello è illeso. Sicché sembrano piuttosto intercedere i filetti dei nervi, ed esser contenuta dalle guaine cellulose che circondano gli stessi filetti. Non è poi facil cosa discernere donde deriva questa materia. Imperocché da quella fonte, da cui può derivarsi l’umore nelle guaine dei nervi, sembra poter venire con esso la materia acre della sciatica. Duplice è la origine. Posciacchè opinasi che dalla cavità della spina donde emanano i nervi sciatici possa nelle loro guaine fluire una quantità di umori, ed una non piccola porzione di vapore sembra emanare dalle menome arterie che occupano le guaine dei nervi. Adunque con un pò di accuratezza maggiore di quella siasi per lo innanzi praticato debbonsi tener di mira entrambi i fonti di tale umore che invade le guaine dei nervi sciatici; affinchè certamente si sappia se la materia acre produttrice del dolore possa discendere nel nervo sciatico.

[Spazi liquorali cerebrali e spinali] IX. In prima è da sapersi che l’uomo è stato fornito di una cavità spinale più ampia di tutti gli altri animali, la quale comincia  dal gran forame occipitale e si estende sino all’estremità dell’osso sacro e per la quale discende la midolla spinale. Imperocché tanta è la sua ampiezza, che non solo permette alla midolla di passar comodamente, lo che osservasi eziandio negli altri animali, ma sibbene tal midolla nell’uomo è più grande ed imita il cervello, per lo quale l’uomo avanza tutti gli animali, nondimeno la capacità della spina supera di gran lunga tanta grandezza della midolla. Sicché restavi un grande spazio intorno alla midolla, la qual discende per la spina. Ma questo spazio superfluo non è tutto sgombro: conciossiachè per esso discende la dura madre, la quale dal gran forame occipitale in forma di tubo simigliarne ad una vagina involge sino alla estremità inferiore dell’osso sacro la midolla spinale. Questo tubo della dura madre per altro non è sì ampio che da per tutto rivesta la cavità della spina circostante, e nè pure così angusto che abbraccia strettamente la involta midolla. Non solo poi è alquanto distante dalla spina massime in dietro presso la sede delle apofisi spinose; ma eziandio si separa di molto dalla circonferenza della midolla racchiusa. I quali due intervalli mentre l’uomo è sano non son vóti, ma ciascuno è ripieno di una materia. Poiché ò sempre osservato, che per quanto la dura madre sta discosta dalla cavità della spina, per tanto ella è ripiena di una sostanza cellulosa, molle, fluida e spesso fornita di pinguedine, in luogo della quale nei tabidi [portatori di tabe, paralisi] ho ritrovato un vapore mucido; negl’idropici ho rinvenuto un vero muco; ho osservato un vapore sanguinolento in quei feti che per un parto laborioso morirono soffocati. Laonde qualunquesiasi spazio avvi tra la guaina della dura madre e la midolla spinale è sempre interamente pieno, non già della stessa midolla più tumida nei viventi, e nè pure di una nube vaporosa, la qual cosa suppongono sommi uomini in un fatto ancora oscuro, ma di acqua simile perfettamente a quella che sostiene il pericardio intorno al cuore, la quale riempe le cavità dei ventricoli cerebrali [liquor cerebrospinale], il labirinto dell’orecchio, ed in fine le altre cavità del corpo e che non fluisce mai al di fuori.
X. Nè soltanto quest’acqua costantemente circonda da per tutto lo spinal midollo, riempiendo dall’occipite sino alla estremità dell’osso sacro il tubo della dura madre, da cui  è invaginata la midolla spinale, ma rifluisce altresì abbondantemente nella stessa cavità
della calvaria colmando tutti i vôti che si trovano tra il cervello ed il circuito della dura madre. Di questi vuoti osservansene sempre alquanti su la base del cervello; nè di rado interviene che tra lo stesso rimanente ambito del cervello e la dura madre circostante vi
stia manifesto intervallo. La qual cosa osservasi massime nei tabidi e nei vecchi ; poiché in essi grandemente impiccoliscesi il cervello  e rendesi più duro; e mentre potevasi naturalmente appena contenere dalla calvaria, col crescere dell’età o per cagione della
tabe diviene più duro e gradatamente più piccolo della calvaria. Perciò quanta grandezza perde in essi il cervello, per tanto si allontana dal contatto della dura madre; e quello spazio che lascia diminuendo, vien tutto ripieno di una collezione di vapore acquoso.
Sicché nei cadaveri dei tabidi e dei vecchi, accuratamente sezionata la volta della calvaria, non appena intorno al cervello rimasto illeso incidasi la dura madre, immantinente ne sgorga un rigagnolo di acqua: esaurito il quale, essa cade tutta afflosciata sul cervello
e si corruga. Nè ciò avverasi soltanto per lo cervello ma ancora per la midolla spinale, che nei vecchi e nei tabidi divien più piccola ed allontanasi per maggiori intervalli ripieni di acqua dal circostante tubo della dura madre. Per la qual cosa negli uomini sembra star questa legge, che intorno all’ambito della midolla spinale cresca con la età quello spazio ripieno di acqua, perocché mentre è quasi insignificante nel feto, la cui midolla massime nel collo vien pienamente contenuta dal tubo della dura madre, esso acquista molta
grandezza col crescere della età.
XI. Perchè poi gli Anatomici non si fossero sinora avveduti di tanta raccolta di acqua nella spina ovvero intorno al cervello, è dipeso dal sezionare i cadaveri al di dietro e grossolanamente. Imperocché facendosi ad esaminare il cervello ordinariamente incominciano a sezionare il capo dalla cervice, laonde avviene che reciso il tubo della dura madre discendente per la spina del collo, sgorga fuori tutto l’umorc raccolto intorno al cervello e lo spinal midollo ed inconsideratamente sperdesi; indi aperta la calvaria, trovansi vôti tutti gli spazi tra il cervello la dura madre d’innanzi ripieni di acqua; e gli Anatomici ingannati dall’apparenza degli spazi vuoti credono che i medesimi erano forse ripieni di un vapore che si volatilizza. In tal caso dunque tra le fovee della base della calvaria e tra i principali seni vaginali della dura madre, che ricevono i nervi del cervello, rimane appena pochissima parte di quell’acqua, che fa testimonianza della primiera raccolta. Per la quale erronea maniera di sezionare ne succede che versato quell’umore raccolto intorno alla midolla ed al cervello in sua vece entra l’aria ed occupa i siti lasciati dall’umore. Questa suol dunque essere la causa per cui coloro, i quali osservano il cervello , trovano spesso un cumulo di bollicine aeree sotto la membrana aracnoidea occupante la parte superficiale dei solchi del cervello. Il qual cumulo per verità è maggiore o minore secondo che nei vari individui l’ interstizio dell’aracnoide e della pia madre nella superficie dei solchi è maggiore o minore. Ai quali interstizi è amplissima la via dalla base della calvaria, dove l’aracnoide introduccndosi nella spina moltissimo si distacca dal contatto della pia madre: per la qual via come prima l’umore dei solchi cerebrali facilmente fluisce dopo che è stato aperto il collo, così l’aria subentra immantinente nel luogo dell’umore. Sicché non mai abbiam rinvenuto in quei crani le bollicine aeree sotto l’aracnoidea, perché diligentemente si sono aperti stando ancora congiunti allo intero tronco.
XII. È mestiere dunque con ogni diligenza praticar le seguenti sperienze affin di potere chiaramente osservare sì grande copia di umore raccolta intorno al cervello ed alla midolla spinale. Sollevasi la testa di un cadavere intero , e tagliati i tegumenti e denudate le ossa, separasi con un taglio orizzontale la volta della calvaria. Massima attenzione è da usarsi in questo momento, affinché, mentre si taglia l’osso e disgiugnesi dalla connessione con la dura madre, non si perfori questa in qualche punto. La quale, ove sia rimasta intatta, dopo che si son tolte le ossa , da qualunque parte s’incida, ne sgorgherà dell’acqua, purché il cadavere sia di un vecchio o di un tabido, altramente si osserverà perfettamente occupata
dal cervello. Indi poi tagliata la dura madre si ponga a nudo il cervello: ed allora si vedrà chiaramente che nessuna bollicina di aria per minima che fosse occupi la pia madre sotto l’aracnoidea: tolti poi pian piano i lobi anteriori del cervello osservasi scaturire, dell’acqua da amendue le sedi cribrose dello etmoide: togliendo il resto del cervello si vedrà sotto la unione dei nervi ottici ed ai lati della protuberanza ovale esser pieno di acqua tutto quel vuoto che si suol trovare nelle teste separate dal collo. La quale acqua riempie non solo il seno vaginale del quinto paio, ma anche tutto il meato auditivo. Ogni interstizio poi intorno al tronco della midolla allungata riempiesi di acqua; e se quello reciso, estraggasi il cervello e cervelletto, ed elevasi tutto il tronco del cadavere, si osserverà il tubo della dura madre, il quale contiene lo spinal midollo, onninamente ripieno di acqua, la qual circonda tutta la midolla. Il che fatto; se si sìeno distaccati i lati da alcune vertebre lombari e se poscia la scoperta parte inferiore del tubo della dura madre, che involge la cauda equina, s’incida, ne sgorga fuori limpido umore; per lo qual versamento quello umore, che rattrovasi intorno alla midolla spinale superiore, man mauo discenderà, finchè per l’apertura inferiore non si versi onninamente. Se poi, rimasto il capo intatto , apronsi le vertebre lombari e s’ incida il tubo della dura madre, il qual vi si contiene, l’umore abbondantemente fluisce; e tosto che si è versato tanto umore , quanto ne discende spontaneamente al sito inciso, elevandosi la testa del cadavere ed agitandosi, allora di nuovo più copiosa la forza dell’acqua ridonderà verso il luogo aperto, come se provenisse da novella scaturigine. Le quali sperienze ripetute in diversi tempi in quasi venti cadaveri di adulti ho potuto agevolmente cavar fuori dalla cavità della spina quattro e tal data anche cinque once di acqua; la quale ho sovente rinvenuta negli adulti limpidissima sibbene talora leggermente gialliccia; nei feti poi per menoma che ne fusse stata la quantità la ho osservata sempre rossiccia ed opaca.
XIII. Sembra potersi dubitare con qualche speranza di vero, se questa raccolta di umore intorno al cervello ed alla midolla spinale sia solito trovarla nell’uomo dopo la morte, il quale mentre è in vita à quegli spazi vuoti o pieni di una nube vaporosa ovvero della midolla più tumida. Ma il sospettare che in vacuo in vita quello spazio, che si rinviene pieno di umore dopo la morte, non è cosa verosimile, nè le indagini praticate su i corpi degli animali viventi ne dimostrano la verità. Nè sembra esser tanta la nube vaporosa
che occupa quegli spazi mentre l’uomo vivo, da addensarsi dopo la morte e riempirli di acqua. Arrogi che le vivisezioni di certi animali comprovano la presenza di quel vero umore raccolto intorno al cervello ed alla midolla spinale, del quale dubitiamo nell’uomo
vivo. Imperocché l’abbiamo osservato in diversi pesci o sezionati vivi o subito dopo morti, ma massime nella testuggine marina, la quale abbiamo non ha guari [pari] sezionata viva del peso di quindici libbre, di cui il volume del cervello era piccolissimo atteso la capacità della calvaria, di maniera che molto spazio da per ogni dove intercedeva dalla sede del cervello sino allo intero ambito della calvaria; tutto questo spazio era colmo di molta acqua, la quale sembrava interposta intorno alla stessa midolla, che per altro quasi riempiva la cavità della spina. Però non ho potuto osservare la medesima cosa nè nei cani viventi nè nei volatili; perchè in questi il cervello e lo spinal midollo sì in vita che dopo la morte si rinvengono di tanta grandezza da eguagliare la capacità della cavità in cui si contengono. Ma se questi animali non furono idonei a confermare la presenza del vapore raccolto, furono però di grande pruova che il cervello e la midolla spinale niente perdono della loro grandezza dopo la morte. Quantunque coloro che suppongono nell’uomo vivo la midolla più tumida ed idonea a riempire tutto lo spazio circostante debbono ancora avvertire, che le origini dei nervi provvedenti dalla stessa midolla si osservano nei cadaveri libere per quello spazio, se non vogliono che quelle sieno nell’uomo sano complicate
e compresse. Quello spazio dunque che si trova intorno alla midolla spinale non solo è secondo natura ed è pieno di acqua, ma ancora nel cadavere è quasi simile a quello che si osserva nell’uomo vivente. In natura sta assolutamente sanzionata la legge che nulla di vacuo vi à nel corpo degli animali , in cui se non stia liberamente l’aria esterna o qualche cosa solida vi à dell’umore.
XIV. La è cosa veramente da stupire come questa ampia e quasi principal cavità della spina ripiena di vapore sia stata trascurata da Illustri uomini, che con solerzia occuparonsi del vapore delle cavità del corpo umano. Ei par senza manco che il vapore della spina , come quello che umetta tutte le altre cavità del corpo, sia in perenne stato di rinnovamento, trasudando costantemente dalle estremità delle piccolissime arterie e di bel nuovo riassorbendosi dalle piccolissime vene inalanti; e noi principalmente ce ne siamo convinti con esperimenti altra fiata praticati, che certi orifizi inalanti delle venuzze della dura madre davvero metton foce [terminano] nella superficie interiore delle medesime (De Aquaeductibus auris humanae internae §. LXXVI): il che dallo Illustre Nipote di BOERHAAVE ABUAMO KAAV un tempo fu messo in dubbio (Perspiratio dicta Hippocrati §. 611. pag. 273). Dal canto mio non ne dubito punto; la qual cosa fu eziandio non guari [parimenti] confermata dal sommo HALLER (Elem: physiol: Tom. IV. Lib. Sect: II. p. 7, 78); in queste acque della spina si mescolano di poi anche quelle che riceve il ventricolo del cervelletto o dai ventricoli maggiori del cervello per la lacuna e l’aquedotto del Sylvio ovvero dalle proprie arterie esalanti: la posizione del ventricolo del cervelletto perpendicolarmente situata e la via abbastanza aperta verso la cavità della spina ci manifestano chiaramente il versamento dell’umore nella spina.
XV. Nè a dimostrare questa mescolanza dell’acqua dei ventricoli del cervello con quella che occupa lo spazio circostante la midolla spinale si oppone la concrescibilità, che volgarmente attribuiscesi alle acque dei ventricoli, la quale non ci è accaduto mai vedere nell’acqua della spina, giusta i nostri esperimenti. I quali se esattamente si praticheranno, si vedrà l’acqua dei ventricoli del cervello simile e della stessa natura di quella della spina. Questa acqua della spina messa sul fuoco non si coagola. Perchè (piante volte ho avvicinato al fuoco due tre o anche più once di quell’acqua attinte da cadaveri, la qual cosa trovo notato di averla praticato sette volte alla presenza degli avversari, ella per verità bollì sempre e produsse spuma [presenza di proteine], con odore somigliantissimo a quello del brodo caldo delle carni, ma a poco a poco svaporò senza il menomo segno di cagliamento. La quale proprietà fu costantemente manifestata dall’acqua attinta dai grandi ventricoli del cervello, comunque poca secondo il solito. Intorno allo quali acque il BELLINI aveva già praticato lo stesso esperimento con simile successo, il quale vide che la linfa della cavità del cervello facilmente si riscaldava e tutta quanta svaporava e lasciava appena qualche vestigio di sè nel vaso, nel quale si mette a svaporare presso il fuoco (De motu cordis prop. XII). Il che fu pure confermato dalle sperienze di BRUNNER imperciocché vide che praticando la svaporazione, le acque dei ventricoli cerebrali si coprivano di una cotennetta [velo proteico], non però che ella cagliasse come l’albumina [data la modesta quantità di proteine], siccome per l’opposto avvenir suole alla linfa (De Giandula pituitaria). Simigliantissimc cose a coteste praticarono di poi il BOERHAAVE (Prael: ad Institut. med. §. 114 XXIV. Not. Tenuissimum) e non ha guari [pari] l’illustre ANTONIO DE HAEN (Parte IV. c. V. p. 216 rationis medendi Ed. Vid. 1160).
XVI. Nè sembrami come mai in cosa evidente uomini sommi avesser potuto giustamente preferire agli esperimenti nostri ed a quelli addotti fin qui da dottissimi uomini alcuni altri contrari o non abbastanza ripetuti o non ben compresi, i quali attesterebbero la capacità del cagliamento del vapore dai ventricoli del cervello, poggiati a quel principio che quando alcuni esperimenti rendono concrescibile qualche sugo ed altri poi dimostrano che si svapora, aggiustar debbesi maggior credenza ai primi; poichè l’indugio e la putrefazione
possono rendere svaporabile l’umore, ma nessuna circostanza lo rende concrescibile. Imperocché quegli umori che sonosi putrefatti sono fetidi e torbidi, e non mai limpidi ed inodori, allorquando io ho praticato queste indagini ho scelto sempre il vapore dei ventricoli del cervello limpidissimo ed inodoro. Nè al certo è vero che l’umore animale può perdere la facoltà di cagliarsi che contiene, nè può mai acquistarla quando non l’abbia. Ed al contrario nel corpo degli animali può piuttosto acquistar facilissimamente l’indole concrescibile quell’umore che non l’abbia, e difficilissimamcnte perderla quello che ne è fornito. Poiché nessuno umore perde una tale indole se non per somma putrefazione, il qual caso è difficilissimo, nè può avvenire finché l’umore è limpido ed inodoro; acquista poi la natura concrescibile per facilissime cagioni, anche conservatasi la limpidezza.
Di modo che se altri sperimenti chiarissimamente stabiliscono la natura concrescibile a qualche umore limpido già segregato dal sangue, altri al contrario la negano del tutto; bisogna giudicare che quelli che la negano, manifestano piuttosto l’indole nativa dell’umore. Imperocché l’umore conservata la limpidezza e rimanendo inodoro potè innormalmente coagolarsi; ma non potè al certo, conservalo tali proprietà, perdere la facoltà di coagolarsi. La qual cosa vien confermata dagli esperimenti. Conciossiachè spessissimo è osservato che senza alcuna grande perturbazione ànno acquistata la proprietà concrescibile tutti quegli umori, che vengono dal sangue deposti in qualunque cavità degli animali e che naturalmente son concrescibili (XVIII). La qual cosa se volessi alla spicciolata dimostrare con gli esempli, chiaramente veggo di dover io a molto malincuore praticar due cose; la prima cioè di dover in questo luogo addurre alcuni esempli , che più opportunamente ò già destinati per un altro lavoro; la seconda di dover sembrare mio malgrado dissensiente dalle opinioni di dottissimi uomini, le quali vorrei soprattutto seguire e piuttosto commendare. Ma praticherò entrambe le cose per non sembrare di aver tolto qualcosa all’onore del vero. Sicché mostrerò che nel corpo umano tutti quegli umori, che segregati dal sangue non potrebbero naturalmente coagolarsi, sogliono per facilissime cause e senza grave perturbazione frequentemente acquistare l’indole concrescibile. Mi farò dall’orina, la quale si sa da tutti che non è concrescibile ; nè pure io la ò osservala coagolata in alcuni esperimenti che tra non guari citerò. …

[Fisiopatologia del nervo sciatico] XXIV. Resta che diligentemente investighiamo se il descritto vapore (IX) della spina penetri le guaine dei nervi provenienti dalla midolla spinale; affinchè quindi ai nervi così prodotti e tragittanti pel corpo gli serva come di bagno e fomento siccome accade a tutta la midolla. A me non sembra doversi del tutto riprovare che questa serva ai nervi. Imperocché lo stesso tubo della dura madre, da cui contiensi lo spinai midollo, riceve tutti i nervi che derivano dalla spina, in una certa appendice simile ad un imbuto ed a guisa di guaina; la quale è libera compagna del nervo, finché il nervo che sta per uscire dalla spina formi il ganglio. Sicché la cavità di tutte le guaine che ricevono i nervi della spina essendo continua con la cavità del tubo della dura madre che comprende la midolla spinale , ed é ripiena del tutto del medesimo vapore, è chiaro che ciascun nervo della spina fino al suo ganglio venga fomentato da quello. Sicché rimane in dubbio se avvenga anche al di là del ganglio. Conciossiacché tutte le guaine della dura madre, sinora spaziose , si rendono grandemente anguste intorno al ganglio; indi poi si riducono in lamine cellulose, le quali in parte abbracciano da per ogni dove il nervo, in parte rivestono ancora ciascun filetto nervoso. Sembra dunque impedita la via al vapore che è per passare al di là del ganglio; la quale però volemmo sperimentare se la traghettasse l’aria o il mercurio. Avvenne ciò per l’una e per l’altro. Imperocché l’aere spinto per il tubo applicato al largo orifizio della guaina al di là del ganglio lo trapassò; perchè le guaine che rivestano il nervo al di là del ganglio si gonfiarono incontanente. E per la medesima via iniettato e premuto il mercurio valicò le angustie del ganglio e s’intromise nelle medesime guaine cellulose del nervo. I quali sperimenti abbiam praticati principalmente in quelle guaine che rivestono i nervi, i quali al di fuori della spina si riuniscono formando il tronco sciatico. E quantunque il passaggio dell’aere e del mercurio olirà il ganglio non si ottiene altrimenti che con qualche pressione, tutta volta la fu leggera ed in vero non sì che potesse arguirsi ad un ostacolo, il quale nell’uomo vivente, mancandovi la pressione, non potrebbe il vapore della spina unque mai superare di per se. Che se per ventura si pensasse essere la purezza ed indole acquosa del vapore della spina assai più penetrabile dell’aere e del mercurio; ed ancora quanto nell’uom vivo sieno più lasche le vie da traghettarsi e più penetrante per lo calore l’umore che le dee traghettare; è sufficiente la ragione perchè non si possa del tutto rifiutare il parere di coloro i quali reputano i nervi anche oltra il ganglio spinale godere del benefizio del vapore della spina.
XXV. Che se si fosse costatata la natura di questo vapore della spina capace di cagliamento, e non piuttosto in verun modo concrescibile presso il fuoco (XV), facilmente ora acconsentirei a quei sommi uomini i quali credono che questo vapore della spina percorrendo le guaine dei nervi fosse stato raccolto dal MALPIGHI (Oper. posthum. p. in. 27. ed.Ven.) quando spremette un umore glutinoso simile alla trementina dalla incisione di un tenue nervicciuolo qua e là scorrendo per la coda di un bue e compresso coll’unghia. Ma ora deesi da altra origine ripetere quell’umore glutinoso simigliarne al quale sembra averlo eziandio osservato HEISTERIO in un nervo da lunga pezza inciso (De rachitide); il quale dovendo fare un esperimento in un cane non so quale nervo ferì; il che fatto , veniva il cane miseramente tormentato da convulsioni. Indi dopo tre mesi nel medesimo cane sezionato in quel punto in cui erasi per lo innanzi formata quella ferita rinvenne una notabile concrezione come glandolosa , la quale ei giudicò aver tratta la sua origine dal sugo nervoso emanante dalla puntura del nervo. E quantunque ci rincresca
davvero che HEISTERO non abbia in alcun modo mentovato qual nervo abbia ferito; e possa valere il sospetto di aver ferito un tendine in vece del nervo; per non tacciar però di negligenza quel saggio uomo e per tener conto delle susseguite convulsioni, che son solite esser prodotte da un nervo anzi che da un tendine ferito, si giudicherà questo esperimento idoneo a dimostrare la presenza dell’umore glutinoso nei nervi. Mentre poi la esistenza di quest’ umore nei nervi non può mettersi in dubbio, avvegnaccliè anche noi l’abbiamo manifestamente trovato ripetendo la esperienza del MALPIGHI; pur tuttavia devesi d’altronde ripeterne la origine, la quale non si può dalla spina. Il MALPIGHI e l’HEISTERO la fecero derivare dal cervello; perciò opinarono esser quel glutine come il vero sugo dei nervi, scorrendo naturalmente per la cavità delle fistole nervose; entrambi, a mio credere, s’ingannarono; nè MALPIGHI è stato severo interpetre delle stesse sue osservazioni, lo che fa meraviglia. Imperocché ei che premuti i medesimi nervi nella prima
uscita dalla midolla spinale, quando non ancora erano rivestiti dalla dura madre (XXIV), non osservò quell’umore glutinoso, egli che avrebbe dovuto comprendere che, quando sono già rivestiti dalle guaine, facilmente uscirebbe, (luogo testé citato) non avevano potuto rendere l’umore glutinoso non per mollezza; la quale di certo non è si grande nella
uscita dei nervi che comprimendoli si lacerino, ma piuttosto per la mancanza delle guaine. Aggiungi , che troncando la midolla spinale di un cane vivo, per la quale scende il vero umore nervoso dal cervello e passa nei nervi, mi parve scaturire dal punto inciso un umore veramente acquoso e facile a svaporare, non tenue e conoscibile; lo che fu anche dal BOERHAAVE con esperienza osservato (Rael. ad Inst. § CCDXXIV). E che questa indole del vero umore acquoso discendente dal cervello nei nervi sia acquosa ed incapace di coagolo oltra questi sperimenti ci vien dimostrato non solo dalla ragione ma ancora, a mio credere, da quelli prima di questi nove anni praticati con singolar successo dal ch. MOLINELLO (Bononiensis Academiae Comment. Tom. III. p. m. 282). Il quale dalle cellule dell’ottavo paio dei nervi ligato per molto tempo, nelle quali cellule pareva disceso il vero umore del cervello, raccolse un umore non già glutinoso, ma tenuissimo e volgente al bianco e celerissimamente svaporabile. Adunque rimane ad investigare l’origine di quell’umore, il quale, i nervi premuti, rendono concrescibile, non potendosi derivare nè dalla cavità della spina nè dal cervello.
XXVI. Però tale origine non potrà divenir palese se pria non definiamo la vera sede di questo umore. Ed in vero sembra che quell’ umore concrescibile non contengasi nelle guaine nervose, la cui cavità credo non sia stata da alcuno osservata, ma nelle guaine cellulose che abbracciano i filetti dei nervi. La qual cosa io conobbi dopo di aver alquante
volte diligentemente premuti quei nervi ad altri quasi simili, indicati dal MALPIGHI. Perocché in tal guisa osservai quell’ umore sorgere e passare molto manifestamente tra il nervo e la guaina. Il qual passaggio il MALPIGHI affermò avvenire, forse frettolosamente, piuttosto per le fistole nervose che per le guaine, fintanto che si sarebbe potuto effettuare, non avrebbe egli affatto potuto ottenere alcuna sostanza glutinosa, come di fatto osservò nei nervi non ancora usciti dalla spina (XXV). Sicché si può giustamente discutere donde mai le guaine dei nervi ricevano questo umore. E di fatto non ricevendolo nè dal cervello
(XXV) nè dalla cavità della spina (XV), restavi che lo ricevino da quelle arterie proprie, le quali son solite percorrere le guaine di tutti i nervi, e che, come negli altri interstizi della membrana cellulosa (XXI), emanano anche nelle guaine dei nervi un’umore atto a coagolarsi mescolato a vapore. Poicchè questa ampia strada del vapore vien dimostrala dall’acqua tiepida, che iniettata nell’arteria crurale come penetra in tutta la rimanente membrana cellulosa della gamba, cosi apertissimamente nelle guaine dei nervi. Nelle quali finché l’animale è vivo e caldo, credo che tutto quell’umore emanato dalle arterie sia scorrevolissimo, che poscia diviene più lento per la morte, e più glutinoso per il freddo.
Imperocché di fatto i nervi premuti negli animali vivi o in atto caldi emettono dalle guaine un umore acqueo, non glutinoso, che poi tale diviene, quando i nervi sono già freddi. Ecco dunque dimostrato che due sono i fonti donde l’umore deriva nelle guaine di qualunque
nervo, l’uno è la cavità della calvaria o della spina, l’altro le proprie arterie delle stesse guaine; e di là l’umore vien somministrato alle guaine dei nervi pochissimo e del tutto acquoso; dalle arterie ne emana moltissimo ed in parte atto a coagolarsi. Ora quando la cagione produttrice del dolore della ischiade nervosa posteriore è riposta (VIII) in questo umore, il quale scorre eziandio per le guaine dei nervi sciatici, investighiamo come questo umore delle guaine nervose possa produrre dolore nel nervo sciatico.
XXVII. Questo dolore può essere prodotto o perchè l’umore eccedente nella quantità enormemente ne impregna la guaine ed il nervo rinchiuso; o perché divenuto acre punga ed irrita il nervo. Sembra che le sperienze insegnino e confermino amendue le cose. Poiché io ò veduto; la qual cosa è stata osservata altresì da IPPOCRATE (Popularium Lib. V. num. XXXIII. in Polemarchi uxore p. m. 793. Tom. I. editionis Lindani ) e da CELIO AURELIANO (Morborum Chronicorum Lib. V. cap. I. p. in. 547. Ed. Ammansi Amstael.
MDCCXXII); che soppresso il consueto scolo di sangue delle moroidi o dell’ utero, ripercossa ancora la lattazione o la lochiazione è sopraggiunta la ischiade posteriore nervosa: per la qual cagione sembra che la sciatica sia stata prodotta non dalla rea natura degli umori, ma dalla esuberanza. Parimente è veduto che àn prodotta la sciatica nervosa
posteriore i forti colpi ricevuti su la coscia o vero le soverchie distensioni delle coscie nell’innalzar cose pesanti. Le quali cagioni sembrano di avere in forza dello stimolo condotta maggior copia di sangue nei nervi della coscia. Ma si è ancora osservato che moltissimi molestati dal virus reumatico o venereo àn sofferti ostinati dolori nei nervi sciatici, come in mollissime altra parti del corpo. Sarà pregio dell’opera scegliere tra molti esempli quello di un individuo per parecchie ragioni degno di esser mentovato. Fu egli affetto da un grande e molteplice bubbone venereo all’inguine sinistro ed il cumulo delle
glandole inguinali erasi enormemente gonfiato. Il Chirurgo badando piuttosto alla qualità dell’individuo anzi che al fatto, lo aprì nel centro col caustico, e tra pochi giorni ne avvenne la cicatrizzazione; nè badò, nè curò quattro grandi glandole lasciate sotto la cicatrice assai gonfie. Lo infermo scioccamente allegro della guarigione ritornò alle sue faccende: ma a poco a poco avverte la coscia affetta da un doppio dolore sciatico, anteriore e posteriore, ma vie più posteriore. Sicché fu costretto di giacere a letto con la gamba piegata e di esser notte e giorno tormentato a causa degli acerbi dolori. Chiede aiuto: si sottopone alle frizioni mercuriali, ma compiuta tale cura il morbo era lo stesso o anzi più crudele. Ricorse alle consulte: io innanzi tutto esploro l’inguine per osservare la sede, ove più spesso giaceva occulta la origine dei dolori, cui non estinse la idrargirosi [l’anomala colorazione della cute causata dall’assunzione o dall’applicazione esterna di prodotti contenenti mercurio], cioè le glandole tuttora tumide pel veleno, la cui atmosfera è solita non solo affliggere l’intero corpo, ma ancora con maggiore veemenza molestare le sedi vicine. Primieramente la cicatrice mostrava il vizio latente, profonda nel mezzo, tumida all’intorno e largamente rugosa. La comprimo ed avverto i tumori delle glandole sottoposte grandi, duri, dolenti. Pronostico che se non si aprono con ferro rovente le glandole e si distruggono con la suppurazione, i dolori non finiranno con qualunque aiuto. L’ infermo si spaventa del consiglio; io insisto rammentando molti esempli, nei quali
avea evidentemente osservato, che i dolori surti per tal cagione non potevano sedarsi altramente che con quel rimedio. Un Chirurgo troppo pietoso aprì il luogo col caustico; la cicatrice dura; le glandole consolidate rifiutono di distruggersi con tal soccorso. I tormenti, l’insonnio, la emaciazione abbattono l’ammalato. Allora, uscito d’ogni speranza, si ricorre a quell’unico ed efficace rimedio. Le glandole aperte col fuoco suppurano, i dolori con l’avvanzare la suppurazione diminuirono e svanirono del tutto poscia che la durezza delle glandole e il volume morboso si distrussero. Questa guarigione richiese quasi due mesi ma ne seguì perfetta sanità. Ho ancora numerosi esempli di quelli che àn sofferti questa sciatica nervosa dopo inveterate ulceri del tutto chiuse, dalle quali cose si arguisce, che, avvenuta la infezione del sangue, un cattivo vapore occupava le guaine dei nervi sciatici. In altri è sovente veduto essersi prodotta la medesima sciatica per lo smodato freddo sofferto dalla gamba e dalla coscia, nei quali niuna altra può essere la cagione produttrice della sciatica se non ammetti che quel vapore delle guaine del nervo sciatico prima era sano e poscia si è alterato per quella cagione esterna. Ho anche degli esempi e più recentemente uno, in cui un’infermo dopo di essersi guarito dalla sciatica nervosa della gamba destra prodotta da questa cagione fu preso dalla paralisi del lato sinistro tanto alla gamba quanto al braccio, la quale non v’à chi nieghi facilmente essersi prodotta dalla trasmigrazione dell’umore sciatico di rea natura.
XXVIII. Essendo però solito avvenir di leggieri, che quelle cagioni le quali sono spezialmente idonee o ad accrescere il vapore o a renderlo acre tralasciano altri nervi del corpo umano, ed assalgano gravemente e pertinacemente occupano come apposta i nervi sciatici; non senza ragione potrebbesi investigare se le guaine dei nervi sciatici anno una particolare disposizione, per che con maggior frequenza e gravità cadono massimamente in quelle affezioni, dalle quali quasi tutti gli altri nervi sono immuni, di modo che ricevono il vapore ridondante dalla massa del sangue e le particelle acri, e sono perciò gravemente affetti dalle cagioni esterne. Ed in vero sembrami che ve ne à parecchie; prima d’ogni altro perchè le esterne guaine dei nervi sciatici son rade ed ampie, la qual cosa per quanto mi sappia non è degli altri nervi del corpo umano. Imperocché è risaputo che il nervo sciatico proveniente con molteplice origine dalla spina si unisce in un sol tronco dietro il gran trocantere del femore, del quale nessun nervo rinviensi più grande in tutto il corpo umano;  unisconsi poi in questo tronco quattro o cinque radici separatamente derivanti dalla spina, le quali congiungono in un solo i fili nervosi e tutte le loro guaine. E queste guaine, le quali si son dette originarie al nervo, non son soperchiamente rade: che anzi sono sempre strettissimamente congiunte al nervo che rinchiudono. Quando poi si è formato il tronco del nervo sciatico, le altre guaine, che finalmente lo rivestono sono molto rade come è detto. Elle vengon riunite da una membrana cellulosa che è copiosissima e fornita di grandi lamine, in quel punto in cui il nervo prima si unisce in tronco, e suole essere sfornita di pinguedine, come ò sinora osservato. Le lamine poi di questa
membrana sebbene forniscono le guaine al nervo piuttosto per ufficio necessario, cui devono prestare al tronco del nervo, il quale le passa per lo mezzo, che per apposita struttura e cammino; spesso però si accomodano al nervo trascendente cosi acconciamente, che sembrano esser qui collocate non tanto per invaginare atteso la necessità del luogo, quanto per la bontà di struttura. Perocché qualche fiata ò veduto;
la qual cosa osservo ancora apertamente nel nervo sciatico sinistro di un cadavere; che queste esterne, che si posson chiamare accessorie, ricevono il tronco del nervo recentemente formato a mò d’ imbuto: e qua fisse alla sommità del trocantere, là ricevono il nervo discendente come da un orifizio marginato e ricevuto accompagnarlo continovamente sino alla gamba. Ed è tanto elegante la presente guaina che intromesso
il manubrio dello scalpello tra il nervo e la guaina, somiglia il tronco del nervo sciatico ad una spada ricevuta nella aperta guaina. …

Estratto da Commentario sulla Sciatica Nervosa di Domenico Cotugno recato in italiano dal latino pel Dottor Francesco Morlicchio, Napoli, 1860

 

 

 

 

1779.  JOHAN CRISTOF ANDREAS MAYER (1747-1801).

Anatomisch-physiologische Abhandlung von Gehirn, Rückenmark und Ursprung der Nerven, von Johann Christoph Andreas Mayer, … Berlin und Leipzig, ben Georg Jacob Deder, 1779.

1779 MAYER -GEHIRN (scarica PDF 32MB)

Frontespizio

 

Tavola 1. Spaccato del lato destro del cranio (D) senza il cervello all’interno per cui si osserva la falce della dura madre (a) e il tentorio destro sinistro (b), al centro la nicchia dell’ipofisi (H) e lateralmente le rocche (E), anteriormente  la base frontale (F), la cristagalli (G). Ossa frontali (B), temporale (A), occipitale (C).

 

Tavola 2.  Superficie degli emisferi con la fronte in basso. A sinistra tolte le meningin si vedono vasi e solchi. Medialmente aperto il seno sagittale. A destra la dura madre è integra con le granulazioni del Pacchioni (C).   (J.B.G. Hopffir ad nat: del: / C.C.Glassbach Sc. Berol.)

 

Tavola 3. Sezione orizzontale degli emisferi con i lobi frontali in basso. A sinistra sezione a livello del corpo calloso. A destra la sezione passa per il ventricolo laterale. Plesso corioideo (p).  Corno occipitale (B).  (J.B.G. Hopffir ad nat: del: / C.C.Glassbach Sculps: Berol.)

 

Tavola 4. Sezione orizzontale al tratto dell’emisfero destro con dettagli del talamo.  (J.B.G. Hopffir ad nat: del: / C.C.Glassbach Sc.)

 

Tavola 5. Tolto il corpo calloso e i corpi mamillari si vede l’acquedotto di Silvio, e, proseguendo verso l’alto, la commessura posteriore (b), il terzo ventricolo (f) , la commessura anteriore (o), l’ipofisi (n), radiazioni ottiche (d). (J.B.G. Hopffir ad nat: del: / C.C.Glassbach Sc.)

 

Tavola 6. Aspetto della superficie cerebellare con gli emisferi ed il verme cerebellare medialmente. Più in alto la ghiandola epifisi e la commissura posteriore. (J.B.G. Hopffir ad nat: del: / C.C.Glassbach Sc.)

 

Tavola 7. Tronco encefalo aperto posteriormente con la base del IV ventricolo in basso e il alto il Corpo Calloso (c), il Mesencefalo con i corpi mamillari (d,f). Lateralmente a destra il lobo cerebellare (superficie e sezione). (J.B.G. Hopffir ad nat: del: / C.C.Glassbach Sc.)

 

Tavola 8. La base dell’encefalo è posizionato con la fronte in basso con i lobi Frontali (A) in cui lungo il solco oftalmico (a) giace il nervo oftalmico (1) a sinistra spostato il bulbo oftalmico. La scissura di Silvio (C) e il lobo temporale B (a sinistra è sezionato il polo temporale mostrando il fascio piramidale (c) che prosegue con il peduncolo cerebrale: K). Nervi ottici (2) e chiasma ottico (t). Ipofisi (f), corpi mamillari (h). Ponte cerebrale (E). Terzo nervo cranico (3), IV nervo cranico  (4), Trigemino (5), Abducente (6),  Facciale (7), Acustico (8), Piramidi (o), Olive (p), Medulla oblongata (q). Cervelletto (D). (J.B.G. Hopffir ad nat: del: / C.C.Glassbach Sculps: Berol.)

 

Tavola 9. Midollo spinale. A sinistra si osserva il sacco durale con la dura è integra da cui fouriescono con le tasche radicolari le radici spinali (1-8 radici cervicali, I-XII radici dorsali, a-f radici lombari, α-ε radici sacrali) con il rigonfiamento dei gangli spinali. A destra la dura è stata perta e si vedono il midollo spinale, le radicole che formano le radici, il cono midollare e la cauda equina. (Glassbach sculpsit)

 

 

 

 

1787.   CALDANI  MARCANTONIO, LEOPOLDO (1725-1813).

CALDANI Leopoldo Marcantonio, nacque a Bologna nel 1725 e morì a Padova nel 1813. Laureatosi nel 1750 ebbe nel 1755 la cattedra di medicina pratica. Trasferitosi a Padova fu allievo e poi successore di Giovan Battista Moraaani alla cattedra di anatomia, che abbandonò nel 1805. Medico e scienziato di fama internazionale, il suo insegnamento richiamò discepoli da tutte le parti d’Europa. Notevolissime le sue ricerche sulla struttura delle ossa, sui gangli nervosi e sul plesso nervoso in generale. Delle sue numerose opere meritano particolare menzione le Institutiones pathologicae (Istituzioni di parotogia), pubblicate a Padova nel 1772, dalle quali traspare evidentissimo l’influsso
del Morgagni; le Institutiones anatomicae (Istituzioni di anatomia), pubblicate a Venezia nel 1787, ed, infine, le Institutiones physiologicae (Istituzioni di fisiologia), pubblicate a Padova nel 1808. Meravigliose sono le Icones anatomicae (Tavole di anatomia) che vennero pubblicate a Venezia fra il 1801 ed il 1813 a cura del nipote Floriano Caldani.

Estratto da Storia della Medicina, prolusioni di G. Armaocida, E. Bicheno, B. Fox, dizionario di S. Musitelli, Jaca Book, 1993.

Leopoldo Marco Antonio Caldani (1725-1813) è stato un fisiologo, anatomista, scienziato e accademico italiano. Dopo gli studi primari, si laureò in medicina e filosofia all’Università di Bologna il 12 ottobre 1750. Lavorò inizialmente come assistente nell’ospedale di S. Maria della Morte, svolgendovi anche ricerche sperimentali di anatomia e fisiologia che lo imposero all’attenzione del mondo medico e scientifico. La sua reputazione di giovane e promettente scienziato si diffuse rapidamente tanto che fu ammesso all’Accademia dell’Istituto delle Scienze di Bologna e, nel 1755, il Senato Bolognese gli conferì la cattedra di medicina pratica all’Università di Bologna. Il Caldani aveva richiamato subito l’attenzione del mondo scientifico per i suoi studi sperimentali sull’elettricità animale e per aver aderito alla dottrina fisiologica di Albrecht von Haller della irritabilità e sensibilità animale, che tuttavia contribuì a rivedere criticamente. Proprio l’adesione alla teoria Halleriana lo coinvolse in aspre polemiche nel tradizionale mondo accademico bolognese, tanto che il Caldani, amareggiato per la dura ostilità dei colleghi, maturò la decisione di lasciare Bologna e nel 1760 si trasferì a Venezia, dove esercitò la medicina, subito con grande successo.

In questo periodo, numerose università italiane e europee gli offrirono cattedre. Nel 1764 infine accettò la cattedra di medicina teorica dell’Università degli Studi di Padova offertagli dai Riformatori dello Studio. All’Università di Padova il Caldani fu professore per oltre 40 anni, fino al 1806, succedendo a Giovanni Battista Morgagni sulla cattedra di anatomia nel 1772. Nel 1758 si era già recato a Padova per ascoltare le lezioni di Morgagni e conoscerlo di persona. Tuttavia nell’ambiente accademico e nei salotti era nota la sua rivalità e antipatia verso il Morgagni, della cui opera scientifica non comprese (o non volle riconoscere) del tutto l’importanza, e che, in pubblico, soleva chiamare ironicamente Sua Maesta Anatomica e in privato principe de’ macellai. Il Morgagni lo ricambiava in ugual misura, e anzi cercò di ostacolarne l’ascesa accademica, vedendo in lui un possibile successore in grado di eguagliarne la fama.

Caldani, figura di grande notorietà nell’ambiente biomedico italiano e europeo di fine Settecento, dal punto di vista scientifico fornì contributi originali in anatomia, fisiologia e patologia e fu anche stimatissimo anche come medico pratico, sebbene oggi il suo nome non sia tra i più ricordati del periodo (perlomeno non ai livelli di Spallanzani, Haller o dello stesso Morgagni). Ciò è dimostrato dai numerosi contatti epistolari costanti con tutti i maggiori scienziati europei a lui contemporanei e dall’appartenenza a svariate accademie scientifiche, tra cui l’Accademia Nazionale delle Scienze, la Royal Society di Londra, l’Accademia delle Scienze di Berlino e la Società Reale delle Scienze di Gottinga.

Diverse sue opere monografiche ebbero ampia fama e vennero adottate come libri di testo in molte università italiane e europee. Tra tutte va ricordato il classico atlante anatomico Icones anatomicae quotquot sunt celebriores ex optimis neoteoricum operibus summa diligentia deromptae et collectae (uno dei più famosi atlanti della storia dell’anatomia, in 4 volumi, editi a Venezia tra il 1801 e il 1814) creato in collaborazione con il nipote e successore a Padova sulla cattedra di anatomia Floriano Caldani.

Estratto da https://it.wikipedia.org/wiki/Leopoldo_Marco_Antonio_Caldani

Caldani Leopoldo Marcantonio. – Nacque a Bologna il 21 novembre 1725 da Domenico, in una famiglia appartenente all’antica aristocrazia modenese, trasferitasi a Bologna anteriormente al 1577, anno in cui il Senato le concesse la cittadinanza. Compiuti gli studi inferiori, il Caldani seguì i corsi di medicina nell’ateneo bolognese: laureatosi nell’ottobre dell’anno 1750, fu per alcuni anni assistente nell’ospedale di S. Maria della Morte, svolgendo al contempo studi e ricerche anatomo-fisiologiche. Sulla base di tale lavoro clinico e sperimentale, nel 1753 il Senato bolognese gli offrì la cattedra universitaria di medicina pratica, che nel 1760 fu sostituita con quella di anatomia. Fino da questi primi anni d’insegnamento il Caldani richiamò l’attenzione del mondo scientifico; i suoi studi, non ristretti nell’ambito del provincialismo accademico, l’avevano reso convinto assertore delle nuove prospettive in anatomia e fisiologia aperte dall’opera di ricercatori come Ruysch, Boerhaave, Haller.

Quando dalla sua cattedra il Caldani cominciò a diffondere le nuove tematiche, e particolarmente cominciò ad applicare nel lavoro anatomico il concetto halleriano di irritabilità muscolare, i circoli medici tradizionalisti gli manifestarono una palese ostilità, al punto da fargli apparire desiderabile il trasferimento in un’altra sede universitaria. La polemica tra il Caldani e i suoi avversari fu uno dei fatti scientifici più rilevanti della Bologna di quegli anni, e se ne trovano tracce negli scritti di Algarotti e di F. M. Zanotti. La presa di posizione del Caldani fu espressa nella Lettera al signor A. Haller sulla insensibilità ed irritabilità di alcune parti degli animati (pubblicata a Bologna nel 1757, e ristampata nel 1857 sempre a Bologna, da G. B. Fabbri nella raccolta di Opuscoli di vari autori sulla insensività ed irritabilità halleriana).

Quando il Caldani ebbe maturato la decisione di lasciare Bologna, lo Haller, del quale era corrispondente, gli fece offrire una cattedra a Francoforte; anche altre università gli offrirono un insegnamento, ma fra tutte le offerte egli accettò quella fattagli dal Senato veneto della cattedra di Medicina Teorica a Padova, con la con dizione di succedere in quella d’Anatomia al Morgagni quando questi avrebbe lasciato l’insegnamento. Recatosi a Padova nel 1761, il Caldani vinsegnò per circa un quarantennio, succedendo nel 1772 al Morgagni, sebbene quest’ultimo, vedendo in lui un possibile successore capace di eguagliare la sua fama, tentasse in ogni modo di ostacolarne l’ascesa. Fu questo il periodo culminante della sua opera di ricercatore e docente, anche per l’indipendenza di pensiero concessagli nella nuova sede. Egli iniziò subito a dissipare l’orientamento provinciale e passatista che, nonostante il magistero del Morgagni, sopravviveva nella scuola medica di Padova, dove l’insegnamento era ancora libresco e incentrato per lo più sull’esegesi di testi greci e arabi; a questi egli sostituì i testi della nuova anatomia, integrandoli con un ricco lavoro di dissezione e sperimentazione.

Da un punto di vista strettamente scientifico, il lavoro del Caldani non è all’altezza di quello dei grandi anatomo-fisiologi del Settecento, e l’importanza della sua figura sta eminentemente nel suo ruolo di assertore e propagandista di nuovi metodi di ricerca, nell’averli trapiantati nella prassi didattica e nell’aver raccolto e sistematizzato le nuove acquisizioni in testi manualistici molto diffusi in tutta Europa. Oltre a ciò, egli fornì anche contributi originali: in anatomia descrisse un forame comune alle apofisi nasali del vomere e allo sfenoide; tentò, sulla scia di Haller, di provare l’insensibilità dei tessuti tendinei e del periostio, conducendo peraltro gli esperimenti con tecnica elegante e corretta; chiarì alcune fasi oscure del processo circolatorio; studiò la struttura e le fasi di formazione dei denti. Fu inoltre importante il suo ruolo nello sviluppo delle ricerche sulla struttura interna dell’orecchio. Nel decennio 1760-70 un anatomista meridionale, D. Cotugno, avanzò nuove idee sull’anatomia di quell’organo, sostenendo che gli spazi vuoti del labirinto erano interamente riempiti da un liquido, che doveva avere una sua specifica funzione. Il Cotugno, trovandosi isolato nel sostenere il suo punto di vista, comunicò i risultati del suo lavoro al medico riminese Giovanni Bianchi (Iano Planco), uno dei poli di scambio delle informazioni scientifiche nell’Italia dell’epoca. Il Bianchi, pure dissentendo da essi, li comunicò al Caldani, che in una serie di lettere di risposta, che vanno dal 1762 al 1773, non solo confermò le tesi del Cotugno, ma le precisò e arricchì; egli dichiarò di avere osservato già da tempo l’esistenza del liquido labirintico, ma di essersi astenuto dal darne comunicazione, ragion per cui riconobbe al Cotugno la priorità della scoperta. Il rapporto epistolare a tre, i cui documenti si trovano nel fondo epistolare del Bianchi presso la Biblioteca Gambalunga di Rimini, è stato analizzato dal Bilancioni: esso mostra chiaramente la spregiudicatezza del Caldani nel difendere un ricercatore isolato e largamente osteggiato, e la sua sostanziale onestà nel definire la questione della priorità. Con gli anni, egli acquistò una vasta notorietà anche come medico, poiché accanto all’insegnamento aveva sempre continuato a esercitare la professione. Tenne inoltre, contatti epistolari con scienziati di tutta Europa, e fu membro di numerose accademie italiane ed estere; di quella di Padova, fondata nel 1778, fu anche il primo presidente. Nel 1766 lo troviamo a Bologna tra i professori “emeriti”, cioè tra gli studiosi chiamati da quella università per tenere pubbliche lezioni di anatomia, il cui richiamo era spesso così vasto da trasformarle in occasioni mondane.

La produzione del Caldani nei primi anni padovani consta di brevi scritti a carattere occasionale e di non grande rilievo scientifico. Tra essi, si può ricordare la Lettera sull’uso del muschio nell’idrofobia (Venezia 1761), la Storia della malattia che trasse di vita la nobile signora C.B.P.C. (ibid. 1766), le Riflessioni fisiologiche sopra due dissertazioni del signor Claudio Nicola Le Cat (ibid. 1767), la Relazione di un caso felice d’innesto del vajuolo (Padova 1768). Subentrato poi al Morgagni nella cattedra di anatomia, applicò ogni sua forza per essere all’altezza del predecessore, formando anche un museo anatomico ricco di preparazioni, definite dal Capparoni “speciali e accuratissimi”, riguardanti in particolare l’orecchio. A questo secondo periodo appartengono anche i suoi scritti di maggior impegno e respiro, che ebbero vasta e durevole fortuna, come appare chiaro dalla molteplicità delle edizioni: le Institutiones pathologicae (Patavii 1772 e 1776; Leida 1784, Praga 1784, Venezia 1786, Napoli 1787); le Institutiones Physiologicae (Patavii 1773, 1778, Leida 1784, Praga 1784, Lipsia 1785, Venezia 1786, Napoli 1787); i Dialoghi di fisiologia e di patologia (Padova 1778 e 1793); le Institutiones anatomicae in quattro volumi (Venetiis 1787, Napoli 1791, Lipsia 1792, Brescia 1807); la monumentale raccolta Icones anatomicae quotquot sunt celebriores ex optimis neotericorum operibus summa diligentia deromptae et collectae (cinque volumi editi a Venezia dal 1801 al 1814); le Institutiones semeiotices (Patavii 1808) e la raccolta delle Memorie lette da L.M.C. nell’Accademia di Padova, pubblicata a Padova nel 1804.

Tutte queste opere operavano una sintesi completa ed aggiornata degli argomenti svolti, il che ne spiega la fama europea, e la trattazione del Caldani vi manteneva sempre spiccati pregi di chiarezza e organicità. Oltre a rifondervi i dati delle ricerche più avanzate e attendibili, egli vi inserì anche quelli tratti dalle sue proprie ricerche. Naturalmente il giudizio storico positivo non significa l’impossibilità di trovare in esse errori, anche relativamente allo stato delle conoscenze all’epoca della stesura: tale è, ad esempio, la tesi dell’assenza di fibre muscolari e di irritabilità nell’iride.

Negli anni successivi al 1800, data l’età avanzata, il Caldani abbandonò la cattedra d’anatomia, continuando però per suo conto a insegnare semeiotica fino al 1806, quando lasciò definitivamente l’insegnamento. Secondo il nipote Floriano, suo biografo e successore a Padova, furono le autorità del Regno d’Italia a congedarlo per cause politiche; tuttavia non risulta da alcuna fonte che egli avesse assunto posizioni politiche esplicite, anche se pare verosimile un suo legame di gratitudine alla Repubblica veneta. Ritiratosi a vita privata, col declinare della salute la sua attività intellettuale si concentrò sui capitoli finali della fisiologia halleriana, nei quali il maestro svizzero aveva tentato di stabilire un ponte di passaggio dalla scienza alla religione col riconoscimento di un’anima quale fondamento dell’attività spirituale umana. Morì a Padova il 30 dic. 1813.

Fonti e Bibl.: Lettere del C. sono conservate nella Biblioteca civica di Bassano del Grappa, mss. 42-44 (a G. M. Albertini), mss. 303-334 (a P. M. Caldani). Altre sono edite in L. Sabbatani, Lettore di L. C. a D. Alberghetti, in Atti del R. Ist. veneto di sc, lett. e arti, LXXXII(1922-23), pp. 949-966. V. inoltre Bibl. Ap. Vaticana, Vat. lat. 9263, ff. 142v-143; F. Caldani, Pro funere instaurato viri clarissimi L. M. C. Bononiensis, Patavii 1816; F. Caldani-A. Meneghelli, Cenni biografici degli accademici defunti, in Nuovi saggi della Cesarea R. Acc. di sc., lett. e arti di Padova, I, Padova 1817, p. 35; F. Caldani, Memorie intorno alla vita e alle opere di L. M. C., Modena 1822; E. De Tipaldo, Biogr. degli Ital. illustri, V, Venezia 1837, pp. 331-333; S. De Renzi, Storia della medicina in Italia, V, Napoli 1848, ad Indicem; S. Mazzetti, Repertorio di tutti i professori. della univ. e dell’ist. delle scienze di Bologna, Bologna 1848, p. 76; P. Capparoni, Profili bio-bibl. di medici e naturalisti celebri italiani, II, Roma 1928, p. 97; G. Bilancioni, Per la storia dell’anatomia dell’orecchio. Lettere inedite di D. Cotugno e L. M. C., in Sulle rive del Lete, Roma 1930, p. 147; A. Pazzini, Storia della medicina, II, Milano 1947, pp. 184-185, 195, 209, 275; L. Simeoni, Storia dell’univ. di Bologna, II, Bologna 1947, pp. 113, 132; A. Pace, B. Franklin and Italy, Philadelphia 1958, p. 87; R. F. Dondi, L. M. C. visto da F. Algarotti, in Giorn. di batteriologia virologia ed immunologia, LX(196-7), pp. 75-87; A. Hirsch, Biographisches Lexikon der hervorragenden Ärzte, I, Berlin-München 1962, pp. 801 s.; Enc. Ital., VIII, p. 381.

Estratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/leopoldo-marcantonio-caldani_%28Dizionario-Biografico%29/

 

 

 

 

 

1789. MONTEGGIA GIOVANNI BATTISTA (1762-1815).

Giovanni Battista Monteggia (1762-1815) è stato un medico, anatomista e docente italiano, famoso per i suoi importanti contributi allo studio della chirurgia e della traumatologia. Effettua i primi studi di lingua latina a Pallanza e, successivamente, entra nel novero degli allievi di Chirurgia dell’Ospedale Maggiore di Milano dove può usufruire gratuitamente di vitto e alloggio[2]; cosa non da poco perché, a causa delle scarse risorse finanziarie della famiglia, gli sarebbe stato impossibile proseguire gli studi. In realtà dimostra fin dall’inizio grande capacità e volontà riconosciutagli anche dai suoi stessi amici; le sue giornate trascorrono tra le visite degli infermi, la frequentazione delle lezioni di Chirurgia dei celebri professori Giuseppe Patrini, Pietro Moscati e Gian Battista Palletta[3] e la sala mortuaria per lo studio dell’anatomia diventando, grazie all’assiduo esercizio nelle incisioni, un anatomico esperto[4]. All’età di 20 anni si sottopone all’esame di libera pratica in Chirurgia presso l’Università degli Studi di Pavia e, pochi anni dopo, all’esame di Medicina, in cui viene confermato con lode[5], riuscendo ad ottenere nel 1788 l’abilitazione alla professione. Nel 1790 viene nominato chirurgo aiutante presso l’Ospedale Maggiore a Milano; l’anno successivo incisore anatomico, ottenendo una camera attigua alle sale mortuarie per meglio adempiere al suo lavoro. Segue la nomina di medico e di chirurgo dei detenuti delle carceri di Milano e del Foro Criminale. Nel 1791 pubblica, traducendolo dal tedesco, il “Compendio sulle malattie veneree” del Fritze e contribuisce a far conoscere i segni clinici della sifilide, che a quei tempi imperversava, ed a mettere a punto la terapia adeguata che era affidata alle mani di volgari praticanti. Tre anni dopo pubblica “Annotazioni sui mali venerei” ricevendo notevoli manifestazioni di stima dal mondo accademico. Il duca Francesco Melzi d’Eril, affetto da malattia considerata incurabile dai professori del tempo in Italia e all’estero, si fa curare con successo dal Monteggia che conquista grande fama nonché un assegno vitalizio. Nel 1792 la Congregazione dell’Ospedale Maggiore di Milano gli affida l’incarico di dare lezioni gratuite di chirurgia ai giovani chirurghi ospedalieri. Nel 1795, a 33 anni, viene nominato professore di Istituzioni di Chirurgia presso la nuova cattedra dell’Ospedale Maggiore di Milano, anche se in realtà, a causa di eventi politici sfavorevoli, l’incarico decorre solo 5 anni dopo. Nel 1796 pubblica in latino “Osservazioni anatomico-patologiche”, poi tradotta in italiano, mettendosi in mostra presso il mondo accademico del tempo e facendosi notare da illustri professori quali Gian Battista Palletta e Pietro Moscati. Prepara continuamente “pezzi” di anatomia patologica e ne fa dono al Gabinetto anatomico dell’Università di Pisa. Stampa inoltre l’Arte ostetrica dello Stein, tradotta dal tedesco, con l’aggiunta di proprie osservazioni sui parti laboriosi e sulle regole da seguire durante la gravidanza ed il puerperio. La Cattedra, che tiene fino alla morte, forma molti giovani studenti grazie alla passione ed alla bravura che infonde. Pubblica poi “Istituzioni chirurgiche”, un’opera in 8 volumi che ha una grande diffusione e che viene considerata una vera e propria summa teorico-pratica dello stato dell’arte delle conoscenze e delle pratiche chirurgiche dell’epoca napoleonica. Il successo gli vale l’attenzione delle più importanti Società Scientifiche e Accademie che lo annoverano tra gli iscritti mettendolo anche in contatto con i principali chirurghi europei. Ripubblica anche il “Compendio sulle malattie veneree” riconoscendo in prefazione, con la schiettezza degli uomini dotti, i difetti della prima edizione giovanile e correggendoli con l’esperienza maturata sul campo negli anni successivi. Importante, in appendice, è il “Ragionamento sull’uso della salsapariglia” farmaco utilizzato nella cura delle malattie veneree e che il Monteggia medesimo mette a punto e sperimenta, concedendo, poi, gratuitamente la preparazione ai farmacisti. Pubblica anche uno studio sulla “estirpazione del canchero uterino” che aveva ideato e proposto fino dall’anno 1794. Nel 1799 è nominato chirurgo e chirurgo ostetrico presso la Pia Casa delle partorienti di S. Caterina alla Ruota. Nello stesso anno, per decreto del Consiglio di guerra, è nominato ufficiale di sanità per le prigioni del Consiglio permanente di guerra presso l’esercito francese in Italia. È, inoltre, nominato membro della Commissione permanente di Sanità.

Il Monteggia è sempre intento ad imparare dai cadaveri la tessitura del corpo ed a svelare dai visceri i segreti reconditi delle malattie; più volte si ferisce rischiando, a causa di una infezione, l’amputazione del braccio sinistro; una volta è anche infettato da “miasma petecchiale” che lo porta quasi alla morte. Lavora in maniera instancabile e primeggia in beneficenza non rifiutando mai la visita agli infermi poveri, provvedendo ai farmaci ed al vitto e curandoli con la stessa diligenza che utilizzava verso i pazienti più agiati. Annota sempre per iscritto le osservazioni dei segni clinici al capezzale dei malati; nella lettura delle sue memorie si trovano fedelmente registrate anche le cure errate e, perfino gli errori diagnostici accadutigli nel lungo esercizio della professione, nella quale, chi più vale, meno errori commette; come lo stesso Ippocrate sosteneva.

Tra i numerosi lavori da lui pubblicati durante la carriera, basati su esperienze lavorative vissute, possiamo trovare: “Fasciculi pathologici”, 1789; “Compendio sulle malattie veneree”, 1791; “Annotazioni sui mali venerei”, ed. Galeazzi, 1794; “L’arte ostetrica”, 1796; “Osservazioni anatomico-patologiche”, 1796; “Istituzioni chirurgiche”, ed. Pirotta, 1802 (prima edizione) 1814 (seconda edizione); “Estirpazione del canchero uterino”, 1808.

Estratto da https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Battista_Monteggia

È possibile consultare i PDF dell’intera pubblicazione da:

1789. Monteggia Giovanni Battista, Fasciculi Pathologici, 1789. Laesiones Capitis, pg 32. De  aliis Capitis morbis pauca, pg 50.  Download PDF da: https://archive.org/details/b21900103/page/n1

1814. Monteggia Giovanni Battista, Istituzioni Chirurgiche, Vol.III, Milano, 1814. Capitolo: Ferite e altre lesioni alla testa, pg 176-234.     Download PDF da:   https://books.googleusercontent.com/books/content?req=AKW5QacDEa6OFD7T_fpOhVLli-TM6-Cb1JcD-3UZqmdn7gw1Ev9CHJvMxfFnm4GOX4okhuxJ2SRplCQycRjPlaFY11FVqpJoUmpzXcOsckWdRdPeSVfWCsfOvRDhMYMq2uj_2rAaP7nBlnbfYcQF1oSmVjJhZ-J68NuaiXVe2PtfChSlVA3XlCPa4HG5XAkqGC6jORWE183zJqazD-g0vfhEHoEROsdspthe5M4dZ0UJOIbiBumJxSWjWNC-z9OODTWUf8m4qTeYev1kUdD94lNQp-GLePD3nQ

1826. Monteggia Giovanni Battista, Istituzioni Chirurgiche, vol. VI, Milano, 1826. Capitolo: D’alcuni mali della testa, faccia e spina, pg 130-160. Download PDF da:     https://books.google.it/books?id=Ju4-AAAAcAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

 

 

 

 

 

1793-94.  CHIARUGI VINCENZO (1759-1820)

Chiarugi Vincenzo, nacque ad Empoli nel 1759 e morì a Firenze nel 1820. Laureatosi
a Pisa nel 1780, fu medico dell’Ospedale di Santa Maria Novella in Firenze dal 1782 al 1789, anno nel quale assunse la direzione del nuovo ospedale psichiatrico di Bonifazio,
della cui organizzazione e realizzazione aveva ricevuto l’incarico dal Granduca Leopoldo I. II nuovo ospedale veniva a sostituire quello vecchio di Santa Dororea. Fu avversario convinto e vigoroso degli antichi metodi terapeurici, che ancora si ispiravano ai dettami del romano Celso, il quale consigliava di curare le malattie dell’animo (così erano genericamente definite le affezioni mentali e del sistema nervoso) con tre medicine: fame, vincoli e bastonate. Chiarugi, invece, propugnò e sostenne con energia instancabile l’opportunita di un trattamento più umano dei pazienti, che sottopose a costante ed attenta osservazione, riuscendo a raccogliere materiale prezioso da circa mille casi da lui esaminati e tenuti in cura, anche se non sempre con esito felice. L’opera monumcntale,
che raccolse i risultati di tante ricerche e venne pubblicata fra il 1793 ed il 1794 a Firenze con ii titolo Trattato medico analitico sulla pazzia in genere e in specie, può a ragione considerarsi il primo trattato moderno sulle malattie mentali.

Estratto da Storia della Medicina, prolusioni di G. Armaocida, E. Bicheno, B. Fox, dizionario di S. Musitelli, Jaca Book, 1993.

XXX. E fama non meno grande spandeva in Firenze e dappertutto l’Italia contemporaneamente Vincenzo Chiarugi (1), come quegli che erasi dedicato allo studio ed alla pratica delle alienazioni mentali, di questa importantissima parte di medicina clinica, nella quale il celebre Haller poneva il maggior regno delle ipotesi e delle congetture. L’opera, che su questo argomento pubblicò, negli ultimi anni del secolo passato, questo dottissimo medico fiorentino, e della quale verremo sponendo i pregi principali, fu, in parte almeno, la più bella mentita data alla sentenza del fisiologo di Berna (2). Conciossiachè non solamente è ricca di giuste osservazioni e di forti argomenti, che spargono una viva luce di vero su questo importantissimo e oscurissimo tema; ma è confortata ben anco dai risultati di una lunga esperienza, che pone il suggello alle massime stabilite dall’egregio autore. Il quale, addetto da anni alla cura delle vesanie [insanie, follie] nel grande ospedale di Bonifazio (Ospedale Psichiatrico) a Firenze, potè offrire più di ogni altro la chiara dimostrazione de principii solidi, e irrecusabili, ond’era guidato in simili importantissime ricerche. E tanto più vogliamo qui narrare di questo uomo benemerito alla medicina italiana, in quanto che al nome di lui si associa l’epoca fortunata delle più savie ed utili riforme introdotte in Toscana nel governo e nella cura degli alienati.
I quali prima del Chiarugi erano colà, come in ogni altro paese, trattati colle catene e co’ più barbari modi. Il perchè sarà sempre dolce a ricordare il nome del Chiarugi, che tanto cooperò alla propagazione della cura psichica e morale degli alienati, condannando gli antichi metodi fino allora usati, e dando egli l’esempio primo, cui poscia Pinel in Francia, volendolo imitare, cotanto stentò di far apprezzare dal Direttorio della Repubblica. Il quale
concesse finalmente, che i pazzi fossero assicurati nel loro furori, ma non vincolati colle catene, le quali perciò vennero d’allora in poi tolte dai manicomii. Noi non abbiamo avuto in fatti alcun altro medico in Italia, che nel passato secolo sapesse più del Chiarugi conciliare i nuovi metodi di dolcezza coi principii della buona medicina.
XXXI. Quando questo dotto medico mise fuori la sua opera sulla pazzia, erano già corsi sette anni di continue osservazioni da lui istituite sopra parecchie centinaia di casi di questo genere; e però le sue parole doveano recare necessaria mente il pieno convincimento dei fatti. Egli volle prima di tutto investigare la natura della pazzia, col quale vocabolo intendeva un delirio cronico e permanente, i cui caratteri precipui faceva consistere nella diuturnità dell’ideale aberrazione, nella lesione od offesa primitiva del sensorio, e nella mancanza assoluta di febbre.
Parlando poi del delirio in generale, dopo aver considerato l’istinto come un sentimento interno, che è messo in moto dalla sensibilità e dalla reminiscenza, consistente però in un’azione puramente meccanica, in quanto agli animali (giacchè rispetto all’uomo, l’istinto non è che mezzo, ed e intieramente subordinato alla ragione, attributo supremo dell’anima, vincolata siffattamente al corpo, che le funzioni rispettive s’influenzano vicendevolmente, e turbate le une si turbano pure le altre): dopo avere premesso, che altri attributi dell’anima stessa sono lo intelletto, cui si riportano tutte le percezioni e la volontà, padrona assoluta de movimenti del corpo: che nel libero ordinato esercizio di queste facoltà consiste la ragione delle operazioni intellettuali e volitive, il Chiarugi mostrava, che dal libero e pieno esercizio di queste potenze dell’anima emergono poi altre due supreme operazioni sue, cioè l’immaginazione e la memoria, fonti della cogitazione e del discorso. Ora la più semplice di tutte le operazioni il pensiero, non separabile mai nè
dalla immaginazione, nè dalla memoria, altrimenti non vi sarebbe ragione, e il raziocinio costituendo la più composta di tutte le operazioni stesse, si vede chiaramente che tra l’una e l’altra sta di mezzo il giudizio, prodotto del paragone de’ rapporti fra le cose. L’anima poi,
suprema direttrice di tutti questi lavori intellettuali, centro d’ogni percezione, d’ogni idea e d’ogni movimento, esprime col linguaggio e le une e le altre; essendo la parola il più sensibile segno dell’interno discorso. Ora, se per mezzo del pensiero, si riferiscono a cause esterne le idee che procedono da cause interne, oppure si fa uno zibaldone delle proprie cognizioni contro il comun senso, parlando od operando quindi a sproposito, eccoci a ciò che in generale chiamano delirio.
Imperciò il delirio non era per Chiarugi una vera alterazione dello intelletto: era uno aberramento dell’immaginazione e della memoria, che sono i ministri del giudizio e
del raziocinio, le operazioni più composte dell’essere pensante. Le quali operazioni dovendosi eseguire per opera dei sensi, è chiaro che del sensorio vuol essere ritenuta
affezione primaria il delirio, e non già dell’anima. Così la pensava il medico fiorentino. Quindi, come tutti veggono riportava egli al sistema nervoso il primo fondamento
del delirio materialmente considerato, giacchè il sensorio comune appartiene al sistema dei nervi, la cui riunione in un centro appunto comune ammetteva egli essere nel cerebro, là dove termina la sostanza corticale e incomincia la midollare: opinione non destituta affatto di ragionevolezza, e tirata in campo più tardi come cosa nuova da certuni medici psicologisti, come noi mostreremo procedendo.
XXXII. Chiarugi non rifiutava la ipotesi degli spiriti animali, e la permeabilità dei nervi pieni di fluido sottilissimo, scorrevolissimo da un estremo all’altro, causa e fonte di tutte le sensazioni. L’idea per lui era una trasformazione di stato della sensazione svegliata dagli ogetti esterni, operantesi per mezzo del cervello, e dentro il cervello stesso. La percezione era quindi per lui il riconoscimento che l’anima ha della avvenuta trasformazione; ma
per ottenerla ha mestieri dell’attenzione; senza di questa, l’anima stessa o non percepisce, o ha luogo un errore. Ma fossero idee, sensazioni, percezioni, od altro, erano pur sempre
movimenti, che nell’organismo cerebrale vedeva il Chiarugi succedere, gli uni agli altri, ordinatamente o no, secondo la loro provenienza primitiva. I quali movimenti, anche cessata l’azione delle cause esterne, lasciano nel cerebro delle vestigia, la cui raccolta dicesi fantasia, secondo l’autore, che ritiene questa per la vera forma della materia. Quando il cervello non sia capace di ricevere le sensazioni, o non può ritenerne le vestigia, allora e  immaginazione e memoria scemano e cessano affatto. Le quali due facoltà riunite creando il giudizio e il raziocinio, ben si vede chiaramente, che quando avvengano errori di giudizio primitivi, aberramenti di raziocinio senza lesione veruna nei sensi esteriori, si dee supporre una lesione interna cerebrale, propria cioè del sensorio comune o della sostanza midollare. Un falso giudizio era quindi per Chiarugi una scomposizione, od una associazione incongrua de’ vestigi rimasti nel cerebro pei movimenti impressi dagli oggetti esterni alle costui fibre senzienti.
Dietro questi preliminari psicologici, egli si fa ad esaminare, nell’opera di cui parliamo, le tre condizioni fondamentali, senza di cui non può darsi vera pazzia; queste sono: diuturnità di delirio, offesa primaria dell’organo de sensi, mancanza di febbre, condizioni già sopra mentovate, aggiungendovi pure quest’altre, che cioè il pazzo si trovi
nell’età e tempo debito, ed in sè stesso; nell’età dovuta, in quanto che fanciulli e vecchi possono sragionare senza essere pazzi perciò, o senza doverli ritener tali; nel tempo dovuto, in quanto che nè gli ubbriachi, nè gli addormentati che sognano, o delirano, possono credersi pazzi, ed in sè stesso, volendo con ciò significare, ch’essere debba
idiopatica la alterazione che genera la pazzia, attesochè per una lesione de sensi esterni, può turbarsi per un momento il giudizio e il raziocinio, senza che perciò si possa e si debba dire, esservi pazzia. Infine il Chiarugi chiamava le varie pazzie «errori di giudizio e di raziocinio procedenti da una affezione idiopatica del sensorio comune, senza accompagnamento di febbre primitiva, o di affezione comatosa».
XXXIII. Chiarugi divideva la pazzia propriamente detta, o delirio cronico e permanente, in tre specie diverse: melancolia, mania, amenza o demenza. La melancolia costituiva
per lui una pazzia o delirio parziale, circoscritto, cioè, ad uno, o a pochi oggetti. La mania era per lui un delirio con furore; e l’amenza l’abolizione completa, o quasi, delle facoltà intellettuali e morali. Mostrava poi con osservazioni numerosissime il passaggio dall’uno all’altro di questi tre generi di follia, per modo che in gran numero di casi trovava
verificarsi questa gradazione progressiva e fatale. Però gli pareva che in ciascun genere di essa il sensorio comune non agisse sempre nell’eguale maniera, e che anzi assumesse secondo i casi «una forma diversa nella di lui fisica costituzione».
Queste sono, in breve, le idee del dotto medico fiorentino relativamente alla natura della pazzia; idee che si accostano, in molta parte, a quelle che vedremo più tardi proclamate da più recenti osservatori. Ciò almeno intendiamo dire rispetto alla sistematica classificazione
di queste malattie. Chè del resto egli stesso sentiva avervi per questo lato molta parte ipotetica; solamente diceva che se taluno vorrà riflettere alcun poco «non potrà fare almeno forse di confessare, che la utilità proveniente dai fatti è decisa, e che è sicuro il vantaggio del proposto piano pel metodo curativo».
XXXIV. Dopo avere nel modo che abbiamo detto spiegata il Chiarugi la natura della pazzia, passava a cercarne le cause. E premesso, che la pazzia non dovea secondo
lui dirsi una malattia dello spirito, o della mente, ma bensì del sensorio, ossia del cervello, andava indagando quali mutazioni o modificazioni speciali venivano ad effettuarsi in quest’organo per dover addurre il delirio, o la pazzia. E nello squilibrio dell’attività e dell’inerzia (le due opposte condizioni della potenza nervosa) trovava egli
la cagione prima e suprema d’ogni genere di pazzia. Quindi ammetteva che una lesione materiale del cerebro costituisse mai sempre il fondo di questa malattia: lesione materiale che se anche molte volte non vedeasi reperibile dallo scalpello anatomico [dall’anatomia patologica cerebrale], non era però men vera e dimostrata da tutti i fenomeni morbosi. Ond’è che considerando prima di tutto il cerebro, come la base delle varie lesioni costituenti le diverse alienazioni, faceva notare i difetti della sua mole, i vizii congeniti di sua organizzazione, la presenza in esso di corpi estranei, ed altre offese di questa fatta capaci di turbare (anche a minimo grado esistenti) straordinariamente l’armonia delle sue funzioni. Se non che a suscitare, od occasionare più o meno direttamente queste lesioni, faceva intervenire una seria di cause rimote più o meno influenti, quali le mutazioni dell’atmosfera, le vicende sue eudiometriche [analisi dell’aria], termometriche, i venti, le stagioni, l’influsso solare e lunare, le passioni, certe violenze di spirito, la forza della
immaginazione, una profonda e continuata attenzione, ed altre ancora, sulle quali disputava il dotto uomo con molta filosofia e verità e molto più per essere questa astrusa materia sepolta tuttavia in una folta oscurità.
XXXV. Più interessanti vedute ancora enunciava intorno al trattamento della pazzia, ed al modo più efficace di curarla. Imperocche egli osservava che se il moto, il senso, le secrezioni, la nutrizione, le passioni, sono quelle funzioni il cui normale esercizio dipende dall’influenza del potere nervoso, e quindi dall’energia del cervello, ben si vede e si comprende che qualora quest’organo perda la sua normale attività, e si cacci in una inerzia che può giugnere al punto da mostrare abolita ogni sua facoltà, anche quelle funzioni tutte dovranno essere disordinate, manchevoli, o languide.
Su queste idee fondamentali stabiliva il dotto Chiarugi non tanto le indicazioni curative, quanto anche la prognosi della pazzia. Quest’ultima poi diceva essere relativa alla causa ed origine sua, all’individuo che ne era travagliato, e al tempo da che durava. Poco egli sperava di ottenere nel caso di pazzia ereditaria, molto più se sviluppata da cause morali. Quando la pazzia datava da più d’un anno, la giudicava d’ordinario inguaribile e trovava che le donne vi erano meno soggette degli uomini, ma che guarivano piu difficilmente; e che la gioventù favoriva la guarigione più della vecchiaia. Più facile a guarire trovava pur anche quella pazzia, che suol essere in alcuni casi concomitante, o succedanea allo stato
di gravidanza. Quando vedeva il pazzo essere preso da veglia costante ed ostinata, segno era per lui che aumentava, o passava da un grado all’altro la malattia; ed erano per lui segni d’infausto augurio la emaciazione del corpo, la febbre lenta, la mancanza d’appetito, le convulsioni; al contrario predicevano la non lontana guarigione il sonno ristorante, la renutrizione, il rinvigorimento naturale del corpo; o se non guarigione indicavano sempre
questi dati, il passaggio mostravano all’ultimo grado di pazzia, alla demenza od imbecillità.
Tre modi di cura riconosceva impiegabili il Chiarugi nel clinico trattamento di questa tremenda malattia: una cura sedativa cioè, una stimolante, ed una secondaria. Della prima egli si giovava allora che l’attività funzionale del cerebro peccava in eccesso; quindi il bisogno di attutire, di sedare, calmare quell’orgasmo cerebrale. Per ottenere questo scopo, ricorreva precipuamente a questi tre mezzi: all’oppio, da lui giudicato il calmante o sedativo per eccellenza; al bagno e docciatura, più o meno freddi alla nuca, e ad alcuni altri aiuti analoghi. Dell’oppio si valeva tanto per uso interno, quanto per uso esterno; nel quale
ultimo caso, scioltane una certa dose, intingeva nel liquido un pennellino, e con esso ne toccava la interna cavità delle narici. Questo adoperamento dell’oppio proposto dal Chiarugi in casi di pazzia per eccessivo stimolo cerebrale, sembrerà strano certamente a
chiunque da Brown in qua riconosca nell’oppio il sovrano degli stimoli composti e solidi del regno vegetabile. E per vero, non possiamo [fare] a meno di qui esprimere la nostra
meraviglia. Conciossiachè questo attribuire ad un tale rimedio una virtù puramente sedativa, esclusivamente calmante e indipendentemente dall’azione sua eccitante e
fortemente stimolante è tal cosa che non passa per la cruna del cerebro nostro. Se non che nel modo d’amministrazione che usava quel medico fiorentino, nelle cautele e avvertenze che indicava intorno ai soggetti e ai momenti acconci per amministrarlo ci sembra di travedere una qualche incoerenza, o contraddizione coll’idea sua, che questo
medicamento fosse esclusivamente sedativo. Di vero, egli raccomandava di crescerne gradatamente la dose, e di star bene attenti, che la calma succedesse poco a poco progressivamente, senza guidare l’infermo alla fatuità, alla stupidezza, all’imbecillità che riteneva effetti tristissimi della impropria amministrazione di un tale rimedio. I quali effetti, se bene si considerino, sono quelli stessi, che arreca l’abuso smodato del vino e de’ liquori alcoolici la cui potenza stimolante miuno vorrà sicuramente mettere in dubbio. Oltracciò raccomandava che ne’ plettorici non venisse usato se non previo il salasso, e a stomaco digiuno; ciò che vuol dire dopo avere prima soverchiamente debilitato il
sistema.
Faceva poi succedanei all’oppio gli estratti di stramonio e di giusquiamo, dei quali avvisava identica la virtu: però egli li usava a così scarse dosi, dai due agli otto grani, arrivando a quest’ultima per centellini di grano; ciò che ci autorizza a credere non molto sicure le induzioni ricavate da questo metodo d’amministrazione di simili rimedi stupefacienti. Dal bagno freddo poi assicurava di avere ottenuto, come pure dalla fredda docciatura alla testa, grandi vantaggi allora che la pazzia non era conseguenza di inanizione, od inerzia cerebrale; nè vi ricorreva in caso che la malattia fosse conseguenza di retrocessi esantemi, o morbi cutanei, o quando il sistema era sotto l’azione de’ narcotici or sopra mentovati: in simili circostanze combinava il bagno tepido colla docciatura fredda alla testa. Trovava indegne le lodi che taluni facevano della canfora, tanto sola, che unita all’aceto: nè ricusava l’ajnto dei più energici stimolanti, quali il muschio, il castoreo, l’etere, il liquore anodino [alcool+etere] ed altri ancora, tutte volte che gli si presentavano
indizi di una eccessiva isterica mobilità, all’oggetto di calmarla, ben s’intende.
XXXVI. Ma quello che è singolare in questo piano curativo del
l’illustre Chiarugi, si è che mentre l’oppio pareva essere da lui ritenuto come il precipuo sedativo in certe specie di pazzia, ammetteva poi, che sedativi veri fossero il salasso ed i purganti, purchè e quello e questi prudentemente e con grande circospezione adoperati. E qui cadeva poi in una aperta contraddizione con sè stesso, mettendo nella stessa linea e credendo l’azione dei purganti identica a quella dell’oppio, i quali diceva, essere sedativi
soltanto pel consecutivo effetto della loro operazione, ma che per altro adoperavano stimolando sul sistema e traevano quindi ad un generale indebolimento del sistema stesso.
Ma chi potrà mai oggi capacitarsi che purganti ed oppio operino in modo identico e stimolanti sieno e questo e quelli? E stimoli-sedativi teneva pure che fossero i vescicatorii, applicati lontano della sede del delirio, cioè o alle sure [gambe], od all’interno delle coscie. Nell’ordine dei sedativi necessari per ben condurre una cura di simil guisa faceva entrare pure i refrigeranti.
In casi di pazzia prodotta e mantenuta da una generale atonia delle fibre, conseguenza di passioni sedative protratte, della contenzione dello spirito, delle copiose evacuazioni,
dell’esercizio muscolare, diceva riescire, sedativi i tonici, i corroboranti, gli amari, specialmente la chinachina, la cateriana, la quassia, il cinnamomo, i marziali, ed
anche lo zinco, le dosi piccole e rifratte di tartaro stibiato. E tutto, questo era pel piano di cura sedativa.
Chè in quanto alla stimolante mostrava come questa venisse da lui impiegata tutte volte che il languore, o indebolimento nervoso, era o causa od effetto della pazzia. E per rialzare convenientemente il sistema de’ nervi da un tale stato di depressa o di distrutta energia,
diceva convenire principalmente gli epispastici ed i rubefacienti; quindi i vescicatori applicati alla nuca, od anche al sincipite [area bregmatica] a guisa di callotta, vedeva arrecare molte volte un pronto e mirabile effetto; il senapismo, il cauterio attuale, il
setone alla nuca, le fustigazioni colle ortiche, od orticazione, il bagno caldo universale, costituivano la somma degli altri mezzi stimolanti da lui impiegati in simile genere di pazzia. Ma però dava di piglio anche agli stimoli interni, quali sarebbero il succinato
d’ammoniaca, l’olio animale di Dippel [proviene dalla distillazione secca delle ossa], l’alcali volatile fluore, ed anche l’oppio, e il vino, e i liquori spiritosi il freddo (che teneva per
uno stimolo!), infine l’esercizio della persona e dello spirito, la musica vivace e fragorosa. Però non ommetteva di considerare, come il languore della potenza nervosa, essendo molte volte solo apparente, in quanto che prodotto, essenzialmente da turgore o pienezza di vasi, era necessario in simili casi di far precedere le convenienti sottrazioni di sangue.
Finalmente la cura secondaria non era che quella relativa ai sintomi, alle cause secondarie, ed a certuni effetti della pazzia. Quindi per modo d’esempio la veglia, uno
de sintomi più ordinari concomitanti questa malattia aveva, secondo lui, il suo antidoto nella cura sedativa; la stitichezza, bene spesso ostinata e ribelle ad ogni fatta di rimedi, combatteva coi purganti, evitati però i drastici, come quelli che avvisava soverchio deprimenti l’azione nervosa. La diarrea, al contrario, era per lui ordinariamente di buon augurio; quindi non la sopprimeva, ma la favoriva anzi nel più dei casi. Per le eruzioni
cutanee retrocesse per la soppressione di certi scoli od umori particolari, avea sempre pronta una batteria di cauterii, fonticoli, mignatte, aperitivi ecc. In quanto al regime dietetico, voleva che non fosse soverchiamente rigoroso, ma solo moderatamente; permetteva il vino anacquato, preferiva l’aria mediocremente umida e crassa per far
respirare liberamente gli infermi, e suggeriva di mutare il domicilio.
Non avea il Chiarugi quasi alcuna fiducia nè nei clisteri, nè nel chermes minerale; dei primi non fece pur cenno; del secondo se ne asteneva dall’adoperarlo, perchè incerta e fallace era la maniera di prepararlo allora generalmente usata.
Del resto questo piano curativo, comecchè avvalorato da risultati vantaggiosi, non diede appena fu conosciuto, nel gusto di tutti. Sorsero taluni a censurarlo, altri a condanarlo affatto come erroneo, e non sostenuto per nulla dalla ragione; quasi quasi non credevano
ai fatti. Altri però lo trovavano molto consentaneo alla esperienza, e ne dicevano le lodi. Noi, senza parteggiare più per l’una, che per l’altra opinione, diremo francamente
che le massime patologiche, e differenze essenziali di condizione morbosa sviluppate da questo dotto medico, erano apprezzabili e giuste per ogni verso e che regolate sulle
medesime le indicazioni curative traggono necessariamente a fissare una duplice classe di rimedi, la cui azione esser deve diametralmente opposta fra loro: il che addita la duplice ed opposta provenienza della vesanie [follie, pazzie] da cause diametralmente contrarie fra loro; se non che, per arrivare a questa nettezza di induzioni, converrebbe portare alcune modificazioni nel piano terapeutico adottato dal Chiarugi; modificazioni però, le quali non toccherebbero davvicino la sostanza dei fatti.

Note. (1) Vincenzo Chiarugi fu uno de’medici più rinomati di Toscana nella seconda
metà del secolo passato. Quando, nel 1785, destinò Pietro Leopoldo l’ospedale di
Bonifazio alla cura dei mentecatti, chiamò il Chiarugi a dirigerlo; e quella fu una
scelta generalmente applaudita. E tanto si adoperò quel medico per migliorare la
condizione di quei sventurati, che lo possiamo chiamare il Pinel, o l’Esquirol della
Toscana. (2) V. «Della pazzia in genere e in ispecie, trattato medico analitico, con una
centuria di osservazioni di Vincenzo Chiarugi, ecc.». Volumi 3. Firenze, tip. Luigi
Carlieri in via Guicciardini. – Il 1.º tomo uscì nel 1793, di pag. 231 in 8.º; il 2.º
nel 1794, di pag. 223, con una tavola in rame; il 3.º fu pubblicato nel 1795, di
pag. 24o, con una tavola pure in rame.

Estratto da Sprengel Curzio, Storia della Medicina, Vol. VII. Parte II, Milano, 1845, pg. 1039-1047.

Della Pazzia in genere e in specie, trattato medico-analitico, con una centuria di osservazioni di Vincenzo Chiarugi, Tomo terzo, Firenze, 1794.