1.05 Il Cervello nell’Antica Grecia e Alessandria

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  1. Note sul copyright.
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  4. 1250 a.C. OMERO. Guerra di Troia.
  5. 1200 a.C. ASCLEPIO. ESCULAPIO per i medici romani.
  6. 654 a.C. Chirurgo di Abdera.
  7. VI secolo a.C. ALCMEONE di Crotone.
  8. VI secolo a.C. DEMOCEDE di Crotone.
  9. V secolo a.C. ACRONE di Agrigento.
  10. 492-432 a.C. EMPEDOCLE di Agrigento.
  11. V secolo a.C. FILOLAO di Crotone.
  12. V secolo a.C. IPPONE di Reggio.
  13. V secolo a.C. CLIDEMO.
  14. V secolo a.C. DIOGENE di Apollonia.
  15. 460-370 a.C. DEMOCRITO di Abdera.
  16. 460-370 a.C. IPPOCRATE ovvero il Corpus a lui attribuito. Ipocrates; Hyppocrates; Hippocrates; Ypocrates; Hippocrates Cous; Hippocrate Coo; Hypocrates; Hipocrates.
  17. V e IV secolo a.C. Scuola di Cnido.
  18. IV secolo a.C. FILISTIONE di Locri.
  19. IV secolo a.C. PRASSAGORA di Cos.
  20. 384 a.C. ARISTOTELE Stagirita.
  21. 335-280 a.C. EROFILO di Calcedonia.
  22. 330-250 a.C. ERASISTRATO di Ceos.
  23. IV secolo a.C. EUDEMO di Alessandria.
  24. 129-40 a.C. ASCLEPIADE di Bitinia. Nato a Prusa, in Bitinia, Turkia. Studiò ad Atene e ad Alessandria. Esercitò la medicina inizialmente in Grecia quindi si recò a Roma dove la sua pratica medica ebbe molto successo al punto che che veniva ricordato anche al tempo di Galeno (164 d.C.). Seguace di Democrito e della sua teoria atomistica teorizzò che la malattia fosse causata da uno squilibrio degli atomi, contro la teoria ippocratica che si basava sugli umori. Si occupò in particolare delle malattie mentali con interpretazioni e trattamenti nuovi.
  25. II secolo. SORANO di Efeso. Praticò la medicina ad Alessandria d’Egitto e a Roma. La sua opera più importante è Sulle malattie acute e croniche. Sono noti anche libri sulle fratture e sulle fasciature.
  26. 180-240. DIOGENE Laerzio.
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PEONE, medico degli Dei.

Nella mitologia greca Peone era il medico degli dei che curò e guarì Plutone da una ferita procuratagli da Eracle. A lui si attribuisce la scoperta della peonia (peonia officinalis), largamente usata, la radice, fin dall’antichità per la cura dell’epilessia. La radice veniva fatta mordere e masticare prima dell’attacco epilettico e si riteneva che facesse in grado di interrompere la crisi. Ancora oggi è usata in omeopatia sempre per l’epilessia  e come antispasmodico e sedativo, nel trattamento della neurastenia, dell’agitazione con ansia, nelle nevralgie e nell’emicrania. Venne usata anche nell’insonnia. I fiori, ricchi di tannini, sono usati e per guarire piaghe infette e ragadi (anali).

 

1250 a.C. OMERO. Guerra di Troia.

Nella statistica di 31 ferite alla testa riportate nell’Iliade, secondo Froehlich, ci sono: 4 prodotte da pietre, 8 con la spada, 17 con la lancia e 2 con frecce, tutte con esito mortale. Una descrizione dell stupor post-traumatico si legge quando Ettore viene colpito da una lancia e l’elmo gli salva la vita, ma: “Qui cadde sui ginocchi, puntellando / contro il suol la gran falena, e tenebroso / su le pupille gli si stese un velo.” (Iliade XI, 349). Una lesione nervosa brachiale e del midollo spinale viene descritta quando Achille colpisce Deucalone: “Deucalone poi, nel punto ove i tendini uniti / sono del gomito, qui con la punta di bronzo trafisse, / traverso il braccio; e quegli col braccio restò penzolante, / la morte innanzi agli occhi vedendosi. Un colpo sul collo / l’altro vibrò, gli fece volare con l’elmo la testa: / fuori il midollo schizzò dalle vertebre; e il corpo disteso / a terra cadde …” (Iliade)

 

1200 a.C. ASCLEPIO. ESCULAPIO per i medici romani.

Nacque intorno al 1200 a.C. da parto cesareo (il primo descritto e che testomonia una pratica già in uso) con il quale Apollo Medicus, dopo aver ucciso Coronide (una delle Baccanti e madre infedele) le estrasse il bimbo di cui era incinta. Asclepio fu istruito alla medicina dal centauro Chirone vissuto intorno al 1270 a.C. (figura mitologica di uomini a cavallo provenienti nel III millennio dalle valli del Danubio). Ad Asclepio è attribuita la guarigione della sciatica sofferta da Demandro figlio di Kalabis da Gorthina che mentre dormiva (sonno indotto da droghe in cui il malato credeva di vedere il dio Asclepio che dava consigli o interveniva chirurgicamente) lo tagliò e lo risanò. Altra guarigione riguarda il mal di capo in cui il dio consigliò di usare anice con olio. (Sterpellone L., La medicina greca, Ed. Essebiemme)

 

654 a.C. Chirurgo di Abdera.

Una giovane donna di circa 20 anni si trovava ad Abdera con i coloni provenienti da Clazomene, cittadina sulla costa dell’Asia Minore, quando fu colpita in sede parietale destra da un corpo contundente (forse una una pietra lanciata con una fionda dai Traci che non volevano la colonia ionica) che le provocò una frattura affondata con i margini affossati sulla meninge. La giovane donna venne curata chirurgicamente per medicare la ferita cutanea e rimuovere i frammenti ossei  mediante la tecnica del raschiamento. Il cranio ritrovato ad Abdera presenta un solco di raschiamento di cm 67×20 ed una apertura ossea di15x9. La giovane donna sopravvisse al trauma e all’intervento per altri venti anni. (Agelarakis A.P., Archaeology, 2006, march/april, 26-29).

MEDICINA ITALICA.  VI-V SECOLO a.C.

Ciò accadeva appunto quando i Crotoniesi avevan fama di esser i migliori medici dell’Ellade, seguiti dai Cirenei (trad. Metri). Erodoto, III 131. (Se il passo è veramente di Erodoto, può far meraviglia che lo storico — ionico – dimentichi la scuola di Cos; ma egli, come tanti altri pensatori della sua provenienza, era ormai integrato alla cultura italica. Potrebbe altrimenti trattarsi di un segno dell’origine relativamente recente della scuola di Cos.) (Vegetti, 1965)

VI-V secolo a.C. Cranial Trepanation from the Greek colony of Himera (Sicily)

A circular perforation (diameter 13.2 mm) is present on the right hemifrontal bone (Figure 4). The margins of the hole are located 42.5 mm from the right supraorbital margin, 32.5 mm from the metopic suture, 32 mm from the coronal suture and 46 mm from the fronto-sphenoidal suture. The lesion penetrates the bone nearly perpendicularly to its surface. On both the ecto- and endocranial surfaces its margins are sharp, except some very tiny detectable chippings. The morphology of the perforation, circular with constant radius and perpendicular to the bony table, is unmatched among European trepanated skulls.

Discussion. The hole in the right hemifrontal bone is clearly the result of a cranial peri-mortem trepanation. The observation of the outer and the inner compact bony layers, and of the intermediate diploe, and the sharp margins of the hole itself show that the patient did not survive the operation or the survival time was extremely short. This interpretation is confirmed by radiological analysis (Figure 5). Therefore we can not exclude that the trepanation has been performed post-mortem, for unknown reasons, but it would be unusual with respect to the principles and the practice of Greek medical science.

(Discovery of the First Hippocratic Cranial Trepanation from the Greek colony of Himera, Sicily (6th-5th century B.C.). di Fornaciari Gino)


VI secolo a.C. ALCMEONE di Crotone.

Alcmeone di Crotone fu discepolo di Pitagora [Diog. Laert. VIII 83). Fu medico e per primo  definì la differenza tra uomo e animali: l’uomo si distingue dagli altri animali perchè capisce, mentre gli animali percepiscono, ma non capiscono.  Gli odori li percepiamo col naso, conducendo al cervello l’aria mediante l’inspirazione. Distinguiamo i sapori con la lingua. Gli occhi vedono mediante l’umidità che li circonda. L’occhio contiene fuoco come è mostrato dal fatto che manda scintille quando è colpito [fosfeni?]. Tutte le percezioni giungono al cervello e lì si accordano [Theophr de sens. 25 sg. Dox 506]. Alcmeone dice che nel cervello è la guida; e che dunque odoriamo col cervello, che trae a sé gli odori mediante le inspirazioni [Aet. IV 18, 1 Dox 404]. Alcmeone crotoniate fu esperto in questioni fisiche e il primo che sezionò animali viventi. Dicono che ci sono due sentieri [nervi ottici] che partono dal cervello, dove è la principalissima sede percettiva dell’anima, e giungono alle cavità degli occhi ove è contenuto lo spirito naturale. Questi due sentieri, che hanno medesima radice e partono da un medesimo punto, procedono per un po’, nella parte più interna della fronte, appaiati, poi si separano in una specie di bivio [chiasma ottico], e giungono alle cavità degli occhi, dove  si protendono gli obliqui viottoli delle sopracciglia; e lì, curvandosi, dove le membrane accolgono l’umidità naturale, riempiono i globi protetti dalle palpebre. Che i sentieri per i quali passa la luce partono da una medesima sede, è dimostrato principalmente dal taglio; ma lo si arguisce anche da questo, che i due occhi si muovono insieme, e mai l’uno senza l’altro [Aet. IV 13, 12 Dox 404]. Perciò io dico che col cervello noi comprendiamo [cfr. Aristot. anal. post. B 19. 100a 3 sgg]. (I Presocratici, Laterza, 1969) 

 DK A 3 (Aristotele). … Alcmeone giunse al fiore dell’età quando Pitagora era vecchio.

 DK A 5 (Teofrasto). Fra coloro che non pensano che la sensazione avvenga mediante il simile è Alcmeone, che in primo luogo definisce la differenza fra l’uomo e gli animali. L’uomo, egli afferma infatti, differisce dagli altri «perché egli solo è cosciente, mentre gli altri sentono, ma non sono coscienti», poiché secondo lui altro è il pensare, altro il sentire, e non la stessa cosa come per Empedocle. Poi discute di ciascuna sensazione. Dice dunque che si ode con le orecchie, giacché in esse v’è un vuoto: questo risuona (del resto parliamo grazie a una cavità), e l’aria ripercuote il suono. Si avvertono gli odori con il naso, contemporaneamente all’inspirazione, conducendo il respiro al cervello. Con la lingua poi si distinguono i sapori: infatti essa, tiepida e molle, fonde i cibi con il calore; poi, grazie alla sua porosità e rilassatezza, li accoglie e li distribuisce. Ancora, gli occhi vedono attraverso l’acqua che hanno attorno. Che contengano fuoco, è chiaro: se colpiti infatti mandano scintille. Si vede grazie a ciò che l’occhio ha di luminoso e di trasparente, quando la luce è riflessa, e tanto meglio quanto più essa è limpida. Tutti i sensi poi son connessi in qualche modo al cervello: perciò anche sono menomati se esso è mosso o muta posizione; vi giungono infatti i canali, attraverso i quali si trasmettono le sensazioni. Circa il tatto invece non ha detto né come né mediante quale organo si generi. Alcmeone dunque trattò tali questioni.

DK A8 (Aezio). Alcmeone pone nel cervello la facoltà direttiva; con esso dunque percepiamo gli odori, poiché li attira mediante l’inspirazione.

 DK A10 (Calcidio). Bisogna quindi illustrare la natura dell’occhio, intorno alla quale, fra i molti, anche Alcmeone di Crotone, esperto in scienza naturale e che osò per primo praticare la dissezione, e Callistene discepolo di Aristotele, ed Erofilo, posero in luce molte ed importanti osservazioni …

 DK A13 (Aezio). Alcmeone: nel ventre della madre si forma per prima la testa, nella quale è la facoltà direttiva.

 DK B1. Alcmeone Crotoniate figlio di Pirito questo disse a Brotino e Leone e Batillo: «delle cose invisibili, delle cose mortali gli dèi hanno immediata certezza, ma agli uomini tocca procedere per indizi».

 DK B2. Gli uomini, dice Alcmeone, per ciò periscono, che non possono congiungere il principio con la fine.

 DK B4 (Aezio). Alcmeone afferma che la garanzia della salute è l’armonia delle qualità, l’umido, il secco, il freddo, il caldo, l’amaro, il dolce e le altre; invece il predominio d’una sola di esse produce la malattia: è distruttivo infatti il predominio di ogni singola qualità. E la malattia si determina, quanto alla causa, per l’eccesso del caldo o del freddo; quanto all’occasione, per sovrabbondanza o scarsezza di cibo; quanto alla sede, nel sangue o nel midollo o nel cervello. A siffatte malattie se n’aggiungono poi altre derivanti da cause esterne, quali certe acque, la regione, gli sforzi, le violenze subite, o altre di tal genere. La salute invece è il temperamento proporzionato delle qualità.

DK 24A13 (Aezio). Alcmeone: lo sperma è parte del cervello. (Vegetti, 1965)

(La discussione sulla figura di Alcmeone, che può esser considerato il primo grande scienziato della natura, è svolta nell’Introduzione. Qui ci limitiamo a indicare i più immediati accostamenti all’opera ippocratica: per la distinzione fra intelligenza e sensazione, per la funzione del cervello come interprete delle sensazioni e organo dell’intelligenza, così come per i primi esperimenti di dissezione, si confronti il Male Sacro. Le grandi categorie di isonomia, monarchia e krasis orientano il pensiero ippocratico da Antica Medicina ad Arie Acque Luoghi-, in quest’ultima, come in Regime nelle malattie acute e in Epidemie, sono ampie tracce dell’eziologia alcmeonica. Infine il metodo del tekmerion è un’idea-guida della scienza ippocratica; per la sua contrapposizione al mondo dell’inesperibile si veda Antica Medicina, I). (Vegetti, 1965)

VI secolo a.C. DEMOCEDE di Crotone.

Nato a Crotone nel VI secolo a.C., per contrasti con il padre andò a praticare l’attività medica con successo ad Egina e  ad Atene. Erodoto lo definì “il più abile chirurgo del VI secolo a.C.” Purtroppo di lui non si hanno notizie sulle sue tecniche di cura anche se molte sono le notizie dei suoi successi come medico alla corte di Dario re di Persia e di Policrate di Samo, dove conobbe Pitagora che convinse a seguirlo a Crotone.

Erodoto, libro III.

125. Policrate, senza tener conto di alcun consiglio, navigò da Orete, portandosi dietro molti compagni, fra cui uno di Crotone, Democede figlio di Callifonte, che era medico ed esercitava ottimamente la professione fra i suoi contemporanei.

129. Non molto tempo dopo, al re Dario, a caccia di fiere, capitò di slogarsi un piede balzando da cavallo; se lo slogò seriamente, perché l’astragalo gli si spostò dall’articolazione. Poiché egli soleva, anche prima, aver presso di sé i medici egiziani di miglior fama, si servi di essi, ma questi gli fecero ancor più male torcendogli e forzandogli il piede. Dario fu cosi preso da insonnia per sette giorni e sette notti, per via del male insistente; l’ottavo giorno dacché stava male, un tale che già in precedenza a Sardi aveva sentito parlare dell’abilità di Democede di Crotone ne avvisò Dario, il quale ordinò che glielo presentassero al più presto.

130. Dario gli si affidò ed egli con l’uso di cure elleniche, alternando lenitivi a trattamenti energici, gli fece riacquistare il sonno e in breve tempo gli ridiede la salute, quando ormai non sperava più di potere star ancora in piedi.

131. Questo Democede… se ne era andato ad Egina. Stabilitosi qui, in un anno superò gli altri medici, benché fosse senza mezzi e non avesse alcuno strumento di quelli necessari alla perfezione. Il secondo anno gli Egineti gli pagarono a spese pubbliche un talento, il terzo anno gli Ateniesi cento mine, il quarto Policrate due talenti. Così dunque egli era giunto a Samo, e da lui i medici di Crotone ebbero gran lustro (trad. G. Metri).

 DK 19A2 (Suida). Democede, figlio di Callifonte divenuto in Cnido sacerdote di Asclepio, medico crotoniate… scrisse un libro di medicina.

 (La storia di Democede, narrata da Erodoto, ci mostra almeno tre cose interessanti: la fortuna intemazionale dei grandi medici ellenici, l’antichità della chirurgia, il confronto vittorioso della medicina greca con quella egizia. La testimonianza di Suida dimostra invece l’inizio di una ‘corrente di ritorno’ degli scienziati italici – di origine ionica ed in questo caso cnidia – verso la madre patria, comprovata anche, come si vedrà, da una presenza di Acrone ad Atene. Ciò non è senza conseguenze per la stessa scuola di Cos.) (Vegetti, 1965)

 

496-428 a.C. ANASSAGORA di Clazomene.

DK A102 (Aristotele). Anassagora dice che l’uomo è il più intelligente degli animali grazie all’aver mani.

DK A108 (Censorino). Anassagora [afferma che nell’embrione si forma per primo] il cervello da cui tutti i sensi derivano.

 (Vegetti, 1965)

 

V secolo a.C. ACRONE di Agrigento.

Wellmann, 1 (Suida). Acrone, medico d’Agrigento, figlio di Senone, insegnò in Atene contemporaneamente ad Empedocle: è dunque più anziano di Ippocrate. Scrisse ‘sulla medicina’ in dialetto. (Vegetti, 1965)

 

492-432 a.C. EMPEDOCLE di Agrigento.

Il padre Metone era un benestante di Agrigento che contribuì all’allontanamento del tiranno Trasideo. Empedocle partecipò alla vita politica, ma, in seguito alla sconfitta dei democratici fu costretto ad esiliare nel Peloponneso. Gorgia fu uno dei suoi discepoli.

Plat. Phaed. 96 A-B [parla Socrate]. … se è il sangue ciò per cui noi pensiamo o l’aria o il fuoco, o se non è nessuna di queste ma il cervello, ecc.

Aët. v 22, 1 [Dox. 434]. Empedocle dice che le carni nascono dai quattro elementi egualmente mescolati, i nervi dal fuoco e dalla terra mescolati con il doppio di acqua, mentre le unghie nascono agli animali dai nervi, per quel tanto che si raffreddano all’aria, …

Theophr. de sens. 1.2 [Dox. 499 sgg.]. … Gli occhi non sono tutti costituiti in modo eguale, <ma gli uni da elementi in proporzione uguale>, altri invece da elementi in proporzione contraria, e in alcuni occhi il fuoco sta nel mezzo, in altri sta all’esterno; e questa è la ragione per cui alcuni esseri viventi vedono più acutamente alla luce del giorno, altri di notte. … L’udito si produce ad opera dei rumori interni: quando infatti <l’aria> è mossa dal suono, essa riecheggia dentro l’orecchio; l’orecchio infatti è, per così dire, un sonaglio che ripete i suoni in modo eguale e ad esso dà il nome di “germoglio carneo”: ripercuote l’aria mossa contro le pareti solide e produce la risonanza. L’odorato invece si riproduce con la respirazione: per questo hanno l’odorato più sviluppato proprio quegli esseri viventi nei quali più intenso è il movimento della respirazione: l’odore poi, emana soprattutto dai corpi sottili e leggeri. Riguardo a il gusto e il tatto egli non dà una definizione particolare per ciascuni, né come né perchè si producono: eccetto che, per ciò che hanno di genericamente comune, la sensazione risulta da un armonizzarsi ai pori. Si prova piacere di cose simili, o nelle parti o nelle mescolanza, e dolore delle cose contrarie. … gli occhi, la cui mescolanza degli elementi è asimmetrica, perdano la chiarezza della vista perchè i pori sono ostruiti dal fuoco ora dall’aria.

Aët. IV 16, 1 [Dox. 406]. Secondo Empedocle l’udito deriva dal battere dell’aria sulla cartilagine, che, egli dice, è attaccata all’interno dell’orecchio, sospesa e percorsa come un sonaglio.

Aët. IV 17, 2 [Dox. 407]. L’odore penetra insieme all’aria inspirata dal polmone; quando dunque l’inspirazione diventa greve, come accade, a coloro che sono raffreddati.

Aristot. de sens. 4. 441 a 3. Il gusto è una sorta di tatto; occorre quindi che quello dell’acqua abbia in se stesso le specie dei sapori, non avvertibili per la loro piccolezza, come dice Empedocle, che ecc.

Frammenti 84 [302-11 K., 316-24 St]. 1-11 Aristot. de sens. 2. 437 b 23. Empedocle sembra ritenere che la vista ci sia allorchè il fuoco esce dall’occhio, come si è già detto; dice infatti così: “come … sottile”. Talvolta dunque egli dice che partono dagli oggetti veduti.

97 [p. 42 K.]. Aristot. de part anim. A 1. p640 a 18. … la “colonna vertebrale” è fatta in tal modo perchè si è spezzata torcendosi.

(I Presocratici, Laterza, 1969) 


V secolo a.C. FILOLAO di Crotone.

Medico e filosofo di Crotone, si rifugiò a Tebe in seguito alla persecuzione dei pitagorici da parte di Cilone. A Tebe fondò una sua scuola che divenne famosa. Nel libro Sulla Natura Filolao scrisse:  principi dell’animale dotato di ragione sono quattro: cervello, cuore, ombelico, vergogne. Il cervello è principio del pensiero, il cuore dell’anima e della percezione, l’ombelico del radicarsi e dello svilupparsi dell’embrione, le vergogne del getto del seme e della generazione. Il cervello [mostra] il principio dell’uomo, il cuore quello dell’animale, l’ombelico quello della pianta, le vergogne quello di tutte le cose. [Theol. Arithm. p.25, 17 de Falco]. (I Presocratici, Laterza, 1969) 

DK B13.

Quattro sono i princìpi dell’animale razionale, come dice anche Filolao nel libro Intorno alla natura, cervello, cuore, ombelico, membro: «la testa del pensiero, il cuore dell’anima e della sensazione, l’ombelico del radicarsi e crescere dell’embrione, il membro dello sperma e della eiaculazione e della generazione. Il cervello significa il principio dell’uomo, il cuore dell’animale, l’ombelico della pianta, il membro di tutte le cose: tutte infatti dallo sperma si generano e s’accrescono ». (Vegetti, 1965)

 

 

V secolo a.C. IPPONE di Reggio.

Ippone di Reggio è stato seguace di Talete e filosofo ateo.

Censorin. de d. nat. 5, 2. Ippone … ritiene che lo sperma scende dal midollo, e ciò è provato, secondo lui, dal fatto che, se si ammazzano i montoni dopo che hanno coperto le pecore, non si trova più in essi il midollo, in quanto ne sono del tutti privi.

Censorin. de d. nat. 6, 1. Ippone diche che per primo si forma il capo in cui è la parte principale dell’anima.

(I Presocratici, Laterza, 1969)

DK 38A12 (Censorino). Ippone ritiene che il seme fluisca dal midollo e che ciò sia provato dal fatto che dopo la monta del bestiame, se si uccide qualche maschio, non è possibile trovarvi midollo, quasi fosse esaurito.

 DK 24A13 (Censorino). Ma questa opinione alcuni la rifiutano, come Anassagora, Democrito ed Alcmeone Crotoniate: essi infatti replicano che dopo la monta delle greggi i maschi sono impoveriti non solo di midollo, ma anche di grasso e di molta carne. Un altro problema sul quale si divide l’opinione degli autori, è se il figlio nasca soltanto dal seme del padre, come scrissero Diogene, Ippone e gli Stoici, o se anche della madre, come parve ad Anassagora ed Alcmeone oltre che a Parmenide, Empedocle ed Epicuro. Sulla formazione del feto invece Alcmeone ammise di non sapere nulla di definito, ritenendo che nessuno possa osservare quale parte del bambino si formi per prima.

(Vegetti, 1965)

 

V secolo a.C. CLIDEMO.

Theophr. de sens. 38 [Dox. 510; tra Anassagora e Diogene]. Clidemo fu l’unico a dire cose appropriate riguardo la vista: sostenne infatti che noi abbiamo sensazioni mediante gli occhi perchè sono trasparenti; mediante le orecchie, perchè l’aria colpendole le muove; mediante le narici, perchè aspirano l’aria, che è mescolata appunto agli odori; mediante la lingua, infine, avvertiamo i sapori, il caldo e il freddo, perchè è porosa. Con ciò che rimane del corpo oltre questi organi non percepiamo alcuna sensazione, e di essi sono proprietà il caldo, l’umido e i loro contrari. Solo le orecchie, poi, per sé non giudicano nulla, ma si limitano a trasmettere all’intelletto, anche se non fa dell’intelletto il principio di tutte le cose, come Anassagora.

(I Presocratici, Laterza, 1969)

 

V secolo a.C. DIOGENE di Apollonia.

Theophr. de dens. 39 agg [Dox 510]. Diogene, come il vivere e il pensare, così anche le sensazioni riporta l’aria. Parrebbe quindi che egli le spieghi mediante il simile (perchè non sarebbe possibile che le cose agissero o patissero se non derivassero tutte da un unico principio). Così la sensazione olfattiva mediante l’aria che circonda il cervello: quest’aria è compatta e commisurata all’odore: il cervello è molle, le sue vene sottilissime, e dove la disposizione dell’aria non è commisurata [agli odori] non si mescola ad essi, poichè, se ci fosse una disposizione commisurata alla mescolanza, è chiaro che avrebbe percezione. La sensazione uditiva, quando l’aria che sta nelle orecchie mossa da quella esterna penetra fino al cervello. La sensazione visiva, quando le immagini si presentano alla pupilla e questa mescolandosi con l’aria interna produce la sensazione. Ed eccone il segno: se si verifica un’infiammazione delle vene, [la pupilla] non si mescola più con l’aria interna e non vede più, nonostante la presenza dell’immagine. La sensazione gustativa mediante la lingua, perchè è molle e morbida. Quanto al tatto, egli non ha definito niente né come si genera né a quali organi appartiene. L’olfatto, egli dice, è acutissimo in quelli che hanno pochissima aria nella testa perchè allora la mescolanza è rapidissima, tanto più se l’odore viene trascinato attraverso un condotto piccolo e stretto – perchè così giudica più rapidamente: per questo alcuni animali sono dotati di odorato più sottile che gli uomini. Non dimeno, quando l’odore è commisurato all’aria in maniera conveniente alla mescolanza , l’uomo ha sensazioni vivacissime. Ascoltano nel modo più acuto coloro che hanno vene sottili [e che], come per l’odorato, così anche per l’udito hanno un condotto breve, sottile e retto e inoltra l’orecchio diritto e grande, perchè l’aria che è nelle orecchie messa in movimento muove l’aria interna. Se invece i condotti sono troppo grandi, quando l’aria è mossa, viene fuori un rimbombo e il suolo è inarticolato perché non si scontra con l’aria ferma. Vedono nel modo più acuto quanti hanno aria e vene sottili, come a proposito delle altre sensazioni, e quanti hanno l’occhio più luminoso. Meglio di tutti appare il colore opposto: perciò chi ha occhi neri vede di giorno e le cose lucenti, chi li ha di colore contrario di notte. E un segno che ad avere le sensazioni è l’aria interna, piccola parte di dio, è che spesso, quando abbiamo la mente ad altro, non vediamo né ascoltiamo. Piacere e dolore nascono in questo modo: quando molta aria si unisce al sangue ed essendo conveniente alla sua natura e penetrando in tutto il corpo l’alleggerisce, si ha piacere: quando invece è contraria alla natura del sangue e non si mescola, allora, condensandosi il sangue e diventando più debole e compresso, si ha dolore. Ugualmente per l’audacia, la salute e i suoi contrari. Adattissima a giudicare il piacere è la lingua, perchè è la parte più morbida e molle e tutte le vene  salgono ad essa: perciò in essa si scorgono moltissimi indizi di malattie e le denunciano i colori dei vari animali, perchè quanti e quali essi sono, vi appaiono tutti. Così dunque e per questo si produce la sensazione. Il pensare, come si è detto, avviene mediante l’aria pura e secca: infatti l’umidità ostacola la mente: per questo durante il sonno o negli stati di ubriachezza o di sazietà si pensa di meno. E la prova che l’umidità toglie la mente si ha in ciò, che gli altri animali sono inferiori all’uomo nell’intelligenza: essi infatti respirano l’aria che viene dalla terra e hanno un cibo più umido. Gli uccelli respirano sì aria pura, ma hanno una natura simile a quella dei pesci, perchè sono di carne dura e l’aria non può penetrare attraverso tutto il corpo ma si ferma all’addome.Vi contribuiscono in parte oltre il cibo anche la bocca e la lingua, perchè gli animali non possono stare insieme. Altrettanto prive di pensiere sono le piante perché non hanno cavità e non possono accogliere l’aria. Per questo stesso motivo anche i fanciulli non sono assennati: infatti hanno molta umidità, sicchè l’aria non può penetrare in tutto il corpo, ma è bloccata intorno al petto: per questo sono indolenti e dissennati. E poi soni irosi e del tutto instabili e mobilissimi per il fatto che molta aria è mossa da piccoli petti. E questo è anche il motivo dell’oblio: poichè l’aria non può passare attraverso tutto il corpo, non può raccogliersi.  Ed ecco il segno: chi si sforza di ricordare sente la difficoltà nel petto: quando poi ha ricordato l’aria si espande ed egli è liberato dal tormento [cfr. Aristoph. Thesm. 14 agg].

Aet. IV 16, 3 [Dox.406] Diogene dice che [si ha sensazione uditiva] quando l’aria che è nella testa è colpita e messa in movimento dalla voce.

Aët. IV 18, 2 [Dox.407] Diogene pensa che, siccome la lingua è morbida e molle e in essa si raccolgono le vene del corpo, i sapori si  spargono e vengono portati alla sensazione e cioè alla parte principale dell’anima, come da una spugna.

(I Presocratici, Laterza, 1969) 

 

MEDICINA ELLENICA ED ELLENISTICA.  V – III SECOLO a.C.

 

460-370 a.C. DEMOCRITO di Abdera.

Nato ad Abdera nel 460 a.C. E’ stato allievo di Leucippo e sostenitore dell’atomismo. Di lui abbiamo nozioni importanti riferiti da altri autori.

[Galen.] def. med. 439 [XIX 449 Kühn]. Lo sperma, come dicono Platone [Tim. 91A] e Diocle [fr. 170 p. 196], è una secrezione del cervello e dalla spina dorsale: invece secondo Prassagora, Democrito ed anche Ippocrate, lo sperma deriva da tutto quanto il corpo, e Democrito lo afferma in questo modo: L’uomo proviene dall’uomo intero.

[Hippocr] 17, 15 [IX 356]. Sulla pazzia, egli disse [sott.scrivo: il sogg. è Democrito] … (16) E che scrivi intorno alla pazzia? Eche altro, rispose, se non quale sia la sua natura e come abbia origine negli uomini e in qual modo si possa calmarla? Così tutti questi animali che vedi, proseguì, per ciò appunto li vado sezionando, non per odio all’opera divina, ma per cercare la natura della bile e la posizione sua propria. So infatti che la causa della pazzia è per lo più la bile sovrabbondante.

[Hippocr] 17, 40 [IX 368]. Soltanto  nell’uomo la conoscenza, mercé la potenza della ragione, è pienamente limpida per quanto riguarda il presente ed è capace di prevedere il futuro.

[Hippocr] 23, 1-11 [IX 392]. ... Il cervello è posto a custodia della sommità del corpo, della quale gli è affidata la sicurezza: esso è contenuto entro membrane nervose. … Quanto agli occhi, la facoltà visiva, posta al sicuro entro molte tuniche e in uno stabile equilibrio di umidità, ha la sua sede nella cavità posta sotto la fronte. … Le due narici poi, che hanno la funzione di discernere gli odori, pongono un distacco alla vicinanza degli occhi. Le labbra, formando col loro molle contatto la chiusura della bocca, producono e regulano il senso e la esatta pronuncia delle parole. … Poi l’artefice di quest’opera [l’uomo] vi aperse le orecchie quali recipienti atti ad accogliere i discorsi. … La lingua, madre della favella, messaggera dell’animo, portinaia del gusto, è difesa dalle forti barriere dei denti. … [segue una dettagliata descrizione degli altri organi o strutture anatomiche] … Le gambe e le braccia e le estremità da esse dipendenti, avendo in sé raccolto il governo di ogni [azione da compiersi in] servigio [del corpo] compiono con prontezza i servigi comandati dai nervi.

(I Presocratici, Laterza, 1969) 

 

460-370 a.C. IPPOCRATE ovvero il Corpus a lui attribuito. Ipocrates; Hyppocrates; Hippocrates; Ypocrates; Hippocrates Cous; Hippocrate Coo; Hypocrates; Hipocrates.

Si può rite­nere, non con certezza ma con un certo grado di probabilità, che Ippocrate sia nato a Cos verso il 460, Asclepiade per famiglia e per corporazione. Compì numerosi viaggi in Grecia e lungo le coste del Mediterraneo Orientale e del Mar Nero. Tenne in Atene corsi accademici di medicina, a pagamento. Morì in Tessaglia, forse presso Larissa, in età assai inoltrata (forse intorno al 370). Molti sono gli scritti attribuiti ad Ippocrate di Coo, ma essi ci rivelano le conoscenze mediche dei tempi e le cure attuate. Contemporaneo di Sofocle, Euripide, Socrate e Tucidide a Ippocrate sono attribuiti una sessantina di trattati riferibili al “secolo di Pericle”  il secolo dell’illuminismo greco. Nato a Cos Ippocrate ha seguito gli insegnamenti familiari del nonno, suo omonimo e di suo padre Heracreiade. I suoi biografi riferiscono due aneddoti: nel primo si dice che fu chiamato ad Abdera per guarire Democrito considerato pazzo perchè derideva tutti e nel secondo egli rifiutò le immense ricchezze propostegli da Artaserse I re di Persia per averlo come suo medico. Tra gli scritti a lui attribuiti è presente un trattato dal titolo Ferite della testa e Morbo sacro in cui ci sono precisi riferimenti al cervello.  Il cervello per i medici ippocratici è una parte del corpo umano cui viene attribuito la funzione dell’intelligenza. Anche al cuore, in altri trattati, è attribuita la stessa funzione. Per gli ippocratici i nervi ed i tendini sono chianati neura, le vene e le arterie phlebes.

IL MALE SACRO

1. Circa il male cosiddetto sacro questa è la realtà. Per nulla – mi sembra – è più divino delle altre malattie o più sacro, ma ha struttura naturale e cause razionali: gli uomini tuttavia lo ritennero in qualche modo opera divina per inesperienza e stupore, giacché per nessun verso somiglia alle altre h E tale carattere divino viene confermato per la difficoltà che essi hanno a comprenderlo, mentre poi risulta negato per la facilità del metodo terapeutico col quale curano, poiché è con purificazioni e incantesimi che essi curano . Ma se per quanto ha di meraviglioso questo male è ritenuto divino, molte allora saranno le malattie sacre e non una soltanto, ché io ne mostrerò altre che non sono meno meravigliose né straordinarie, e che pure nessuno ritiene essere divine. Così le febbri – e quotidiane e terzane e quartane – per niente mi sembrano essere meno sacre e generate da un dio di questo morbo , eppure non incutono stupore; e ancora vedo uomini impazziti e in preda al delirio senza alcuna causa manifesta, che si abbandonano a vari gesti inconsulti; e so di molti che nel sonno gemono e urlano, questi si sentono soffocare, quelli perfino balzan dal letto e fuggono via finché siano destati, e poi tornano normali e assennati proprio come prima – ma ne restano pallidi e deboli -, e tutto ciò non una volta soltanto, ma spesso. E ancora vi sono casi numerosi e d’ogni genere, ma raccontare di ciascuno farebbe lungo il discorso.

 2. In verità io ritengo che i primi a conferire un carattere sacro a questa malattia siano stati uomini quali ancor oggi ve ne sono, maghi e purificatori e ciarlatani e impostori, tutti che pretendono d’essere estremamente devoti e di veder più lontano. Costoro dunque presero il divino a riparo e pretesto della propria sprovvedutezza – giacché non sapevano con quale terapia potessero dar giovamento -, e affinché la propria totale ignoranza non fosse manifesta, asserirono che questo male era sacro. E raccontando appropriati discorsi stabilirono una cura rivolta alla propria stessa sicurezza; distribuivano purificazioni e incantesimi, ingiungevano di astenersi dai bagni e da molti cibi che non è opportuno i malati mangino: fra i pesci di mare, la triglia, il melanuro , il muggine, l’anguilla (che sono infatti assai pericolosi); fra le carni, quelle di capra e di cervo e di maiale e di cane (queste carni sono le più nocive all’intestino); fra gli uccelli il gallo, il piccione, l’ottarda e tutti quelli che son ritenuti più pesanti; fra i vegetali, la menta, l’aglio e la cipolla (perché cibi pungenti non giovano a un malato); e vietarono di portare abiti neri (giacché il nero è segno mortale), e di giacere su pelli di capra o di indossarle, e ancora di porre un piede su un piede o una mano su una mano (tutti questi infatti sono impedimenti) . Questo dunque hanno prescritto a causa dell’origine divina del male, quasi vedessero più a fondo, ed esponendo altri motivi, così che, quando il malato guarisca, loro sia la fama di destrezza, quando invece muoia, abbiano pronte e sicure discolpe, adducendo quasi causa razionale che non essi, ma gli dèi ne sono responsabili: e chi potrebbe ritenere essi responsabili, se non hanno fatto mangiare né bere alcun farmaco, né hanno ordinato dei bagni? Io invero suppongo che fra i Libi dell’interno nessuno goda buona salute, giacché dormono su pelli di capra e di carni di capra si nutrono, visto che non possiedono né coperte né indumenti né calzari che non siano caprini: e infatti non hanno altro bestiame che capre. Ammesso comunque che il mangiare e il somministrare queste cose generi il male e lo accresca, e il non mangiarle lo curi, non ne è più il dio la causa, né le purificazioni la cura, ma sono i cibi che giovano o nuocciono, e svanisce così l’azione del dio.

3. Così coloro che pongon mano a curare questa malattia in tale modo mi sembra proprio che non la considerino né sacra né divina: ove infatti venga rimossa da codeste purificazioni e da codesta terapia, che cosa mai impedisce che sia generata e rivolta contro gli uomini da artifizi di tal genere? sicché il divino non ne sarebbe affatto responsabile, ma alcunché di umano. Chi infatti operando purificazioni e magie sia in grado di stornare questo male, parimenti potrebbe richiamarlo escogitandone altre, e il divino da questo discorso sparisce. Raccontando e architettando cose di tal genere pretendono di vedere più a fondo, e ingannano gli uomini prescrivendo di mondarsi e purificarsi, mentre il loro discorso ricade continuamente sul divino e sul demonico. Al contrario, in verità io ritengo che i loro discorsi non hanno nulla a che fare con la devozione, come essi pensano, ma piuttosto con l’empietà, e significano che gli dèi non sono; e che la loro devozione e religiosità sono empietà e miscredenza, come io dimostrerò.

 4. Se dunque asseriscono di sapere come trascinar giù la luna, far svanire il sole, causare e tempesta e bel tempo, e pioggia e siccità, rendere il mare invalicabile e sterile la terra, e ogni altra cosa di siffatto genere, sia che affermino coloro che vi si adoperano che ciò può avvenire per mezzo di riti, sia di qualche sapienza o pratica occulta, costoro, ne son certo, vivono nell’empietà e credono che gli dèi o non sono o non hanno potere alcuno [o non si astengono dalle azioni più estreme. Facendo tutto ciò, come potrebbero non incutere terrore agli dèi stessi?]. Che se un uomo con magiche arti e sacrifici trascinasse giù la luna e facesse svanire il sole e causasse tempesta e bel tempo, certo io più non crederei che qualcuno di questi fenomeni sia divino, bensì umano, giacché invero il potere degù dèi sarebbe vinto e fatto schiavo dalla sapienza di un uomo. Forse però le cose non stanno proprio così, ma uomini che han bisogno di campare escogitano molte fole dai colori sgargianti, a proposito di questa malattia come di tante altre cose, per ogni forma del male attribuendo la causa a un dio (infatti non le imputano a uno solo una volta per tutte, ma le ripartiscono fra molti). Così se il malato imita una capra o fa versi ferini o ha convulsioni dalla parte destra, ecco dicono che è responsabile la Madre degli dèi. Se lancia grida più acute e sonore, lo paragonano a un cavallo, ed accusano Poseidone. Se poi lascia passare le feci, come spesso accade a chi è vinto dal male, gl’impongono il soprannome di Enodia: se sono più frequenti e leggere, come quelle degli uccelli, allora è Apollo Nomio. Se ha schiuma alla bocca e sferra calci, Ares ne ha colpa. E quando di notte son presi da incubi e terrori e delirio e balzano sgomenti dal letto e fuggono fuori, dicono che si tratta di agguati di Ecate e di assalti degli eroi. Si valgono così di purificazioni e incantesimi, e compiono a parer mio un’azione quanto mai empia ed atea. Purificano infatti chi è posseduto dal male con sangue o in modo analogo, quasi recasse la macchia di un’infamia o di un delitto, o subisse un’umana malia, o avesse compiuto qualche fatto impuro, mentre bisognerebbe piuttosto comportarsi nel modo contrario, sacrificare e pregare per lui e implorare gli dèi conducendolo nei templi: ora però nulla fanno di tutto questo, ma semplicemente lo purificano. E delle offerte purifìcatorie alcune celano sotterra, altre gettano in mare, altre ancora recano sui monti, dove nessuno le tocchi o le calpesti: ma bisognerebbe portarle ai templi e offrirle al dio, se veramente il dio è causa del male. Certo io non credo che il corpo dell’uomo possa essere contaminato da un dio, il più corruttibile dal più sacro: ma se anche accade che esso sia contaminato o in qualche modo offeso da un agente esterno, da un dio sarà comunque purificato e santificato piuttosto che contaminato. È certo il divino che ci purifica e ci santifica e ci monda dai nostri gravissimi ed empi errori: e noi stessi tracciamo i confini dei templi e dei recinti degli dèi, perché nessuno li valichi che non sia puro, ed entrando ci aspergiamo, non già perché stiamo per contaminarci, bensì per mondarci, se già da prima rechiamo su di noi qualche macchia. Circa le purificazioni dunque tale è il mio avviso.

 5. A me dunque questa malattia non pare affatto esser più divina delle altre, bensì ha una base naturale comune a tutte, e una causa razionale dalla quale ciascuna dipende: ed è curabile, per nulla meno delle altre, a meno che per il lungo tempo trascorso si sia rafforzata al punto da soverchiare i farmaci somministrati. Essa ha origine, come anche altre malattie, secondo l’eredità: se infatti da un flegmatico nasce un flegmatico, da un bilioso un bilioso, da un tisico un tisico, da uno splenetico uno splenetico, che cosa impedisce che, avendo il padre o la madre questa malattia, anche qualcuno dei figli ne sia colpito? giacché il seme proviene da tutte le parti del corpo, dalle sane sano, e dalle malate malato. E v’è un’altra grande prova che questa non è più divina delle altre malattie: insorge ai flegmatici per natura: ma non colpisce i biliosi: mentre se fosse più divina delle altre, in tutti egualmente dovrebbe prodursi questa malattia, senza distinguere tra biliosi e flegmatici.

 6. Ma di fatto responsabile di questo male è il cervello, come anche delle altre malattie più importanti: e in qual modo e per qual causa essa insorga, lo dirò chiaramente. Il cervello dell’uomo è doppio, come quello di tutti gli altri animali: lo spartisce infatti nella zona mediana una sottile meninge; perciò il dolore non si avverte sempre nello stesso punto della testa, ma nell’una o nell’altra parte, talvolta poi nella testa intera. E vene si dirigono al cervello da ogni parte del corpo, molte sottili, due però grosse, l’una dal fegato e l’altra dalla milza. Quella che proviene dal fegato presenta questo assetto: da una parte essa si dirige verso il basso, attraverso il lato destro del corpo, sfiorando il rene e i muscoli lombari e addentrandosi nella coscia, per terminare al piede (si chiama ‘vena cava’); dall’altra parte si dirige verso l’alto attraverso la parte destra del diaframma e il polmone, poi si biforca verso il cuore e il braccio destro: il ramo restante continua a salire attraverso la clavicola nel lato destro del collo, giungendo proprio sotto la pelle, sì che diviene visibile: poi presso l’orecchio si occulta di nuovo e qui si dirama, e il ramo più spesso e più grande e più vasto termina al cervello, un altro all’orecchio destro, un altro, infine, alla narice. Questo è l’assetto delle vene che provengono dal fegato. Anche dalla milza poi si diparte una vena, nel lato sinistro sia verso l’alto sia verso il basso, al modo di quella epatica, ma più sottile e più fragile .

 7. Mediante queste vene ci procuriamo anche la maggior parte del respiro: esse infatti assicurano il ricambio respiratorio del nostro corpo, poiché raccolgono in sé l’aria, la incanalano verso tutte le parti del corpo lungo i vasi minori, la raffreddano e alla fine la espellono . Non può infatti il respiro ristagnare, ma si muove in su e in giù: perché se ristesse in qualche luogo e vi fosse immobilizzato, quella stessa parte del corpo ne sarebbe paralizzata; e ve n’è una prova: quando un uomo, stando sdraiato o seduto, comprime i piccoli vasi al punto che il respiro non può attraversare la vena, subito lo prende il torpore. Quanto alle vene le cose stanno così.

 8. Questa malattia insorge ai flegmatici, ma non ai biliosi. Essa comincia a svilupparsi fin nell’embrione quando è ancora nell’utero: anche il cervello, come le altre parti, si depura infatti e si accresce prima della nascita. Sa in tale processo di purificazione esso si depura bene e in misura opportuna, e il flusso non è né maggiore né minore del necessario, il nato ha allora una testa sanissim; se invece il flusso da tutto il cervello sarà eccessivo, ela deliquescenza forte, avrà crescendo una testa malata e piena di rumori, e non potrà sopportare né iul sole né il freddo; se il flusso proviene da un solo occhio o da un solo orecchio, o se una vena si contrae, quella parte ne risulta danneggiata, nella misura in cui si è verificata la deliquescenza. Se poi la purificazione non avviene, ma i liquidi si addensano nel cervello, allora necessariamente il nato sarà flegmatico. E a chi da fanciullo si aprono piaghe sulla testa e sulle orecchie e sulla pelle, e si formano saliva e muco copiosi, tutto ciò permette di stare assai bene con l’avanzare dell’età: in tal modo difatti esce e si depura il flegma, che avrebbe dovuto spurgarsi per lo più colti dall’epilessia. Quelli invece che non subiscono purificazione, non potendosi né piaghe né muco nè saliva , e non essendo neppure avvenuta la purificazione nell’utero, per essi c’è pericolo di venir colti da questo male.

 9. Se il flusso dirige il suo corso verso il cuore, palpitazioni ed asma colgono il malato, e il petto ne è squassato, alcuni anche divengono gobbi: giacché quando il flegma freddo scende verso i polmoni e il cuore, il sangue si raggela: e le vene raffreddate a forza battono contro il polmone e il cuore, e il cuore palpita, sicché in tal modo necessariamente conseguono asma e ortopnea. Non può infatti il malato respirare quanto gli occorre finché il flusso del flegma non sia stato dominato e, adeguatamente riscaldato, distribuito nelle vene: allora cessano palpitazioni e asma, ma cessano in proporzione alla quantità del flusso: se cioè era fluito copioso, lentamente, se scarso, rapidamente. E se i flussi sono frequenti, gli attacchi divengono frequenti. Questo dunque sopporta il malato, se il flusso va al cuore e ai polmoni; se invece all’intestino, lo coglie la diarrea.

 10. Qualora invece queste vie gli siano impedite, il flusso si rivolge verso quelle vene che ho già descritte, e il malato diventa allora afono, si sente soffocare, ed ha la bava alla bocca, e digrigna i denti, e le mani gli si contraggono, ha gli occhi stravolti, è tutto fuor di sé; ad alcuni sfuggono anche le feci. [Ciò capita a volte a sinistra, a volte a destra, a volte da entrambi i lati]. Come poi ognuno di questi attacchi si manifesti, io dirò. L’afonia insorge quando il flegma, disceso d’un tratto nelle vene, chiude il passo all’aria e non permette che essa giunga al cervello né alle vene cave né all’apparato digerente, ed impedisce così la respirazione: perché quando si aspira aria attraverso la bocca e le narici, in primo luogo essa giunge al cervello, poi la maggior parte va all’intestino, e il resto si divide fra i polmoni e le vene. Di qui poi è distribuita alle altre regioni mediante le vene: quanta ne giunge all’intestino, raffredda l’intestino stesso, e non giova a null’altro; ma l’aria che giunge ai polmoni e alle vene è preziosa quando entra nell’addome e nel cervello, perché in tal modo procura l’attività mentale e il movimento delle membra, sicché, quando il flegma inibisce alle vene l’accoglimento dell’aria, il malato è reso afono e incosciente . Le mani poi restano paralizzate e si contraggono, poiché il sangue ristagna e non è distribuito come suole. E gli occhi si stravolgono, essendo i vasi minori, privati dell’aria, in forte pulsazione. La schiuma dal canto suo sale alla bocca dai polmoni: giacché quando il respiro non vi giunge, essi schiumano e ribollono come in punto di morte. Le feci fuoriescono quando il malato è sopraffatto e soffocato: ed è soffocato allorché fegato e zona superiore dell’intestino sono compressi contro il diaframma, e la bocca dello stomaco si chiude; e ciò accade quando il respiro non è inspirato nella bocca nella quantità consueta. E il malato scalcia con i piedi quando l’aria è bloccata nelle membra e non trova via d’uscita a causa del flegma: spostandosi veloce su e giù per il sangue causa convulsioni e dolori, perciò egli è irrequieto. Tutto ciò si soffre quando il flegma scorra, freddo, nel sangue che è caldo: giacché il sangue si raggela e ristagna; e se il flusso è copioso e denso, subito uccide, poiché domina il sangue col freddo e lo congela; se invece è in minor quantità, sulle prime lo domina spezzando il respiro, ma poi col tempo, quando sia disperso nelle vene e frammisto al sangue abbondante e caldo, è probabile ne venga dominato, e allora le vene ricevono l’aria e i malati riprendono coscienza.

 11. I bambini piccoli, che siano colpiti da questa malattia, in gran parte muoiono, se il flusso scende copioso e spirano venti dal Sud, giacché i vasi minori, che sono sottili, non possono accogliere il flegma in ragione della sua densità ed abbondanza, e il sangue allora si raffredda e congela, e così muoiono. Se al contrario il flusso è scarso e dirige il suo corso verso entrambe le vene, o verso una delle due, il fanciullosopravvive restando segnato: la bocca infatti si stravolge o l’occhio o la mano o il collo, laddove insomma la piccola vena, ripiena di flegma e vinta da esso, ne sia stata assottigliata. È dunque a causa di questa piccola vena che la zona del corpo lesa risulta necessariamente più debole e manchevole. Ma con l’andar del tempo questo di solito giova; non è infatti più colpito dal male chi è stato una volta segnato, per questa ragione: verificandosi tale situazione anche le altre vene per forza ne risentono e in qualche parte si contraggono, sicché l’aria la accolgono, ma il flusso di flegma non può più irrompervi come prima (gli arti d’altronde è naturale ne risultino indeboliti, essendo state lese le vene). Quelli poi ai quali, spirando venti dal Nord, scorre un flusso scarsissimo e sul lato destro, sopravvivono senza segni: ma v’è pericolo che il male s’alimenti e s’accresca, se non sono curati con gli opportuni rimedi. Questo capita dunque ai fanciulli, o qualcosa di molto simile.

 12. Gli adulti non uccide questo male quando insorge, né li deforma: infatti le loro vene sono ampie e piene di sangue caldo, perciò il flegma non può imporsi né raffreddare il sangue sì da congelarlo, ma esso stesso è vinto e ben presto commisto al sangue; e così le vene possono ricevere aria, e le facoltà mentali resistono, e i sintomi già detti colpiscono meno il malato a causa della sua forza. Quando questa malattia insorge a uomini molto vecchi, li uccide o li paralizza per ciò, che le loro vene sono svuotate e il sangue è scarso e rado e acquoso. Se dunque il flusso scorre copioso e d’inverno, uccide: spezza infatti il ricambio respiratorio e congela il sangue, se fluisce da entrambe le parti; se invece da una parte sola, paralizza: il sangue non riesce infatti a dominare il flegma, essendo rado e freddo e scarso, anzi esso stesso, vinto, ne è congelato, sicché ne risultano paralizzate quelle regioni nelle quali il sangue è stato corrotto.

 13. Il flusso si rivolge più verso destra che verso sinistra, perché le vene che provengono dal fegato sono più ampie e più numerose di quelle che, a sinistra, provengono dalla milza. Flusso e deliquescenza colpiscono soprattutto i fanciulli, qualora la testa sia stata riscaldata dal sole o dal fuoco, e poi improvvisamente il cervello si sia raggelato: allora si produce infatti la separazione del flegma. Poiché esso si liquefa quando il cervello si riscalda e si effonde: poi si separa quando il cervello è raffreddato e contratto, e così defluisce. Per alcuni questa è la causa; per altri invece è il vento del Sud, che, quando di colpo subentra ai venti del Nord, scioglie e rilassa il cervello che era compatto e forte, sicché il flegma trabocca, e così si genera il flusso. Il quale può conseguire anche ad un oscuro terrore, se per esempio il malato è stato atterrito da un grido, o se mentre piange non riesce a ricuperare rapidamente il respiro, ciò che spesso capita ai bambini: quale che sia di queste la circostanza accaduta, subito il corpo rabbrividisce, il malato diviene incapace di parlare e di respirare, e il respiro si arresta, il cervello si contrae, il sangue ristagna, e così il flegma si separa e defluisce. Per i bambini queste sono all’inizio le cause dell’attacco epilettico. Per gli adulti invece l’inverno è il nemico maggiore: quando infatti ci si siano riscaldati testa e cervello presso un gran fuoco, e poi si esca al freddo e si rabbrividisca, oppure quando dal freddo si entri in un luogo chiuso e presso un gran fuoco, le conseguenze sono le stesse, e così si è preda all’attacco nel modo che ho descritto prima. V’è gran pericolo anche in primavera di subire queste stesse conseguenze, se la testa è esposta al sole; d’estate invece meno, perché non vi sono mutamenti improvvisi. Quando si sono superati i venti anni, questo male, se non è congenito fin dall’infanzia, non colpisce più che pochi o nessuno: le vene infatti sono piene di sangue abbondante, e il cervello è compatto e forte, sicché il flegma non può fluire nelle vene: e se anche fluisce, non può vincere il sangue, che è copioso e caldo.

 14. Ma se il male si è accresciuto e alimentato fin dall’infanzia, gli attacchi diventano cronici durante il mutamento dei venti, e in tali circostanze il malato ne cade vittima quasi sempre, e soprattutto spirando i venti dal Sud. La guarigione dal canto suo diventa difficile: il cervello infatti è ormai diventato più umido di quanto la sua natura comporti ed è inondato di flegma, sì che i flussi si formano più spesso, il flegma non può più separarsi né il cervello disseccarsi (al contrario ne è impregnato e inumidito). Questo lo si può capire molto bene nelle bestie che sono state colpite da questo male, e soprattutto nelle capre, che ne soffrono assai spesso. Aprendone la testa, troverai il cervello umido e pieno di liquido idropico e maleodorante, ed allora manifestamente comprenderai che non è il dio ad affliggere il corpo, bensì la malattia. Così è anche per l’uomo. Quando la malattia si è prolungata nel tempo, non è più curabile: il cervello è corroso dal flegma e marcisce, la parte marcia diventa liquida, circonda tutt’attorno il cervello e lo bagna: ed è perciò che questi malati son colti più spesso e più facilmente dagli attacchi. Perciò la malattia si prolunga, ché il liquido circostante è rado a causa della sua abbondanza, e così è subito dominato e riscaldato dal sangue.

 15. Quanti sono ormai consueti al male, prevedono l’imminenza dell’attacco, e fuggono via dagli uomini, a casa se la loro casa è vicina, oppure nel luogo più deserto, dove pochissimi possano vederli cadere; e subito celano il capo: e ciò fanno per vergogna del male, e non, come credono molti, per paura del divino. I bambini invece le prime volte cadono laddove capita, giacché non vi sono avvezzi: ma quando più volte sono stati colpiti, appena ne hanno un presentimento fuggono dalle madri o da chi meglio conoscono, per paura e terrore del male, giacché non conoscono ancora la vergogna.

 16. Per le ragioni seguenti affermo che gli attacchi insorgono durante il mutamento dei venti, specialmente spirando quelli da Sud, in secondo luogo quelli da Nord, poi tutti gli altri (questo perché i primi due sono i più forti fra tutti e i più reciprocamente contrari e per direzione e per efficacia). Il vento del Nord infatti condensa l’aria e ne separa quanto v’è di torbido e nebbioso e la rende pura e limpida; al modo stesso agisce su tutto quanto evapora dal mare e dalle altre acque: da ogni cosa infatti separa l’umido e il torbido, e così dagli uomini stessi, ed è perciò il più salubre dei venti. Il vento del Sud esercita influssi esattamente contrari a questi: incomincia dapprima a sciogliere e a diffondere l’aria densa, per ciò che non spira subito forte, ma all’inizio è quieto, non riuscendo di colpo a vincere la resistenza dell’aria che prima appunto era densa e compatta, e solo col tempo la scioglie. La stessa azione svolge verso la terra e il mare e i fiumi e le sorgenti e i pozzi e su ogni cosa nella quale vi sia umidità (e ve n’è dappertutto, ora in maggiore ora in minor quantità). E tutte queste cose sentono l’influsso di tal vento, e da limpide si fanno torbide, da fredde calde, da secche umide. I vasi stessi di argilla, riposti in casa o sotterra ripieni di vino o di altro liquido, anch’essi sentono il vento del Sud e mutano il loro aspetto in un’altra forma; e il sole e la luna e gli altri astri esso rende assai più opachi di quanto siano per natura. Poiché dunque esercita un tal dominio su queste cose tanto grandi e forti, e fa sì che il corpo avverta i suoi influssi e muti con il mutare di questi venti, ne segue necessariamente che il vento del Sud rilassa e fa inondare il cervello, e rende le vene allentate, mentre quelli dal Nord condensano quanto v’è di più sano nel cervello, e ne separano i liquidi malsani e li fanno traboccare all’esterno: ed è così che si verificano i flussi durante i mutamenti di questi venti. Sicché questo male nasce e s’accresce in seguito a fattori che si presentano o si sottraggono, e non è per nulla più arduo degli altri né alla cura né alla comprensione, e neppure è più divino degli altri.

 17. Bisogna che gli uomini sappiano che da null’altro si formano i piaceri e la serenità e il riso e lo scherzo, se non dal cervello, e così i dolori, le pene, la tristezza e il pianto. E soprattutto grazie ad esso pensiamo e ragioniamo e vediamo ed udiamo, e giudichiamo sul brutto e sul bello, sul cattivo e sul buono, sul piacevole e sullo spiacevole, decidendo le scelte sulla base delle istituzioni, percependo le sensazioni su quella dell’utile, e quanto al piacevole e allo spiacevole giudicando secondo l’occasione, giacché non ci piacciono sempre le medesime cose. Ed è a causa del cervello stesso se impazziamo, e deliriamo, e ci insorgono incubi e terrori (sia di notte sia di giorno), e insonnia e smarrimenti strani, ed apprensioni senza scopo, e incapacità di comprendere cose consuete, ed atti aberranti. E tutto ciò soffriamo per via del cervello, quand’esso non sia sano, bensì divenga più caldo o più freddo o più umido o più secco di quanto la sua natura comporti, o subisca qualche altra affezione che gli sia innaturale e inconsueta. La pazzia consegue alla umidità: perché quando è innaturalmente umido, di necessità il cervello si muove, e muovendosi esso né vista né udito possono restare saldi, bensì vedono e odono ora questo ora quello, e la lingua esprime ciò che in ogni momento vedono e sentono; ma per tutto il tempo che il cervello resta saldo, l’uomo è in possesso delle sue facoltà mentali.

 18. La corruzione del cervello dipende dal flegma e dalla bile. Si potrà comprendere l’azione dell’uno e dell’altra così: chi è impazzito a causa del flegma resta tranquillo, non grida e non lancia clamori; chi invece a causa della bile, urla, agisce male, è inquieto, compie gesti inopportuni. Se dunque la pazzia è continua, queste ne sono le cause; ma se insorgono terrori e paure, ciò è dovuto a un mutamento del cervello: e muta quando si riscalda: ed è riscaldato dalla bile, quand’essa dal resto del corpo va al cervello lungo le vene del sangue. L’atterrimento poi persiste finché essa non se n’è di nuovo tornata alle vene e al corpo: in séguito cessa. Il malato è oppresso da un’angoscia senza motivo quando il cervello si raggela e si condensa in modo anormale: e ciò avviene a causa del flegma; quando ciò è avvenuto ne consegue anche la perdita della memoria. Di notte poi il malato lancia grida e clamori, allorché d’improvviso il cervello sia riscaldato: ma questo soffrono i biliosi, non i flegmatici. Il cervello del resto si riscalda anche quando il sangue vi affluisce copioso e ribolle. Esso percorre in quantità le vene sopra descritte, quando l’uomo si trovi a vedere un sogno pauroso e ne sia atterrito: al modo dunque che anche da svegli il viso arrossisce e gli occhi s’arrossano soprattutto quando si è spaventati e la mente medita di compiere qualche azione cattiva, così avviene anche nel sonno. Quando poi l’uomo si desta e riprende coscienza e il sangue torna a ripartirsi nelle vene, tutto questo ha termine.

 19. Per queste vie ritengo che il cervello svolga l’azione più importante nell’uomo: esso infatti è per noi l’interprete degli stimoli che provengono dall’aria, quando sia sano: l’attività mentale a sua volta è resa possibile dall’aria. Gli occhi dal canto loro e gli orecchi e la lingua e le mani e i piedi, quanto il cervello ha compreso, questo eseguono [v’è infatti nel corpo tutto tanta intelligenza, quanta aria esso contiene]. Il cervello è invero il veicolo alla coscienza; giacché quando l’uomo aspira il respiro, questo dapprima giunge al cervello, e così l’aria è diffusa nel resto del corpo, avendo però lasciato nel cervello la parte più attiva e quanto ha di più atto a favorire l’attività mentale e l’intelligenza: che se andasse dapprima nel corpo e soltanto dopo al cervello, nella carne e nelle vene disperderebbe la sua facoltà di attivare la mente, ed al cervello giungerebbe calda e non pura, bensì mescolata all’umore che proviene dalle carni e dal sangue, sicché non disporrebbe più di carica intellettiva.

 20. Perciò dico che il cervello è l’interprete della coscienza. Il diaframma al contrario trae il proprio nome dal caso e dalla convenzione, non certo dalla realtà e dalla natura., ché davvero io non so quali poteri esso abbia riguardo al pensare e all’attività mentale; eccetto che, se l’uomo è sopraffatto da una gioia e da un dolore, esso sussulta e fa sobbalzare, perché è sottile ed è l’organo più esteso nel corpo, e non ha cavità nelle quali possa accogliere alcun accidente, positivo o negativo, bensì da entrambi è disturbato, a causa della debolezza della sua natura; poiché davvero non percepisce alcuna sensazione prima delle altre parti del corpo, ma falsamente gli è stato attribuito questo nome e questa funzione, al modo che quelle parti del cuore chiamate ‘orecchie’ non hanno nulla a che fare con l’udito. Alcuni d’altro canto asseriscono anche che pensiamo col cuore, ed è esso a provare dolori e cure; ma non è così, bensì esso ha solo contrazioni come il diaframma e ancora di più, per queste ragioni: da tutto il corpo vene si dirigono ad esso, e raccogliendole esso ha modo di avvertire qualunque dolore o tensione si produca nell’uomo: ed è necessario che, quand’è afflitto, il corpo rabbrividisca e si tenda, e che lo stesso accada quand’è sopraffatto dalla gioia: son queste le sensazioni che avvertono soprattutto il cuore e il diaframma. Dell’attività mentale nessuno dei due partecipa, bensì di tutto quanto le concerne è responsabile il cervello: come dunque primo fra tutte le parti del corpo esso avverte l’attività mentale dell’aria, così anche, se qualche violento mutamento si determina nell’aria a causa delle stagioni, il cervello diviene diverso da sé stesso. Perciò ancora affermo che le malattie lo colpiscono nel modo più acuto e più grave e più mortale e più incomprensibile agli inesperti.

 21. Questo male dunque, cosiddetto sacro, deriva dalle stesse cause razionali degli altri, da fattori che s’aggiungono e si sottraggono, e dal freddo e dal sole e dai venti che mutano senza posa. Queste cose sono divine, sicché non v’è alcun bisogno di discriminare questa malattia e di dichiararla più divina delle altre; ma sono tutte divine e tutte umane: ognuna ha la propria struttura e le proprie qualità naturali, e nessuna chiude la via all’intervento. Per la maggior parte sono curabili con gli stessi fattori dai quali derivano: giacché una cosa può essere di alimento per un’altra, ma talvolta anche di danno. Ora questo il medico deve sapere, affinché riconoscendo le circostanze di ciascun fenomeno , possa determinare ora alimento e crescita, ora danno e distruzione. Occorre infatti anche in questo male, come in tutti gli altri, non già accrescere la malattia ma estinguerla, somministrando ad ognuna ciò che le sia più ostile, non ciò che le sia più affine: giacché grazie all’affine si rafforza e si accresce, a causa dell’ostile invece si consuma e si estingue. Chi dunque sa determinare negli uomini, mediante il regime, il secco e l’umido, il freddo e il caldo, costui può anche curare questo male, se riesce a comprendere il momento opportuno per un buon trattamento, senz’alcuna purificazione o magia.

(Vegetti M., Opere di Ippocrate, UTET, 1965)

LE FERITE NELLA TESTA

1. Le teste degli uomini non sono affatto simili le une alle altre, né le suture di ciascun cranio sono formate nello stesso modo. Al contrario, chi presenta una prominenza sulla fronte – la prominenza è la proiezione tondeggiante all’infuori dell’osso stesso -, ha le suture del cranio formate come è scritta la lettera ‘tau’, T, poiché la linea più corta è disposta trasversalmente alla base della prominenza, e l’altra disposta longitudinalmente lungo la metà del cranio sempre in direzione della nuca. Chi invece presenta la prominenza nella parte posteriore del cranio, ha le suture formate in modo opposto al precedente: la linea più corta infatti è disposta trasversalmente alla base della prominenza, la più lunga è disposta longitudinalmente lungo la metà del cranio sempre in direzione della fronte. Chi poi presenta la prominenza da entrambe le parti del cranio, sia anteriormente sia posteriormente, costui ha le suture formate così come si scrive la lettera ‘età’, H: le linee lunghe sono disposte trasversalmente alla base di ciascuna prominenza, la breve è disposta longitudinalmente lungo la metà del cranio terminando in ambedue i sensi sulle linee lunghe. Chi infine non presenta alcuna prominenza né da una parte né dall’altra, ha le suture simili a come si scrive la lettera ‘chi’, X: una delle linee è disposta trasversalmente terminando alla tempia, l’altra longitudinalmente lungo la metà del cranio.Duplice è la natura dell’osso nella regione mediana del cranio: la zona più dura e compatta di esso è sita sia nella parte superiore, dove la sua superfìcie omogenea giunge sotto la pelle, sia in quella inferiore, dove la sua superfìcie omogenea sottostante è prossima alla meninge. Allontanandosi dalle zone superiore e inferiore dell’osso, che sono le più dure e le più compatte, esso diviene man mano più molle e meno denso e più poroso, fino alla diploe . La diploe è assai porosa e molle ed estremamente cavernosa: e del resto l’intero osso del cranio, ad eccezione delle ristrette zone superiore ed inferiore, è simile a una spugna, e contiene in sé molte e umide particelle carnose omogenee (a frizionarle con le dita ne esce sangue): e ancora vi sono nell’osso vasi piuttosto sottili e cavi pieni di sangue.

 2. Tali dunque la durezza, la mollezza e la porosità. Ma quanto all’esser compatto o rado, così stanno le cose: in tutto il cranio l’osso è più rado e più debole presso il bregma ; è in questa regione del cranio che l’osso ha sopra di sé lo strato più ridotto e più sottile di carne, e quivi anche è racchiusa la maggior parte dell’encefalo. È dunque a causa di questa situazione che, pur essendo la ferita o l’arma che la produce uguali o minori che in altre parti, ed altresì uguale o minore essendo la lesione – tuttavia in questa zona del cranio l’osso viene maggiormente contuso e fratturato e deviato verso l’interno, ed è più mortale, e rende più difficile la cura e lo scampare da morte in questa che in qualsiasi altra zona del cranio; se le lesioni sono simili, e l’uomo è stato ferito con gravità uguale o minore, qualora in ogni caso s’avviasse a morire in seguito alla ferita, morirebbe in minor tempo avendola ricevuta in questa zona del cranio che in qualsiasi altra. L’encefalo, infatti, appunto presso il bregma risente in modo più rapido e più grave delle lesioni sopravvenute sia alla carne sia all’osso: poiché appunto qui esso è ricoperto dall’osso più rado e dallo strato carnoso più sottile, e la maggior parte dell’encefalo giace sotto il bregma. Fra le altre parti, quella presso la tempia è la più debole: qui è infatti la giunzione fra la mascella inferiore e il cranio, e nella tempia si determina quindi un movimento verso l’alto e verso il basso come accade nelle articolazioni; presso la tempia v’è poi l’organo dell’udito, e attraverso di essa si estende una vena cava e grossa. L’intero osso dietro la sommità del capo e le orecchie è più forte di qualsiasi altro frontale, ed è ricoperto da uno strato di carne maggiore e più spesso. Cosi stando le cose, pur essendo uguali o simili o maggiori le ferite e le armi che le producono, e ricevendo esso lesioni uguali o maggiori, in questa parte del cranio l’osso è meno suscettibile di fratture o di intropulsioni; e se un uomo fosse in ogni modo destinato a morire in seguito alla ferita, tuttavia più a lungo sopravviverebbe avendola ricevuta nella parte posteriore della testa: perché, da un lato, l’osso richiede più tempo per suppurare, e la suppurazione, a causa dello spessore dell’osso, per penetrare giù fino all’encefalo; dall’altro, una minor porzione di encefalo è racchiusa in questa zona del cranio. Sicché, in generale, coloro che sono stati feriti alla parte posteriore della testa sfuggono a morte più numerosi di coloro che sono stati feriti nella parte frontale. D’inverno, poi, chi è destinato in ogni caso a morire in seguito a una ferita, sopravvive più a lungo che d’estate, in qualunque zona della testa abbia ricevuto la ferita.

 3. Le tracce lasciate nel cranio da armi aguzze e leggere, se si producono nell’osso senza altre fratture o contusioni o intropulsioni (si determinano queste ugualmente nella parte anteriore e posteriore della testa), non dovrebbero di per sé sole – almeno di norma – esser causa di morte, anche se in effetti la morte sopravviene. Se, e quando l’osso è messo a nudo, in qualsiasi punto della testa si sia verificata la ferita, nella ferita stessa appare una sutura, la resistenza che l’osso oppone alla lesione e all’arma risulta assai indebolita (qualora capiti che l’arma si sia conficcata proprio nella sutura); e soprattutto se l’arma ha colpito nel bregma, il punto più debole del cranio; e ancora se, le suture trovandosi presso la ferita, l’arma ha colto le suture stesse.

 4. L’osso nella testa può essere leso nei modi che ora descriverò, e per ciascuno dei modi si verificano forme diverse di fratture nella lesione. L’osso è fratturato quando viene leso, e alla frattura consegue necessariamente una contusione nella zona circostante, se veramente v’è frattura. Infatti la stessa parte dell’arma che frattura l’osso, vi provoca anche una contusione più o meno grande, esattamente nello stesso luogo dove ha prodotto la frattura e nelle ossa ad essa circostanti: e questo è il primo modo. Quanto alle fratture, ve n’è di ogni forma: ve n’è anche di piuttosto piccole e piccolissime, tanto da non esser visibili né subito dopo la ferita né nei giorni durante i quali ancora si potrebbe recare aiuto al malato contro le sofferenze e la morte . Altre fratture invece s’aprono più profonde e più larghe, altre poi larghissime. Alcune di esse sono lunghe, altre brevi; alcune piuttosto diritte, e anche molto diritte, altre invece piuttosto curve e oblique; alcune si approfondiscono attraverso tutto l’osso [altre sono meno profonde e non attraversano l’osso].

5. L’osso poi può essere contuso pur permanendo nel suo primitivo assetto, e senza che in esso alla contusione s’aggiunga alcuna frattura: questo è il secondo modo. Vi sono diverse forme di contusione. Infatti l’osso può essere contuso più o meno, e la contusione può penetrare più a fondo, attraversandolo tutto, o meno a fondo, senza attraversarlo, e può essere di lunghezza ed estensione maggiori o minori. Ma di nessuna di queste forme è dato allo sguardo comprendere quale sia l’aspetto e la grandezza: poiché infatti neppure subito dopo la lesione – e pur essendo l’osso contuso e il danno avvenuto -, è possibile riconoscere chiaramente con lo sguardo se v’è contusione, al modo stesso che tra le fratture alcune, distanti dalla ferita, non sono visibili, pur essendo l’osso fratturato.

 6. L’osso è contuso e deviato dalla sua naturale posizione verso l’interno, con fratture: altrimenti infatti non sarebbe deviato. Poiché la parte dell’osso, contusa, fratturata e spezzata, è deviata verso l’interno dall’altra parte, che permane nel suo assetto naturale: ed è perciò che la frattura s’aggiunge alla intropulsione. Questo è il terzo modo. Vi sono varie forme di tali intropulsioni: possono infatti investire una porzione più o meno estesa dell’osso, ed essere grandi e profonde, oppure minori e superficiali. La traccia per sé stessa può essere lunga o breve, curva o diritta o circolare. E vi sono molte altre forme di questo modo, a seconda di quale fosse la configurazione dell’arma: le tracce stesse possono essere più o meno profonde, e strette o meno strette o larghe o assai larghe, laddove l’osso è spezzato: giacché una fenditura nell’osso, di qualunque lunghezza e profondità sia, è una traccia, se le altre parti dell’osso circostanti la fenditura restano nel loro naturale assetto, e non ne sono deviate verso l’interno dalla fenditura: in tal caso si tratterebbe di una intropulsione e non più di una traccia.

 8. L’osso può essere leso in una zona della testa diversa da quella dove si è ricevuta la ferita e dove l’osso stesso è stato messo a nudo: questo è il settimo modo. Quando si verifichi questa circostanza, in nessun modo potresti esser d’aiuto: giacché, se il malato ha sofferto questa lesione, non v’è modo di esaminarlo per sapere se veramente l’ha sofferta, e in quale zona del cranio.

 9. Fra tutti questi modi di lesione, è opportuno operare la trapanazione nel caso della contusione, sia invisibile, sia in qualche modo manifesta, e della frattura, che sia invisibile oppure manifesta. Ancora, se alla formazione nell’osso della traccia di un’arma si aggiungono frattura e contusione, o anche se ad essa si aggiunge soltanto la contusione senza frattura, anche in tali casi è opportuna la trapanazione. Ma dei molti casi nei quali l’osso è deviato dalla sua sede naturale verso l’interno, pochi soltanto richiedono la trapanazione: e tanto più sono intropulsi e spezzettati, tanto meno è opportuno trapanare. Neppure una traccia, che si formi per sé sola senza frattura e contusione, neppur essa ha bisogno di trapanazione; e neppure la fenditura, sebbene sia grande e profonda, neppure essa: giacché fenditura e traccia sono la stessa cosa.

 1o. In primo luogo occorre esaminare la ferita, per vedere in quale punto della testa si sia subita la lesione – se nelle parti più resistenti o in quelle più deboli -, e osservare i capelli intorno alla ferita, badando se siano stati recisi dall’arma e se siano entrati nella piaga: in tal caso, si asserisca che v’è pericolo che l’osso sia stato messo a nudo ed abbia ricevuto qualche offesa dall’arma. Fino a questa constatazione dunque si può arrivare con un esame a distanza, senza toccare il ferito . Toccandolo poi si cerchi di sapere con certezza se l’osso è stato messo a nudo o no: e se l’osso è visibile allo sguardo, è a nudo; altrimenti, si indaghi con la sonda. Qualora poi si trovi che l’osso è messo a nudo e non è immune dalla ferita, occorre innanzitutto diagnosticare ciò che in esso è accaduto, vedendo qual è l’estensione del danno e quale intervento è necessario. Bisogna anche chiedere al ferito come subì la lesione e in qual modo. Qualora invece l’osso non sia visibile, e non manifesti se è colpito oppure no, è molto più necessario approfondire l’inchiesta sulla genesi e il tipo della ferita, di quanto lo sia se l’osso è messo a nudo. Quanto infatti alle contusioni e alle fratture non visibili nell’osso, e tuttavia esistenti, è sulla base del racconto del ferito che bisogna cercare in primo luogo di diagnosticare se l’osso abbia subito qualche lesione del genere oppure no. Poi analizzare la questione sia con ragionamento sia con esami, ma senza usar la sonda. Il sondaggio infatti non prova se l’osso ha subito qualcuna di tali lesioni e se la reca in sé, oppure no: prova invece il sondaggio l’esistenza della traccia di un’arma, o la deviazione dell’osso dalla sua sede naturale verso l’interno, o la presenza di gravi fratture, tutte cose che sono manifeste anche allo sguardo e che è dato conoscere tramite l’osservazione.

 11. Si spezza l’osso in fratture invisibili e visibili, e si contunde in invisibili contusioni, e vien deviato dalla sua sede naturale verso l’intemo, soprattutto quando si è feriti da qualcuno che deliberatamente vuol ferire, piuttosto che quando ciò accade accidentalmente; e più quando il proiettile o la percossa, quale che sia, provengono dall’alto, che quando provengono dal livello del suolo; e più quando l’arma, vibrata a distanza o da vicino, è ben controllata nella mano, e quando chi è forte ferisce un debole. Quanti poi cadendo si feriscono presso il cranio o al cranio stesso, chi più dall’alto cade e su qualcosa di più duro e compatto, maggiormente rischierà di spezzare l’osso o di contunderlo o di deviarlo dalla sua sede naturale verso l’interno; chi invece cade da un punto più basso e su qualcosa di più morbido, meno ne risentirà al cranio o non ne risentirà affatto. Fra le armi che colpendo la testa feriscono presso il cranio o il cranio stesso, quelle che colpiscono più dall’alto che dal basso, e sono più dure e compatte e pesanti – e dunque meno leggere e sottili e deboli -, queste appunto spezzeranno o contunderanno l’osso. E tanto più l’osso rischia di subire simili lesioni, quanto più si verificano queste circostanze, e il cranio è ferito perpendicolarmente, trovandosi proprio opposto all’arma, sia che venga colpito da una percossa o da un proiettile o da un qualche oggetto precipitatogli sopra, sia che l’uomo stesso si ferisca cadendo, oppure ancora in qualsiasi altro modo – sempreché il cranio risulti perpendicolarmente opposto all’oggetto che lo ferisce. Le armi invece che sfiorano obliquamente il cranio meno producono fratture e contusioni e intropulsioni, quand’anche l’osso venga messo a nudo: giacché alcune delle ferite in tal modo prodotte non mettono neppure a nudo l’osso. Fra le armi, le più atte a spezzare l’osso in fratture sia visibili sia invisibili, a contunderlo e a deviarlo dalla sua sede naturale verso l’interno, sono quelle sferiche e tondeggianti e uniformemente lavorate, compatte e pesanti e dure: e sono queste che anche la pelle contundono e spappolano e frantumano. Le ferite che tali armi producono sono un po’ incavate ai lati e tutt’intorno, sono le più purulente e umide, e richiedono il maggior tempo per ripulirsi: giacché le carni contuse e frantumate naturalmente vanno in suppurazione e si putrefanno. Le armi di forma allungata, essendo per solito sottili ed aguzze e leggere, tagliano la carne più che contunderla, e parimenti l’osso: e in esso producono una traccia e una fenditura – giacché fenditura e traccia sono la stessa cosa -, ma ben difficilmente contundono l’osso o lo spezzano o lo deviano dalla sua sede naturale verso l’interno. Orbene occorre, oltre all’esame di ciò che nel cranio si offre al tuo stesso sguardo, compiere un’inchiesta intorno a tutte queste circostanze (giacché questi sono sintomi della maggiore o minor gravità delle condizioni del ferito), e inoltre sapere se il ferito stesso sia rimasto stordito o accecato, se abbia provato vertigini e sia caduto a terra.

 12. Quando il cranio si trovi messo a nudo dall’arma, e la ferita sia situata proprio presso le suture, diventa difficile affermare persino se nell’osso vi sia o non vi sia una traccia – ciò che sarebbe manifesto in un’altra parte dell’osso -, specie se la traccia si forma proprio nelle suture. Trae in inganno infatti la sutura stessa, essendo più irregolare del resto dell’osso, e non è molto chiaro il limite fra sutura e traccia dell’arma, se la traccia non è assai larga. Di norma a quelle tracce che si formano nelle suture si aggiunge una frattura, ed anche la frattura si dimostra a sua volta difficile da diagnosticare – pur essendo l’osso fratturato -, per questa ragione, che quando v’è frattura, essa si forma di solito proprio nella sutura. In questo punto infatti il cranio è predisposto a fratturarsi e a spezzarsi, a causa della debole struttura dell’osso e della sua porosità in questo punto, e ancora perché la sutura di per sé stessa è predisposta a fratturarsi e a spezzarsi. Le altre ossa invece circostanti la sutura rimangono intatte, giacché sono più forti di essa.La frattura poi che si produce presso la sutura si risolve anche in un cedimento della sutura stessa, e non è semplice dire se frattura e cedimento dipendono da una traccia dell’arma formatasi nella sutura, oppure se essi dipendono da una contusione del cranio a partire dalla carne. Ma è ancor più difficile diagnosticare una frattura conseguente alla contusione. Traggono infatti in inganno il giudizio e lo sguardo del medico le suture stesse, giacché hanno l’aspetto di fratture e sono più irregolari del resto dell’osso, a meno che lesione e cedimento non siano ben marcati: [fenditura e traccia sono la stessa cosa]. Dunque è necessario, qualora la ferita si sia prodotta presso le suture e l’arma si sia confìtta molto vicino all’osso e nell’osso stesso, far grande attenzione per scoprire quale lesione l’osso ha subito. Perché, uguale essendo l’arma in grandezza o simile o anche molto minore, e uguale in estensione la ferita o anche molto minore, chi abbia ricevuto l’arma nelle suture soffrirà un danno al cranio di gran lunga maggiore di chi non l’abbia ricevuta nelle suture. E nella maggior parte di questi casi occorre trapanare: non bisogna certo trapanare la sutura stessa, ma, se si trapana, lasciare un intervallo e operare la trapanazione nella regione adiacente dell’osso.

 13. Circa la cura delle ferite nella testa e circa il modo di scoprire le affezioni invisibili prodottesi nel cranio, questo è il mio avviso. Le ferite nella testa non si devono in nessun caso inumidire, né col vino, né tantomeno con altri liquidi; non vi si devono applicare impacchi, né far uso di tamponi di garza, e neppure si devono bendare le ferite nella testa, a meno che siano site nella fronte, in una zona priva di capelli, o presso le sopracciglia e gli occhi. Le ferite formatesi in questi punti si giovano di impacchi e bendaggi più di quelle site in altre zone della testa: il resto della testa circonda infatti tutta quanta la fronte, ed è dai margini circostanti che le ferite, dovunque si siano formate, derivano infiammazione e gonfiore, per l’affluirvi del sangue. Neppure sulla fronte, del resto, bisogna lasciare sempre gli impacchi e i bendaggi, bensì cessare con gli uni e con gli altri non appena l’infiammazione è finita e il gonfiore passato. Sul resto della testa la ferita non richiede né tamponi né impacchi né bende, a meno che si debba operare anche un’incisione. Fra le ferite prodottesi nella testa o sulla fronte, occorre incidere quelle che – qualora l’osso sia rimasto a nudo e sembri aver ricevuto qualche danno dall’arma – non permettono allo sguardo, per la loro scarsa lunghezza e larghezza, di esaminare l’osso per stabilire se ha subito qualche danno dall’arma, e di che genere, e quanto è stata contusa la carne e quanto è stato leso l’osso, o se invece ha sopportato indenne l’urto dell’arma e non ne ha subito alcuna conseguenza; e, dal punto di vista della cura, qual trattamento richieda la ferita, sia per la carne sia per la lesione dell’osso. Tali ferite rendono opportuna l’incisione. Qualora poi l’osso sia stato messo a nudo, e vi sia un’accentuata concavità su un lato, si apra con un’incisione la parte depressa, dove il farmaco – quale che sia il più adatto – non riesce a giungere con facilità. Quanto alle ferite circolari, con una notevole concavità, anche per esse si operi una doppia incisione nel circolo, in alto e in basso rispetto alla posizione dell’uomo, per rendere la ferita più allungata. Chi incide la testa, può farlo con sicurezza in tutte le sue parti: ma la tempia, e la zona sopra di essa presso alla vena che attraversa la tempia, queste non bisogna inciderle, perché una convulsione coglierebbe il paziente: e se l’incisione fosse operata nella regione sinistra della tempia, la convulsione coglierebbe le parti destre, se invece fosse operata nella regione destra, la convulsione coglierebbe le parti sinistre.

 14. Qualora dunque si incida una ferita nella testa perché il cranio è stato messo a nudo, e si vuol sapere se ha subito qualche danno dall’arma oppure no, si deve praticare un’incisione di grandezza tale, che sembri del tutto sufficiente. Incidendo bisogna asportare la carne dal cranio laddove essa aderisce alla meninge e all’osso, poi tamponare la ferita intera con garza, che mantenga la ferita quanto più possibile aperta fino al giorno dopo con il minimo dolore. Nel tamponare si pratichi – per tutto il tempo nel quale resta applicata la garza – anche un impacco formato di un impasto di farina fine d’orzo, amalgamato nell’aceto e poi fatto bollire in modo da renderlo il più possibile glutinoso. Il giorno successivo poi, quando si toglie la benda per vedere che cosa è successo al cranio, qualora non appaia ancora manifesto che genere di lesione sia presente nell’osso, né si possa diagnosticare se l’osso abbia effettivamente subito qualche danno oppure no, e tuttavia sembra che l’arma abbia raggiunto l’osso e lo abbia leso, – bisogna allora raschiare la superficie dell’osso con un raschietto, in senso verticale e orizzontale rispetto alla posizione dell’uomo, e poi ancora trasversalmente, al fine di evidenziare le fratture invisibili e le contusioni che restano latenti, non essendo il resto dell’osso deviato dalla sua posizione naturale verso l’interno. Il raschiamento, infatti, bene rivela queste lesioni presenti nell’osso che non sono altrimenti visibili. E se si vede nell’osso una traccia d’arma, occorre raschiare la traccia stessa e le ossa circostanti, per accertare se, come è frequente, alla traccia non si siano aggiunte frattura e contusione, e, non essendo ben visibili, siano passate inosservate. Quando si sia raschiato l’osso col raschietto, e se la lesione cranica appare richiedere la trapanazione, allora occorre trapanare, non lasciando passare un intervallo di più di tre giorni, ma appunto trapanando entro questo periodo (sempre ma specialmente durante la stagione calda), ove si sia intrapresa la cura dall’inizio. Se invece si sospetta che l’osso ha subito frattura o contusione, o entrambe le cose, inducendo dai discorsi del ferito che il colpo era stato violento, e inferto da persona più forte – se ricevuto da un altro -, e che l’arma che aveva prodotto la ferita era di tipo pericoloso, e che in seguito l’uomo era stato colto da vertigine e cecità, era rimasto stordito ed era caduto a terra – se tutto questo è accaduto, e tuttavia non si può diagnosticare per esame diretto se l’osso ha subito una contusione o una frattura o entrambe, allora bisogna versare sulla ferita la ‘soluzione nerissima’, cospargerla col ‘farmaco nero’ disciolto, distendervi bende di lino ammorbidendo con olio: infine applicare l’impacco d’orzo e fasciare. Il giorno seguente, liberata la ferita dal bendaggio e pulitala, si provi a raschiare. E se non è sano, bensì fratturato e contuso, il resto dell’osso risulterà bianco dopo il raschiamento: ma la frattura e la contusione, avendo trattenuto in sé il ‘farmaco nero’ disciolto, spiccheranno, nere, sul bianco dell’osso circostante. Ma occorre ancora una volta raschiare in profondità questa frattura che si rivela nera: e se raschiandola [questa frattura che si rivela nera], la si elimina e la si rende invisibile, v’è allora una contusione più o meno grande dell’osso, che ha dato origine anche alla frattura sparita col raschiamento: ma, una volta sparita la frattura, minor pericolo e minori preoccupazioni possono derivare da essa. Se invece la frattura si estende in profondità e non vuol essere eliminata dal raschiamento, allora il caso richiede la trapanazione.

 15. Dopo la trapanazione, poi, occorre curare la ferita negli altri modi. Ci si prenda cura che l’osso non abbia a subire qualche danno a causa di un cattivo trattamento della parte carnosa. Quando infatti l’osso è stato trapanato, oppure messo a nudo anche senza trapanazione (o perché è sano, o perché, pur essendo stato leso dall’arma, sembra tuttavia essere sano), allora v’è il maggior pericolo che si formi suppurazione, anche se non vi sono altre ragioni, quando la carne circostante l’osso venga mal curata, e si infiammi e si aggrinzisca. Diventa infatti febbrile e sede di un’infiammazione violenta: e dunque l’osso riceve in sé, dalle carni circostanti, calore e infiammazione e disturbi e palpitazioni, insomma tutto quanto v’è di maligno nella carne, e infine a causa di ciò diviene purulento. È male anche che la carne nella ferita sia umida e putrida e che richieda molto tempo per ripulirsi. Bisogna allora far sì che la ferita vada in suppurazione al più presto: in tal modo infiammerà meno la zona circostante e si depurerà assai rapidamente. Necessariamente infatti le carni recise e contuse dall’arma, andate in suppurazione, si sfaldano. Una volta che si è depurata, la ferita deve diventare più secca: in tal modo infatti guarirà più rapidamente, poiché il nuovo tessuto in formazione è secco e non umido, e non darà luogo a escrescenze carnose. Stesso discorso anche a proposito della meninge che avvolge l’encefalo: infatti, se con la trapanazione la si è sùbito messa a nudo asportando l’osso che la ricopriva, occorre al più presto renderla pulita e secca, per evitare che, restando a lungo umida, diventi putrida e gonfia: giacché in tal caso v’è rischio che vada in decomposizione.

 16. Ogni osso poi che debba esser separato dal resto – allorchè vi sian una ferita nella testa, o una traccia d’arma nell’osso, o comunque esso sia stato in gran parte messo a nudo -, generalmente si separa quando è dissanguato (il sangue nell’osso viene disseccato col tempo e con applicazioni di numerosi farmaci). La saparazione sarà più rapida se, dopo aver pulito al più presto la ferita, sùbito si disseccano e ferita e parte dell’osso, grande o piccola che sia. La parte infatti rapidissimamente disseccata fino ad esser simile ad un coccio, per ciò stesso assai agevolmente si separa dal resto dell’osso che è irrorato di sangue ed è vivo: l’osso dunque dissanguato e secco meglio si separa da quello sanguigno e vivente.

 17. Le ossa che sono state deviate dalla loro sede naturale verso l’interno, pur essendo spezzate e sbriciolate molto in profondità, si rivelano tuttavia meno pericolose, purché la meninge resti intatta; e quelle che sono state spezzate in fratture molteplici e piuttosto profonde sono ancor meno pericolose e più agevoli da asportare. E non bisogna mai trapanare in casi siffatti, né correre rischi cercando di asportare le ossa prima che spontaneamente si stacchino, non appena sia decresciuto il gonfiore. Esse si staccano man mano che la carne cresce al disotto, a partire dalla diploe e dalla parte sana dell’osso, se la necrosi ha colpito soltanto la regione superiore dell’osso. Ora la carne si formerà e si accrescerà e farà staccare le ossa tanto più rapidamente, quanto più presto la ferita sarà stata portata a suppurazione e quindi depurata. E se per tutta l’estensione dell’osso entrambe le sue parti, quella inferiore e quella superiore, sono state intropulse verso la meninge, seguendo la stessa terapia la ferita guarirà al più presto, e le ossa intropulse al più presto si staccheranno.

 18. Le ossa del cranio dei bambini sono più sottili e più molli per ciò, che sono più irrorate di sangue e cave e porose, non compatte né robuste. E, benché ferito da armi uguali o più deboli, in modo simile o meno grave, l’osso del bambino va in suppurazione più facilmente e più rapidamente di quello dell’anziano, e in minor tempo: e nei casi in cui la ferita è comunque mortale, il giovane perisce più rapidamente dell’anziano. Ma occorre, se l’osso è stato messo a nudo, sforzarsi di diagnosticare con la mente ciò che all’occhio non è dato vedere, per sapere se l’osso è stato fratturato e contuso, o soltanto contuso, e se, qualora si sia formata una traccia d’arma, ad essa si sia aggiunta una contusione o una frattura o entrambe. E se l’osso presenta qualcuna di tali lesioni, fare un salasso, praticando un’apertura con un piccolo trapano perforante e facendo bene attenzione a brevi intervalli, giacché il cranio dei giovani è più sottile e ha meno spessore di quello degli adulti.

 19. Quanto a chi è destinato a morire in seguito ad una ferita nella testa, né è possibile riportarlo a salute e neppure salvargli la vita, questi sono i sintomi in base ai quali si deve diagnosticare l’approssimarsi della morte e il futuro svolgersi degli eventi. Ecco ciò che avverrà: qualora si sia compreso che il cranio è stato spezzato, o fratturato o contuso o comunque in qualche modo leso, e tuttavia si compia l’errore di non raschiare né trapanare quasi non ve ne fosse bisogno, e quasi l’osso fosse sano, allora la febbre coglierà il ferito generalmente entro i quattordici giorni, d’inverno, d’estate invece lo coglierà dopo sette giorni soltanto. E quando questo è accaduto, la ferita prende un cattivo colore e da essa fluisce scarso liquido sieroso: e l’infiammazione vi si estingue: essa diventa viscida, somiglia al pesce disseccato, il colore è rossiccio, un po’ livido. Nell’osso inizia allora il processo di necrosi: diventa di color scuro anziché bianco, infine poi giallastro o bianchissimo. Quando ormai è purulento, sulla lingua appaiono pustole, e il ferito perisce nel delirio. Anche convulsioni prendono i più da entrambi i lati del corpo: se la testa ha ricevuto la ferita a sinistra, le convulsioni prendono il lato destro del corpo; se invece la testa ha ricevuto la ferita a destra, le convulsioni prendono il lato sinistro. V’è anche chi è colto da apoplessia, e così paralizzato perisce entro i sette giorni d’estate o entro i quattordici d’inverno. Questi sintomi hanno lo stesso significato sia per i feriti anziani sia per i giovani. È dunque necessario, se si capisce che la febbre ha colto il ferito e ad essa s’è aggiunto qualcuno degli altri sintomi, rompere gli indugi, trapanare l’osso fino alla meninge o raschiarlo col raschietto (diventa infatti fragile e facile da raschiare), e poi proseguire la cura così come sembra opportuno, osservando le circostanze. 

20. Quando a una ferita nella testa – che sia stato trapanato o meno il cranio, ma essendo comunque l’osso a nudo – s’aggiunge un edema rosso del tipo dell’erisipela, sul volto o presso uno o entrambi gli occhi, doloroso a toccarlo, e se inoltre febbre e brividi colgono il ferito, mentre tuttavia la ferita stessa presenta un buon aspetto sia nella parte carnosa sia in quella ossea, e così anche la regione circostante la ferita (ad eccezione dell’edema formatosi sul volto), e ancora l’edema non è aggravato da alcun altro errore di regime – allora occorre spurgare l’intestino con un farmaco colagogo: con questa purga, la febbre se ne va e l’edema sparisce e il malato riacquista la salute. Il farmaco però bisogna somministrarlo in proporzione alle forze del malato, tenendo presente la sua capacità di sopportarlo.

21. Circa la trapanazione, quando sopravvenga la necessità di trapanare un malato, questo occorre sapere. Se si trapana avendo intrapreso la cura dall’inizio, non bisogna incidere subito l’osso fino alla meninge: non è bene infatti che la meninge soffra a lungo le conseguenze dell’essere denudata dell’osso, giacché potrebbe alla fine diventar putrida. V’è anche un altro pericolo, se sùbito si asporta l’osso trapanando fino alla meninge: di ferire la meninge, durante l’operazione, con il trapano. Bisogna dunque interrompere la trapanazione, quando resta solo un piccolissimo strato da incidere, e l’osso già si muove, e lasciare che da solo l’osso si stacchi: all’osso già trapanato e alla parte non incisa non conseguirà infatti alcun danno, giacché la parte intatta è ormai sottile. Quanto al resto si conduca la cura così come sembri giovare alla ferita. Quando si trapana occorre sovente estrarre lo strumento ed immergerlo in acqua fredda, per evitare che l’osso si riscaldi. Riscaldandosi infatti per il movimento rotatorio, il trapano a sua volta riscalda e dissecca l’osso fino a bruciarlo, e fa sì che si stacchi una porzione dell’osso circostante la trapanazione maggiore di quella che avrebbe dovuto staccarsi. Anche se si vuol sùbito trapanare fino alla meninge, per poi asportare l’osso, parimenti il trapano dev’essere spesso tolto e immerso in acqua fredda. Se poi non si è intrapresa la cura fin dall’inizio, ma sopravvenendo più tardi la si è ereditata da un altro medico, bisogna sùbito trapanare l’osso fino alla meninge con un trapano dai denti aguzzi, ma osservare frequentemente togliendo lo strumento, e anche indagare con una sonda tutt’attorno alla traccia scavata dal trapano: infatti molto più rapidamente viene inciso l’osso, se lo si trapana quando è già in via di suppurare o suppurante; spesso poi capita di trovarlo assai sottile, specie quando la ferita è sita in quella zona della testa dove il cranio presenta uno spessore particolarmente ridotto. Ci si guardi dunque dallo sbagliare nell’applicare il trapano, e sempre lo si fissi laddove l’osso sembri di maggior spessore; si osservi spesso, e si tenti di staccare l’osso con movimenti in su e in giù; una volta asportatolo, si curi il resto come pare meglio giovevole alla ferita, tenendo conto delle circostanze. Se anche, avendo intrapreso la cura fin dall’inizio, si sia deciso di trapanare sùbito a fondo e di asportare l’osso dalla meninge, parimenti occorre indagare spesso con la sonda intorno alla traccia lasciata dal trapano, e sempre fissarlo nella zona dell’osso di maggior spessore, e tentar di asportare l’osso con movimenti in su e in giù. Se invece ci si serve di un trapano perforante, non si giunga fino alla meninge, qualora si perfori avendo intrapreso la cura fin dall’inizio, ma si lasci uno strato sottile di osso, cosi come ho già scritto a proposito della trapanazione circolare.

(Vegetti M., Opere di Ippocrate, UTET, 1965)

Nel trattato Arie, Acque e Luoghi, attribuito ad un medico itinerante del V secolo a.C. (anni 430-410) si parla della macrocefalia non intendendosi come tale una “testa grossa”, ma una “testa allungata”. Tale caratteristica era considerato segno di nobiltà [vedi anche Perù]. Per tale motivo nei neonati, in cui le ossa craniche sono ancora malleabili, la testa veniva gradualmente compressa lateralmente e fasciata con delle bende in modo da far perdere la sua sfericità e farla diventare oblunga.

Bibliografia. Da I Presocratici, Laterza, 1969. Graham M., Was Hippocrates a beginner at trepanning and where did he learn? J. Clin. Neuroscience, 2000, 7(6), 500-502. Jouanna J. e Magdelaine C., Hippocrate, l’art de la médecine, GF Flammarion, 1999. Manuli P. e Vegetti M., Cuore, sangue e cervello; biologia e antropologia nel pensiero antico, Milano, 1977. Roselli  A., La chirurgia ippocratica, Firenze, 1975. Vegetti M., Opere di Ippocrate, UTET, 1965.

 

V e IV secolo a.C. Scuola di Cnido.

Contemporaneamente alla scuola medica di Cos, scuola Ippocratica, nell’isola di Cnido, difronte a Cos, nasceva una scuola medica di cui sappiamo che secondi Galeno era famosa per gli studi anatomici di cui abbiamo uno scritto in cui si parla del cervello come la più grande delle ghiandole.

E anticamente vi fu non piccola disputa nel prevalere per la ricchezza delle scoperte, essendo venute a contesa la scuola di Cos e quella di Cnido (duplice infatti era ormai questa stirpe degli Asclepiadi d’Asia, essendosi estinta quella di Rodi): e contesero con loro di quella buona contesa, che Esiodo loda, anche i medici d’Italia, Filistione ed Empodocle e Pausania e i compagni di costoro. E si formarono così tre mirabili cori di medici in competizione tra loro: a quello di Cos toccò avere i coreuti più numerosi ed eletti, subito dopo venne quello di Cnido, ma degno di non piccola lode fu anche quello d’Italia. Galeno (Wellmann, pp. 109-10, fr. 1). (Vegetti, 1965)

 

IV secolo a.C. FILISTIONE di Locri.

Wellmann, 4 (Anonimo londinense). Filistione pensa che noi constiamo di quattro forme, cioè di quattro elementi: fuoco, aria, acqua, terra. Ognuna di esse ha la propria qualità, il fuoco il caldo, l’aria il freddo, l’acqua l’umido, la terra il secco. Le malattie secondo lui si generano in molteplici modi, che però si possono raccogliere in tre gruppi principali: o secondo gli elementi o secondo la costituzione del corpo o secondo i fenomeni esterni. Secondo gli elementi, dunque, allorché il caldo o il freddo sovrabbondino, oppure allorché il caldo divenga troppo scarso e debole. Secondo i fenomeni esterni in tre modi: o per lesioni e ferite, o per l’eccesso del calore, del gelo e consimili, o per il mutamento del caldo in freddo o del freddo in caldo o della dieta in una inconsueta e nociva. Quanto poi alla costituzione del corpo così asserisce: «quando il corpo intero respira bene e circola libero il respiro, ne consegue salute: la respirazione infatti avviene non già soltanto attraverso la bocca e le narici, ma attraverso tutto il corpo. Quando invece il corpo non respira bene, ne conseguono malattie, e gravi: se infatti il respiro è trattenuto in tutto quanto il corpo, la malattia conduce a morte… »

 (La testimonianza è importantissima, perché ne risulta che nel pensiero di Filistione – o comunque in quello del suo ambiente da lui elaborato – va individuato il punto focale in cui la teoria empedoclea degli elementi dà luogo a quella dottrina delle quattro qualità, contro la quale si rivolge la polemica ippocratica di Antica Medicina. L’idea dei ‘mutamenti’, sia stagionali sia diete­tici, è invece accolta da Ippocrate in Male Sacro, Epidemie, Regime nelle malattie acute e Arie Acque Luoghi. Qui tuttavia il ‘mutamento’ assume un diverso valore ai fini della situazione storico-sociale dei popoli.) (Vegetti, 1965)

 

IV secolo a.C. PRASSAGORA di Cos.

Prassagora di Cos, figlio di Nicarco, fu l’erede erede dell’arte d’Ippocrate. I suoi scritti ci sono arrivati in forma frammentaria e dossografica, ma qualche nozione della sua conoscenza medica l’abbiamo. Si dedicò agli studi anatomici, come ci tramandò il suo allievo Erofilo. Egli innanzitutto riconosce che i nervi sono dei tramiti per la sensibilità. Il cervello viene considerato un’appendice del midollo spinale e perde la funzione del pensiero che viene attribuita al cuore. (Sterpellone L., La medicina greca, Ed. Essebiemme, 2002)

 

384 a.C. ARISTOTELE Stagirita.

Nacque nel 384 a Stagira, figlio di Nicomaco, medico alla corte mecedone dove anche Aristotele esercitò. Fu alunno di Platone ad Atene. Nel 343 divenne medico e precettore di Alessandro Magno che lo aiutò molto negli studi di storia naturale che anche lui coltivava. I seguito a fatti bellici fu costretto a fuggire in Calcide dove morì nel 322. Scrisse molti libri tra cui Storia degli animali e Delle parti degli animali che dimostrano i suoi studi di anatomia. Per ciò che riguarda il sistema nervoso studiò particolarmente i nervi che, come Alcmeone, chiamò “poroi” cioè canali.

 

335-280 a.C. EROFILO di Calcedonia.

E’ noto per i suoi studi anatomici e clinicamente come ostetrico. Nacque nel 330, fu allievo di Prassagora e di Crisippo, e morì nel 260. Assieme a Erasistrato ha fondato la scuola medica di Alessandria d’Egitto che permetteva studi sui cadaveri ed anche sui condannati. Ha effettuato studi anatomici in particolare sul cervello considerandolo il centro di tutto il sistema nervoso e la sede dell’intelligenza. Distinse i nervi dai vasi sanguigni, dividendoli in nervi sensoriali e nervi motori. Di Erofilo sappiamo che considerava il cervello come l’organo del pensiero e dell’intelligenza (che invece Aristotele poneva del cuore). Dell’anatomia del cervello descrisse il IV ventricolo con il calamo scrittorio e la confluenza dei seni durali che da lui prese il nome di torcular di Erofilo. Il nervo ottico fu descritto come un “poroi” (canale) che porta le sensazioni ottiche al cervello. Descrisse le tre strutture anatomiche del sistema nervoso centrale: cervello, cervelletto e midollo spinale dalle quali osservò che originano i nervi. Distinse i nervi motori, che vennero accorpati ai tendini come struttura neuro-tendinea e nervi sensoriali . Studiò anche l’occhio in cui desscrisse quattro tuniche invece delle tre precedentemente note chiamando la terza tunica “retina” per similitudine ad una rete da pesca.

Bibliografia. Russo L., La Rivoluzione dimenticata, il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Feltrinelli, 2001. Sterpellone L., La medicina greca, Ed. Essebiemme, 2002. Von Staden H., Herophilus: the art of Medicin in early Alexandria, Cambridge University Press, 1989.

 

330-250 a.C. ERASISTRATO di Ceos.

Nacque nell’isola di Ceos, nella Giulide, da padre medico Cleombrato e Cretossene, figlia di Aristotele nal 330. Studiò medicina con Metrodoro e con Crisippo. Visse alla corte di Seleuco, re della Siria, e curò il di lui figlio. Soggiornò a lungo ad Alessandria e morì nel 250 a Samo. Erasistrato fu più fisiologo che anatomista e medico greco ad Alessandria d’Egitto dove con Erofilo ha fondato la scuola medica. Studiò il cervello, il cervelletto ed i ventricoli laterali. Dalle dissezioni anatomiche sui condannati osservò che un danno anatomico del cervello poteva influire sul movimento degli arti. Osservò che ogni organo era dotato di una arteria, di una vena e di un nervo. Egli riteneva che i nervi portassero uno spirito nervoso proveniente dal cervello. Distinse i nervi motori dai nervi sensoriali. Le malattie sono divise in due gruppi: 1. malattie infiammatorie e febbrili e 2. malattie dette paralisi che riguarda il cervello ed i nervi. Le opere di Erasistrato sono andate tutte perdute e sue notizie ci sono giunte da frammenti o dagli scritti di Galeno.

(Sterpellone L., La medicina greca, Ed. Essebiemme, 2002)

 

IV secolo a.C. EUDEMO di Alessandria.

Contemporaneo di Erofilo ed Erasistrato partecipò con essi alla scuola medica alessandrina. Si occupò di studi anatomici sul sistema nervoso, sugli organi sessuali maschili e femminili e sull’embriologia. Di lui e dei suoi studi abbiamo notizie tramite Galeno.

 

129-40 a.C. ASCLEPIADE di Bitinia. Nato a Prusa, in Bitinia, Turkia. Studiò ad Atene e ad Alessandria. Esercitò la medicina inizialmente in Grecia quindi si recò a Roma dove la sua pratica medica ebbe molto successo al punto che che veniva ricordato anche al tempo di Galeno (164 d.C.). Seguace di Democrito e della sua teoria atomistica teorizzò che la malattia fosse causata da uno squilibrio degli atomi, contro la teoria ippocratica che si basava sugli umori. Si occupò in particolare delle malattie mentali con interpretazioni e trattamenti nuovi.

 

II secolo. SORANO di Efeso. Praticò la medicina ad Alessandria d’Egitto e a Roma. La sua opera più importante è Sulle malattie acute e croniche. Sono noti anche libri sulle fratture e sulle fasciature.

Esempi di bendaggio secondo Sorano di Efeso (Biblioteca Laurenziana, Firenze)

( http://www.summagallicana.it/lessico/s/Sorano%20di%20Efeso.htm. Sterpellone L., La medicina greca, Ed. Essebiemme, 2002.)

 

180-240. DIOGENE Laerzio.

Non abbiamo notizie biografiche. il nome Laerzio potrebbe venire dalla cittadina di Laerte in Cilicia (Turchia). Di lui si conosce un’opera: Successioni dei filosofi da cui si legge quanto segue.

Diog. Laert. VIII 24. Che il seme è una goccia del cervello, contenente vapore caldo; esso, quando entra nella matrice, vi immette dal cervello icore e umidità e sangue, onde poi si formano le carni e i nervi e le ossa e i peli e insomma tutto il corpo, mentre dal vapore nascono anima e senso. … Che l’anima comincia dal cuore e giunge al cervello; e che la parte che nel cuore è animo, quella che è nel cervllo intelletto e mente. … Che l’anima è tenuta insieme dalle vene, dalle arterie e dai nervi; ma che se ha forza e se ne sta racchiusa in se stessa, allora la tengono unita i ragionamenti e le opere.

(I Presocratici, Laterza, 1969)