1.09a 0-1000 d.C. Medici e Medicina, Cervello e Chirurgia nell’Alto Medioevo.

 

150 dC circa. Papiro anonimo londinese

Il papiro anonimo londinese è considerato un papiro medico in quanto riporta le concezioni di Erofilo e di Erasistrato. Pare sia stato scritto originariamente in Asia, quindi portato in Egitto, ad Alessandria  dove la scuola medica costituiva una grande attrazione per coloro che volevano prepararsi alla professione medica.

“Il testo del cosiddetto Anonimo Londinese è formato da tre parti: una prima in cui si danno le definizione generali di pathos, nosos ecc. cioè dei princicipali termini per “malattia” o simili, poi una parte in cui si dà un quadro storico e comparativo di varie teorie precedenti all’autore sulle cause di malattia, e infine una sezione in cui si spiega essenzialmente la fisiologia della digestione, con lunghe polemiche con diversi autori di età ellenistica, probabilmente come premessa all’esposizione della propria teoria sulle cause di malattia. Dico probabilmente perché il testo si interrompe bruscamente e probabilmente rappresenta che l’autore ha abbandonato la propria opera.
Perciò non ci sono trattazioni esplicite del sistema nervoso anche se implicitamente si capsice che l’autore,  che conosce bene Erofilo, conosce le sue teorie in merito.

Da comunicazione della proff.ssa Daniela Manetti, Università di Firenze.

 

 

 

202 aC – 220 dC in Siberia e Ukraina

Da un cimitero della Dinastia Han (202 a.C.-220 d.C.) a Oglakty (Sud della Siberia) proviene una testa mummificata, recante una vasta trapanazione in regione occipitale (Tallgren, 1936, in Piggot, 1940).

Un altro esemplare siberiano di incerta datazione e provenienza si trova nel Museo di Vladivostok (Montadon, 1926, in Piggot, 1940).

Anoutchine (1895, in Piggot, 1940), poi, ha descritto un cranio medioevale di Kiev con due trapanazioni postmortali.

Da Germanà F., Fornaciari G., Trapanazioni, craniotomie e traumi cranici in Italia dalla Preistoria all’età moderna, Giardini Editori, 1992.

 

 

476 dC. Assistenza sanitaria alla caduta dell’Impero Romano.

La caduta dell’Impero Romano d’Occidente, la calata dci Barbari e il lento diffondersi della religione cristiana furono i tre elementi che fecero oscurare l’antica civiltà greco-romana e
fecero cadere il Mondo di allora in un oscurantismo statico che durò per mille anni.
La caduta dell ‘Impero portò alla scomparsa di un’autorità centrale, che teneva in mano le redini dello stato, e al sorgere di città autonome o di feudi , rivali ua loro, che pensavano più a combattersi che a tutelare la salute dei propri cittadini. In più, terribili epidemie terrorizzarono le popolazioni sospingendole, di fronte all’ineluttabilità del male, verso pratiche miracolistiche, magiche o astrologiche.
La calata dci Barbari portò alla umiliazione e alla distruzione dell’antica civiltà, mentre la loro ignoranza, i loro saccheggi bloccarono il progresso della scienza, delle arti e dei costumi. D’altro canto, il diffondersi del Cristianesimo aveva sospinto i neofiti a una
fatalità improduttiva: nulla poteva fare l’uomo contro la volontà d’Iddio che castigava i cattivi con le malattie. Il sacro e il profano si confondevano tra loro nellresperanza di realizzare l’impossibile o di rassegnarsi al peggio. I dogmi del Cristianesimo, il fanatismo irrazionale dei teologi avevano sospinto la medicina in un angolo morto, preferendosi la volontà d’Iddio all’arte medicatrice degli uomini.
Del resto, la vita terrena non si teneva in gran conto, perchè essa non era che un “passaggio” verso la vita eterna, verso la felicità assoluta.
E così, la medicina perdette la sua autonomia e rimase strettamente legata a una cultura nella quale lo studio della Natura era senza interesse, perché esso veniva consideraio come il riflesso visibile del mondo invisibile (quello d’Iddio), il solo degno di conoscenza. Tutto il pensiero di questa epoca si basava sull’insegnamento filosofico e teologico basato, a sua volta, sulla tradizione aristotelica e interpretata da teologici cristiani: nasceva, così, la «scolastica» che ha influenzato tutto il campo scientifico, fermandone l’evoluzione.
L’errore degli eruditi del Medioevo è stato quello di aver voluto applicare il
ragionamento dialettico e sillogistico ai campi metafisici e spirituali; campi che
sfuggono alla conoscenza diretta e allo studio dei fenomeni sensibili appartenenti
al mondo fisico e dipendenti dall’osservazione. Questo stato di cose derivò dalla
necessità vitale, per il Medioevo, di risolvere il problema di far coincidere la verità
della fede – rivelata, immutabile, eterna – con il mondo reale, da una parte, e con la conoscenza scientifica dell’Antichità, dall’altra. Tutto lo sforzo del Medioevo,
infatti, è stato quello di conciliare gl’intangibili dogmi religiosi con la
realtà scientifica, facendoli accordare l’uno con l’altro prescindendo, però, da ogni
ragionamento razionale. E cosi si diede libera via al ciarlatanesimo e alla medicina
astrologica.
Soltanto dopo alcuni secoli , ispirandosi alla carità evangelica, la Chiesa cominciò
a interessarsi ai malati più che alla medicina, istituendo , nei monasteri, posti di ricovero ospedaliero, coltivando nei chiostri piante medicinali e specializzando monaci nella cura dei pazienti. …

Per tutto il Medioevo valse l’affermazione di Cassiodorus Flavius Magnus Aurelius (480 ca – 575 ca) il quale scriveva: «Pure stimando che la medicina sia stata creata da Dio, non sono i medici, ma è Dio che risana, è Dio che, senza dubbio, concede la vita» e, rivolgendosi ai medici , diceva loro: «Omne quod facitis in verbo aut in opera, in nomine Domini Jesu facite, gratias agentes Deo et Patri per ipsum» (Tutto quello che fate, in parole o in azioni , lo fate in nome del Signore Gesù e, per esso, distribuite le grazie in nome d’Iddio e del Padre).
La medicina medioevale è stata fondamentalmente retorica senza alcun rapporto con una scienza, nel senso moderno della parola: si trattava di un sapere teorico consistente nel ragionare su idee preconcette senza tener conto delle contradizioni derivate dalla esperienza. Non si ragionava nemmeno più liberamente, ma secondo le leggi dettate da Aristotele, perché la sua logica era considerata ponderosa. Mal compreso, eliminarono il punto di partenza: l’esperienza, per conservare solo la deduzione per sillogismi. E poi si diede a Galeno un’autorità assoluta, le sue affermazioni erano indiscutibili: ipse dixit, e poi niente più.
L’astrazione è stata la base di tutta la medicina medioevale; siamo lontani dal concetto di Celso: rationale puto medicinam essee debere.
La medicina medioevale ristagnò per secoli; gli Autori scrissero trattati ricopiando Galeno e ricopiandosi a vicenda: le nuove opere sono spesso cattive copie di quelle che le hanno precedute. In più, i pregiudizi erano numerosi: idee superstiziose, fede nell’astrologia, nei talismani, nelle formule cabalistiche, nelle interpretazioni mistiche dei fenomeni del mondo visibile.
Malgrado ciò, una medicina medioevale è esistita, anche se povera di novità, e più Autori hanno cercato di definirla.
Sant’ Agostino (350-430) ingenuamente scriveva che se si togliessero di mezzo le malattie e le ferite, la medicina non avrebbe ragione di esistere; in ogni modo, egli – prosegue – la medicina ha un doppio ufficio: curare i morbi e conservare la salute.
In un Codice di Montecassino del VI secolo si afferma che la medicina si divide in due parti: una teorica e l’altra pratica. La teorica è ciò che l’intelletto suggerisce al medico , la pratica è ciò che i medici possono fare con le loro mani.
Nel VII secolo, Alcuino, anche lui monaco dell’abbazia di Montecassino, scriveva che la medicina è scientia curationem ad temperamentum et salutem corporia inventa (la medicina è una scienza inventata per la cura, il sollievo e la salute del corpo). Ugualmente Avicenna: «La medicina è l’arte di conservar la salute ed eventualmente di guarire le malattie che colpiscono il corpo».
Per la Scuola Salernitana, la medicina si distingue in teorica e pratica [come la pensava Sant’Agostino): la prima studia la struttura del corpo, le parti che lo compongono e le loro qualità; la seconda applica i mezzi per conservare la salme e poter prevenire i morbi. (Petrocello, Xl secolo). Un Magister Salernitanus, non meglio identificato, affermava,
nel XIII secolo, che la medicina è la scienza che oppone i mezzi buoni ai cattivi per farli ritornare buoni: Medicina est scientia oponendi temperata distemperatis ut as temperantia reducantur.
Secondo Rolando de’ Capelluti (XII -XIII secolo) la medicina si divide in due
parti (medicina equivocatur ad du0): una si chiama instrumentum medici; l’ altra,
ars e questa si divide in teorica e pratica.
La Scuola bolognese – ritornando al concetto di Celso – dà una definizione razionale della medicina. Scrive, infatti, Taddeo degli Alderotti (1233-1303): « La medicina non è una scienza empirica, ma si presenta come una scienza razionale, atta ad essere l’oggetto di uno sviluppo teorico».
Concludendo, si può dire che la medicina ha incontrato, nel Medioevo, la difficoltà di conciliare una religione rivelata, come il cristianesimo e l’islamismo, con il reale e il razionale. Nella Cristianità, come nei paesi ,dell’Islam l’impostazione del problema medico è stato dapprima fecondo per l’osservazione e l’ideazione; poi l’emanazione dei dogmi ha portato al ristagno delle idee e alla sterilità scientifica.

Come passare da una verità rivelata, concernente la natura dell’uomo e le prove che gli sono imposte da Dio in nome di una natura di origine totalmente divina, a un’azione medica che tenda a correggere il destino dell’individuo e a combattre i misfatti della Natura? Per le religioni, rimedi e interventi sono inutili, perché gli uomini sono nelle mani d’Iddio, e cercare di guarirli sarebbe una sfida al volere divino.

Fortunatamente, malgrado queste idee, che hanno pervaso tutto il Medioevo, l’esercizio della medicina fu possibile anche se non illuminato da ricerche o scoperte fondamentali. Il progresso era impacciato dalla cieca venerazione per Aristotele e Galeno, e dalla frenesia di sostituire la dialettica all’esperimento, di vaneggiare su inverosimili argomentazioni o sopra oziosissimi argomenti; per esempi0 si chiedevano come possa darsi che una cosa sia tale qual è,  e non altrimenti, si domandavano se un medicamento potesse guarire la febbre, e rispondevano di no, perché il medicamento è una sostanza e la febbre un incidente, di conseguenza l’uno non poteva avere efficacia sull’alito.

Forse, nel campo chirurgico si fecero progressi tecnici, ma tutta la medicina era bloccata dalla teoria degli umori impedendone ogni progresso.
È da meravigliarsi, infine, come uomini d’intelletto abbiano potuto credere a fantasiose conclusioni non poggiate su alcuna base logica e tanto meno sperimentale.

Medicina Empirica.

Nei primi secoli dell’alto Medioevo l’esercizio della medicina era complelamente libero: chiunque poteva spacciarsi per medico ed esercitare la professione di terapeuta improvvisato: lo stesso grande Guy de Chauliac, mozzo di stalla e ancora analfabeta, s’improvvisò conciaossa. Streghe, maghi, fanucchiere preparavano e somministravano i loro inuugli a non importa quale tipo di ammalato. E poi vi erano i cavadenti, gli specialisti
nell’abbattimento della cataratta e persino gli esperti nel “tag lio della pietra”.
Nel XII e XIII secolo, i medici, usciti da una Scuola riconosciuta, erano ancora una minoranza rispetto ai praticanti empirici che, spesso, percorrevano le campagne, passando da un villaggio all’altro, spacciando i loro medicamenti e prestandosi a praticare interventi chirurgici. Bisogna pensare che, a quell ‘epoca, nelle campagne, nei villaggi, nelle piccole città non vi erano davvero medici, diremmo oggi, laureati. I più “dotti”, di questi praticanti, erano coloro ch’erano stati inservienti di un vero medico e che, apprese ad occhio le tecniche terapeutiche mediche e chirurgiche, pensavano bene di andarle a esercitare per proprio conto. …

Medicina astrologica.

Accanto alla medicina empirica, opera d’ignoranti e di praticoni, regnò sovrana, nel Medioevo, la medicina astrologica, alla quale credevano e si attenevano anche i medici più illustri: questi, infatti, non praticavano nessuno dei loro atti senza aver prima consultato gli astri, giacché si supponeva un intimo nesso fra il corpo umano e l’universo, e principalmente con i pianeti. …

Tavola del Fasciculus Medicinae di Ketham stampato a Venezia nel 1493.

La Luna era considerata come la principale artefice del la buona sal ute o delle malattie dell’uomo. Dice Ildegarda di Bingen: “Quando la luna cresce verso il plenilunio,
il sangue aumenta nell’uomo; quando decresce, il sangue diminuisce, e ciò avviene
sia nell ‘uomo che nella donna. [Un contributo lo diede pure alle scienze naturali, scrivendo due trattati enciclopedici che raccoglievano tutto il sapere medico e botanico del suo tempo e che vanno sotto il titolo di Physica, storia naturale o Libro delle medicine semplici, e Causae et curae, libro delle cause e dei rimedi o Libro delle medicine composte]. …
Ed è per questo che Alberto Magno scrive che la Luna habet dominium super
fluxum maestruarum, la luna ha un influsso sulle mestruazioni, e ciò perché il
flusso mestruale comporta due tempi: la raccolta dcl sangue e la sua espulsione
(congregatio et espulsio) per cui nella luna crescente si raccoglie più sangue che
raggiunge il suo massimo nel plenilunio e defluisce a luna calante.
Ed è a questo flusso e deflusso del sangue che si attribuivano le malattie mentali le quali erano dovute, secondo Yperman Jehan , al fatto che i pianeti esercitano un dominio sul cervello, e al fatto che la Luna è la madre dell ‘umidità dei corpi terrestri, e l’umidità della luna, unendosi all ‘umidità della terra, aumenta il flusso sanguigno del cervello che si gonfia, allora, cosi straordinariamente da non poter più conservare i suoi rapporti e la sua azione normale. …

Per gli interventi chirurgici bisogna consultare dapprima gli astri. Guy de Chauliac, per esempio, consigliava di operare la cataratta quando la Luna cresce e si sposta verso il segno del Capricorno, raccomandando di non eseguire interventi sul cranio nei giorni di Luna piena, perché, in questo periodo, il cervello aumenta di volume e si avvicina al cranio.

Medicina magica.
L’armamentario terapeutico della medicina medioevale non era davvero tale da soddisfare i bisogni dei pazienti, tanto che Alessandro di Tralles aveva scritto: «Il nedico istruito deve sforzarsi di alleviare le sofferenze dei malati con tutti i mezzi a sua disposizione, ed impegnare anche i sortilegi e le formule magiche; deve, insomma, tentare tutto». Sesto Plauto Papiriense guariva la quartana facendo portare addosso al paziente un cuore di lepre, preveniva le coliche facendo mangiare carne lessata di un cane appena nato. Se la colica soppravvcniva, il malato doveva sedersi sopra una sedia gridando e «Per te diacholon. diacholon, diacholon!». …

Insegnamento della Medicina

Nell’alto Medioevo non vi era un insegnamento ufficiale della Medicina. Come nei secoli precedenti chi voleva intraprendere una carriera medica doveva diventare allievo di un medico o di un chirurgo e spesso abitava presso di lui onde seguirno in ogni momento nell’esercizio della professione, assistendo alle visite e i corsi che il Maestro teneva a casa sua e che consistevano soprattutto nella lettura e nei commenti delle opere di Ippocrate e di Galeno.
Tra allievo e Maestro, si stabiliva un rapporto di affettuosa intimità, quasi tra padre e figlio.  Guglielmo di Conche (1080-1145), infatti, riteneva che i buoni Maestri dovevano essere amati ancor più dei propri genitori: Se da nostro Padre abbiamo avuto la vita, dal nostro Maestro riceviamo il sapere, il quale è senz’altro più caro e prezioso». Costantino Africano sosteneva che i Maestri dovevano accett2re soltanto scolari meritevoli, rifiutando quelli indegni di dedicarsi alla scienza e alla medicina. …

La figura del Medico.

Nel Flos medicinae leggiamo questi due versi:
Est medicus qui scit morbi cognoscere causa,
Nosse malum, sanus servando, agrisque medendi.
(È medico colui che sa riconoscre la causa di una malattia, individuare il male difendere, i sani, curare i malati).
Il medico medioevale costituiva una personalità nella società di allora; egli non si confondeva con il popolo, aveva una propria uniforme costituita da una toga rossa che scendeva sino a terra, spesso ornata da un collo  di pelliccia, anche il copricapo era un tocco rosso, nero, blu scuro e bianco per i medici cristiani, a larghe falde con la cupola conica e punta per i medici ebrei.

La figura del Chirurgo.

Nel basso Medioevo, i chirurghi erano divisi in due grandi sette: i logici o dogmatici, che seguivano Galeno (che non aveva, però, mai scritto libri di chirurgia), e che si chiamavano physicus et cyrurgicus; e gli empirici o meccanici, che facevano uso esclusivo della loro personale esperienza, ed erano i barbieri. Vi erano a quell’epoca, secondo Guy de Chaualiac, cinque categorie di chirurghi: quelli che trattavano con l’umido, quelli che trattava­no con il secco, altri con i corpi grassi, con l’esorcismo e, infine, quelli che si rimettevano alla provvidenza divina. Bisogna giungere alle Scuole organizzate, a quella di Salerno e, soprattutto, a quella di Bologna, perche la chirurgia assumesse l’aspetto di una scienza medica seria. Da Bologna a Montpellier e da Bologna a Parigi.

« La chirurgia – scriveva Henri di Mondeville (1260-1316) – è l’opera manuale sul corpo umano tendente a ridargli la salute, ed è scienza medica per mezzo della quale i chirurghi sono autorizzati ad aprire con le loro mani il corpo umano, separando le cose che vi sono contenute e riunendo le cose separate, togliendo il superfluo secondo la dottrina della teoria medica. Il nome cyrurgia viene da cyros, mani, e gyos. operazioni ». Ed egli seguitava: « Questa chirurgia nostra, malgrado le diffidenze dei medici per noi chirurghi [salva reverentia medicorum a nobis cyrurgicos], è più certa, maggiormente preferibile [eligibiliore], più nobile, più sicura, più perfetta, più necessaria della medicina. E più nobile, perche cura ciò che i medici non possono curare con tutti i loro medicamenti [nobilior quia curat quod curare non potest cum omnibus remediis medicorum] ». Egli si scaglia, però, contro coloro che la esercitano come semplice lavoro ma­nuale al servizio dei medici, e li chiama ignoranti, idioti e rustici, indicandoli con gli appellativi di barbieri, avventurieri, vagabondi, ribaldi, ruffiani e lenoni; quel­li di loro che sapessero leggere e scrivere, erano pochissimi: sunt paucissimi litterati. « Il chirurgo vero deve conoscere necessariamente l’anatomia per poter aprire, tagliare, segare, fare incisioni sul corpo umano ».

Anche Gilles de Corbeil scriveva che la medicina non doveva disdegnare di fare appello al consiglio dei chirurghi, e disprczzarc i loro metodi, contestare i loro meriti.

Guy de Chauliac affermava che il chirurgo deve essere mediamente ardito, non deve discutere con gl’ignoranti e deve operare secondo previdenza e sapere; non deve incominciare nessuna operazione pericolosa sino a tanto che non si sia provvisto di tutto ciò che sarà necessario per evitare il pericolo. Deve avere una buona forma delle braccia, ugualmente delle mani, con dita lunghe e sottili, mo­bili, che non siano tremolanti; tutte le altre membra debbono essere forti, sì ch’e­gli possa svolgere virtuosamente tutte le buone azioni; che sia morigerato e di buon carattere. Mantenga se stesso in maniera dignitosa.

Jean Yperman (c. 1260-1310?), illustre chirurgo fiammingo, traccia la figura del chirurgo con queste partole: «Il chirurgo dev’essere ben fatto di corpo e di temperamento. Deve avere belle mani e dita affilate: forte di struttura e di carattere, vista acuta, idee costan­temente lucide. Il chirurgo non deve soltanto conoscere la medicina, ma i libri della natura e della filosofia, vale a dire la grammatica, la logica, la retorica e l’etica. Dev’essere di una fedeltà a tutta prova. Deve dedicarsi intieramente al malato di modo che, con l’aiuto d’iddio, egli non abbia nulla da rimproverarsi nel trattamento e nella cura del malato. In casa del paziente, non dovrà parlare che di ciò che riguarda l’intervento e non intrattenersi su questioni futili. Non parlerà male di nessuno, ma onorerà tutti i chirurghi senza invidiare i loro successi. Non si loderà. Camminerà con passo grave in modo da acquistare una buona reputazione. Non intraprenderà interventi gravi se non ha la speranza di successo. Consolerà i malati ».

Henri de Mondeville si rivolge anche agli operandi: «I pazienti debbono ub­bidire, per tutto ciò che riguarda la loro malattia, ai chirurghi, e non debbono ostacolare o andare contro la loro opera e il loro consiglio, perché queste cose di­spiacciono sommamente ai chirurghi che ne restano sdegnati per cui la loro presta­zione viene peggiorata e sarà più aleatoria». «Coloro che sono vicini al paziente debbono essere benevoli con il chirurgo e col paziente, fornendo tutto ciò che può essere necessario alla cura della malat­tia. Non debbono raccontare al paziente ciò che il medico ha detto loro, a meno che non siano notizie gradevoli e giovevoli per lui. Non debbono nemmeno farsi vedere preoccupati né imbronciati; né debbono confabulare tra loro e mormorare accanto al paziente. Non debbono permettere che nessuna cattiva notizia possa giungere al malato, né parole che siano tristi o di corruccio».

Lanfranco da Milano è molto prudente nell’intervenire chirurgicamente. «Ho constatato che molti più malati guariscono con le medicine che con gl’interventi operatori. Una volta passati in rassegna tutti i provvedimenti possibili, non esito, però, a imboccare anche la via chirurgica. Dovendo procedere in tal modo, chiedo aiuto al Signore, ed Egli guida la mia mano quasi fosse uno strumento, salvando la maggior parte di coloro che, altrimenti, sarebbero senz’altro morti ». Egli, infine, positivamente afferma che ogni scienza che dipende da una ope­razione si avvalora attraverso l’esperimento: Omnis scientia qui dependet ab operatione multum corroboratur per esperimentum.

Le Scuole Mediche

Nei primi secoli dell’Alto Medioevo, l’esercizio della medicina, come abbiamo già precedememente esposto, era completamente libero; chiunque poteva esercitarla anche se analfabeta.
Soltanto nel VI secolo, monaci e laici cominciarono a interessarsi dell’assistenza medica: i primi concepivano la medicina sotto forma mistica, dando assistenza più all’anima che al corpo, e facendo opera di carità, nella quale essi interpretavano la vo lontà divina per poter guarire i malanni, attributo um essenziale di Cristo: Christum medicum, medicus sommus, scriveva Ildegarda di Bingen.
Fu soltanto con San Benedeno da Norcia, come vedremo più oltre, che la medicina monastica si allontanò dal misticismo per affermarsi come scienza curatrice; e basandosi sul detto Deus omnipotens fundavit physicam (a quei tempi, la medicina veniva chiamata physyca), monaci e preti si diedero alla professione medica istruendosi nei manoscritti greci e latini salvaguardati, nei momenti più tragici della storia, nei loro monasteri. E per secoli, la medicina e la chirurgia furono la prerogativa dei preti; anche medici e chirurghi illustri erano ecclesiastici: Guglielmo da Saliceto era prete e cu­rava le malattie delle donne; per di più, aveva un figlio riconosciuto pubblica­mente. Teodorico, vescovo di Cervia, esercitava la chirurgia; c così Isidoro, vescovo di Siviglia. Il grande Guy de Chauliac non soltanto era prete, ma cappellano della Santa Sede.

La Chiesa, però, a un certo punto, non tollerò più questo esercizio medico-chirurgico da parte dei suoi sacerdoti e, nel Concilio di Reims del 1131, sentenziò che ne monaci aut regulares canonici leges vel medicinam lucri causa audicent. La disposizione, però, non fu ascoltata, e un secondo Concilio, quello di Tours del 1163, proibiva di nuovo ai sacerdoti di esercitare la chirurgia perché Ec­clesia abborrit sanguinem. Tutto fu vano. La medicina e la chirurgia erano in gran parte in mano agli ecclesiastici che non volevano cedere questo loro privilegio, per cui un terzo Con­cilio, quello del Laterano del 1215, riaffermò la proibizione: Nec ullam chirurgia arte subdiaconus, vel sacerdos exercent, qualis ad ustionem, vel incisionem inducat. Malgrado le proibizioni conciliari, i preti continuarono ad esercitare la medi­cina e, soprattutto, la chirurgia, divenendo perfino archiatri pontifici. Soltanto nel 1376, allorché Gregorio XI trasferì la Santa Sede da Avignone a Roma, questo regime di tolleranza finì, e l’esercizio della medicina, da parte dei preti, cessò completamente.

La medicina laica deve a Teodorico il Grande (454-526), re degli Ostrogoti e padrone assoluto dell’Italia, la prima Ordinanza che ricreava i comes archiatrorum, d’istituzione romana. Si formarono, così due scuole: una monastica, quella di Montecassino e una laica, quella di Salerno.

La riscoperta dei testi greci facilitò, nel Medio Oriente, la formazione di Scuole mediche: prima, quella di Bisanzio, poi le Scuole arabe che divulgarono in Occidente il sapere antico.

Lo studio dell’anatomia umana, sino allora negletto, permise la formazione di Scuole celebrate, come quelle di Bologna e di Padova; mentre, la cacciata degli Ebrei dalla Spagna, permise a Montpellier di divenire un centro di cultura medica e di avere una propria Scuola con insigni maestri.

Estratto da: Penso G., Medicina Medioevale, Ciba-Geigy Edizioni, 1991.

 

 

 

 

 

500- 700. La Scuola di Bisanzio.

Non so se sia esatto parlare di una «Scuola di Bisanzio», ma il fatto è che tra il VI e l’VIII secolo, i medici di Bisanzio furono coloro che tennero alto il sa­pere scientifico e filosofico, frequentando Scuole straniere, come quella di Ales­sandria, o viaggiando nei Paesi dell’Oriente dove avevano raccolto notizie e dati. In più, essi possedevano biblioteche ricchissime che frequentarono con diligenza, tanto che, nei loro scritti, essi si riferiscono costantemente a medici del passato. Non soltanto essi conoscevano la letteratura medica, ma l’insegnarono completan­dola con la propria esperienza personale acquisita al letto del malato. Tre persona­lità emergono in questa Scuola: Oribasio, Paolo d’Egina e Alessandro di Tralles.

L’apporto bizantino alla cultura medica occidentale fu interessante e fonda­mentale; esso consistette nel conservare, rettificare, migliorare e diffondere le co­noscenze mediche all’Occidente, non soltanto con la trasmissione delle opere gre­che, ma con l’insegnamento della necessaria osservazione personale: «Un buon medico — diceva Alessandro di Tralles — deve potersi servire di tutto».

Estratto da: Penso G., Medicina Medioevale, Ciba-Geigy Edizioni, 1991.

 

 

527 ca-565 ca  Alessandro di Tralles, Alexander Trallianus

Medico greco (ca. 527 – ca. 565) nato a Tralles (antica città dell’Asia Minore) è considerato uno dei maggiori esponenti della medicina bizantina. Visse a Costantinopoli presso Giustiniano. Era fratello del celebre architetto Antemios di Tralles che costruì Santa Sofia. Anche il fratello Dioscoro era medico come il padre Stefano.
Nella storia della medicina egli può essere considerato l’ultimo degli autori classici in quanto ha condensato nelle sue opere scientifiche tutto lo scibile sulle patologie conosciute nel mondo antico.
Viaggiò molto, fu medico praticante a Roma e nei suoi scritti menziona i suoi viaggi in Spagna e in Gallia. Le conoscenze medicali del suo tempo non furono da lui accettate senza un riscontro sui fatti osservati. Al contrario del dogmatismo del Medio Evo che considerava Galeno una autorità sacra, l’eclettismo di Alessandro marcava un concetto più pratico della scienza medica cercando verifiche nei risultati terapeutici.
La terapia è la base dei suoi scritti che abbondano di consigli utili utilizzando i regimi alimentari, i medicamenti particolari, la luce diurna, il clima e anche le purghe. Pertanto assume un interesse particolare per la storia della farmacologia. Si trovarano nei suoi scritti i noti farmaci di origine vegetale, i purganti, gli antielmintici, i bechici e i diuretici. Particolare cautela raccomanda nell’uso degli ipnotici e delle droghe. Di indirizzo pratico, esercitò la sua attività in Roma per un breve periodo. Fu uno dei pochi studiosi ad avanzare dubbi sulle teorie galeniche, allora in auge, e sostenne che anche nell’arte sanitaria la verità deve essere anteposta a ogni ipotesi trascendente. Diede importanti contributi alle conoscenze sulle affezioni oculari e sull’ascite. Infatti oltre alla sua opera di terapeutica in 12 libri – Therapeutiká – con indicazioni che rimasero alla base dell’insegnamento medico per alcuni secoli, disponiamo anche della sua Lettera sui vermi intestinali – Perì helmínthøn epistolë. Famoso è rimasto anche il suo trattato Sulle febbri, Perì pyretôn.
Alessandro di Tralles scrisse forse un’opera sulle fratture del cranio e sul trattamento chirurgico dell’epilessia, mediante la trapanazione. Egli ebbe occasione di osservare molti pazienti di questo tipo, quando seguì Belisario nelle sue campagne militari. Ma tale lavoro è andato perduto, poichè nessun manoscritto conosciuto ne fa menzione


La concezione del cervello secondo Alessandro di Tralles è stata ricavata dal libro stampato a Lione nel 1575 dal titolo Alexandri Tralliani medici libri duodecim Ioanne Guinterio Andernaco interprete & emendatore. Nunc demum Ioannis Molinaei D.M. doctissimis annotationibus illustrati, multisque in locis suo niteri restituti. Cum indice rerum & verborum loclupetissimo. [bella marca tipografica rappresentante una farfalla ed una granceola con scritto MATURA] Lungduni, Apud Antonium de Harsy, 1575.
Pagina 15. Libro I.
Pagina 32. Cap X. DE DOLORE CAPITIS. De dolore capitis ex ictu. Il dolore della testa, che in Grecia si dice cefalalgia, è un accidente che proviene da diverse cause. Alessandro di Tralles quindi deduce che poiché le cause sono diverse, diverse dovono essere le cure e ribadisce che non esiste una cura sola. Riconosce che dolori intensissimi siano provocati dalla cefalea calda, calida che in vero sono provocati dalla siccità. … Segue una Nota del dolore del capo contratto per insolazione in cui si descrive la cute che appare più calda … e la cura del dolore per insolazione richiede refrigeratione … Seguono diversi paragrafi in cui si descrivono dolori del capo dovuti a problemi di stomaco, nelle febbri, da vino, per ictus. In quest’ultimo caso si parla della membrana che i Greci chiamano meninga da cui proverrebbe il dolore. In molti casi si possono avere anche convulsioni e stati deliranti.
Pagina 45. Cap. XI. DE CEPHALEA.
Pagina 54. Cap. XII. DE HEMICRANIA.
Pagina 59. Cap. XIII. DE PHRENITIDE. Curatio phreniticorum (76/64)
Pagina 72. Cap. XIIII. DE LETHARGO.
Pagina 77. Cap. XV. DE MORBO COMITIALI.
Pagina 113. Cap. XVI. DE MELANCHOLIA.
Pagina 136. Libro secondo.
Pagina 136. DE CURATIONE OCULORUM.
Pagina 179. Libro terzo.
Pagina 179. DE AURIUM AFFECTIBUS
….
Referenze. (F. Brunet, Oeuvres medicales d’Alexandre de Tralles. T 1, p 73-77, Geuthner, Paris 1933; Tabanelli M., Studi sulla chirurgia bizantina, Paolo di Egina, Olschki, Firenze, 1964; www.summagallicana.it; www.persee.fr; www.encyclopedia.com.

 

 

500-700 d.C. Il cranio di Ticineto (Alessandria)

Questo esemplare deriva dalla necropoli altomedioevale di Ticineto (Alessandria) (tardo V-VIII secolo d.C.), composto da tombe di terrapieno, tombe riutilizzate e in particolare la tomba terrestre multipla 012 da cui deriva il cranio considerato, archeologicamente identificato come Ticineto O12-2.

Caratteristiche morfologiche e metriche

Questo è la calva che include l’osso occipitale incompleto alla base, la destra parietale, parietale sinistro e parte del frontale incompleto sul lato sinistro e con una parte del tetto orbitale destro (figura 4). L’incompletezza dell’esemplare misura consentita solo della lunghezza massima e della larghezza massima (Martin & Saller 1957). L’età dell’individuo, stimata dalla valutazione del suture endocraniche (Acsádi & Nemeskéri 1970, Doro Garetto et al 1985), è di un giovane adulto, appartenente alla fase I. Il sesso è incerto a causa di pochi tratti valutabili e assenza di ossa postcraniali, in particolare della  pelvi (Ferembach e al 1979).

Descrizione delle lesioni

L’esemplare presenta tre lesioni intenzionali di diverse dimensioni e forme. Due a sinistra nel parietale (foro A e depressione) e uno a destra nel parietale (foro B).

Foro A e depressione: il foro ha una forma triangolare irregolare (altezza = 30,09 mm; base = 22,07 mm) con la base rivolta verso la sutura sagittale. Si trova nel quadrante IV del parietale sinistro (figura 5).

Fig. 5: Superficie esterna del cranio del Ticineto con le lesioni (fori A e B). Fig. 6: Superficie endocranica del cranio del Ticineto con le lesioni (fori A e B)

Ci sono solchi radiali intenzionali lungo i lati del triangolo, così come le fratture parcellari postume del bordo che ha prodotto i bordi scheggiati. Il bordo (radiale) è rivolto verso la sutura lambdoide; è inclinato verso la superficie interna e presenta solchi radiali contigui, probabilmente a causa di raschiatura delle parti molli, una procedura necessaria prima di «tagliare» il foro nell’osso.
La sutura sagittale è completamente sinostosica tra i due fori (A e B), su entrambe le superfici esocraniche e endocraniche (figura 6). Il foro A è contiguo alla depressione nella teca cranica. Questa depressione è lanceolata (lunghezza = 30,2 mm; larghezza = 20,3 mm; spessore = 2 mm), con un percorso obliquo di circa 120° rispetto alla sutura sagittale. Il confine presenta segni di riparazione, dal momento che la diploe è cancellata, indicando che l’individuo è sopravvissuto all’intervento. La la tecnica di trapanazione è stata probabilmente mista (scarificazione e incisione), come mostrato dall’apertura ovale cranica irregolare continua con la depressione lanceolata («Lesione foglia lanceolata»). La depressione potrebbe essere una neo-deposizione ossea in una persona che è sopravvissuta per molto tempo. Quindi abbiamo a che fare con un foro iniziale che è stato successivamente ampliato. Inoltre, in continuazione con la depressione lanceolata, lì è una zona meno marcata (spessore = 7,9 mm) con conservazione parziale del diploe su una porzione dei bordi opposti al foro. Questo è stato, molto probabilmente, dovuto a un precedente evento traumatico, che è stato poi trattato per mezzo della trapanazione, o potrebbe essere una reazione all’intervento di trapanazione; questo è un ulteriore segno di una reazione vitale, documentando la sopravvivenza del soggetto.

Foro B: questo foro è ellissoide (diametro: 11,7 mm x 9,01 mm) e situato nella porzione tra i quadranti IV e I del parietale destro, contiguo al foro A. I bordi si inclinano leggermente verso la superficie interna. Non ci sono segni di cicatrizzazione ma ci sono incisioni radiali sul bordo inferiore con la stessa inclinazione del scanalature radiali del foro A. La tecnica usata è stata probabilmente l’incisione. Sulla superficie endocranica, le impressioni meningee sono normali. Non ci sono fovee vicino ai fori ma solo sulla superficie endocranica del frontale: in particolare, 12 di questi su l’emifronte destro e 13 a sinistra, tutti con diametro inferiore a 1 cm e quindi classificabile come piccolo. Sulla superficie esterna, la teca presenta una porosità diffusa su tutto l’occipitale, correlato a cribra cranii e diffusa porosità postuma.

Facchini F., Rastelli E., Ferrero L. Fulcheri E., Cranial trepanation in two skulls of early medieval Italy, Homo, vol. 52/3, 247-254. http://www.urbanfischer.de/journals/homo

 

 

 

529. Scuole Monastiche

La prima Scuola monastica della storia fu quella di Montecassino. San Benedetto, nato a Norcia nel 480, educato alla scuola della dottrina cri­stiana a Subiaco, indignato dalla corruzione dei tempi, fuggì la società, bruta e perversa, ritirandosi con due suoi condiscepoli. Placido e Mauro, in cima al monte che sovrastava Cassino, trasformando, nel 529, in chiesa cristiana il tempio pagano che si elevava sulla sua sommità, e creando un ordine religioso la cui Regola, det­tata dallo stesso Benedetto, ordinava, nell’articolo 39, ad ogni Abbate del Ceno­bio di avere un ospedale per uso degl’infermi e di averne una cura diligente e calda di cristiana carità: Infirmorum cura ante omnia et super omnia adhibenda est ut sicut reversa Christo et a eis serviatur. Ergo cura maxima sit Abbati ne aliquam neglig/entia patuntur. …


Regola di San benedetto capitolo 36.

I cenobiti eseguirono scrupolosamente i precetti del Fondatore sulla cura de­gl’infermi, e furono tanto diligenti da imparare essi stessi l’arte medica, specializ­zando in medicina due monaci per adempiere a tali disposizioni della Regola. Questi centri medici monastici, non furono soltanto ricoveri ospeda­lieri, ma centri d’insegnamento dove accorrevano i giovani desiderosi di apprende­re le nozioni mediche dai manoscritti greci e latini, gelosamente conservati in quelle Abbazie, e dove accorrevano, da tutta Europa, malati per farsi curare: la leggenda vuole che il Duca di Baviera venisse a Montecassino per farsi operare di un calcolo vcscicalc, e che fu lo stesso San Benedetto a operarlo durante il sonno e dopo averlo svegliato, gli mise la pietra in una mano.

Isidoro, vescovo di Siviglia (550-636), fondò un monastero la cui Regola pre­vedeva l’assistenza dei malati da affidarsi a un uomo assennato e pio che si curasse di loro e potesse procurare, con grande solerzia, ciò di cui potessero aver bisogno a causa della loro malattia. Il luogo riservato ai malati doveva trovarsi a grande distanza dalla chiesa e dalle celle dei monaci, in modo che i pazienti non fossero disturbati da rumori o da orazioni recitate ad alta voce.

Carlo Magno (742-814) chiamò ad Aquisgrana il monaco benedettino Albinus Flaccus (735-804) — noto con il nome di Alcuino — perché fondasse un mo­nastero (la famosa Schola palatina) in cui s’insegnasse anche la medicina ch’egli definì: Scientia curationem ad temperamentum et salutem corporii inventa. Dopo Aquisgrana, Alcuino fondò la celebre Scuola monastica di Tours, intro­ducendovi la coltura delle piante medicinali e la loro trasformazione in farmaci.

Le Scuole monastiche diedero insigni Maestri come la benedettina Ildegarda di Bingen (1099-1179) e il domenicano Alberto Magno (1193-1280).

Estratto da: Penso G., Medicina Medioevale, Ciba-Geigy Edizioni, 1991.

 

 

545-660 Il Cranio di Canosa

Il cranio proviene da un’area archeologica di Canosa in Puglia (provincia di Barletta, Adria, Trani). In assenza di sicura documentazione archeologica il reperto è stato sottoposto ad esame radiometrico. Sulla base della datazione al radiocarbonio (AMS-standard) eseguito da Beta Analytic, Miami, l’età del cranio è 1450 ± 40 years BP; the l’età calibrata (due sigma; 90% probabilità) è tra 1405 and 1290 years BP, quindi tra il 545 e il d.C. Il cranio è ovoidale ed incompleto, mancante delle ossa della base cranica, del temporale destro, e di parte dello sfenoide e della mandibola (Figura 1).

Fig. 1: Il cranio di Canosa visto dall’alto. Fig. 2: La trapanazione del cranio di Canosa (superficie esterna).

Caratteristiche morfologiche del cranio e della lesione

Le caratteristiche morfologiche del cranio indicano una femmina adulta (Ferembach et al 1979) per la presenza di suture non completamente saldate e il molare superiore non sono usurati (Brothwell 1981).

Nel quadrante del parietale destro è presente una perforazione apparentemente intenzionale (Figura 2). Il foro è quasi circolare. I margini sono quasi regolari e le pareti della lesione sonoverticali e perpendicolari all’osso parietale. I diametri della lesione sono di mm 13×11, mentre all’interno è di mm 14×13. Lo spessore dell’osso parietale è di 4-5 mm. Attorno all’apertura, la teca esterna appare squamata e la stessa stessa situazione appare nella regione bregmatica fronto-parietale. Anche nella superficie endocranica è evidente una perdita di tessuto osseo intorno al foro con un allargamento crateriforme, specialmente verso il bregma. Le caratteristiche endocraniche attestano una implosione che potrebbe esser dovuta ad una perforazione eseguita nell’osso umido. Si notano anche rare fovee endocraniche. L’osservazione al microscopio stereoscopico mostra la diploe ben visibile in tutti i margini della perforazione il che significa che la lesione non è andata verso la cicatrizzazione.

La morfologia dell’apertura cranica e del cranio in generale ci permette di escludere il foro sia congenito o un’area necrotica dovuta alla tubercolosi o della sifilide.

Fig. 3: La trapanazione del cranio di Canosa (superficie esterna). Fig. 4: Cranio del Ticineto: visione verticale (è visibile solamente il foro A).

Sono anche assenti i segni di trauma cranico. Tuttavia, può essere ipotizzato che il foro sia stato fatto di proposito. Poichè le pareti del foro sono perpendicolari alla volta cranica, è anche possibile che lo strumento usato per eseguire la perforazione cranica è stata tenuta perpendicolarmente.

La mancanza di cicatrizzazione nella lesione suggerisce che il soggetto non è sopravissuto all’intervento di trapanazione eseguito appena prima della sua morte.

Tuttavia non può essere escluso che la perforazione sia stata eseguita dopo la morte, nel cui caso può assumere un significato magico-rituale, come il portar fuori gli spiriti maligni ed ottenere un disco osseo come amuleto per protezione dalle malattie.

In ogni caso è difficile dire se è stata una trapanazione chirurgica o post-mortem. la pratica della trapanazione cranica per scopi terapeutici è documentato in varie popolazioni fin dal Neolitico. Tuttavia, ci sono anche casi di estrazione di “dischi” cranici dai morti per essere indossati come amuleti. L’amuleto cranico (ossiculum antiepilecticum), erede diretto del disco neolitico è stato ricercato per il suo presunto potere anticonvulsivo. Tuttavia, i dischi cranici riferibili al Medioevo non sono stati trovati in Italia. Invece, tre dischi sono
noti: uno appartenente al modello PC 990 di Pontecagnano (V-IV secolo aC), due
risalente al Rinascimento e preso dai Gonzaga (padre e figlio) per lo scopo dell’imbalsamazione.

Facchini F., Rastelli E., Ferrero L. Fulcheri E., Cranial trepanation in two skulls of early medieval Italy, Homo, vol. 52/3, 247-254. http://www.urbanfischer.de/journals/homo

 

 

700-800 dC Trapanazioni in Russia nel tempo medievale

Le operazioni del primo Medioevo si concentrano nella parte europea della Russia.
Sono distribuiti tra le tribù nomadi del Medio Volga, del Medio Don, e del nord del Caucaso – Daghestan e Osetia. La maggior parte dei casi dai secoli ottavo e nono appartengono al tipo di trapanazione simbolica intra-vitale. Essi hanno interessato solo il tavolato tecale esterno e non è stata aperta la cavità cranica. Sano stati raschiati o tagliati
nell’area bregmatica lungo la linea della sutura sagittale. Le trapanazioni simboliche in Russia sono per lo più singole, caratterizzate da un aspetto rotondo e ovale (fig. 4).

Figura 4. Trapanazione simbolica al bregma sul cranio di una donna di 20-29 anni. Diametro della lesione 13 mm, profonda 1,5 mm. La chiusura metopica è presente. Regione del Medio Volga  VII-IX secolo. Bulgaria,  sito di sepoltura Bolshye Tarkhany. (Foto: M.Mednikova).

Figura 5. Trapanazione in vivo di crani di nomadi medievali. Sito Bolshye Tarkhany. a. Un maschio di 20-29 anni. L’ampia perforazione nell’area bregmatica è stata tagliata con uno strumento acuto. Sul lato sinistro del foro si vede una leggera pendenza in direzione endocranica. Nell’osso frontale si trova una frattura depressa guarita. b. Un maschio  di 35-39 anni al decesso. Una perforazione guarita bene si trova nell’osso parietale sinistro. (Foto: M.Mednikova).

Gli individui, “simbolicamente marcati” durante la vita, furono sepolti in tombe comuni, non particolarmente ricco o notevole per altre caratteristiche. Sia i maschi e le femmine possono essere stati simbolicamente trapanati.

Come è stato mostrato in precedenza, le trapanazioni simboliche sono state ampiamente diffuse nell’Ungheria e Bulgaria medievale, specialmente durante il così detto periodo della conquista quando tribù nomadi migrarono dalle steppe orientali della regione del Volga (Nemeskery et al., 1960).
Gli antropologi ungheresi Nemeskeri, Kralovanski e Harsanyi (1965) hanno scritto ambedue i rituali medici e simbolici della trapanazione. L’antropologo bulgaro Boev (1970) ha discusso sugli scopi medici. Ma tali operazioni erano proibite nell’undicesimo secolo dal re Stefano d’Ungheria, che cambiò la sovranità statale in Ungheria da pagano a cristiano. Queste trapanazioni  potrebbero, tuttavia, essere state connesse ai riti magici. Alcuni crani della regione del Volga del VII secolo mostrano grandi perforazioni nell’osso parietale, spesso con gurigione (Fig. 5 b).

In primo millennio AD fu il periodo delle grandi migrazioni. È iniziato nel nord della Cina ed è finito 1000 anni dopo in Europa. Sembra che la distribuzione dei casi trapanati in questo periodo storicamente complicato rifletta gli aspetti spirituali di diverse tribù nomadi e indica le vie delle loro migrazioni.

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848. Scuola Medica di Salerno.

Sin dall’epoca romana, Salerno era una stazione climatica; ce lo dice Orazio che, non trovando opportuna alla sua salute la dimora di Baia c di Cuma, chiedeva al suo amico Valla notizie sul clima di Salerno per recarvisi a mutar aria e lasciare i bagni freddi di Baia sconsigliatigli dal famoso medico romano, Anto­nio Musa. Chi sa se questa fama di Salerno, città climatica, non si sia conservata nel tempo, richiamando l’attenzione dei medici che vi sarebbero accorsi per curare gli ospiti venuti da lontano.

Il De Renzi potè accertare che sin dal IX secolo si hanno notizie documentate di medici salernitani, come quello di Joseph Medicus Salernitanus che vi esercitava nell’848, come quello di Josan Medicus, che vi esercitava nell’855, e così di seguito tanti altri la cui fama si diffuse in Europa.

Hugo Flavianus, nelle sue Cronachae yverdunenses, ci dice che Adaberone. appena nominato vescovo di Verdun, nel 984, essendo malato e i medici del posto incapaci di curarlo, si recò a Salerno: Salernum eodem anno benedicitionis suae curationis gratia profectus et a medici curare non possit obiit in Italiam. Questo fatto ci dice come, alla fine del X secolo, esistesse a Salerno una Scuola medica la cui fama aveva oltrepassato le Alpi.

La posizione della città in una baia ridente, le sue relazioni con la Sicilia e l’Oriente le offersero la possibilità di ricevere una corrente di cultura greca che le permise di costituire un corpo dottrinale completo che riassumeva tutte le correnti del pensiero medico.

Una leggenda racconta che quattro personaggi s’incontrarono casualmente a Salerno nel IX secolo. Si trattava di un Cristiano, di un Greco, di un Ebreo e di un Arabo i quali misero insieme il loro sapere e fondarono una Scuola di medici­na. Questa leggenda riposa sul fatto che a Salerno, nel IX secolo, vi era già una Schola medica in cui si lavorava su documenti nuovi: dalle opere d’Ippocrate e di Galeno a quelle di Autori contemporanei. … Ciò che si chiamava Schola non era una organizzazione costituita; essa non aveva un corpo professorale, non provvedeva al rilascio di diplomi e di titoli a co­loro che la frequentavano, sebbene l’Ordinanza di Federico II prescrivesse che, per esercitare la medicina, si doveva sostenere un esame a Salerno: si trattava d’inse­gnamenti singoli, e la fama di questo o quell’insegnante attirava medici e studen­ti da tutte le parti d’Europa, e non solo medici, ma anche pazienti e persino So­vrani e Papi in cerca di cura.

In antiche cronache — citate dal De Renzi — si leggono questi apprezzamen­ti sulla Scuola di Salerno: «Nel 1051, Rodolfo, detto Malacorona, venne in urbe psalenitana ubi maxime medicorum scholae ab antiquo tempore habentur» (da Ecclesiastica historia di Odorico Vitale, morto nel 1141). In un’altra cronaca dello stesso Vitale, si legge: Medici psalernitani quorum fama per orbum admodum di­vulgata est. Nelle Cronachae cassinenses, parlando del benedettino Desiderio, che poi fu Papa col nome di Vittore III, si racconta che egli medendi causa Salemum perrexit: andò a Salerno per curarsi. … Ma la lode la più calorosa, per la Scuola di Salerno, venne dal francese Gilles de Corbeil (XII-XIII sec.), medico e poeta, che studiò a Salerno e poi insegnò nel­la Scuola di Montpellier. Nei suoi Carmina medica chiama Salerno città sacra ad Apollo, assidua nutrice di Minerva, fonte di ogni sapere e trono della medicina. …

La Scuola di Salerno fu strettamente laica, indipendente da ogni legame ec­clesiastico, libera di esercitare la chirurgia (invisa alla Chiesa), di avere un Ospedale che attirava malati, studenti di altre Nazioni e soprattutto, gli Ebrei poliglotti e assimilatori del sapere sino allora sconosciuto. La dottrina, nei primi due secoli, fu greco-latina; soltanto alla fine dcil’XI secolo, con l’arrivo di Costantino Africano, giunsero a Salerno i testi arabi.

I primi scritti medici della Scuola di Salerno — almeno quelli giunti sino a noi — li dobbiamo ad Alfano (1038-1083) col suo De quatuor humoribus corporis bumani con il quale tracciò le prime grandi linee della letteratura medica del Me­dioevo.

Dopo di lui, venne Costantino Africano con le sue traduzioni dei testi greci e arabi; e poi Ruggero da Parma, Rolando de’ Capelluti, Cofone con la sua ana­tomia del porco, e persino varie donne come Trotula, nota anche con il nome di Trotula de Ruggiero, e che si occupò delle malattie femminili; e poi Abella Saler­nitana, che scrisse due opere: De atrabile e De natura seminis humani ambedue in versi; Rebccca Guarna. che scrisse: De febribus, De urinis e De embrione e, infine, Costanza Calende (1326-1382) che, venendo da Salerno, visse come medi­chessa alla corte di Giovanni I di Napoli.

Ma chi diede la massima fama alla Scuola di Salerno fu Giovanni da Milano, medico e poeta, cantore del pensiero della Scuola che, con il poema Flos medici­nae, al quale collaborarono tutti i Maestri della Scuola, fra gli altri Nicolaus Praepositus, diffuse l’eco di Salerno in tutta Europa. Il poema, scritto verso la metà dcll’XI secolo, è dedicato al Re d’Inghilterra, Edoardo III. che regnò dal 1042 al 1060, il quale, per curare le sue infermità, si rivolse alla Scuola di Salerno che, grata per tanto onore, gli dedicò in versi tutto il sapere della Scuola.

Nel 1224, Federico II. concesse alla Scuola di Salerno, fino allora privata, il titolo di «Accademia del Governo ». L’epoca d’oro della Scuola finì allora e la sua fama si eclissò.

Estratto da: Penso G., Medicina Medioevale, Ciba-Geigy Edizioni, 1991.

 

 

800 ca. Le scuole arabe

La storia della medicina araba può suddividersi in due grandi periodi: quello primitivo, allorché prevalevano le tradizioni delle tribù arabe e, soprattutto, le prescrizioni del Corano; e quello successivo alla conquista della Persia e della Si­ria, allorché gli Arabi vennero a contatto con la civiltà greco-bizantina.

Questo popolo di guerrieri, dal ragionamento semplice, assimilò rapidamente la medicina ippocratica corroborandola con l’osservazione, l’esperienza e la logica. La ricchezza delle biblioteche, trovate a Bagdad, permise loro, traducendo in arabo i testi greci, di assimilare sin dal IX secolo, tutta la scienza greca. Bagdad fu il primo centro di cultura medica araba che, tre secoli dopo, si trasferì, conquistata la Spagna, a Toledo. Possiamo così dire che esistono due Scuole arabe: quella di Bagdad e quella di Toledo.

La scuola di Bagdad

Il califfo al-Mamum creò a Bagdad, nel IX secolo, una «Casa del sapere» provvista di una grande biblioteca — la leggenda vuole ch’essa contenesse 300.000 manoscritti di origine greca — nella quale una schiera di traduttori, in gran parte di origine ebraica, tradussero in arabo le opere greche. Fu in questo periodo che fiorì Iachiā ibn Massawa, di origine cristiana, det­to Mesué il vecchio e ribattezzato, nel Rinascimento, con il nome di Damasceno o di Johannes de Damasco, dalla città in cui nacque. Egli viveva nel IX secolo e si conosce soltanto la data della sua morte, avvenuta ncll’875. Mesué deve consi­derarsi come il fondatore della Scuola di Bagdad; di lui sono rimasti i soli «Afori­smi».
Suo allievo fu Abù Bckr Muhammed ibn Zacharias el-Razi (865-922), noto, oggi, con il nome di Rhazes o Razeo. Egli lasciò 113 opere che abbracciavano tutti i campi della medicina; il suo capolavoro è l’al-Hawi, noto con il nome latino di Continens. Suo merito principale fu quello di affermare l’esistenza di malattie contagiose.
Razi ebbe molti allievi, e la Scuola di Bagdad ebbe la sua epoca d’oro con l’avvento di un Grande, nato nell’Asia centrale, a Bukara (oggi nell’URRS), Abû el-Musscin ibn Abdullach ibn Sina (980-1037), noto universalmente con il nome di Avicenna. A lui si deve l’opera monumentale Quanum fit’ till’ tradotta in lati­no da Gerardo da Cremona con il titolo Liber canonis medicinae. Quest’opera, di carattere enciclopedico, divenne forse immeritatamente, perche inferiore al Continens di Razi, il libro di testo di tutte le Scuole mediche europee sino al XVIII secolo.

La scuola di Toledo

Il fanatismo religioso degli Arabi, li portò, dopo la Siria e la Persia, alla con­quista di tutta l’Africa settentrionale, della Sicilia e della Spagna. In quest’ultimo Paese, gli Arabi conquistatori ruppero i loro rapporti con Bagdad, creando un Ca­liffato di Cordova del tutto indipendente. Essi portarono, però, con sé la cultura di Bagdad e le opere greche tradotte in arabo. Centro culturale del Califfato fu la città di Toledo, dove vennero raccolti tutti i manoscritti provenienti da Bagdad e dove Gerardo da Cremona, traducendoli dall’arabo in latino, li fece conoscere in Occidente. I più insigni Maestri della Scuola di Toledo furono Avenzoar, Averroes, Maimonide e Abulcasis.

Avenzoar, Abü Merwan ibn Zohr (1113-1162), la cui opera più famosa è il Theisir, descrisse chiaramente alcune affezioni prima di lui mai individuate.

Allievo di Avenzoar fu Abü Welid Muhammed ibn Roschd (1128-1198), noto con il nome di Averroes e la cui opera, con il titolo Liber univenalis de me­dicina, venne pubblicata a Venezia nel 1492.

Allievo di Averroes fu Abü Amras Musa ibn Maimum (1135-1204) il qua­le, sebbene ebreo, deve considerarsi come appartenente alla Scuola di Toledo. Egli è passato alla posterità col nome di Maimonide. Suoi, sono i Commentaria aphorismi Hippocratis e il Tractatus de regimine sanitatis, ambedue stampati per la pri­ma volta in Italia: il primo a Bologna, nel 1489; il secondo a Venezia, nel 1514.

Nel campo della chirurgia, la Scuola di Toledo ci ha dato Abu el-Kasim (?-1013) noto con il nome di Abulcasis (a volte, erroneamente scritto Albucasis) e la cui chirurgia, ampiamente illustrata, fece testo sino al XVII secolo.

Si può dire che l’apporto arabo alla medicina medioevale sia stato molto im­portante sul piano culturale e su quello pratico: sul piano culturale, gli Arabi han­no divulgato in Occidente le idee mediche dell’antichità, esponendole in enciclo­pedie, in quadri sinottici e completandole con numerose osservazioni cliniche per­sonali; sul piano pratico, gli Arabi hanno fatto avanzare la tecnica chirurgica e quella farmaceutica introducendo l’alambicco, le preparazioni officinali e il con­trollo delle droghe.

Verso la metà del XIII secolo, la Scuola medica araba decadde allorché Cor­dova, nel 1231, cadeva nelle mani di Alessandro III di Castiglia, e Bagdad, nel 1258, venne distrutta dai Mongoli.

Estratto da: Penso G., Medicina Medioevale, Ciba-Geigy Edizioni, 1991.