1.09a 0-1000 d.C. Medici e Medicina, Cervello e Chirurgia nell’Alto Medioevo / Doctors and Medicine, Brain and Surgery in the Early Middle Ages.

Contents
  1. I secolo d.C. La medicina nell’Impero romano
  2. I secolo d.C.   EVELPIDE, EULPIDES.
  3. I secolo  d.C.   MEGETE di Sidone. MEGETE SIDONIO.
  4. 25 a.C. – 50 d.C.   AULO CORNELIO CELSO
  5. La Scuola Medica Pneumatica
  6. 23-79 d.C. PLINIO. GAIUS PLINIUS SECUNDUS.
  7. I secolo.   ARCHIGENE DI APAMEA.
  8. 30-90 d.C.    ARETEO DI CAPPADOCIA
  9. La Scuola Medica Eclettica
  10. I secolo. CASSIO detto JATROSOFITA
  11. Dal I secolo verso il Medioevo
  12. 130-210.   CLAUDIO GALENO.
  13. 150 d.C. circa. Papiro anonimo londinese
  14. 180-240 d.C.  DIOGENE Laerzio.
  15. 220 dC.  Siberia e Ukraina
  16. 300 ca. ASPASIA
  17. 300 ca. METRODORA
  18. IV secolo.   Cristianità e Medicina
  19. IV secolo. Neuropsichiatria Demonologica
  20. 350-420. NEMESIO
  21. 354-430. AGOSTINO d’IPPONA Santo. AURELIO AGOSTINO d’IPPONA.
  22. V secolo (inizi). CELIO AURELIANO
  23. IV-VII secolo.  La Scuola Medica ‘Bizantina’
  24. 325-403.   ORIBASIO
  25. 476 dC. Assistenza sanitaria alla caduta dell’Impero Romano.
  26. VI secolo.   La medicina nel primo Medioevo Occidentale.
  27. VI secolo.   Malato, Medico e Medicina nell’Alto Medioevo
  28. VI secolo.   La Medicina dei Longobardi
  29. VI secolo.   L’assistenza Sanitaria nell’Alto Medioevo.
  30. 502 ca – 575   AEZIO DI AMIDA
  31. 525 ca-605 ca  ALESSANDRO di TRALLES, Alexander Trallianus
  32. 500-700 d.C. Il cranio di Ticineto (Alessandria)
  33. 529. Scuole Monastiche
  34. 545-660 Il Cranio di Canosa
  35. VII secolo.   Origini della  Medicina Arabo-Islamica.
  36. 625- 690.   PAOLO di EGINA
  37. 700-800 d.C. Trapanazioni in Russia nel tempo medievale
  38. 726. GAIDOALDO DA PISTOIA
  39. 681-732 ca. BENEDETTO CRISPO
  40. 848. Scuola Medica di Salerno.
  41. 800 ca. IOANNIZIO, medico nestoriano.
  42. 800 ca. Le scuole arabe
  43. 860-932. RAZI, ABU BAKR MUHAMMAD IBN ZAKARYYA’
  44. 936-1013. ABULCASI, ALBUCASI, Abū al-Qāsim Khalaf ibn ʻAbbās al-Zahrāwī
  45.  980-1073 AVICENNA, Abū ‘Alī al-Ḥusayn ibn ‘Abd Allāh ibn Sīnā
  46. 990-1120. Cranio trapanato in un ossario a Péronne, Somme, Francia.

 

I secolo d.C. La medicina nell’Impero romano

Anche nell’impero romano occidentale, la medicina aveva un carattere fortemente greco.
Praticanti Medici erano spesso schiavi o liberti di origine greca; altri con un interesse intellettuale o pratico nella medicina dipendevano dalla familiarità con la lingua greca per leggere anche medici così come altri trattati scientifici o filosofici in originale. Inoltre, scrittori latini di medicina, di cui il più noto fu l’enciclopedista Celsus (primo secolo),  attingeva a fonti greche nel comporre e compilare le proprie opere. Le città dell’impero romano occidentale furono relativamente piene di praticanti medici, alcuni dei quali viaggiarono anche per le campagne. In alcuni dei centri più grandi, furono nominati pubblici praticanti salariati, e attendenti medici furono anche arruolati per l’esercito. Tuttavia, sebbene la legge romana regolasse le responsabilità dei praticanti medici per lesioni ai loro pazienti, nessuna forma istuzionalizzata di educazione medica o sistema di licenza medica si sviluppò sotto il dominio romano, non più di quanto era stato fatto nella Grecia nelle società Hellenistiche.
Mentre l’impero romano era all’apice durante i primi tre secoli dell’era cristiana, c’erano poche richieste per la traduzione di lavori medici Greci in latino. Ma nella tarda antichità, si aprì un abisso politico, linguistico e culturale tra l’oriente e la parte occidentale dell’impero romano. Nell’ovest latino, l’interesse per la medicina a fini pratici ha assicurato la traduzione o l’adattamento di parti degli scritti sulla formazione medica Greca. Ciò che fu trasmesso in Latino durante questo periodo è quindi disponibile. Nel primo Medioevo occidentale vi era, tuttavia, solo una piccolissima porzione delle acquisizioni greche nella medicina come in altre discipline. …

Siraisi N.G., Medieval & Early Renaissance Medicine, The University of Chicago Press, Chicago and London, 1990.

 

 

 

 

 

I secolo d.C.   EVELPIDE, EULPIDES.

Evelpide (in latino Euelpides) – (medico romano, I sec. d.C.). Medico oculista (ocularius) romano, fu uno dei migliori medici del suo tempo nel campo dell’oftalmologia. Visse ai tempi dell’impero di Augusto ma il suo nome rimanda ad una nazionalità certo estranea a quella romana, forse originaria della Grecia o di quell’Alessandria d’Egitto così ben nota al grande Aulo Cornelio Celso, del quale fu contemporaneo.
A Roma l’arte della medicina era divisa in varie specialità. Tra gli oculisti, da una parte vi erano dei ciarlatani e dall’altra probi dottori, che non speculavano in alcun modo con artifizi sulla credulità dei Romani. Oltre che dalle iscrizioni, è possibile ricavare altre notizie su tali medici dai sigilli che ognuno di essi apponeva sui vasellini che contenevano le preparazioni ed i colliri. Evelpide (Euelpides) fu uno di quei medici che Celso nominò con maggior lode nel suo “De Medicina” (“…il più grande oculista della nostra epoca…”: “ Euelpides autem, qui aetate nostra maximus fuit ocularius medicus,…”) accennando anche al collirio ch’egli usava (τρυγῶιδες , trygoides , nominabat) ed alla sua composizione (“…, utebatur eo, quod ipse conposuerat: τρυγῶιδες nominabat: castorei P.*==; Lyci, nardi, papaveris lacrimae, singulorum P.*I; croci, murrae, aloes, singulorum P.*IIII; aeris combusti P.*VIIII; cadmiae et stibis, singulorum P.*XII; acaciae suci P.*XXXVI; cummis tantundem.”, L. VI) (Castoreo P. * ij. licio, nardo, oppio ana P.  * j. croco, mirra, aloe ana P. * iiij. rame abbruciato P.  * VIII. cadmia, stibio ana P. * xij. Sugo d’acacia P. * XXVI. gomma altrettanto. E quanto maggiore è l’infiammazione (specifica qui Celso nella sua opera, al Libro VI) tanto più si deve mitigare col medicamento del collirio aggiungendovi o chiara d’uovo o latte di donna, che possono sostituire il collirio per mitigare il male anche isolatamente in sostituzione dello stesso collirio, instillate con un pennellino nell’occhio. Contro gli stessi mali, ad Evelpide venne attribuito anche un collirio liquido (il collirio liquido di cui si servì Evelpide), composto con verderame, p. *; vermiglione bruciato, vetriolo, cannella, ciascheduno p. III. *, zafferano, nardo d’India, oppio, ciascheduno p. I *: mirra p. II. *; rame bruciato p. III. *; di ceneri di sostanze odorifere p. IV. *, Pepe, fagioli XV. *. Mestando questi ingredienti nel vino austero, e poi bollito in in tre pinte di vino Passum, fino a quando il tutto abbia formato un solo corpo. Più gocce di questo collirio sono più efficienti.
Fra gli 88 scrittori di cose mediche citati dal grande Celso, oltre alcuni nomi di sovrani, eroi e poeti, come Agamennone, Tolomeo, Antigono ed Omero, Evelpide viene ad inquadrarsi fra i medici della Scuola greco-romana, insieme ad altri, tra i quali Asclepiade, Cassio, Evelpisto, Megete e Temisone.
Nel VII Libro del suo “De Medicina”, sempre tenendo presenti gli insegnamenti di Evilpiade, Celso trattò le numerose operazioni da eseguire sull’occhio e descrisse alcune parti dell’occhio. Riportiamo qui di seguito alcuni dei colliri che furono attribuiti ad Evelpide: Per il suo collirio μεμιγμένον, Evelpide aveva previsto una composizione a base di diversi ingredienti, tra cui papavero bianco, pepe e gomma.
Il collirio di Evelpide chiamato Phinon: Nelle ulcere si usa anche con successo: è preparato con lo zafferano p. I *; Oppio, gomma, ciascheduno p. II. *; rame bruciato e lavato, mirra, ciascheduno p. IV. *, pepe bianco p. VI. *. Prima dell’uso, deve essere fatta la cura per fornire le ulcere di un linimento adatto.
Il Collirio di Evelpide chiamato Smilion è fatto con verderame p. VI *, gomma altrettanto, ammoniaca, vermiglione, di ciascuno p. XVI. *. Alcuni di questi ingredienti si dissolvono in acqua ed altri in aceto, per renderli più attivi.
Il collirio di Evelpide chiamato Sphaerion, che è dello stesso oculista, ha le stesse proprietà. Nella sua composizione entra: pietra ematite lavata p. II. *, sei grani di pepe, cadmio lavato, mirra, oppio, ciascheduno p. III. *; zafferano p. IV. *; gomma p. VIII. *. Il tutto in vino d’Aminea. (Al riguardo riportiamo quanto specificò ancora Celso: Il collirio di Philete, di uno chiamato Sphaerion, la cui composizione abbiamo riportato in precedenza, è indicato per incarnare le ulcere cave. Il collirio Sphaerion è indicato perfettamente anche nelle ulcere inveterate, che sono difficili a cicatrizzarsi).
Seguono alcuni passi del De Medicina, con le citazioni relative ad Evelpide:
“L. VI – Cap. VI
…Euelpidis collyrium, trygodes nominatum…
Phynon collyrium Euelpidis.
Sphaerion collyrium Euelpidis.
Liquidum Euelpidis collyrium.

Μεμιγμένον, Euelpidis collyrium…
L. VI – Cap. VI – 17
[17] Ad idem Euelpidis, quod μεμιγμένον nominabat. In eo papaveris lacrimae /et albi piperis/ singulae unciae sunt; cummis libra /P./; aeris combusti P. /*/ I S. Inter has autem curationes post intermissiones aliqua prosunt balineum et vinum. Cumque omnibus lippientibus vitandi cibi qui extenuant, tum praecipue, quibus tenuis umor diu fertur. Quod si iam fastidium est eorum, quae pituitam crassiorem reddunt (sicut in hoc genere materiae maxime promptum est), confugiendum est ad ea, quae, quia ventrem, corpus quoque adstringunt.
L. VI – Cap. VI. Id quoque Euelpidis, quod πυρρὸν[a] appellabat, huc utile est: croci P.*I; papaveris lacrimae, cummis, singulorum P.*II; aeris combusti et eloti, murrae, singulorum P.*IIII; piperis albi P.*VI. Sed ante leni, tum hoc inunguendum est.
Id quoque eiusdem, quod σφαιρίον nominabat, eodem valet: lapidis haematitis eloti P.*I=; piperis grana sex; cadmiae elotae, murrae, papaveris lacrimae, singulorum P.*II; croci P.*IIII; cummis P.*VIII. Quae cum vino Aminaeo conterantur.
L. VI – Cap. VI. At si crassae cicatrices sunt, extenuat vel /z/milion vel Canopitae collyrium, quod habet: cinnamomi, acaciae, singulorum P.*I; cadmiae elotae, croci, murrae /papaveris lacrimae,/ cummis, singulorum P.*II; piperis albi, turis, singulorum P.*III; aeris combusti P.*VIII. Vel Euelpidis pyxinum, quod ex his constat: salis fossilis P.*IIII; Hammoniaci thymiamatis P.*VIII; papaveris lacrimae P.*XII; cerussae P.*XV; piperis albi, croci /Siculi,/ singulorum P.*XXXII; cummis P.*XIII; cadmiae elotae P.*VIIII. Maxime tamen tollere cicatricem videtur id, quod habet: cummis P.*=; aeruginis P.*I; croci magmatis P.*IIII.
L. VI – Cap. VI. Si vero scabri oculi sunt, quod maxime in angulis esse consuevit, potest prodesse rinion, id quod supra positum est; potest militare: id, quod habet aeruginis rasae, piperis longi, papaveris lacrimae, singulorum P.*II; piperis albi, cummis, singulorum P.*IIII; cadmiae elotae, cerussae, singulorum P.*XVI. Nullum tamen melius est quam Euelpidis, quod βασιλικὸν nominabat. Habet papaveris lacrimae, cerussae, lapidis As/s/ii, singulorum P.*II; cummis P. /*/ /III; piperis albi P. */ IIII, croci P.*VI; psorici P.*XIII.”.
Nicholas Francois Joseph Eloy, nel suo “Dizionario Storico della Medicina…” – T. II, Napoli, 1762, lo noma “Evelpisto” e lo dice “figlio di Flegete (in Le Clerc “Flege”), celebre Cerusico, che fiorì in Roma sotto Augusto…”.

Estratto da http://ilmedicodifamiglia.altervista.org/evelpide.html

 

 

 

 

 

I secolo  d.C.   MEGETE di Sidone. MEGETE SIDONIO.

Megete di Sidone o Megete Sidonio (in latino Meges, in greco Μέγης) – (medico greco, Sidone, Libano, I sec. d.C.). Nato a Sidone in Libano (come afferma Galeno nel suo de Meth. Med. VI. 6., vol. x. p.454.), fu attivo a Roma dove fiorì poco prima di Celso sotto l’impero di Augusto e dove esercitò da grande chirurgo la professione medica. Pare che fosse stato, all’epoca, discepolo del fondatore della scuola metodica Temisone di Laodicea, allievo di Asclepiade di Bitinia.
Celso era un suo grande estimatore (lo nomina insieme all’oculista Evilpiade nel suo De Medicina). Precisamente, nella prefazione del Libro VII: dopo aver nominato alcuni chirurghi che esercitavano fuori Roma, fa i nomi di Trifone il Vecchio ed Evelpisto, che si resero illustri in quella professione a Roma, e tra questi ultimi annovera in ultimo Megete, che reputa più erudito di tutti gli altri.
“…et Romae quoque non mediocres professores , maximeque nuper Triphon pater, et Èvelpistus, et (ut ex scrìptis eius intelligi potest”) … eruditissimus Meges , quìbusdam in … , aliquandum ei disciplinae adiecerunt.”
Celso e Galeno citano Megete anche per l’uso di una polvere corrodente che adoperava nell’ozena (particolare forma di rinite); per aver trattato dell’ernia ombelicale dicendola formata o dall’intestino o dall’omento o da fluido e per aver lodato i medicamenti disseccativi nella frattura del cranio.
Pare avesse fatto osservazioni sulle strume esistenti nelle mammelle delle donne (tumori scrofolosi; della qual cosa parla anche Celso, L. V, c. 28, p. 265; Galeno, Methodus Medendi, L. VI, p. 101)  e che avesse inventato un particolare litotomo per l’asportazione dei calcoli vescicali mentre Ammonio Alessandrino, dal canto suo, pare avesse inventato uno strumento per la rottura della pietra [Il litotomo di Megete (“Ferramentum rectum in summa parte labrosum , in ima semicirculatum, acutumque”) ed il ferro di Ammonio a forma di cuneo per rompere la pietra della vescica (“Ferramentum modicae crassitudinis prima parte tenui sed reiusa”)]. Al riguardo viene citato sia da Celso nel VII Libro del suo De medicina sia da Galeno, senza che però diano una descrizione dello strumento.
Gli viene anche attribuita la guarigione di una lussazione anteriore del ginocchio (Galeno, Methodus Medendi, L. VIII, c. 21, p. 468). Plinio (N.H. XXXII, 24 / Meges psilotrum palpebrarum faciebat in aceto enecans putrescentes et ad hoc utebatur multis variisque per aquationes autumni nascentibus. / Meges medico usava fare il psilotro delle palpebre ammazzando i ranocchi nell’aceto, e lasciandoveli putrefare, e perciò si valeva de’ molti e varii che nascono per gli acquazzoni dell’autunno.), Galeno (De Compos. Medicam. sec. Locos , iii. 3, v. 3, vol. xii. pp. 684, 845) e Scribonio Largo (De Compos. Medicam. c. 70. §202, p. 227) riportano alcuni medicamenti di sua invenzione. In particolare, in Galeno troviamo una composizione farmaceutica, di sua invenzione, atta a dissipare erpeti lebbrosi.
Celso, nel parlare del c.d. “complicato” (malattie degli occhi) dice che fosse di difficile guarigione e di non ricordarsi di aver mai visto alcuno guarirne. E che la stessa cosa era stata scritta da Megete che confessava di non essere mai riuscito a togliere l’aderenza dalle palpebre.
Galeno pare che citi il medico Megete anche nella sua opera De compositione medicamentorum secundum locos (h. e. morbos) L. X, mentre lo stesso Galeno, nella sua opera Methodus medendi, suddivisa in 14 libri, cita poi Megete Sidonio (che pare fosse la stessa persona). Pare che una sua citazione la si possa trovare anche in Scribonio Largo nel suo Libro De compositionibus medicamentorum. Tra gli altri, viene citato anche da Cesare Riva nella sua Iconologia.
Tra i chirurghi professionisti della scuola greco-romana, dei quali siano stati tramandati i nomi, oltre Galeno, il nome di Megete di Sidone (Megete Sidonio) figura accanto a quelli di Rufo d’Efeso, Archigene d’Apamea, Eliodoro, Antillo e Sorano d’Efeso. Un altro frammento di Megete è conservato poi da Oribasio (Oribasius, Coll. Medic. xliv. 14).

Estratto da http://ilmedicodifamiglia.altervista.org/megete-di-sidone.html

 

 

25 a.C. – 50 d.C.   AULO CORNELIO CELSO

Aulo Cornelio Celso (25 a.C. circa – 45 d.C. circa) è stato un enciclopedista e medico romano, probabilmente nativo di Roma, dove fu scoperta una incisione su lastra che lo riguarda, anche se qualche autore sostiene fosse vissuto nella Gallia Narbonense perché cita un tipo di vitigno, marcum che Plinio afferma essere di quella zona. Vissuto probabilmente nel settantennio comprendente l’impero di Augusto e di Tiberio, secondo Plinio non fu medico di professione, ma lui stesso afferma di aver sperimentato tecniche e operazioni di ambito medico e chirurgico. Seguì probabilmente, nell’età giovanile, la scuola dei Sestii, che predicava l’astensione dalla vita pubblica e dalla politica. Profondo conoscitore di Ippocrate ebbe sicuramente contatti con la medicina alessandrina e con alcuni medici greci trasferiti a Roma; in particolare, egli stesso riporta la sua grande stima per il grande chirurgo romano Megete e per l’oculista Evilpiade. Contraddittorio il suo rapporto con Asclepiade e il suo allievo Temisone, medici di origine greca, propugnatori di nuove idee su una medicina estranea a quella ippocratica, basata soprattutto sulla dietetica, ma anche su pratiche poco ortodosse e di dubbia efficacia.

Estratto da a https://it.wikipedia.org/wiki/Aulo_Cornelio_Celso

Il De Medicina è un trattato scritto dall’enciclopedista e medico romano Aulo Cornelio Celso. Composto probabilmente tra l’impero di Augusto e quello di Tiberio[1], il trattato faceva parte di un compendio sulle scienze antiche quali l’agricoltura e la filosofia, chiamato dall’autore De Artibus. Unico superstite pervenutoci, esso rappresenta una delle più vaste fonti di informazioni sulle pratiche mediche dell’epoca. Il trattato è diviso in otto capitoli o libri, divisi a seconda l’argomento trattato. In particolare, Celso ha aggiunto alle classiche categorie ippocratiche della chirurgia, dietetica e farmaceutica la nuova scienza denominata medicina empirica. Gli argomenti trattati sono:Igiene (libro I), Dietetica (libro II), Semeiotica (libro III), Anatomia patologica (libro IV), Farmacologia e Lesioni (libro V), Malattie locali (libro VI), Chirurgia (libro VII), Ortopedia (libro VIII). Durante tutto il trattato, Celso adotta il medesimo approccio per la trattazione delle malattie: prima dà una descrizione di quelle generali, che colpivano tutto il corpo, poi affronta ognuna separatamente a seconda del luogo o del modo in cui esse si presentano. Questo metodo, largamente utilizzato da altri medici quali Galeno, Rhazes e Avicenna è denominato “dalla testa ai piedi”, una sorta di check-up medico a partire dall’alto.

Libro I. Dopo un proemio in cui accenna alla nascita della medicina e a tutta la tradizione mitologica di Asclepio importata a Roma dai greci, Celso narra le origini della scienza medica a partire dal suo più autorevole esponente, Ippocrate, il primo a separare questa scienza dalla filosofia naturale. Di seguito, percorre l’avanzare della medicina nell’età classica e in quella alessandrina, dando particolare attenzione a colui che per primo si azzardò a sperimentare le teorie sul corpo umano con l’ausilio dell’autopsia e della vivisezione: Erasistrato. Per finire, analizza la tragica situazione della medicina romana, in mano a ciarlatani e persone non competenti; in particolare Celso riporta la figura di Asclepiade, fondatore della medicina “empirica”, in pieno contrasto con il rigore della scienza ippocratica. Dopo il proemio, Celso dedica il resto del libro all’igiene, e a come le persone sane debbano preservare la propria salute. Celso raccomanda di evitare gli eccessi, fare esercizio e mangiare due volte al giorno; in seguito tratta di come la costituzione, l’età, il temperamento e fattori ambientali quali la temperatura e il clima possano interferire con il normale decorso della malattia. Infine, tratta di malanni semplici quali il mal di testa, il mal di stomaco, del corpo sciolto e di come rifuggire le epidemie.

Libro II. Dopo un breve proemio in cui riconosce l’autorità di Ippocrate, Celso riprende il discorso intrapreso nel primo libro riguardo quali climi, età, costituzioni e temperamenti siano favorevoli al mantenimento della salute. In seguito, si occupa di una prima individuazione dei segni di malattia e di morte, spesso consistenti in un’alterazione dell’aspetto o delle funzioni vitali del paziente, e in particolare fa attenzione all’espulsione di alcuni umori quali l’urina, vomito, espettorazioni di vario genere e feci; subito dopo elenca le malattie più frequenti dell’epoca, che tratterà in seguito. Nella terza parte del libro delinea i diversi modi e strumenti con cui si ottiene la guarigione. Tralasciando per il momento i medicinali, individua il principio base della guarigione nella sottrazione, l’aggiunta o lo spostamento degli umori all’interno del corpo. … Infine, Celso inizia la parte vera e propria di dietetica, facendo una distinzione tra cibi e bevande forti, medie o deboli, utilizzabili in diversi momenti del decorso della malattia, e conclude dividendo i vari cibi a seconda dei loro effetti sul corpo.

Libro III. Nel terzo capitolo del trattato Celso indaga i sintomi comuni a numerose malattie, in particolare le febbri. Egli le divide a seconda della durata e della regolarità di esse, individuando così tre tipi di febbre: quartana, terzana e quotidiana. Celso propone un metodo di diagnosi basato su alcune variabili, quali la gravità e la durata degli ascessi, la presenza di sudore, la regolarità più o meno spiccata della febbre, la stagione e la costituzione del malato. Il metodo di cura proposto si basa principalmente sull’amministrare cibo al paziente nei tempi giusti, solitamente subito dopo un ascesso di febbre in modo che esso non andasse a togliere le forze al malato; utilizza lo stesso procedimento per il salasso, che inficiava sulle forze rimaste al paziente. In generale, Celso raccomanda di far attenzione ad ogni sintomo, quali battito cardiaco, mal di testa, brividi, freddo, lingua secca e ipocondri dolenti. Inoltre dedica una particolare attenzione alle infiammazioni, che distingue a seconda di quattro caratteri:Rubor (rossore), Tumor (gonfiore), Calor (bruciore),Dolor (dolore). Nella seconda parte, si appresta a descrivere le varie forme di follia, da lui divisa in frenesia (una sorta di eccitazione eccessiva), malinconia (depressione dovuta alla bile nera) e la follia vera e propria. Nei primi due casi, utilizza metodi come il gioco, il dialogo, la lettura e la musica, lasciando le catene, le percosse e le punizioni solo per i più violenti; in qualsiasi caso, egli constata come la solitudine non faccia che aggravare le condizioni mentali del paziente. Nell’ultima parte, affronta alcune malattie che colpiscono l’intero corpo, tra quali trovano spazio le cardiopatie e la letargia, caratterizzate da estrema debolezza; l’idropsia o ritenzione idrica, dove si evacuano liquidi in eccesso col ferro rovente; la tisi, che cura col trasferimento in luoghi più salubri, come Alessandria; il mal caduco o epilessia, cronico, che cura con delle cauterizzazioni al cranio; Il morbo regio o ittero, così chiamato perché prevedeva il divertimento e una vita “da re” durante il periodo di remissione della malattia; l’elefantiasi, deformazione curata con i salassi, e la paralisi, apoplettica o localizzata, difficilmente guaribile se non scomparsa al primo salasso.

Libro IV. Celso inizia il quarto libro facendo una breve descrizione dell’anatomia del corpo, secondo l’ordine “dalla testa ai piedi”. Dopo aver nominato i vari organi in greco e latino (ciò poteva causare confusione, dato che stomaco in greco è ventricolo, e la trachea è stomaco), divide i vari tipi di tessuti: nervosi, come le pareti del ventricolo; spugnosi come il polmone; e muscolosi come il cuore, anche se di esso e del pancreas ammette di non poter aggiungere nulla riguardo allo scopo, ma solo descriverli (la circolazione ancora non era stata scoperta). Quindi comincia affrontando le numerose malattie del capo, quali la cefalgia e l’idrocefalia, la paralisi della lingua e il tetano (che ammetteva solo l’uso del salasso nella cura). Celso poi descrive le malattie dell’apparato respiratorio come catarro, tosse e infreddatura, per passare poi all’angina e le difficoltà respiratorie (dispnea, asma e ortopnea), curabili con salasso. Particolare attenzione viene data allo sputar sangue, in quanto sintomo molto frequente, dovuto spesso a diabrosi o anastomosi; dopo le irritazioni dell’esofago, Celso passa ai polmoni, descrivendo pleurite e peripneuma (che affronta con l’ausilio di coppette e medicinali). Celso poi descrive l’epatite, il male alla milza e alle reni, caratterizzate da dolore acuto, gonfiore, vomito, e ulcere; dopo aver parlato di colera e del morbo celiaco, affrontabili con il vomito ripetuto, l’autore si concentra sulle malattie dell’intestino: prima affronta i dolori del tenue con il salasso, poi le varie malattie del crasso, quali dissenteria, lienteria, la diarrea (affrontabili con i clisteri) e l’infestazione da vermi, eliminabili attraverso dei vermicidi. Dopo un primo accenno ai dolori all’utero e alla vescica, il testo si interrompe per i capitoli riguardanti le esulcerazioni di essi e su i calcoli, a noi non pervenuti. Dopo una breve descrizioni dei dolori articolari, alle cosce e alle ginocchia il libro si conclude.

Libro V. Nel quinto libro Celso introduce l’uso dei medicinali, enunciandone i pro e i contro; l’uso dei farmaci era al centro del dibattito tra medici di tutte le epoche, e, se vedeva favorevoli Erofilo e Erasistrato, trovava in forte opposizione Asclepiade. Formati da una mescolanza di sostanze semplici e comuni differenti nel peso e nelle proporzioni, i medicinali confezionati dagli antichi potevano essere divisi in: emostatici, suppurativi, aperienti (che aprono i pori della pelle), detersivi (disinfettanti), corrosivi, consumativi,caustici, escariotici (cicatrizzanti),discussivi (disperdono la materia in eccesso), attrattivi e repulsivi (richiamano o respingono la materia), ammolienti, quelli atti a far cadere la crosta, a levigare le asprezze e a far carne. In seguito Celso spiega la preparazione di numerosi medicinali, dando vita ad un vero e proprio ricettario. Celso quindi spiega come preparare i malagmi (pestati di fiori e steli), empiastri (pestati di metalli, semi-liquidi), i pastilli (come gli empiastri, ma solidi), gli acopi (liquidi contro le lesioni ai nervi), diversi antidoti, le pillole (compresse con vari effetti, ma di disturbo per lo stomaco), e i pessari (medicamenti avvolti nella lana, citati anche nel giuramento di Ippocrate, utilizzati nell’aborto e nell’espulsione dei feti morti). Nella seconda parte del libro l’autore affronta il vasto campo delle lesioni. Esse differiscono a seconda se siano esterne (ferite), con consunzione interna (cancri), con formazione di corpi (calcoli) con aumento di volume (vene varicose) o per difetto; inoltre egli le differenzia a seconda della gravità in agevoli, difficili e insanabili, tenendo conto di profondità e vastità della ferita e della parte del corpo dove si è presentata. Dopo aver elencato i vari sintomi a seconda di quale organo venga colpito, Celso analizza in maniera accurata i fluidi che si accompagnano ad un miglioramento o un peggioramento della ferita: essi sono sangue, sania (liquida e di vario colore), e pus. In seguito, l’autore mostra come arrestare le emorragie con l’ausilio di garze e come rimarginare la ferita tramite sutura, fibbie o fasciature. Dopo un generale approccio consigliato per qualunque tipo di lesione (consistente in pulitura, fregagioni e uso di medicamenti), Celso affronta dapprima i cancri, facendo particolare menzione delle gangrene, che vedono nel salasso e nell’amputazione dell’arto colpito l’unica via di cura; poi passa alle morsicature, tutte venefiche, meno gravi se di cane o scimmia, più gravi se di animali velenosi come lo scorpione, la tarantola o l’aspide (in tal caso egli ammette l’usanza, importata dalla tribù gallica degli Psilli, di succhiar via in veleno dopo aver stagnato il sangue dell’arto); in entrambi casi, è utile anche l’uso di antidoti, anche nel caso di veleni nei cibi. Segue la trattazione delle ustioni attraverso farmaci, passando poi alle piaghe interne come il carbonchio, il terioma e il carcinoma; poi spiega l’approccio a vari tipi di ascesso. L’ultima parte viene dedicata in particolar modo alle fistole, delle carie della carne che possono diventare anche molto profonde; Celso, dopo averne indagato la complessità dei vari rami con un ago ne favorisce la cura con l’introduzione dei medicamenti direttamente all’interno. Infine, l’autore fa una panoramica delle varie irritazioni della pelle.

Libro VI. Celso nel sesto libro elenca le principali malattie delle singole parti del corpo. Incomincia subito parlando delle varie malattie del capo, in particolare quelle che provocano la caduta dei capelli (al quale non c’è cura). Segue un piccolo paragrafo sulla cosmesi, aggiunto con riluttanza nel trattato giustificandosi col fatto che “non si può impedire alle donne di farsi belle”, in cui tratta la cura dei porri, le efelidi e le lentiggini con l’uso di creme. Subito dopo passa alla descrizione delle malattie degli orecchi e le modalità di estrazione di corpi estranei o vermi da suddette cavità. L’autore, dopo aver brevemente trattato delle malattie delle narici e dei denti, concentra la sua attenzione sulle malattie degli occhi, di cui è profondo conoscitore (probabilmente Celso aveva tenuto conto delle lezioni di Evilpiade, il miglior oftalmico e chirurgo oculista dell’epoca). Già trattate da Ippocrate, le malattie agli occhi seguono il principio base di una cura tanto più blanda quanto più è grave l’infiammazione, per non irritare l’occhio già provato con dei medicamenti energici. I principali sintomi sono rigonfiamento, lacrime e scolo di liquidi, dolore, ulcerazione, palpebre incollate e nei casi più gravi la morte e l’esplosione dell’occhio; la cura è a base di salassi, medicamenti fatti di bende inzuppate e l’uso dei numerosi colliri. In seguito affronta la cura specifica di alcune malattie come i carboncelli, le pustole, i pidocchi delle ciglia, le ulcere, le infiammazioni e la xeroftalmia, curabili sempre attraverso i colliri, per poi passare all’annebbiamento della vista, la midriasi, la paralisi dell’occhio e l’ipochisi (o cataratta, risolvibile solo con l’operazione chirurgica). Celso quindi affronta le malattie del cavo orale, quali la tonsillite e le ulcere a bocca, affrontabili tramite gargarismi con speciali decotti. Con particolare attenzione vengono trattate le malattie delle “parti oscene”, i genitali, dove spesso il pudore impediva lo stesso rivolgersi ad un medico per la guarigione; Celso quindi si appresta a trattare delle infiammazioni, i fimi e i cancri del pene. Dopo aver trattato della cura delle infiammazioni dei testicoli, passa alle malattie dell’ano, ovvero ragadi, condilomi e emorroidi, tutte trattabili con cibi liquidi e cauterizzazione.

Libro VII. Nel settimo libro Celso introduce la chirurgia: scienza molto antica, praticata già da Ippocrate e tramandata successivamente a Roma, l’autore esprime chiaramente come questa parte del trattato tenga conto delle tecniche utilizzate da Megete, il più grande chirurgo romano del tempo. Celso poi fa una breve descrizione delle qualità del chirurgo “dove la semplicità, la precisione e la correttezza della lingua e dello stile sono associate alla copia delle notizie e delle considerazioni generali, talune delle quali non hanno ancora perduto la loro attualità”:

«Il chirurgo bisogna sia giovine, o almeno non tanto in là con gli anni; di mano forte, ferma, che non gli tremi mai e che si serva bene non men della sinistra che della destra; di vista acuta e netta; coraggioso, pietoso sì, ma in modo da non pensare ad altro che a guarire il suo malato, senza che per le grida di lui sia spinto né a far più presto del dovere, né a tagliar meno del necessario, come se a quei lamenti rimanesse in tutto e per tutto indifferente.»
(Aulo Cornelio Celso, De Medicina,pag.411, trad: Angiolo del Lungo)

 

Dopo questo ritratto, l’autore inizia a elencare le varie operazioni chirurgiche possibili all’epoca, partendo dal taglio di contusioni o ascessi, più piccolo e lineare possibile, e dal ferro arroventato. L’autore descrive come tenere sotto controllo la suppurazione della ferita, controllando la normalità di fame, sonno, respiro e della colorazione del pus; subito dopo affronta la fistola, che, se ad un solo seno, può essere riempita di medicamenti e suturata, ma, se ramificata, obbliga il medico a asportare la parte colpita; Celso poi descrive i metodi di estrazione di vari tipi di dardi e proiettili. Dopo aver trattato dell’asportazione delle lesioni del capo, Celso, tenendo sempre presente gli insegnamenti di Evilpiade [Evelpide], tratta le numerose operazioni da eseguire sull’occhio. …

Libro VIII. Nell’ultimo libro Celso parla principalmente di ortopedia e della cura di fratture e lussazioni. Il capitolo inizia con una descrizione della posizione e la conformazione delle ossa, partendo dal cranio, per poi passare a faccia, la spina dorsale, le costole, le scapole, le clavicole e la simile struttura di gambe e braccia. Subito dopo, l’autore si concentra sui segni per riconoscere le ossa guaste e altri tipi di lesione, tra i quali fenditura, frattura, perforazione, ammaccatura e slogatura. Prima di trattare le cure specifiche, dà delle indicazioni generali sulle amputazioni, da eseguire con l’uso di trapani, scalpelli, seghe e, se il guasto è particolarmente ristretto, con un modiolo [tipo di trapano]. Celso quindi inizia con la descrizione delle fratture del cranio, in cui veniva rimosso tramite dei buchi una parte dell’osso, e, per evitare complicanze dovute ai casuali contatti con le membrane del cervello, si usava una lamina di metallo per proteggere dai colpi di scalpello [meningophilax]. Per Celso il naso e l’orecchio, se fratturati, vanno rimessi a posto con una fasciatura; la clavicola va rimessa in sede e sostenuta legandola da sotto l’ascella mentre la frattura delle costole può essere molto pericolosa in quanto può perforare le visceri e va trattata col salasso; nelle fratture degli arti, vale la regola generale che, più la frattura è vicina alle estremità, più è grave; per curarla bisogna prima estendere l’arto per far tornare l’osso in loco, e poi fasciare o applicare una stecca; più problematico se la frattura lacera la carne, perché in quel caso c’è rischio di gangrena. Nella seconda parte del capitolo, Celso descrive la cura delle lussazioni, dove l’osso esce fuori dalla sua sede naturale, quindi mostra il modo di rimettere a posto le varie ossa del corpo, escludendo quelle della spina e del capo poiché non riposizionabili; egli descrive questi casi “non perché a questi segni si riconosca di che si tratta, e che la famiglia non attribuisca deficienza del medico la perdita di chi ne muoia”

Estratto da https://it.wikipedia.org/wiki/De_Medicina

Ma senza dubbio la figura più importante della prima parte dell’epoca imperiale è rappresentata da un medico originario proprio di Roma, Aulo Cornelio Celso che
fu considerato l’Ippocrate Romano e, per le sue conoscenze enciclopediche, il Cicerone della medicina. Fu medico, ma soprattutto chirurgo. Nelle sue opere [a noi sono rimasti solo gli otto tomi del De Medicina, parte di una vasta opera enciclopedica, De artibus, dedicata ai problemi anche dell’agricoltura, dell’arte militare, dell’oratoria, della giurisprudenza e della filosofia] trattò approfonditamente di patologia, di clinica, di igiene, ma soprattutto di chirurgia, alla quale sono dedicati due libri: il VII e l’ VIII: da ricordare, tra l’altro, la legatura dei vasi nelle emorragie più imponenti, la sutura delle ferite profonde, la toracotomia, le ernie inguinali, ombelicali e scrotali, l’intervento per l’eliminazione dei calcoli vescicali, la tecnica delle operazioni di emorroidi e varici, la chirurgia plastica e ben 24 tipi procedure chirurgiche in oculistica. Ampio spazio è dato anche alla chirurgia odontoiatrica (De Medicina, VII,12).
Mentre il medico deve avere, come dote essenziale, l’esperienza, la figura del chirurgo ideale è chiaramente delineata nel proemio del VII libro del De Medicina:
… Il chirurgo, invece, deve essere innanzitutto giovane o di età prossima alla giovinezza, con mano ferma e capace, mai tremante, ed abile sia con la mano destra che con la sinistra. Deve possedere vista acuta e lucida e spirito impavido; deve essere tanto pietoso da desiderare la guarigione del suo paziente, ma non da accelerare la sua opera o da tagliare meno del necessario, scosso dai suoi lamenti; egli deve, invece, fare ogni cosa come se i lamenti del paziente non gli causassero alcuna emozione. (De Medicina, VII, Proemium, 4).
Celso dimostra di aver letto Ippocrate (di cui è seguace) e di avere un’ottima conoscenza dell’anatomia, sicuramente dovuta alla conoscenza degli studi dei grandi anatomici alessandrini, come dimostra la descrizione del cranio con le suture ed i punti di maggiore o minore resistenza [De Medicina, VIII, 1] (già, però, sommariamente descritti anche da Ippocrate). Celso così descrive lo strumentario in dotazione ai (neuro)chirurghi della Roma antica del I secolo d.C. nel Capitolo Terzo dell’VIII Libro del De Medicina, che titola “Quomodo os excidatur; et de modiolo, et terebra, ferramentis ad id paratis” [Come l’osso è tagliato, e sul modiolo e la terebra, ferri adatti a questo, due tipologie di trapani].
Vi sono due strumenti (trapani), scrive Celso, per incidere l’osso: se la parte lesa è di piccole dimensioni, si può utilizzare il “modiolus” (detto, dai greci, χοινικίς); altrimenti, la “terebra”. Il modiolus è un ferro cilindrico, con un margine dentellato, fornito al suo centro di uno perno, a sua volta contornato da un cerchio interno. Della terebra (simile ad un moderno trapano) scrive:
… ci sono due specie di terebra; uno è simile a quello dal carpentiere; l’altro ha una forma più allungata, comincia con una punta acuminata, poi più su si allarga improvvisamente, per poi, per la restante parte, divenire ancora impercettibilmente ristretto. (De Medicina, VIII, 3, 1)
I due strumenti trovano impiego differente, in dipedendenza anche delle dimensioni delle lesiono da trattare:  Se il difetto da curare è abbastanza limitato e il modiolo è in grado di contenerlo interamente, il modiolo è lo strumento di scelta. Inoltre, se l’osso manifesta carie, il perno centrale dello strumento deve essere inserito nel foro; se è necrotico, deve essere creata, con l’angolo di un scalpello, una piccola cavità dove inserire il perno, in modo che, colà ancorato, possa restare fisso durante la rotazione. Di là è fatto ruotare come una terebra tramite una correggia. La pressione deve essere adeguata sia al forare che allo ruotare, dacché, se essa è troppo lieve, l’avanzamento del trapano sarà scarso; se troppo forte, sarà rallentato il movimento. Ed è opportuno versare qualche goccia di olio o latte di rose per facilitare la rotazione. Attenzione a non esagerare, perchè ne risentirebbe il filo di taglio dello strumento. Quando un primo solco è stato tracciato, il perno centrale è rimosso, ed il modiolo lavora da solo. Allorché la limatura d’osso ci avverte che l’osso sottostante è sano, bisogna rimuovere il modiolo. Ma se il difetto é più ampio, é necessario utilizzare la terebra.
Il foro deve essere fatto al limite tra osso malato e sano; quindi ne va fatto un secondo ed un terzo, e così via, fino a contornare, con questi fori, l’area da togliere. Anche in questo caso la limatura ci avverte quando l’osso sottostante è sano. A questo punto si inserisce uno scalpello tra un foro ed il suo contiguo, e si demolisce il ponticello osseo tra i due fori, creando in tal modo un anello simile a quello, più piccolo, creato dal modiolo. Una volta eseguito il foro, in un modo o nell’altro, bisogna togliere, con lo stesso scalpello, l’osso a scaglie, finché non si raggiunge osso sano. La necrosi ossea difficilmente interessa l’osso a tutto spessore, mentre per la carie ciò è talvolta possibile, soprattutto quando è malato il cranio. Una prova di ciò può essere ottenuta grazie allo specillo, il quale, inserito in una cavità, se il fondo è solido, incontra resistenza e risulta umido, quando ritirato.  Se lo specillo trova strada libera, approfondendosi tra l’osso e la membrana, non incontra resistenza e torna su asciutto: non perchè non vi sia del pus dannoso, ma perchè questo è distribuito su una superficie più ampia. Se l’osso è malato in tutto il suo spessore, sia per una necrosi esposta dalla terebra, sia per una carie mostrata dallo specillo, generalmente l’uso del modiolo è fuori luogo, poiché quanto più profondo è il processo, tanto più ampia dev’essere l’apertura. Quindi deve essere usata la terebra che ho indicato come seconda; e questa deve essere frequentemente immersa in acqua fredda, per evitare che si surriscaldi. Ma bisogna prestare particolare attenzione quando si è forato la metà di un osso costituito di un solo strato, o lo strato superiore di un osso costituito da due starti; nel primo caso è indice la stessa distanza perforata, nel secondo la comparsa di sangue. Pertanto da allora è necessario far lavorare la cinghia più lentamente e bloccare e trattenere più spesso la mano sinistra, così come valutare la profondità della perforazione, in modo da percepire il momento in cui l’osso è stato rotto completamente e non correre il rischio di ledere con la punta la membrana del cervello; quando questo accade si originano gravi infiammazioni con pericolo di morte.
Quando sono stati fatti i fori, i setti intermedi debbono essere tagliati allo stesso modo ma con molta maggiore attenzione, per timore di ledere con l’angolo dello scalpello la suddetta membrana; finché l’apertura sia sufficiente da permettere l’inserimento di una protezione della membrana, che i Greci chiamano “meningophylaca”. Essa consiste in una lamina di bronzo, lievemente concava, liscia all’esterno; essa è inserita in modo che la parte liscia sia prossima al cervello e sospinta innanzi gradualmente sotto la parte di osso che deve essere tagliato completamente dal scalpello, cosicché, se è colpito dall’angolo del scalpello, impedisce al medesimo di andare più oltre; e così il chirurgo può picchiare lo scalpello con il mazzuolo con maggior vigore e con maggior sicurezza, finché l’osso, separato tutt’intorno, può essere tolto insieme alla lamina, senza un qualsiasi danno al cervello. Quando tutto l’osso è stato rimosso, i margini dell’apertura debbono essere regolati con la lima, e se polvere d’osso è caduta sulla membrana, deve essere tolta. Quando è stato rimosso il solo tavolato esterno, e lasciato l’interno, bisogna livellare non solo l’orifizio ma anche l’osso spugnoso, per modo che la pelle possa crescere successivamente su di esso senza danno; perché quando cresce su un osso irregolare, non vi è mai una valida guarigione, ma ciò causa dolore. Cosa fare quando il cervello è esposto, lo spiegherò quando arriverò alle fratture. Se parte del tavolato interno è stato preservato, dovranno essere applicati medicamenti non grassi, che risultano adatti per le ferite recenti, e sopra questi lana non purgata bagnata con olio e aceto. Col passare del tempo la carne cresce dall’osso e riempie il buco fatto dalla chirurgia. Anche se parte dell’osso è stata cauterizzata, essa si separa dalla parte sana, e tra l’osso morto ed il sano si formano granulazioni che permettono la separazione; e questa è una scaglia piccola e sottile, che i Greci chiamano “lepis”.
È anche possibile che, come conseguenza di un trauma, l’osso, quantunque non sia né fissurato né fratturato, abbia la sua superficie intaccata od irruvidita; quando ciò accade, è sufficiente una raschiatura e una levigatura. Queste situazioni, benché capitino più frequentemente nel capo, sono possibili in tutte le ossa, cosicché le stesse procedure sono applicabili ovunque. Ma per ossa che risultino fratturate, fissurate, perforate o frantumate, è necessario da un lato un trattamento speciale, adatto a casi singoli, dall’altro misure generali, da applicarsi alla maggioranza dei casi; di questi comincerò a trattare, ed in primis del succitato cranio.
(De Medicina, VIII, 3, 2-11)
Se Ippocrate aveva sconsigliato l’intervento chirurgico in caso di fratture craniche infossate, Celso, al contrario, lo propone come mezzo terapeutico, anche se limitatamente a situazioni particolari. Il suo metodo di intervenire nelle lesioni traumatiche craniche, descritto con precisione ed accuratezza nel suo De Medicina, diventerà lo standard chirurgico fino al tardo Medio Evo. Rilevante anche l’esposizione del quadro sintomatologico e delle sue variazioni in rapporto all’evoluzione, favorevole o sfavorevole, della prognosi.
Descrivendo il comporamento del medico in caso di trauma cranico (De Medicina VIII, 4, 1-22), Celso afferma che è necessario, in primo luogo, che il medico raccolga una accurata anamnesi patologica prossima, con particolare riguardo ai sintomi manifestati dal paziente nell’immediatezza del trauma ed alle cause dello stesso.
Quindi dopo un colpo in testa per prima cosa dobbiamo ricercare se il paziente ha avuto vomito biliare, se la vista gli si è oscurata, se è diventato muto, se ha perso sangue dal naso o dall’orecchio [segno di frattura delle ossa della base cranica], se è caduto a terra, se è giaciuto inanimato come se dormisse; e questi segni si manifestano non solo in presenza di frattura ossea; quando sono presenti, dobbiamo riconoscere che il trattamento è necessario ma rischioso. Se poi si aggiunge anche torpore, delirio, spasmo o paralisi, è verisimile che sia stata lacerata anche la membrana cerebrale; ciò riduce di molto la speranza. (De Medicina VIII, 4, 1)
Ma anche in assenza di questi sintomi, non vi è la certezza di assenza di frattura. Un aiuto può essere costituito dalla conoscenza dell’agente che ha provocato il trama e dalle sue modalità. Ma la soluzione migliore è quella dell’accertamento diretto mediante esplorazione. Introdotto nella ferita uno specillo: se incontrerà superfici ossee lisce e scorrerà, si potrà affermare che l’osso è intatto; se invece incontrerà una qualche asperità, purché in quell’area non vi sono suture, bisognerà dedurne che l’osso è fratturato.
La possibilità di scambiare una frattura/contusione per una normale sutura ossea e viceversa è notevole, anche perchè, come aveva già illustrato anche Ippocrate, esistono differenze anatomiche tra cranio e cranio. Pertanto, Celso consiglia comunque sempre l’ispezione diretta dell’osso.
Quindi, talvolta, quando il colpo è stato violento, benché lo specillo non dimostri nulla, ugualmente la miglior cosa è allargare l’area. E se anche fatto ciò nessuna fessura è visibile, bisogna applicare dell’inchiostro sull’osso, che poi va raspato con il cesello; una frattura trattiene l’inchiostro. (De Medicina VIII, 4, 6)
È interessante notare che Celso già riconosce la possibilità di un trauma da contraccolpo
Può anche accadere che il colpo sia stato applicato in una parte della testa e la frattura compaia in un’altra. Ne consegue che se un tale ha avuto una forte botta in testa, e ne sono conseguiti dei sintomi sfavorevoli, e non è stata trovata alcuna frattura là dove lo scalpo manifesta la ferita, è opportuno, nel contempo, ricercare se vi sono altre parti molli e rigonfie ed aprire anche queste, dal momento che, forse, l’osso fissurato può trovarsi in quelle parti. (De Medicina VIII, 4, 6)
Ma è anche possibile che sia presente, sotto l’osso integro, una raccolta ematica (ematoma intracranico) che provoca un forte dolore localizzato e alterazioni visive. La terapia consiste nell’evacuazione della raccolta ematica.
… Può accadere talvolta, seppur raramente, che l’osso resti intero e sano, e cionondimeno all’interno del cranio alcuni vasi della membrana si siano rotti a causa del colpo e ci sia stata fuoriuscita di sangue e che questi si sia raggrumato, causando forte dolore e talvolta anche offuscamento della vista. Di solito il dolore è avvertito direttamente sopra il grumo, e, quando lo scalpo è inciso, l’osso appare pallido; in tal caso, deve essere tolto via. (De Medicina VIII, 4, 7)
In caso di frattura dell’osso, la pratica corrente era rimuovere subito i frammenti ossei. Celso, invece, consiglia, in prima istanza di tentare una terapia conservativa con gessi e bendaggio per sei giorni. Se, in settima giornata, si osservano segni chiari di miglioramento (la ferita granuleggia, la febbre cala, ritorna l’appetito e il sonno è tranquillo) si può continuare con la terapia medica.
Ma l’intervento diviene necessario se:
… la febbre si alza, il sonno è breve e agitato dai sogni, la ferita secerne e non tende a guarigione, le ghiandole (linfoghiandole, ndR) del collo si ingrossano bilateralmente ed è presente forte dolore, ed in più l’inappetenza si aggrava, allora soltanto va posto mano alla chirurgia con lo scalpello. (De Medicina VIII, 4, 12)
Eseguito l’intervento, con gli strumenti e le modalità già più sopra riportate, è necessario procedere alla chiusura e alla medicazione.
… sulla membrana deve essere spruzzato aceto forte, allo scopo di controllare ogni suo sanguinamento o frantumare ogni raccolta ematica raggrumata che resta all’interno. Poi lo stesso gesso, ammorbidito come dianzi detto, va posto direttamente sulla membrana, e poi le garze e le bende e la lana grezza come sopra descritto. Il paziente va posto in una stanza calda e la medicazione rinnovata ogni giorno, due volte al giorno se in estate.
Ma se la membrana gonfia in su attraverso l’infiammazione
[edema cerebrale], deve essere bagnata con olio di rose tiepido; se si rigonfia al punto di sporgere dal livello del cranio, sono necessarie lenticchie tritate o foglie di vite triturate, mescolate a burro fresco o grasso d’oca; ed olio di iris va spalmato sul collo. Ma se sembrerà che la membrana non sia pulita, bisogna spalmarle sopra una miscela in parti uguali di quel medicamento speciale e di miele, e per tenerlo fisso deve essere coperto da uno o due tamponi di garza e al di sopra va posto del lino sopra cui è stato spalmato parte del medicamento. Quando la membrana è tornata pulita, gli va aggiunto un empiastro cerato per far ricrescere la carne. (De Medicina VIII, 4, 18-19)
Celso descrive poi il quadro sintomatologico di un paziente, in postoperatorio che si avvia a guarigione, ma anche quello, assai dettagliato, di un paziente la cui prognosi si fa invece più severa se non addirittura infausta.
… Segni indicativi di guarigione sono una membrana mobile e di colore normale, una carne crescente rosseggiante, e dei movimenti della mandibola e del collo agevoli. Segni negativi sono una membrana immobile, nera o livida o di ogni altro colore malsano; il delirio, il vomito acre, paralisi o spasmo, carne livida e rigidità della mandibola o del collo. Come per gli altri segni – sonno, appetito, febbre e colore del pus – le indicazioni per la morte o la guarigione sono le stesse che nel caso delle ferite. Quando le cose procedono bene, la carne cresce su sé stessa e dall’osso, se questo ha due strati, per modo che lo spazio tra le ossa viene riempito; talvolta cresce addirittura sopra il cranio. (De Medicina VIII, 4, 20-21)

Estratto da http://cne.unipv.eu/site/home/conoscere-la-neurochirurgia/articolo460001729.html

 

La psichiatria di Aulo Cornelio Celso.

Fu contemporaneo o quasi di Fedro, Persio, Petronio, Marziale, Giovenale, Seneca e Tacito. La sua prosa, il suo atteggiamento contrario alle accese polemiche scientifiche e fìlosofiche, lo rivelano equilibrato, sereno, maturo e alieno da falsi ideologismi; egli tenta una sintesi equilibratrice fra le diverse posizioni, così agilmente attuata in altri campi da Cicerone, Orazio e Virgilio, sulla scia della dottrina di Aristotele. Mantiene sempre una posizione mediana, conciliatrice fra le varie scuole. Celso è un uomo di questi tempi; diffonde nuove cognizioni anche difficili sul piano tecnico, con misura e semplicità, segno che si rivolgeva soprattutto a lettori non medici: popolani, artigiani, contadini. Tende alla sintesi delle varie correnti di medicina, cosi come a livello politico la classe dirigente dello stato romano aveva realizzato una fondamentale unione di interessi politici fra i vari popoli dell’impero ora fra loro uniti da rapporti economici, politici e commerciali.
Trattò in sei libri («De artibus») di veterinaria, di retorica, di arte militare di filosofia, agricoltura e medicina: rimane solo l’ultimo libro, dedicato alla medicina, argomento che forse più conosceva. In questo senso Celso, appartiene a quella schiera di eruditi ed enciclopedici che nel primo secolo d.C. con espressione letteraria curata e chiara scrissero opere destinate ad un vasto pubblico di lettori. Al contrario di un medico coevo, quel liberto greco Antonio Musa, che aveva scritto anche lui sull’arte medica in latino, Celso non era molto conosciuto dai suoi contemporanei come scrittore di cose mediche. Anche durante il tempo che intercorre fra il II secolo ed il medioevo, Celso fu ignorato e venne scoperto nel Rinascimento: il «De re medica» fu il primo libro di medicina antica pub·
blicato a stampa, nel 1478.

La frenite è una malattia mentale su base organica: il cervello è leso « per
consenso » e la mente è per cosi dire intossicata dagli ·umori generati da febbre
eccessiva, « vapori e sangue alterati »; concetti etiopatogenetici poggianti sull’idea
che gravi malattie febb rili alterino il metabolismo generale del corpo e comportino
riflessi sulle funzioni mentali.
Le terapie si basavano appunto su tali teorie patogenetiche e il medico cercava di «portare via» tutto ciò che di tossico, di eccessivamente caldo, dal corpo ammalato arrivava al sistema nervoso centrale. Ma non bastavano evidentemente solo questi rimedi terapeutici, che seppur inadeguati, poggiavano su una logica fisiopatologica non del tutto sbagliata; era in uso anche sostenere il malato con una psicoterapia: il carattere della personalità, il tipo di sintomatologia prevalente, i contenuti deliranti, sono infatti elementi che dovevano essere tenuti di conto da parte del medico terapeuta.
Celso scrive: «Per curare l’agitazione portata dalla frenite bisogna considerare la natura del malato e levare i falsi timori. Ad un uomo che era molto ricco e che a causa del suo delirio tèmeva di morire di fame gli venne annunciata una falsa eredità. I pazienti molto aggressivi bisogna colpirli con qualche battitura. Bisogna frenare con rimproveri e blande minacce il riso sfrenato di alcuni. Per scacciare i pensieri tristi dei frenitici è molto utile la musica. Non bisogna mai contraddirli nelle loro false credenze, ma assecondarli e piano piano portare la loro mente di fronte alla ragione ed alla verità. Bisogna sapere scegliere
bene quali sono i loro desideri. Cosi al letterato si potrà leggere un libro e qualche volta se ne avvantaggerà, anche se altre volte ciò lo disturberà ed in tal caso è meglio astenersene; è utile pure occuparli nella correzione di scritti.
In fase di miglioramento fare recitare quello che i malati si ricordano. Alcuni medici portano a mangiare fra commensali normali quei frenitici che non si vogliono alimentare».
L’insonnia del paziente frenitico è un sintomo costante e assai resistente alle terapie: discussioni e polemiche si ebbero per secoli attorno al modo migliore di curarla. Alcuni ritennero che l’uso eccessivo di farmaci sedativi del sistema nervoso centrale fosse nocivo, altri invece insistevano nel somministrarne forti dosi. Decotti di papavero, di giusquiamo e dosi elevate di vino erano i sedativi più usati, però i medici del tempo erano al corrente dei pericoli dell’uso eccessivo di oppio: la mandragora era molto usata e ritenuta un efficace sonnifero. Era esperienza comune che una normalizzazione del sonno fosse sintomo di vicina guarigione e che il sonno di per sé avesse una efficacia terapeutica.
Ecco cosa scrive Celso: «Nei frenitici il sonno è sempre disturbato. Esso è invece sommamente necessario. Con il sonno molti infatti guariscono. Giova a provocare il sonno ed a riordinare la mente la somministrazione di vino. Se anche il vino non è sufficiente a provocare il sonno alcuni medici consigliano di dare da bere un decotto di giusquiamo o papavero. Altri medici mettono sotto il guanciale dei malati dei pomi di mandragora. Asclepiade dice di stare attenti alle dosi di succo di papavero, perché se sono eccessive i pazienti possono cadere in letargo. Se il sonno è disturbato dare medicamenti ma solo con moderazione, per non far sì che il malato che vogliamo fare dormire, non si svegli più. Contribuisce anche a provocare sonno un rumore di acqua che cade o un lento dondolio
del letto sospeso. Le ventose alla nuca alleggeriscono la malattia e a volte procurano il sonno».
Il frenitico è un malato disidratato perché affetto da gravi malattie generali: tifo, polmoniti, affezioni tossiche, etc., e il problema della sua alimentazione e idratazione era stato giustamente valutato dai medici-psichiatri del mondo antico. «Bisogna alimentarli … non farli digiunare … ma dare soprattutto molti brodi e molta acqua».
Un secondo tipo di insania (follia) è la ‘malinconia‘ che si differenzia dalla frenite perché non vi è compromissione febbrile. È causata da un eccesso di bile nera nel cervello; è quindi una malattia dismetabolica, a genesi biochimica.
È caratterizzata da paura, melanconia e tristezza, sintomi strettamente dipendenti dalla sottostante somatosi. Ecco ciò che scrive Celso a tal proposito: «vi è un secondo tipo di insania che dura più a lungo perché in genere decorre senza febbre. Consiste nella malinconia provocata dalla bile nera. In questa malattia è utile salassare; è pericoloso lasciare il paziente a digiuno e poi dare dell’elleboro che agisce come purgante. Se il malato lo sopporta provocare il vomito. Quindi frizionare più volte il malato. Se per caso c’è febbre questa va curata come tutti i tipi di febbre».
Anche nel caso della malinconia Celso insiste sull’uso di terapie psicologiche, per ridare fiducia al malato, rafforzare il suo io indebolito dalla malattia e da idee depressive. «Bisogna allontanare la paura e ridare la speranza. Divertire con giochi e con favole, del tipo che piacevano al malato quando era sano. Lodare i suoi lavori e farglieli vedere. Ogni tanto dirgli che le cose che lo affliggono sono piuttosto causa di piacere che di sollecitudine».  …

L’epilessia è cosi descritta: «l’uomo ammalato cade a terra improvvisamente, dalla bocca esce bava e schiuma; passato un po’ di tempo il malato ritorna in sé. La malattia colpisce più spesso gli uomini che le donne, dura sino alla morte, ma non è letale. Ve ne sono di due tipi: in un caso vi è convulsione con caduta a terra, in un altro solo caduta a terra». La terapia è diversa nelle due forme: «salassare se vi è caduta senza convulsioni e non salassare nel secondo caso». Altre terapie sono: «elleboro, dieta con cibi leggeri … evitare gli eccessi sessuali, il vino e il freddo … evitare inoltre tutte le cose che creano  preoccupazioni, terrore, stanchezza». Insiste nel curare gli epilettici, anche negli intervalli delle crisi comiziali: «bisogna curare la malattia per tutta la vita finché dura».
Descrivendo l’apoplessia, insiste su una terapia dietetica «con cibi senza grassi» e interviene nella polemica che a quel tempo si era accesa tra chi teneva l’apoplessia distinta da quadri paralitici a genesi non vascolare. Celso scrive: «le paralisi dei nervi possono riguardare tutto il corpo o una sua parte … Gli antichi autori chiamavano la prima malattia apoplessia e la seconda paralisi … in genere coloro che rimangono paralizzati in tutto il corpo decedono … se non muoiono raramente riacquistano la salute e vivono una vita infelice, perdendo anche la memoria … quando il male colpisce solo una parte del corpo non è grave se non è acuta ».

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 194-210.

Celso Aulo Cornelio. Di lui sappiamo solo che visse e fu attivo nel secolo I d.C. Non
è da escl udere che fosse nativo del territorio dell attuale Provenza (la Gallia Narbonese dei Romani) e che da una serie di elementi che si ricavano dalla sua opera sembra si possa indurre che abbia svolto la sua attività in Roma nel periodo di Tiberio (18-39 d.C.). Della sua grande enciclopedia intitolata Artes (Le arti ), che dedicava 5 libri all’agricoltura, 7 alla retorica, non si sa quanti libri all’arte militare e 8 libri alla medicina, ci resta completo solo l’ultimo trattato, il De medicina, mentre degli altri abbiamo solo sparuti framment. L’opera consiste in una breve storia della medicina dalla guerra di Troia sino ad Asclepiade di Prusa, cui segue un regime di ispirazione nettamente ippocratica. Nel secondo libro si trattano i segni ed i sintomi delle malattie, sempre sotto prospettiva ippcratica; il terzo libro tratta le malattie che colpiscono tutto il corpo; il quarto le malattie che colpiscono le singole parti del corpo; il quinto è dedicato ai medicamenti; il sesto ai vizi e difetti delle singole parti del corpo; il settimo alla chrurgia generale ed, in fine, l’ottavo alla chirurgi.a del·l’apparato osseo [comprende le lesioni craniche]. La materia è distribuita e trattata con lineari0à e chiarezza esemplari; lo stile è tanto eccellente da aver meritato all’autore l’epiteto di Cicerone dei medici, anche se la struttura generalmente non molto ampia del periodare, e la sua asciutta eleganza si avvicinano al cristallino stile di Cesare più che all’armonia sonante di Cicerone. Ancora dibattuta e la questione se Celso sia stato egli stesso medico o abbia con estrema abilità tradotto ed elaborato testi greci di Asclepiade o di un suo discepolo, Tito Aufidio Siculo. Anche se è molto pitù probabile la seconda ipotesi, restano indubitabili due fatti: in primo luogo Celso è l’unico  scrittore di medicina del periodo aureo della letteratura romana; in secondo luogo la sua influenza sulla cultura medica dei secoli successivi fu enorme, al punto che molta parte della letteratura medica medievale costituita da riassunti, rifacimenti, estratti e compendi dell’opera celsiana. Nel settore specifico della chirurgia, importantissima e la sua descrizione dell’ intervento per l’estrazione dei calcoli vescicali con il piccolo apparato, detto anche, appunto, apparato celsiano. [Molto dettagliata è anche la tecnica di trattamento delle ferite alla testa mediante l’uso del modiolo e del trapano. Libro VIII.]

Una delle massime conquiste della medicina romana fu quella degli ospedali, realizzati ed organizzati secndo piani e con criteri decisamente moderni. Soprattutto imponenti furono gli ospedali militari. Qui vediamo la pianta e la ricostruzione di quello di Vindonissa (o di
Windisch, in Svizzera). Le misure erano di m. 70×63,8. Intorno al cortile interno si snodava la doppia serie delle camere per i pazienti percorse da un lungo ed ampio corridoio. Sulla fronte stava una galleria a colonnato in legno, che fiancheggiava l’ingresso principale, a sua volta caratterizzato da pilastri laterali in muratura. Al centro del cortile interno si trovava un piccolo edificio rettangofare in pietra, costituito da un’unica sala. Le camere erano alternate: una piccola (con anticamera) e due grandi. L’eddificio in origine in legno venne, in seguito, quasi interamente rifatto in muratura.

Estratto da Storia della Medicina, prolusioni di G. Armaocida, E. Bicheno, B. Fox, dizionario di S. Musitelli, Jaca Book, 1993.

 

 

 

 

La Scuola Medica Pneumatica

Storicamente il fondatore della scuola medica vitalistica, (pneumatica), è ritenuto Ateneo di Attalia, nato in Cilicia regione posta fra la Panfilia e la Siria, nel III secolo a.C.: divenne famoso al tempo che Asclepiade medico solidista era a Roma conosciutissimo e fu un suo acerrimo oppositore, a motivo delle diverse basi filosofiche a fondamento delle loro teorie psicopatologiche.
Sintetizzò le visioni aristoteliche, pneumatiche e la concezione degli ‘elementi’, in una prospettiva fisiopsicologica globalistica. La ‘natura’ dell’uomo, termine col quale veniva designata la complessa struttura organica e psicologica unitaria dell’uomo, per Ateneo deriva dalla sua sostituzione biologica, dall’armonia degli elementi fisici e chimici. Anche per Ateneo il cuore è un organo ‘caldo’, con funzione di vaporizzare e frammentare il pneuma, un poco freddo per natura.
Il pneuma così trasformato dal calore del cuore è avviato nelle arterie, la cui contrattilità ed ampiezza è misura del ‘tono’ del pneuma: un polso arterioso vigoroso è segno di vitalità. Da Crisippo il medico vitalista derivò la visione psicosomatica delle emozioni, viste risultato di alterazioni globali della disposizione del tono vitale. Lo stimolo esterno (psichico e fisico) provoca una modificazione dinamica dell’energia vitale: i fenomeni fisici connessi con questo sono le emozioni o passioni. Cosi la contrazione della cute, il suo raffreddarsi, l’erezione dei peli ad uno stimolo molto freddo indicano, «che il calore animale si è ritirato entro il corpo». Ateneo ritenne le condizioni esterne, che con la loro azione modificano la fisiologia dell’uomo, di notevole valore per lo scatenamento dei disturbi psichici: vedeva nelle condizioni atmosferiche, nel tipo di ambiente e nella
temperatura, importanti fattori per la salute e la malattia dell’uomo. In certe sue opere troviamo indicazioni sulle abitazioni e luoghi ritenuti salubri o meno e i metodi per purificare acque malsane e inquinate. …

Sulla «dottrina del polso» la scuola pneumatica lasciò m questo periodo un’opera molto importante del medico Filarete vissuto nel III secolo a.C. fondamentale per ogni futura trattazione dell’argomento. L’ipotesi fisiopatologica, tipica della scuola pneumatica, che le caratteristiche del polso arterioso fossero un indice che segnalava l’esatto grado della forza del tono vitale, forniva il mezzo per identificare i diversi stati morbosi; il «De pulsum scientia libellus», letto e citato per secoli, risente tuttavia l’influenza della teoria psicosomatica aristotelica. Il calore vitale si concentra nel cuore dove viene scaldato: «il pneuma inspirato si mischia col sangue»; «l’economia umana», le strutture biologiche,
ricevono l’energia per il loro funzionamento da questo meccanismo cardiopolmonare mentre il polso arterioso periferico registra tutte le variazioni fisiologiche e patologiche del «calore vitale».
I medici pneumatici derivarono da Aristotele concezioni fisiologiche empiriche che furono utilizzate per interpretare le malattie mentali ed organiche. Il corpo ed il cervello sono ritenuti organi ‘caldi’ e ipervitali nella gioventù, ‘freddi’ e ipovitali nella vecchiaia. Un corpo di ‘temperamento’ umido, che è espressione di un pneuma più lento, provoca malattie mentali croniche, come nel caso della ‘tarditas’ mentre quello troppo ‘secco’ è alla base di malattie acute e clamorose, come nel caso della ‘mania’.
Nel primo secolo dell’era volgare, caratterizzato dall’ampliarsi delle conoscenze geografiche, dall’intrecciarsi dei commerci, dalla romanizzazione di tutto il bacino del mediterraneo e da una relativa autonomia delle provincie rispetto al governo centrale, si stabiliscono a Roma molti medici in gran parte appartenenti alla scuola pneumatica. …

All’epoca di Traiano (98-117 d.C.) visse Eliodoro famoso come chirurgo, forse seguace del
cristianesimo e acerrimo nemico di quanti cercavano di introdurre nella psichiatria
dimensioni magiche, demonologiche e superstiziose. Si dedicò prevalentemente allo studio ed alla terapia dei traumi cranici, allora per ragioni comprensibili molto frequenti. Puliva accuratamente la ferita sino alla teca cranica, nel caso non vi fosse una comunicazione con l’encefalo: nei casi nei quali vi era compromissione emorragica del cervello eseguiva la trapanazione cranica. Descrive accuratamente i diversi segni e sintomi dei traumatizzati cramci con grave lesione del parenchima cerebrale: «perdita di coscienza, paralisi e febbre». …

Problema assai discusso era quello riguardante i disturbi provocati in via iatrogena a pazienti in cura con farmaci del sistema nervoso, del resto comprensibile in una struttura sanitaria con un discreto livello di preparazione scientifica, ma un basso grado di cognizioni tecnico-operative. Erano sempre l’elleboro nero e quello bianco, usatissimi per la cura della depress10ne nelle sue varie forme, scriveva Antillo, che causava i disturbi più seri, «deliquo … cefalea … disturbi delle immaginazioni», ‘deliri’ da collasso o da disidratazione acuta. Anche l’uso di ventose al capo, le ‘cucurbitole’ per la cura dell’epilessia, della apoplessia e della mania, provocavano disturbi secondari e spesso psicosi acute deliranti, dette «turbolentia rationis». Una eccessiva esposizione al sole, frequentemente causava «sonnolenza, sopore e caduta in letargo». …

In questo clima culturale opera un medico molto noto, Leonida vissuto nel II secolo d. C. citato spesso da Celio Aureliano e da Aetio di Amida per la sua abilità di chirurgo generale e di neuro-chirurgo. Interveniva sulle ernie inguinali, sullo stroma tiroideo e per la prima volta nella storia della medicina sull’idrocefalo. Rilevò una particolare affezione cutanea di genitali esterni, maschili e femminili, definita «cicatrice con margini callosi», che a suo dire era segno di «malattia venerea».
Non fu un puro vitalista e dalla maggior parte degli storici è annoverato fra i medici della corrente episintetica (eclettica). Discusse abilmente il complesso problema delle manifestazioni psicotiche acute in corso di malattie febbrili, definite «encefalitidi per consenso. Descrisse una psicosi acuta, con compromissione saporosa dello stato di coscienza, caratterizzata da tendenza alla sonnolenza ed al torpore, che ritenne causata da diretta lesione della massa cerebrale e chiamata «encefalite letargica o febbre letargica», e la tenne separata dalle ‘encefalitidi’ disturbi questi che ‘simulano’ una lesione diretta del sistema nervoso.
Dette una acuta descrizione clinica dell’idrocefalo, di cm elaborò una adeguata
teoria interpretativa: pensava che tale malattia dipendesse « da rarefazione
delle vene del cervello e da aumento dell’acqua che si trova tra le membrane ed
il cervello ».
In merito alla patogenesi, divise l’idrocefalo in due entità: quello congenito e quello «secondario ai traumi da parto». La continua osservazione di questi malati, che provenivano alla sua osservazione da tutte le province dell’impero, lo convinse che l’idrocefalo doveva avere come conseguenza frequente, un «indebolimento dell’intelletto». Ideò anche uno speciale metodo semeiotico percussorio ed ascultatorio a suo dire utile per delimitare la gravità e l’estensione dell’idrocefalo. …

Altri importanti medici appartenenti alla Scuola Pneumatica sono stati Archigene di Apamena e Areteo di Cappadocia di cui si potrà leggere sui capitoli loro dedicati. [FG]

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 215-222.

 

 

 

23-79 d.C. PLINIO. GAIUS PLINIUS SECUNDUS.

Gaio Plinio Secondo, conosciuto come Plinio il Vecchio (23-79), è stato uno scrittore, naturalista, filosofo naturalista, comandante militare e governatore provinciale romano.

Da https://it.wikipedia.org/wiki/Plinio_il_Vecchio.

Plinio: la coesistenza di cardiocentrismo e di encefalocentrismo.

Il cervello
Tutti gli animali sanguigni possiedono il cervello, anche quelli marini che chiamiamo molluschi, sebbene manchino di sangue, come il polipo. Ma nell’uomo esso è il più grande, il più umido e il più freddo di tutti i visceri, avvolto sotto e sopra da due membrane, la cui
rottura, sia dell’una che dell’altra, è mortale. Per il resto è più voluminoso nell’uomo che nella donna. [ … ]
Questo viscere è il più nobile, protetto dalla volta del cranio, senza carne, senza sangue, senza escrezioni. È la rocca degli organi di senso. Qui si dirige e qui ha fine tutta la forza delle vene che partono dal cuore. Questo è un vertice altissimo dove è il governo del pensiero (mentis regimen).

Il cuore
Negli altri animali il cuore è nel mezzo del torace, solo nell’uomo è sotto la mammella sinistra, con la punta conica inclinata in avanti. Solo nei pesci è rivolta verso la bocca. Si dice che questo sia il primo a formarsi negli embrioni all’interno dell’utero, poi il cervello
e molto più tardi gli occhi, ma questi sono i primi a morire, mentre il cuore è l’ultimo. Il cuore è la parte più calda. Ha un battito regolare e si muove come un altro animale dentro l’animale, ricoperto da un involucro membranoso morbido e resistente, protetto dal
muro delle costole e del petto per produrre l’origine e la causa principale della vita. Offre dentro di sé, in una cavità sinuosa e triplice nei grandi animali, doppia in tutti gli altri, il primo ricettacolo al principio vitale e al sangue. Qui abita il pensiero (mens).

(Plinio il Vecchio, Storia naturale, XI, 49 e 69, in Histoire naturelle, vol. XI,’ pp. 70-71 e 85-86, e in Natural History, vol. III, pp. 514-16 e 544-46)

Da Manuli P., Medicina e Antropologia nella tradizione antica, Loescher Editore, Torino, 1980.

 

 

 

I secolo.   ARCHIGENE DI APAMEA.

All’epoca dell’imperatore Traiano visse il più famoso psichiatra dell’epoca, Archigene di Apamea, citatissimo dagli studiosi posteriori: Galeno, Celio Aureliano, Aetio, Oribasio. Fu uno dei numerosi allievi del fondatore della scuola vitalistica, Agatino di Sparta. La sua vita si svolse a Roma per molti decenni: morì all’età di ottantatrè anni. Lasciò un libro famoso riassunto da Galeno, sulle caratteristiche del polso periferico. Osservatore abile e clinico accorto, si tramanda che guarì il suo maestro da una grave febbre con manifestazioni deliranti, immergendolo varie volte in bagni di olio freddo. Nei suoi scritti troviamo ipotesi e indirizzi eclettici: umoralistici, vitalistici e meccanicistici; fu quindi un pneumatico-eclettico. Giunio Giovenale sagace critico della società del suo tempo, lo cita come medico e psichiatra di alto valore: «chi vuole un corpo sano chiami Archigene … chi non vuole andare a Anticyra chiami Archigene». Si dedicò a studi anatomo-patologici allora trascurati; a proposito di disturbi intestinali tossi-infettivi scrisse: «la diarrea in questi casi è dovuta ad ulcerazioni degli intestini, soprattutto del tenue e del crasso». La terapia che consigliava in tali malattie era assai adeguata, infatti prescriveva, sulla scia delle indicazioni di Dioscoride, astringenti intestinali come il «succo di oppio». Dette rilievo al decorso temporale della sintomatologia morbosa, soprattutto alla fase di miglioramento che chiamò di ‘decremento’. Dal ‘Tetrabibliori’ di Aetio di Amida sappiamo che fu il primo medico del mondo antico a classificare le diverse acque minerali e indicarne l’azione terapeutica: le suddivise in base al contenuto di sali minerali, in «nitrose, alumin0se, saline, sulfuree». Ciò, e lo attesta tutta la letteratura storica, dimostra che in Roma e nelle terre dell’impero, le stazioni termali e le indicazioni terapeutiche delle diverse acque avevano raggiunto una codificazione medica appropriata; fu uomo però molto superstizioso, tanto da credere nel potere guaritore degli ‘amuleti’.
Come era in uso fra i medici pneumatici scrisse un celeberrimo libro sui caratteri del polso, ampiamente discusso da Galeno: considerava del polso periferico otto diversi aspetti semeiotici: «grandezza, fortezza, frequenza, celerità, pienezza, ordine, eguaglianza, ritmo»; Ne definisce anche «l’altezza, la larghezza e l’ampiezza»; di ogni singolo carattere ne rilevava due ordini: «estremo e basso». …

Archigene seppur usasse spesso il succo di oppio negli stati dj eccitamento psicomotorio e di ostinata insonnia, mise acutamente in guardia contro la somministrazione di dosi eccessive di tale sedativo del sistema nervoso, perché causa di disturbi della coscienza analoghi «a quelli del letargo e delle freniti».
Furono le esperienze cliniche su malattie psicorganiche sintomatiche ad apportare un notevole contributo alla conoscenza delle funzioni neuropsicologiche e del loro substrato anatomofunzionale. L’antica polemica, nata dall’ipotesi aristotelica, che giudicava il cuore la sede della sensibilità generale, sembrò ricevere da questi dati clinici una smentita risolutiva. Tutto indicava che il cervello è l’organo del sensorio comune e di tutte le funzioni dell’anima. La lotta fra gli ippocratico-platonici, propugnatori della teoria ‘cerebrale’ e gli aristotelici, di quella ‘cardiaca’, si conclude con il sopravvento dei primi.
La speculazione sulla natura del ritmo sonno-veglia e il tentativo di localizzare la base anatomica di questa funzione, porta, coll’aiuto dei risultati dell’osservazione clinica sui disturbi della coscienza, alla soluzione di uno dei più discussi problemi del mondo medico-filosofico greco-romano. Vince Platone, l’idealista, sul biologo Aristotele; aveva scritto il filosofo-poeta, il narratore malinconico del Fedone: «il sonno avviene per una diminuzione dello spirito sensitivo, che si raccoglie nello spazio dietro le ciglia, proprio dove ha sede l’anima».
L’anima, le cui funzioni si ottundono nella frenite, nel letargo, nel coma, nel sonno e per eccesso di succo di oppio, ha sede alla base del cervello. D’altronde lo stesso Aristotele aveva a volte indicato «in un raffreddamento del cervello per via di vapori che dal torace salgono a esso», la causa del sonno. L’assorbimento di idee naturalistico-filosofiche da parte della psicopatologia è a quel tempo un fatto costante; ma anche dati clinici come l’osservazione della ‘mania’ col suo eccitamento, i deliri sconnessi, a tensione psicomotoria, porgeva allo ‘psicopatologo motivi di discuss10ne teorica; la sua genesi è uno dei motivi di polemica più vivaci e le scuole pneumatiche forniscono diverse risposte al quesito. Archigene e influenzato dalle idee aristoteliche sulla differenza di composizione tra sangue centrale (cerebrale) e periferico; pensa infatti che il sangue del corpo, sia pesante mentre quello circolante nel cervello ‘leggero e puro’. Una modificaz10ne di questa condizi0ne fisico-chimica, un appesantimento del sangue cerebrale e un suo ‘accumulo eccessivo’ in questa sede, per Archigene, sono alla base degli attacchi di mania; l’aumento del livello «della bile nera» cerebrale provoca invece la malinconia. Un aumento di sangue al cervello, trasforma «la parte più fredda del corpo», in un organo caldo e crea la mania, mentre un accumulo di bile nera lo rende più freddo e genera la malinconia; all’origine delle due principali psicosi vi è una diversa alterazione biochimica del metabolismo. …

Archigene paragona l’epilessia al sonno,«il sonno è come un attacco epilettico», facendo pensare ad una genesi centrale e attiva del ritmo sonno-veglia, ma in altri passi ipotizza il sonno come dovuto a diminuzione del calore vitale per invasione del cervello da «vapori freddi». Le continue polemiche fra medici appartenenti a diverse scuole rende non facilmente comprensibili i limiti e l’esatto contenuto di talune affermazioni scientifiche. Dagli scritti di Galeno traspare però come Archigene fosse un medico molto colto in neuropsicopatologia: in un libro sui disturbi della memoria, «De oblesae memoriae», espone i propri metodi curativi, a base di salassi e di cucurbitole [=ventose], acerbamente criticati da Galeno. Fu il primo medico che diede valore al decorso delle malattie, che poteva essere ‘intermittente’, ‘cronico’ e ‘acuto’. Capì a fondo il problema del rapporto fra malattie somatiche acute e disturbi mentali psicotici: «nemo sanae mentis acutu inquit».
Studiò le modificazioni fisiologiche di alcune funzioni somatiche, scrive: «durante il sonno il polso e il respiro diventano più ampi e più lenti».
I disturbi vertiginosi furono da Archigene suddivisi in due entità cliniche: centrali (cerebrali) e periferici (apparato digerente). Scrisse: «vi sono due tipi di vertigini, uno deriva dal cervello ed un altro dallo stomaco»; nel primo caso si hanno sintomi propri dell’organo compromesso con «tintinnamenti degli orecchi, pesantezza e dolori al capo». Una malattia in quell’epoca molto diffusa era il ‘tetano’, a motivo delle frequenti ferite e traumi settici. Archigene notò la frequenza di questa malattia nel periodo puerperale: «è una malattia che compare soprattutto dopo il parto … e porta spesso la donna a morte». Esaminò il quadro semeiotico del tetano e le sue somiglianze con le convulsioni epilettiche: l’affezione tetanica è «caratterizzata da convulsioni simili a quelle epilettiche,
ma in questa malattia vi è in più contrazione della bocca e rigor della nuca».
Il problema del dolore fisico nel mondo medico antico era molto vivo e sentito: come si può facilmente intendere doveva essere molto diffuso e pertanto richiedeva continua cura e ad esso veniva dato un valore prognostico e semeiotico (Celso, Archigene, Galeno). La sintomatologia dolorosa è distinta da Archigene a seconda dell’organo interessato: «dolor capitis, dolor dentium, dolor colicus, dolor renum, etc.», e secondo le sue qualità, intensità e caratteristiche soggettive, veniva detto «torpidus, gravis, rarus, stimulans, vehemens, punctorius, profundus», etc. Il dolore fu studiato da Ippocrate, Aristotele e Platone e visto come il risultato di una ‘corruzione’ della armonia del corpo, espressione di un difettoso equilibrio fra i vari organi. Mentre nella ‘voluptas’ si avrebbe un rapporto perfetto fra gli organi, nel dolore si manifesterebbe invece il contrario. Il dolore dalla parte affetta si «propaga a tutto il corpo», e quindi pur essendo un prezioso sintomo diagnostico bisogna che il medico stia attento alla sintomatologia dolorosa ‘consensuale’, che potrebbe sviarlo nella diagnosi dell’organo affetto. Archigene conosceva bene la varietà della sintomatologia dolorosa, avendo lavorato col più valente chirurgo dell’epoca, Eliodoro, in interventi di legatura di vasi, di trattamento chirurgico dell’ernia e alla amputazione di arti, in un apposito studio sulla via Sacra.
II dolore è il sintomo per il quale il medico somministra subito e a dosi elevate il succo di papavero: «dolor levatus a liquore papaveris». Discute sul «dolor capitis variorum differentiae» e fa notare che al dolore cefalico spesso si associa anche il vomito, « dolor capitis signum commune vomitui».
II dolore per il medico è un prezioso segno prognostico: se durante una malattia acuta febbrile con vomito, compare dolore al capo, ciò è ritenuto indice di prossimo exitus «dolore capitis letalis». È noto che il dolore è un sintomo connesso con funzioni sensitive alterate: «dolor sensus tactus est symptoma» (Galeno). …

Classificò l’apoplessia in rapporto al carattere e al grado di lesione paralitica: «tetra paresi, paraparesi, emiparesi»; distinse le paralisi di «moto e di senso» isolate dai casi nei quali i due sintomi si presentavano associati.
L’indirizzo terapeutico di Archigene non si distacca da quello imperante nella sua epoca: somministrazione di succo di oppio ai pazienti con ‘furore’, acqua fredda con succo di verbena nell’emicrania, elleboro bianco e nero, però con una certa moderazione nella malinconia, al fine di «evacuare la bile»; per questa malattia formulò una originale ricetta composta di zucca caprina, pepe nero, miele e rosmarino. …

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 222-226.

 

 

 

30-90 d.C.    ARETEO DI CAPPADOCIA

Tra il 30 d.C. ed il 90 d. C. visse e lavorò a Roma, secondo lo Sprengel, influenzato dalle conoscenze scientifiche dalle opere di Archigene, il più eminente neuropsichiatra del mondo greco-romano, Areteo di Cappadocia, al tempo, dominato dagli imperatori della casa Flavia, Vespasiano, Tito e Domiziano: l impero è in questo tempo tenuto saldamente accentrato nelle mani dell’imperatore, ma viene concessa la cittadinanza romana a molte genti del vasto regno e Seneca poteva scrivere, «ogni terra è patria mia». Solo guerre di frontiera contro i Parti e i Germani sul Danubio e sul Reno, turbavano la stabilità dell’orgamsmo politico.
Queste lotte facevano però di già intendere da dove sarebbe venuto il colpo mortale ai romani; esclamava infatti Tacito: «quanto tempo ci vu0le per vincere la Germania!». Gente incolta, barbara e aggressiva, a cui era sgradita la quiete e i commerci, aspirava a guadagnarsi la vita col sangue invece che con il lavoro; scrive ancora Tacito: «sudore adquirere quod possis sanguine parare».
Roma a quel tempo è la capitale del mondo: il medico, quasi sempre greco nato negli ex regni ellenistici, viene a Roma e vi trova lavoro, fortuna e gloria. Afferma Strabone, a questo proposito, che: « i romani erano incuranti della scienza e la prendevano dai greci».
Tra il 50 e il 70 d.C., Areteo scrive a Roma, in questo complesso periodo storico, qualche decennio prima di Galeno, le sue opere mefiiche; si videro allora ben quattro Imperatori giurare e ricevere gli onori, Galba, Ottone, Vjtellio e Vespasiano, in brevissimo periodo di tempo. L’impero romano costituì in questa fase storica una civiltà che restò e resterà fondamentale per la storia dell’uomo: si fondò con la lotta e nacque dall’idea come scrisse Tacito, che «bisognava vincesse il migliore … seppur con consenso e carità». …

Se il pneuma è « denso e umido » intasa la milza, allorchè il suo tono viene
meno è all’origine delle ‘vertigini’, un suo ‘addensamento’ nell’encefalo provoca
‘crisi epilettiche’. Un pneuma ‘secco e sottile’ in eccesso nel cervello è causa di freniti,
di malattie psicotiche acute, mentre malattie psichiche croniche generano da
aumento cerebrale di« pneuma umido e freddo». …

Areteo possiede sicure conoscenze di anatomia e fisiologia: ritiene il fegato
« la sede per la preparazione del sangue », è a conoscenza che la « bile nera
è accumulata entro la cistifellea» sa benissimo che «si ha itterizia tutte le volte
che si ostruiscono i condotti biliari », indica la milza come « il posto dove avviene
la depurazione del sangue » ed infine conosce che nel colon si ha la «concozione
dei cibi ». …

Come si alterano certe funzioni vegetative periferiche a causa dello spostamento
e dei movimenti eccessivi del pneuma, così a carico del sistema nervoso si
possono avere gli stessi fenomeni: una momentanea diminuzione del tono vitale
del cervello è all’origine di improvvisi cedimenti della vigilanza, come avviene
nelle ‘sincopi’. Frequentemente questo sintomo è secondario ad «una momentanea
diminuzione della forza vitale del cuore che si riflette anche sul cervello »;
lo stato di vigilanza è per Areteo una funzione psicobiologica ·sorretta da particolari
condizioni fisiologiche. ·
Il sistema nervoso centrale è continuamente informato tramite i nervi
periferici dello stato della cenestesi del corpo, fatta eccezione per certi organi,
che sembrano mancare di una innervazione enterocettiva che possa essere avvertita,
prova ne è che ad es. in malattie polmonari gravi, come la ‘tisi’, non vi è nel paziente
piena consapevolezza di malattia: ciò comporta quel particolare atteggiamento
sub-euforico, sempre ritenuto caratteristico dei malati di tubercolosi polmonare.
Areteo a proposito di questo particolare fenomeno psicopatologico, tanto descritto
poi dai medici del XIX secolo scrive: « i polmoni sono fatti di una sostanza
speciale, spugnosa e senza nervi, così nei pazienti affetti da tisi polmonare il dolore
non arriva alla mente, cosicché i pazienti inconsci di ciò che hanno realmente
sono sempre’ allegri e sperano di guarire anche se sono vicini alla morte ». …

Areteo ebbe conoscenze anatomiche esatte sul decorso delle vie motorie piramidali e sul loro incrociamento a livello bulbare, così che divenne chiara la sede della lesione in relazione opposta al lato del corpo paralizzato e il perchè questo non avveniva nei casi di danno midollare, a motivo del fatto che a questi livelli era già avvenuto l’incrociamento dei fasci motori piramidali; scrive infatti Areteo in un paragrafo anatomofisiologico ove discute dati anatomici ulteriormente chiariti solamente nei secoli XVIII e XIX: «se il midollo è leso la metà contigua del corpo dal lato della lesione è paralizzata: se la paralisi è a destra la lesione è da questo lato, se a sinistra, a sinistra. Se è leso invece il cervello abbiamo il contrario. La paralisi è al lato destro se la lesione è a sinistra e dal lato sinistro se la lesione è a destra. Questo deriva dall’incrociamento dei nervi alla loro origine nel cervello. Quelli che partono dal lato destro, invece di portarsi ai nervi dello stesso lato si incrociano e si portano al lato sinistro. Quelli che partono dal lato sinistro si incrociano alla stessa maniera e si dirigono al lato destro., di modo che questi nervi si incrociano e formano una figura a forma di X ».
Questa esposizione chiara e precisa, oggi sorprende e ci dà l’idea delle adeguate conoscenze anatomiche e fisiologiche sul sistema nervoso della medicina del I secolo d.C.; questi dati un secolo dopo da Galeno vennero confermati con metodi sperimentali. Veniva sezionato il midollo di animali a livelli diversi e rilevato il tipo di lesione paralitica, sia motoria sia sensitiva; solo dopo secoli queste osservazioni clinico-fisiologiche verranno nuovamente riscoperte. Un secolo prima della fondamentale opera di Galeno sull’anatomia muscolare e sulla fisiologia del tono muscolare, Areteo aveva desunto, dall’osservazione clinica su pazienti emiplegici, singolari annotazioni che riportiamo: «la paralisi prende diverse forme, certi arti si distendono, poi non si possono più contrarre, mentre altre si contraggono talmente da non poter essere distesi e più si cerca di estendere
il muscolo, più si ritira come un tessuto elastico».
Descrisse le modificazioni del diametro pupillare che si hanno in certi casi di lesioni cerebrali, oggi conosciute nella loro localizzazione a livello del tronco dell’encefalo: «anche la pupilla dell’occhio può essere paralizzata, o si ingrand1sce troppo e ciò si chiama platiriasi [=midriasi] o si impicciolisce e ciò si chiama tabe [=miosi]».
Classico è il suo capitolo sull’epilessia, l’antica «malattia di Ercole» ritenuta invincibile come questo eroe, soprattutto per l’accurata delimitazione semeiotica dei sintomi premonitori dell’attacco epilettico, definiti suggestivamente col termine di ‘accensione’ per indicare svariati sintomi sensitivi sensoriali e somatovegetativi. Scrive: «i segni premonitori sono spesso pesantezza al capo, vertigini, nausea, ma quando l’accesso è vicino i malati a volte vedono scintille e colori davanti agli occhi … rumori nelle orecchie e odori nauseabondi. I malati possono diventare irascibili e la loro bile infiamma il cervello». È limpidamente descritto un attacco epilettico focale (temporale) con la componente somatovegetativa e psicotica acuta, inquadrata come «infiammazione del cervello», psicosi organica di tipo ‘frenitico’, con confusione mentale, eccitamento, allucinazione e deliri sconnessi. All’inizio dell’attacco certi pazienti, «odono un forte odore di pietra che si chiama gasato»; hanno vere e proprie allucinazioni olfattive, definite oggi allo stesso modo e con gli stessi termini usati da Areteo. Poi giunge il vero e proprio attacco e allora: «certi cadono … altri fissano … altri girano su sé stessi … certe volte il male comincia non dalla testa, ma dagli arti e si hanno delle scosse». Spesso «l’accensione … consiste nell’avvertire un male speciale che sale alla testa». Quando l’aura origina dallo stomaco e giunge al cervello sotto forma di particolare sensazione, precede un attacco epilettico generalizzato: «il malato sente un colpo violento al capo … perde coscienza, gli arti superiori si contraggono convulsamente, mentre i legami di quelli inferiori si stirano … poi la sua lingua è ferita … le vene del collo sono gonfie … la sua respirazione è strangolata. Quando la crisi è per finire perde le feci, le urine, lo sperma e rigetta tanta schiuma dalla bocca. Quando il male è cessato rimane affaticato, ha le membra rotte, senza forza e la testa pesante». Alla fine dell’attacco il paziente è triste, melanconico, come si vergognasse di avere sofferto di così grave manifestazione neuropatologica: «dopo la crisi, alla fine … rimane triste e umiliato». Con questa limpida esposizione Areteo ci mostra quanto il suo acume clinico fosse profondo e ci sorprende come in tempi cosi lontani, con mezzi così rudimentali abbia potuto vedere, descrivere e correttamente comprendere forme cliniche assai complesse. …

Galeno, assertore della teoria cerebrale della sede dell’anima, risponderà con una adeguata osservazione sperimentale a questa suggestiva ipotesi aristotelica empiricamente convalidata dalla clinica: dimostrerà che con la compressione delle arterie carotidi al collo di animali si produce repentina perdita di coscienza, ciò per lui sarà segno «che l’anima ha la sua sede entro il cervello». Continua così nei secoli la polemica fra ‘cerebrali’, aventi in Platone e Ippocrate i loro propugnatori e ‘cardiaci’ con Aristotele e i seguaci delle scuole vitalistiche.
Areteo precisa altre difficili e discusse forme cliniche come la perdita improvvisa del tono muscolare agli arti inferiori con caduta a terra, oggi definite cataplessia. Scrive: «una paralisi improvvisa e mancanza di forze dal ginocchio, seguita da caduta a terra prende il nome di lipotimia». Osservò paralisi a carico dei diversi nervi cranici: «paralisi della lingua, del palato e del faringe»; notò fenomeni paretici anche agli organi addominali ma non si pronunciò sulla loro natura: «paralisi si possono avere similmente anche per lo stomaco, il retto, la vescica … ma queste paralisi sono oscure e difficili da conoscere».
Definisce così l’apoplessia: «perdita totale del sentimento, del movimento e della conoscenza stessa … può a volte essere colpito solo un membro … nella sensibilità o nel movimento … nel primo caso si ha anestesia … io la chiamo paresi quando vi è ritenzione di urina»; consiglia di curarla con riposo a letto, l’osservazione di svariate regole igieniche, applicazione del salasso in fase acuta, ventose al capo e catetere nel caso di ritenzione urinaria. …

Areteo mantiene strettamente unite la neurologia e la psichiatria; il soggetto con lesioni neurologiche ha disturbi psichici e viceversa e esplicativa è la presenza dei disturbi psichici che compaiono negli epilettici, «dopo che essi hanno sofferto di molti attacchi» e possono essere di due tipi: deterioramento mentale intellettivo con segni di demenza e processi psicotici, «rationem deiicit … infatuentur». Infatuentur, significa sia diventare tonto, balordo, stupido e tardo, (vacuo) sorta di psicosi ebefrenica, sia diventare profetico, delirante religioso, invasato da forze divine. Areteo non specifica quale significato voglia dare a questo termine, ma l’uso che, la psichiatria faceva di questa parola nel mondo
greco-romano è da riportare alla prima ipotesi.
Suddivise le sintomatologie dolorose del capo in due varietà: «cefalalgia ed emicrania». Nel primo caso si ha un dolore sub-continuo, a volte nettamente ‘intermittente’; la sintomatologia dolorosa inizia «al tramonto del sole e terrnina al mezzogiorno, oppure dura dal mezzogiorno alla sera. Può essere anche colpita la metà destra o sinistra del capo … sono dolenti soprattutto gli occhi e le tempie». Si distingue da tale sindrome la ‘vera emicrania’; che oltre al dolore tipico, comprende tutta una serie di disturbi psichici depressivo-neurasteniformi e somatico-vegetativi, infatti in questa malattia: «il male colpisce mezzo capo, destro o sinistro, le tempie, la radice del naso, l’occhio e le sopracciglia … L’emicrania compare ad intervalli … il malato ha gli occhi fissi … ha un dolore profondo dietro l’occhio che sembra venire dalle membrane del cervello … spesso il dolore si irradia al collo … e vi può essere nausea e vomito».
Quando il dolore è lieve «si cronicizza»: l’emicrania al suo acme rende i malati, «stupidi, stanchi … la vita sembra loro un peso … fuggono la luce e stanno nelle tenebre». Inutile commentare tale descrizione dell’attacco emicranico, che non sfigurerebbe in un trattato di neurologia moderno; l’esattezza e la rigorosità della descrizione, il susseguirsi concatenato della sintomatologia, la veridicità dei termini, riescono a rendere viva e reale la descrizione del soggetto sofferente di un attacco emicranico.

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 227-234.

 

 

 

70 d.C.  RUFO DI EFESO

Rufo di Efeso, seguendo la moda del tempo, si dedicò allo studio dell’anatomia cerebrale su scimmie importate appositamente dall’Africa e descrisse accuratamente le diverse parti dell’osso temporale di questi animali. Si interessò anche a fondo dell’anatomia dell’apparato genitale maschile e femminile umano.
Una sua composizione farmacologica chiamata ‘Hiera’, formata da decine di sostanze,
divenne famosa e fu usata per secoli come antidoto. Fece un eccellente studio sulla funzione patogenetica della ‘bile nera’ nella malinconia; descrisse accuratamente l’incrociamento dei nervi ottici e suddivise, sebbene fosse cosa nota da tempo, le radici nervose midollari in motorie e sensitive.
Aderì all’idea aristotelica sulla sede cardiaca della forza vitale, e del valore del polso arterioso quale segno concreto (fisico) di essa. …

Il maggior contributo alla psichiatria clinica Rufo di Efeso, lo diede con una accurata opera sulla malinconia, andata perduta ma citata da Galeno e in parte riportata nella antologia medica di Aetio di Amida.
L’etiologia della malinconia è anche per lui un disturbo ‘umorale’: la bile nera, umore ‘freddo e secco’ giunge in maggior copia al cervello, per via ematica e ne causa l’intossicazione’. Anche nell’ipocondria si possono avere disturbi delle funzioni mentali, ma derivano invece da disfunzioni dello stomaco, tanto è vero che frequenti sono in questa malattia ‘le flatulenze’; vi sono poi malinconie insorte per ‘consenso’, in corso di malattie cardiache e dell’apparato digerente. … Il delirio malinconico è inderivabile in via psicologica, è segno di una malattia organica come la febbre, il tremore e le convulsioni. La bile nera giungendo al cervello ‘intossica’ la mente, disturba il funzionamento degli ‘spiriti
animali’ e altera il giudizio di realtà, rende l’uomo psicotico come Bellerofonte, che «miser in campis moerens errabat Aleis ipse suum cor edens, hominum vestigia vitans». I malinconici di Rufo fuggono l’uomo, si nascondono nei cimiteri, temono il castigo degli dei e desiderano la morte, perché «la ragione nella malinconia prende il colore della bile». Siamo davanti ad una vera e propria somatosi e i deliri sono derivabili dal basilare disturbo dismetabolico; l’umore nero, la bile, colpisce, come dirà Galeno, «princeps animi … quae totum animal gubernat, est in cerebro et eius basi collocata … in basi cerebri residet».
Vi è un tipo di malinconia, detta flatuosa o ipocondriaca, che non deriva da umori ma da «vapori putridi che salgono dallo stomaco al cervello». Qui Rufo accetta l’ipotesi biologica aristotelica circa il fatto che se gli umori si ‘depravano’, possono dar luogo a cataboliti tossici, dei ‘residui’, detti vapori, trasformazione chimica del liquido organico diventato gassoso: questi ‘vapori’, intorbidano la mente e creano l’ ‘ipocondria’. …

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 227-240.

 

 

 

La Scuola Medica Eclettica

Accanto ai seguaci: delle scuole mediche solidistiche, umorali e a quelle pneumatiche fra il I secolo a.C. ed il IV secolo d.C. vi sono medici non legati ad alcuna scuola filosofica, ma operanti tramite un lavoro di mediazione e di sintesi fra i diversi indirizzi medico-filosofici.
Le correnti razionalistiche e dogmatiche cercano di risalire dai ‘segnì’ alle ‘cause’ le metodiche sono legate alla teoria meccanica dello stretto e del largo, le empiriche agiscono in rapporto all’ ‘experientia facta’ e alle possibilità di ‘cura’, invece gli eclettici riconoscono la difficoltà intrinseca per una giusta soluzione gnoseologica (Galeno).
Per essi il sapere umano è incerto: il medico greco Sextus che lavorò ad Atene e ad Alessandria nel secondo secolo a. C., sviluppò queste idee metodologiche. Gli eclettici un po’ come gli empirici alessandrini aderivano a questa e a quella teoria medica, purche servisse alla delucidaz10ne del singolo caso clinico. D’altronde già Celso aveva notato che solo con delle «congetture sui dati empirici» si poteva portare contributi originali e validi in medicina.
Prende un certo rilievo la scuola eclettica attorno al periodo dell’impero di Traiano, con un celebre gruppo di medici e anatomici: Rufo di Efeso, Marinus, Quintus e Pelops.
II lavoro scientifico di questi medici portò un notevole contributo alla conoscenza anatomica del sistema nervoso, prima dell’opera di Galeno ancora poco conosciuto. Marinus, scrive Galeno, «studiò molto diligentemente l’anatomia dei muscoli» ed enumerò sette paia di nervi cranici; descrisse, sembra per primo, il decorso dei nervi ‘palatino’, ‘gustatorio’ (ipoglosso) e stato acustico, allora definito V nervo cranico.

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 239.

 

 

 

I secolo. CASSIO detto JATROSOFITA

Visse a Roma nel I secolo d.C. un medico di nome Cassio detto Jatrosofita, che scrisse un volume di problemi medici intitolato forse in omaggio ad Aristotele, «Problemata». È un piccolo volume, scritto con stile piano, limpido, adeguato e preciso. Alcune posizioni fisiopsicologiche concordano con le teorie vitalistiche, altre con le umorali. Il corpo umano è ritenuto simile a una ‘forma’, contenente una forza, un ‘pneuma’. Cassio accetta l’impostazione aristotelica, per la quale il corpo è mosso da una forza (entelechia), un calore vitale; per Cassio l’origine di questa energia è di natura meccanica e non biochimica, nasce dalla «confricazione degli atomi degli organi», denotando così con questo approccio
l’influenza meccanicistica della corrente ‘solidistica’ di Asclepiade e Temisone.
In modo analogo spiega il sonno: ‘un rilasciamento’, un laxum dello spazio interatomico dei pori, che diminuisce il calore vitale e provoca il sonno, che è niente altro che un periodico venir meno del tono vitale; la genesi anche secondo Leucippo e Democrito è in una modificazione del movimento degli atomi in un loro rallentamento. …

Per tutto l’evo antico, da Alcmeone a Galeno, fu convinzione diffusa che il cervello avesse una diretta comunicazione con le fosse nasali tramite la lamina cribrosa: anche l’orecchio esterno per la membrana timpanica comunicava col cervello e il secreto rilevabile nelle riniti purulente croniche e nelle otiti, era ritenuto la ‘pituita’, un umore biancastro e di sapore dolce; altra pituita era ritenuta l’urina, lo sperma ed il liquor cerebrospinale. Alcmeone fu il primo che pensò al cervello come a «una ghiandola», che secernesse anche sperma che poi per via del midollo arrivava sino ai testicoli.
Anche Pitagora, fondatore della scuola naturalistica umorale, credeva che il cervello fosse una ghiandola ove si formavano il sangue, gli umori e la linfa: il cervello per gli umoralisti non è quindi solo una stazione ricevente e integrante (meccanica) come pensavano gli atomisti, ma è un tessuto vitale, con una funzione neurochimica, secretoria che collega, con particolari sostanze, tutte le parti del corpo. Il legame fra il corpo e il cervello è mantenuto da una funzione secretoria, da sostanze chimiche che immesse nel sangue si diffondono nei tessuti: il centro principale di questa attività secretoria per Galeno è nella ghiandola epifisi.
Ippocrate, Galeno, Aetio di Amida e altri medici del mondo antico erano convinti assertori dell’attività secretoria neurochimica del cervello e della sua connessione con l’esterno tramite la lamina cribrosa e l’orecchio medio. Cassio aderisce a questa idea anatomo-fisiologica e scrive: «… per la lamina cribrosa … una parte dello spirito vitale è attratta nel cervello … l’organo dove nascono i nervi per il senso e per il moto», nel cervello si formano gli umori e una energia sottile detta ‘spiritus’. Da ciò deriva l’uso terapeutico di purganti e lassativi in affezioni mentali nella convinzione di diminuire la concentrazione cerebrale delle sostanze tossiche: Cassio usava l’aloe, la colocintide, il timo, l’agarico ed il succo di uva per la cura della mania, della malinconia e dell’epilessia. …

Fu il primo medico del mondo antico che descrisse i disturbi soggettivi conseguenti a un violento trauma cranico, definiti in modo analogo a quello usato nella psichiatria moderna. I pazienti che hanno subìto un trauma cranico, «hanno sonnolenza eccessiva o sono insonni … è come se sentissero i rumori e le voci più forti o meno di quelle che in realtà esse sono»; soffrono di una sintomatologia astenico-iperestesica paragonabile alla attuale neurastenia post-traumatica.
Suddivise i traumi cranici in due gruppi a seconda esistesse o no una comunicazione della ferita con le meningi, cioè in traumi aperti e chiusi. Nel secondo caso la prognosi è benigna mentre nel primo, quando «la lesione al capo abbia causato anche una compromissione delle meningi la malattia è spesso mortale … e prima del decesso compaiono anche convulsioni».
Cassio classificò quindi i traumi cranici in un tipo senza soluzione di continuità del tessuto cutaneo e osseo che si manifestano con disturbi soggettivi; un altro con ferita al capo ad andamento benigno e infine gravi traumi craruc1 aperti con prognosi grave; in questi ultimi, osservazione di non comune rilievo nel mondo antico, rilevò convulsioni epilettiche quale sintomo di diretta lesione del tessuto cerebrale. Si hanno traumi cranici infine nei quali l’unica manifestazione patologica è la perdita di coscienza, anche prolungata «encefalitide occulta» (la nostra commotio cerebri).
Cassio fu anche neurofisiologo e neuro-anatomico si interessò del meccanismo dei movimenti coniugati oculari spiegandone la simultaneità con l’esistenza di un unico centro cerebrale, che ricevendo da ambedue gli occhi l’immagine «pone quindi in rapporto i due occhi fra di loro»; confermò con accurati studi «la decussazione» delle vie motorie piramidali e sensitive cerebro-midollari.
Il suo indirizzo terapeutico fu spesso adeguato e adatto al carattere della malattia: sappiamo da Oribasio che consigliava ai malati psichci esercizi ginnici e sportivi, il cavalcare, il nuotare e l’uso di acque minerali. Riferisce Oribasio che Cassio davanti ad un malato soporoso con difficoltà respiratorie per ostruzione meccanica delle vie aeree da muco, intervenne urgentemente e con viva forza gli aprì la bocca e piano piano, con le mani, asportò la sierosità che impediva la respirazione.
Preparò un tipo di elleboro dosato giustamente che non manifestava effetti dannosi come quelli abitualmente in uso, come violento vomito, diarree e spesso decessi a causa di una eccessiva concentrazione della droga.
Analizzò il piacere (‘voluptas’) definendolo uno stato simile al sonno, conseguenza
di «remissio corporis». Spiegò con la teoria dei ‘vapori’, la pesantezza al capo che ugualmente è avvertita dopo «una grave privazione di sonno».
Fu il primo medico che definì ‘morbillo e petecchie’, le eruzioni cutanee che si hanno in alcune malattie esantematiche dei bambini. Buon osservatore clinico descrisse una sintomatologia vertiginosa «vertiginem … circulares in gyrum cursus» … riferibile all’attuale sindrome di Meniére. Conosceva l’incrociamento delle vie motorie centrali come si vede dalle sue parole: «la lesione del cervello e a sinistra se la paralisi è a destra perché i nervi alla loro origine, alla base del cervello si incrociano».
Spiegò la relativa facilità dell’insorgenza di reazioni febbrili nei bambini a causa del «maggior calore animale» che ha il corpo in questa tenera età. Notò anche una sintomatologia dolorosa al capo accompagnata da lacrimazione e ‘tinnitus’ e precisò che la cefalea è più gravosa di mattina, al risveglio.
Descrivendo il quadro clinico della ‘hydrophobia, quos a cane rabido morsos dicimus», ne annotò la sintomatologia, secondo lui causata da ‘umori’ che dallo stomaco arrivano al cervello e ne elencò i sintomi neurologici come il «tremito … le convulsioni … i deliri»; spiegò la causa di questa malattia correttamente ponendola in rapporto «con morsi di cani ammalati … che a causa della estate diventavano ancora più caldi … furiosi … rabbiosi … e impazzivano … » (Rufo di Efeso, Possidonio ).

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 241-244.

 

 

 

 

Dal I secolo verso il Medioevo

LA Storia della Medicina, cioè la lotta dell’uomo contro la morte, la sofferenza e la menomazione, si snoda lungo un itinerario tormentato, che muove dalle credenze religiose e dalle superstizioni popolari verso un sapere sempre più oggettivo e sperimentale.
Dal mondo del folklore, gremito di sogni premonitori e di influssi arcani, protetto da amuleti e da scongiuri, fidente nel rituale e nella pratica della magia, l’umanità esce a  fatica, col suo penoso fardello di dolori, in cerca di sollievo e di sicurezza. Progressivamente la malattia viene dissociata dalla fatalità oscura, dalla condanna di dèi malvagi, dalle interferenze di un superiore ordine celeste imperscrutabile e non attingibile da intervento umano che non sia meramente supplice o propiziatorio. Non a caso il medico antico si identifica col sacerdote e la sua funzione di «salvatore» si ammanta di un carattere sacrale.
Anche qui tuttavia l’Occidente non smentisce la sua vocazione profonda, al tempo stesso razionalistica e pragmatica. Già nei poemi omerici si descrivono e curano ferite molteplici, si applicano cicatrizzanti e ànalgesici, e gli eroi straziati trovano nella narcosi del misterioso «nepente» la quiete ristoratrice. Nel IV secolo la medicina greca appare già matura e degna del nome di scienza: tratta scientificamente slogamenti e fratture con la scorta di conoscenze anatomiche non superficiali, applica bendaggi e suture, risolve fratture craniche depresse con la temeraria trapanazione, teorizza norme igieniche, scopre influenze climatologiche, prende coscienza dell’equilibrio fisiologico e del carattere causale e fisico dei fattori patologici. Respingendo coraggiosamente preconcetti arcaici e timori soprannaturali, il medico si installa accanto al letto del malato, lo studia con infinita pazienza, elabora una rigorosa terminologia e una sintomatologia raffinata, conscio del suo compito di analista e di investigatore teso a capire i processi che determinano la malattia per aiutare le forze della natura a resisterle e a trionfare.
Alla vocazione scientifica dei Greci Roma aggiunge la sua capacità organizzativa e il suo empirismo: nel primo secolo dell’Impero i chirurghi romani attrezzano sale operatorie rigorosamente pulite e dotate di una strumentazione raffinata, giungendo così a praticare con sicurezza interventi sull’ernia e sulla cataratta, asportazioni di aneurismi e di calcoli vescicali, parti cesarei e perfino la rischiosissima resezione del gozzo. Si instaurano allora la medicina legale e quella sociale, nascono i grandi ospedali organizzati, specie i valetudinaria delle zone di frontiera per i legionari feriti o ammalati; larga diffusione assumono le pratiche igieniche e le cure termali. La farmacopea ufficiale descrive ormai e impiega centinaia di sostanze organiche e inorganiche, di piante medicinali e di elaboratissimi composti. Il medico gode di alto prestigio sociale: è ormai un laico e un libero professionista, presente con soldo di ufficiale nei reparti in armi, su ogni nave, in ogni comunità, e deve questo prestigio non solo al suo potere di risanatore, ma alla dignità morale cui si ispira la sua azione umanitaria, grazie all’effettiva adesione delle coscienze al vecchio giuramento ippocratico, che impone una condotta ispirata al disinteresse, allo zelo
genuino per il bene del paziente, ed esige via via pudore, riservatezza, candore di costumi, serenità, coraggio nel decidere, studio continuo, assoluta incorruttibilità.

Col progressivo deteriorarsi dell’organizzazione imperiale queste strutture si sfaldano. La circolazione delle notizie scientifiche si arresta, le scuole si fanno deserte, le biblioteche crollano tra gli incendi. L’insicurezza, il senso di precarietà delle istituzioni e dei valori inducono scoraggiamento, sfiducia nella umana ragione e, per converso, un passivo, confidente abbandono alle forze rassicuranti del soprannaturale. La stessa diffusione del cristianesimo, coi racconti evangelici fittamente intessuti di guarigioni miracolose, dà nuova esca al convincimento che la salute debba essere impetrata dalla benignità divina
piuttosto che attenderla dalla sapienza umana, tanto spesso impotente e fallace. Nel IV secolo la decadenza della medicina è già completa; il bagaglio culturale si riduce a compendi scarni di antichi testi dimenticati, a dimesse compilazioni empiriche, a libretti di divulgazione popolare, a ingenue raccolte di stravaganze superstiziose. Le grandi invasioni barbariche finiranno per travolgere anche questi ultimi relitti del sapere antico e si dovrà attendere la splendida fioritura della medicina araba tra il IX e l’XI secolo per veder rivivere in essa – grazie alle folte versioni e rielaborazioni – l’eredità pregnante della scienza medica antica, destinata a rientrare nel vivo della civiltà europea e a fecondarla di nuovi  impulsi attraverso l’affascinante periplo che va dalla Siria a Baghdad, dal Cairo a Siviglia, per reimmettersi poi, grazie all’opera paziente dei traduttori latini dell’XI e del XII secolo, nei canali disseccati della nostra cultura.

Da quel momento la medicina dell’Occidente torna a vivere di vita propria, dapprima quasi sgomenta dinnanzi a quello sterminato bagaglio di nozioni confuse, contraddittorie, non di rado fraintese, e per conseguenza quasi paralizzata da timori reverenziali e da un’accettazione succuba e ripetitiva. Ma poi la scienza riprende slancio, avvia il raffronto critico e la sperimentazione, ricupera progressivamente gli originali greci perduti, instaura nelle Università la contrastata dissezione anatomica, giunge infine con l’Umanesimo a
ritrovare intera e vitale la sua vocazione originaria alla concretezza razionale, alla conquista analitica del dato umile e certo, e al fianco delle altre scienze sorelle coopera validamente all’instaurazione della «nuova scienza» e del mondo moderno.

Testi medici dell’alto medioevo.
Dei testi di argomento medico anteriori al fiorire della scuola salernitana possediamo, grazie ad uno studioso italiano, un eccellente catalogo [A. Beccaria, I codici di medicina del periodo presalernitano, Roma, 1956.]. Vi sono illustrati 145 codici occidentali di insigne vetustà, vergati tra il IX e l’XI secolo, che ci tramandano circa un migliaio di scritti che interessano quasi ogni aspetto dell’arte: ma chi si attendesse di poter così spaziare su una documentazione doviziosa del sapere di quell’età andrebbe presto deluso. Anche quando non si tratta di ricettari empirici o di formule superstiziose, le scritture si presentano in forma estremamente laconica, piuttosto appigli per la memoria che trattazioni sistematiche, e spesso si intravede ancora, al di là del contesto lacerato e immiserito, l’immagine semicancellata di una ben più ampia trattazione classica rozzamente compendiata e talvolta fraintesa. Più che testimonianze di una scienza in progresso, queste povere scritture sembrano relitti scampati occasionalmente al naufragio del mondo antico. Alla degradazione culturale si accompagna quella filologica. Nei codici le corruzioni pullulano ad ogni pagina; i nessi sintattici, financo le più elementari concordanze grammaticali, si spezzano; copisti volonterosi, ma che serbano conoscenze alquanto vaghe del latino, scrivono pervicacemente parole usuali e parole immaginarie in luogo di quelle sconosciute o non ben decifrate degli originali. Nei casi estremi si incontrano addirittura sequenze di fonemi privi di senso, ricalchi approssimativi e patetici di calligrammi ormai incomprensibili. Ricostruire in forme plausibili testi tanto deteriorati è possibile solo ove soccorra l’ausilio di più di un esemplare superstite e a patto di non ricusare a priori un testo medio congetturale, ricostruito per sovrapposizione di tante copie variamente infedeli. Ho compiuto questa operazione faticosa e problematica per una decina di brevi scritti di deontologia medica e di storia della medicina, mediante l’ausilio di quindici codici di varia provenienza, di cui sei del secolo IX e quattro del X. Il quadro che emerge da questo sudato manipolo di testi è quello di una persistenza tenace degli ideali emersi dal giuramento ippocratico, nei quali si mescolano qua e là influssi dell’etica cristiana (ben presenti d’altronde nell’altruismo caritativo della medicina monastica e dell’ospitalità conventuale) accanto a spregiudicate velleità di successo economico e di prestigio ciarlatanesco.
Al primo atteggiamento si accosta l’ignoto che suggerisce al discepolo di non ricusare il compenso offerto, ma di rimettere il debito, in gloria di Dio, al paziente che ricusa; al secondo, quel Teodoro che ingiunge di farsi pagare senza remissione e fintanto che il malato è attanagliato dal dolore. Si tratta di un detto ricorrente, espressione di un certo cinismo professionale.
Di solito la figura ideale del medico viene delineata con tratti di alta dignità e di rigore morale: si vuole che esso sia contegnoso, non ricercato nel vestire né appariscente, alacre, svelto, robusto, assiduo nello studio, giudizioso, bonario, prudente, taciturno, discreto, casto, sobrio, affabile, allegro, sottile ragionatore, senza vizi, non corrotto né corruttore. Su questa austerità si fonda il suo prestigio sociale non meno del suo successo, ed è perciò che si biasimano le vesti troppo sfarzose, le chiome prolisse, le unghie non recise, la ricerca di vane esteriorità intese a stupire le anime semplici. Ma altri, più incline alla ciarlataneria, sembra puntare invece proprio sullo splendore della veste, sull’incesso solenne, sulla capigliatura rigonfia, per far colpo sui pazienti indecisi nella scelta del medico; un altro ancora suggerisce di levarsi presto la mattina per essere il primo ad andare in caccia di clienti. Anche la silenziosa riservatezza diventa calcolo, quando è suggerita al fine di non propalare fra i non iniziati i fin troppo facili segreti dell’arte; e non mancano di affiorare qua e là precoci gelosie accademiche per il migrare dei discepoli dall’un0 all’altro maestro o l’instaurarsi di una solidarietà professionale ad oltranza, che impone di non censurare mai un collega, anche se ha sbagliato la cura. Fra le intrusioni superstiziose va notato l’assioma: «Chi mostrerà desiderio di lavarsi, morirà entro tre giorni»; e con qualche malizia si può osservare che è proprio il consigliere più avido e venale quello che più dubita del proprio sapere e consiglia di invocare la salute da Dio, che in fin dei conti «è l’unico medico».
Ma non mancano intuizioni sottili, come quella del valore della psicologia curativa e del flusso di simpatia e fiducia che deve correre dal medico all’ammalato, sollevandone l’animo oppresso e predisponendolo alla guarigione; l’inno alla potenza benefica del
guaritore sembra qui saldare il prestigio ieratico o istrionesco dei tempi oscuri con le future conquiste della medicina psicosomatica. E uno almeno di questi brevi testi, il Quomodo visitare debeas infirmum, che sembra vergato in territorio italiano agli albori del secolo X, rappresenta un piccolo gioiello per il rigore asciutto del metodo e la già matura consapevolezza della sola via su cui può avanzare la medicina scientifica. Basta all’ignoto autore una mezza paginetta per affermare le fondamentali istanze cliniche: attenzione specifica e rispetto per la personalità individuale del malato, anamnesi scrupolosa, raccolta di una completa sintomatologia prima di approdare alla diagnosi. Il momento terapeutico, affidato ad una collaudata empiria, passa in seconda linea: curare significa riconoscere la«causa» del male, dopo di che l’intervento sarà «facile». Vien da sorridere se si pensa alle conoscenze irrisorie e allo sparuto corredo di medicamenti di cui quel medico poteva disporre: ma la sua lucida presa di coscienza di un mondo fisico governato dalla concatenazione di cause ed effetti lo pone al centro di una visione «scientifica» del reale, e il suo ottimismo, ingenuo e vigoroso al tempo stesso, suona come un precorrimento di conquiste future.

Elenco dei 15 Mss. con la sigla usata per designarli nell’apparato e l’indicazione dei testi che qui interessano compresi in ciascuno di essi:
A – Roma, Bibl. Angelica, cod. 1502 (sec. XII) , fol. 1r: testo II.
B – Bruxelles, Bibl. Royale, cod. 1342-50 (fine del sec. XI o inizi del XII), fol. 1vb-3rb: testi I e X; fol. 52vb-53va: frammento dello stesso testo X.
B’ – Bruxelles, Bibl. Royale, cod. 3701-15 (minuscola del sec. IX; provenienza dalla Biblioteca dei duchi di Borgogna), fol. 5v: testo III; fol. 7r: testo II; fol. 12r: testo VII.
Ba – Bamberg, Staatliche Bibliothek, cod. Med. 1 (minuscola della prima metà del sec. IX), fol. 6r: frammento di una sola facciata che comprende le ultime righe del testo I, il secondo brano (in stesura non abbreviata) del testo IX e le prime righe di un trattato di Vindiciano Afro.
E – San Lorenzo del Escorial, Biblioteca, cod. a. IV. 6 (sec. XIV-XV), fol. 197: testo VI.
G – Glasgow, Hunterian Museum, cod. V. 3. 2 (minuscola beneventana degli inizi del sec. X), fol. 14v-15r: testo VIII; fol. 27v: testo II.
L – London, British Museum, cod. Additions 8928 (minuscola del sec. X), fol. 8r: testo VIII; fol. 10v-11r: testo I (mutilo); fol. 14f: testo II.
M – Montpellier, Bibl. de la Faculté de Médecine, cod. 185 (minuscola del sec. XI; provenienza dall’abbazia di St. André de Villeneuve presso Avignone), fol. 1000v: testo VIII.
Mc- Montecassino, Archivio della Badia, cod. V. 97 (minuscola beneventana degli inizi del sec. X; redatto a Montecassino), fol. 4ra: testo VIII.
P – Paris, Bibl. Nationale, cod. Fonds Latin 11219 (minuscola della metà del sec. IX; redatto nella Francia occidentale e proveniente dall’abbazia di Echternacht in Lussemburgo), fol. 12ra: testo II; fol. 12v-14r: testo IV; fol. 14r-15r: testo III.
P’ – Paris, Bibl. Nationale, cod. Fonds Latin 7028 (copiato probabilmente a Nonantola nell’ultimo ventennio del sec. X dal monaco calabrese Giovanni Philagathos, il futuro antipapa Giovanni XVI, per il suo imperiale discepolo Ottone III), fol. 1r-4r: testo IX, che ingloba il testo I.
S – St. Gallen, Stiftsbibliothek, cod. 751 (minuscola della seconda metà del sec. IX; provenienza da area romanza, probabilmente italiana), pp. 335-336: testo I e testo IX; pp. 337-339: testo III; pp. 358-359: testo V.
S’ – St. Gallen, Stiftsbibliothek, cod. 762 (minuscola della prima metà del sec. IX), pp. 263-266: testo IV.
V – Roma, Bibl. Apostolica Vaticana, cod. Barberiniano lat. 160 (minuscola del sec. XI), fol. 288r : testo VIII.
Z – Zürich, Zentralbibliothek, cod. C. 128-32 (sec. XI), fol. 1o3v-1o4r: testo I (mutilo); fol. 1o4f: testo II.

Da Firpo L., Medicina Medievale, UTET, 1971.

 

 

130-210.   CLAUDIO GALENO.

Galeno di Pergamo (129 – 201) è stato un medico greco antico, i cui punti di vista hanno dominato la medicina occidentale per tredici secoli, fino al Rinascimento, quando cominciarono lentamente e con grande cautela a essere messi in discussione, per esempio dall’opera di Vesalio. Dal suo nome deriva la galenica, l’arte di preparare i farmaci da parte del farmacista in farmacia.

L’atteggiamento di Galeno in questo ambito è articolato principalmente su due versanti: da un lato c’è l’ippocratismo, la fisiopatologia umorale, il sapere clinico, prognostico e terapeutico, indispensabile per la pratica medica quotidiana. Dall’altro lato si situano l’anatomo-fisiologia aristotelica e soprattutto il grande patrimonio degli anatomisti alessandrini ed ellenistici, principalmente Erofilo, (l’atteggiamento di Galeno riguardo a Erasistrato è controverso, poiché gli riconosce talento anatomico ma rifiuta quella che considera una sua deriva antifinalistica, meccanicistica e quasi epicurea. Questi due versanti presentano difficoltà di saldatura, poiché l’anatomo-fisiologia non ha particolari applicazioni terapeutiche (tranne che in chirurgia) mentre la medicina ippocratica non ha alcun fondamento anatomico, e questa convivenza non è di semplice gestione nella medicina unificata di Galeno. Questa duplice tradizione costituisce comunque la “buona scuola” in medicina, alla quale si contrappone quella materialistica e meccanicistica, ispirata da Epicuro e da Erasistrato: di questa fanno parte Asclepiade e la setta dei metodici, come Tessalo e Temisone (situata intorno al I secolo a.C).

Secondo Galeno il grande problema della medicina consisteva appunto nella perdita di un orizzonte unitario, causata dalla divisione in scuole rivali, (come quelle filosofiche) al contrario delle scienze matematiche che apparivano molto più unite; inoltre il dissenso tra le diverse tradizioni indeboliva la medicina sotto il profilo epistemologico esponendola alle critiche degli scettici. Egli classificò le scuole presenti all’epoca in tre classi: metodica, empirica e dogmatica. Quella empirica e metodica rifiutavano la necessità dello studio dell’anatomia per il medico professionista, poiché non era necessaria per la diagnosi e la terapia delle malattie, che poteva basarsi sull’esperienza. Questo orientamento però rischiava di ridurre il livello culturale della medicina, (che Galeno avrebbe voluto pari a quello della filosofia e delle scienze maggiori) riducendola ad una semplice tecnica manuale: il caso limite di questa degradazione era rappresentato appunto dai metodici, i quali sostenevano che bastassero sei mesi per formare un buon medico (a causa di una teorizzazione della medicina estremamente semplicistica) con il risultato di aprire l’accesso all’arte medica a una folla di incompetenti.

L’anatomia effettivamente più che alla pratica clinica era utile alla dignità culturale della medicina, ed era utile anche in ambito filosofico, “per insegnare l’arte della natura operante in ogni parte del corpo”. Consentendo di descrivere perfettamente il rapporto tra le strutture degli organi e le loro funzioni, l’anatomia costituiva la prova scientifica dell’esistenza di un ordine e di un senso provvidenziale del mondo, offrendo un fondamento certo alle tesi finalistiche che le filosofie potevano argomentare solo retoricamente. L’anatomia quindi poteva costituire “il principio di un teologia rigorosa”, ed era quella conoscenza in grado di dare alla medicina un ruolo culturale complessivo, in una società in cui era forte il bisogno di rassicurazione sull’ordine e sul senso del mondo.
Ai razionalisti e dogmatici (Erofilei ed Erasistratei) fedeli alla tradizione della “buona scuola” medica e quindi al primato dell’anatomia, Galeno rimproverava invece la rinuncia a includere nel sapere medico la teoria dei quattro elementi primi della materia (aria, acqua, terra, fuoco) e le qualità corrispondenti ad essi (caldo/freddo, umido/secco). In questo modo essi privavano la medicina del suo fondamento “bio-fisico”.

Secondo Galeno dunque unificare la medicina significava ridare orientamento unitario alla professione, cioè omogeneità nella preparazione dei medici, affidabilità delle terapie ed espulsione di ciarlatani e incompetenti; mentre sul piano epistemologico significava costruire il sapere medico su una struttura fondata di teorie coerenti, sul modello delle matematiche.
Si trattava quindi di escludere dal sapere medico il materialismo e i metodici, oltre a riunificare gli empirici, che si riconoscevano nell’eredità ippocratica, con i dogmatici, che si rifacevano all’anatomia alessandrina. Questa alleanza era necessaria anche per una ragione epistemologica, infatti secondo Galeno il sapere medico doveva essere fondato da un lato sull’evidenza razionale, dall’altro su quella empirica.

Lo spirito animale nel cervello controlla movimento, percezione e sensi, lo spirito vitale nel cuore controlla il sangue e la temperatura corporea, mentre lo spirito naturale nel fegato regola alimentazione e metabolismo. Galeno ha accresciuto la sua conoscenza compiendo esperimenti con animali vivi, descritti accuratamente nella sua opera Procedimenti anatomici. Uno dei suoi metodi consisteva nel dissezionare pubblicamente un maiale vivo, tagliando consecutivamente le fasce dei suoi nervi finché, tagliato anche il nervo della laringe (ora conosciuto anche come nervo di Galeno), il maiale smetteva di stridere. Legò gli ureteri di animali vivi per mostrare come l’urina provenisse dai reni. Sezionò i midolli spinali per dimostrare la paralisi, e così via.

Come medico dei gladiatori studiò le ferite. Si rese conto che una lesione sui nervi esterni della colonna produce insensibilità nel tronco da quel punto in giù. Alcune delle conoscenze di Galeno sono corrette anche alla luce delle attuali conoscenze scientifiche: dimostrò che le arterie trasportano sangue (non aria, in contrasto con Erasistrato e la tradizione greca antica); effettuò i primi studi sulle funzioni dei nervi, del cervello e del cuore; sostenne inoltre che la mente era situata nel cervello e non nel cuore, a differenza di quanto affermava la tradizione aristotelica. Per quanto riguarda la circolazione sanguigna, capì che i sistemi arterioso e venoso erano intercomunicanti attraverso minuscoli vasi (ἀναστομώσεις, anastomoseis), tuttavia si sbagliò sul cuore ritenendo che il sangue potesse passare direttamente dalla parte destra a quella sinistra (questo modello di circolazione sanguigna verrà superato solo nel XVII secolo con Harvey).

Galeno seziona e viviseziona animali, rilevando le analogie tra la loro fisiologia a quella umana. Nel trattato Sui semplici, in ossequio alla tradizione ippocratica che sosteneva che nella natura c’è il rimedio di ogni male, parla di piante aventi funzione curativa anticipando la medicina naturalistica. Il Galenos era una soluzione di alcol ed oppio che aveva effetti analgesici su quasi tutti i mali dell’epoca. Questo preparato aveva effetti collaterali e rese dipendente dall’oppio l’imperatore Marco Aurelio. Galeno non adottò il bendaggio per bloccare le emorragie, ma perorò invece vigorosamente la pratica terapeutica del salasso (in ossequio alla sua teoria umorale) come rimedio ad una grande varietà di patologie.

Da https://it.wikipedia.org/wiki/Galeno

Galeno: il cervello.

Perché si deve fornire dal cervello la refrigerazione per il cuore, quando vediamo che la respirazione, azione così continua e incessante, finché vive l’animale, può refrigerare in due modi, da una parte nelle inspirazioni con fornitura di qualità fredda, dall’altra con l’emissione dell’aria calda nelle espirazioni? a meno di credere che l’aria è più calda del cervello, e che il cuore, raffreddato meno del giusto da essa, abbia bisogno del sussidio del cervello, che sarebbe naturalmente più freddo. Ora, o questa gente cerca di gridare più forte della verità, o ignora i fatti evidenti. Si riscontra in tutti i casi che il cervello è molto più caldo dell’aria, sia che operiamo un uomo con una frattura cranica, sia che vogliamo usare il cervello di un animale qualsiasi per esperimento, aprendogli il cranio, poi tagliando le meningi e toccandolo. D’altra parte nessuno ignora che mettiamo la massima cura nel tagliare le ossa della testa il più celermente possibile perché non si raffreddi il cervello, e che, se si raffredda, è quanto di peggio possa capitare al paziente col capo fratturato. Eppure, se l’aria fosse più calda del cervello, questo non sarebbe raffreddato da quella. Ora invece, anche se è estate, si raffredda facilmente, e necessita anche allora d’essere riscaldato immediatamente, poiché non solo esso stesso non è freddo, ma non tollera senza danni neppure la vicinanza di una sostanza fredda. Ma il danno avviene per il raffreddamento delle meningi e non per il cervello, specialmentee della meninge sottile che contiene moltissime vene e arterie e pulsa contmuamente cosa che non avviene senza un calore bollente.
Dunque, 0 valentuomini, voi reputate che la meninge sottile sia calda, e poi osate dichiarare che il cervello è freddo, così com’è tutto inviluppato in essa da non esservi
parte del cervello che ne sia privo? Oppure ignorate questo e reputate che il cervello sia solo contenuto in essa ma non ne sia cinto e avviluppato da ogni parte? Anche se fosse solo contenuto, certo non sarebbe in grado di raffreddare il cuore, situato così lontano, separato da due diaframmi ossei; e non dovrebbe essere riscaldato dalla meninge, che gli sta vicina continuamente, a meno che una parte fredda possa raffreddare le cose che non sono vicine, e che una calda non possa riscaldare neppure le cose vicine. È, io credo, logico
che dicano tali sciocchezze delle persone che non hanno maggior cura della verità che della difesa delle teorie create da loro, e che non credono né ai sensi né alla consequenzialità del discorso, e non si vergognano neppure di quanto la contraddice.
Degli altri ci si meraviglia meno, ma non posso non restare allibito per Aristotele che è attento ai fatti evidenti dell’anatomia e non inesperto della loro funzione e dice egli stesso che i problemi richiedono alcuni una soluzione, altri una correzione, altri l’osservazione dei sensi, ma poi si scopre che non crede ai dati evidenti dei sensi e che si scorda di se stesso. Infatti il tatto trova il cervello sempre più caldo dell’aria circostante: tuttavia egli afferma che il cervello è finalizzato alla refrigerazione del calore della zona del cuore, scordandosi della sua stessa affermaz10ne che la respirazione è stata fatta per questo medesimo scopo. [ … ]
Come è possibile che il cervello non sia più caldo dell’aria, quando è letale per esso raffreddarsi alla temperatura dell’aria? Come è possibile che il cervello sia in grado di raffreddare il cuore, e non piuttosto il cuore in grado di riscaldare il cervello che sta più in alto, quando il movimento di calore è verso l’alto? E perché solo una trascurabile appendice di esso si rivolge al cuore, mentre è evidente che tutti gli organi dei sensi ricevono una grandissima parte dal cervello? Non si può certo obiettare che la sua naturale funzione è di raffteddare il cuore, ma che è utile agli apparati sensori per qualche altro motivo. Se la genesi di un organo è finalizzata al raffreddamento del cuore, è necessario
che raffreddi, a mio parere, essendo come una fonte di raffreddamento, gli organi vicini. Perciò sarebbe il cervello un’anomalia unica, se potesse raffreddare gli organi più lontani e più caldi per giunta con tanti organi che si frappongono, e non fosse capace di produrre lo
stesso effetto sugli organi più vicini, meno caldi e connessi ad esso. Ma – dice – non tutti gli organi dei sensi confluiscono in esso. Perché dici questo, Aristotele? io mi vergogno perfino adesso a ripetere questo discorso. Non finisce in ciascuno degli orecchi un nervo
importante insieme alle stesse meningi? In ciascuna parte del naso non arriva una porzione di cervelo ancora maggiore di quella che va agli orecchi? In ciascuno degli occhi non finisce un nervo molle e uno duro, il primo inserito nella sua radice, l’altro nei muscoli motori? Nella lingua non arrivano quattro nervi, due molli che passano attraverso il palato, due duri che passano accanto a ciascun orecchio? Tutti i sensi dunque sono in relazione col cervello, se bisogna credere agli occhi che vedono e alle mani che toccano. Che dire delle altre parti della struttura del cervello? Che funzione avranno i corpi coroidi, il plesso retiforme, il corpo pineale, il pelvi, l’infundibolo, il corpo fornicato, l’epifisi vermiforme, il gran numero di ventricoli, i canali comunicanti fra loro, la varietà della conformazione, le due meningi, le propaggini che vanno nel midollo spinale, le apofisi dei nervi, non solo verso gli organi dei sensi ma anche verso la faringe, e la laringe e l’esofago, lo stomaco, e tutti i visceri e tutti gli intestini e tutte le parti del viso? Di nessuna di queste parti Aristotele ha tentato di dire l’utilità, come neppure hanno chiarito l’utilità delle parti del cuore coloro per i quali il cervello è il principio di tutto.
(Galeno, L’utilità delle parti, VIII, 2-3, in Opere scelte, pp. 538-41)

Galeno: i nervi.

Per il movimento volontario la natura ha costruito un solo tipo di organi, i cosiddetti muscoli. Perciò benché tutti i nervi abbiano entrambe le facoltà intendo dire la sensibilità e il movimento, nessuna delle altre parti che ricevono nervi si muove per nostra volontà,
ma sente solamente, come la pelle le membrane le tuniche, la vescica, lo stomaco, tutti i visceri e uno dei due tipi di ghiandole. A che scopo dire che gli organi dei sensi abbisognavano di nevi a questo fine? Si è parlato già in precedenza di tutti nei passi specificamente dedicati ad essi.
È tuttavia necessario rammentare ancora che la natura non inserì senza uno scopo un nervo in nessuna parte, ma solo in quelle che bisognavano di sensibilità o del movimento volontario e non a caso, bensì nervi molli in quelle parti che avevan bisogno di sensibilità
accurata, sempre duri in quelle parti che ne avevan bisogno per eccitare il movimento, gli uni e gli altri in quelle parti che avevano bisogno di entrambe le facoltà.
Anche in questo caso, io credo, la natura ha provveduto a costruire per la sensazione il nervo più adatto a essere modificato e per il movimento quello più adatto ad agire. Quegli organi che non si muovono semplicemente per nostra volontà ma posseggono una sensazione superiore a quella comune a tutte le parti, la sensazione tattile, come gli occhi, le orecchie e la lingua, posseggono sia il tipo molle che il tipo duro di nervi: quello molle s’inserisce in essi nell’organo specifico della sensazione, quello duro invece nei muscoli. Anche lo stomaco, il fegato e gli intestini tutti e i visceri posseggono uno dei due tipi di nervo, quello molle, e così, degli ossi, soltanto i denti, perché sono esposti scoperti agli oggetti e perché essi devono, come tutte le altre parti della bocca, percepire e distinguere assieme alla lingua i gusti. Nei libri precedenti abbiamo infatti mostrato che la natura dota di una sensibilità più alta le parti destinate a venire continuamente in contatto con agenti o taglienti o che spezzano o che erodono o che riscaldano fortemente o raffreddano o in qualsiasi altro modo alterano, affinché l’animale, ammonito dal dolore a darsi aiuto, cacci via ciò che gli nuoce prima che la parte venga deteriorata. Per questo anche nei denti s’inseriscono nervi molli e alcune fibre staccandosi dai nervi di ogni parte entrano in tutta la pelle. Non vi è infatti un nervo specificamente destinato alla pelle al modo in cui un nervo giunge in ciascun muscolo, bensì alcune fibre partendo dalle parti sottostanti pervengono alla pelle per essere ad un tempo legame con le parti sottostanti e organi di sensazione. La discussione comune intorno alla distribuzione dei nervi è dunque questa. […] Per queste ragioni i nervi degli occhi son stati fatti cavi, grandissimi e assai molli; del resto anche gli altri sensi posseggono nervi grandi e molli. Caratteristiche del tutto opposte a quelle di tutte le parti summenzionate hanno mani e piedi, per quanto riguarda l’azione,
la sostanza, la posizione; le loro azioni vengono infatti eseguite in tensione e con forza, la loro sostanza è dura e la posizione distantissima dalla testa. Per questo nessun nervo viene inviato dal cervelo alle dette parti, come del resto neppure agli arti nel loro complesso, bensi braccia e gambe ricevono nervi duri solo dal midollo spinale. Nel complesso tutte le altre parti al di sotto della faccia sono rifornite di nervi dal midollo spinale tranne gli intestini e i visceri e oltre a questi gli organi della voce, perché di essi alcune dovevano comunque essere collegate al cervello e altre, poiché, richiedendo solo la sensazione ed essendo situate vicino alle prime; ebbero in comune gli stessi nervi. Infatti al cuore e al
fegato dovevano andare dei nervi, perché i principi delle facoltà che governano l’animale devono assolutamente essere collegati come si è messo in evidenza nei libri Sulle vedute di Ippocrate e di Platone; allo stomaco e soprattutto al suo orifizio, perché, lo si è fatto osservare, questo richiede una sensibilità particolare. Giacché la voce è la più importante delle funzioni dell’anima in quanto annuncia i pensieri della ragione, essa doveva certamente essere prodotta mediante organi che ricevono nervi dal cervello. Principalmente per uso di questi organi, alcuni nervi si stendono lontano dal cervello, loro origine. Assieme a questi, come s’è detto, alcune piccole diramazioni vengono assegnate agli intestini, ai reni, alla milza, al polmone e all’esofago, ma di questi si parlerà un po’ più avanti.
(Galeno, L’utilità delle parti, XVI, 2-3, in Opere scelte, pp. 787-91)

Galeno: l’anima e il cervello.

Le facoltà dell’anima seguono i temperamenti del corpo: ho trovato questo discorso vero in ogni caso e utile a coloro che vogliono ornare la propria anima, non una sola volta o due, ma moltissime volte, e non per i miei soli controlli e svariate ricerche, ma sia all’inizio insieme con i miei maestri, sia in seguito con i migliori filosofi. E questo perché, come esposi nel mio trattato Sui costumi, per mezzo dei cibi e delle bevande e anche per mezzo di ciò che quotidianamente facciamo noi realizziamo un buon temperamento e con questo possiamo dare all’anima un contributo per raggiungere la virtù, come si racconta che facessero Pitagora, Platone e i loro seguaci e taluni altri antichi. Il punto di partenza di tutto il discorso che farò è la conoscenza della differenza che vediamo nelle azioni e passioni dell’anima dei bambini piccoli, dalle quali risultano manifeste le facoltà dell’anima. Alcuni bambini infatti appaiono paurosissimi e impressionabilissimi …
alcuni insaziabili e golosi, altri con un carattere opposto; alcuni svergognati, altri invece pudichi … e con molte altre diversità di questo tipo da me tutte trattate in altro luogo. Qui basta indicare, per fare un esempio, le opposte facoltà, che per natura si trovano nei bambini, delle tre specie e parti dell’anima. Da ciò è infatti possibile concludere che la natura dell’anima non è in tutti la stessa: se la sostanza dell’anima loro fosse invariabile essi compirebbero le stesse azioni e subirebbero da parte di cause uguali effetti uguali. È dunque chiaro che i ragazzi differiscono fra loro nella sostanza dell’anima nella misura in cui differiscono nelle azioni e nelle passioni psichiche. Se ciò è vero, allo stesso modo
differiscono nelle facoltà psichiche. Molti filosofi sono già confusi in questo punto, avendo un concetto indistinto delle facoltà: mi sembra infatti che essi si immaginino le facoltà come una cosa che abita nelle essenze come noi abitiamo nelle case, non sapendo che
ciascun accadimento ha una sua causa attiva pensata in relazione a qualcosa e questa causa, come cosa così e cosl, particolare e presa a sé, ha una certa denominazione, ma nel rapporto con ciò che deriva da essa è facoltà (potenzialità) di ciò che da essa deriva; per questo diciamo che la sostanza ha tante facoltà quante ha funzioni, come ad esempio diciamo che l’aloe ha funzione purgativa e tonificante dell’esofago e collificante delle ferite sanguigne, cicatrizzante delle piaghe a superficie piana e essiccante dell’umidità delle palpebre: nessuno di tali effetti è realizzato da altra cosa che dall’aloe. È essa che fa queste cose e si è detto che ha tante facoltà quanti effetti perché può fare queste cose. Diciamo dunque che l’aloe può purgare, rafforzare la bocca dello stomaco e fare incollare le ferite, cicatrizzare le piaghe e essiccare gli occhi umidi, perché non fa alcuna differenza dire che l’aloe può purgare o che ha una facoltà purgativa. Alla stessa maniera, quando diciamo: «L’anima razionale situata nel cervello può [è capace di] percepire per mezzo dei sensi, è capace di ricordarsi da sé delle percezioni e di vedere la consequenzialità e la contraddittorietà delle cose e l’analisi e la sintesi» non dichiariamo altro che se dicessimo in breve: «L’anima razionale ha più di una facoltà: la percezione, la memoria, la comprensione e tutte le altre». Poiché poi non solo diciamo che essa è capace di percepire ma, specificamente, di vedere, udire, odorare, gustare, toccare, di nuovo diciamo che essa ha la facoltà visiva uditiva olfattiva gustativa e tattile. Così Platone disse che essa possiede anche quella facoltà appetitiva, che egli solitamente chiama appetitiva in senso generale, non in senso particolare. Platone afferma infatti che i desideri di questa anima sono numerosi, che anche quelli dell’anima irascibile sono numerosi, ma molto più numerosi e svariati sono quelli della terza anima che proprio per questo chiamò concupiscibile per eccellenza, poiché gli uomini sono abituati così a denominare con il nome di tutto il genere le cose che eccellono fra quelle del genere, come quando dicono che un certo verso è stato
detto dal poeta, che un certo altro è stato detto dalla poetessa: tutti intendiamo che si parla di Omero come poeta e di Saffo come poetessa. Appetitiva è dunque, nel significato comune di appetizione [desiderio], della verità, della scienza, delle conoscenze, della comprensione, della memoria e complessivamente di tutte le cose belle quella parte dell’anima che sogliamo chiamare razionale; la parte irascibile è invece appetitiva della
libertà, della vittoria, del dominio, del comando e della gloria e della stima; dei piaceri venerei e del godimento che deriva da ciascun cibo e bevanda è appetitiva la parte chiamata da Platone appetitiva per eccellenza: l’anima appetitiva non è capace di avere aspirazione alle cose belle, quella razionale non può aspirare ai piaceri venerei né ai cibi né alle bevande come neppure alla vittoria, al comando, alla gloria, alla stima, e per la stessa ragione, neppure l’anima irascibile può avere le aspirazioni che hanno quella razionale e quella concupiscibile.
Si è mostrato in altro luogo che tre sono le specie dell’anima e che Platone sostiene questa teoria, come pure, naturalmente, che l’una ha sede nel fegato, l’altra nel cuore e la terza nel cervello: Platone è evidentemente convinto che di queste specie-parti dell’anima tutta quella razionale è immortale, io non sono in grado di discutere con lui né che lo sia né che non lo sia. Osserviamo per prima cosa dunque le specie dell’anima che si trovano nel cuore e nel fegato, sulle quali siamo entrambi d’accordo che colla morte vanno distrutte.
Entrambi questi visceri hanno una loro sostanza particolare: ma non cerchiamo ancora quale essa sia esattamente; ricordiamoci piuttosto dell’essenza generale di tutti i corpi, che è stato dimostrato risulta composta di due princìpi, dalla materia e dalla forma, cioè dalla
materia idealmente senza qualità, ma avente in sé la mescolanza [temperamento] di quattro qualità, calore freddo secchezza umidità. Da queste derivano il rame e il ferro l’oro la carne il nervo la cartilagine il grasso e in una parola tutti i corpi da Platone chiamati primigeni e omogenei [dalle parti uguali] da Aristotele.
In conseguenza, quando lo stesso Aristotele afferma che l’anima è forma del corpo dobbiamo chiedere a lui o meglio ai suoi seguaci se dobbiamo intendere la sua espressione «forma» come «configurazione», come nei corpi organici, o il secondo principio dei corpi naturali che fabbrica il corpo che è semplice e omogeneo e che non mostra ai sensi una composizione organica.
Necessariamente risponderanno: il secondo principio dei corpi naturali, se è vero che a questi appartengono le funzioni (altrove ho mostrato ciò, e si dirà di nuovo ora, se occorre).
Se tali corpi constano tutti di materia e forma, e Aristotele stesso ritiene che il corpo naturale derivi dalle quattro qualità insite nella materia, è necessario che la sua forma sia posta come temperamento di quelle, cosicché l’essenza dell’anima è in un certo modo un tempe; ramento, se vuoi, delle quattro qualità, calore, freddo, secchezza, umidità, o di corpi, caldo freddo, secco e umido. Se dunque la parte razionale è una specie dell’anima,
essa è mortale: anch’essa è infatti un temperamento del cervello. Se invece è immortale, come vuole Platone, egli avrebbe fatto bene a scrivere, come ha scritto le altre cose su quel soggetto, perché essa si separa quando il cervello è fortemente raffreddato o troppo riscaldato o troppo essiccato o troppo umidificato. [ … ]
Le facoltà dell’anima saranno dunque per natura modificate a seconda del caldo e del freddo del temperamento, ma non subiranno nessun effetto a seconda del secco e dell’umido? Eppure abbiamo molte prove anche di ciò nei farmaci e nel regime di ogni giorno e le dirò più avanti, avendo prima rammentato il discorso di Platone, secondo cui l’anima sotto l’effetto dell’umidità del corpo giunge all’oblio di ciò che sapeva prima di essere immessa nel corpo. Si esprime quasi con queste parole nel Timeo, in quel passo del libro dove dice che gli dèi formarono l’uomo immettendo l’anima immortale «in un corpo in flusso e deflusso», chiaramente adombrando l’umidità della sostanza dei bambini. In ogni caso di seguito a quel passo dice: «Le anime immesse nel fiume abbondante né lo dominavano né ne erano dominate» e poco più avanti di nuovo: «Molta essendo infatti l’onda che sommergeva e defluiva e che forniva il nutrimento, ancora maggior turbamento procuravano i perturbamenti causati dagli agenti esterni su ciascuno». E in verità trattando tali perturbazioni di seguito dice nuovamente: «Proprio per questi perturbamenti iniziali l’anima in un primo momento è irragionevole, allorché è immessa in un corpo mortale: quando poi sopraggiunge in minor quantità la corrente della crescita
e del nutrimento, e di nuovo le rivoluzioni assumendo tranquillità vanno per la loro strada e si assettano di più col passare del tempo, ormai allora le circonvoluzioni dei vari circoli moventisi ciascuno secondo lo schema naturale prendono la retta via; annunciano correttamente l’altro e il medesimo e rendono progressivamente ragionevole colui che le possiede». «Quando – dice – sopraggiunge il flusso minore della crescita e del nutrimento», ovviamente indicando l’umidità che prima aveva detto essere la causa dell’irragionevolezza dell’anima, poiché la secchezza conduce l’anima all’intelligenza, l’umidità invece all’irragionevolezza. Ma se è vero che l’umidità procura insensatezza e la secchezza procura
intelligenza, l’estrema secchezza procura estrema intelligenza e quella mista a umidità toglierà alla perfetta intelligenza tanto quanto ha con sé d’umidità. Di quale animale mortale il. corpo è tale da non essere fornito di umidità, come i corpi degli astri? Di nessuno, neppure approssimativamente. Cosicché nessun animale mortale è vicino all’estrema intelligenza, ma tutti hanno tanta parte di irragionevolezza quanta ne hanno di
umidità.
Se dunque la parte razionale dell’anima che ha la sostanza di una forma semplice si modifica insieme al temperamento del corpo, che bisogna pensare che succeda alla forma mortale di essa? Non è chiaro che è in tutto schiava del corpo? Sarà meglio dire, non che essa è schiava, ma che la parte mortale dell’anima, è proprio il temperamento del corpo. Il temperamento del cuore è la specie irascibile dell’anima, quello del fegato è quella specie chiamata da Platone concupiscibile, (da Aristotele nutritiva e vegetativa. Quanto ad  Andronico il peripatetico) per il fatto che osò dichiarare l’essenza dell’anima temperamento o facoltà del corpo, da uomo libero senza oscure complicazioni, lo lodo molto e ne accetto la decisione (trovo Andronico così in molte altre occasioni). Ma nella sua affermazione che l’anima è o temperamento o facoltà derivante dal temperamento,
biasimo l’aggiunta della parola «facoltà». Se infatti l’anima ha molte facoltà essendo un’essenza e questa denominazione di Aristotele è corretta e l’omonimia è stata da lui distinta bene – è chiamata essenza sia la materia che la forma e l’insieme delle due: egli ha
affermato che l’anima è sostanza secondo la forma – non è lecito parlare d’altro che di temperamento, come abbiamo mostrato poco fa. [ … ]
(Galeno, Le facoltà dell’anima, 1-4, in Opere scelte, pp. ‘969-77)

Galeno: il medico e l’anima.

Ippocrate dunque, che fa vedere, in tutto il libro sulle acque e le stagioni, che le facoltà dell’anima dipendono dai temperamenti del corpo, non solo le facoltà delle sue parti irascibile e concupiscibile, ma anche quelle relative alla parte razionale, è il testimone più degno di fede di tutti, se, come è abitudine di taluni, ci si appella a testimoni per la verità delle dottrine. Io non credo a Ippocrate, come fanno i più, come a un testimone ma perché vedo che le sue dimostrazioni sono solide io lodo Ippocrate. Infatti, chi non vede che il corpo e l’anima degli uomini che vivono a settentrione hanno caratteristiche del tutto opposte a quelli che vivono vicino alla zona torrida? Chi non sa che quelli che vivono nelle zone intermedie, coloro che abitano la zona ben temperata sono migliori per intelligenza e saggezza di quegli altri uomini?
Tuttavia, a causa di alcuni di quelli che si autodefiniscono platonici, ma ritengono che l’anima subisca bensì impedimenti da parte del corpo nelle malattie, ma che quando il corpo è sano esplichi le proprie funzioni senza ricevere da quello né giovamento né danno, trascriverò alcuni passi di Platone nei quali egli dichiara che gli uomini hanno giovamento e danno alla loro capacità di giudizio a causa della temperie dei luoghi, senza che il corpo sia ammalato. Nel Timeo, almeno, all’inizio del libro, scrive: «La dea, dopo avervi dato
per primi tutto questo ordinamento e disposizione vi diede dimora scegliendo il luogo nel quale nasceste, vedendo che in esso il buon temperamento delle stagioni avrebbe prodotto uomini assennatissimi», e aggiunge subito: «essendo la dea amante della guerra e del sapere diede loro dimora avendo prima scelto questo luogo che avrebbe dovuto produrre gli uomini a lei più simili». È chiaro da questo passo che Platone attribuisce grande importanza ai luoghi, ossia alle zone abitate sulla terra, per quanto riguarda i caratteri dell’anima, l’intelligenza e il senno, ma egli scrive nel quinto libro delle Leggi: «Infatti, o Megillo e Clinia, non vi sfugga, in merito ai luoghi, neanche che essi differiscono riguardo
al generare uomini migliori e peggiori». Chiaramente qui egli afferma di nuovo che i luoghi generano uomini migliori e peggiori. Di seguito a questo passo aggiunge poi di nuovo: «Alcuni di essi per i molteplici soffi e insolazioni sono strani e informi, altri per le acque, altri ancora per lo stesso nutrimento della terra che fornisce ai corpi cose migliori e peggiori, ma è non meno capace di causare tutto ciò anche nelle anime».
In questa frase dice che i «soffi», cioè i venti, e le «insolazioni», cioè i calori provenienti dal sole hanno capacità di influire sulle facoltà dell’anima, a meno che i platonici non pensino che gli uomini possono diventare migliori e peggiori nell’anima a causa dei soffi, il
calore e il freddo dell’aria che è intorno e la natura delle acque e del nutrimento, ma che questi stessi fattori non producano il buono e il cattivo nell’anima, non la mediazione dei temperamenti. Anche questo sarebbe conseguente all’intelligenza e alla cultura di queste persone.
Noi invece sappiamo bene che ciascun cibo è prima assorbito nello stomaco, viene in esso preelaborato e quindi accolto attraverso le vene che vanno dal fegato allo stomaco, produce gli umori del corpo, dei quali si nutrono tutte le altre parti e con esse il cervello, il
cuore e il fegato, e proprio nel nutrimento diventano più caldi, freddi e umidi di prima assimilandosi alla facoltà degli umori dominanti. Talché almeno ora coloro che non accettano che il cibo abbia la capacità di rendere gli uni più temperati, gli altri più intemperati, alcuni padroni più di sé, altri meno, e coraggiosi, vili, miti, amanti di controversie e di liti, si rinsaviscono e vengano da me a apprendere cosa debbono mangiare e cosa debbono bere. Riceveranno un gran giovamento per la filosofia morale e oltre a questa, divenuti più intelligenti e con più memoria faranno progredire la loro virtù colle facoltà dell’anima razionale. Oltre ai vari tipi di nutrimento e alle bevande insegnerò loro anche i venti, i temperamenti dell’ambiente e ancora le regioni, quali conviene scegliere e quali evitare.
(Galeno, Le facoltà dell’anima, IX, in Opere scelte, pp. 989-91)

Abbiamo dunque già detto prima sino a che punto di credibilità e di verosimiglianza noi conosciamo queste cose, e per questa ragione anch’io non mi sento di fare affermazioni azzardate su di esse. Al contrario dico che di questo ci sono dimostrazioni: che le specie dell’anima sono più di una, che sono collocate in tre luoghi, e che una di loro, quella con cui ragioniamo, è divina mentre le altre due sono passive e con l’una proviamo le passioni, con l’altra desideriamo i piaceri del corpo. Questa si trova anche nei vegetali. Esistono certo dimostrazioni anche del fatto che l’una è collocata nel cervello, l’altra nel cuore, l’altra nel fegato . Di queste cose infatti esistono dimostrazioni scientifiche e ne abbiamo discusso nei primi sei libri di quest’opera, senza mai dire però alcunché né sull’essenza delle tre specie dell’anima, né sulla sua immortalità. Non esaminando affatto né se [Platone] ha giustamente chiamato mortali le due parti dell’anima nel Timeo, né se ha dato
loro questa denominazione, pur essendo loro immortali, in quanto sono inferiori all’anima razionale ed agiscono soltanto negli animali mortali. È infatti giusto che sia noi sia Ippocrate indaghiamo su questo: che le specie dell’anima sono tripartite, che ciascuna di loro ha queste e quelle facoltà e quali interessino alla scienza medica, quali all’etica e quali alla cosiddetta filosofia politica. Se anche l’anima delle passioni e quella dei desideri siano per caso immortali (come pensano molti platonici), o invece mortali: questo viene detto soprattutto nel Timeo, ma non e affatto utile ne alla medicina né all’etica né alla cosiddetta filosofia politica, e giustamente viene tralasciato da parte dei medici e di molti dei filosofi. Questo argomento appartiene infatti alla filosofia teoretica più che a quella pratica. Ho dimostrato anzi che lo stesso Platone è d’accordo, con le parole del Timeo, sul fatto che non ci siano solide dimostrazioni su questo argomento.
(Galeno, Le dottrine di Ippocrate e di Platone, IX, 9, in Medicorum Graecorum Opera, vol. V, pp. 793-95)

Da Manuli P., Medicina e Antropologia nella tradizione antica, Loescher Editore, Torino, 1980.

La neuropsichiatria di Claudio Galeno.

Claudio Galeno, con Ippocrate e Aristotele è lo scienziato più eminente del mondo antico: dal II secolo d.C. al secolo XVIII la sua medicina più della ippocratica fu ritenuta l’unica vera e scientificamente valida. Fu il primo neurofisiologo sperimentale, anatomofisiologo e neurologo clinico del mondo grecoromano.
I suoi studi di neuroanatomia, neurofisiologia e miologia, le sue osservazioni sperimentali correlate alla clinica, le sue induzioni psicopatologiche e biotipologiche sono ancora attuali e vive perché basate su un metodo razionale, e improntate a una visione critica e moderna della neuropsichiatria.
La lettura attenta della sua vastissima opera, la più ampia di quelle rimaste del mondo medico greco-romano, seppur scritta in stile ampolloso, è fonte di ammirazione per i numerosi dati clinici, per i rilievi psicopatologici, farmacologici, anatomici e fisiologici.
Affrontò anche problemi di storia della filosofia e della medicina, di epistemologia, di filologia dei termini scientifici, dimostrandosi sempre acuto e profondo: fu un grande ricercatore originale e portato alla sintesi e venne ritenuto «l’Aristotele della medicina». … Il giovane Galeno è spronato dal padre allo studio delle scienze e della fiosofia è all’età di quattordici anni, com’era costume nelle famiglie nobli e ricche, è affidato a due filosofi: Philipatore un aristotelico e a un epicureo discepolo di Gaio. All’età di sedici anni «spinto da un sogno del padre», inizia gli studi di medicina; dopo due anni perde l’amato genitore. In un primo periodo studi anatomia umana a Pergamo con Satiro e a Smirne con Polope, poi a Corinto con Nemesiano e infine nella grande università di Alessandria con Meccio e Heracliano. A Pergamo e a Alessandria frequenta anche ambienti filosofici, ritenendo secondo un vecchio aforisma, «il medico filosofo eguale agli dei». …

Al tempo di Galeno erano sorte restrizioni alla dissezione dei cadaveri umani a scopo di studio; da tempo era morto il grande anatomico Ptoleme, che aveva dato le più alte dimostrazioni settorie del mondo antico. Verso il II secolo d.C. si formò nuovamente l’opinione che fosse dissacrante sezioare cadaveri umani anche se a scopo di studio. I giovani medici avevano a disposizione vecchi scheletri sui quali studiare osteologia, mentre per lo studio della miologia, dell’anatomia dei parenchimi e del sistema nervoso potevano sezionare scimmie e maiali. All’età di ventotto anni, colto e scientificamente preparato ritorna nella città natale, di Pergamo; dove è nominato medico dei gladiatori. Lascia questo incarico all’eta di 32 anni e si reca a Roma, anche per sfuggire a violenti tumulti scoppiati nella sua città natale, nei quali sembra fosse in qualche modo coinvolto; da allora si tiene prudentemente da parte da lotte e contrasti politici e militari. …

Galeno scrisse centinaia di opere in gran parte distrutte nell’incendfo del tempio della Pace; i medici che nel XVIII secolo si scagliarono su di lui in fondo reagivano non verso la sua opera, ma contro seguaci incolti. La barriera formata da certe interpretazioni della medicina di Galeno fu gettata giù, ma l’opera il nome di Galeno e il genio di quest’uomo rimangono immortali.
Nel tempio della Pace eretto dall’imperatore Vespasiano, Galeno teneva pubbliche conferenze: sezionava animali, dimostrava esperienze di neurofisiologia alla presenza di medici, persone colte e uomini politici, come il filosofo Damasceno, il retore Adriano, i consoli Boeto e Severo, il prefetto di Roma Paolo, il medico Attalo ed il chirurgo Antillo. Intervenne spesso nelle polemiche fra diverse correnti mediche: discusse a lungo col filosofo sofista greco Marco Apella sulla terapia di diverse malattie; il suo famoso libro di farmacologia clinica, «Sui metodi di cura», si vendeva e andava a ruba (era anche falsificato) nel ‘Sandalarion’ a Roma. Galeno va ritenuto il fondatore della neurologia e della neuro-fisiologia sperimentali, come Ippocrate fu il maestro della clinica; con Galeno nasce il pensiero critico, la sperimentaz10ne al servizio della clinica, il metodo basato sui rilievi di laboratorio e l’interpretazione delle loro relazioni con i segni osservati al letto del malato. Comprese come solo la riproduzione sperimentale su animali di stati psicomorbosi e neuropatologici, analoghi a quelli rilevabili in clinica potesse portare un decisivo contributo positivo, alle accese polemiche fra le scuole di medicina. Galeno cercò nella dimostrazione sperimentale la convalida ai dati e alle interpretazioni cliniche: tipico il suo atteggiamento, lo citiamo fra tanti esempi a proposito, in merito alla secolare discussione sul problema del rapporto fra afflusso sanguigno carotideo e stato di coscienza: «coloro ai quali si stringono le vene nel collo divengono insensibili … se sono serrate dal di fuori gli uomini cadono privi di senso». La perdita di coscienza da compress10ne carotidea venne denominata ‘sopore’, stato per gh antichi simile al sonno, tanto che questo fenomeno fisiologico fu giudicato appunto connesso con un periodico diminuire del ‘pneuma vitale’. Contrariamente alla teoria medica materialistica di Asclepiade, Galeno pensa che la materia organica sia compatta, strettamente connessa in tutte le sue parti: questo ‘continuum’ è mantenuto omogeneo dai movimenti di energia organica del sangue, degli umori e degli spiriti. Attinge queste idee dal filosofo stoico Possidonio, per cui «nel cosmo non esiste il vuoto, come ben si può vedere dai fenomeni stessi: se infattila sostanza di tutte le cose non fosse ovunque tenuta assieme il cosmo non potrebbe avere un’esistenza naturale ed ordinata e non esisterebbe una reciproca simpatia fra le sue parti».
La convalida a questa impostazione è fornita a Galeno dall’osservazione delle malattie mentali, in modo particolare da quelle sintomatiche, che dimostrano il rapporto dinamico esistente fra malattia fisica di un organo e il sistema nervoso centrale; il disturbo neuropsichiatrico per ‘simpatia’ dimostra l’esistenza di un quid che unisce, in via fisiologica e patologica organi fra loro distanti.
Questo legame è come una ‘simpatia’ che connette le diverse parti del corpo, di modo che se in una zona somatica avviene un processo morboso questi, «provocando una cattiva fermentazione fa diventare acidi gli umori … cosicché si altera il cervello»; il sistema nervoso centrale è qui alterato in via sintomatica. …

Lo ‘spirito naturale’ è parte dell’anima universale degli stoici, lo spirito vitale è «un miscuglio di aria e di sangue» e come abbiamo detto, «tramite il passaggio per le arterie del cervello», è trasformato per mezzo di un complesso metabolismo in una nuova sostanza; «non traversa pero subito i plessi reticolari, è come trattenuto durante i suoi movimenti,”fa un lung0 tragitto e termina di trasformarsi. Fatto ciò entra nei ventricoli anteriori del cervello ».
La sua concentrazione è maggiore nei ventricoli anteriori e in quelli del tronco cerebrale perché ivi risiede il nucleo più vero della personalità biologica, costituisce la forza propria della struttura mente-cervello. Il cervello è un mosaico strutturato con funzioni diverse collegate fra loro, cioè «sede di tutti gli organi della sensazione, con i nervi con funzioni differenti: l’uno che giudica i colori, l’altro i suoni, l’altro gli odori». Vi è una regione del cervello che ha la precipua facoltà di trasformare sino al suo prodotto ultimo lo spirito animale: si trova nel tronco dell’ encefalo, là dove la neurofisiologia moderna ha evidenziato la sostanza reticolare. Galeno pensa che questa zona che si trova attorno al IV ventricolo sia la sede dell’anima e del ‘sensorio comune’; «soprattutto nel ventricolo
posteriore che raccoglie ed elabora il pneuma psichico dagli altri ventricoli». …

Le malattie neurologiche e quelle psichiatriche hanno una diversa sèmeiotica: le neurologiche sono tali perchè sono lese da azioni animali, quelle strutture deputate alla regolazione del gusto, tatto, olfatto, odorato, vista, motllità e sensibilità; le psichiche derivano da disturbi del ‘sensorio comune’ sede e centro di elevate funzioni psicologiche e neurobiologiche come sonno, fame, attività sessuale, coscienza. Nel caso di lesioni di strutture neurologiche deputate alla motilità si avrà la ‘resolutio’, nel caso invece di disturbi del sensorio comune si avranno sintomi particolari: «sopore, insonnia, catalessi, parafrosinie, amentia e paralisi delle funzioni della ragione».
Esistono centri cerebrali per le funzioni neurologiche e altri per quelle psicologiche; le attività mentali sono localizzate nella corteccia anteriore, mediana e posteriore, nel ‘velarem’. L’attività cerebrale integratrice e invece posta una regione, localizzata da Galeno nel tronco dell’encefalo, attorno al IV ventricolo detto «ventricolo del cervelletto»; essa ha il compito di coordinare tutte le funzioni psicologiche e neurobiologiche, ed è chiamata, come già da Aristotele, ‘sensorio comune’: è una sorta di coscienza o entità organizzatrice. Stato di lucidità della coscienza ritmo sonno-veglia, pulsioni sessuali, fame, integrazione psicomotoria e giudizio intellettivo dipendono dalla normale funzione di questo organo particolare che, se è alterato, determinerà sintomi particolari segno della anomala attività di questo centro sottocorticale. Il sensorio comune presiede ad es. «al sonno naturale» e un suo disturbo causa un ‘sonno praeternaturale’, termine col quale vengono mano a mano indicati il ‘sopore’, la ‘catafora’, vari tipi di ‘coma’ e il ‘sonnambulismo’. …

Intravide che gli organi interni (rene, stomaco, intestino) erano innervati da finissime strutture nervose periferiche, che giungono al midollo e sono poi incanalati sino al cervello, definiti ‘nervis viscerum … mirabile opera della natura ancora ignorata dagli anatomici’. Altri nervi sottili scendono dal cervello «per il collo, vanno nel torace, alla radice delle coste … e poi allo stomaco, al cuore, al rene»: scoprì come si vede l’esistenza del sistema simpatico e parasimpatico e ne intuì anche la delicata funzione neurologica e somatovegetativa.
I nervi periferici hanno un proprio metabolismo nutritivo che dipende sostanzialmente dal sistema vascolare e scrisse a questo proposito: «i nervi sono nutriti dalle arterie e dalle vene».
Combatté l’idea secondo la quale i nervi cerebrali nascessero dalle meningi (origine apparente) dimostrando, con numerosissime dissezioni, «che invece avevano origne dal cervello». Fu un accurato descrittore del sistema nervoso periferico, del sistema arterioso e venoso: mirabile è la sua descrizione dell’arteria carotide, «che si divide in due a livello della VI vertebra cervicale … il ramo esterno, và alla mascella e al muscolo temporale … mentre l’altro entra nel cervello, formando alla sua base il plesso retiforme [nel maiale, negato dal Vesalio nell’uomo]».
Capì che le malattie neurologiche si esprimono con sintomi in rapporto alla particolare struttura lesa: se è colpito un nervo periferico ciò determina «neurite, spasmi, disturbi della forza e delle sensibilità», disturbi del movimento, che chiama ‘discinesie’, delle sensibilità dette ‘disestesie’ ed infine disturbi sensitivi, ‘insensibilità’.
Annoverò fra le discinesie i ‘tremori’, le ‘convulsioni’, lo ‘spasmo’ e il ‘rigor’. Classificò i nervi in due tipi, ‘molli’, a suo pensare, con funz10m sensitive e duri con funzioni motorie. I nervi hanno anche il compito di condurre al cervello numerose sensazioni del corpo: «afferrare le molestie del corpo … discernere dolore e fame». Il sistema nervoso crea con la sua azione ricettiva quella complessa sensazione piacevole o spiacevole somatica detta oggi cenestesi.
Istituì un metodo di studio anatomico del cervello basato sull’analisi delle connessioni esistenti fra le diverse strutture cerebrali: per primo chiamò ‘parencefalo’ i due emisferi, che distinse funz10nalmente da formazioni sottocorticali, «connesse tramite il fornice con l’ipofisi», come i due corpi rotondi, gemelli», uguali, i corpi mamillari da Galeno chiamati ‘corpi falloidi’.
Classificò i nervi cranici nel seguente modo: il primo paio era il nervo ottico, il secondo paio il nervo acustico, il terzo paio l’olfattorio, il quarto il glossofaringeo e l’ipoglosso, il quinto paio corrispondeva al nostro trigemino, il sesto paio al vago, il settimo paio all’ipoglosso e all’accessorio spinale.
Elevò la sperimentazione neuroanatomica a scienza complementare della clinica ritenendo, «l’esperimento valido non per difendere le opinioni ma piuttosto la verità». I problemi della neurofisiologia a suo pensare sono alla base della medicina clinica, ma la loro soluzione non è sempre né semplice, né facile giacché, «alcuni richiedono una soluzione certa, altri invece una tormentosa ricerca ed altri ancora una certa sensibilità da parte dell’osservatore». Sulla base dei lavori di dissezione neurologica notò, «come le membrane del cervello siano piene di vene e di arterie e pulsino continuamente»; descrizione che fa pensare a Galeno qua!e sperimentatore ed osservatore di fenomeni neurofisiologici in ammali viventi.

Portò con la sua esperienza di neurofisiologo e di fisiopsicologo una delucidazione
sperimentale sull’annosa quistione della sede delle funzioni dell’anima, al suo tempo da alcuni studiosi posta nel cuore. Le funzioni psichiche sono una prerogativa originale della materia vivente ed hanno la loro sede nel sistema nervoso centrale, tanto è vero scrive, «che comprimendo le arterie del collo si causa la repentma scomparsa del moto e del senso».
Ebbe ampie e anatomicamente documentate conoscenze del sistema nervoso centrale e periferico: descrisse accuratamente le tre meningi cerebrali, il corpo calloso, i quattro ventricoli cerebrali, i fori di comunicazione fra ventricoli laterali e terzo ventricolo, l’epifisi, l’ipofisi, l’infundibolo, il processo vermiforme, il fornice, i corpi quadrigemini, il cervelletto e il sistema mielo radicolare. Notò che il nervo olfattorio originava: «dalla mucosa del naso, da cui partivano filetti nervosi che passavano attraverso la lamina cribrosa, che è simile ad una spugna, portavano gli odori alla parte anteriore del cervello». Suddivise il cervello in tre strutture: corteccia chiamata ‘velarem’, la sostanza bianca detta ‘medullarem’ e i ‘ventricoli’. …

Il cervello è sede suprema della vita psichica, è un organo ‘strumentale’, integratore; «in tutto il cervello … nel cervelletto e nei ventricoli … è diffuso lo spirito animale». Scrisse ancora: «noi sappiamo che il principio del movimento nasce per tutti i muscoli dai nervi che vi si inseriscono. L’anatomia ci insegna che il cervello è il primo principio di tutti i nervi … molti nervi nascono anche dal midollo ma è il cervello che trasmette al midollo le facoltà di cui esso gode … il midollo è stato creato per distribuire i nervi destinati alle parti inferiori del corpo al di sotto della testa. Da essa partono i nervi … come i rami di un albero … da essa partono trentadue nervi».
Affrontò il problema circa la sede delle emozioni da neurofisiologo, polemizzando in un fomoso saggio con la teoria periferica di Aristotele. Per Galeno sono le strutture centrali del sistema nervoso che regolano la vita emotiva, che è ritenuta un fenomeno centrale, al contrario Aristotele vedeva nel cervello, tessuto freddo per natura, un organo deputato a «raffreddare i vapori caldi che si formano durante le passioni attorno al cuore»: Aristotele forse simbolicamente e con un pensiero concreto, deputava alla ragione connessa con l’essenza biologica del cervello, il compito di sedare la tensione emotiva. …

La malattia mentale è per Galeno una malattia del cervello e lo dimostrano sia i sintomi psichici sia quelli neurologici: fanno parte dei ‘signis cerebri’ così utili al medico per emettere una giusta diagnosi; «alterazioni delle operazioni sensibili (sensopercezioni), disturbi della volontà … dell’intelletto e delle azioni naturali (motilità e sensibilità), … vari tipi di demenza … disturbi della immaginazione e dolori al viso ed al cranio ».
Ogni quadro psicomorboso è caratterizzato da un sintomo fondamentale, «quello che ci fa riconoscere la malattia», che Galeno chiama ‘patognomonico’: vi sono malattie il cui sintomo patognomonico è a carico dell’intelletto, altre della immaginazione, altre della coscienza o sensorio comune e così via. Le cause di un sintomo possono essere molte, e serve per la loro evidenziazione la conoscenza di ‘sintomi minori’ e dei ‘segni della malattia’. Ad esempio le cause dei disturbi della memoria sono diverse, giacché sono scatenati da ‘medicamenta’, ‘cervello freddo’, ‘letargo’, ‘vecchiaia’ etc. Il sintomo patognomonico va visto in questo contesto, perché il medico possa fare una corretta prognosi: ad esempio i disturbi della memoria nel letargo scompaiono col migliorare della coscienza, mentre in altri casi, « è difficile trovare un adatto rimedio ».

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 255-280.

 

 

 

150 d.C. circa. Papiro anonimo londinese

Il papiro anonimo londinese è considerato un papiro medico in quanto riporta le concezioni di Erofilo e di Erasistrato. Pare sia stato scritto originariamente in Asia, quindi portato in Egitto, ad Alessandria  dove la scuola medica costituiva una grande attrazione per coloro che volevano prepararsi alla professione medica.

“Il testo del cosiddetto Anonimo Londinese è formato da tre parti: una prima in cui si danno le definizione generali di pathos, nosos ecc. cioè dei princicipali termini per “malattia” o simili, poi una parte in cui si dà un quadro storico e comparativo di varie teorie precedenti all’autore sulle cause di malattia, e infine una sezione in cui si spiega essenzialmente la fisiologia della digestione, con lunghe polemiche con diversi autori di età ellenistica, probabilmente come premessa all’esposizione della propria teoria sulle cause di malattia. Dico probabilmente perché il testo si interrompe bruscamente e probabilmente rappresenta che l’autore ha abbandonato la propria opera.
Perciò non ci sono trattazioni esplicite del sistema nervoso anche se implicitamente si capsice che l’autore,  che conosce bene Erofilo, conosce le sue teorie in merito.

Da comunicazione della proff.ssa Daniela Manetti, Università di Firenze.

 

 

180-240 d.C.  DIOGENE Laerzio.

Non abbiamo notizie biografiche. il nome Laerzio potrebbe venire dalla cittadina di Laerte in Cilicia (Turchia). Di lui si conosce un’opera: Successioni dei filosofi da cui si legge quanto segue.

Diog. Laert. VIII 24. Che il seme è una goccia del cervello, contenente vapore caldo; esso, quando entra nella matrice, vi immette dal cervello icore e umidità e sangue, onde poi si formano le carni e i nervi e le ossa e i peli e insomma tutto il corpo, mentre dal vapore nascono anima e senso. … Che l’anima comincia dal cuore e giunge al cervello; e che la parte che nel cuore è animo, quella che è nel cervllo intelletto e mente. … Che l’anima è tenuta insieme dalle vene, dalle arterie e dai nervi; ma che se ha forza e se ne sta racchiusa in se stessa, allora la tengono unita i ragionamenti e le opere.

(I Presocratici, Laterza, 1969)

 

 

 

220 dC.  Siberia e Ukraina

Da un cimitero della Dinastia Han (202 a.C.-220 d.C.) a Oglakty (Sud della Siberia) proviene una testa mummificata, recante una vasta trapanazione in regione occipitale (Tallgren, 1936, in Piggot, 1940).

Un altro esemplare siberiano di incerta datazione e provenienza si trova nel Museo di Vladivostok (Montadon, 1926, in Piggot, 1940).

Anoutchine (1895, in Piggot, 1940), poi, ha descritto un cranio medioevale di Kiev con due trapanazioni postmortali.

Da Germanà F., Fornaciari G., Trapanazioni, craniotomie e traumi cranici in Italia dalla Preistoria all’età moderna, Giardini Editori, 1992.

 

 

 

300 ca. ASPASIA

Il lavoro pionieristico di Aspasia e gli scritti prolifici influenzarono tutte le principali figure della medicina bizantina, come l’eminente medico e chirurgo Ezio di Amida (VI secolo d.C., morto a 575 d.C.), e l’innovatore della chirurgia Paolo di Egina (circa 625 d.C. al 690 d.C.) [8-11]. Le sue ammirevoli conoscenze e tecniche nel campo o le innovative procedure chirurgiche sono state totalmente menzionate da Ezio, che la considerava un genio della medicina e almeno equivalente ai migliori chirurghi maschili del suo tempo (Eftychiades A.,  An introduction to Byzantine Therapeutics. Parisianos, Athens, 1983; Ramsbotham F.H.,  The principles and practice of obstetric medicine and surgery: in reference to the process of parturition, Blanchard and Lea, Philadelphia, 1861).
Aspasia divenne famosa come ostetrica e ginecologa, fondando le basi della pratica ostetrica, sia per quanto riguarda le prime tecniche di aborto indotto e gestione chirurgica
del fallimento precoce della gravidanza. Sembra che lei abbia cercato di insegnare alle  sue pazienti incinte la necessità di essere estremamente attente ad evitare l’aborto. Ha consigliato di non andare in giro in carrozza o fare lunghe camminate, soprattutto su strade accidentate, fare esercizi violentemente e preoccuparsi inutilmente, non mangiare cibi piccanti e trasportare carichi pesanti. Alcuni ricercatori citano il capitolo di Aspasia “Su lateroversion, anteversion e retroversione dell’utero”. Come professionista fidata,
Aspasia stava eseguendo aborti, solo se la donna incinta era in pericolo di vita, o se una malattia la rendeva inadatta per la gravidanza. Ha scelto l’aborto chirurgico nei casi di donne la cui vita è stata minacciata durante il travaglio, a causa di un un feto molto grande, un piccolo utero, una stenosi cervicale o un’ostruzione.
Secondo lei, un aborto basato su una droga avrebbe potuto portare all’opinione che i farmaci inducono l’aborto, consigliava combinazioni di fluoro e l’uso del pessario o terapia fisica intensa.
Anche la chirurgia, perfino la chirurgia ginecologica, non sarebbe non essere stata possibile praticare da parte di una donna. Aspasia ha trattato di flebotonie e chirurgia per le emorroidi dell’utero, trattamento esterno per le labbra edematose, e per l’ernia varicosa delle grandi labbra. Ha eseguito una gran varietà di operazioni chirurgiche introducendo le sue tecniche chirurgiche innovative (Tsoucalas G., Kousoulis A.A., Androutsos G.,  Innovative surgical techniques of Aspasia, the early Greek gynaecologist. Surg Innov, 2012, 19:337-338].
La sua operazione per le emorroidi uterine, che è stata successivamente adottata da Ezio di Amida, era come segue: “[gli uteri] che sono molto prolassati e possono sanguinare devono essere sezionato immediatamente. Quelli che stanno sanguinando devono essere sezionati dopo che sono stati incisi circolarmente attorno alla loro base e fasciati strettamente ad anello”. Aspasia ha fornito una prima descrizione di un’asportazione chirurgica di emorroidi, un metodo usato fino a poco tempo fa. Anche anche se oggi questa procedura è associata a esiti significativi di dolore post-operatorio e un lungo recupero, è degno di nota che lei ha suggerito un’operazione urgente per ciò che potrebbe essere compreso come un prolasso emorroidario, trombizzato, potenzialmente rotto, una  condizione medica che rimane ancora oggi una indicazione urgente per la paziente.
Tra i frammenti dei suoi trattati salvati è stato menzionato un trattamento chirurgico
per varicocele. Aspasia eseguiva una attenta legatura e dissezione dei vasi, uno per uno all’interno del plesso locale. La sua tecnica includeva all’incirca “un’incisione lineare, l’isolamento dai tessuti adiacenti, legatura dei vasi con un laccio e, dopo, la sua escissione. La stessa tecnica dovrebbe essere completamente seguita per ciascuna delle vene varicose”. Questa procedura ha presentato in realtà una varicelectomia subinguinale aperta, non diversa, almeno nel suo concetto, dai metodi chirurgici principi. Una seconda
l’innovazione introdotta da Aspasia, è stata l’operazione con cui lei aveva trattato chirurgicamente i casi di idrocele. La sua procedura è stato riportata come tale: “l’incisione dovrebbe essere lineare, simmetrica al rigonfiamento. Dopo aver diviso la pelle superficiale e dissecato i tessuti sottostanti, abbiamo tagliato il tegumento che contiene il fluido tramite un’ansa chirurgica scottata. Quando il fluido è uscito tutto, incidiamo una demarcazione circolare e rimuoviamo il pus per passare finalmente due o tre suture attraverso i bordi dell’incisione”. La tecnica di Aspasia assomiglia a quella di oggi
idrocelectomia tipica, durante la quale deve essere escissa la tunica vaginale, il liquido drenato e i bordi della tunica suturati per prevenire il ri-accumulo di liquidi, è ancora una opzione molto accettabile nella chirurgia moderna.

Tsoucalas G., Sgantzos M., Aspasia and Cleopatra Metrodora, Two Majestic Female Physician – Surgeons in the Early Byzantine Era. J Univer Surg. 2016, 4:3. http://www.jusurgery.com/archive.php

 

 

 

300 ca. METRODORA

Di Metrodora, famosa medichessa nata in Grecia tra il IV ed il V sec. d.C., ci è pervenuto un manoscritto redatto in greco e compilato nel XII sec. d.C., giunto poi a Firenze alla corte dei Medici, che ha come titolo “Sulle malattie e cure delle donne”. I suoi 108 rimedi compendiati in 63 capitoli costituiscono un antecedente imprescindibile dei compendi “farmaceutici” successivi. Vi si trovano ricette medicamentose di carattere ginecologico, fino alle malattie degli umori e le patologie gastriche. In detti capitoli, ampio spazio è dedicato altresì all’arte della cosmetica, della profumeria e all’estetica (con particolare riguardo al seno, con l’elencazione di una trentina di ricette, tra cui risulta assolutamente sorprendente quella riguardante un tonico dal potere rassodante, una maschera per il viso, una pillola per la virilità ed altre bevande dal potere afrodisiaco).

A differenza di Aspasia, che si occupò anche dell’aspetto chirurgico, Metrodora non ne tratta nella sua opera, dove nei volumi esistenti non tratta direttamente nemmeno di ostetricia ma focalizza la sua attenzione direttamente su ciò che rappresenta la patologia, soffermandosi sugli aspetti eziologico e sintomatologico. Per fare ciò, ella prende spunto diretto da quelle che erano le opere del Corpus Ippocratico e non da quelle che rappresentavano le fonti enciclopediche ed antologiche secondarie che andavano in voga al suo tempo. Tutto ciò, unito alla natura originale dei rimedi che andava proponendo, ed alla ricerca delle soluzioni cliniche che più si adattavano alla patologia, era segno di grande professionalità scientifica. Nella sua opera ha dato il suo contributo nella definizione dell’isteria, su cui era in completo accordo con quella data da Ippocrate, e sullo studio dell’infiammazione dell’utero. Ha dato un contributo notevole formulando classificazioni delle perdite vaginali e nel campo della teorizzazione delle varie eziologie, come la possibilità di infezioni parassitarie rettali causate da perdite vaginali. Ci sono anche molti composti di medicina previsti nel suo trattato che non sono stati trovati altrove. Il suo lavoro, poi, sembra anche includere la prima nota enciclopedia medica in ordine alfabetico, con voci ordinate alfabeticamente per facilitare i riferimenti.
Tale trattato, che rappresenta il più antico testo medico scritto da una donna che sia giunto sino a noi, continuò ad essere citato e tradotto, anche in estratti, durante tutto il Medio Evo sino ai nostri giorni (basti ricordare il testo di Giorgio del Guerra del 1953, con una prefazione sulla medicina bizantina ed il codice medico-ginecologico di Metrodora; titolo greco: “ΕκΤων Μητροδωρας Περι Των Γυναικειων Παθων Της Μητρας” , “Peri tōn gynaikeiōn pathōn tēs mētras”). E non a caso il nome di Metrodora figura tra i 999 nomi femminili menzionati nell’opera “Dinner Party” dell’artista americana Judy Chicago.
I suoi riferimenti bibliografici includono “una Berenice chiamata Cleopatra” o “mono marciglia”, la qual cosa spinse alcuni editori medievali ad attribuire il suo lavoro direttamente a Cleopatra VII d’Egitto e a pubblicarlo direttamente sotto il nome di “Cleopatra” (ciò successe sia nel caso di Caspar Wolf nel 1566 che di Israele Spach nel 1597). (http://ilmedicodifamiglia.altervista.org/metrodora-iv-sec-d-c-.html)

Cleopatra Metrodora (Metra in greco: μήτρα: utero, o madre doron in greco: δώρο: dono), era una  illustre chirurga greca, probabilmente di origine egiziana, vissuta intorno al VII
secolo d.C., mentre per alcuni ricercatori è stata una contemporanea di Sorano di Efeso (circa 1 ° – 2 ° secolo d.C.), quindi visse nel II secolo d.C. Come un ginecologa estremamente capace, ostetrica e chirurga, Metrodora ha scritto un gran numero di trattati medici, tra i quali spicca “Sull’utero, sull’addome e reni “. Il suo capolavoro fu costruito descrivendo in dettaglio tutte le malattie delle donne, in un modello simile a un moderno libro di testo. Ha iniziato con la seguente introduzione sulle entità nosologiche “alcune sono difficili da trattare e gli altre sono fatali, da queste note riconosceremo ciascuno di esse”. È estremamente insolito che né gli scrittori medici bizantini, come Oribasio (ca 320 dC-403 d.C.), Aezio di Amida, Paolo di Egina (circa 620 dC al 690 d.C.), Pavlos Nikeos (7 ° ca secolo d.C.) e Alessandro di Tralles (ca 525 dC al 605 d.C.), né Patriarca Photius il 1 ° (ca 810 dC-893 d.C.) di Costantinopoli nella sua “Bibliotheca”, o “Myriobiblon” non hanno menzionato il suo lavoro. Quindi, Cleopatra Metrodora sembra essere stata completamente sconosciuta e dimenticata per molti secoli.
Tuttavia, all’interno della Biblioteca Laurenziana di Firenze c’è un manoscritto di 263 pagine che risale al XII secolo. Un’opera divisa in 108 capitoli, attribuiti a Cleopatra Metrodora. Era una donna molto istruita e medico, che ha avuto il coraggio di scrivere le sue opinioni scientifiche al fine di esprimere la sua libertà di pensiero e si ergeva tra i migliori, quando i diritti delle donne erano in status nascendi. Cleopatra Metrodora, come descritto era una esperta ginecologa ed aveva numerosi di metodi naturali per determinare il sesso del feto. Nei casi di un travaglio difficile, ha raccomandato per alla donna incinta con segni di isteria di spalmarla con olio di mandorle. Ha suggerito terapie per il trattamento della menorragia e della metrorragia, nello shock isterico, ha consigliato di applicare il purè di patate mescolato con grasso d’oca in una forma di “pessario, qualcosa come un tampone, un piccolo blocco solubile che viene inserito nella vagina per trattare localmente un’infezione o come contraccettivo. Lei era in grado di scoprire possibili abusi sessuali, padroneggiando un metodo su come diagnosticare la verginità. Ha definito il modo di diagnosticare e trattare la sterilità femminile somministrando farmaci a base di erbe e sostanze chimiche, ed ha anche fornito istruzioni per l’allattamento e la produzione del latte materno. A volte ha seguito Alexandro di Tralles nei suoi metodi di trattamento e usato le sostanze vegetali menzionate da Ippocrate (ca 460 aC al 370 aC) e Teofrasto di Eresos (dal 371 aC al 287 aC). Ha usato tamponi intravaginale e intraureterale per curare le infezioni locali, mentre lei era in grado di esibirsi in embriotomie degli embrioni morti per salvare la gravida. Lei è stata anche considerato in grado di curare l’obesità, le malattie del rene e dello stomaco.
Metrodora come chirurgo, è stata tra le poche a cimentarsi in operazioni cosmetiche, come la ricostruzione del seno e del viso a scopo estetico, e ri-suturare l’imene vaginale da creare
un senso di una nuova verginità per la donna abusata, o peccatrice “sfortunato”. Nel tentativo di curare la più fatale delle malattie, maligne ulcera, o scirrosa, o come oggi si chiama il cancro, suggerì il trattamento chirurgico sia per il seno che per il tumore uterino,
seguendo il dogma di Ippocrate che qualsiasi malattia che non può essere curato con un approccio conservativo deve essere trattato con un bisturi e il cauterio per prevenire sia l’emorragia massiccia che l’infezione della ferita chirurgica, queste operazioni chirurgiche erano innovative, erano tutte procedure avanzate per la sua era.

Tsoucalas G., Sgantzos M., Aspasia and Cleopatra Metrodora, Two Majestic Female Physician – Surgeons in the Early Byzantine Era. J Univer Surg. 2016, 4:3. http://www.jusurgery.com/archive.php

 

 

 

 

IV secolo.   Cristianità e Medicina

L’ascesa della cristianità, e la sua successiva fondazione come religione di stato dell’impero romano nell’ultima parte del quarto secolo, non ebbero nessuna responsabilità esclusiva e modesta responsabilità diretta per il declino dell’antica scienza medica o di altra scienza. Piuttosto, la cristianità fu essa stessa parzialmente modellata da elementi della antica cultura che davano maggiore priorità alla persuasione retorica, alla sintesi filosofica, nel credere al soprannaturale e varie forme di manipolazione magicapiuttosto che alla ricerca sistematica della natura. Ma un’influenza notevole della chiesa cristiana l’ebbe nel plasmare lo sviluppo generale dell’antico ovest medievale, attraverso la cristianizzazione della società romana e portando una versione modificata, troncata e trasformata della antecedente cultura latina ai popoli germanici che occupavano l ‘impero occidentale, estesa anche alla particolare area della medicina.
Il passaggio dalla civilizzazione classica a quella cristiana ha influenzato l’attitudine alla conoscenza medica e al rapporto tra guarigione religiosa e secolare. La cristianizzazione ha anche dato origine a nuovi centri di guarigione religiosa, sia spirituale che fisica, sotto forma di monasteri e santuari di santi. E l’istituzione dei monasteri ha fornito un nuovo contesto per la formazione medica e alcune pratiche mediche. Ma l’emergere della società cristiana del primo Medioevo occidentale non ha comportato né l’abbandono di quella conoscenza medica così come era già disponibile, né la scomparsa di praticanti medici secolari.

Le idee cristiane sulla medicina e sulla guarigione spirituale e fisica si formarono nella tarda antichità. Nella misura in cui gli scrittori patristici più influenti consideravano l’anatomia, la fisiologia o la patologia come rami della conoscenza, il loro atteggiamento predominante nei confronti di questi argomenti era molto simile a quello della maggior parte degli altri tipi di informazioni sul mondo naturale, o alla formazione secolare in generale, cioè: accettazione ma modificata, subordinazione a scopi esegetici cristiani e una attenzione culturale piuttosto bassa. Così, ad esempio, Sant’Ambrogio (340-97) trovò del tutto appropriato introdurre una descrizione confacente del sistema digestivo umano nel suo Hexameron, o sermoni sulla narrazione biblioca dei sei giorni di creazione. La sua fonte immediata per la materia fisiologica fu Cicerone, che presumibilmente aveva attinto da un autore medico. Il passaggio è appunto caratteristico nella sua evoluzione e subordinazione all’apprendimento secolare ad uno scopo religioso come è stato usuale per l’informazione scientifica da fonti non cristiane.
Tuttavia, la medicina assunse lo scopo di far guarire piuttosto che di un ramo dell’apprendimento occupava un posizione differente e più complessa nelle idee dei cristiani nei primi sei secoli scorsi dopo Vristo. In termini più generici, la malattia, così come tutte le diavolerie che affliggono la vita umana, è stata concepita come conseguenza della Caduta dell’Uomo [la teologia cristiana, secondo quanto riportato dalla Bibbia in Genesi 3, si riferisce all’avvenimento attraverso il quale essa crede che l’umanità abbia perduto i privilegi e la condizione originaria di cui godeva al momento della sua creazione] e quindi come conseguenza del peccato. Come diceva Sant’Agostino (354-430): «Questa vera vita, se vita può essere chiamata, pregna di molti mali terribili, sopporta la maledizione cui fin dall’inizio tutta la discendenza dell’uomo è stata dannata … In effetti, dal corpo stesso derivano così tante malattie che nemmeno i libri dei dottori li contengono tutti, e nel caso della maggior parte di essi, o quasi di tutti, i trattamenti e i farmaci stessi sono dolorosi. Così gli uomini vengono salvati da una penosa distruzione da un rimedio penoso.»

Nel tentativo di stabilire se la malattia dovesse essere attribuita ad un particolare peccato di individuo piuttosto che alle conseguenze generali della Caduta, furono espresse opinioni diverse. Il fondatore della Cristianità ha rifiutato per due volte si è rifiutato di attribuire ferite e malattie alla peccaminosità di una particolare persona o di un gruppo piuttosto che a quella dell’umanità in genere (Luca 13:4-5, Giovanni 9:1-3). Ma, a differenza dell’autore del primo trattato di Ippocrate Sul Morbo Sacro [l’epilessia], il quale aveva fatto di tutto per negare che le convulsioni erano causate dalla rabbia di una divinità offesa, i commentatori cristiani occasionalmente – sebbene non sempre – interpretavano specifiche occorrenze di improvvisa e grave malattia come la prova della punizione divina per i peccati; un primo esempio, e precedente, fu dato dalla descrizione del defunto re Erode negli Atti degli Apostoli (12:23). Similmente, alcune ma non necessariamente tutte le epidemie furono dichiarate essere la conseguenza dello stato peccaminoso generalizzato, come Papa Gregorio il Grande dichiarò della peste scoppiata nel sesto secolo. E in ogni caso, per gli scrittori cristiani di opere di teologia o devozionali fu assuimatico che la cura dell’anima dovrebbe avere la precedenza sulla cura del corpo e che la malattia può essere inviata o permessa da Dio e deve essere accettata pazientemente dal malato come una prova spirituale, un test, o una purificazione.
Tale convinzione evidentemente non esclude l ‘idea che esistessero cause naturali di malattia, né proibiva gli sforzi necessari per ripristinare la salute fisica sia con mezzi naturali che sovrannaturali. In effetti, il primo cristianesimo era religione della guarigione che riguardava sia anima che il corpo. La frequenza dei miracoli di guarigione fisica nei Vangeli potrebbe essere inteso come un sostegno che riguarda il benessere del corpo. Ma nello stesso tempo, i miracoli erano la cerimonia più strana che si possa immaginare per dimostrare la superiore efficacia dei religiosi rispetto alla guarigione secolare; le guarigioni miracolose non furono importanti nei Vangeli, essi hanno anche svolto un ruolo molto importante nel culto dei santi e dei santuari mentre si avanzava nei secoli successivi e recenti. Di conseguenza, sebbene la guarigione laica e religiosa continuasse ad esistere fianco a fianco come fin dai tempi di Ippocrate, la relazione tra loro mutò mentre il mondo classico lasciava il posto al Medioevo cristiano. Sant’Agostino, per esempio, nel raccontare miracoli di guarigione che egli aveva detto di aver visto in prima persona, dava resoconti enfatici e dettagliati del precedente fallimento di abili medici nella cura di coloro successivamente guariti con mezzi sovrannaturali. Nel frattempo, la cura fisica dei malati poveri è considerata una manifestazione caratteristica della carità cristiana e, se effettuata di persona, la santa auto-mortificazione da parte del donatore. Un esempio è l’elogio di San Giovanni di Fabiola (morto nel 399), una ricca signora romana le cui attività sante comprendevano la fondazione di un’infermeria e nel prendersi cura dei malati con le proprie mani.
Le credenze e gli atteggiamenti appena sintetizzati incarnano una certa tendenza ed ambiguità. Per la maggior parte, la tradizione cristiana ed anche monastica ammetteva, e per alcuni aspetti incoraggiava, la conservazione e lo studio dei libri medici secolari, un riguardo moderato per la propria salute fisica (purché fossero riconosciute le preghiere superiori dell’anima), e la pratica della guarigione da parte dei membri delle comunità religiose. Pertanto, la regola di sant’Agostino per le suore (la sua Lettera 211) raccomandava di consultare un praticante medico maschio per qualsiasi suora malata. Un altro influente fondatore monastico, Cassiodoro (morto nel 570 circa), ipotizzò che i monaci della comunità che aveva fondato nell’Italia meridionale includessero uomini con apprendimento medico. Ma si può trovare anche un atteggiamento più riservato all’uso della medicina, soprattutto da parte dei monaci. La Regola benedettina, enormemente influente, giustamente famosa per la sua moderzione per quanto riguarda l’ascetismo fisico, è relativamente generosa per le disposizioni dietetiche e l’insistenza sull’attenzione ai monaci malati in un’infermeria separata, non fa menzione della possibilità di consultare i medici specialisti secolari sebbene essi fossere indiscutibilmente presenti in Italia quando fu scritta la Regola (circa 530). Infatti, la Regola usa solamente la parola “medicus” (medico praticante) riferendosi metaforicamente all’ abate, che distribuisce la medicina spirituale ai confratelli delinquenti. In precedenza, inoltre, Sant’Agostino aveva sviluppato l’idea che Cristo stesso fosse il vero filosofo, cioè, il fisico principalmente delle anime ma anche dei corpi “.

Siraisi N.G., Medieval & Early Renaissance Medicine, The University of Chicago Press, Chicago and London, 1990.

 

 

 

 

IV secolo. Neuropsichiatria Demonologica

Con il termine ‘demonologico’ definiamo un particolare orientamento psicopatologico, che altrimenti potremmo chiamare anche mistico, religioso (nell’ampia accezione di questo termine), che non ha in sè però nulla di limitativo e non contiene atteggiamenti di condanna. Si tratta di un tipo di concezione psichiatrica fondata sull’introspezione, su una prospettiva filosofica e psicologica, che trova le sue radici in antiche ideologie mistiche sia occidentali sia orientali: indiane, egiziane, caldee e orfiche che si concretizzarono e presero
vigore nel mondo occidentale fra il III ed. il II a.C., nella città cosmopolita di Alessandria d’Egitto. Qui le correnti neoplatoniche, le neopitagoriche e le rielaborazioni di un tardo orfismo, vennero a contatto con le filosofie mistiche egiziane ed ebraiche: l’uomo che sintetizzò concettualmente e diffuse questo insieme di cognizioni è il filosofo Filone. Questo tipo di psichiatria non trova i suoi fondamenti, come si potrebbe credere, nella medicina magico-sacerdotale pre-ippocratica, ma in una disposizione d’animo particolare: mentre la prima è legata all’empirico e tende principalmente alla guarigione del malato, ed è rivolta esclusivamente alla cura dei malati per mezzo di pratiche farmacologiche primitive e suggestive, la seconda medicina porta il divino verso l’uomo per un particolare scopo terapeutico non basato però su metodi fisici, medici o suggestivi, bensì su un tipo di psicoagogia molto elaborata, raffinata e antibiologica.
Per la medicina psicologica a carattere demonologico l’uomo è ritenuto campo di lotta di forze avverse e contrarie, di natura non organica, diretta emanazione del bene e del male; di Dio e del diavolo. I sentimenti, le passioni, i desideri, il corpo, le funzioni psicologiche, l’uomo intero cioè, è visto come un campo di battaglia ove lottano il bene e il male: l’uomo mentalmente alterato è giudicato un essere ‘posseduto’, un individuo vinto cioè dalle forze del male.
La psichiatria greco-romana nasce dalla lotta laica contro una sacralità popolare, ingenua e superficiale, mentre la psichiatria demonologica annovera fra i suoi sostenitori filosofi, teologi e profondi conoscitori dell’uomo tra i più significativi del mondo antico: dalla cultura religiosa ebraica a Zoroastro: da Pitagora a Platone, da Filone a Plotino, da Origene a S. Agostino a Cassiano e ai padri della Chiesa. Un movimento quindi singolare, col tempo mitigato dalla influenza aristotelica sulle correnti mistiche più accentuate, ma coerentemente organizzato e concettualmente armonico, che trae la sua origine dalla città di Alessandria circa nel IV secolo a.C. e si conclude almeno temporaneamente nel XVIII secolo d.C. Tuttavia vedremo che, le così dette scuole psichiatriche moderne ad indirizzo dinamico altro non rappresentano, per certi aspetti, che una varietà del pensiero demonologico, sviluppatasi da prospettive simili e soltanto capovolgendo i primitivi termini del problema psicologico; la psicodinamica moderna parte da ipotesi istintivistiche, mentre quella demonologica al posto di questo termine mise le passioni umane, ritenute fecondo terreno per la crescita del potere del demonio.
Gli antichi psichiatri ad indirizzo biologico sono i precursori e i fondatori di quella che poi sarà la psichiatria scientifica moderna, come i cultori della psichiatria demonologica posero le basi di tutti gli indirizzi psicologici e dinamici non organicistici; vedremo come questa affermazione che a prima vista può sembrare esagerata ed unidirezionale, sia da un punto di vista storico e filologico pertinente. …

Per molti secoli il pensiero occidentale, sostenuto da una potente organizzazione statale, aveva relegato e sconfitto il pensiero magico superstizioso e tenuto testa, limitandone gli influssi, alla potenza della filosofia e della concezione mistica. L’uomo naturale è per il pensiero classico il centro del mondo, in cui costruisce le sue città e la sua scienza, senza fare ricorso ad altro che alle sue forze biologiche, naturali, umane. Dopo il IV secolo d.C. la civiltà greco-romana, anche se ha ancora qualche valido sostegno politico-militare, è oramai decaduta come spiritualità, come filosofia e cultura. Alla passata vitalità di Galeno, nel V secolo d.C. fanno riscontro la compilazione di trattati stereotipati da parte di medici che avevano solo superficialmente compreso la dottrina del grande medico: non sono pochi infatti i testimoni non medici della grandezza della medicina greco-romana sino al terzo secolo (Ateneo, Eusebio, Alessandro di Afrodisia). …

Gli elementi fisici e biologici ritenuti dai fisiologi greci i fondamenti della natura umana, sono dalla psicologia mistica visti come espressione di simbolismi arcaici, spirituali e mistici. La terra è giudicata la pura carnalità, l’aria determina l’essere psichico, la spiritualità è l’essenza più vicina a Dio, mentre la terra è il sensibile e il male; l’aria, l’intelletto, lo spirituale puro sono simili a Dio. Compito dell’uomo è tentare di vincere, con una continua lotta interiore le difficoltà che impediscono il cammino dalla terra al cielo: tali teorie mistico-filosofiche nacquero in India, in Persia, nell’Egitto, nella Siria e si accentrarono ad Alessandria nel III secolo a.C.
Nella grande città si fusero con le correnti ebraiche e quelle greche che più erano loro simili e confacenti, così che ad Alessandria accanto a correnti di pensiero aristotelico-ippocratiche (biologiche e scientifiche) si svilupparono col tempo concezioni mistiche, che lentamente, approfittando di profondi cambiamenti politici, presero il sopravvento. È probabile che la filosofia naturalistica greco-romana fosse diventata l’ideologia della classe colta, della classe dominante mentre masse di uomini sofferenti e conculcate trovassero in filosofie a tinta affettivo-emotiva, escatologica e mistica, sollievo e speranza ad una vita infelice e penosa. Sotto l’influenza delle idee di Zoroastro, i filosofi Filone e Plotino e certe correnti estremistiche del cristianesimo primitivo furono spinte ad un esasperato esame dell’intimità dell uomo, ad una analisi morale sottile, all’indagine acuta su forze mentali ritenute oscure, misteriose e profonde. Il corso vitale dell uomo e tutta la storia del mondo vengono giudicati il risultato della eterna lotta fra il bene ed il male, la luce e le tenebre. Dio, intuito padre primigenio e possessore delle verità eterne, è il fine e la misura dell’uomo la caduta nel male è il risultato della ribellione alla autorità suprema per il predominio della carne sullo spirito.
Zoroastro [o Zarathustra, profeta e mistico iranico, fondatore dello Zoroastrismo e autore delle cinque gāthā raccolte nell’Avestā. Non si conosce con precisione in quale periodo è vissuto il profeta iranico Zarathuštra. Gli studiosi collocano il personaggio storico Zarathuštra tra l’XI e il VII secolo a.C. Lo zoroastrismo è una religione di salvazione. Ha un suo proprio libro sacro, l’Avesta. La dottrina caratteristica è il dualismo: l’universo è diviso in due parti contrastanti che procedono da due principî antagonistici, lo “Spirito buono” e lo “Spirito cattivo”] fondò un sistema teosofico, centrato su entità simbolico-immaginarie che chiamava angeli, arcangeli, demoni enti universali simboli di stati psicologici particolari: pensava che dal male (demonio) provenissero guerre, disastri, malattie fisiche e psichiche, mentre da Dio nascesse il bene l’armonia e la felicità. È un modo primitivo e catatimico di pensare, per il quale non vi sono vie di mezzo, né ottimismo, né possibilità di rimedio. L’uomo è nato peccatore e malvago la sua essenza è il male e solo percorrendo la strada che porta a Dio puo salvarsi: solo la preghiera, la pratica della virtù, l’umiliazione e l’ascesi possono sottrarlo alla caduta irrimediabile. Per la scuola mistica, «solo la parola celeste e divina e il rimedio più efficace e sicuro contro le malattie e le guarigioni più sicure avvengono per mezzo del verbo divino». La medicina scientifica per forza di cose fu il bersaglio preferito della filosofia mistica. Tertulliano difatti accusa i medici alessandrini, come abbiamo visto, di essere dei ‘beccai’ di cercare le cause della vita in ‘corpi morti’. L’essenza dell’uomo è l’eterna battaglia fra il diavolo e Dio, sta nel risultato ultimo di questa lotta che può essere nella vittoria dell’uno o dell’altro. (S. Paolo, S. Gerolamo, S. Agostino, Cassiano). Lo stesso cristianesimo dopo il III secolo d.C. cercò tuttavia di limitare l’influenza di questi orientamenti mistici assai staccati dalla vera realtà umana, legandosi, col tempo definitivamente, invece che alla filosofia platomca a quella aristotelica più concreta, naturalistica e pertanto vicina alla vera natura biologica dell’uomo.
Nel terzo secolo a. C. la setta degli Esseni, detta dei ‘terapeutici’, di cui Filone fu allievo, come documenta lo strico Giuseppe, raggruppa un insieme di perone che intendevano guarire ogni malattia, quella psichica soprattutto, con incantesimi, uso di pietre speciali, magie e parole esoteriche. Zoroastro, gli Esseni e Filone ritengono che solo «Dio possa guarire tutte le malattie». Una certa giustificazione teorica a questa filosfia venne anche dal pensiero di Platone, che in alcum punti contiene spunti mistico-magici. Anche il sincretismo e l’eclettismo alessandrino, che unificò stoicismo, platonismo e aristotelismo
con correnti pitagoriche e mistiche, prendendo da ognuna di esse ciò che giustificava il processo di sintesi, favorì e permise lo sviluppo della psichiatria demonologica.
Filone [Filone di Alessandria, noto anche come Filone l’Ebreo, 20 a.C. circa – 45 d.C. circa, è stato un filosofo greco antico di cultura ebraica vissuto in epoca ellenistica], nel primo secolo d.C., fu il più tipico rappresentante di questo indirizzo e il suo pensiero influì molto sulla psicopatologia, contribuendo a formare una scuola mistico-psicologico, che durerà per secoli e che ancora oggi, eppur sotto spoglie diverse, non si è spenta. Visse in una comunità giudaica, influenzata incisivamente da gruppi essenici, orfici, pitagorici, zoroastrici e cristiani. Inaugurò un sistema filosofico teosofico, pieno, di simboli e di allegorie per il quale fra la terra e l’uomo da un lato e Dio dall’altro, esisteva una struttura di enti intermedi, rappresentanti le diverse forze del bene e del male angeli, arcangeli e demoni. Alcune di queste potenze o forze spirituali servono a Dio per poter agire sull’uomo. Conoscere profondamente sé stessi è il mezzo migliore per innalzarsi sino, a Dio e unica vera coscienza è ritenuta quella religiosa; il prmcipio di tutto è in Dio. È facile vedere l’enorme diversità fra queste correnti filosofiche e le filosofie naturalistiche greco-romane. Col tempo, per opera di Plutarco di Cheronea [ 46 d.C. – 125 d.C. è stato un biografo, scrittore, filosofo e sacerdote greco antico, vissuto sotto l’Impero Romano], che si dice appartenesse a sette orfiche, di Apuleio, di Nemesio, di Apamena, che dvulgarono Platone come lo interpretarono le filosofie mistnche si diffusero onentament1 astrologici, demonologici e magici che entrarono nel mondo culturale romano.
Il pensiero laico e razionale dei greci e dei romani, sarà col tempo sommerso dal misticismo più assoluto. Filone diffuse l’idea che l’uomo fosse una dualità infelice, perchè aveva due menti, «di cui una mossa dal serpente di Eva e dal piacere». Venne di moda un ostinato rifiuto dei piaceri della terra e la donna vista come un essere portatore del male: «l’uomo è la mente, la donna la sensibilità». L’anima umana non è più la sintesi delle diverse qualità e elementi fisico-chimici o una sintesi delle varie senso-percezioni, ma è ritenuta un ente in cui avviene la lotta fra Dio ed il diavolo; l’anima posta fra la carne e lo spirito può salire a Dio o cadere in preda al demonio. L’anima non nasce e non si sviluppa da forze biologiche, ma da spinte spirituali: «cibo dell’anima è il pane di Dio», scrive Filone; vive indenne da malattie e da turbamenti se si allontana dal mondo, «allora non soffre più perché si è purgata dall’assalto dei sensi». …

Non sono più lo studio del cervello e la biologia, le basi della psichiatria, come era per Ippocrate e Galeno, ma l’analisi del male, lo studio del peccato e fattore patogenetico è ritenuto la ribellione a Dio: il passaggio dal pensiero scientifico a quello mistico si compie per un totale rovesciamento dei valori e del metodo. Muove questo orientamento l’odio per il corpo, come ben si vede in opere greco-romane influenzate da indirizzi morali come il ‘De natura deorum‘ di Cicerone ove è scritto: «l’animo sempre eterno muove questo povero corpo».
Le regole generali di questa filosofia le ritroviamo anche nelle opere di Ermete Trimegisto [personaggio leggendario di età pre-classica, venerato come maestro di sapienza e tradizionalmente ritenuto l’autore del Corpus Hermeticum. A lui è attribuita la fondazione della corrente filosofica nota come ermetismo] autore che scrive infatti: «a mio parere nulla di buono vi è in terra, ed in cielo non vi è nulla di cattivo … l’uomo è malvagio … il bene ed il male dipendono dalla volontà (dell’uomo) … l’anima cade nei vizi … bisogna
arrestare le sensazioni e guardare Dio».

Alcuni filosofi: risuscitarono le pratiche magiche dei pitagorici, come fecero Figulo, Apollonio di Tianea, Nicomano di Gerasa. Nel I secolo a.C. il neopitagoricismo
fu introdotto a Roma dai medici filosofi Sexti (padre e figlio) che ebbero per allievi Seneca e il medico Celso. Una sintesi di morale stoica e pitagorica si troverà frequentemente nelle opere dei più diversi personaggi romani, basti accennare a Epitteto, a Plutarco e all’imperatore Marco Aurelio.

Plotino con l’idea di Pleroma [termine filosofico, usato dallo gnosticismo per designare la sfera cosmica mediatrice fra l’assoluta realtà del principio ideale e divino e l’assoluta irrealtà della materia], gli Eoni [eternità e durata], la Gnosi [forma di conoscenza religiosa, spesso raggiunta per mezzo di procedimenti misterici], riporta il pensiero occidentale ai problemi magico-mistici secoli prima affrontati già da Pitagora e da Zoroastro e cerca di dimostrare che la tradizione giudaica è superiore al pensiero greco-romano. Per lui l’uomo è nato in funzione di Dio e la realtà oggettiva non è la verità. L’uomo per tutti i filosofi mistici, è formato da due entità: corpo e anima fra loro eterogenee. Le passioni, i sentimenti negativi, come l’ansia, la tristezza, la disperazione non sono di per sé stesse segno di alterazione somatica, ma ‘spinte’ dell’anima, momenti o stati limite, anzi condizioni umane che a volte, se ben sfruttate, sorio utili per conoscere l’anima umana e le cose divine. L’intelligenza è in parte derivabile da Dio e dai processi fisici (senso-percezioni) ma solo nella sua parte somatica (fisica) si può alterare: questo è facilitato perché l’uomo abbandona Dio, creandosi condizioni ottimali per la comparsa di alienazioni mentali; la psicosi è il più sicuro segno della disperazione umana, esprime
la solitudine dell’uomo e l’abbandono di Dio.
Che può fare l’uomo psicotico per guarire visto che è in preda alle passioni e abbandonato da Dio? Secondo Tertulliano c’è solo un mezzo veramente efficace: «la preghiera che rinvigorisce i deboli, sana i malati, rende innocui gli indemoniati».
Tuttavia i teologi e i padri della Chiesa cercarono sempre di trovarsi a una certa equidistanza tra misticismo e medicina biologica: studiarono così gli antichi testi filosofici e le opere di medicina nell’intento di conciliare concetti, come quello di creazione e di peccato originale, con la tradizione culturale grecoromana.
Tertulliano nel ‘De anima‘, scritto nel 205 d.C. esamina le teorie dei medici e dei filosofi classici, dei padri della Chiesa, i testi del vecchio e del nuovo Testamento, le teorie fisiologiche di Ippocrate, di Diocle di Caristo, Erofilo, Erasistrato e Sorano di Efeso, sia allo scopo di criticarle ma anche per giustificare una sintesi fra la vecchia cultura e la nuova visione cristiana dell’uomo.
Il demone è una entità concreta, è la causa di particolari malattie mentali, di un certo gruppo di affezioni psichiche, che col tempo furono definite ‘de possessis‘, ‘de energumenis‘. La parte buona dell’uomo nacque da Dio, quella cattiva, originò «dalla disubbidienza dell’uomo e dal suo peccato» (Origene, S. Giustino, Taziano, Minucio Felice, Atenagora). … Alcune funzioni fisiologiche e psicologiche da sempre ritenute alla base dei
processi intellettivi, sono ora giudicate un peso per la coscienza: «tanto più la
memoria si elimina tanto più l’uomo si purifica» (Plotino). …

La vera strada dell’uomo è nel cammino verso la perfezione che deve avvenire, scrive Clemente Alessandrino, «dal paganesimo alla fede e dalla fede alla conoscenza e da qui al Signore». Il demonio è il primo ostacolo sul cammino verso Dio e le persone prese dallo spirito maligno «sono lontane da Dio»; psicopatologia e condanna morale trovano qui una singolare unione.
Fra l’opera di Filone e quella di Plotino, si diffuse nel mondo occidentale un singolare libro detto, ‘della cabala‘, pubblicazione contenente pensieri di Zoroastro, ebraici e mistico-pitagorici, generiche norme di psicologia e psicopatologia.
Misticismo e atteggiamenti suggestivi si diffondevano presso masse di individui soggiogate: Porfirio, allievo di Plotino, si rivolge a persone psichicamente disturbate allorché scrive che «per guarire bisogna mettere in azione tutte le forze corrispondenti a quelle dei mondi superiori, perché i disturbi sono il segno del potere delle forze del male». Malattia mentale e male morale sono equiparati, per cui sintomi psichici e potere demoniaco sono la stessa cosa. Questa psicopatologia trova qualche riscontro nella moderna impostazione dicotomica della psicoanalisi, che divide l’animo umano in forze del bene, libido (istinto sessuale) e forze del male (istinto di morte).
Filostrato testimonia che per l’indirizzo medico-psicologico, «la cura del corpo è inutile se l’anima è malata». Si scinde la basilare unità del corpo umano, l’anima è staccata dal soma e si pensa abbia proprie malattie causate da ‘forze invisibili’. Giungevano a quel tempo, tra il II e il III secolo d.C., nelle grandi città dell’impero e a Roma, attirati da facili guadagni, maghi, guaritori e mistici, come quell’Apollonio di Tianea [I secolo d.C., viaggiò in India dove, presso quei savî (bramini o buddisti), compì le guarigioni miracolose di un paralitico e di un cieco; ritornò in Occidente, visitando vari luoghi della Grecia, tra cui Atene e Corinto, e venne a Roma], che abitava in un tempio di Esculapio e operava ‘guarigioni miracolose’, perché possessore di forze misteriose capaci di vincere il demonio. Visse al tempo dell’imperatore Alessandro Severo un certo Iarca giunto a Roma dall’India, che, scrivono gli storici: «riusciva a ridonare la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, il moto ai paralitici e la ragione ai pazzi» (Sprengel). Da Lampride [scrittore di epoca augustea] sappiamo che perfino l’imperatore rimase tanto impressionato da larca da tenere un suo ritratto nel tempio dei Lari: lo stesso Plotino pensava di «possedere un demonio che lo seguiva e per suo mezzo riusciva a guarire le malattie».
Il malato mentale è un essere ‘carnale’ in preda al demonio, scrive Giovanni il Solitario nel IV secolo d.C., «agitato dai vizi», così che accanto all’equazione demonio-malattia mentale se ne forma un’altra che nasce dal credere nell’esistenza di uno stretto rapporto fra ‘vizi’, (superbia, ira, collera, tristezza, rabbia) e malattia mentale: l’uomo per giungere alla sanità mentale deve lottare «contro la fornicazione, il desiderio e le passioni» (Filosseno).
L’uomo è spesso malato, la sua carne è debole, bisogna perciò che eviti i forti desideri negativi perché solo il tim0re di Dio lo può salvare: la malattia mentale, la ‘stultizia’, come era stato sostenuto già da Socrate, è una assenza di ragione, quindi un turbamento e una caduta nelle «tenebre nel male » (S. Agostino). …

Il demonio può operare sull’uomo, sia direttamente sia tramite maghi e streghe, compiere opere strabilianti, strane e bizzarre, come ben hanno dimostrato anche Pitagora, Simon Mago, i Caldei, Zoroastro, Proclo, Psellos e S. Agostmo.
Psellos [Michele Costantino Psello, 1018) è stato un filosofo, scrittore, politico e storico bizantino] nel suo ‘De operatione daemonum‘ codificò, assai prima di Del Rio, di
Sprenger e Hinstitor, tutta una serie di modificazioni del corso naturale degli eventi e della fisiologia umana, da addebitarsi al demonio. Il demomo per Psellos poteva scatenare crisi di mania, attacchi di apoplessia, stupori, sonnolenze, crisi isteriche, stati melanconici, incubi, stati ansiosi, provocare parti anormali, nascite di mostri, compiere veri e propri atti sessuali su donne vergini, far mutare di sesso, rendere insensibili al dolore, far vedere cose che non c’erano. Come si vede tutta una serie di eventi grossolanamente psicomorbosi erano addebitati all’azione del demonio, come anche testimoniano S. Agostino, Filone, Cipriano, Giamblico: inoltre le «malattie causate dal demonio difficilmente potevano essere curate dall’uomo» (Del Rio, Sprenger ed Hinstitor).
Il diavolo per provocare stati psicomorbosi non agisce però al di fuori della natura, ma opera nella natura biologica, cosicché il demonologo ammette «che le malatie dipendono dalla materia … ma è il demonio che agisce su di essa e causa la malinconia … egli agita la bile entro il corpo e sospinge i vapori entro il cervello … provoca così le paralisi e l’epilessia … suscita immagini, spinge l’uomo all’odio ed ai turbamenti dell anima» (Cassiano, S. Agostmo, Tertulliano). Il demonio agendo sul corpo, si comporta come una vera e propria noxa patogena e provoca malattie mentali ‘mischiandosi’ agli ‘umori’ ed alterandoli come poteva fare qualsiasi agente naturale: col tempo si creò pertanto la figura, accanto ai diversi stati psicomorbosi, dell’indemoniato, «vere possessis o energumeno».
L’indemoniato mostra segni assai carattenst1ci, nel corpo e nell anima: parla con «voce barbara simile ai latrati di cani e dei lupi … ha rutti frequenti, alito fetido volto orribile, truculento … è inquieto … agitato, stride i denti … fa cose disumane e straordinarie … ha perso il pudore, è scurrile, è polifagico: è il vero indemoniato che sembra «conoscere lingue straniere … cose eccelse pur essendo incolto … compie azioni che altri non possono fare» (Del Rio, Sprenger, Perdulcis). L’indemoniato come si nota ideintifica un quadro psicotico, spesso acuto, oggi conosciuto come sindrome schizofrenica di tipo catatonico e paranoide visto allora come la orrenda oggettivazine del male stesso. Come aveva dimostrato Lattanzio, contro questi individui apparentemente malati l’azione del medico ben poco può fare, perchè si tratta di sintomi direttamente provocati dal demonio, anche se spesso il malato può apparire epilettco, melanconico frenitico e maniaco; soltanto con le armi spirituali della Chiesa Cattolica e con adatti esorcismi è possibile scacciare il demonio dal corpo e ridare pace all’uomo malato indemoniato. Il demonio che si è impossessato del corpo dell’uomo e causa disturbi perché ha «sottomesso l’anima», fugge soltanto davanti alla «maestà della religione cristiana» (Lattanzio, Perdulcis).
L’indemoniato è un uomo caduto nelle tenebre, è lontano da Dio e in preda alle passioni del corpo ed ai vizi più immondi: solo forze vicine a Dio, i padri della Chiesa e i Santi, possono secondo questa concezione, liberarlo dal male aiutati dal carisma dei grandi santi della Chiesa (Teofilo, Cirillo, Silpucio Severo).
S. Gregorio Nazianzeno riteneva che le reliquie dei santi potessero ridare la salute sia fisica sia psichica e lo stesso imperatore Giustiniano affetto da imprecisati disturbi, fu curato con mezzi ‘miracolosi’ dai santi Cosma e Damiano e guarì in breve tempo. L’epilessia, come al tempo della medicina magica preippocratica, è nuovamente creduta manifestazione demonopatica e i monaci  che conducevano una vita ritirata ed in odore di santità apparivano ai malati psichici le persone più preparate per curare i loro disturbi (Cassiodoro).
Ciò che restava della medicina scientifica, dopo il VII secolo d.C. si fonde con la filosofia, la morale e il cristianesimo, dando origine ad un coacervo di cognizioni spesso assurde e paradossali tanto che la Chiesa stessa si convinse col tempo della pericolosità di questo fenomeno che non sempre, dati i tempi, essa poteva controllare. S. Paolo ed Eusebio giudicarono il sincretismo una norma non del tutto sintona con la struttura dottrinale della Chiesa: al tempo dell’imperatore Adriano i seguaci di Simon Mago, cercarono di infondere nel cristianesimo credenze magiche di derivazione essenica e Eusebio dice che molti teosofi invasero il campo mistico della Chiesa, come fecero Saturnino, Basilide,
Carpocrate, Marcete e Manete. Un certo Aristocrito scrisse un libro per dimostrare i legami esistenti fra magia orientale, cristianesimo e teosofia. Alcuni romani, Traiano, Marco Aurelio e Antonino Pio, consci del pericolo, emisero provvedimenti contro la magia e i maghi, cercando di restaurare l’antico spirito razionale e scientifico, ma tutto oramai appariva vano e inadeguato.
Anche medici che avevano studiato all’università di Alessandria, dopo il V secolo d.C. erano influenzati da idee mistiche, dimostrando in tal modo che Filone, Plotino e il pensiero orientale, avevano distrutto la scuola naturalistica più famosa del mondo antico. … Tuttavia lo stesso Zoroastro era a conoscenza, «che il posto della mente è nel cervello, e quando esso è sano la mente è in aumento, mentre quando il cervello decresce come nel vecchio la mente conosce di meno quello che deve fare»; sapeva che certe modificazioni biologiche del cervello potevano determinare il grado di rendimento mentale. Questa apparente contraddizione si spiega, secondo i documenti in nostro possesso, col fatto che la medicina demonologica non è del tutto contraria alla psicologia scientifica ma cerca di limitarne il campo e di restringerlo, di instaurare alcuni canoni fondamentali a carattere morale e direttvo. La confusione fra psicopatologia e presunti indemoniamenti giunse a limiti estremi tanto che anche in comunità cristiane si ebbero casi di adepti indemoniati: il sacerdote Rustico fu ‘sedotto’ da una donna stregata. In questi casi veniva chiamato un ‘esorcista’ ufficiale che con appositi ‘scongiuri’ determinava
la fuoriuscita del demonio dal corpo dell’indemoniato. …

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 313-328.

 

 

 

350-420. NEMESIO

Nemesio nato intorno al 350 si convertì al cristianesimo e divenne vescovo di Emesiain Siria [l’odierna Homs] . In quell’epoca i padri della chiesa nei loro studi sul tentativo di fondere la conoscenza medico-scientifica greco-romana con la rivelazione cristiana riprendono le idee di Galeno sull’importanza del cervello e attribuiscono maggior valore alla teoria della localizzazione ventricolare delle funzioni cerebrali. Uno dei primi a valorizzare questa teoria fu Nemesio nel suo De natura hominis scritto in greco (titolo inspirato a un’opera di Ippocrate). Questo scrittore bizantino fonde letteralmente la scienza medica galenica con la teologia cristiana. Egli localizza la percezione sensoriale nei due ventricoli laterali (che allora venivano considerati come un unico ventricolo), il pensiero o l’intelletto nel ventricolo medio e la memoria nel ventricolo posteriore. Nemesio ci fa credere che l’associazione che lui propone tra la struttura e la funzione è basata su dei fatti clinici solidi. Secondo lui questa localizzazione ventricolare ci rende noto che di osservazioni secondo le quali una lesione che tocca i ventricoli anteriori compromette la sensibilità, ma non l’intelletto. Lo spirito viene alterato solamente per un danno del cervello medio. Questa lesione lascia la funzione della percezione intatta. Al contrario quando il cervelletto, situato nella parte posterione del cervello, è danneggiato, solo la memoria sembra essere compromessa, lasciando l’intelletto e la percezione intatti.

Da Parent A., Histoire du cerveau, Les Presses de l’Université Laval, 2009.

 

 

 

354-430. AGOSTINO d’IPPONA Santo. AURELIO AGOSTINO d’IPPONA.

Aurelio Agostino d’Ippona (354-430), uno dei Padri della Chiesa cattolica, ha approvato la teoria della localizzazione ventricolare e conseguentemente il concetto di localizzazione ventricolare è diventata una dottrina. Si parlerà quindi della dottrina ventricolare o meglio  della dottrima cellulare in quanto si associano le cavità cerebrali a delle cellule monacali. Uno dei più grandi pensatori della cristianità, Agostino, propone l’idea che la memoria abbia sede sprattutto nel ventricolo centrale, quindi il movimento e la percezione dipendono rispettivamente dai ventricoli posteriore e anteriore. Si cercherà poi di complicare la dottrina facendo passare il numero di celle da tre a cinque e aggiungere un elemento di dinamismo e progressione che suggeriscono che l’informazione sensoriale è prima visto nel ventricolo anteriore, poi decodificato nel ventricolo medio e infine conservato nel ventricolo posteriore. Ma, essenzialmente, la dottrina cellulare delle funzioni cerebrali è rimasta intatta ed il pensiero medico occidentale e persino orientale ne è stato dominato per più di un millennio.

Da Parent A., Histoire du cerveau, Les Presses de l’Université Laval, 2009.

Due incisioni su legno rapprentano la visione medievale dei ventricoli cerebrali ed il loro ruolo nelle diverse funzioni cerebrali. La figura a sinistra è stampata sul libro di Alberto Magno Philosophia pauperum (1206-1280) pubblicato a Venezia nel 1496. Quella di destra proviene da Dis ist das Buch der Cirugia di Hieronymus Brunschwig (1450-1512) stampato a Strasburgo. L’immagine dei ventricoli rappresentata sulla figura di Brunschwig è più elaborata di quella di Alberto Magno e alcuni tratti indicano un collegamento diretto tra i sensi (vista, gusto, udito) ed il ventricolo anteriore (sensus communis). Nota. Un’altra immagine si trova su un libro di Alberto Magno Philosofie naturalis stampato a Brescia (Italia) nel 1485 dallo stampatore Farfengo (immagine sottostante). In tutti e tre i casi le immagini rispecchiano la conoscenza del periodo storico in cui sono stati stampati i libri e non esattamente quello degli Autori che scrissero i testi nel IV secolo (FG).

Nel I ventricolo si trovano le facoltà Immaginazione ed il Senso comune (cioè l’immaginazione e la percezione attraverso gli organi dei sensi), nel II ventricolo si trovano le facoltà Estimativa ed Immaginativa (cioè Estimativa-Valutativa e ancora Immaginativa) e nel III ventricolo la facoltà Membrorum-motiva e Memorativa (cioè Motoria delle membra e della Memoria). Lungo il collo è scritto: Ab hinc ramificantur nervi per nucam et spondilia dorsi ad totum corpus (Da questo punto si ramificano i nervi attraverso la nuca e le vertebre della schiena in tutto il corpo) (FG).

Per la trascrizione e traduzione delle note a margine con i numeri da 1a a 12 vedere alla data 1472-1474 Ventricoli cerebrali e gli organi di senso. Il disegno di Johann Lindner di Mönchburg (1440-1524), storico tedesco, è ispirato al De Anima di Aristotele e riprende l’eterna discussione tra l’anima e il corpo sorta col cristianesimo dall’interpretazione della Genesi che ne diede Agostino d’Ippona (santo) quando ammise che le facoltà superiori dell’uomo (conoscitiva, discriminativa, ecc.) cioè l’anima fossero alloggiate nel cervello ed esattamente nei ventricoli  cerebrali per cui il concetto di localizzazione ventricolare divenne una dottrina cristiana.

 

L’anima e gli elementi del corpo (VII, xii, 18-xxi, 30)

Il testo biblico (Gen. 2, 7): “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo (ʻadam) con polvere del suolo (ʻadamah) e soffiò nelle sue narici un alito di vita (nishmat-hajjîm) e l’uomo (ʻadam) divenne un essere vivente (nefesh hajjah)” (Trad. Bibbia di Gerusalemme). …

La materia spirituale non può essere un elemento corporeo. Il rapporto tra l’anima e gli elementi nel corpo (xii, 18-xxi, 30)
A) L’anima incorporea non deriva dai quattro elementi (xii, 18-xx, 26)

i) L’anima umana non deriva da nessuno dei quattro elementi (xii, 18-19)
– L’anima non deriva né dalla terra né dall’acqua (xii, 18)
Quid … facta est?: Enunciazione del problema;
An … humidum?: L’anima è stata fatta a partire da un corpo terroso e umido [A]?
Nullo … facta est: A partire da un corpo terroso e umido (il fango) è stato fatto piuttosto il corpo di carne;
Nec humore … volucris: L’anima non è derivata nemmeno dal solo elemento umido [B] (humor → anima / terra → caro), elemento a partire da cui è stata fatta la carne dei pesci e degli uccelli (cf. Gen. 1, 20-22).
L’anima non deriva né dall’aria né dal fuoco (xii, 19)
Ergo … aere?: L’anima deriva dall’aria?
Huic … potest?: Tale impressione deriva dal fatto che il nostro soffio è parte dell’elemento aereo: Dio (identificato con l’anima del mondo) avrebbe fatto l’anima umana mediante l’aria interna al suo corpo (cf. VII, iv, 6): lo schema di derivazione dell’anima sarebbe dunque il seguente:
Flatus: 1) anima → 2) aria (corpo) → 3) soffio
Anima: 1) Dio (anima del mondo) → 2) aria (corpo del mondo) → 3) anima; …

(ii) L’anima, il corpo e i quattro elementi (xiii-xiv, 20)
Le teorie mediche sul corpo umano: la genesi della percezione corporea (xiii, 20):
Deinde … nostri: I medici affermano di poter provare che in ogni carne (caro) si trovano: i) terrena soliditas;
ii) aeris aliquid [polmoni → cuore → vene [arterie] → resto del corpo];
iii) ignis qualitates: a) fervida [nel fegato (in iecore)], b) luculenta [sale nel luogo più alto del cervello (quam velut eliquari ac subvolare … in excelsum cerebri locum)];
Unde … diffundant: La fisiologia della percezione (F1): A partire da qui [scil. “dal cervello”] si sprigionano i raggi che fuoriescono dagli occhi, e dal suo punto mediano, come da un centro, si diramano dei sottili condotti in direzione non solo degli occhi, ma anche degli altri organi di senso – vale a dire verso le orecchie, le narici e il palato – in vista della percezione dei suoni, degli odori e dei gusti; dicono anche che lo stesso senso del tatto, che è diffuso in tutto il corpo, si dirige dal medesimo cervello attraverso il midollo cervicale e il midollo contenuto nelle ossa da cui è tenuta insieme la spina dorsale, e a partire da lì si diffondono quindi per tutte le membra dei sottilissimi canali, che producono il senso del tatto (Trad. Moro). …

iii) Applicazione esegetica dei princìpi esposti: Gen. 2, 7 (xvi, 22-xviii, 24)
Factus est homo in animam viventem (xvi, 22)
Non … indicium: L’espressione factus est homo in animam viventem indica che l’uomo cominciò ad avere sensazione nel corpo; ciò è indice certissimo di una carne animata e vivente (animatae viventisque carnis);
Nam … vivam
: Nei vegetali è presente un doppio tipo di moto: 1) il moto dipendente dall’azione di una forza esterna (es. vento), 2) il moto interno che presiede allo sviluppo corporeo: il moto interno non è un moto spontaneus, come invece è quello che si unisce alla sensazione per amministrare il corpo (qui sensui copulatur ad corporis administrationem): quest’ultimo è presente negli animali che la Scrittura definisce “anima viva” (cf. Gen. 1, 21); (F3)
Nam … vivam
: L’uomo dunque è stato fatto “anima viva” perché oltre al motus internus in lui sono presenti il sensus e il motus spontaneus.
– In faciem eius (xvii, 23-xvii, 24):
Proinde … vivam:
Dio ha soffiato sul volto dell’uomo perché: 1) la parte anteriore del cervello, da cui si diramano tutti i sensi, è stata collocata in prossimità della fronte, 2) nel volto sono presenti tutti gli “organi” di senso (compreso il tatto, diffuso comunque in tutto il corpo);
Anterior … actionem: La parte anteriore è opportunamente “posta davanti” (praeponitur) a quella posteriore: la prima dirige e origina la sensazione, la seconda segue e origina il moto [sensus : motus = consilium : actio (al § 21 nosse : facere)].
Et … vivam: E poiché nessun moto del corpo che segue la sensazione si realizza senza intervalli di tempo, e d’altra parte non siamo in grado di percorrere intervalli di tempo con un moto spontaneo se non grazie all’aiuto della memoria, viene dimostrato [dai medici] che vi sono tre, per così dire, ventricoli del cervello: uno anteriore in prossimità del volto, da cui ha origine ogni sensazione; un altro posteriore in prossimità del collo, da cui ha origine ogni movimento; il terzo tra i primi due, in cui essi dimostrano che ha sede la memoria, perché non avvenga che, dal momento che il movimento segue la sensazione, l’uomo non colleghi [al passato, alla percezione?] ciò che deve fare, come accadrebbe qualora abbia dimenticato ciò che ha già fatto. [I medici] sostengono che l’esistenza di queste parti del cervello è stata provata sulla base di indizi certi, sia quando, una volta che quelle stesse parti sono state affette da una qualche malattia o imperfezione, essendosi prodotta una mancanza nella funzione del sentire o del muovere le membra o del ricordare un movimento del corpo, essi hanno mostrato con sufficienza chiarezza quale effetto ciascuna parte producesse, sia quando è stato sperimentato al ripristino di quale funzione abbia giovato la cura somministrata loro. L’anima agisce su tali parti come su degli strumenti, ma essa stessa non è nessuna di queste; al contrario, le vivifica e le regge tutte e, per mezzo di queste, provvede ai bisogni del corpo e di questa vita, in virtù di cui l’uomo è divenuto un’anima vivente (Trad. Moro). [F4] …

Fonti: Il libro I delle Tuscolanae disputationes (opera di Cicerone)
F1: Cic., Tusc. I, 20, 46: «Anche ora, d’altronde, non sono gli occhi a farci distinguere ciò che vediamo: non c’è infatti nel corpo alcuna facoltà di percepire, ma come insegnano sia i naturalisti, sia soprattutto i medici, che conoscono bene questi organi per averli visti, sezionati e messi in evidenza, esistono nel nostro corpo quasi delle “condutture” [le arterie!], che dalla sede dell’anima portano agli occhi, agli orecchi, alle narici» (Nos enim ne nunc quidem oculis cernimus ea quae videmus; neque est enim ullus sensus in corpore, sed, ut non physici solum docent, verum etiam medici qui ista aperta et patefacta viderunt, viae quasi quaedam sunt ad oculos, ad auris, ad naris a sede animi perforatae) [Trad. Zuccoli Clerici]. …
F4: Cic., Tusc. I, 25, 60: «Io ritengo che sia necessario capire la natura e l’origine della facoltà della memoria. Certo essa non ha a che vedere né col cuore, né col sangue, né col cervello, né con gli atomi; se abbia attinenza col soffio o col cuore, non lo so, né mi vergogno, come costoro, di ammettere di non sapere ciò che non so» (Quae sit illa vis et unde sit intellegendum puto. Non est certe nec cordis nec sanguinis nec cerebri nec atomorum; animae sit ignisne nescio, nec me pudet ut istos fateri nescire quod nesciam) [Trad. Zuccoli Clerici].

Da Moro E., L’anima e gli elementi del corpo (VII, XII, 18-xxi, 30), Dottorato di ricerca in filosofia, Padova, 20 aprile 2016, Seminario di Filosofia Medievale sul De Genesi ad litteram di Agostino.

Natura e Origine dell’anima.

Nelle pagine del De Genesi ad litteram le vie della riflessione di Agostino si incrociano con quelle della speculazione filosofica in numerose altre circostanze. Un “incrocio” in tal senso particolarmente signicativo si registra nel libro VII, dove le dottrine neoplatoniche si rivelano per Agostino a un tempo bersaglio polemico e strumento prezioso di cui servirsi. Bersaglio polemico quando si tratta di confutare la dottrina della trasmigrazione delle anime, colpevole di spalancare le porte alla trasformazione dell’anima da irrazionale
in razionale. …

Strumento prezioso, viceversa, le dottrine filosofiche lo sono quando si tratta di mostrare l’incorporeità dell’anima, irriducibile tanto ai quatto elementi materiali quanto al quinto elemento etereo. Accanto ad argomentazioni che dimostrano una certa dimestichezza con le teorie mediche del tempo (58) e ad altre di comprovata derivazione neoplatonica, Agostino ricorre in tale contesto a un controverso argomento, di sicura derivazione plotiniana, basato sull’autoconoscenza dell’anima.

(58) Cfr. Gn. litt. VII, xiii, 20; xvii, 23–xix, 25. Su questa complessa sezione del libro VII, in cui per dimostrare l’incorporeità dell’anima Agostino fa leva sulla teoria medica della localizzazione dei ventricoli celebrali e si serve di osservazioni in materia di anatomia celebrale indirettamente ricavate dalle teorie mediche di Erofilo ed Erasistrato, cfr. l’analisi di M. Framton, Embodiments of Will: Anatomical and Physiological Theories of Voluntary Animal Motion from Greek Antiquity to the Latin Middle Ages, 400BC – 1300, Verlag Dr. Müller, Saarbrücken 2008, pp. 248-258 (che opera un raffronto tra le affermazioni di Agostino e la dottrina esposta nel De natura hominis di Nemesio di Emesa. Ai fini di un’ulteriore indagine sulle possibili fonti delle conoscenze mediche di Agostino, che rimane tuttora auspicabile, è inoltre signicativo notare come la collocazione
della sensazione nella parte anteriore del cervello trovi corrispondenza nella dottrina galenica (es. De usu partium, VIII, 5-6): a tal proposito, cfr. P. Agaësse – A. Solignac, Note complémentaire “34. Augustin et la science médicale”, in BA, 48, pp. 713-714.

Da Moro E., Utilizzare la filosofia per interpretare la creazione? Agostino di Ippona nella Genesi. Forum, Suppl. Acta Philosophica, 2018, 4, 191-214.

 

 

 

V secolo (inizi). CELIO AURELIANO

Per Celio Aureliano la sede della lesione nelle freniti è il cervello, giacché l’organo alterato nelle sue funzioni è inequivocabilmente la mente e pertanto nel sistema nervoso centrale deve essere la lesione: «causa della frenite alcuni indicarono il cervello, altri le meningi, altri il cuore, altri le arterie o il diaframma, però le indicazioni della fisiologia sono per una lesione del cervello, anche se tutto il corpo soffre».
Il medico psichiatra greco-romano in base alla diretta esperienza che ebbe di psicosi organiche acute e funzionali, arrivò alla conclusione che lo psichico dipendesse strettamente dall’organico, ed estese questo concetto anche alla fisiologia e alla psicologia normali. Lo spirito, l’anima, le funzioni intellettuali, dipendono dalla materia organica e funzionano su basi materiali  (tono vitale, atomi, umori): la mente nelle sue espressioni è niente altro che un epifenomeno della materia organica altamente strutturata.
Il frenitico con la sua sintomatologia varia, cangiante e clamorosa, così diversa dalle espressioni della vita psichica normale, appare l’opposto di chi ha una vita mentale aderente al reale e sostenuta da sensopercezioni adeguate: l’uomo normale non solo ha un corretto contatto col mondo, ma su di esso fornisce un giudizio preciso e corretto mentre l’alienato è qualitativamente diverso.
Malattie febbrili , alcool, tossici vegetali (mandragora, aconito, oppio, belladonna, cannabis) alterano improvvisamente le funzioni neuropsicologiche. Questo concetto è una fondamentale conquista della medicina antica: una malattia fisica e sostanze tossiche possono modificare e ‘alienare’ la vita psicologica.
L’uomo intero nella sua realtà biologica visto da prospettive finalistiche come vennero intese da Aristotele, è oggetto di studio e di meditazione per il medico-psichiatra, che ritiene che accanto a sviluppi ‘naturali’ dell’uomo cioè fisiologici, vi siano stati devianti, ‘praeternaturali’ e ‘oltrenaturali’ quali l’insania e la follia su basi organiche.
Il cervello è la sede delle più fini e specializzate funzioni psicologiche ma cede nella frenite il suo primato e diventa: «simile ad un uomo ubriaco che appare in balìa di un fanciullo» (Aristotele). L’unitarietà della vita mentale integrata dalla coscienza (o «sensorio comune») si disgrega: la frenite insegna così allo psichiatra che sede della mente è il cervello. Quando esso è leso, tutta la vita mentale è sconvolta: intelletto, senso-percezioni, memoria e immaginazione.
L’egemonico, il sensorio comune, non riesce a dirigere la mente; non siamo davanti ad un individuo, scrive Aristotele, «che vede e sente che vede … che compie un atto e sa che lo compie … che pensa di pensare … essere è sentire e pensare di sentire e di pensare».
Questa facoltà vien meno nella frenite, come pure in gravi manie dove vi è «omnium sensu alienatione» (Celio Aureliano): viene sconvolta la struttura unitaria di tutta la vita mentale e dei fenomeni senso-percettivi, l’unità dell’anima come era intesa dai solidisti, «nihil aliud esse anima quam sensium omnium coetu». Lo spirito (anima) si fonda sull’attività indefessa degli atomi: «leptomeres sed nos intelligimus spiritus».
Ordine e disordine mentale sono espressione di un cervello sano e malato, di una normale e patologica attività meccanica dei ‘leptomeres’ (atomi organici). La mente nelle sue funzioni poggia su meccanismi biologici, e quando questi sono compromessi compaiono disfunzioni delle diverse «facoltà animali» (memoria, intelletto, immaginazione).
Se per le scuole psichiatriche umorali e pneumatiche le passioni umane hanno un certo ruolo nello scatenamento di alcune malattie mentali, tanto che Galeno pensa siano le tensioni aggressive a sostenere spesso disordini mentali (… insatiabilitate, quas omnis moestitiae et moeroris est causa»), per l’indirizzo meccanicistico, che poggia i propri rilievi clinici su psicosi organiche, i fattori emotivi hanno minor valore etiopatogenetico. Nella frenite, scrive Celio Aureliano, vi è «mentis solecitudo» (angoscia, preoccupazione travagliata) ma ciò è causato da una «mutazione del cervello» e i cambiamenti dell’umore sono improvvisi e senza causa psicologica alcuna, «sine causa hilaritas».
La malinconia è un tipico esempio di malattia provocata da una invasione del cervello dalla «bile nera», una modificazione affettiva a genesi biologica. Sintomo patognomonico di questa malattia è una particolare sensazione che i malati avvertono al precordio, un peso, come una tensione che Celio chiama «inflatione praecordiorum». Altri sintomi importanti sono «freddezza alle articolazioni e lieve sudorazione», diminuzione della «forza virile e tenuitas corporis»; quest’ultimo sintomo è indicativo di un sentimento di depersonalizzazione somatica. Tali sintomi saranno poi indicati come propri della tristezza
vitale nel XX secolo da Scheler e da Schneider e contraddistingueranno nel senso odierno la psicosi melanconica. Altri sintomi somatici spesso presenti sono: (dolori allo stomaco, eruttazioni, pesantezza al capo». Il malinconico dal punto di vista affettivo è orientato verso toni depressivi, «il malato è preso da moestitia  …. cupidi moriendi … anima anxietatis»: il melanconico è generalmente silenzioso, ma qualche volta può apparire ‘iracondo’.
Spesso presenta sintomi uguali a quelli della mania», cioè allucinazioni, , deliri e agitazione (melanconia con delirio). Invece delle solite terapie a base di salassi e clisteri Celio Aureliano in questi casi consiglia «cucurbitole [ventose] e cataplasmi», con l’intento di modificare «un’anormale aggregazione» degli atomi del cervello. …

Il sonno in base alla concezione meccanicistica nasce «da una diminuzione della forza vitale» per ispessimento degli «spiriti animali o leptomeres»: essi non si distribuirebbero più equamente e periodicamente scemerebbero a livello cerebrale, generando «un rallentamento» delle «funzioni animali». Il sonno manifestazione studiatissima, secondo le antiche ipotesi di Senofane, sarebbe dovuto ad un periodico ‘raffreddamento’ del cervello, ad un indebolimento del tono vitale, come avviene per la vecchiaia: è una morte apparente e periodica; la morte è il risultato del massimo raffreddamento del corpo (Aristotele). Nel sonno l’uomo si ritira dal mondo scrisse Eraclito, «i desti hanno un mondo in comune, ma nel sonno ognuno si apparta in un mondo a lui proprio». Tuttavia l’uomo che dorme ha una speciale vita mentale: sogni e incubi; vi è una patologia propria di queste manifestazioni. Nel sonno i desideri, le emozioni e i movimenti del corpo, scrive Giamblico [Giamblico di Calcide, è stato un filosofo siriano di lingua greca vissuto in età romana 250-330] diretti «a soddisfare i bisogni», non tacciono del tutto. I «desideri conformi alla natura» come controllo degli sfinteri, fame, sete, nel sonno sono controllati ma quelli ‘artificiali’ agiscono senza ordine (Giamblico). Anche per Ippocrate, «il corpo dormendo non sente, mentre l’anima … si muove, si affligge, considera nel piccolo spazio in cui si trova, quante sono le funzioni del corpo e dell’anima: tutte queste cose nel sonno
l’anima fa».
La psicopatologia del sonno è basata su rilievi fisiologici: il capitolo più importante sulla patologia del sonno di Celio Aureliano riguarda il «somno venereo quem graeci onirogonon appellant». Si tratta di fantasie erotiche nel sonno con emissione involontaria di sperma, in persone con insoddisfazione sessuale, perché la fantasia agisce sul corpo, per «desiderium venerae voluptatis», a seguito di esagerata ‘continentiam’. A volte questo sintomo si ha nella mania, nell’epilessia e nel furor. ‘L’onirogon’ si differenzia dallo ‘oniropolepsis’ perchè questi è simile al sognare un accoppiamento sessuale, analogo ad un meccanismo allucinatorio, per cui l’uomo vede e fa ciò che ardentemente desidera: «ab intentione venerea visa mentis advertere … est phantasmata » (sogna un ‘concubitus’).

Da Roccatagliata G., Storia della psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 186-189.

 

 

 

IV-VII secolo.  La Scuola Medica ‘Bizantina’

Non so se sia esatto parlare di una «Scuola di Bisanzio», ma il fatto è che tra il V e il’VIII secolo, i medici di Bisanzio furono coloro che tennero alto il sa­pere scientifico e filosofico, frequentando Scuole straniere, come quella di Ales­sandria, o viaggiando nei Paesi dell’Oriente dove avevano raccolto notizie e dati. In più, essi possedevano biblioteche ricchissime che frequentarono con diligenza, tanto che, nei loro scritti, essi si riferiscono costantemente a medici del passato. Non soltanto essi conoscevano la letteratura medica, ma l’insegnarono completan­dola con la propria esperienza personale acquisita al letto del malato. Tre persona­lità emergono in questa Scuola: Oribasio, Paolo d’Egina e Alessandro di Tralles.

L’apporto bizantino alla cultura medica occidentale fu interessante e fonda­mentale; esso consistette nel conservare, rettificare, migliorare e diffondere le co­noscenze mediche all’Occidente, non soltanto con la trasmissione delle opere gre­che, ma con l’insegnamento della necessaria osservazione personale: «Un buon medico — diceva Alessandro di Tralles — deve potersi servire di tutto».

Estratto da: Penso G., Medicina Medioevale, Ciba-Geigy Edizioni, 1991.

Tra il IV ed il V secolo d.C. scoppiarono gravi epidemie che si manifestavano come attesta Procopio, Aetio di Amida ed Evagrio, con grave compromissione infiammatoria del sistema nervoso centrale: cefalea, sonnolenza, attacchi convulsivi, deliri confusi e paralisi dei nervi cranici. La mortalità era assai elevata ed i rimedi farmacologici allora praticamente assenti. Le città e le campagne in breve tempo si spopolarono e ai confini del vasto impero e nella compagine stessa di esso forze ostili, crisi politiche e difficoltà economiche ne minarono le strutture a quel tempo ancora solide e compatte; sono i primi segni della decadenza, del più vasto organismo politico che uomo abbia mai costruito: inizia la parabola discendente di un eterno ciclo biologico.
Le strutture politiche, economiche, giuridiche, filosofiche e scientifiche nate assieme e legate all’impero, seguirono la stessa sorte: inesorabilmente persero vigore, rimasero sterilmente attaccate ad alcune formule stereotipate della medicina antica. …

La civiltà bizantina, nata con lo spostamento del centro culturale da Alessandria e da Roma a Costantinopoli, riuscì ancora fra mille difficoltà ogggettive, quali l’invasione dei barbari, lo sviluppo del latifondo le gravi epidemie ed il disfacimento sociale, a raccogliere un gruppo di medici, che anche se non porteranno alcun contributo originale riusciranno a mantenere per qualche secolo ad un discreto livello scientifico la medicina; ma in seguito con l’opera di Psellos [XI sec.], ‘De operatione daemonum‘ cadrà definitivamente preda della superstizione e di false credenze.

Come l’imperatore Giustiniano fece per il diritto, così il medico bizantino si limita a  trascrivere, consultare e copiare le opere dei grandi medici come quelle di Ippocrate, di Galeno, di Celio Aureliano, di Archigene, di Areteo, di Sorano di Efeso, di Diocle di Caristo, di Dioscoride Pedacio: in questo senso preziosa e imponente è l’opera di Aetio di Amida che ‘compila’ una vasta antologia desunta dalla lettura delle opere di medici passati.
In questo periodo storico spesso il medico non si occupa più di studiare l’anatomia e la fisiologia ma si limita ad una superficiale attività terapeutica, frequentemente basata sulla stereotipata somministrazione di ‘teriaca’, nei casi di malattie più disparate, come dimostra l’opera di Vindiciano medico dell’imperatore Valentiniano.

Da Roccatagliata G., Storia della psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 293-294.

 

 

 

325-403.   ORIBASIO

La traduzione di opere mediche greche era iniziata nel quinto secolo, quando Claudio Aureliano tradusse un’opera ginecologica di Sorano (primo secolo a.C.). Dalla metà del sesto secolo, una sinossi della complazione di Oribasio e un piccolo gruppo di scritti di Ippocrate e di Galeno era stato tradotto in latino, probabilmente nell’Italia del nord; questi ultimi erano appunto il soggetto di lezioni formali simili a quelle date in Alessandia, a Ravenna al tempo degli anni 550 e 570 circa. Era presente anche una traduzione di Dioscorides disponibile da quel momento (fatto sia in nord Italia o Nord Africa). Quindi
sebbene la quantità dei trattati medici Greci disponibili in versione Latina
(almeno in Italia) nel primo Medioevo fu trascurabile. Ciò nonostante nel quarto, quinto e sesto secolo alcuni collezioni di rimedi furono compilati in Latino: tra questi i più importanti furono gli erbari falsamente attribuiti ad Apuleio, figura letteraria del secondo secolo.

Siraisi N.G., Medieval & Early Renaissance Medicine, The University of Chicago Press, Chicago and London, 1990.

 

Il primo dei medici bizantini, vissuto poco dopo il trasferimento della capitale da Roma a Costantinopoli, è Oribasio: nacque nel 325 d.C. e morì nel 403. Visse quindi in un periodo tragico per le sorti della cultura nonostante gli sforzi dell’imperatore Giuliano, che cercava attraverso la restaurazione delle antiche tradizioni, di far riemergere e rivivere la civiltà del passato. La mancanza di una omogenea base sociale, di una coerente ideologia oramai corrosa da eclettismo e neoplatonismo, le infiltrazioni della magia e della teurgia perfino negli ambienti di corte, resero vani questi tentativi (Ammiano Marcellino [storico romano 330-397]). Lo stesso Giuliano [Flavio Claudio Giuliano 331-363] si attaccava a vecchi miti pur di riuscire a far sopravvivere un mondo che stava finendo (Libanio [314-394, è stato un filosofo siro, di lingua greca]). L’opera rinnovatrice di Giuliano, che lo portò a costruire anche nuove biblioteche e centri di studio ad Antiochia e Costantinopoli,
al fine di ripristinare l’amore per l’antica civiltà greco-romana era tuttavia destistinata
al fallimento. L’impeto distruttivo di Teodosio [347-395] verso la civiltà antica portò alla rovina numerosissime biblioteche: Eusebio [Eusebio di Cesarea, scrittore cristiano, 265-340, studiò e lavorò nella biblioteca di Cesarea, fondata da Origene, divenne vescovo di Cesarea] condannava aspramente tutti quelli che avessero studiato le opere di Aristotele e di Teofrasto. Cadevano le basi teoriche e oggettive della medicina antica: lo stoicismo e l’epicureismo vennero abbandonati, e ignorati i centri universitari ellenistici. In questo periodo insegna ad Alessandria un medico dogmatico, seguace rigido del pensiero ippocratico, Zenone di Cipro, che tuttavia attira molti giovani e valenti studiosi: fra questi è Oribasio, nativo di Sardi (per altri Pergamo) come sostiene Filostorgio; sarà Zenone stesso che considerata l’intelligenza e la capacità del suo discepolo, alla fine dei corsi lo raccomanderà a Giuliano, a quel tempo non ancora imperatore. Oribasio divenne infatti il medico personale di Giuliano, e si dice che spesso ne interpretava i sogni al fine di trarne favorevoli auspici.
L’amicizia fra i due divenne profonda, anche perchè Oribasio, come attesta una lettera dello stesso Giuliano l’aiutò a giungere alla massima carica dello stato romano. Fu l’imperatore Giuliano, allo scopo di far rinascere l’antico spirito scientifico, che incaricò Oribasio di compilare una vasta antologia del sapere medico antico. Oribasio prese in esame le opere mediche più famose a quel tempo rimaste e le raccolse in settanta libri, di cui ne rimangono diciassette, che chiamò Synopsis: vi sono riuniti brani di medicina di Diocle di Caristo, Mneristeo, Dierchi, Dioscoride, Galeno, Rufo di Efeso e Filumeno.
Questa raccolta è molto utile allo storico giacché solo tramite essa è possibile conoscere il pensiero di alcuni medici antichi. Oribasio, pur avendo praticato studi anatomici su animali, riporta soltanto cognizioni settorie e descrittive di Galeno, Sorano e Rufo. Le sue pagine più belle sono quelle che ritrascrivono letteralmente le esperienze neuro-cliniche di Galeno, in merito al rapporto fra il livello di lesione midollare e relativi gruppi muscolari paralizzati. La maggior parte dell’opera è dedicata alla farmaçologia clinica come venne dedotta dagli scritti di Galeno e di Dioscoride. …
Dal punto di vista pedagogico lasciò accuratamente descritti i deleteri effetti che si ottengono affidando i giovani a maestri maldestri, incompetenti ed inesperti e ne rilevò principalmente le anomalie del carattere e dell’intelligenza.
I relativi capitoli dei libri, altro non sono che brevi e succinte introduzioni clinico-semeiotiche ed etiopatogenetiche, con qualche acceno prognostico, alle diverse malattie; non frequenti sono i capitoli neuropsichiatrici. Alla fine di ogni capitolo segue una lunga serie di consigli e di formulazioni terapeutiche.
Stati morbosi di obnubilamento della coscienza più o meno gravi e lo stupore, sono curati con ‘spugnature’ di aceto e somministrazione di sostanze evaporanti molto odorose ed irritanti per via nasale, nella convinzione, comune a quel tempo, che per la lamina cribrosa i ‘vapori’ dei farmaci potessero arrivare al cervello anteriore e esercitare un ‘potere risvegliante’. Questo problema venne due secoli dopo affrontato dal medico Filarete, che studiando l’anatomia del sistema nervoso centrale delle capre, si dimostrò convinto dell’esistenza di un foro che traversava le meningi cerebrali e la lamina cribrosa mettendo così in comunicazione il cervello frontale con le fosse nasali. Fornisce complicate ricette per la cura di disturbi vegetativi quali, ‘eccessivo appetito’, ‘aumento della sete’ e vari tipi di ‘nausea’. Secondo l’uso clinico di allora, peraltro semeioticamente corretto, Oribasio distingue i disturbi della memoria in due entità, a seconda vi siano o no associate alterazioni della lucidità di coscienza.
Prima di somministrare qualsiasi tipo di terapia psichiatrica Oribasio pensa sia utile conoscere, da vari segni allora ritenuti validi, il carattere «del temperamento del cervello». Le crisi epilettiche generalizzate vanno curate con vari farmaci ed ‘artifici’: scarificazioni al capo, applicazioni di ventose alla nuca nel tentativo di ‘derivare’ un eccessivo accumulo di umori, soluzioni di coloquintide e pozioni del famoso e celeberrimo ‘castoreo’ [olio di ghiandole di castoro, con ferormoni, di odore intenso. Paracelso lo propose per la cura dell’epilessia]. I diversi tipi di vertigine sia a genesi cerebrale sia somatica, dovrebbero utilmente risentire della somministrazione della ‘teriaca’; attacchi apoplettici conclamati reagire beneficamente a clisteri fatti «con sostanze acri, mischiate a miele e acqua salata» anche qui nell’idea di far defluire per via rettale eccessivi umori condensati a livello del cervello. Anche le paralisi sensitive e motorie, segni per Oribasio di ingorgo dei nervi e degli spiriti animali da parte di «eccessivo accumulo di sostanze umorali grasse e viscose», trovano beneficio dalla pratica di clisteri, salassi e applicazioni
di ventose al capo ed alla nuca, come pure utili le terapie, con ‘teriaca’, che causa «un richiamo dell’eccesso di pituita», umore «denso e biancastro, lento e tardo» che è causa del rallentamento delle funzioni neuropsicologiche.
La cefalea è suddivisa in due entità cliniche a seconda della etiopatogenesi; Oribasio infatti distinse una cefalea «da cervello caldo … ed una da eccessiva refrigerazione». Secondo l’idea galenica, che un farmaco debba agire per una azione contraria a quella provocata dalla noxa patogena, in questa malattia bisogna: «causare un raffreddamento nel caso di troppo calore del cervello e viceversa nel caso di riscaldamento». Terapie per la cura della cefalea sono anche il succo di papavero come sedativo, il succo di mandragora, un liquore formato da miele, succo di petali di rose, olio di camomilla, succo di uva, e olio di lattuga. Vi sono altri tipi di cefalea, per così dire sintomatici; la prima è quella che comunemente consegue «ad un eccessivo abuso d vino», che va curata con largo uso di clisteri e un’altra sintomo di malattie febbrili che risente beneficamente della somministrazione di succo di papavero. Nel caso la cefalea abbia le caratteristiche proprie dell’« emicrania» la terapia migliore consisterà in iniezioni di «olio caldo misto ad euforbio nel condotto uditivo», dalla parte del cranio dolente; a volte si ottengono ottimi risultati, con «spugnature al capo di acqua molto fredda».
La malinconia, sulla scia della nosologia di Galeno·; è distinta in tre varietà: semplice (non delirante) dove «tutto il corpo è pieno di umore nero»; delirante detta ‘cerebrale’ ed infine una forma ipocondriaca detta ‘flatuosa’. Nella forma somatica sostenuta dalla dispersione in tutto il corpo di bile nera bisogna allontanare questo umore con continui clisteri, salassi e somministrazione di elleboro. Nella forma delirante sono utili i salassi; in quella ipocondriaca secondaria (sintomatica) a disturbi gastrici e a difetti digestivi che causano, «la ascesa al cervello di umori densi e neri», utile è l’uso di sostanze ‘emetiche’. Per Oribasio la terapia della malinconia discende razionalmente dall’impostazione etiopatogenetica; nella malinconia inibita, dove tutto il corpo è soffuso di umore alterato, sarà utile un suo deflusso dal corpo, mentre nella malinconia delirante sarà bene, perché compromesse le funzioni psichiche superiori, agire con farmaci del sistema nervoso, come succo di papavero. Gli emetici nella malinconia ipocondriaca invece riusciranno ad eliminare l’accumulo di tossici che dallo stomaco per ‘evaporazione’ sono saliti sino al cervello. Casi gravi di malinconia delirante zooantropica, detti licantropia, riceveranno vantaggio dalla somministrazione di ‘succo di oppio’, di ‘teriaca’ e di molta ‘acqua mielata’, il vecchio idromiele di Ippocrate, proprio perché sono pazienti agitati, sitofobici e disidratati. Gli attacchi di mania vanno curati come la malinconia; soltanto Oribasio consiglia anche l’uso di «muschio e finocchio selvatico». Le freniti, gravi malattie psicorganiche acute secondarie ad «una infiammazione del cervello», riceveranno aiuto dal deflusso del sangue da zone del capo, appunto con l’intento di diminuire un eccesso di sangue «intossicato e depravato» dalla bile gialla; «togliendo gli umori eccessivi con l’uso di salassi dalle vene del naso e della lingua». Si hanno non raramente malinconie e tristezze reattive, da perdita dell’oggetto amato dette ‘de amantibus’, che non migliorano con farmaci e terapie fisiche; in questi casi si dimostrano utili «un buon vitto, delle passeggiate, bagni, giochi … e tutti quei mezzi che porteranno via dall’animo l’idea dell’amore infelice».
La cura migliore per le malattie mentali, soprattutto quelle con grave agitazione
psicomotoria, è il sonno protratto indotto con farmaci che, essendo sostenuto «da aumento di umidità del cervello», comporta una sedazione naturale dei processi psichici, una diminuzione della tensione, un normalizzarsi dell’accelerazione verbale. Il sonno scrive Oribasio: «tranqmllizza quelli che sono tesi, ammorbidisce gli umori induriti, conduce le cose diseguali (i conflitti) all’uguaglianza, addolcisce e seda i turbamenti dell’animo».

Da Roccatagliata G., Storia della psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 294-297.

 

 

 

 

476 dC. Assistenza sanitaria alla caduta dell’Impero Romano.

 

 

VI secolo.   La medicina nel primo Medioevo Occidentale.

Qualunque cosa riguarda i riformatori ascetici e religiosi, durante tutto il Medioevo le persone – clericali, monaci e laici – cercavano la guarigione fisica con ogni mezzo disponibile. La medicina secolare non scomparve nel mondo del primo medioevo, sebbene fosse ovviamente legata alla concentrazione generale nel mondo urbano, nelle attività artigianali e nelle professioni, e l’alfabetizzazione laica fosse la conseguenza del crollo dell’impero occidentale e della fondazione degli stati germanici successivi . Nell’Italia ostrogota, il re Teodorico (474/5-526) nominò ancora un ufficiale per sopraintendere i medici. Tra un certo numero di uomini medici nella Gallia Merovingiana del VI secolo si nomina il vescovo e cronista Gregorio di Tours, uno che era sicuramente un laico era un praticante a Poitiers che aveva imparato come perfezionare le castrazioni dai chirurghi di Costantinopoli, dove gli eunuchi venivano regolarmente impiegati presso la corte imperiale. Gregorio è anche un testimone della presenza dei praticanti ebrei nella Gallia dei Merovingi. Nella Spagna del VII secolo, i praticanti medici secolari apparentemente sono rimasti sufficientemente numerosi da richiedere la rielaborazione dei primi regolamenti legai che regolavano la pratica medicina.
Nondimeno, man mano che i tempi avanzavano, la conoscenza medica e l’attività terapeutica tendevano sempre più ad entrare nell’orbita delle comunità ecclesiastica. Nella misura in cui progrediva lo studio dei libri e la trasmissione delle dottrine greco-romane, la medicina, come altre discipline acquisite, sopravvisse nell’Europa occidentale tra il settimo o ottavo e l’undicesimo secolo soprattutto in un ambiente clerico o monastico. Tuttavia, i monaci non copiarono né leggevano libri di medicina come un esercizio accademico di studio; Cassiodoro, a un’opera propagandante gli studi appropriati per i monaci, raccomandò libri di Ippocrate, Galeno e Dioscoride che collegano lo scopo della lettura medica con carità, la cura e l’aiuto. Inoltre, anche in regioni lontane per condizioni culturali e climatiche del Mediterraneo tardo-orientale, il copiare i libri di medicina del primo medioevo non era separato dalle applicazioni pratiche. Ad esempio, l’Leechbook di Baldo [intorno al 950, un nobile di nome Baldo persuase re Alfredo d’Inghilterra a commissonargli il primo erbario britannico. Il libro fondeva la tradizione medico-erboristica sassone e celtica con le pratiche greco-romane e arabe intitolato Leech Book of Baici – leech deriva da leace “medico” nella lingua anglo-sassone – che tratta di 500 piante fra cui la verbena e il vischio, entrambe sacre ai druidi], un famoso manuale di medicinali scritto in inglese antico all’inizio del X secolo, evidentemente per un uso pratico, ha dimostrato di trarre numerosi passaggi selezionati, tradotti o adattati dal lavoro latino; simile alla antica traduzione in inglese antico del così detto Erbario di Apuleio, presumibilmente un prodotto monastico o clericale, che mostra i segni di adattamento per un uso pratico all’ambiente locale. (Altri tipi di trattati senza alcuna pratica applicazione immediata in un ambiente monastico – per esempio, sulla ginecologia – erano, tuttavia, copiati anche nelle prime comunità monastiche medievali.) Ovunque, le necessità delle loro stesse comunità, a parte altre considerazioni, erano sufficienti per indurre i monaci occidentali ad acquisire abilità nel campo medico, per raccogliere le ricette mediche, e per coltivare erbe a scopo culinario o medicinale.
Le comunità clericali, inoltre, erano probabilmente i guardiani di reliquie e santuari che rappresentavano nella società della prima metà del Medioevo la forma più sicura di accesso alla protezione soprannaturale e pertanto attiravano i malati, i poveri e gli afflitti. Qualche volta è difficile individuare tra la guarigione fisica e il consiglio spirituale e l’incoraggiamento nell’aiuto offerto del chierico. Uno dei “miracoli” attribuito a San Giovanni di Beverley (m. 721) coinvolse la sua paziente nella formazione di un stupido giovane a parlare: successivamente, il buon vescovo passò il paziente a un mrdico che prescrisse un unguento per la sua malattia della pelle.
I guaritori religiosi e gli artigiani medici secolari non sempre lavoravano insieme in modo  armonioso nella cura per la laicità nel primo medioevo dell’Europa occidentale. Gregorio di Tours denunciò in toto la mancanza di fiducia nei santi mostrati da un paziente che, dopo aver guarito dalla cecità nel santuario di San Martino, cercò un trattamento successivo da un secolare praticante ebreo – e peggiorò, secondo Gregorio. In realtà, il più serio concorrente del potere curativo dei santi nel primo Medioevo fu probabilmente il venir meno della tradizione della medicina secolare piuttosto che la non-cristiana o magica pratica popolare e le il diffondersi di credenze in una società parzialmente o superficialmente cristianizzata.

Siraisi N.G., Medieval & Early Renaissance Medicine, The University of Chicago Press, Chicago and London, 1990.

 

 

 

 

VI secolo.   Malato, Medico e Medicina nell’Alto Medioevo

Il senatore romano e consigliere del re ostrogoto Teodorico Flavio Magno Aurelio Cassiodor0 (490-580) ritornando da un periodo a Costantinopoli fondò a Squillace (nella Calabria ionica) sulle sue proprietà un monastero Vivarium in cui si adoperò per la copiatura dei classici greci esaltando la funzione dei medici, tra altri temi significativi si sottolinea, da un lato, il potere che il medico detiene sul malato, anche sui potenti, dall’altro si richiama la fondazione dottrinario-teorica di questo potere. Di qui l’insistenza
sulla necessità che il medico continui a studiare e sul ruolo degli auctores.

Tra tarda antichità e alto Medioevo sforzi intensi vengono dedicati a non disperdere, a recuperare il patrimonio di sapere che gli antichi hanno asciato: è un compito che si assumono prevalentemente i monaci, quasi i soli in in quest’epoca in grado di leggere e trascrivere i lasciti della cultura classica, giudicata comunque necessaria per la penetrazione ed esegesi delle Sacre Scritture. In particolare non va trascurato il ruolo svolto nell’Alto Medioevo dai monasteri benedettini sia nel conservare e tramandare frammenti e testi del sapere medico classico, sia nello sviluppare conoscenze farmacologiche, specie di tipo erboristico.
Non a caso Cassiodoro, nel ritiro di Vivarium, raccomanda ai suoi monaci di tener cari e studiare alcuni testi classici medico-farmaceutici.

In ambito medico questo processo di recupero di trasmissione del sapere si e effettua secondo due carattenstlcne: le dottrine mediche vengono tramandate o come parti di
progetti enciclopedici o in forma di compendio; i testi sono spesso chiaramente finalizzati a una attività di insegnamento. Anzi, per il modo schematico con cui le conoscenze sono trasmesse, si presuppone e si richiede, sia nei monasteri sia nelle scuole di Ravenna e di Francia, l’intervento di un docente che legga e commenti i testi secondo moduli fissati e seguendo una opportuna gradualità. Nei primi testi riportati (di varia provenienza e collocabili tra i secoli VII e XI) si evidenzia comunque l’impegno di studio ritenuto necessario per il medico, il rapporto che lega maestro e discepolo in scuole, le tecniche di
accesso ai testi, la permanenza e l’importanza di testi e di auctores. Tutti questi sono fattori di relativa continuità nell’insegnamento della medicina e segnalano comunque la
consistenza e dignità dell’arte anche prima delle traduzioni di testi medici dall’arabo, e prima dello sviluppo della scuola salernitana.

Malati, Malattie e Salute dell’anima

Vite di santi, raccolte di miracoli, cronache, historiae sono fonti importanti per  la storia della morbilità medievale: ci forniscono precise informazioni su malattie e infermità
più diffuse, sull’incidenza socio-economica delle epidemie, sulla realtà sociale del malato. Ma soprattutto ci permettono di seguire le linee di sviluppo della sensibilità collettiva, di ricostruire i quadri ideologici in cui realtà e rappresentazione della malattia si inscrivono.
Il Liber in gloria martyrum di Gregorio vescovo di Tours [di origine romana, ebbe dallo zio, vescovo di Alvernia, una buona educazione, recatosi a Tours per esservi guarito da s. Martino, vi divenne vescovo (573); poté così conoscere i re merovingi e compose l’Historiae Francorum in 10 libri è certamente una delle più notevoli opere storiografiche dell’alto Medioevo, prima dell’età carolingia]. Il santuario in cui si venerano le reliquie di san Martino è il luogo scelto da Dio per predicare il verbo a un pubblico vasto, rozzo e incolto secondo un linguaggio a esso comprensibile: manifestando visibilmente la potenza, giustizia e misericordia divina il miracolo rafforza la fede dei simplices e prova presso gli infedeli la superiorità  del cristianesimo e della sua Chiesa. Il malato guarito pertanto è innanzitutto strumento di edificazione: può diventare egli stesso protagonista attivo dell’opera di apostolato ponendosi al servizio del luogo santo e dei pellegrini, comunque narrando il prodigio occorso a lui e ad altri. La maggior parte dei miracoli ricordati riguardano paralitici, storpi, ciechi, folli: concernono cioè forme di infermità e invalidità molto diffuse, immediatamente evidenti, giudicate incurabili e quindi permanenti dalla medicina del tempo, cariche di risonanza per il cristiano (di esse quasi esclusivamente si parla nei Vangeli). …

Se la malattia è generalmente sentita e rappresentata come un evento storico particolarmente significativo, essa viene peraltro ad assumere caratteristiche diverse col mutare dei quadri ideologici e culturali. Nelle Historiae Francorum (ca. 994) Richer di Reims (allievo di Gerberto di Aurillac, aveva studiato arti liberali e medicina a Reims e a Chartres), ultimo esponente della scuola storica carolingia, spesso inframmezza la cronaca di fatti d’arme e eventi dinastici con il racconto delle malattie che colpiscono o hanno colpito re, signori e prelati. La tipologia delle malattie è qui completamente diversa da quella che si dà per il santuario e che Gregorio di Tours segnala: si tratta per lo più di affezioni interne, di per sé non immediatamente evidenti, per le quali bisogna risalire alle cause attraverso una attenta lettura dei sintomi, che perciò vengono descritti con dovizia
di particolari; spesso si indicano anche le terapie mediche più adeguate. La malattia si presenta dunque alla corte del principe o nella curia del vescovo come un fenomeno naturale e transitorto, con precisi tempi di insorgenza e un suo decorso: la sua storia se resta sullo sfondo legata a quella del peccato, pure in’ essa non s~ scioglie. Essa è.poi soprattutto un evento umano che coinvolge la sensibilità dei sani che circondano l’autorevole malato, suscitando in essi sentimenti spesso contrastastanti, ora di affetto, pietà e simpatia, ora di disgusto, riprovazione, repulsione. …

Quando poi la malattia colpisce non soltanto il singolo, ma la collettività – ad esempio sotto forma di pestilenze ed epidemie – queste vengono a scandire insieme ad altri signa il tempo storico dell’uomo. In un mondo instabile e precario ogni fenomeno è una manifestazione del divino da decifrare. Anticipate per tempo da segni misteriosi che
appaiono sulle case, sui vestiti, sui vasi; precedute da eclissi di luna e di sole, ecco esplodere nella descrizione di Paolo Diacono (secolo VIII) le pidemie di peste del 566 e del 680: l’angelo del bene e l’angelo del male percuotono le case secondo un imperscrutabile piano divino. Ma Paolo Diacono non trascura il lato umano di questa tragedia: angoscia, paura, aggressività, smarrimento dei valori etici e religiosi, corruzione dei costumi, sgretolamento della famiglia e di ogni forma di vita associata, crisi dell’assetto politico. La pagina che egli ci ha lasciato sulla peste del 566 servirà da modello, ma non da stereotipo,
per chi descriverà a secoli di distanza la «peste nera»: per Matteo Villani, Marchionne di Coppo Stefani, Boccaccio.
Carestie ed epidemie sono lette nei testi agiografici – è il caso di Ugo di Farsit – soprattutto come momenti di attraverso cui il popolo di Dio ritrova la sua unità e i suoi originari valori etico-religiosi. Il malato che porta sul suo corpo i segni visibili e correzione divina ammonisce le genti a non peccare: il miracolo mediato dalla regina e signora degli angeli, rammenta a tutti la misericordia e potenza di Dio. …

Da Agrimi J. e Crisciani C., Malato, Medico e Medicina nel Medioevo, Loescher Editore Torini, 1980.

 

 

 

VI secolo.   La Medicina dei Longobardi

Dalla Scandinavia all’odierna Ungheria: i longobardi hanno impiegato alcuni secoli per portare a termine il tragitto. Di preciso su questo periodo si conosce molto poco; è fuori di dubbio, però, che anche per loro si possa fare riferimento alle conoscenze più certe sui germani, che avevano un concetto di malattia tipico di un popolo primitivo e cioè teurgico, magico e demonistico.
Ed allora, si può affermare che, in quanto popolo nomade, essi avessero una certa conoscenza sia di alcune piante medicinali, sia di eventuali loro usi alimurgici; ad esempio, che considerassero sacri alcuni alberi e che alcune parti di essi (corteccia, foglie, rami) avessero un impiego terapeutico. Tipici i casi della quercia (La quercia vigomsa rimasta intatta in mezzo alla casa in rovina … Viene citata anche da Paolo Diacono. Gli stessi sacrifici, che di solito avvenivano di notte, erano fatti preferibilmente in boschi di querce) e del frassino e del resto è noto come l’ulivo, su un altro versante , sia stato l’albero sacro dei latini (e successivamente del mondo cristiano), e quanta importanza abbia ancor oggi il tiglio per le popolazioni slave, un albero-simbolo, frequente nelle piazze e nelle adiacenze di luoghi religiosi, tanto che ogni decisione inerente la comunità locale a partire dall’Alto Medioevo veniva presa alla sua ombra (Bizzarrie del passato? Certamente no. E con qualche attinenza di verità: lo avrebbe ampiamente suffragato, se non dimostrato , la moderna fitoterapia … (Cfr. F. Fornasaro)
Il tiglio era stato considerato sacro anche dai germani, che lo usavano per ornare i sepolcri. E come per le aree slave, anche in àmbito germanofono esso cominciò a designare il centro della piazza principale del paese (Dorflinde). Per il frassino, poi, si può asserire l’uso in alcune forme di idropisia e di gotta, rimedio ancora in auge in fitoterapia, classica e moderna.
In quanto popolo nomade, si può ipotizzare che i longobardi avessero una buona conoscenza di alcuni grossi animali – usavano castrare il montone con il martello di pietra e sapevano operare le cenurosi degli ovini [parassita del cervello degli ovini] – e che usassero per qualche loro preparazione estemporanea alcune parti di essi (grasso di cervo,
sugna di maiale e di cinghiale); probabilmente, in un primo tempo anche grasso di renna, data la loro antichissima origine scandinava. Animali, comunque sia, con i quali vennero a contatto durante i loro spostamenti dall’Elba al Danubio, attraverso quella foresta planiziale, dominata dalle farnie (querce), caratteristica anche del paesaggio di tutta la pianura padana fino al Friuli, foresta che ormai è praticamente scomparsa, se non come simulacro in qualche isola rifugiale. La quercia stessa in molte medicine popolari è stata impiegata con successo come astringente intestinale (corteccia). Probabilmente furono i longobardi ad importare in Italia anche i bufali, che ben presto in parte inselvatichirono.
Facendo riferimento ancora alla tradizione germanica, va detto anche che le donne avevano un’importanza notevole nella pratica medica: sapevano frenare un’emorragia, pulire e fasciare con bende una ferita. Usavano il giusquiamo, il papavero, la lattuga
come ipnotici e sedativi e la cicuta per trattare alcune forme di pazzia (Cfr. V. Rotolo , La medicina degli antichi germani, pag. 253 e segg.). Esse erano anche delle buone levatrici ed è verosimile pensare che in parti laboriosi sapessero praticare sia il rivolgimento del feto con manovre esterne, sia il parto cesareo. Alleviavano le doglie con fumo di ginepro e con bevande a base di camomilla, arnica e artemisia. Come abortivo, se si escludono le
vie cruente, usavano pozioni a base di segale cornuta, non meno pe ricolosa (Cfr. V. Rotolo, La medicina degli antichi germani).
Infine, è certo che i longobardi, per alcuni loro riti animistici legati a una religiosità ancestrale, secondo le leggende di Wotan e di Freya, il culto di Donar, il culto dei morti e degli spiriti caduti in battaglia in campi chiamati Asfeld (Cfr. I. Bona, I longobardi e la Pannonia, pag. 249.), avessero una buona conoscenza di alcune piante aromatiche e balsamiche , capaci di sviluppare più o meno fumi e suffumigi inebrianti, indizi attestati dalle osservazioni archeologiche sulla suppellettile prevalentemente di rito pagano e sul numero sempre più crescente delle incenerizioni analizzate.
Anzi, da questo àmbito archeologico, paleo-patologico e osteo-archeologico, si sono evidenziate interessanti caratteristiche del tipo longobardo: István Bona e Imre Lengyel, due ricercatori ungheresi, rispettivamente archeologo e medico-patologo e biologo, nel corso di lunghe ricerche sono riusciti a definirlo secondo alcuni parametri classici, come statura, gruppo sanguigno e indice di colesterolo (in riferimento alla alimentazione).
Hanno scoperto, così, che il longobardo-tipo apparteneva, salvo rare eccezioni, alla razza germanica e al gruppo sanguigno A, era di tipo nordico, o cro-magnoide, di statura altissima (per l’epoca) ed era caratterizzato da un indice di colesterolo molto elevato. Per cui i due ricercatori hanno dedotto che gli antichi Vinnili [Longobardi] si alimentassero soprattutto con cereali, carne, latte e uova (Cfr. I. Bona).
Sempre da questo tipo di indagini, sono emersi altri dati: per esempio, la suppellettile ossea di origine animale trovata nelle tombe e gli indici di colesterolo attestano che l’occupazione principale dei longobardi in Pannonia, dunque in un periodo subito precedente al loro arrivo in Italia, consistesse nell’allevamento del bestiame, in un’attività di pastorizia e di pastura silvestre.
Bona afferma, tra l’altro, che dovessero disporre di un contingente particolarmente nutrito di cavalli e di bovini se il grande kagan degli avari, Bajan, signore di un popolo nomade, per eccellenza allevatore di bestiame, trovò che fosse accettabile anche solo il 10% di quel contingente, come prezzo di una possibile alleanza longobardo-avarica (Cfr. I. Bona).
La presenza longobarda in Pannonia risulta, grazie a queste ricerche, più importante di quanto s’immaginasse: un alto numero di reperti è stato individuato lungo la riva meridionale del Danubio, da Vienna fino a Budapest, in generale nelle vicinanze di
castra romani. Scendendo nel dettaglio e seguendo il filo rosso di questo studio, che verte ovviamente sul versante medico-igienistico, si può dire che, dentro le loro tombe, attentamente vagliate (soprattutto per le suppellettili, gli arredi, le armi, i manufatti di oro
e pietre preziose, le fibule, ecc.), i morti longobardi (adalingi e arimanni, rispettivamente nobili e uomini liberi) riposassero alla maniera germanica, in casse mortuarie ricavate dai tronchi di alberi, spesso sormontate da una casa mortuaria, fissata su quattro pali di legno piantati in terra.
Fin qui tutto logico ed in parte scontato: tipi nordici, germanici, di gruppo sanguigno A, costumi e suppellettili identici. La novità riguarda le molte donne sepolte nelle stesse necropoli: frequenti sono quelle di statura bassa, di tipo mediterraneo, o dinarico,
quindi o di derivazione romana precedente, o comunque elementi locali di gruppo sanguigno B o O. Tuttavia, i costumi e le condizioni sepolcrali delle forestiere sono uguali a quelle germaniche; quindi soggette alla stessa giurisdizione; caratterizzate, infine, da un indice di colesterolo sostanzialmente più basso, così come quello dei servi, o delle ancillae, sicuramente non di schiatta longobarda.

Si viene così a scoprire che proprio in Pannonia ha inizio un processo storico di grande importanza: si avvia una fusione ed una integrazione, grazie ai matrimoni misti, col mondo latino (in precedenza c’erano stati altri incroci nell’ambiente germanico con turingi, svevi, bavari, ecc.), e per la prima volta, anche scorrendo l’Origo gentis Langobardorum e verificando le fonti letterarie con i dati archeologici, viene messa in luce la fara longobarda [gruppo di famiglie dello stesso clan con funzioni militari di esplorazione e occupazione dei territori], stratificata in più classi sociali e dove già si intravede l’affermazione di una nobiltà molto potente e suddivisa in almeno dieci duces principali. Tale caratteristica, si badi bene, durerà fino al termine della storia longobarda.
La stessa ricerca antropologica e osteo-archeologica – quest’ultima presenta dei dati che evidenziano spesso una carie dentaria, complicata da paradontiti apicali croniche e una frequente diatesi artritico-osteoporotica – comparata con quella effettuata in un secondo tempo in Italia, dà indicazioni di un’assimilazione successiva dell’elemento germanico, con formazione di gruppi sanguigni B e AB: analisi molto sottili e precise. Si pensi che in alcuni casi fortunati i ricercatori sono riusciti a individuare gli spostamenti di alcune fare da determinate zone della Pannonia in altri siti italiani.
Il contatto col mondo latino fu sicuramente fecondo anche in altri campi. Per esempio i longobardi arrivarono in terra pannonica con vasi forgiati a mano libera, tipici dell’antica patria sull’Elba, una produzione di ceramica risalente ancora o quasi all’età del ferro.
Lasciato l’attuale suolo ungherese, useranno quasi esclusivamente i prodotti della nuova ceramica del luogo, che sarà trapiantata in Italia non solo da loro, ma anche dai gepidi, costretti a seguirli. Originale e preziosa risulta altresì la fibula, nella sua tipica materializzazione longobarda, anch’essa d’origine pannonica, anche se non va dimenticato che le fibulae sono diffuse nell’intero periodo romano imperiale.

In definitiva, l’approdo temporaneo lungo il Danubio non presenta assolutamente i longobardi come “ferocissimi barbari” prorompenti dalle foreste teutoniche secondo un quadro molto amato da certa storiografia passata. Dopo essere stati cacciati dalle necessità dall’antica patria nordica, la loro prima presa di posizione nel territorio danubiano mostra piuttosto una sorprendente abilità politica. Riescono a sfruttare la campagna schiacciante di Odoacre contro il piccolo popolo dei rugi, per occupare la zona semi-romanizzata, situata di fronte al Norico. Da questo momento entrano in contatto con i residui della cultura provinciale romana. Sono i primi a staccare uno degli anelli più importanti del sistema federale di Teodorico con la distruzione degli eruli, assicurandosi nello stesso tempo le alleanze franca e gepida contro la minaccia della controffensiva. Approfitteranno di questo accordo per entrare, subito dopo la morte di Teodorico, nella sfera d’interesse gotica e quindi nell’alveo di Bisanzio, grazie all’alleanza tra Giustiniano e Audoino,
mediante la quale ottengono la cessione legale dell’Urbs Pannoniae.
Da questo atto, la loro storia in direzione dell’Italia corre veloce, tocca ai longobardi respingere i gepidi, attaccati anche dagli avari, fino alla Pannonia Sirmiense, appoggiano Narsete contro Totila, rompono accordi e trattati, rischiano l’annientamento, ma alla fine riescono ad arrivare dove vogliono ed ad approdare sul suolo italiano.
Occorre riflettere su un dato: quando si trapiantano in Italia hanno già ben consolidati i loro sistemi sociali e militari, il potere ereditario od elettivo del re, le varie istituzioni, le tradizioni e le consuetudini, anche in campo medico e salutistico.
Il regno longobardo in Pannonia è come un preludio su scala ridotta del loro dominio italiano, difficilmente comprensibile, quest’ultimo, senza una approfondita conoscenza del primo.

Il contatto longobardo con la medicina romana e bizantina.

Appare quindi chiaro il contatto con il mondo romano preesistente, così come è noto lo status di federati di Bisanzio: è perciò verosimile, in qualche maniera, il contatto dei longobardi anche con nuovi metodi di cura e terapie certamente differenti dalle loro. In verità in quel periodo, secoli V-VI, la storia della medicina registra una stasi, una fase di involuzione e di regresso nello studio scientifico e nel pensiero filosofico, ma nello stesso tempo si assiste pure ad un’opera di salvataggio delle conoscenze mediche e farmaceutiche fino a quel momento, sia in Occidente che in Oriente.

In Occidente, nel V secolo, prende corpo e si sviluppa il monachesimo, soprattutto grazie all’iniziativa di San Benedetto, in ogni convento l’obbligo della regola benedettina impone, tra l’altro, la lettura e lo studio delle opere di Ippocrate e di Galeno, giganti della medicina antica, di Celso e di Celso Aureliano, medico del V secolo che scrisse trattati medici notevoli, come Acutarum sive celerum passionum e De morbis acutis et chronicis.

In altre parole, si fissa il pensiero medico precedente: salvando Ippocrate si conserva il pensiero scientifico greco, greco-ellenistico e tardo-alessandrino. In sintesi, per il medico di Coo, nella prassi terapeutica ci sono tre linee direttrici: Natura medicatrix, similia similibus curantur, base dell’omeopatia, e contraria contrariis curantur, base dell’allopatia.
Salvando Galeno si custodisce il sapere ufficiale dell’intero periodo romano; il geniale medico, infatti, fonde nei suoi trattati tutte le conoscenze precedenti e delinea una strategia originale nell’uso dei rimedi, da una parte l’impiego di una pianta unica, il cosiddetto “semplice”, dall’altra l’uso contemporaneo di più specie per sfruttare l’azione complementare e sinergica. Galeno evidenzia altresì l’efficacia dei soli principi attivi contenuti all’interno di una pianta, estratti mediante macerazioni di comuni solventi, quali il vino, l’aceto e l’olio. E proprio su questa strada si muoveranno le prime scuole accademiche medioevali come la Scuola Salernitana.
Nello stesso tempo in Oriente, a mano a mano che l’Impero di Bisanzio consolida la sua potenza, Costantinopoli diventa il centro della cultura medica europea. Per cui, a partire dal VI secolo, a Bisanzio si assiste ad un rinnovamento medico d’ispirazione cristiana, imbevuto di misticismo, pur persistendo credenze astrologiche entrate a far parte della prassi medica. Prima di somministrare i farmaci si consultavano gli astri, poiché si riteneva che il corpo umano fosse influenzato in ogni sua parte da un segno zodiacale: così, secondo queste teorie, ad esempio, i Gemelli sarebbero interessati agli arti superiori, mentre i Pesci a quelli inferiori.

Nel VI secolo gli imperatori agevolarono la costruzione di stabilimenti ospedalieri che potevano ospitare fino a 3.000 pazienti. In questi ambienti esisteva sempre una spezieria diretta da un erborista capo e vigevano dei regolamenti in cui si precisava la lista delle piante medicinali che ogni speziale doveva possedere. In questa lista erano indicate soprattutto le resine balsamiche: la mirra, l’incenso, la gomma ammoniaca. La spezieria doveva inoltre disporre di una certa quantità di semi di lino. I bizantini usarono la noce moscata ed il suo guscio, i chiodi di garofano per le loro proprietà antisettiche e piante provenienti dall’Asia centrale, come l’artemisia e l’angelica (Cfr. G Penso, La medicina medioevale). Si arrivò persino a completare un Prontuario di terapeutica bizantina,
che raccoglieva in verità opere attinte dalla Grecia antica.

Tra i bizantini, fino al tempo della venuta in Italia dei longobardi, si possono ricordare grandi figure di medici.
Oribasio (325-423), celebre per le sue Sinagogae medicae, che riprende l’uso del melograno, dei datteri, della piantaggine (piante presenti, per esempio, nei mosaici di Ravenna, nel mausoleo di Galla Placidia e nell’abside della chiesa di Sant’Apollinare).
Oribasio conosce bene la sintomatologia delle teniasi (vero flagello per tutto l’Alto Medioevo e anche in seguito. Sarà proprio la Scuola Salernitana ad avviare le prime ricerche con metodo scientifico): interessante la sua affermazione che il più sicuro sintomo
dell’infestazione è la presenza delle proglottidi nelle feci. A lui dunque si potrebbe ascrivere il merito di aver introdotto nella pratica se non l’analisi per lo meno l’ispezioni delle feci.
Jacopus Psychestris (V secolo), il primo medico che utilizza il colchico d’autunno nelle algie gottose.
Aetius Amydenas (502-574), ottimo sperimentatore per l’epoca, che sa proporre e introdurre in terapie parecchie piante dell’Estremo Oriente come la canfora, il sandalo, la zedoaria, la curcuma, l’anacardio, il mirabolano, i chiodi di garofano (Species rimaste iscritte nelle farmacopee ufficiali – quasi tutte – fino a poche decine di anni or sono. È curioso rilevare come in definitiva, nonostante le difficoltà di trasporto, lungo le vie carovaniere e secondo alcuni tracciati marittimi ben conosciuti, i commerci fossero sempre possibili.). Ezio d’Amida fu anche un grande parassitologo.
Alexander Trallianus (525-605), grande erudito e studioso della medicina greca precedente, è il primo medico che utilizza in Europa il rabarbaro cinese.
Paulus Aegineta (VII secolo), più chirurgo che medico (per molti secoli le due attività mediche restarono separate), dove la sua fama ad un suo elettuario, il sotira, preparato molto ricercato, a base di valeriana indiana, di mirra, di zafferano, di olio di ricino, di oppio, di prezzemolo, di anice, ecc. ad azione anestetizzante, calmante ed euforizzante.
A questo periodo risale anche l’inizio della tradizione medica araba, che nasce ufficialmente proprio per merito di Maometto. Infatti, come è noto, per ragioni igieniche egli proibì il vino, anche a titolo di medicamento, ed il maiale, mentre la frutta e l’olio sono frequentemente oggetto dei suoi elogi. Contro la peste raccomandò l’aglio e la cipolla (sarà la moderna fitochimica a dimostrare azioni citofilattiche e antisettiche di dette piante).

Soprattutto l’Italia meridionale sarà interessata da una lotta incessante tra l’elemento bizantino (Puglia, Calabria) e l’elemento arabo (Sicilia), caratterizzato anche da aspetti dirompenti. Mentre il primo sarà sempre considerato con ammirazione e sudditanza
culturale da parte dei longobardi, il secondo sarà visto come saraceno, predone, le sue incursioni e le sue colonie costiere saranno ritenute elementi di instabilità. Ecco perché, per esempio, Liutprando si prenderà a cuore l’impresa di recuperare le reliquie di Sant’Agostino, conservate a Cagliari minacciata dagli arabi, [con l’aiuto di navi genovesi verranno trasferite a Genova intorno al 722 e poi] portate a Pavia.
Ebbene, è in questo scenario che si concretizza la stagione storica più propriamente chiamata longobarda, anche per quanto attiene al versante medico.

La Medicina longobarda nella lettura dell’Historia di Paolo Diacono.

Dalla lettura dell’Historia Langobardorum si evidenziano numerosi spunti di clinica e terapia medica. Lo storico cividalese racconta di numerose e ricorrenti pandemie devastanti – spesso precedute o seguite da gravi carestie – soprattutto di peste, già ben descritta da Galeno, come quella del 526-533, al tempo di Narsete, cartulario dell’impero d’oriente, in precedenza cubicolo, spatario, maestro della casa imperiale e prefetto del tesoro, o quella diffusasi durante il papato di Pelagio, o come l’epidemia occorsa nella regione friulo-giuliana a Grado e in Istria, e a Ravenna nel 590, o come quella descritta a Costantinopoli nel 680, durante l’attacco e l’assedio da parte dei saraceni.
La malattia aveva inizio con lo svilupparsi di grosse ghiandole all’inguine – perciò la peste veniva detta inguinaria – o in altre parti delicate del corpo. Poi subentrava una febbre alta e il malato, nello spazio di tre giorni, solitamente moriva. Se qualcuno riusciva a superare quest’ultima fase, poteva sperare di salvarsi.
Paolo Diacono racconta che nel corso dell’epidemia dappertutto ” … c’erano lutti e lacrime. Inoltre, poiché il popolo credeva di scampare il flagello con la fuga, le case restavano presto deserte e solo i cani rimanevano a far la guardia. Il bestiame se ne stava da solo al pascolo senza alcuna sorveglianza. Le ville e i castelli, fino a pochi giorni prima pieni di uomini, apparivano tutti silenziosi e deserti. I figli fuggivano lasciando insepolti i cadaveri
dei genitori, ed i genitori, dimentichi di ogni amore, abbandonavano i figli in preda alla febbre. Il mondo era ridotto al silenzio; nei campi non si sentiva una voce, nei pascoli i pastori non fischiavano più, i lupi non assalivano le pecore, le galline e le oche non avevano alcun pericolo da temere. I seminati, passato il tempo del raccolto , aspettavano invano il mietitore; le vigne, cadute ormai le foglie sul far dell’inverno, restavano cariche
delle loro belle uve. Nessun andava in giro, non si vedevano né assassini, né banditi, eppure i cadaveri dei morti non si potevano contare. I luoghi prima adibiti a pascoli furono trasformati in cimiteri e le case divenivano covi di belve … “.
Come si vede, un notevole esempio di forza evocatrice: c’è la descrizione esatta del male e la sua eziologia, con un racconto di fuga affannosa, di conseguenze terrificanti di moria e di desolante cessazione di ogni forma di vita civile. Un inquadramento nosologico che potrebbe valere ancor oggi. Quali cure potevano contrastare tale flagello? Si sa per certo,
ormai, che in alcuni casi più fortunati si usassero oltre che l’aglio e la cipolla, già considerati, anche la salvia ed il cosiddetto “vino di San Paolo” a base di enula [Inula helenium], preparato depurativo-diuretico, attivatore dei metabolismi del ricambio. Piante aromatiche, insomma, che la moderna fitoterapia insegna essere caratterizzate dalla presenza di olii essenziali, fito-complessi ad azione antisettica, disinfettante ed immunostimolante.
E del resto, nei secoli successivi, contro la peste sarà impiegato l’Aceto dei Quattro Ladroni”, da cospargere sulla cute di chi si avvicina o venga in contatto con l’appestato, preparazione sempre ottenuta a partire da piante ricche di essenze.
Un’altra malattia epidemica che compare durante il periodo longobardo è la lebbra, già nota ai romani con il nome di elefantiasi: uno dei rimedi impiegati era il timo. È fuori di dubbio, però, che si ponessero in atto anche delle precauzioni di isolamento totale in stabilimenti ospedalieri, o con il serrare la guardia ai confini. Su questa attenzione militare, al di là di alcuni aspetti orografici naturali, Paolo Diacono ragguaglia il dato affermando che né i bavari né gli alemanni erano colpiti dal morbo. Si può affermare che la lebbra fosse più temuta della stessa peste, in quanto il soggetto colpito restava in vita molto più a lungo e anche per il fatto che la peste ricominciò ad imperversare appena nella seconda metà del XIV secolo. Nel caso dei lebbrosi, il codice di Rotari contiene disposizioni circa l’espulsione dalla comunità e la dichiarazione di morte civile degli infetti.
Già nell’Alto Medioevo l’ispezione alla lebbra era affidata ad una commissione medica, formata di solito da ufficiali sanitari (physici) e chirurgi (chirurgi). Il malato veniva sottoposto ad un examen leprosum, il cui responso veniva registrato su un apposito certificato. Come signa leprae contavano, per esempio, la voce rauca (vox rauca), il naso deformato dai bitorzoli, i rigonfiamenti della fronte sopra gli occhi, il viso leonino (facies leonina), l’ipersensibilità di determinate zone cutanee, lo sguardo fisso e spiritato, ecc. Sembra anche che, se esposti al freddo , ai lebbrosi non comparisse la pelle d’oca. Se l’esame risultava positivo, il malato veniva internato in un cronicario, perdeva non solo tutti i propri averi, ma anche i diritti civili; era praticamente un morto, ragion per cui al momento del suo allontanamento dalla società civile, si celebrava una messa funebre (successivamente fu sta bilito che il lebbroso doveva sbarcare il lunario come mendicante
o venditore ambulante; prima di essere accolto nel lebbrosario doveva portare i guanti e speciali strumenti con cui segnalare la sua presenza. Indossava il cosiddetto “abito di San Lazzaro”, come riconoscimento dell’ordine di San Lazzaro, sorto nel 1048 e preposto alla cura dei lebbrosi. Prende origine ovviamente dall’epoca il nome di lazzaretto, che lentamente sostituisce quello di cronicario).
Anche questo approccio diagnostico può esser ritenuto, entro certi limiti, ancora valido.
Lo storico cividalese [Paolo Diacono], in altri passaggi della sua storia, descrive anche malattie della pelle, forse un caso di alopecia, malattie degli occhi (congiuntivite? blefarite?), curate generalmente anche in chiave mistico-religiosa (oggi si direbbe in chiave psicosomatica), con olii ed unguenti chiamati di San Benedetto, di San Martino, e risolte sempre brillantemente – si ricordi del resto l’influsso bizantino.
Probabilmente erano conosciuti anche composti a base di cinabro, piombo e zolfo. Mario Brozzi presenta altri documenti in cui vengono descritte, sempre in epoca longobarda, una cataratta del presbitero Maurino ed un glaucoma di Patto di Lucca, al quale la vista si annebbiava. Legate a problemi di natura religiosa sembrano essere anche alcune forme di disturbi mentali (ad esempio la pazzia dell’imperatore Giustino il Giovane), malattie che, invece, i romani erano stati capaci di analizzare con estrema precisione, soprattutto quando descrissero alcune forme di isterismo e demenza.
Come già rilevato, risulta evidente che i longobardi conoscevano bene l’uso dei veleni, impiegati per eliminare nemici ed avversari (tipici i casi di Rosmunda e di Elmichi, di Autari e di altri); in quale chiave tossicologica? Sicuramente derivati da qualche estrazione magistrale di veleni di serpenti, come la vipera (Vipera prester L.) – animale presente anche in molte manifestazioni oniriche – o probabilmente da alcune piante tossiche certamente note, come il giusquiamo, lo stramonio, la mandragora e la belladonna; in quest’epoca origina probabilmente la crescita intorno ai cimiteri ed ai sepolcri dello stramonio, detto anche “pianta della morte”, di diretta importazione bizantina e araba. In molti casi, come antidoto ai veleni si usava la genziana e, per qualsiasi morso, l’eupatoria, il cui succo veniva bollito nel miele e quindi applicato sulla zona interessata.
Paolo Diacono parla anche dei balsami che leniscono le ferite e di impiastri che si applicano sulle ferite per favorire la cicatrizzazione: fatti con che cosa? Non è dato di sapere, salvo che con qualche sostanza astringente e risolvente, probabilmente mediata
dalle preparazioni galeniche romane. Descrive pure la dissenteria che fa strage dei franchi scesi in Italia, in una delle loro scorrerie in nome dell’imperatore di Bisanzio (ancora quindi sotto la dinastia dei merovingi), in un quadro patologico pesante, aggravato dal caldo estivo e dall’indebolimento per mancanza di cibo, senza alcun rimedio apparente. Le perdite di uomini furono così gravi, che i comandanti del contingente non trovarono
di meglio, per combattere il morbo, che fare ritorno in patria.
Egli parla poi di febbri nel corso della peste inguinaria, cioè bubbonica; a tal proposito si può ritenere che anche i longobardi conoscessero alcuni tipi di febbri diverse. Nello stesso periodo, per esempio, i franchi impiegavano sovente l’edera terrestre, mentre i monaci benedettini usavano l’aglio, autentico caposaldo in tutto l’Alto Medioevo, entrato per legge nei capitolari di Carlo Magno, assieme a numerose altre piante, come l’edera, la malva, la salvia, il timo. Nei capitolari carolingi, autentica protofarmacopea del tempo, s’impone, per tali piante, la coltivazione obbligatoria nei conventi.
Un’altra epidemia presente nel racconto dello storico cividalese [Paolo Diacono] è la scabbia, che infuria a Roma nel 640; si manifestò in forma così grave, che nessuno poteva riconoscere i propri cari deceduti, tanto erano gonfi e tumefatti.
E si arriva così, scorrendo l’Historia Longobardorum, alla descrizione di due importanti pratiche mediche: una flebotomia, eseguita su re Grimoaldo – al quale era scoppiata una vena mentre tendeva l’arco per colpire una colomba, il che dopo alcuni giorni comporta purtroppo delle complicanze (forse a causa di un impacco cicatrizzante errato o avvelenato) e la morte del sovrano – e una protesi sino al ginocchio applicata ad un uomo,
nel racconto della vita di re Cuniberto.
Nella tradizione germanica vi erano già conoscenze di tipo chirurgico: amputazione di un arto con conseguente blocco dell’emorragia con tamponi formati da pietre, muschio ed erbe. Le tecniche, per altro, erano già note anche ai tempi dei romani: il salasso è ben descritto da vari autori, fra cui Celsio; la protesi, invece, è raffigurata, per esempio, in un vaso ritrovato nell’Italia meridionale e conservato al Louvre di Parigi, in cui si vede un uomo con una gamba sola appoggiato ad un bastone che penetra nei muscoli, oppure in un altro reperto gallo-romano, in cui un soldato senza piede appoggia la gamba amputata su un bastone di legno munito di supporto a forma di cerchio (cattedrale di Lascarre
in Francia). Né, in questo contesto, si può dimenticare il cinto erniario, esposto nel Museo Nazionale di Cividale del Friuli, privo del rivestimento del cuoio, ma comunque diverso da quelli noti al tempo dei romani, databile con assoluta sicurezza al VII secolo: come
è noto la medicina romana era all’avanguardia per questo tipo di patologia in cui si risolveva il problema chirurgicamente. Infine, sempre nell’opera di Paolo Diacono, è descritto il raffreddore dell’imperatore bizantino Tiberio, raffreddore caratterizzato da un’ampia corizza e secrezione, con un quadro patologico simile alla distillatio e alla gravedo romana, anche se si era generato in maniera cruenta. In definitiva, un insieme di conoscenze alquanto sicure, data la fonte. Più in generale si può dire ancora che, anche presso i longobardi, il primo intervento buono per tutti i mali fosse costituito dal salasso, seguito dalla purga e dal clistere. A tal proposito tutte le fonti dell’Alto Medioevo, di derivazione monastica, attribuivano al salasso una grande importanza, come misura profilattica atta a decongestionare, a intervenire su quelli che oggi si definirebbero
squilibri metabolici.
In questo caso si poteva raffreddare il sangue surriscaldato e prevenire le emorragie. In ogni caso si tenevano sempre in considerazione i seguenti fattori: età e sesso, clima, stagione, direzione del vento, tipo di vita condotta dal paziente, così come lo stadio della malattia . Poco rilevante era, invece, la lateralità del sintomo patologico: di solito il salasso si praticava più di rado sul lato malato (derivato), che su quello opposto (revulsivo).
Era circa una trentina il numero di vene interessate all’intervento e, fatto curioso, già rimarcato più volte, il salasso doveva esser eseguito in armonia con le situazioni astrali proprie di ogni paziente.
Sulle modalità di esecuzione ne tratta, solo qualche secolo dopo, Santa Ildegarda (1098-1179). Figura di spicco della cultura medioevale tedesca: fu scrittrice di Teologia, di Agiografia, di Esegesi, di Musica e di Medicina. Scrisse numerosissime opere. Tra l’altro, in campo medico, precorse le cosiddette terapie “dolci”, per cui oggi è attentamente studiata e valorizzata, soprattutto per il suo olismo) raccomandava: “… se i vasi dell’uomo sono colmi di sangue occorre che siano purificati, per mezzo di un’incisione, dal siero nocivo e dall’umore prodotto dalla digestione … (ecco perché) defluisce anche il sangue marcio e decomposto. Non appena il marciume è defluito insieme al sangue, esce sangue
puro e a questo punto bisogna interrompere il salasso … l’operazione va eseguita a digiuno, affinché gli umori, separati dal sangue, possano sgorgare più facilmente (Cfr. F. Fornasaro (1995), La medicina medioevale in Italia (secoli IX-XIII), pag. 217 e segg.).
Di solito il malato veniva fatto sedere su una sedia, la mano stringeva una bacchetta per poter provocare un maggior flusso sanguigno, il braccio veniva stretto con un apposito laccio; dalla vena aperta nella zona intorno al gomito, a sangue sgorgante, si raccoglieva lo zampillo in un recipiente, dove veniva analizzato in base al colore, alla coagulazione, ad altre caratteristiche, allo scopo di riuscire a stabilire una diagnosi ed una possibile
terapia.
Sempre in epoca longobarda si usavano anche filtri e pozioni: spesso queste forme farmaceutiche erano confezionate con pietre assai costose, polverizzate e riservate particolarmente ai ricchi. La medicina dei poveri era ancora la solita etnoiatria, costituita
da erbe di campo o di monte.
Così è certo l’uso del rizoma di valeriana per decozioni antidolorifiche e forse come giovamento per alcuni stadi dell’epilessia, del cataplasma di foglie di achillea (il suo ruolo terapeutico era già importante presso i celti e altre popolazioni gotiche. Cfr. A. Vallardi, Il libro delle piante medicinali, pag. 315) ridotte in poltiglia per la risoluzione di piaghe e ferite, dell’acqua di malva, di farfaro e di gramigna per il trattamento di affezioni bronchiali e contro la tosse. Inoltre, con il decotto di angelica si purificava il sangue
e si eliminavano i pericoli dei cibi malsani e velenosi.
È nota, infine, la leggenda della spirea ulmaria, o regina dei prati, legata alla figura di re Alboino. Per conservare l’intelligenza e la vivacità intellettuale egli, insieme al bicchiere di vino, prendeva ogni sera della barba di capra, come gli aveva insegnato suo padre, re Audoino. E in effetti con il nome barba di capra, nelle campagne attorno a Pavia, si denomina tale pianta, che presenta proprietà diuretiche, antireumatiche e favorenti la circolazione.
Contrariamente a quanto si possa pensare, i longobardi avevano il culto dell’igiene, perché spesso Paolo Diacono parla di avvenimenti che accadono prima, durante o al termine di un
bagno, tipico l’accenno ad Elmichi [guerriero longobardo amante della regina Rosmunda, morto nel 572]); così come traspare un certo interesse per il fuori porta od il fuori mura: Teodolinda ama Monza più di Pavia e Milano perché più vicina ai monti e perché l’aria è più salubre. Una grande cura dell’igiene intima precedeva ogni incontro, ogni intesa, ogni trattativa. Lo si deduce, scorrendo l’Historia, per esempio dalle parole di Alachi, congiurato contro re Cuniberto, all’annunzio dell’arrivo del diacono Tommaso che poteva entrare nel suo palazzo solo se ” … aveva le mutande pulite … e quelle cose che stanno dentro le mutande”. Lo stesso Liutprando, al reo che aveva sottratto le vesti di una donna che si bagnava nel fiume, fece pagare il proprio guidrigildo [somma in denaro che stabiliva il valore teorico di un uomo o di una donna], per sottrarsi alla vendetta dei parenti della donna (cap. 135, E.R.) .
Del resto, anche questa testimonianza di tipo igienistico è legata ad un’antica tradizione: nel mondo altotedesco, laddove fosse possibile, sorgenti minerali, sia calde sia fredde, avevano sempre avuto frequentatori e goduto di grande fama terapeutica. Nell’epoca antica le terme erano state dedicate a qualche divinità (Wotan, Donar e altri). L’ammalato, nudo e in silenzio, veniva immerso all’alba nelle acque “sacre” in un giorno preciso della
settimana: spesso uno Steinbad – immersione in acqua calda in una vasca di pietra – allo scopo di provocare un’intensa sudorazione e quindi una purificazione – oggi si direbbe un’eliminazione di tossine.

Alcuni Medici sicuramente Longobardi

Come si è detto, gli studiosi hanno a disposizione degli elenchi di medici longobardi ricavati da alcuni codici diplomatici o da altre fonti bibliografiche autorevoli.
Qui di seguito si riportano alcuni nomi.
Alfano (XI secolo) – Collectio Salernitana di Salvatore De Renzi.
Andrea di Pavia (769) – Codice diplomatico longobardo, 2, n. 231 pagg. 287-193.
Anfridiano di Rieti (742, 745) – in C. Troya, Codice diplomatico longobardo, vol. pars II, Napoli 1853, n. DLXXXV e n. DLXVII.
Benedetto Crispo (VIII secolo) – in G. Pepe, (1959), Il medioevo barbarico in Italia, pagg. 309-310.
Corbimo di Rieti (756) – in C. Troya, Codice diplomatico longobardo, vol. IV, pars Il, Napoli 1853, n. DCCVI.
Coruno di Val di Tibe (762) – in C. Troya, Codice diplomatico longobardo, vol. IV, pars II, Napoli 1853, DCCLXXXIII.
Gaidoaldo di Pistoia (726 – 727) – in L. Schiapparelli, Codice diplomatico longobardo, I, Roma, 1929, n. 38, pagg. 130-133; in L. Schiapparelli, Codice diplomatico longobardo, 2, Roma, 1933, n. 203, pagg. 205-212; in C. Bruhl, Codice diplomatico longobardo, 3, Roma, 1973, Praeceptum, n. 15, pagg. 68-70.
Garioponto Salernitano (XI secolo) in Collectio Salernitana di Salvatore De Renzi.
Giovanni da Chiusi (774) – Codice diplomatico longobardo, 2, pag. 438.
Mauro di Rieti (751) – in C. Troya, Codice diplomatico longobardo, vol. IV, pars II, Napoli 1853 n . DCXLVI.
Theudoresino di Farfa (767) – in C. Troya, Codice diplomatico longobardo, vol. IV, pars II, Napoli 1853, n. DCCCLXXXI.
Alcuni meritano veramente un’attenzione particolare.

Qualche cenno sui ricoveri di tipo ospedaliero
Si è già ricordato il lebbrosario, o lazzaretto, come esempio d’intervento anche di tipo pubblico per arginare una patologia, la lebbra, estremamente importante, frequente e pericolosissima per le comunità. Si deve dire anche che tale presidio ospedaliero non era il solo presente sul territorio. Col passare del tempo e con il superamento della fase critica della fine del VI secolo e degli inizi del VII, si fecero strada nuovi indirizzi e modalità d’intervento, e più precisamente:
– la concezione della medicina come servizio sanitario pubblico e di assistenza; più in generale, una ricerca di politiche sanitarie destinate alla collettività;
– il potenziamento e l’evoluzione del vecchio “ospizio” in un moderno complesso ospedaliero.
Il monachesimo, le grandi abbazie, i centri religiosi situati lungo le maggiori vie di transito di pellegrini, eserciti, commerci, sono i capisaldi di questo fenomeno, risultato anche di una nuova cultura europeistica.
All’inizio, tali strutture erano chiamate “xenodochi” [= foresterie, strutture per l’accoglienza dei forestieri di passaggio], cioè istituzioni di beneficienza, e anche di culto; di solito venivano edificati, o presso le porte della città, o lungo l’itinerario di un’importante strada, sempre in posizione facilmente raggiungibile da parte di chi avesse avuto necessità d’aiuto.
L’assistenza agli infermi, come si è visto, era una delle prime massime della Regola benedettina, e gli xenodochi sorsero un po’ ovunque, anche per volontà di persone devote che, talvolta, adattavano allo scopo una “casella”, una piccola casa, per dare ospitalità, prime cure ed elemosina agli indigenti, o ai pellegrini rimasti senza risorse. Analoghi esempi sono diffusi nell’arco dell’VIII secolo nell’area geo-politica longobarda.
A Lucca, fu edificato il monastero di San Michele Arcangelo, presso le mura, fuori dall’antica porta di San Gervasio (detto Micheletto), fondato da Pertualdo: si prestavano cure, si offrivano pasti e venivano aiutate le vedove, gli orfani ed i poveri e si ospitavano i pellegrini (“… viduam, orfanum et pauperem consulandum et peregrinum recipiendum …” – Codice Diplomatico Longobardo, I, n. 28, pagg. 101-105, charta dotis, da Lucca il 5 nov. 757).
Coevo è pure lo xenodochio posto fuori le mura della città fondato dal vescovo Telespenno; allo stesso sito il vescovo Vualprando dà delle donazioni (Codice Diplomatico Longobardo, 1, n. 114, pag. 334, charta iudicati, Lucca lugl. 754).
A Pistoia, uno xenodochio è legato al monastero dei Santi Pietro, Paolo e Anastasio, fondato da Ratperto e ricordato nel 748 (CDL, 1, n. 96, pagg. 275-281, charta donationis, data a Pistoia l’8 sett. 748). Sempre a Pistoia si trova lo xenodochio eretto e gestito dal già menzionato medico Gaidoaldo, foras civitate Pistoriensi propinquo ipso monasterio (di San Bartolomeo) (Codice Diplomatico Longobardo, 2, n. 203, pag. 208, charta dotis, data a Pistoia il 5 febb. 767).                                                                                                                         A Pavia, lo xenodochio edificato presso la chiesa dei Santi Maria, Pietro e Paolo, fu fondato dallo stesso re Desiderio e posto nel 760 sotto l’autorità del monastero di San Salvatore di Brescia (Codice Diplomatico Longobardo, 3, Praeceptum, n. 33, pag. 208, dato a Pavia il 4 ott. 760).
A Pisa l’ospizio, istituito da un certo Auriperto, viene posto sotto giudizio nel 762 (Codice Diplomatico Longobardo, 2, n. 163, pagg. 109-112, Notitia iudicati, Pavia anno 762).
A Monza sarà il diacono Grato a fondare chiesa e xenodochio, dedicati ai Santi Salvatore e Fedele, nel 769 (Codice Diplomatico Longobardo, 2, n . 231 , pagg. 287-293, charta ordinationis seu dispositionis, data a Pavia il 19 ago. 769).
A Benevento si trova uno xenodochio presso il monastero di Santa Sofia, a Ponticello, edificato dall’abate Zaccaria (CCCLXXXI, febb., C. Troya, Codice Diplomatico Longobardo, vol. IV, pars II, Napoli 1858), sotto il duca Romualdo II (706-731). Sito notevole quello di Santa Sofia: gli obituari e le epigrafi funerarie di questo monastero confermano la secolare presenza, nelle gerarchie più elevate, uomini di stirpe longobarda. Altri ospizi offrirono la loro insostituibile assistenza a Capannoli in Val d’Era, ad Agrate e nel beneventano in Valle Alifano.
In un secondo tempo, via via che le condizioni economico-politiche miglioravano, tali ospizi o xenodochi assunsero un’altra veste, s’ingrandirono e cominciarono a diventare centri di cura per determinate patologie dell’epoca: è il caso di alcuni grandi monasteri, o altri in evoluzione, che avrebbero fatto da cornice alla nascita delle prime università, la più nota delle quali, almeno inizialmente, fu appunto quella della Scuola Salernitana.

Da Fornasaro F., La medicina dei Longobardi, LEG, 2008.

 

 

 

 

VI secolo.   L’assistenza Sanitaria nell’Alto Medioevo.

La caduta dell’Impero Romano d’Occidente, la calata dei Barbari e il lento diffondersi della religione cristiana furono i tre elementi che fecero oscurare l’antica civiltà greco-romana e fecero cadere il Mondo di allora in un oscurantismo statico che durò per mille anni.
La caduta dell’Impero portò alla scomparsa di un’autorità centrale, che teneva in mano le redini dello stato, e al sorgere di città autonome o di feudi , rivali a loro, che pensavano più a combattersi che a tutelare la salute dei propri cittadini. In più, terribili epidemie terrorizzarono le popolazioni sospingendole, di fronte all’ineluttabilità del male, verso pratiche miracolistiche, magiche o astrologiche. La calata dci Barbari portò alla umiliazione e alla distruzione dell’antica civiltà, mentre la loro ignoranza, i loro saccheggi bloccarono il progresso della scienza, delle arti e dei costumi.

D’altro canto, il diffondersi del Cristianesimo aveva sospinto i neofiti a una fatalità improduttiva: nulla poteva fare l’uomo contro la volontà d’Iddio che castigava i cattivi con le malattie. Il sacro e il profano si confondevano tra loro nell’esperanza di realizzare l’impossibile o di rassegnarsi al peggio. I dogmi del Cristianesimo, il fanatismo irrazionale dei teologi avevano sospinto la medicina in un angolo morto, preferendosi la volontà d’Iddio all’arte medicatrice degli uomini. Del resto, la vita terrena non si teneva in gran conto, perchè essa non era che un “passaggio” verso la vita eterna, verso la felicità assoluta.
E così, la medicina perdette la sua autonomia e rimase strettamente legata a una cultura nella quale lo studio della Natura era senza interesse, perché esso veniva considerato come il riflesso visibile del mondo invisibile (quello d’Iddio), il solo degno di conoscenza. Tutto il pensiero di questa epoca si basava sull’insegnamento filosofico e teologico basato, a sua volta, sulla tradizione aristotelica e interpretata da teologici cristiani: nasceva, così, la «scolastica» che ha influenzato tutto il campo scientifico, fermandone l’evoluzione.
L’errore degli eruditi del Medioevo è stato quello di aver voluto applicare il
ragionamento dialettico e sillogistico ai campi metafisici e spirituali; campi che
sfuggono alla conoscenza diretta e allo studio dei fenomeni sensibili appartenenti
al mondo fisico e dipendenti dall’osservazione. Questo stato di cose derivò dalla
necessità vitale, per il Medioevo, di risolvere il problema di far coincidere la verità
della fede – rivelata, immutabile, eterna – con il mondo reale, da una parte, e con la conoscenza scientifica dell’Antichità, dall’altra. Tutto lo sforzo del Medioevo,
infatti, è stato quello di conciliare gl’intangibili dogmi religiosi con la realtà scientifica, facendoli accordare l’uno con l’altro prescindendo, però, da ogni ragionamento razionale. E cosi si diede libera via al ciarlatanesimo e alla medicina astrologica.
Soltanto dopo alcuni secoli , ispirandosi alla carità evangelica, la Chiesa cominciò
a interessarsi ai malati più che alla medicina, istituendo , nei monasteri, posti di ricovero ospedaliero, coltivando nei chiostri piante medicinali e specializzando monaci nella cura dei pazienti. …

Per tutto il Medioevo valse l’affermazione di Cassiodorus Flavius Magnus Aurelius (480 ca – 575 ca) il quale scriveva: «Pure stimando che la medicina sia stata creata da Dio, non sono i medici, ma è Dio che risana, è Dio che, senza dubbio, concede la vita» e, rivolgendosi ai medici , diceva loro: «Omne quod facitis in verbo aut in opera, in nomine Domini Jesu facite, gratias agentes Deo et Patri per ipsum» (Tutto quello che fate, in parole o in azioni , lo fate in nome del Signore Gesù e, per esso, distribuite le grazie in nome d’Iddio e del Padre).
La medicina medioevale è stata fondamentalmente retorica senza alcun rapporto con una scienza, nel senso moderno della parola: si trattava di un sapere teorico consistente nel ragionare su idee preconcette senza tener conto delle contradizioni derivate dalla esperienza. Non si ragionava nemmeno più liberamente, ma secondo le leggi dettate da Aristotele, perché la sua logica era considerata ponderosa. Mal compreso, eliminarono il punto di partenza: l’esperienza, per conservare solo la deduzione per sillogismi. E poi si diede a Galeno un’autorità assoluta, le sue affermazioni erano indiscutibili: ipse dixit, e poi niente più.
L’astrazione è stata la base di tutta la medicina medioevale; siamo lontani dal concetto di Celso: rationale puto medicinam essee debere.
La medicina medioevale ristagnò per secoli; gli Autori scrissero trattati ricopiando Galeno e ricopiandosi a vicenda: le nuove opere sono spesso cattive copie di quelle che le hanno precedute. In più, i pregiudizi erano numerosi: idee superstiziose, fede nell’astrologia, nei talismani, nelle formule cabalistiche, nelle interpretazioni mistiche dei fenomeni del mondo visibile.
Malgrado ciò, una medicina medioevale è esistita, anche se povera di novità, e più Autori hanno cercato di definirla.
Sant’ Agostino (350-430) ingenuamente scriveva che se si togliessero di mezzo le malattie e le ferite, la medicina non avrebbe ragione di esistere; in ogni modo, egli  prosegue, la medicina ha un doppio ufficio: curare i morbi e conservare la salute.
In un Codice di Montecassino del VI secolo si afferma che la medicina si divide in due parti: una teorica e l’altra pratica. La teorica è ciò che l’intelletto suggerisce al medico , la pratica è ciò che i medici possono fare con le loro mani.
Nel VII secolo, Alcuino, anche lui monaco dell’abbazia di Montecassino, scriveva che la medicina è scientia curationem ad temperamentum et salutem corporia inventa (la medicina è una scienza inventata per la cura, il sollievo e la salute del corpo). …

Come passare da una verità rivelata, concernente la natura dell’uomo e le prove che gli sono imposte da Dio in nome di una natura di origine totalmente divina, a un’azione medica che tenda a correggere il destino dell’individuo e a combattre i misfatti della Natura? Per le religioni, rimedi e interventi sono inutili, perché gli uomini sono nelle mani d’Iddio, e cercare di guarirli sarebbe una sfida al volere divino.

Fortunatamente, malgrado queste idee, che hanno pervaso tutto il Medioevo, l’esercizio della medicina fu possibile anche se non illuminato da ricerche o scoperte fondamentali. Il progresso era impacciato dalla cieca venerazione per Aristotele e Galeno, e dalla frenesia di sostituire la dialettica all’esperimento, di vaneggiare su inverosimili argomentazioni o sopra oziosissimi argomenti; per esempi0 si chiedevano come possa darsi che una cosa sia tale qual è,  e non altrimenti, si domandavano se un medicamento potesse guarire la febbre, e rispondevano di no, perché il medicamento è una sostanza e la febbre un incidente, di conseguenza l’uno non poteva avere efficacia sull’altro.

Forse, nel campo chirurgico si fecero progressi tecnici, ma tutta la medicina era bloccata dalla teoria degli umori impedendone ogni progresso.
È da meravigliarsi, infine, come uomini d’intelletto abbiano potuto credere a fantasiose conclusioni non poggiate su alcuna base logica e tanto meno sperimentale.

Medicina Empirica.

Nei primi secoli dell’Alto Medioevo l’esercizio della medicina era completamente libero: chiunque poteva spacciarsi per medico ed esercitare la professione di terapeuta improvvisato: lo stesso grande Guy de Chauliac, mozzo di stalla e ancora analfabeta, s’improvvisò conciaossa. Streghe, maghi, fattucchiere preparavano e somministravano i loro intrugli a non importa quale tipo di ammalato. E poi vi erano i cavadenti, gli specialisti nell’abbattimento della cataratta e persino gli esperti nel “taglio della pietra”.
Nel XII e XIII secolo, i medici, usciti da una Scuola riconosciuta, erano ancora una minoranza rispetto ai praticanti empirici che, spesso, percorrevano le campagne, passando da un villaggio all’altro, spacciando i loro medicamenti e prestandosi a praticare interventi chirurgici. Bisogna pensare che, a quell ‘epoca, nelle campagne, nei villaggi, nelle piccole città non vi erano davvero medici, diremmo oggi, laureati. I più “dotti”, di questi praticanti, erano coloro ch’erano stati inservienti di un vero medico e che, apprese ad occhio le tecniche terapeutiche mediche e chirurgiche, pensavano bene di andarle a esercitare per proprio conto. …

Medicina astrologica.

Accanto alla medicina empirica, opera d’ignoranti e di praticoni, regnò sovrana, nel Medioevo, la medicina astrologica, alla quale credevano e si attenevano anche i medici più illustri: questi, infatti, non praticavano nessuno dei loro atti senza aver prima consultato gli astri, giacché si supponeva un intimo nesso fra il corpo umano e l’universo, e principalmente con i pianeti. …

Tavola del Fasciculus Medicinae di Ketham stampato a Venezia nel 1493.

La Luna era considerata come la principale artefice del la buona salute o delle malattie dell’uomo. Dice Ildegarda di Bingen: “Quando la luna cresce verso il plenilunio,
il sangue aumenta nell’uomo; quando decresce, il sangue diminuisce, e ciò avviene
sia nell ‘uomo che nella donna. [Un contributo lo diede pure alle scienze naturali, scrivendo due trattati enciclopedici che raccoglievano tutto il sapere medico e botanico del suo tempo e che vanno sotto il titolo di Physica, storia naturale o Libro delle medicine semplici, e Causae et curae, libro delle cause e dei rimedi o Libro delle medicine composte]. …
Ed è per questo che Alberto Magno scrive che la Luna habet dominium super
fluxum maestruarum, la luna ha un influsso sulle mestruazioni, e ciò perché il
flusso mestruale comporta due tempi: la raccolta del sangue e la sua espulsione
(congregatio et espulsio) per cui nella luna crescente si raccoglie più sangue che
raggiunge il suo massimo nel plenilunio e defluisce a luna calante.
Ed è a questo flusso e deflusso del sangue che si attribuivano le malattie mentali le quali erano dovute, secondo Yperman Jehan, al fatto che i pianeti esercitano un dominio sul cervello, e al fatto che la Luna è la madre dell ‘umidità dei corpi terrestri, e l’umidità della luna, unendosi all’umidità della terra, aumenta il flusso sanguigno del cervello che si gonfia, allora, cosi straordinariamente da non poter più conservare i suoi rapporti e la sua azione normale. …

Per gli interventi chirurgici bisogna consultare dapprima gli astri. Guy de Chauliac, per esempio, consigliava di operare la cataratta quando la Luna cresce e si sposta verso il segno del Capricorno, raccomandando di non eseguire interventi sul cranio nei giorni di Luna piena, perché, in questo periodo, il cervello aumenta di volume e si avvicina al cranio. … e «L’universale agente della peste è stato la congiunzione dei più grandi corpi superiori: Saturno, Giove e Marte, perché le grandi congiunzioni significano cose meravigliose, forti o terribili. Esse imprimono tale forma all’aria che, come la calamita attira il ferro, cosi attira i cattivi umori». ..

Medicina magica.
L’armamentario terapeutico della medicina medioevale non era davvero tale da soddisfare i bisogni dei pazienti, tanto che Alessandro di Tralles aveva scritto: «Il medico istruito deve sforzarsi di alleviare le sofferenze dei malati con tutti i mezzi a sua disposizione, ed impegnare anche i sortilegi e le formule magiche; deve, insomma, tentare tutto». Sesto Plauto Papiriense guariva la quartana facendo portare addosso al paziente un cuore di lepre, preveniva le coliche facendo mangiare carne lessata di un cane appena nato. Se la colica soppravvcniva, il malato doveva sedersi sopra una sedia gridando e «Per te diacholon. diacholon, diacholon!». …

Insegnamento della Medicina

Nell’alto Medioevo non vi era un insegnamento ufficiale della Medicina. Come nei secoli precedenti chi voleva intraprendere una carriera medica doveva diventare allievo di un medico o di un chirurgo e spesso abitava presso di lui onde seguirno in ogni momento nell’esercizio della professione, assistendo alle visite e i corsi che il Maestro teneva a casa sua e che consistevano soprattutto nella lettura e nei commenti delle opere di Ippocrate e di Galeno.
Tra allievo e Maestro, si stabiliva un rapporto di affettuosa intimità, quasi tra padre e figlio.  Guglielmo di Conche (1080-1145), infatti, riteneva che i buoni Maestri dovevano essere amati ancor più dei propri genitori: Se da nostro Padre abbiamo avuto la vita, dal nostro Maestro riceviamo il sapere, il quale è senz’altro più caro e prezioso». Costantino Africano sosteneva che i Maestri dovevano accettare soltanto scolari meritevoli, rifiutando quelli indegni di dedicarsi alla scienza e alla medicina. …

La figura del Medico.

Nel Flos medicinae leggiamo questi due versi:
Est medicus qui scit morbi cognoscere causa,
Nosse malum, sanus servando, agrisque medendi.
(È medico colui che sa riconoscre la causa di una malattia, individuare il male difendere, i sani, curare i malati).
Il medico medioevale costituiva una personalità nella società di allora; egli non si confondeva con il popolo, aveva una propria uniforme costituita da una toga rossa che scendeva sino a terra, spesso ornata da un collo  di pelliccia, anche il copricapo era un tocco rosso, nero, blu scuro e bianco per i medici cristiani, a larghe falde con la cupola conica e punta per i medici ebrei.

Le Scuole Mediche

Nei primi secoli dell’Alto Medioevo, l’esercizio della medicina, come abbiamo già precedememente esposto, era completamente libero; chiunque poteva esercitarla anche se analfabeta.
Soltanto nel VI secolo, monaci e laici cominciarono a interessarsi dell’assistenza medica: i primi concepivano la medicina sotto forma mistica, dando assistenza più all’anima che al corpo, e facendo opera di carità, nella quale essi interpretavano la volontà divina per poter guarire i malanni, attributo essenziale di Cristo: Christum medicum, medicus sommus, scriveva Ildegarda di Bingen.
Fu soltanto con San Benedeno da Norcia, come vedremo più oltre, che la medicina monastica si allontanò dal misticismo per affermarsi come scienza curatrice; e basandosi sul detto Deus omnipotens fundavit physicam (a quei tempi, la medicina veniva chiamata physyca), monaci e preti si diedero alla professione medica istruendosi nei manoscritti greci e latini salvaguardati, nei momenti più tragici della storia, nei loro monasteri. E per secoli, la medicina e la chirurgia furono la prerogativa dei preti; anche medici e chirurghi illustri erano ecclesiastici: Guglielmo da Saliceto era prete e cu­rava le malattie delle donne; per di più, aveva un figlio riconosciuto pubblica­mente. Teodorico, vescovo di Cervia, esercitava la chirurgia; e così Isidoro, vescovo di Siviglia. Il grande Guy de Chauliac non soltanto era prete, ma cappellano della Santa Sede.

La medicina laica deve a Teodorico il Grande (454-526), re degli Ostrogoti e padrone assoluto dell’Italia, la prima Ordinanza che ricreava i comes archiatrorum, d’istituzione romana. Si formarono, così due scuole: una monastica, quella di Montecassino e una laica, quella di Salerno.

La riscoperta dei testi greci facilitò, nel Medio Oriente, la formazione di Scuole mediche: prima, quella di Bisanzio, poi le Scuole arabe che divulgarono in Occidente il sapere antico.

Lo studio dell’anatomia umana, sino allora negletto, permise la formazione di Scuole celebrate, come quelle di Bologna e di Padova; mentre, la cacciata degli Ebrei dalla Spagna, permise a Montpellier di divenire un centro di cultura medica e di avere una propria Scuola con insigni maestri.

Estratto da: Penso G., Medicina Medioevale, Ciba-Geigy Edizioni, 1991.

 

 

 

502 ca – 575   AEZIO DI AMIDA

Pochissime notizie biografiche sono note, poi, grazie ad accenni presenti nella sua opera più famosa: si sa, infattoi, che praticò l’arte medica ad Alessandria d’Egitto e che viaggiò, visitando le miniere di rame di Soli (Cipro), la città di Gerico e il Mar Morto. Aezio scrisse i Βιβλία ἰατρικὰ ἑκκαίδεκα (Biblìa iatrikà ekkàideka, Sedici libri di medicina), un trattato diviso, nei codici, in quattro Tetrabiblia, ossia gruppi di quattro libri, secondo un raggruppamento non risalente all’autore. L’opera, non originale e, come detto, fortemente dipendente dalla letteratura medica precedente, ebbe, comunque, il merito di riassumere la scienza medica in termini pratici per l’esercizio di essa nella vita quotidiana a Bisanzio. In effetti, nell’opera di Aezio sono riportati numerosi preparati galenici, come, ad esempio, un infuso anticoncezionale e un unguento contro l’acne. Tra l’altro, questo disturbo si ritrova per la prima volta negli scritti medici, con la dicitura ἁκμή [=acne]. Con il titolo latino di Contractae ex veteribus medicinae sermones XVI, l’opera di Aezio ebbe la sua prima stampa a Venezia solo negli anni 1543-44 , mentre risale al 1950 la più recente edizione critica, Aetii Amideni libri medicinales, a cura di Alessandro Olivieri.

Da https://it.wikipedia.org/wiki/Aezio_di_Amida

Aezio o Ezio di Amida (in latino Aetius Amidenus; in greco  Αέτιος Αμιδηνός) (medico e fisico bizantino dell’Impero romano, nato all’inizio del VI sec. d.C. ad Amida, in Mesopotamia, antica città dell’Armenia sul fiume Tigri, sul luogo dell’odierna città turca di Diyarbakır, incorporata da Adriano nell’Impero romano nel 115, morto nel 565/575).
Dopo avere studiato medicina ad Alessandria d’Egitto, divenne esponente rappresentativo della medicina bizantina. Col fiorire dell’Impero di Bisanzio la sede della cultura, per quanto attiene al suo aspetto sia teorico che istituzionale, si era rispostata verso oriente come prosecuzione della medicina greco-romana. I vari medici di questo periodo (tra i quali, insieme ad Oribasio e Paolo d’Egina, troviamo anche Aezio d’Amida) non avrebbero fatto altro che trascrivere fedelmente il lavoro dei loro talentuosi predecessori. Così, per conoscere se una donna sarebbe stata pronta a concepire, vediamo che Ezio d’Amida prescrive l’esperimento di Sorano d’Efeso, consigliando alla levatrice di collocare dell’aglio mondato avvolto in un pannetto di lana alla vulva della donna ed ivi tenerlo durante il sonno; oppure di dirigere nella stessa sede dei vapori di sostanze resinose: in caso positivo, l’odore di tali sostanze o di aglio emanato dalla bocca della donna al suo risveglio avrebbe rivelato alla levatrice la sua fecondità. Introdusse l’oppio nella terapia medica.
Nel trattato Libri medicinales – Βιβλία ἰατρικὰ ἑκκαίδεκα (Biblìa iatrikà ekkàideka) – in 16 libri -, considerato valido sino al Rinascimento, Aezio raccolse quindi opere e pareri di medici vissuti prima di lui (tra i quali ricordiamo Rufo di Efeso, Antillo, Leonides, Sorano d’Efeso, Adamanzio) annotandovi anche sue personali idee mediche e rimedi al confine con la superstizione ed il misticismo. Per le opere che lo riguardano citiamo: Περὶ μελαγχολίας (Perì melancolìas, Della melancolia); Τετράβιβλος (Tetrábiblos in greco bizantino); Contractae ex veteribus medicinae sermones XVI. (Venetiis: Farrea; 1543-44); Librorum medicinalium tomus primus, primi scilicet libri octo nunc primum in lucem editi Tomus Primus, Secundus, et Tertuis de re medica; Aetii Amideni libri medicinales V-VIII (a cura di Alexander Olivieri, Berlino, 1950). Il traduttore in lingua latina delle opere di Aezio di Amida (pubblicate in parte a Venezia nel 1534 ed integralmente a Basel nel 1542) fu Ianus Cornarius (detto anche Johann Haynpol, Hagenbut, Hagenbutt, Hagebut), medico e filosofo, nato nel 1500 a Zwickau, in Germania e morto a Jena nel 1558.

Da http://ilmedicodifamiglia.altervista.org/aezio-o-ezio-di-amida.html e https://it.wikisource.org/wiki/Autore:Aezio_di_Amida

Aetio di Amida, altro medico dell’epoca bizantina, visse nel VI secolo d.C.: fu il medico privato dell’imperatore Giustiniano a Costantinopoli. Per la sua opera di compilatore e trattatista venne paragonato dal Boerhaave, allo stesso imperatore Giustiniano che aveva compiuto un analogo lavoro per le scienze giuridiche. Come tutti i medici del tempo fece i propri studi all’università di Alessandria: «in Alexandria vidi hydropicos et lienosos aliquos terrae aegyptianae». Alla corte di Costantinopoli raggiume il grado di «comes obsequi» ed ivi svolse la sua attivita di proficuo compilatore di una vasta antologia del sapere medico antico. Considerò Galeno suo maestro e l’ammirò sopra tutti gli altri medici greco-romani; tradusse letteralmente molti suoi studi e li assimilò talmente che è difficile capire quale sia la parte originale di Aetio e quale quella del grande medico di Pergamo. Il volume compilato da Aetio, denominato ‘Tetrabiblion‘ comprende scritti dei medici Sorano di Efeso, Leonida, Rufo di Efeso, Filumeno, Dioscoride, Marcello di Sidia, Asclepiade, Aspasia, Filagrio, Archigene e Possidonio: fu pubblicato per la prima volta a Venezia nel 1534 [in greco, stampato da Aldo Manuzio].
È un grosso volume composto da sedici libri, contenente argomenti di chirurgia, medicina generale, ginecologia, ostetricia, oculistica, ortopedia, pediatria, farmacologia clinica, dietetica, neurologia e psichiatria clinica. La pubblicazione di questa opera nel Rinascimento fu molto apprezzata e dopo quella di Venezia altre furono le edizioni: bella soprattutto quella di Basilea del 1535 curata dal Comerio. Nei secoli XVI e XVII fu assai letto e dal Cornerio e dal Boerhaave Aetio venne definito, «medico di grande ingegno».
Fu abile anatomico e  chirurgo: riconobbe lo stretto rapporto fra alcuni casi di idropisia e le affezioni epatiche [cirrosi]. Studiò il meccanismo fisiologico delle funzioni digestive e il decorso di molte malattie febbrili, in special modo delle malariche al suo tempo diffusissime.
Nato nella Mesopotamia non si sottrasse del tutto alle dottrine mistiche colà molto diffuse: era convinto che l’azione di molti farmaci potesse essere potenziata qualora durante la loro somministrazione venissero recitate appropriate preghiere e parole invocatrici: «il Dio di Abramo, il Dio di Giacobbe, il Dio di Isacco conceda potere, a questo rimedio»; per guarire una persona portatrice di corpo estraneo nell’esofago era solito accompagnare le manovre utili con la seguente invocazine: «come Gesù Cristo liberò Lazzaro dal sepolcro e Giona dalla balena, così io ti dico di uscire osso o scheggia». Tuttavia, a parte queste terapie superstiziose comprensibili dati i tempi, Aetio di Amida si affidò sempre alla clinica, alla anatomia e alle osservazioni fisiologiche. Rimase aderente ad una visione biologica della psichiatria basata su teorie umorali, vitalistiche e su quelle meccanicistiche della scuola solidistica di Temisone. Ritenne che i sintomi psicopatologici originassero da una materia cerebrale alterata nella sua intima struttura fisic, a ragione di un allargamento o di un restringimento degli spazi intercellulari, detti pori, rifacendosi così alla teoria dello ‘stretto’, del ‘lasso’ e dello ‘stato misto’.
Studiò il decorso del trigemino con relativa innervazione degli alveoli dentari, compresa la «sensibilità della polpa dei denti». Si possono avere lesioni cerebrali primarie come nel caso della cefalea, delle freniti e altre in corso di malattie generali dette alienazioni per ‘consenso’.
Nell’etiopatogenesi delle varie forme di cefalea, diede grande importanza al valore algogeno delle ‘membrane cerebrali‘, i cui ‘pori’, per condizioni patologiche troppo ristretti non lascerebbero liberamente circolare le varie sostanze liquide (sangue e umori) causano un ingorgo, che risulterebbe altamente ‘irritativo’. Pensa che la «cefalea sia direttamente provocata dal cervello irritato che preme sulle meningi»: qualora alla cefalea sia associata nausea e vomito significa che «le membrane del cervello sono molto tese» [sintomi tipoci della ipertensione endocranica].
Aetio di Amida aderì alla teoria meccanica delle scuole solidistiche, che giudicavano il dolore essere un processo secondario ad una irritazione, dovuta al restringimento dei pori della materia organica, che nel caso della cefalea era sempre attribuito alle meningi, perché sin da Ippocrate era noto come il cervello fosse ‘insensibile’ e poteva avvertire dolore soltanto se le membrane che lo inviluppano fossero lese da un processo patologico. Il dolore, fenomeno molto studiato nel mondo antico soprattutto dalle scuole post-aristoteliche capeggiate da Teofrasto è ritenuto una modificazione periferica a carico di strutture sensibili, è avvertito per la ‘mutazione’ repentina che lo stimolo determina sulla
cenestesi di base. Aetio di Amida, scrisse infatti: «dolor est temperatura repentina mutatio et solutae continuitatis perceptio».
Accettò la tipologia di Galeno e riteneva che la forma del cranio avesse qualche significativo rapporto con la struttura della massa cerebrale, cosicché il medico poteva, dall’esame esterno del capo, rilevare qualche dato sullo stato dell’encefalo: «un cranio troppo grande o troppo piccolo … puo rifenrsi ad alterazioni del cervello». Fu un abile osservatore e semeiologo: rilevò paralisi dei muscoli oculari, cui tanta importanza aveva dato Galeno per la neurologia clinica, descrisse variazioni del diametro pupillare che definì correttamente ‘miosi’ e ‘midriasi’ e casi clinici di ‘bulimia’ in soggetti ‘con poca virilità’.
Il suo massimo interesse fu lo studio degli attacchi sincopali, argomento clinico dibattuto da tutta la medicina greco-romana, che interpreta rifacendosi a Galeno come tipici esempi di sofferenza cerebrale per ‘consenso’, perché in questi casi non è mai leso primitivamente il parenchima cerebrale, ma esso soffre a seguito di malattie a carico di altri organi o apparati. Vi è un diretto legame soprattutto fra stato di coscienza e insufficienze cardiache la sincope è infatti un’improvvisa perdita di coscienza con caduta a terra «animi sensu motuo deperdita», quasi sempre in rapporto con una momentanea perdita di tono, di forza, del muscolo cardiaco, «un repentino abbattimento del cuore che per riflesso viene trasmesso al cervello»; per questo parla di malattia consensuale, riflessa. Il quadro semeiotico della sincope è caratterizzato dai seguenti segni e sintomi: «cute fredda sudorazione, naso affilato, faccia cadavenca, occhi cavi e orecchie fredde». Assai caratteristico della sincope è un disturbo a carico della memoria di fissazione per gli avvenimenti di poco precedenti alla perdita di coscienza: «i ricordi dei malati sono sfumati». Le cause della sincope sono diverse, tutte quelle che elenca anche la medicina di oggi e le riconosce valide quali eventi scatenanti di crisi sincopali: «bagni eccessivamente. freddi, dolori gravi e acuti, grave affaticamento … delirio, insonnia, passioni improvvise anche piacevoli, come gioia o spiacevoli come rabbia, collera, ira, terrore … malattie dello stomaco, mestrui ». La sincope è pertanto l’esempio tipico dello stretto legame di ‘simpatia’ che esiste fra i diversi organi del corpo umano; un fatto patogeno a carico di
uno di essi si può riflettere sugli altri, per mezzo di modificazioni della ‘forza vitale’, come avviene appunto in occasione di una diminuzione della contrattilità della fibra cardiaca.
L’energia vitale di un organo dipende dalla quantità di energia in esso contenuta, un suo aumento o diminuzione può portare a vari disturbi psicopatologici. Col termine ‘calore animale’ allora si intendeva l’attuale pulsione istintiva, un aumento di tale energia dell’organo determina un eccesso della sua funzione specifica come nel caso della satiriasi e della ninfomania, disturbi secondari ad un aumento dell’istinto sessuale, localizzato per Aetio, negli organi genitali: «un ardente desiderio patologico coeundi provocato da una irritazione degli organi genitali esterni per un aumento del calore animale locale». L’irritazione è quindi un fenomeno che causa un eccesso della funzione dell’organo colpito; quando si presenta nel sistema nervoso si ha pertanto come conseguenza: iperattività,
allucinazioni, deliri e quando avviene in un organo periferico come ad es. a livello dei genitali si realizza un aumento della libido. Aetio non considera un disturbo della libido il ‘priapismo’ e giustamente lo definisce: «una cronica erezione del pene da dilatazione delle vene dell’organo genitale … con dolore». Descrisse diverse malattie neurotiche e psicopatiche quali: «palpitazioni di cuore … alterazioni dell’appetito di tipo grave … anoressia e bulimia ». … Quando per una continua repressione o insoddisfazione sessuale, il tono dell’utero aumenta, invade il corpo, disturba il funzionamento di altri apparati. Da qui i vari e molteplici sintomi dell’isterismo: gli organi più compromessi sono il cuore,
le arterie, il cervello, il diaframma e l’apparato respiratorio: «il moto perverso dell’utero viene trasmesso anche al cervello, alle arterie ed al cuore»; si hanno infatti sintomi sia a livello vegetativo, sia a livello propriamente psichico. In un altro caso, quando l’impulso si scarica sull’apparato muscolare, si ha la ‘passione uterina’, che si manifesta con sintomi motori simili a quelli che si riscontrano nelle crisi comiziali, tanto che Aetio avverte il medico inesperto: «l’isteria può essere confusa con l’epilessia ». …

Vi sono casi di demenza che non dipendono da fattori costituzionali, da «difetti temperamentali» come la fatuitas, ma da processi morbosi umorali che compaiono in soggetti senza note degenerative, come dice Aetio, «con un corpo ordinato». In questi casi, «un accurato interrogatorio dei parenti», potrà indicare al medico che prima «la mente era integra e che solo in un secondo tempo comparve la demenza». Questi casi identificabili in esiti di processi organici cerebrali degenerativi e infiammatori, sono espressione di una modificazione anatomopatologica simile a quella che si ha nella demenza precoce, ma
causati da una malattia particolare, «da un raffreddamento del cervello in seguito ad un aumento eccessivo di umore pituitario», che come sappiamo dalla teoria di Galeno sostiene un ottundimento e rallentamento di tutti i processi psichici.
Questa malattia che insorge in persone prima sane e senza anomalie fisiche, fa pensare a processi organici acuti con esito demenziale, e anche a lesioni atrofiche e infiammatorie.

Da Roccatagliata G., Storia della psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 298-303.

 

 

525 ca-605 ca  ALESSANDRO di TRALLES, Alexander Trallianus

Alessandro di Tralles (525-605) è il medico dell’epoca bizantina più conosciuto e consultato, sino al secolo XVIII: uomo con molti interessi viaggiò, pur vivendo m un epoca insicura, per tutta l’Italia, la Francia, la Grecia e la Spagna. Ebbe quattro fratelli, persone colte e con posizioni sociali elevate: uno di essi fu architetto a Costantinopoli al tempo dell’imperatore Giustiniano e progettò la Chiesa di S. Sofia. Alessandro di Tralles esercitò la professione ed insegnò medicina clinica a Roma per molti anni, seguito da numerosissimi allievi.
Con l’invenzione della stampa le sue opere furono immediatamente pubblicate in greco a Parigi nel 1538 e in latino a Basilea nel 1556.
L’esperienza clinica e semeiotica non è trascurata da Alessandro di Tralles specialmente per quanto riguarda le malattie psichiatriche e neuropsichiatriche’. I suoi scritti raccolti in un volume di dodici libri, «De arte medica libri duodecim», trattano di diversi argomenti: patologia generale, clinica medica e terapia. Nel primo libro, sono contenuti argomenti neuro-psichiatrici: de dolore capitis, de cephalea, de hemicrania, de phrenitide, de lethargo, de morbo comitialis, de resoluzione, de melanchonia. Altri titoli di interesse neuropsichiatrico sono sparsi nei restanti libri: de sonitu aurium [acufeni], de bulimia, de anorexia, de priapismo, de syncope. Come era uso dei medici di allora, Alessandro di Tralles si interessò sia di medicina generale, sia di neuropsichiatria; non aderì ad alcuna scuola, tuttavia dalla lettura dei suoi scritti l’influenza di Galeno sembra essere quella più incisiva alla sua formazione.
I capitoli sulla cefalea, sulle freniti e sulla emicrania sono di una estrema chiarezza e di una precisione semeiotica sorprendente. Oltre che medico di altissimo valore, possedeva uno stile perfetto ed era aderente ad una impostazione razionale dei problemi clinici. Questa lucida intelligenza era propria dei medici dell’Asia Minore, patria della maggior parte degli uomini di scienza del mondo greco-romano: Alessandro di Tralles era nato nella Lidia.
Il suo interesse per la medicina lo spinse a scrivere un’opera intera sui vermi intestinali, che per primo classificò in modo convincente suddividendoli in «lombrichi, tenie e ascaridi». Diede forte impulso allo studio della semeiotica e dei dati clinici, tanto che fu ritenuto da tutti i medici antichi abile nel trovare «causas morborum, indicia, differentias et internotiones». Non fu molto contaminato da idee superstiziose e magiche pur operando in un secolo, vicino alla scomparsa della grande università di Alessandria, distrutta infatti dai mussulmani nel 630 d.C. e in una fase durante la quale le influenze della religione sulla medicina erano rilevanti: i malati si rivolgevano per cure spesso ai monaci, che sull’esempio dei santi Cosimo e Damiano di Siriaco, Tertulliano, Clemente
Alessandrino, Cipriano, Dioniso ed Eusebio, si interessavano di medicina, scrivevano
opere eclettiche miste di cognizioni galeniche, morali, mistiche e naturalistiche. Siamo agli inizi della medicina monastica e per prevenire e difendersi da varie malattie vengono venerati santi protettori: S. Rocco e S. Sebastiano per la peste, S. Lucia per le malattie oculari, S. Giobbe contro la lebbra, S. Antonio contro l’erpes zoster. In questo clima culturale, alla fine della civiltà antica, sotto i colpi desolanti delle invasioni dei barbari, Alessandro di Tralles visse ottant’anni, lavorando e insegnando una corretta medicina clinica. Ma siamo alla fine del grande ciclo della medicina antica, ancora pochi decenni e
anche l’opera dei ‘calligrafi’ occupati a tradurre i libri dei grandi della medicina greco-romana scomparirà: il settimo secolo, con la distruzione della grande università di Alessandria, rappresenta la fine della medicina antica. In questo periodo medici minori, come Tofilo ottimo anatomico e il suo allievo Stefano di Atene, oltre ai commentatori di Ippocrate, Palladio Jatrosofita e Giovanni di Alessandria, sono con Alessandro di Tralles gli ultimi echi di una scienza quasi del tutto tramontata. …

Viaggiando per l’Europa, verso la fine del VI secolo, Alessandro di Tralles osservò le spaventose conseguenze della terribile epidemia che colpì l’occidente europeo dopo il 590 d.C. Tale epidemia, che dalla descrizione che ne fornisce lo scrittore Procopio dovette trattarsi probabilmente di encefalite epidemica, procurò grande mortalità diffondendo terrore e sgomento facilmente comprensibili. I soggetti colpiti dalla malattia dimostravano disturbi psicorganici acuti, preceduti da uno stato depressivo disforico, turbe deliranti allucinatorie, agitazione psicomotoria, febbre elevata e infine uno stato comatoso. La mortalità era altissima; se i pazienti guarivano presentavano segni di lesione dei nervi cranici. Il tipo di manifestaz10ne cerebrale psicorganica acuta, il decorso e l’esito fanno pensare che tali manifestazioni fossero espressione di lesioni encefaliche infiammatorie. I disturbi psichici che concomitavano sono ben descritti da Procopio; «i malati cominciano ad avere costernaz10ne e disperazione, poi credono di vedere fantasmi ed immaginano che qualcuno voglia ucciderli … hanno febbre elevata … poi cadono in letargo e perdono la memoria … delirano e vagano furiosi per la campagna … hanno un affanno mortale e temono di essere attorniati da nemici … a questo punto presi da delirio furioso i malati muoiono … i pochi malati che guariscono rimangono paralizzati nella lingua». È così magistralmente descritta una reazione organica acuta, da tutta la medicina antica denominata ‘frenite‘. Fu questa diretta esperienza di processi cerebrali infiammatori acuti che fornì ad Alessandro, ottimo osservatore, una fondamentale esperienza sulla semeiotica delle psicosi organiche che descrisse in modo preciso, adeguato ed accurato; la frenite è definita da Alessandro, «acuta e pericolosissima».
Riconosce l’estrema difficoltà di arrivare ad una corretta conoscenza dei meccanismi etiopatogenetici e premette infatti che, «non è facile capire quale sia il meccanismo per il quale il cervello è leso». L’organo colpito è chiaramente il sistema nervoso centrale, le cui funzioni durante la malattia appaiono gravemente compromesse in tutti i loro aspetti: coscienza, immaginazione, sensopercezioni, psicomotilità e giudizio. La malattia è attribuita ad «una infiammazione del cervello per un eccesso di bile gialla», che è presente in concentrazione eccessiva in personalità suscettibili, irrequiete e aggressive; è un umore «acre, amaro e irritante» cosicché se aumenta nel parenchima cerebrale determina un processo ‘infiammatorio’; nella frenite vi è un eccesso di bile gialla, che causa una diretta
lesione «del cervello e delle sue membrane». Caratteristico della malattia è il delirio acuto, «che precede la vera frenite», cioè la lesione diretta del parenchima nervoso. L’andamento della malattia e soprattutto dei sintomi psichici è direttamente proporzionale alla febbre, tuttavia essendo questa «sempre ineguale durante la giornata, il delirio cessa quando la febbre declina». Quando la frenite è nella fase di stato, «il delirio è continuo». Vi sono per Alessandro due tipi di frenite: uno grave ed uno a decorso più benigno, il primo diretta espressione dell’accumulo cerebrale di sola bile gialla, il secondo dipendente sia dalla bile
gialla sia da una certa quantità di «una bile più pallida» meno tossica, meno patogena.
Il quadro clinico conclamato è caratterizzato da disturbi della coscienza, deliri onirici, incoerenza ideo-verbale e disturbi della memoria. Alessandro così descrive i frenitici: «hanno il sonno turbolento o sono insonni, agitati e vedono molte immagini, hanno sogni angosciosi. Credono di poter predire il futuro, dimenticano ciò che hanno da poco detto, parlano di una cosa, poi passano ad altre, non ricordano quello che volevano dire. Sono feroci ed iracondi. Hanno una respirazione frequente, polso piccolo, si lamentano di cefalea occipitale [verosimile ipertensione endocranica], hanno gli occhi fissi, arrossati e la lingua »scabra». La frenite è una malattia che pone problemi di diagnosi differenziale
(‘internotiones’) con la psicosi acuta dissociativa detta mania. La diagnosi differenziale si deve basare sul fatto che nella frenite, al contrario che nella mania, «c’è febbre continua, cefalea e testa molto calda e ciò la distingue da tutti gli altri casi deliranti … soprattutto dall’alienazione mentale, l’insania, detta mania».
Dopo aver distaccato le freniti dal gruppo delle psicosi deliranti acute non febbrili, Alessandro di Tralles distingue un altro gruppo diagnostico, quello delle psicosi acute da lesioni internistiche, le attuali reazioni esogene acute o psicosi sintomatiche, che chiama per la somiglianza con le freniti ‘parafrenitidi’ o ‘parafrosinie’. Compaiono in malattie febbrili, in broncopolmoniti, in malattie infettive dell’apparato digerente; in questi casi l’interessamento del cervello è secondario (per consenso) e non vi è grave lesione cerebrale infatti, «la testa non è molto calda né vi è cefalea».
Vi sono quadri clinici chiamati «false freniti», probabilmente stati psicorganici acuti in soggetti con lesioni cerebrali atrofiche, degenerative, tumorali e vascolari: la malattia dimostra, «che nel cervello vi è sia pituita sia bile gialla in eccesso» cioè si hanno disturbi della coscienza con coma; sopore e torpore, generati dall’umore pituitario unitamente a segni causati dalla bile gialla come eccitamento e incoerenza ideo-verbale; è un quadro simile al letargo e alla frenite, scrive: «è un sopore vigile,  che i greci chiamavano anche coma-agripnon».
Il sintomo più importante unitamente al sopore accentuato è il disturbo della espressione verbale, l’incoerenza, la dissociazione che per Alessandro è sinonimo di alienazione mentale di insama: «i pazienti, scrive, sono svegli poi cadono in un sonno profondo, poi delirano, se svegliati, rispondono in modo disordinato con parole che testimoniano la presenza dell’insania». In questa descrizione sembrano essere comprese psicosi organiche confusionali e psicosi dissociative acute con compromissione psicogena della lucidità di coscienza. …

Un’altra malattia psicorganica con sintomi divergenti dalla frenite e dalle parafreniti è il ‘letargo‘: vi è sopore, rallentamento psicomotorio, diminuzione o assenza dei processi mentali. Scrive Alessandro di Tralles: «il letargo è una malattia opposta alla frenite perché generata da una materia contraria alla bile gialla, la pituita … la pituita genera sopore, il coma carus dei greci … perché gli spiriti animali sono soffocati dal freddo e dall’eccessivo umido della pituita».
Si hanno casi di letargo con eccitamento, moderate e saltuarie idee deliranti con periodi di relativa vigilanza: in questi casi assieme alla pituita vi è nel cervello anche una piccola quantità di bile gialla in eccesso.
Vi sono infine alterazioni. di coscienza intermedie che Alessandro definisce, «né vigilia né letargo», che dalla descrizione sembrano rassomigliare a ottundimento del sensorio a genesi tossica; qualche volta sono associati a ‘delirio lieve’, allora sono simili a psicosi non organiche, identificabili con forme dissociative acute.
L’epilessia è definita con gli stessi termini di Galeno: «malattia accessuale del cervello con compromissione del senso e del moto». Ne distingue tre forme cliniche, ognuna delle quali ha una propria etiopatogenesi. Nel primo caso l’etiologia è un disturbo ‘cerebrale‘; in un altro la malattia ha una genesi in disturbi dello ‘stomaco’; la terza si scatena per malattie internistiche diverse. In questi ultimi due gruppi si realizza una epilessia ‘per consenso’. La forma primitiva o cerebrale, causata da una lesione del cervello, inizia spesso in giovane età e pur avendo un andamento a crisi «non porta mai alla guarigione» di chi ne è affetto. L’epilessia a genesi gastrica denota all’inizio dell’attacco abnormi sensazioni
di ‘turbamento e rodimento’ in questo organo; l’epilessia da malattia di altri organi è frequente nei giovani, che soffrono infatti di ‘convulsioni’ per svariate forme morbose, febbrili soprattutto.
La terapia dell’epilessia trova il suo principale rimedio nell’hyssopo e in una strana formula gia usata da Apollonio, da Theodoro, da Xenocrate, da Archigene, da Moschione e Marsino: al malato di epilessia bisogna bagnare le guance e la fronte con il sangue estratto da una sua vena, poi somministrare sterco di cane mischiato a ruta selvatica, erba pedicularia e bagnato a lungo nell’urina del malato. …

Della vasta patologia dei dolori cranici ne distingue tre forme: «dolor capitis, cephalea et hemicrania ». Il generico doloe al capo riconosce cause esogene al cervello: «colpo di calore, febbre eccessiva, eccessivo freddo, disturbi gastrici ed epatici, interviene in malati di ictus apoplettico e dopo ingestione di molto vino». La ‘cephalea’ invece è una malattia primitiva del cervello, dovuta «a distens10ne o infiammazione delle meningi e del cervello». L’emicrania è caratterizzata da «dolore che colpisce metà cranio», a volte· solo in regione ‘orbicolare’, ha una genesi ‘gastrica’; è una malattia per ‘consenso’.

Da Roccatagliata G., Storia della psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 303-308.

Alessandro medico greco nato a Tralles (antica città dell’Asia Minore) è considerato uno dei maggiori esponenti della medicina bizantina. Visse a Costantinopoli presso Giustiniano. Era fratello del celebre architetto Antemios di Tralles che costruì Santa Sofia. Anche il fratello Dioscoro era medico come il padre Stefano.
Nella storia della medicina egli può essere considerato l’ultimo degli autori classici in quanto ha condensato nelle sue opere scientifiche tutto lo scibile sulle patologie conosciute nel mondo antico.
Viaggiò molto, fu medico praticante a Roma e nei suoi scritti menziona i suoi viaggi in Spagna e in Gallia. Le conoscenze medicali del suo tempo non furono da lui accettate senza un riscontro sui fatti osservati. Al contrario del dogmatismo del Medio Evo che considerava Galeno una autorità sacra, l’eclettismo di Alessandro marcava un concetto più pratico della scienza medica cercando verifiche nei risultati terapeutici.
La terapia è la base dei suoi scritti che abbondano di consigli utili utilizzando i regimi alimentari, i medicamenti particolari, la luce diurna, il clima e anche le purghe. Pertanto assume un interesse particolare per la storia della farmacologia. Si trovarano nei suoi scritti i noti farmaci di origine vegetale, i purganti, gli antielmintici, i bechici e i diuretici. Particolare cautela raccomanda nell’uso degli ipnotici e delle droghe. Di indirizzo pratico, esercitò la sua attività in Roma per un breve periodo. Fu uno dei pochi studiosi ad avanzare dubbi sulle teorie galeniche, allora in auge, e sostenne che anche nell’arte sanitaria la verità deve essere anteposta a ogni ipotesi trascendente. Diede importanti contributi alle conoscenze sulle affezioni oculari e sull’ascite. Infatti oltre alla sua opera di terapeutica in 12 libri – Therapeutiká – con indicazioni che rimasero alla base dell’insegnamento medico per alcuni secoli, disponiamo anche della sua Lettera sui vermi intestinali – Perì helmínthøn epistolë. Famoso è rimasto anche il suo trattato Sulle febbri, Perì pyretôn.
Alessandro di Tralles scrisse forse un’opera sulle fratture del cranio e sul trattamento chirurgico dell’epilessia, mediante la trapanazione. Egli ebbe occasione di osservare molti pazienti di questo tipo, quando seguì Belisario nelle sue campagne militari. Ma tale lavoro è andato perduto, poichè nessun manoscritto conosciuto ne fa menzione


La concezione del cervello secondo Alessandro di Tralles è stata ricavata dal libro stampato a Lione nel 1575 dal titolo Alexandri Tralliani medici libri duodecim Ioanne Guinterio Andernaco interprete & emendatore. Nunc demum Ioannis Molinaei D.M. doctissimis annotationibus illustrati, multisque in locis suo niteri restituti. Cum indice rerum & verborum loclupetissimo. [bella marca tipografica rappresentante una farfalla ed una granceola con scritto MATURA] Lungduni, Apud Antonium de Harsy, 1575.
Pagina 15. Libro I.
Pagina 32. Cap X. DE DOLORE CAPITIS. De dolore capitis ex ictu. Il dolore della testa, che in Grecia si dice cefalalgia, è un accidente che proviene da diverse cause. Alessandro di Tralles quindi deduce che poiché le cause sono diverse, diverse dovono essere le cure e ribadisce che non esiste una cura sola. Riconosce che dolori intensissimi siano provocati dalla cefalea calda, calida che in vero sono provocati dalla siccità. … Segue una Nota del dolore del capo contratto per insolazione in cui si descrive la cute che appare più calda … e la cura del dolore per insolazione richiede refrigeratione … Seguono diversi paragrafi in cui si descrivono dolori del capo dovuti a problemi di stomaco, nelle febbri, da vino, per ictus. In quest’ultimo caso si parla della membrana che i Greci chiamano meninga da cui proverrebbe il dolore. In molti casi si possono avere anche convulsioni e stati deliranti.
Pagina 45. Cap. XI. DE CEPHALEA.
Pagina 54. Cap. XII. DE HEMICRANIA.
Pagina 59. Cap. XIII. DE PHRENITIDE. Curatio phreniticorum (76/64)
Pagina 72. Cap. XIIII. DE LETHARGO.
Pagina 77. Cap. XV. DE MORBO COMITIALI.
Pagina 113. Cap. XVI. DE MELANCHOLIA.
Pagina 136. Libro secondo.
Pagina 136. DE CURATIONE OCULORUM.
Pagina 179. Libro terzo.
Pagina 179. DE AURIUM AFFECTIBUS
….
Referenze. F. Brunet, Oeuvres medicales d’Alexandre de Tralles. T 1, p 73-77, Geuthner, Paris 1933; Tabanelli M., Studi sulla chirurgia bizantina, Paolo di Egina, Olschki, Firenze, 1964; www.summagallicana.it; www.persee.fr; www.encyclopedia.com.

 

 

 

500-700 d.C. Il cranio di Ticineto (Alessandria)

Questo esemplare deriva dalla necropoli altomedioevale di Ticineto (Alessandria) (tardo V-VIII secolo d.C.), composto da tombe di terrapieno, tombe riutilizzate e in particolare la tomba terrestre multipla 012 da cui deriva il cranio considerato, archeologicamente identificato come Ticineto 012-2.

Caratteristiche morfologiche e metriche

Questo è la calva che include l’osso occipitale incompleto alla base, la destra parietale, parietale sinistro e parte del frontale incompleto sul lato sinistro e con una parte del tetto orbitale destro (figura 4). L’incompletezza dell’esemplare misura consentita solo della lunghezza massima e della larghezza massima (Martin & Saller 1957). L’età dell’individuo, stimata dalla valutazione del suture endocraniche (Acsádi & Nemeskéri 1970, Doro Garetto et al 1985), è di un giovane adulto, appartenente alla fase I. Il sesso è incerto a causa di pochi tratti valutabili e assenza di ossa postcraniali, in particolare della  pelvi (Ferembach e al 1979).

Descrizione delle lesioni

L’esemplare presenta tre lesioni intenzionali di diverse dimensioni e forme. Due a sinistra nel parietale (foro A e depressione) e uno a destra nel parietale (foro B).

Foro A e depressione: il foro ha una forma triangolare irregolare (altezza = 30,09 mm; base = 22,07 mm) con la base rivolta verso la sutura sagittale. Si trova nel quadrante IV del parietale sinistro (figura 5).

Fig. 5: Superficie esterna del cranio del Ticineto con le lesioni (fori A e B). Fig. 6: Superficie endocranica del cranio del Ticineto con le lesioni (fori A e B)

Ci sono solchi radiali intenzionali lungo i lati del triangolo, così come le fratture parcellari postume del bordo che ha prodotto i bordi scheggiati. Il bordo (radiale) è rivolto verso la sutura lambdoide; è inclinato verso la superficie interna e presenta solchi radiali contigui, probabilmente a causa di raschiatura delle parti molli, una procedura necessaria prima di «tagliare» il foro nell’osso.
La sutura sagittale è completamente sinostosica tra i due fori (A e B), su entrambe le superfici esocraniche e endocraniche (figura 6). Il foro A è contiguo alla depressione nella teca cranica. Questa depressione è lanceolata (lunghezza = 30,2 mm; larghezza = 20,3 mm; spessore = 2 mm), con un percorso obliquo di circa 120° rispetto alla sutura sagittale. Il confine presenta segni di riparazione, dal momento che la diploe è cancellata, indicando che l’individuo è sopravvissuto all’intervento. La tecnica di trapanazione è stata probabilmente mista (scarificazione e incisione), come mostrato dall’apertura ovale cranica irregolare continua con la depressione lanceolata («Lesione foglia lanceolata»). La depressione potrebbe essere una neo-deposizione ossea in una persona che è sopravvissuta per molto tempo. Quindi abbiamo a che fare con un foro iniziale che è stato successivamente ampliato. Inoltre, in continuazione con la depressione lanceolata, lì è una zona meno marcata (spessore = 7,9 mm) con conservazione parziale del diploe su una porzione dei bordi opposti al foro. Questo è stato, molto probabilmente, dovuto a un precedente evento traumatico, che è stato poi trattato per mezzo della trapanazione, o potrebbe essere una reazione all’intervento di trapanazione; questo è un ulteriore segno di una reazione vitale, documentando la sopravvivenza del soggetto.

Foro B: questo foro è ellissoide (diametro: 11,7 mm x 9,01 mm) e situato nella porzione tra i quadranti IV e I del parietale destro, contiguo al foro A. I bordi si inclinano leggermente verso la superficie interna. Non ci sono segni di cicatrizzazione, ma ci sono incisioni radiali sul bordo inferiore con la stessa inclinazione del scanalature radiali del foro A. La tecnica usata è stata probabilmente l’incisione. Sulla superficie endocranica, le impressioni meningee sono normali. Non ci sono fovee vicino ai fori ma solo sulla superficie endocranica del frontale: in particolare, 12 di questi su l’emifronte destro e 13 a sinistra, tutti con diametro inferiore a 1 cm e quindi classificabile come piccolo. Sulla superficie esterna, la teca presenta una porosità diffusa su tutto l’occipitale, correlato a cribra cranii e diffusa porosità postuma.

Facchini F., Rastelli E., Ferrero L. Fulcheri E., Cranial trepanation in two skulls of early medieval Italy, Homo, vol. 52/3, 247-254. http://www.urbanfischer.de/journals/homo

 

 

 

 

529. Scuole Monastiche

La prima Scuola monastica della storia fu quella di Montecassino. San Benedetto, nato a Norcia nel 480, educato alla scuola della dottrina cri­stiana a Subiaco, indignato dalla corruzione dei tempi, fuggì la società, bruta e perversa, ritirandosi con due suoi condiscepoli, Placido e Mauro, in cima al monte che sovrastava Cassino, trasformando, nel 529, in chiesa cristiana il tempio pagano che si elevava sulla sua sommità, e creando un ordine religioso la cui Regola, det­tata dallo stesso Benedetto, ordinava, nell’articolo 39, ad ogni Abbate del Ceno­bio di avere un ospedale per uso degl’infermi e di averne una cura diligente e calda di cristiana carità: Infirmorum cura ante omnia et super omnia adhibenda est ut sicut reversa Christo et a eis serviatur. Ergo cura maxima sit Abbati ne aliquam neglig/entia patuntur.


Regola di San benedetto capitolo 36.

I cenobiti eseguirono scrupolosamente i precetti del Fondatore sulla cura de­gl’infermi, e furono tanto diligenti da imparare essi stessi l’arte medica, specializ­zando in medicina due monaci per adempiere a tali disposizioni della Regola. Questi centri medici monastici, non furono soltanto ricoveri ospeda­lieri, ma centri d’insegnamento dove accorrevano i giovani desiderosi di apprende­re le nozioni mediche dai manoscritti greci e latini, gelosamente conservati in quelle Abbazie, e dove accorrevano, da tutta Europa, malati per farsi curare: la leggenda vuole che il Duca di Baviera venisse a Montecassino per farsi operare di un calcolo vescicale, e che fu lo stesso San Benedetto a operarlo durante il sonno e dopo averlo svegliato, gli mise la pietra in una mano.

Isidoro, vescovo di Siviglia (550-636), fondò un monastero la cui Regola pre­vedeva l’assistenza dei malati da affidarsi a un uomo assennato e pio che si curasse di loro e potesse procurare, con grande solerzia, ciò di cui potessero aver bisogno a causa della loro malattia. Il luogo riservato ai malati doveva trovarsi a grande distanza dalla chiesa e dalle celle dei monaci, in modo che i pazienti non fossero disturbati da rumori o da orazioni recitate ad alta voce.

Carlo Magno (742-814) chiamò ad Aquisgrana il monaco benedettino Albinus Flaccus (735-804) — noto con il nome di Alcuino — perché fondasse un mo­nastero (la famosa Schola palatina) in cui s’insegnasse anche la medicina ch’egli definì: Scientia curationem ad temperamentum et salutem corporii inventa. Dopo Aquisgrana, Alcuino fondò la celebre Scuola monastica di Tours, intro­ducendovi la coltura delle piante medicinali e la loro trasformazione in farmaci.

Le Scuole monastiche diedero insigni Maestri come la benedettina Ildegarda di Bingen (1099-1179) e il domenicano Alberto Magno (1193-1280).

Estratto da: Penso G., Medicina Medioevale, Ciba-Geigy Edizioni, 1991.

 

 

 

 

545-660 Il Cranio di Canosa

Il cranio proviene da un’area archeologica di Canosa in Puglia (provincia di Barletta, Adria, Trani). In assenza di sicura documentazione archeologica il reperto è stato sottoposto ad esame radiometrico. Sulla base della datazione al radiocarbonio (AMS-standard) eseguito da Beta Analytic, Miami, l’età del cranio è 1450 ± 40 years BP; the l’età calibrata (due sigma; 90% probabilità) è tra 1405 and 1290 years BP, quindi tra il 545 e il 660 d.C. Il cranio è ovoidale ed incompleto, mancante delle ossa della base cranica, del temporale destro, e di parte dello sfenoide e della mandibola (Figura 1).

Fig. 1: Il cranio di Canosa visto dall’alto. Fig. 2: La trapanazione del cranio di Canosa (superficie esterna).

Caratteristiche morfologiche del cranio e della lesione

Le caratteristiche morfologiche del cranio indicano una femmina adulta (Ferembach et al., 1979) per la presenza di suture non completamente saldate e il molare superiore non è usurato (Brothwell 1981).

Nel quadrante del parietale destro è presente una perforazione apparentemente intenzionale (Figura 2). Il foro è quasi circolare. I margini sono quasi regolari e le pareti della lesione sono verticali e perpendicolari all’osso parietale. I diametri della lesione sono di mm 13×11, mentre all’interno è di mm 14×13. Lo spessore dell’osso parietale è di 4-5 mm. Attorno all’apertura, la teca esterna appare squamata e la stessa stessa situazione appare nella regione bregmatica fronto-parietale. Anche nella superficie endocranica è evidente una perdita di tessuto osseo intorno al foro con un allargamento crateriforme, specialmente verso il bregma. Le caratteristiche endocraniche attestano una implosione che potrebbe esser dovuta ad una perforazione eseguita nell’osso umido. Si notano anche rare fovee endocraniche. L’osservazione al microscopio stereoscopico mostra la diploe ben visibile in tutti i margini della perforazione il che significa che la lesione non è andata verso la cicatrizzazione.

La morfologia dell’apertura cranica e del cranio in generale ci permette di escludere il foro sia congenito o un’area necrotica dovuta alla tubercolosi o della sifilide.

Fig. 3: La trapanazione del cranio di Canosa (superficie esterna). Fig. 4: Cranio del Ticineto: visione verticale (è visibile solamente il foro A).

Sono anche assenti i segni di trauma cranico. Tuttavia, può essere ipotizzato che il foro sia stato fatto di proposito. Poichè le pareti del foro sono perpendicolari alla volta cranica, è anche possibile che lo strumento usato per eseguire la perforazione cranica è stata tenuta perpendicolarmente.

La mancanza di cicatrizzazione nella lesione suggerisce che il soggetto non è sopravissuto all’intervento di trapanazione eseguito appena prima della sua morte.

Tuttavia non può essere escluso che la perforazione sia stata eseguita dopo la morte, nel cui caso può assumere un significato magico-rituale, come il portar fuori gli spiriti maligni ed ottenere un disco osseo come amuleto per protezione dalle malattie.

In ogni caso è difficile dire se è stata una trapanazione chirurgica o post-mortem. la pratica della trapanazione cranica per scopi terapeutici è documentato in varie popolazioni fin dal Neolitico. Tuttavia, ci sono anche casi di estrazione di “dischi” cranici dai morti per essere indossati come amuleti. L’amuleto cranico (ossiculum antiepilecticum), erede diretto del disco neolitico è stato ricercato per il suo presunto potere anticonvulsivo. Tuttavia, i dischi cranici riferibili al Medioevo non sono stati trovati in Italia. Invece, tre dischi sono
noti: uno appartenente al modello PC 990 di Pontecagnano (V-IV secolo aC), due risalenti al Rinascimento e preso dai Gonzaga (padre e figlio) per lo scopo dell’imbalsamazione.

Facchini F., Rastelli E., Ferrero L. Fulcheri E., Cranial trepanation in two skulls of early medieval Italy, Homo, vol. 52/3, 247-254. http://www.urbanfischer.de/journals/homo

 

 

 

VII secolo.   Origini della  Medicina Arabo-Islamica.

Gli sviluppi più importanti della medicina tra il settimo e l’undicesimo secolo avvennero non in aree rurali, scarsamente popolate e sottosviluppate economicamente nell’Europa occidentale cristiana, ma nell’ambiente delle fiorenti città, nelle economie commerciali sviluppate e nei vivaci ambienti intellettuali delle società musulmane del Medio Oriente e della penisola iberica. Le conquiste musulmane che iniziarono nella prima metà del settimo secolo furono rese possibili nell’ottavo e nel nono secolo dall’assimilazione della filosofia e scienza greca in un contesto intellettuale islamico. Tra le opere greche tradotte in arabo, spesso tramite una traduzione intermedia in Siriaco, c’era molta letteratura medica. Nel IX secolo, i medici e scienziati di lingua araba avevano assorbito questo materiale e avevano iniziato a costruire e ad aggiungere altro. In generale, gli autori dei trattamenti medici in Arabie adottarono e in qualche modo elaborarono i sistemi filosofici e fisico-logici greci. Laddove furono concepiti patologia e terapia, si servirono di materiali greci ma molto frequentemente aggiunsero osservazioni proprie o raccomandazioni per il trattamento che attingeva alla farmacologia botanica orientale o iberica. Una caratteristica ma certamente non l’unica forma di scrittura dei medici Arabi è stata la composizione di grandi opere encidopediche che hanno esaminato tutti gli aspetti della materia.
Lo spazio non consente un elenco esaustivo neppure di quelli tra gli autori di medicina medievale che in Arabie scrissero che in seguito furono i più influenti nell’Europa occidentale. Tuttavia, si deve almeno menzionare i principali encidopedisti medici che erano essere conosciute in Occidente come Rhazes (ar-Razi, m.  925), Haly Abbas (‘Ali b. Al-‘Abbas Al-Magusi, X secolo) e Avicenna (al-Husain b. ‘Abdallàh Ibn Sinà, m. 1037); l’autore che l’Occidente conosceva come Albucasis o Abulcasis (Abu l-Qàsim Halaf b. ‘Abbas az-Zahrawi, m. dopo il 1009), che scrisse un ampio compendio sulla chirurgia; e dello medico scrittore Averroè (Ibn Rusd, m. 1198). Haly Abbas, nell’opera conosciuta in Occidente in due diverse versioni come il Pantegni e il Liber regius, e Avicenna, nel Canone, si sforzarono entrambi di presentare ben ordinate sinossi dell’intera conoscenza medica, in gran parte ma non totalmente basati sull’insegnamento di Galeno. Rhazes, nell’opera conosciuta in Occidente come Almansor, appariva meno dogmatica e più orientato alla clinica; il suo lavoro era sostanzialmente empirico nel suo approccio e conteneva molte informazioni raccolte nella propria esperienza. Fu attraverso queste e altre opere scritte essenzialmente encidopediche o sinottiche che la medicina araba influenzò l’Occidente medievale. Gli aspetti pratici della medicina araba – per esempio, per quanto riguarda l’apprendimento medico e lo sviluppo degli ospedali – erano di grande importanza nella società musulmana medievale ma non possono essere trattati qui.
Sebbene nell’alto Medioevo sia l’Europa occidentale che il mondo musulmano ricevessero conoscenze mediche originate dall’antichità greca ed ellenistica, la portata del materiale e il modo in cui era usato differivano notevolmente tra le due parti. Gli autori Arabi avevano accesso a molte altre opere di Galeno – in cui vi era una marcata logica e componente filosofica – nonché a gran parte del corpus della filosofia greca, in particolare le opere di Aristotele sconosciute in Occidente prima del XII secolo. Di conseguenza, i legami tra medicina e filosofia, già presenti nell’antichità, si sono fortemente affermati tra alcuni scrittori arabi. Avicenna e Averroes erano filosofi di importanza così come i fisici, e le loro prospettive filosofiche influenzarono le loro opere mediche. La tendenza sincretistica di Avicenna lo portò a tentare di armonizzare Aristotele e Galeno, svuotando l’effettiva opposizione delle loro prospettive su importanti questioni fisiologiche. Nel suo trattato medico Colliget, al contrario, Averroè adottava spesso idee e argomentazioni aristoteliche. Ma l’orientamento filosofico degli autori non dovrebbe poter oscurare il fatto che gli scritti medici Arabie erano veramente medici; essi furono apprezzati nell’Islam e successivamente in Occidente per i loro vasti e sistematici resoconti su malattie, sintomi e cure e per le loro raccolte in materia medica.

Siraisi N.G., Medieval & Early Renaissance Medicine, The University of Chicago Press, Chicago and London, 1990.

 

La cultura medica greca, così come era già successo in tutto l’occidente europeo e nel medioriente, si era diffusa nell’Arabia ancor prima dell’avvento dell’islamismo andando ad influenzare la originaria medicina dei Beduini.

Medicina Beduina.

Molte donne del pianto ho cacciato, quando la stella Belletrix sorgeva,
chi gemeva, mentre si esaminava la ferita in cui il palmo della mano ed il polso scomparivano [nella ferita],
[la ferita] di un uomo, la cui testa è piegata e le cui ferite hanno sanguinato,
[una donna] che ha diviso le articolazioni con una sonda, come il pettine separa i capelli
che cadono.
– al-Burayq ibn ‘Iyād (fl. c. 600-30)

I Beduini civilizzati hanno una specie di medicina che è soprattutto basata sull’esperienza individuale [tajribah qaṣīrah]. Essi ne ereditano l’uso [dei medicamenti] da uomini e donne anziane della tribù. Alcuni [medicamenti] possono talora essere corretti, tuttavia non sono mai basati su leggi naturali [quānūn ṭabī’ī] e neanche [mizāi] personali. Gran parte di questo tipo di medicina era già presente tra gli Arabi [Beduini].                                   – Ibn Khaldūn (morto. 1406), Introduzione [Storia del Mondo]

Gli Studiosi Musulmani come al-Bukhārī (morto nell’860) faceva distinzioni tra le tradizioni genuine, chiamate “orali” (ṣaḥīḥ) e le altre. Le tradizioni scritte nei libri della Medicina Profetica non erano considerati genuini dagli studiosi medioevali.

Molte cronache o storie  in lingua arabica di questo periodo sono state veicolate dagli studiosi traducendo gli scritti in Greco-bizantino, Siriaco o Armeno, ma questa storiografia non contiene notizie sulla pratica medica. Per tale motivo è nella letteratura poetica che si trovano elementi da cui si possono apprendere quegli elementi che ci mostrano il punto di vista degli Arabi sul “corpo e l’anima” al tempo pre-Islamico o proto-Islamico e conoscere con quali mezzi e modi venivano trattate le malattie e le ferite.  … Le ferite di guerra descritte in questi poemi non sono solamente i problemi con cui si confrontavano gli Arabi che vivevano nel deserto. Molti termini che esprimono diversi tipi di malattie si trovano nei poemi Arabi e sono entrati nella letteratura medica successiva. …

Ibn Khaldūn ha sostenuto che la medicina basata sulla “legge naturale” era mancante nella medicina beduina. Questo evidenziava un principio importante nel pensiero medico greco in cui era chiaro che certe leggi della natura che governano l’universo, se ben comprese, consentono di diagnosticare le malattie e curarle correttamente. Queste domande tra causa ed effetto – strettamente parlando del dilemma filosofico – ha occupato la mente di molti medici. Inoltre essi sollevano la questione della relazione tra medicina e filosofia, che era spesso intimo e non sempre privo di problemi. La teoria della patologia umorale esposta nel trattato di Ippocrate Sulla natura dell’Uomo era nata contro le speculazioni sulla “causa primitiva” (dal Greco archè), come preoccupazione dominante nella filosofia pre-socratica. D’altra parte, in un altro trattato ippocratico, Sulla Medicina Antica, l’autore attaccò la filosofia e concepì che l’arte della medicina come disciplina in cui ciascuno si dovrebbe attenere piuttosto ai fatti empirici piuttosto che indulgere in inutili e futili speculazioni filosofiche. Questo rifiuto della filosofia all’interno del Corpus ippocratico avrebbe potuto porre un potenziale problema a Galeno, che ha scritto un trattato con il titolo programmatico Che il Miglior Medico è anche un Filosofo. La soluzione, tuttavia, è stata trovata dichiarando che il trattato Sulla Medicina Antica non è stato scritto da Ippocrate, ma è stato falsamente attribuita a lui. Questo rappresenta uno dei casi in cui Galeno ha prospettato la dottrina ippocratica alla luce della sua comprensione e delle sue esigenze.

Alessandria nella tarda antichità.

Sebbene sia Ippocrate che Galeno fossero i maestri e i modelli indiscussi per le successive tradizioni mediche, fu la tarda medicina di Alessandria a dare dare in gran parte forma alla medicina Islamica. Subito dopo la sua costituzione nel 332 a.C., la città venne elevata a principale centro per la medicina attraverso i lavori di Erofilo ed Erasistrato, due eminenti anatomisti attivi nei primi anni del terzo secolo a.C. Con la presenza della rinomata Biblioteca di Alessandria e sotto l’illuminato e tollerante governo dei Tolomei, essa continuò a crescere in fama per l’arricchimento letterario e scientifico. Sotto le amministrazioni Romane e Bizantine la città andò incontro a tempi difficili: la Biblioteca e le successive istituzioni vennero bruciate e distrutte in diverse occasioni. Con il crescere della Cristianità, la filosofia greca subì sempre maggiori pressioni e fu, per disprezzo, definita “pagana”. Dopo la chiusura dell’Accademia ad Atene nel 529 per volere di Giustiniano I, molti filosofi andarono ad Alessandria e la tensione creatasi tra cristiani e pagani aumentò. Nel campo della medicina, Alessandria nella tarda antichità poteva vantare una eredità di quasi un migliaio di anni, e ciò attirò studenti promettenti e maestri esperti nell’arte medica. La Biblioteca di Alessandria non esisteva più, ma c’erano
numerose akādemias (“accademie”) e museions (letteralmente “musei”), scuole medico-filosofiche con biblioteche dove erano sia la medicina che la filosofia insegnate fianco a fianco.
Non è sorprendente che alcuni filosofi abbiano scritto anche di medicina, come Giovanni Filipono (morto nel 570) che ha composto un commentaruio su Geleno dal titolo Sull’uso delle parti, oppure Giovanni di Alessandria (vissuto all’inizio del VII secolo) e Stefano di Alessandria (attivo nel periodo 570-80). La Scuola Medica di Alessandria ebbe una notevole importanza nell’insegnamento della medicina alle origini dell’Islamismo. Fondamentale furono utilizzati i sedici libri di Galeno: una selezione di argomenti che Galeno stesso aveva scritto “per i principianti”. E nello stesso tempo venivano letti e commentati anche i trattati di Ippocrate.

Altre due importanti tradizioni mediche, quella Persiana e quella Siriaca, si sono sviluppate nel mondo islamico, e provenivano anch’esse dall’area linguistica della cultura greca.

La Medicina nell’Impero Sasanide (Persia).

La Persia fu governata dal III secolo alla metà del VII dalla dinastia Sasanide che vinse i Parti e occupò un territorio che comprendeva il moderno Iraq, Iran, Afganistan ed il Pachistan a oriente e ad occidente oltre il golfo Persico le coste orientali dell’Arabia Saudita e dell’Oman. I Sasanidi professavano l’antica religione locale Zoroastriana. I Sasanidi erano in continuo conflitto con i Bizantini che cessò dopo la conquista dell’area da parte dei Musulmani nel 652.

Paradossalmente l’impero Sasanide divenne un luogo di rifugio dei Cristiani che fuggivano da Bisanzio perchè considerati eretici e quindi perseguitati come i Nestoriani che furono espulsi dalla Chiesa dopo il Concilio di Calcedonia nel 451. I Nestoriani occuparono il territorio a sud-est della Turchia  con le cittadine di Nisibis (attuale Nusaybin), Seleucia e Ctesiophon ad una trentina di chilometri a sud-est di Bagdad, dove fondarono i loro monasteri, le scuole e gli ospedali.

Si trovarono quindi a convivere tre orientamenti in ordine alla salute ed alle cure: nel testo Zoroastriano, Avesta, la salute e le malattie avevano un loro ruolo ed erano proposti certi metodi terapeutici; erano presenti e circolavano delle traduzioni dal greco al pahlavi (lingua prevalente) di scritti medici greci, alcuni dei quali, in seguito, vennero anche trascritti in arabo; inoltre i cristiani Nestoriani avevano ricreato la loro tradizione medica basata sostanzialmente sui modelli greci.

La caratteristica principale dello Zoroastrismo consiste nel credere che l’universo è fatto di materia tangibile chiamato il “mondo degli essere viventi” o del “mondo con le ossa” e di un mondo non-tangibile “spirituale” detto “mondo del pensiero”. Nel trattare la materia medica il Dēnkard (una compilazione di religione e cultura Zoroastriana) considera i “preti di alto grado” (attuali dasturs) i medici dell’anima, mentre i “i guaritori di questo mondo” sono i medici del corpo.

Il Wizīdagīhā i Zādspaoram è una compilazione in Pahlavi scritta nel IX secolo dal sacerdote-medico Zādsparam. La terza parte, intitolata “Sulla Costituzione dell’Uomo“, spiega in modo sistematico e dettagliato come l’autore abbia concepito il corpo e le sue diverse parti. L’uomo è fatto di corpo (tan), fuoco vivificante (gyānīg-ātaxsh) e anima (ruwān), con il corpo che contiene quattro umori diversi (ābs), cioè sangue (xōn), flemma (drēm), bile rossa (wish ī suxr) e bile nera (wish ī sya). A ciascuno di questi quattro umori sono stati assegnati due qualità primarie: il sangue è caldo e umido; il flegma freddo è umido; la bile rossa è calda e secca; e la bile nera è fredda e secca. I tre organi principali sono il cuore (dil), i polmoni (sush) e il cervello (o “midollo” mazg). Altre parti importanti del corpo sono associate ai pianeti celesti: i capelli con Saturno; la pelle con Giove; i vasi sanguigni con Marte; i nervi con il sole; la carne con Venere; le ossa con Mercurio; e il midollo con la Luna.

Il parallelo con la patologia umorale Greca è chiaramente evidente. Il concetto di umore, le qualità primarie, il loro bilancio è importante sia nei testi medici in Pahlavi  che nelle tradizioni mediche Greche. Queste similitudini vanno oltre la pura coincidenza. Infatti, la teoria dei quattro umori e gli attributi associati nascono in Grecia e raggiungono la Persia attraverso due canali: le traduzioni dai testi Medici Greci in Pahlavi e la presenza di una tradizione medica Siriaca nell’impero Sasanide.

La tradizione medica Siriaca.

Il Concilio di Calcedonia nel 451 tenutosi a Nicene dichiarò che Cristo univa in sè le due nature (umana e divina) e due persone (umano e divino). Ciò automaticamente bandì la dottrina di Nestorio che dichiarava che le nature divina ed umana di Cristo potevano esistere in persone separate ed erano solo blandamente unite. Il risultato del Concilio fu che le autorità bizantine perseguitarono due comunità: i Nestoriani ed i Giacobiti (seguaci di Jacomi Baradeus (578 ca) che in seguito a ciò trasmisero la medicina Greca ai Persiani e agli Arabi.

Il più importante traduttore di testi medici greci in siriaco è stato Sergius di Rēsh ‘Aynā (morto nel 536). Egli esemplifica bene le tendenze mediche nel mondo di lingua siriaca, essendo un sacerdote giacobita che aveva studiato medicina e filosofia ad Alessandria. Tradusse testi di filosofia e di medicina di Galeno e, in misura minore, di Ippocrate. Sergius tradusse tutti i cosiddetti Sedici libri di Galeno: una selezione di scritti galenici che costituivano, come abbiamo visto, il nucleo degli studi in medicina ad Alessandria. Alcuni dei suoi lavori gli furono commissionati da Theodorus, Vescovo di Karkh Juddan (nell’attuale Samarrā’, a nord di Baghdad), come è evidente dalle dediche.

Un altro traduttore, Ḥunayn ibn Isḥāq (morto nell’ 873 o 877) ha acquisito anche maggiore fama e le sue traduzioni sostituirono quelle di Sergio. In un aneddoto sulla vita di Ḥunayn conservata in una fonte siriaca del XIII secolo, Jibrīl ibn Bukhtīshū’ (morto nel 827) avrebbe riferito di Ḥunayn: “Se quest’uomo vive, non ci sarà più memoria (‘ūhdānā) di Sergius di Rēsh ‘Aynā». E in effetti, il successo di Ḥunayn significò che dal nono secolo in poi i testi di Sergius cessarono di essere usati e copiati.

Il mito di Gondēshāpūr e l’origine dell’ospedale

Se l’Islam ha sviluppato un sistema ospedaliero altamente innovativo e sofisticato dobbiamo conoscere i suoi antecedenti. L’origine degli ospedali nell’Islam comincerebbe con la conoscenza di ciò che gli studiosi definiscono “il mito di Gondēshāpūr”. La storia è all’incirca questa: la città di Gondēshāpūr (conosciuta in arabo come Jundaysābūr), ora era diventato un sito archeologico nel sud-est di Dizful nel sud-ovest dell’Iran, alle origini era un avamposto dell’ellenismo, con molti studiosi di lingua greca e siriaca ivi residenti. Già nel IV secolo i cristiani nestoriani avevano fondato un’accademia medica o una scuola che si occupava della traduzione dei testi greci e forse sanscriti nel persiano medio (Pahlavi) e in siriaco, e associato a questa accademia vi era un grande ospedale che da allora fungerà da modello per i successivi ospedali islamici. Questa storia è stata contestata, ma è noto che dodici membri della famiglia Bukhtīshū, medici cristiani nestoriani erano al serizio dei califfi a Baghdad come medici e consulenti. Originaria di Gondēshāpūr, la famiglia assunse grande importanza a Baghdad e fu attiva nell’ospedale
durante il periodo ‘Abbāsidi (dal 750 in poi). Sembrerebbe che loro o il loro entourage abbiano costruita la suddetta narrativa che avrebbe fornito a loro un mito e glorioso passato per dare più peso e prestigio alla loro posizione.

I Cristiani di lingua siriaca hanno sviluppato un sistema di ospizi e rifugi a cielo aperto per i pellegrini e gli ammalati. Ispirato dai modelli greci, e si sono dimostrati fondamentali per la formazione dell’ospedale islamico. Una lettera del patriarca nestoriano Timoteo I (morto nel 823) illustra la continuità tra il Greco, il Siriaco e la successiva tradizione Islamica. In esso, Timoteo I dice: Abbiamo costruito uno xenodocheion, cioè un bīmāristān, nella città cattolica [la sede dei Catholicos, Seleucia/Ctesiphon, a sud-est di Baghdad], e speso per la sua costruzione più o meno 20.000 zuzē [era allora una considerevole somma di denaro].
L’istituzione è chiamata sia xenodocheion dal significato greco “ospizio per viandanti” [foresteria diremo noi] dove si ricevevano gli ospiti o estranei viandanti’, e bīmāristān, dal significato persiano “luogo dei malati” quando questi si ammalavano. Quest’ultimo termine divenne la parola standard in arabo per riferirsi agli ospedali. Si sa poco dello xenodocheion, di come funzionava, o di chi si è rifugiato lì, ma ci dice dell’importanza dei Cristiani Nestoriani nella trasmissione delle idee tardo-greche riguardanti l’aiuto verso il ​​povero.

Medicina indiana e cinese.

Due grandi tradizioni mediche, quelle dell’India e della Cina hanno anche influenzato la medicina Islamica, anche se solo marginalmente. Attraverso il commercio ed i viaggi, gli arabi sono entrati in diretto contatto con queste due civiltà e ne hanno importate molte
sostanze medicinali che prima erano sconosciute nel mondo islamico o ai fisici greco-romani. Inoltre, attraverso traduzioni intermedie persiane di libri di medicina indiana, e, in misura minore, di medicina cinese la teoria di queste due culture venne conosciuta.
Medicina indiana tradizionale, detta anche Ayurvedica, che significa letteralmente
“scienza (veda) della vita o della longevità (āyus)”, si basa sull’idea di tre umori piuttosto che quattro: vento (vāta), bile (pitta) e flegma (kapha), che interagiscono con i sette tessuti corporei e prodotti di scarto. La malattia si verifica quando questi diversi componenti del corpo sono disallineati, fuori posto o squilibrati.

I due testi più antichi e importanti che espongono la teoria medica indiana sono il Compendio di Caraka e il Compendio di Suśruta. Entrambi sono compilazioni contenenti elementi di periodi diversi; tuttavia, dal momento che sono menzionati in un manoscritto del VI secolo, il cosiddetto manoscritto di Bower, devono essere stati compilati prima di allora. Le loro prime parti potrebbero risalire al III o II secolo a.C. Entrambe sono compilazioni in cui manca una struttura esposituva logica.

Un terzo (e ultimo) libro da menzionare qui, è quello di Vagbhaṭa Il cuore della Medicina (Aṣṭaṇgaṛdaya) scritto intorno al 600. Si tratta di un esposizione organica della conoscenza medica contenuta nei primi due compendi. Si è giovato di grande popolarità in tutta l’India, e oltre, quindi non sorprende se è stato tradotto in Persiano e dal Persiano in Arabo, assieme agli altri due classici della medicina indiana. Ma, anche se in essi vi era una struttura di base del sistema medico Indiano disponibile in arabo dalla metà del IX secolo in poi, è evidente che questo sistema non ha avuto molto impatto sulla tradizione Islamica. Il più grande contributo dato dall’India alla medicina Islamica sono state certamente le molte nuove droghe importate da quella parte del mondo.

A partire dal III secolo a.C., si sviluppò una teoria medica cinese che si sforzava di spiegare le funzioni corporee e le malattie in termini di naturale la causalità, piuttosto che dovute al dominio demoniaco come spesso accadeva prima in Cina.
Le idee mediche del tempo sono state esposte nel Canone Interno di Teologia Gialla, a volte tradotta come il Canone Interno dell’Imperatore Giallo (Huàng Dì Nèi Jïng). Ci sono tre concetti fondamentali: yïn e yàng, le cinque fasi evolutive e il . Yïn e yàng sono due opposti complementari che richiedono l’uno l’altro per formare un’unità. Yïn è associato alla donna, alla terra, alla notte, alla luna e all’acqua, mentre lo yàng è legato al maschio, al cielo, al giorno, al sole e al fuoco. Le cinque fasi evolutive sono legno, terra, acqua, fuoco e metallo, che si conquistano e si generano l’un l’altro in modo circolare (ad esempio, legno che conquista la terra; la terra che conquista l’acqua e così via). Il è la vitalità fondamentale della natura che alimenta le trasformazioni nel mondo e nel corpo umano. …

Struttura e funzione del corpo

Il concetto greco di pneuma (letteralmente “vento” o “respiro”) formava una importante parte della spiegazione delle funzioni corporee, così come le cosiddette “facoltà”.
C’erano tre pneuma: il pneuma naturale (rūḥ ṭabī’ī, in arabo) che originava nel fegato ed era distribuito in tutto il corpo attraverso le vene; il pneuma animale o vitale (rūḥ ḥayawānī) prodotto nel cuore e distribuito attraverso le arterie; il pneuma psichico (rūḥ nafsānī) formato nei ventricoli del cervello e disperso attraverso i nervi. Allo stesso modo, c’erano tre facoltà: la facoltà naturale (quwà tabī’īyah), localizzata nel fegato e responsabile del mantenimento della crescita e della riproduzione; la facoltà animale o facoltà vitale (quwà ḥayawānīyah), localizzata nel cuore e responsabile della respirazione e delle emozioni; e la facoltà psichica (quwà nafsānīyah), con sede nel cervello e responsabile della percezione sensoriale e dei processi mentali.

Mente e corpo.

L’importanza dello stato mentale del paziente quando si cura una malattia è un tema costante in tutta la letteratura, esemplificato dall’aforisma attribuito al clinico di Baghdad al-Razi (morto 925), noto agli europei come Rhazes o Rasis. L’interazione tra la mente e il corpo avevano a lungo occupato i medici greci ed ha continuato a essere oggetto di speculazione tra gli scrittori medici isiamici. La questione era di particolare importanza quando si definiva e si scriveva di una malattia mentale, ma poteva avere anche una maggiore implicazione. Uno degli stati non naturali è lo stato mentale dei pazienti che, in quanto tale, può influenzare direttamente il loro stato di salute. Tristezza e ansia devono essere evitati, e la musica, così come la compagnia piacevole, e un ambiente tranquillo può contribuire alla convalescenza.
In questo contesto, la filosofia morale aveva anche influenzato la medicina e il raggiungimento della felicità.
Al-Razi nel suo trattato Sulla Medicina Spirituale, in cui ha ha esposto la sua conoscenza per evitare le “afflizioni dell’anima” intendeva che gli stati mentali come il desiderio, il rimpianto e la paura fossero causati da una varietà di inclinazioni umane come l’avidità, il desiderio, la rabbia, l’invidia o paura della morte.
Come medico, al-Razi ha usato le sue conoscenze di fisiologia per fare le sue raccomandazioni più efficaci. Per fare un esempio particolare: tra le cose da evitare, al-Razi ha parlato dei rapporti sessuali (jima’), “perché indeboliscono la vista, distruggono e esauriscono il corpo, accelerano l’invecchiamento, la senilità e l’appassimento, danneggiano il cervello e i nervi, e rendono la forza [fisica] sempre più debole, oltre a molte altre condizioni che sarebbe troppo lungo menzionare”.
Una vita sobria è una vita migliore e più sana. La Filosofia Morale è così appiattita come
mezzo per evitare le afflizioni del anima che finiscono per alimentare le sofferenze del corpo.

Malattie specifiche delle parti del corpo.

… Le malattie possono essere classificate in vari modi. Al-Majusi nel suo Libro Completo
del’Arte Medica le ha raggruppate in due categorie generali: interna ed esterna. Le cause e i sintomi delle affezioni interne sono discussi dalla testa ai piedi: mal di testa, epilessia e malinconia (tutti e tre si pensa originano nel cervello), malattie degli occhi, malattie dell’orecchio, disturbi digestivi e così via. Le malattie esterne sono state suddivise in tre gruppi: quelli con visibili manifestazioni esterne come febbri e tumori, quelli che si verificano superficialmente (vaiolo, lebbra, scabbia, prurito, pidocchi) e quelli non correlati a certe parti del corpo (ferite e lesioni, animali e punture di insetti, veleni). …

Anatomia

Tutte le principali enciclopedie mediche Arabe e Persiane hanno sezioni sull’anatomia,
descrivendo le ossa, i muscoli, i nervi, le arterie, le vene e gli organi composti (occhio, fegato, cuore e cervello), così come capitoli sulle teorie embriologiche. Essi sono talora disegni schematici delle suture craniche e ossa della mascella superiore e delle cavità nasali. Nessuna illustrazione anatomica è stata prodotta nel mondo Islamico prima di quelle che si trovano nel libro Anatomia di Mansur di Mansur Ibn Llas (1394-1409). …

Chirurgia

Come l’anatomia, molte figure chirurgiche  sono presenti nella maggior parte delle enciclopedie mediche arabe o persiane.
La sezione più importante su questo argomento è parte dell’enciclopedia scritta a Cordoba intorno all’anno 1000 da Abu al-Qasim al-Zahrawi (noto in Europa come Albucasis), un’enciclopedia con un lungo titolo che si traduce più o meno Scrittura di un libro per colui che non è capace di compilare un libro da solo. Come tutti i primi scrittori arabi, al-Zahraw ha basato il suo lavoro sulle conoscenze, ma in questo caso in particolare su quelle Alessandrine del settimo secolo del medico Paolo d’Aegina. Ciò nonostante il suo libro sulla chirurgia ha il pregio di raccogliere anche la sua esperienza.  Ha inoltre illustrazioni di strumenti che costituiscono una importante innovazione nella storia della letteratura chirurgica. Nonostante la sua estesa esperienza Al-Zarawi ci riferisce di un caso di un bambino idrocefalico con una testa grande per l’accumulo di liquido cerebrale [nei ventricoli cerebrali] in cui scrive “ho preferito non fare l’operazione in questi casi”  in quanto non abbiamo istruzioni negli scritti precedenti.

Il breve capitolo sulla chirurgia di al-Razi (morto nel 925) è il Libro di Mansur (da non confondersi con l’Anatomia di Mansur) quasi completamente dedicato alla chirurgia delle ossa e al trattamento delle ferite e degli ascessi cutanei, con una breve sezione sulla flebotomia, la coppettazione, l’uso delle sanguisughe e l’asportazione del verme di guinea (Dracunculus medinensis, un parassita diffuso dall’Africa all’India che si trova nel sottocute e che veniva estratto avvolgendolo gradualmente su un bastoncino), l’estrazione delle frecce e le fratture del cranio. Il capitolo di al-Razi risulta l’unico nella sua parte finale perchè descrive i trucchi dei ciarlatani che pretendono di estrarre le cose dal corpo.

Un medico di Damasco dal nome Ibn al-Quff (morto nel 1286) ha composto
quello che sembra essere il primo trattato arabo medievale destinato esclusivamente ai
chirurghi. Le sue basi nell’arte della chirurgia erano una conoscenza medica generale di
anatomia e terapia farmacologica e assistenza chirurgica, concentrandosi sulle ferite
e i tumori. Ibn al-Quff, ha esclusa l’oftalmologia, che considerava una specialità con una propria letteratura tecnica.

Le fratture craniche venivano trattate con la rimozione dei frammenti ossei con un cilindro seghettato [trapano] e con un collare per evitare di danneggiare le meningi sottostanti. La trapanazione cranica non è mai citata nella letteratura medica islamica per altri motivi, ma solo per le fratture craniche.

Amuleti e Talismani.

La credenza nel malocchio è stata diffusa in Medio Oriente per molti secoli. La gente pensava che gli individui, dando un’occhiata agli altri o catturando i loro occhi, poteva esercitare una forze del male (a volte inconsapevolmente) e portare disgrazia. Ciò poteva comportare un numero qualsiasi di calamità inclusa la morte improvvisa, ma la più comune era una lenta malattia con deperimento. Di conseguenza, numerose furono le istruzioni per creare oggetti adatti a scongiurare le conseguenze del malocchio che si trovano negli scritti medioevali.
Uno dei manuali più popolari fu la Medicina del Profeta, quello di Ibn Qayyim al-Jawziyah (morto nel 1350), che contiene un’affermazione enfatica del Malocchio è realmente esistito: “Un gruppo di persone, di coloro che hanno solo scarsa conoscenza tramandata e d’intelligenza, hanno negato questa questione dell’Occhio, dicendo che questa è solo immaginazione, senza verità in esso. Questi sono tra i più ignoranti della gente, in conoscenza e intelligenza, ed hanno il più pesante velo sugli occhi, e la più pesante delle nature e la più lontana dalla conoscenza degli spiriti e delle anime e delle loro qualità, azioni ed effetti. Le persone intelligenti di tutte le nazioni – con le loro
differenze di comunità e credenze – non respingono né ignorano la questione del
Malocchio, anche se non sono d’accordo sulla sua causa ed impatto”.

Le opinioni divergevano tra gli studiosi di religione sull’accettabilità di indossare amuleti. Ibn Qayyim al-Jawziyah ha citato l’opinione di Ahmad ibn Hanbal (morto nel 855), fondatore di una scuola di giurisprudenza. Quando gli venne richiesto se indossava degli amuleti dopo l’esordio di un’affezione, quest’ultimo disse: “Credo che non ci sia alcuno che agisca per questo motivo”. Il figlio di Ahmad ibn Hanbal ha riferito di aver visto suo padre scrivere talismani per qualcuno che soffre di paure e per qualcuno con la febbre dopo la sua insorgenza, così come per una donna che stava attraversando un momento difficile per il parto. I testi di tali talismani consistevano principalmente in citazioni del Corano e in frasi pie.
Uno degli usi più ovvi di amuleti e incantesimi era quello di proteggere contro le epidemie, che sono devastanti, imprevedibili e poco conosciute. In tempi così terribili molte persone tentano di propiziarsi le forze del male che affliggono un mondo ostile, e ottenere la benedizione e la protezione di Dio. Questo potrebbe ottenersi mediante certi incantesimi o preghiere da dirsi in determinati momenti o con amuleti e talismani con iscrizioni speciali
che dovrebbero entrambi proteggere e alleviare.

La Medicina del Profeta.

Trattati sulla Medicina del Profeta mostravano anche vari aspetti di falclore e rimedi magici oltre a numerose invocazioni per scongiurare le afflizioni e proteggendo da jinn e dal Malocchio. Il primo trattato di imam sciiti ha, ad esempio, le seguenti prescrizioni:
Lui [il Profeta] disse: “Tieni molti animali domestici (dawajin) nelle tue case così i demoni sono occupati con loro invece dei tuoi figli.
[L’imam Ja’far ibn Muhammad] al-Sadiq gli disse [ad uno dei suoi clienti di cui la febbre non calava]: “Apri i bottoni della tua maglia e mettila sulla testa. Recita la chiamata alla preghiera (adhan) e l’introduzione alla preghiera (iqamah), e recita sette volte la “surah di lode” (al-Hamd, cioè “Apertura”, al-Fatihah, n. 1)”. L’uomo disse: “L’ho fatto e mi sono ripreso con la stessa rapidità con cui un cammello si libera dalla sua corda.
Lui [al-Sadiq] gli disse [a qualcuno che soffre di coliche (o di ostruzione intestinale,
qawlanj)]: “Scrivi per lui l’apertura [surah] del Corano (al-Fatibah, n. 1), la surah “Purezza” (al-Ilkhas, n. 112) e le due sure per cercare la protezione (alma’udhatan, le ultime due sure del Corano, “Alba”, al-Falaq e “Persone”, al-Nas, n.113 e 114). Quindi scrivi sotto: “Mi rifugio in presenza di Dio, il Grande, e nella Sua forza, che è incessante e in Suo potere, cui nulla può resistere, dal male di questo dolore, e dal male dentro di esso”. Quindi bevi acqua piovana a stomaco vuoto. Sarai guarito da esso, Dio l’Eccelso permettendo.
Ibn Qayyim al-Jawziyah (morto nel 1350), nel suo famoso trattato sulla medicina del Profeta, difende la scrittura di talismani.

Ciotole magico-medicinali.

E ‘evidente che il dodicesimo secolo ha visto un notevole aumento di interesse per la magia. Le evidenze attuali suggeriscono che era in questo periodo che le ciotole Magi-medicinali sono state prodotte, che l’uso del magico sia avvenuto in modo esponenziale, e la produzione di testi magici è iniziato ad aumentare in modo drammatico. Per noi oggi è difficile conoscere le ragioni esatte per questo sviluppo, che può essere legato allo scivolamento dei modelli di cure Mediche verso l’attività letteraria e al cambiamento di comportamenti sociali.
La prima ciotola Islamica di cui conosciamo l’esistenza risale al 1167 per il governatore Siriano Nur al-Din ibn Zang – la stessa persona che ha fondato il famoso Ospedale in damasco. Successivamente Ciotole Magico-medicinali furono fabbricate in quantità considerevole. L’origine probabilmente si riferisce in qualche modo all’uso pre-Islamico di ciotole Aramaiche, anche se in realtà il loro disegno e funzione differiscono notevolmente. Queste ultime sono realizzate in argilla con iscrizioni a spirale che invocano demoni, mentre quelle Islamiche sono di metallo e soprattutto mancano di riferimenti al jinn e ai demoni. Con le ciotole magiche Islamiche, i pazienti dovevano bere dalla ciotola per essere curati, a volte seguendo instruzioni specifiche, come bere acqua calda per le coliche, o acqua di zafferano, se si voleva evitare un travaglio di parto difficile. …

Astrologia e divinazioni.

Un esempio della procedura diagnostica comunemente data dai manuali astrologici è quella di  Yuhanna ibn al-Salt (870-910), una conoscenza personale di Hunayn ibn  Ishaq a Baghdad, a offerto nel suo Manuale di Medicina Astrologica: “Dopo aver accertato l’ascendente [il pianeta più vicino all’orizzonte in oriente al sorgere del sole in un dato giorno] del paziente, e Saturno si trova ad essere in uno solo dei quattro angoli [cioè, sull’orizzonte orientale o occidentale o nella parte superiore o inferiore dei meridiani], in particolare l’ascendente è in Ariete, allora esso indica una malattia dovuta alla bile nera, stravolgimento dell’intelletto, decadimento del cervello, mal di testa dovuti al fumo, pensieri distruttivi, putredine, alito cattivo, mal di denti, crosta lattea (alsa’fah) mal d’orecchio, diminuzione dell’udito, la sordità, e l’illusione (waswas)”. Oggi si tende ad attribuire tali approcci magici e astrologici alla medicina dei meno privilegiati. È un fatto, tuttavia, che indovini di vario tipo lavoravano nelle corti di tutti i governatori.
Ad esempio, quando il sultano Mamelucco d’Egitto Al-Nasir Muhammad, il figlio del fondatore dell’ospedale Mansuri, si ammalò con diarrea nel 1341, consultò gli astrologi e geomanti [divinatori sulla sabbia o sul suolo] e così pure i medici.
Molti medici dotti sostenrvano esplicitamente l’astrologia, come Ibn Ridwan e al-Razi. Per giustificare l’uso medico dell’astrologia gli autori islamici spesso facevano riferimento, in qualche modo, al detto di Ippocrate in Arie, Acque e Luoghi che “la scienza delle stelle non è che una piccola parte della scienza della medicina”. …

Da Pormann P.E., Savage-Smith E., Medieval Islamic Medicine, Georgetown University Press, 2007.

 

 

 

625- 690.   PAOLO di EGINA

Paolo di Egina (625-690) visse in un periodo storico oscuro, quando la gloriosa. università di Alessandria era stata quasi del tutto distrutta e la grandezza dell’impero romano era oramai un lontano ricordo.
Aveva studiato da giovane nel clima decadente di Alessandria si dedicò specialmente alla ostetricia e gli arabi lo veneravano e lo chiamavano per antonomasia l’osetrico. Fu noto ed ammirato per le sue capacità ostetriche, ginecologiche, chirurgiche e pediatriche e le sue tecniche operatorie rimasero classiche sino al Rinascimento. La pubblicazione delle sue opere a stampa in latino avvenne a Venezia nel 1528 e nel 1553. La sua opera medica intitolata ‘De re medica‘, contiene scritti pediatrici, clinici, ostetrici, ginecologici e chirurgici.
Sono riportate osservazioni originali sull’intervento della cataratta, di paracentesi, di trapanazione cranica in gravi traumatizzati e una operazione decompressiva; consigli dietetici per le puerpere, i bambini e per pazienti affetti da varie malattie sono i più numerosi.
La concezione fisiopatologica di Paolo di Egina nasce fondamentalmente dalle dottrine di Galeno; in un vasto eclettismo comprende teorie umorali, vitalistiche, quelle degli elementi e delle qualità.
Ogni organo ha un proprio tono vitale che con Galeno chiama ‘temperamento: il tono mentale, la forza degli ‘spiriti animali’, conforma il particolare tipo di costituzione generale e delle personalità. Normalmente il tono del cervello ‘è moderato’, umido-freddo però «né troppo, né troppo poco», si trova in uno stato di perfetta omeostasi. Come già sosteneva Galeno, Paolo di Egina pensa che anche aspetti esteriori quali «la qualità e il colore dei capelli … il viso, il cranio» possano dare utili indicazioni sul ‘temperamentum cerebri‘: come per Galeno il temperamento dipende dalla unione delle ‘qualità’ fisico-chimiche.
Fenomeni fisiolog1ci sono sostenuti da modificazioni quantitative del temperamento di un determmato organo: il sonno è provocato da un periodico aumento della umidità del cervello, per accumulo di pituita. Sogni ‘turbolenti’ sono causati da un cervello ‘più caldo’ del normale; l’insonnia nasce da un cervello ‘secco e caldo’. Il sonno, a causa dell’eccesso di umore pituitario che lo sostiene, ha alla sua base «una diminuzione della forza degli spiriti animali» perché l’umore lento e viscoso ne impaccia i movimenti. I disturbi del sonno non
hanno soltanto una genesi umorale, infatti il clinico li trova anche in persone «con malattie dolorose, con tristezza e con preoccupazioni» e in questi casi è facile la cura, perchè come aveva già sottolineato il filosofo Severino Boetio «suoni melodiosi e giocondi facilitano il sonno ed attenuano le preoccupazioni allontanando i pensieri tristi».
Disturbi della memoria e dell’intelletto sono tipici dell’età avanzata perché il cervello diventa in quest’epoca naturalmente più ‘secco e freddo’; se si ha un aumento ‘dell’umidità’ del cervello, i disturbi che compariranno saranno caratterizzati da un certo grado di ‘torpore’. Nel caso delle ‘freniti’, oltre a saltuari disturbi della memoria, prevale l’eccitamento psicomotorio perché il cervello è ‘più caldo’. Un particolare stato di coscienza, chiamato ‘coma vigilans’, per le sue caratteristiche che associano disturbi della coscienza con ipermotilità, è dovuto ad un miscuglio di umori: bile nera, bile gialla e pituita. La frenite, malattia a quel tempo assai frequente, nasce da «una diretta lesione del cervello e delle sue membrane» per aumento della ‘bile gialla’, cosicché la massa cerebrale
diventa ‘più calda’.
Paolo di Egina avverte che non sempre i deliri febbrili sono segno di frenite: si possono avere ‘parafrenitidi’ in malattie internistiche. Ritiene che «si abbia una vera frenite quando vi è una violentissima infiammazione del cervello e un grave stato di ansia». Per primo descrive esattamente ed isola, dal capitolo delle sindromi vertiginose una forma oggettiva: «i pazienti vedono le cose girare ed a volte girano loro stessi e poi cadono a terra». La genesi di questa malattia, simile alla moderna sindrome di Meniere, non si trova in lesioni cerebrali, ma nasce da disturbi riflessi, «da umori densi e viscosi che arrivano al cervello». L’epilessia è una malattia le cui cause sono ‘somatiche’ e ‘cerebrali’; legge generale di questa malattia è la sua «comparsa sempre in giovani e il suo diminuire con l’avanzare dell’età». Si hanno importanti rapporti fra malattia epilettica e personalità, nel senso che chi è affetto da questa forma morbosa è «sempre triste e con violente passioni dell’animo», ha un carattere esplosivo, instabile, un ‘temperamento turbolento’. L’epilettico soffre di fughe, girovaga senza méta, si allontana dalla propria abitazione «dimenticandosi dei familiari», e frequentemente soffre di episodi psicotici acuti durante i quali, «ha delle visioni turbolente».
Con il nome di incubo, Paolo di Egina, descrive la classica sintomatologia che in tutta la medicina greco-romana è indicata con questo termine: «minor movimento, sensorio torpido, soffocamento, oppressione e sensazione di non poter parlare».
Per Paolo di Egina l’isteria indica un meccanismo etiopatogenetico, è «una uteri strangulatione», da eccessi di umore in questo organo, «pieno di vapori e di materie putrefatte che salgono nel corpo e arrivano per le arterie al cervello». Ivi arrivati (gli umori) alterano le funzioni mentali e non solo quelle psicomotorie, alle quali questo autore non attribuisce un valore predominante; infatti l’isteria forma un quadro clinico psicoemotivo assai complesso che comprende: «languore della mente, tristezza, pigrizia, astenia, pallore, soffocazione, torpore ed emozioni». Quadro clinico che si avvicina a quello di ‘malattia vaporosa’ degli autori inglesi del XVIII secolo, a quello di neurastenia del secolo XIX e di neurosi depressiva e ansiosa del secolo XX.
Descrisse casi clinici di probabili nevrassiti epidemiche, così frequenti fra il VI ed il VII secolo d.C. che iniziavano con dolori radicolari che Paolo di Egina chiama ‘ischialgie’, con un decorso clinico infausto, spesso complicato da ‘crisi epilettiche’ che apparivano «poco prima dell’exitus». Ebbe conoscenza di stati di offuscamento della coscienza, quali il sopore: «simile ad un sonno molto profondo dovuto ad aumento della umidità del cervello». Descrisse un tipo di dolore addominale associato a stupor, per questo detto ‘stupefactorio’, che compariva in gravi malattie intestinali. Descrisse vari tipi di dolore: quello ‘pulsatorio’ nelle malattie infiammatorie; quello ‘puntorio’ in forme intestinali acute, quello ‘urente’ nelle malattie della cauda equina. La cefalea nelle malattie febbrili è frequente perché, a suo pensare, il rialzo termico determina «un disturbo dell’armonia delle qualità del temperamento del cervello, favorendo un eccessivo accumulo di umori». Il dolore nelle forme tipiche di emicrania è «gravitante, lancinante e pulsante … comincia alla base degli occhi».
Non bisogna somministrare vino ai soggetti con crisi emicraniche perché, «ciò aumenta ancor più il dolore al capo», e così gli odori eccitanti, i rumori e la luce violenta sono «mal tollerati dai malati». In caso di dolore al capo è utile somministrare succo di papavero qualora il malato sia insonne e fare spugnature di acqua fredda e aceto al viso ed al capo, perché ciò dona un certo benessere e migliora la sintomatologia.
La mania, malattia psichica da eccesso di ‘calore’ cerebrale per accumulo di ‘bile gialla’, è caratterizzata da eccitamento psicomotorio e idee deliranti: «logorrea, furiosità, eccitamento, incoerenza e deliri».
La malinconia è al contrario una malattia ‘secca’, un’alienazione mentale «con delirio ma senza febbre, provocata da un eccesso di bile nera al cervello». Pur ammettendo nel concetto di malinconia anche forme deliranti non depressive come nel caso di pazienti «che ritengono di essere grandi letterati, filosofi e maghi», è dell’idea che il nucleo della malinconia consista in casi con strutture deliranti a contenuto di colea: i malinconici veri «si credono colpiti dal castigo degli dei».
L’origine è diversa a seconda delle sue espressioni cliniche: nella forma ipocondriaca si tratta di una malinconia per consenso, causata «da un vapore pravo che risale dallo stomaco sino al cervello»; nella forma cerebrale ed in quella che non è accompagnata da idee deliranti, la bile nera giunge direttamente al cervello dal fegato. I sintomi più frequenti nella malinconia, oltre che le idee deliranti di colpa, sono «la tristezza, i timori immotivati, l’odio per gli uomini e anche deliri di vario tipo». Oltre a salassi e clisteri, ritiene che un buon vitto, dei viaggi, un lungo riposo e conversazioni piacevoli possano sortire un effetto terapeutico.
Motivi psicogeni dovevano avere un certo valore nello scatenamento della malinconia se per secoli se ne era discusso, principalmente a proposito di una forma ad inizio nettamente reattivo chiamata ‘de amantibus’, ritenuta da molti autori «una tristezza motivata da contrasti amorosi» (Apollonia, Possidonio, Cicerone, Aetio di Amida). Il problema di alto valore psicopatologico era sempre stato per lo psichiatra greco-romano il poter capire, come potesse una tristezza diventare una alienazione mentale, una malinconia: «melancholia quomodo timorem et tristitiam inducat». Vi era da spiegare il rapporto vicendevole fra ‘spiritus melancholicus’, vera mutazione psicotica endogena dell’umore e sentimenti psicologici quali timore, tristezza, paura, odio e idee deliranti. La risposta era stata data già da Ippocrate e poi confermata da Galeno; lo spirito malinconico, direttamente derivabile da un disturbo metabolico, colpisce la mente, ne offusca le funzioni immaginative e ne «muta le operazioni».
Per Paolo di Egina la malinconia reattiva, pur essendo scatenata da avvenimenti spiacevoli è pur sempre «una malattia del cervello … un venir meno della ragione … e in quanto eccessiva preoccupazione dell’animo è di per sè stessa una malattia». Infatti il malinconico si allontana dal mondo civile, ama la solitudine, trascura il proprio lavoro è in preda ai suoi ‘fantasmi’. Ebbene tutto ciò, questa regressione, è un tipico esempio di malattia mentale: «essi infatti non si interessano più di nulla, piangono e sono tristi». Il distacco dal mondo, il cambiamento nei rapporti affettivi, la regressione, sono segni di alienazione
mentale, di insania, di psicosi.
Con l’opera di Paolo di Egina si chiude il grande capitolo della medicina psicologica greco-romana: la distruzione della grande Università di Alessandria è il simbolo concreto di questa fine. La grande città universitaria nata all’inizio dei regni ellenistici e sotto la spinta di studiosi greci del IV secolo, è ridotta ad un cumulo di rovine come il grande e glorioso impero di Roma. La medicina bizantina è l’ultimo raggio di luce prima del definitivo tramonto della civiltà occidentale antica. Il VI ed il VII secolo d.C. sono epoche dove uomini di scienza isolati si limitano a commentare le opere del passato.
È un tempo di analizzatori di cultura, che si servono dei testi accumulati nei secoli per prendere qua e là ciò che ritengono vero o opportuno. Il rapporto fra scienze e dati culturali passati era invero già stato analizzato da Ippocrate in questi termini: «la scoperta sarà completa se il ricercatore è competente, se conduce la sua indagine conoscendo le scoperte già fatte e se fa di esse il suo punto di partenza». La scuola bizantina rimane però legata soltanto al passato, non vede il futuro, non si serve del passato per impostare qualche cosa di nuovo: ma ciò non poteva essere fatto, perché il mondo che aveva sostenuto per secoli la cultura medico-psicologica antica era oramai per sempre crollato. La scienza rimase isolata, non più sorretta dalla filosofia, dalla omogeneità politica, da una
metodologia costante e da un linguaggio comune; si ridusse ad un esame non sempre sensato e critico delle opere mediche classiche.
Il medico è ora soppiantato dall’uomo di fede e spesso da ciarlatani, come nel caso di quel Giacobbe di Alessandria, che lavorò nel VI secolo a Costantinopoli, famoso perchè profondo conoscitore «dei mali dell’anima», a cui fu eretta una statua in una pubblica piazza.
La fine della medicina bizantina poi lasciò libero campo alla demonologia, e l’opera del IX secolo «De daemonum operum» di Psellos ne è la base e il fondamento. Qui finisce il grande ciclo storico che abbiamo cercato di esporre, nonostante il nostro intento in modo incompleto; epoca che vide il progresso più grande della scienza e la fondazione del principio scientifico razionale che ancora oggi regge la ricerca oggettiva.
Un attento esame delle letteratura medica dei secoli XVIII e XIX, infatti scopre che molte teorie e innovazioni cliniche furono dedotte dalla medicina psicologica antica. Ancora oggi la psichiatria è ferma a quei problemi che angustiarono i nostri grandi predecessori e attendono ancora oggi una vera e certa soluzione.

Da Roccatagliata G., Storia della psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 308-.

 

 

700-800 d.C. Trapanazioni in Russia nel tempo medievale

Le operazioni del primo Medioevo si concentrano nella parte europea della Russia.
Sono distribuite tra le tribù nomadi del Medio Volga, del Medio Don, e del nord del Caucaso-Daghestan e Osetia. La maggior parte dei casi dai secoli ottavo e nono appartengono al tipo di trapanazione simbolica intra-vitale. Essi hanno interessato solo il tavolato tecale esterno e non è stata aperta la cavità cranica. Sano stati raschiati o tagliati
nell’area bregmatica lungo la linea della sutura sagittale. Le trapanazioni simboliche in Russia sono per lo più singole, caratterizzate da un aspetto rotondo e ovale (fig. 4).

Figura 4. Trapanazione simbolica al bregma sul cranio di una donna di 20-29 anni. Diametro della lesione 13 mm, profonda 1,5 mm. La chiusura metopica è presente. Regione del Medio Volga  VII-IX secolo. Bulgaria,  sito di sepoltura Bolshye Tarkhany. (Foto: M.Mednikova).

Figura 5. Trapanazione in vivo di crani di nomadi medievali. Sito Bolshye Tarkhany. a. Un maschio di 20-29 anni. L’ampia perforazione nell’area bregmatica è stata tagliata con uno strumento acuto. Sul lato sinistro del foro si vede una leggera pendenza in direzione endocranica. Nell’osso frontale si trova una frattura depressa guarita. b. Un maschio  di 35-39 anni al decesso. Una perforazione guarita bene si trova nell’osso parietale sinistro. (Foto: M.Mednikova).

Gli individui, “simbolicamente marcati” durante la vita, furono sepolti in tombe comuni, non particolarmente ricche o importanti per altre caratteristiche. Sia i maschi che le femmine possono essere stati  trapanati per scopi simbolici [trapanazioni magiche].

Come mostrato in precedenza, le trapanazioni simboliche sono state ampiamente diffuse nell’Ungheria e Bulgaria medievale, specialmente durante il così detto periodo della conquista quando tribù nomadi migrarono dalle steppe orientali della regione del Volga (Nemeskery et al., 1960).
Gli antropologi ungheresi Nemeskeri, Kralovanski e Harsanyi (1965) hanno scritto dei rituali medici e simbolici della trapanazione. L’antropologo bulgaro Boev (1970) ha discusso sugli scopi medici. Ma tali operazioni vennero proibite nell’undicesimo secolo dal re Stefano d’Ungheria, che cambiò la sovranità statale in Ungheria da pagana a cristiana. Queste trapanazioni  potrebbero, tuttavia, essere state connesse ai riti magici. Alcuni crani della regione del Volga del VII secolo mostrano grandi perforazioni nell’osso parietale, spesso con gurigione (Fig. 5 b).

In primo millennio AD fu il periodo delle grandi migrazioni che sono iniziate nel nord della Cina ed sono finite 1000 anni dopo in Europa. Sembra che la distribuzione dei casi trapanati in questo periodo, storicamente complicato, rifletta gli aspetti spirituali delle diverse tribù nomadi e indichi il percorso delle loro migrazioni.

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Estratto da MEDNIKOVA M., Prehistoric Trepanations in Russia: Ritual or Surgical?, in Trepanation, History, Discovery, Theory, Arnott R., Finger S., Snith C.U.M., Swets&Zeitlinger, Lisse, 2003.

 

 

726. GAIDOALDO DA PISTOIA

Fu uno dei più grandi possidenti agrari del suo tempo (VIII secolo), medico della corte di Liutprando, uomo potente e rispettato. Nel 726 acquistava dal chierico Filipert, al prezzo di cento solidi d’oro, la metà di una curtis, un’azienda agraria, con molino sul torrente Brana, affluente del fiume Oglio (in provincia di Pistoia), e una terra incolta a Gora, suburbio settentrionale di Pistoia. Assisteva, come testimone all’atto di compravendita – e questo dimostra in quanta considerazione fosse tenuto il medico – il Gastaldo della città,
Edelperto. La chiesa abbaziale di San Bartolomeo in Pantano vanta un’antica fondazione
che si fa risalire addirittura all’anno 726 e alla figura di Gaidoaldo, archiatra dei re longobardi Desiderio e Adelchi.
Ormai anziano, nel 767, donava al monastero di San Bartolomeo, da lui edificato fuori le mura di Pistoia, sei grandi curtis, situate in Val di Nievole, nella Lunigiana ed nella Valle della Cornia. Viene ricordato anche come medicum et fedelissimum nostrum dal re Liutprando.

Estratto da Fornasaro F., La medicina dei Longobardi, LEG, 2008

 

 

 

681-732 ca. BENEDETTO CRISPO

Benedetto Crispo, vescovo di Milano dal 681 al 725, morto in fama di santo. Durante il suo episcopato lottò a lungo ma invano per ottenere la subordinazione della chiesa pavese alla chiesa milanese. Quand’era ancor diacono scrisse un compendio di medicina in 240 esametri. È un poema che non ha nulla di poetico: enumera i mali che possono affliggere le diverse membra del corpo umano e suggerisce i rimedi adatti a guarirli; per l’una e per l’altra cosa segue l’autorità di due antichi trattati; l’accurata fattura dei suoi versi attesta la sua buona cultura letteraria. Dalla lettera dedicatoria, indirizzata a un discepolo mantovano (Mauro), apprendiamo che Crispo insegnava a Milano le sette arti liberali e la medicina. È dubbio ch’egli abbia anche composto l’elegante epitafio del re anglosassone Cedvala, morto a Roma nel 689. (Ediz.: Liber Medicinalis, in De Renzi, Collectio Salern., I, p. 72 segg.) Da http://www.treccani.it/enciclopedia/benedetto-crispo_%28Enciclopedia-Italiana%29/

Fu amato e rispettato dai suoi contemporanei, fu medico e poeta, nonché arcivescovo di Milano, successivamente salito agli altari della santità, molto influente per secoli in àmbito medico (visse nell’VIII secolo). Dai suoi insegnamenti, tratti dal libro In medicina libellum, composto in un garbato latino – 214 esametri, suddivisi in più capitoli, dedicati ad un suo discepolo – si trovano spunti interessanti di anatomia, fisiologia e patologia umana. Per esempio, a lui si deve:
– una descrizione molto accurata di un’affezione oculare che potrebbe individuarsi con la congiuntivite: dolore agli occhi, con conseguente rossore che provoca la fuoriuscita di umore (dolor oculis, rubens quem concitat homorem);
– l’individuazione di disturbi oculo-motori, come manifestazioni di turbe più profonde. Attribuì il fenomeno allo spostarsi di umori interni che scendono dal cervello, che rimontano dallo stomaco, che fanno vedere ai pazienti mosche, cimici o formiche. Tali umori starebbero fra il cristallino e la pupilla. Benedetto Crispo disse, infine: “Se compare una macchia, mentre volgi gli occhi, è sicuro a causa dell’occhio interno”;
– un’individuazione quasi certa di una pleurite: “Se vi è una forte pulsazione laterale, si tratta di un morbo grave e la vita è in pericolo” (si forte latus ingens morbus turbatur vita periculo). Per curarla consigliava di mettere sul torace una pelle calda di lupo;
– una dettagliata descrizione del volvolo intestinale: ” .. . se si attorcigliano gli intestini (cruciatur), il malato si presenta in condizioni di estrema sofferenza, non c’è più speranza di vita (nec spes nulla manet vitae). Chiamava la malattia torta perché contorceva gli intestini (dicitur haec torta gravis quia visceres torquet);
– un’individuazione della follia susseguente a problemi meningei. In due versi famosi disse come un dolore intenso potesse penetrare così fortemente nelle meningi da viziare il cervello e provocare la “maledetta follia” (at dolor immensus penetrat si forte meningas, et vitiat cerebrum generans maledicta phrenesis);
– una descrizione del carbonchio (carbo). In alcuni casi lo disse morbo gravissimo e terrificante, le cui ulcere andavano trattate con calce viva (vis inimica voget morbus cum perfurit ingens languidus terrificus perimit cum viscera carbo);
– una descrizione accurata di un’otite, che consigliò di trattare con un olio puro d ‘oliva, in cui fossero state messe a macerare delle formiche rosse.
Quest’ultimo caso merita un ulteriore commento: chimicamente una macerazione del genere può liberare tracce di acido formico, ad azione disinfettante, antisettica e blandamente analgesica. L’uso etnoiatrico e orale si è protratto in alcune nicchie rurali del Nord-Est italiano fino all’inizio del secolo XX (fonte orale).
San Benedetto Crispo dimostrò molte altre conoscenze mediche: ne parlò e descrisse forme anginose (angina gutturis), cercò d’interpretare la splenomegalia, propose dei rimedi alla stitichezza (clisteri), alla gotta (unguento fatto a base di erbe e di spine di pesce), all’erispela, denominata ignis sacer, ecc.
Certamente le sue terapie risentivano di letture mistiche, sul modello orientale, e anche di quanto è stato detto a proposito delle terapie scritte nell’Historia di Paolo Diacono; sicuramente si rivolgeva prima di tutto alla fede e nella speranza che in caso di malattia stava per “… Iddio ce la mandasse buona”. Ma alcune sue acquisizioni sono notevoli e dimostrano quanto ormai fosse significativa anche una certa “originalità longobarda” in medicina, similmente a quanto si verificava nell’arte figurativa e nel diritto.
Dello stesso periodo è il Dioscoridus Langobardus, un estratto a carattere divulgativo. (Fornasaro F., La medicina dei Longobardi, LEG, 2008)

Benedetto Crispo e i rimedi di origine animale in epoca longobarda

Nel libro su citato avevo incluso la figura confusa, complessa, controversa, ma ricca di suggestioni scientifico-letterarie del terapeuta denominato Benedetto Crispo, personalità per certi versi contraddittoria, vissuta verosimilmente a cavallo dell’VIII sec. d. C. e attribuibile in parte ad un vescovo (VII sec. – Milano 725, ma forse 732. Fu il 41° vescovo di Milano, già insegnante delle sette arti liberali, dichiarato santo, probabilmente sepolto nel Duomo, il suo martirologio si commemora in marzo. È in dubbio anche che egli abbia composto l’elegante epitaffio del re anglosassone Cedvala, coevo del re longobardo Cuniberto, e morto a Roma nel 689. Cfr. De Renzi S. et al., Appendice I, in Collectio Salernitana, Tomo I, Napoli, 1852, pag. 72 e segg.) ed in parte ad un diacono (coevo e vissuto probabilmente nello stesso periodo del santo.), chiamati con lo stesso nome. Ci si riferisce quindi a due persone distinte, la prima definita dallo storico longobardo Paolo Diacono (che riprese una citazione del Venerabile Beda) «… come uomo di particolare sensibilità la cui fama si diffuse in tutta Italia»; la seconda ritenuta l’estensore di un’opera in versi molto significativa e a lungo citata sulla medicina, uno scritto che tiene conto della vicenda tardo-romana e longobarda da una parte e che dall’altra spazia lungo il segmento storico che condurrà al periodo salernitano, con una ridda di supposizioni,
di studi paleografici, valutazioni filologiche e conclusioni contradditorie.
L’opera, In medicina libellum o Carmen medicinale, scoperta dal cardinale Angelo Mai all’interno di due manoscritti conservati presso la Biblioteca Vaticana, si presenta come un poema composto in un garbato latino, scritto in 240 esametri suddivisi in più capitoli, dedicati ad un discepolo di nome Mauro (Maurus Prepositus Mantuensis. Anche su quest’aspetto gli storici ed i filologi hanno proposto numerose ipotesi e precisazioni.). Ottant’anni più tardi, tuttavia, quando il Carmen medicinale era entrato ormai nei manuali di storia della letteratura e di storia della medicina come testo appartenente alla produzione di riferimento del periodo della Langobardia major, rispetto al problema dell’attribuzione temporale ebbe luogo una revisione delle conclusioni del Mai, per merito inizialmente del gesuita Federico Savio, successivamente riprese in numerosi studi ed ancora oggetto di ipotesi più che di tesi definitive. Non tanto sulla duplice identità altomedioevale dei due Benedetti, sulla quale, fra gli altri, si sono espressi degli attenti studiosi come L. Jadin e Dom De Keers, quanto sull’effettiva epoca, o periodo storico, in cui il Carmen vide la luce.
Tali studi, al di là di qualche dubbio ventilato, per esempio, dal celebre storico longobardista Giampiero Bognetti, tendono infatti a confermare una stesura altomedioevale.
Nel trattato comunque si trovano spunti interessanti di anatomia, fisiologia e patologia
umana. Ad esempio vengono proposte:
– un’ampia valutazione di talune algie a carico della testa;
– una descrizione molto accurata di un’affezione oculare che potrebbe individuarsi
nella congiuntivite: dolore agli occhi, con conseguente rossore che provoca la fuoriuscita
di un umore (dolor oculis, rubens quem concitat humor);
– l’individuazione di disturbi oculo-motori come manifestazioni di turbe più profonde.
L’autore attribuisce il fenomeno allo spostarsi di umori interni che scendono dal cervello, che rimontano dallo stomaco, che fanno vedere ai pazienti mosche, cimici o formiche. Tali umori starebbero fra il cristallino e la pupilla. Viene detto fra l’altro: «Se compare una macchia, mentre volgi gli occhi, è sicuro a causa dell’occhio interno»;
– una dettagliata analisi del volvolo intestinale: «… se si attorcigliano gli intestini
(cruciatur), il malato si presenta in condizioni di estrema sofferenza, non c’è più speranza di vita (nec spes nulla manet vitae)». Benedetto Crispo chiama la malattia torta perché contorce gli intestini (dicitur haec torta gravis quia visceres torquet);
– un’individuazione della follia susseguente a problemi meningei. In due versi famosi dice come un dolore intenso possa penetrare così fortemente nelle meningi da viziare il cervello e provocare la “maledetta follia” (at dolor immensus penetrat si forte meningas, et vitiat cerebrum generans maledicta phrenensis);
– una valutazione del carbonchio (carbo). In alcuni casi lo classifica come morbo gravissimo e terrificante, le cui ulcere vanno trattate con calce viva (vis inimica viget morbus cum perfurit ingens languidus terrificus perimit cum viscera carbo);
– una descrizione di forme anginose (angina gutturis);
– un’interpretazione della splenomegalia e dell’erisipela, denominata ignis sacer.
E si potrebbe continuare. Ecco alcune notule attinenti l’impiego di rimedi di origine animale. Nel caso della gotta l’autore propone per os delle erbe adatte e mescolate con spine di pesce per impacco.
Nelle phrenesie polmoni caldi di montone e di cervo da apporre sul capo.
A proposito di un’individuazione quasi certa di pleurite: «… Se vi è una forte pulsazione
laterale, si tratta di un morbo grave e la vita è in pericolo (si forte latus ingens morbus
turbatur periculo)», si consiglia di mettere sul torace una pelle o/e della carne comunque
calde di lupo.
Sono descritti anche altri usi – non sempre ben motivati o chiariti – come corna polverizzate, cervella di volpe e testicoli di cinghiale.
Interessante il versante della sordità:

At si surditiam pateris, rubros lege vermes
arboris antique, puro sic miscis olivo,
auribus infundis, cupitam tibi reddem salutem,
anserinus adeps prodest et vulturis atri,
ceparum sucus iuvat auribus et bona prestat,
cum solet incautis aures pervadere lympha.

Più o meno, vale a dire: «Se tu soffri di sordità, raccogli dei vermi rossi di un vecchio albero, mescolali (probabilmente tritati) a olio di oliva puro, applica il tutto in gocce sulle
orecchie e procurati in tal modo la salute desiderata». Si consiglia inoltre grasso d’oca, di cervo o di maiale sulla zona dolente e il grasso di avvoltoio (nero!); quest’ultimo da impiegarsi anche nel dolore del parto.
A proposito della sordità un ulteriore commento. Al posto dei vermi rossi, sempre
usando come veicolo un olio, si possono usare anche delle formiche. Chimicamente una
macerazione del genere può liberare tracce di acido formico (Come non ricordare un farmaco a base di aldeide formica rimasto in commercio fino alla fine degli anni Ottanta), ad azione disinfettante, antisettica e blandamente analgesica e tale uso etnoiatrico si è protratto in alcune nicchie rurali del Nord-Est italiano fino agli inizi del secolo XX (fonte orale). Inoltre il più grande longobardista vivente, l’accademico Hjalmar Torp (norvegese), conosciuto personalmente in più occasioni, suffraga tale terapia popolare, raccontando come nella tradizione orale e popolare nordico-scandinava, almeno fino alla seconda guerra mondiale, per contrastare un mal di gola si metteva in bocca un pizzico di formiche proveniente da termitai, lo si schiacciava e quindi lo si sputava.
Una riflessione: il Carmen medicinale risente sicuramente anche di letture mistiche, sul modello orientale-bizantino e, come nelle terapie descritte nell’Historia di Paolo Diacono, sicuramente anche Benedetto Crispo si rivolge prima di tutto alla fede, nella speranza che in caso di malattia “… che Iddio ce la mandi buona”. Alcune sue acquisizioni lasciano però intravedere una certa originalità terapeutica tipicamente altomedioevale, allineate, almeno in parte, con le nuove tendenze longobarde presenti anche nelle arti figurative e nel diritto e in stretta connessione con il mondo alto-germanico, in debito con la stagione longobarda culturalmente più avanzata, in particolare con l’importante ambiente di Fulda (ad esempio ci sono non poche analogie con gli esametri del De cultura hortonum o Hortulus di Valafrido Strabone (Valafridus Strabo), (Svevia 808/809-Reichenau 849), noto abate, teologo e poeta tedesco, in cui sono descritte le piante dell’orticello monastico sulla scia di Carlo Magno). Secondo Vallmer (Vallmer F., Quintini Sereni Liber Medicinalis, Corpus medicorum latinorum, II, 3, Leipzig, Berlin, 1916) le formulazioni proposte risalgono ad un archetipo esistente senza ombra di dubbio al tempo di Carlo Magno. Del resto la figura del medico (Ben presente in vari paragrafi dello stesso Editto di Rotari, 643 d. C.) in quel periodo è ben documentata da numerosi Codici diplomatici. Adesempio i medici: Andrea di Pavia, Ansifridiano, Corbino e Mauro di Rieti, Coruno di Val di Tibe, Giovanni di Chiusi, Alfano e Garioponto di Salerno e molti altri). Ancora si può asserire come il poema In medicina libellum risenta e risuoni di un influsso che proviene dalle conoscenze mediche antiche rivisitate da Plinio il Vecchio (Como 23-Stabia 79). Oltre che come militare e uomo di stato è ricordato per la sua importante Naturalis Historia, vasta compilazione enciclopedica di ben 27 libri, di cui 4 sono di Zoologia, 8 di
Botanica, 8 di Farmacologia vegetale, ecc. L’opera ebbe grande eco in tutto il Medioevo. Oppure tratte da Celso Aureliano (Prima metà del I sec. d. C. autore di un’opera enciclopedica – Artes – nella quale 5 libri sono dedicati alla Medicina), o bizantine, derivate da Tralliano (studiato a fondo successivamente da Garioponto, VI sec., scrisse un trattato di Medicina diviso in 12 libri nel quale è descritto un nutrito numero di patologie e conseguenti terapie). Fatto ancor più importante, soprattutto in linea medico-letteraria
con l’opera di Quinto Sereno Sammonico (….-212. Quintus Sammonicus Serenus è stato un erudito romano di cui resta il poema didattico Liber Medicinalis. Nei suoi 1107 esametri, scritti in un ottimo latino, sono contenuti numerosi rimedi popolari, presi in prestito probabilmente da Plinio e da Dioscoride e varie formule magiche), da cui Benedetto Crispo ha colto/copiato sicuramente numerosi stilemi. Infatti, in tutti e quattro i manoscritti conosciuti si nota un’influenza spiccata del Liber medicinalis di Sammonico e si ha l’impressione che, a tratti, l’originale e l’archetipo dei manoscritti siano quasi un inserto dell’esemplare del trattato citato e, forse, volutamente tramandati come un corpo unico, mentre in altri passaggi si può notare un sicuro aggiornamento di nuovi dati a disposizione. Senza dimenticare, infine, anche il probabile collegamento con il De Materia medica di Dioscoride, caratterizzato dal migliaio di rimedi di origine vegetale, animale e minerale, rivisitato proprio in età altomedioevale e tradotto dal greco originale in latino con il nome curioso, guarda caso, di Dioscoridus/Dioscorides longobardus (Una pubblicazione che si presenta rispettivamente nella grafia minuscolo-carolina e nella veste beneventano-longobarda, conservate la prima in Francia (VIII sec. Cod. lat. Parisinus 9332) e la seconda in Germania (X sec. Cod. Lat. Monacensis 337. Cfr. Stadler H., in Romanische Forschungen, 1903, pagg. 601-626). Un’ulteriore precisazione: qualche esametro del poema deve essere stato inserito anche in seguito, perché alcune voci sono sicuramente risalenti a periodi storici successivi, come ad esempio maurella (Solanum nigra), sister (Meum athamanticum) e zedoar (Curcuma zedoaria).
In conclusione l’opera citata di Benedetto Crispo, al di là del personaggio realmente
individuato, si muove dentro uno spazio temporale (secoli VIII/IX-XII) in cui ci sono
degli anonimi elaboratori della medicina altomedioevale, così come lo sono alcuni enigmatici autori dei primi trattati della Scuola Salernitana. Nello stesso tempo però essa
rappresenta un anello di congiunzione importante tra la tradizione etnoiatrica romano-barbarica, la rinascita salutistica incardinata in ambiente conventuale benedettino (i medici longobardi, molto abbienti per la loro epoca, faranno moltissime donazioni per
promuovere la medicina dentro quelle vere e proprie “isole rifugiali”), come ad esempio a Montecassino e Nonantola in Italia e a Sangallo in Svizzera, e la dirompente ed esaltante
novità proveniente dallo Studium di Salerno, voluto dalla politica dei duchi longobardi,
faro di conoscenze mediche fino all’avvento delle nuove università, in particolare Montpellier in Francia e Padova in Italia, vale a dire fino agli albori dell’Umanesimo e
del Protorinascimento.
Franco Fornasaro (forfranc@tin.it)

Estratto da Fornasaro F., Benedetto Crispo e i rimedi di origine animale in epoca longobarda,  in https://museo.unifarco.it/it/riviste/dicembre-2017/benedetto-crispo-rimedi-origine-animale-13

 

 

848. Scuola Medica di Salerno.

Sin dall’epoca romana, Salerno era una stazione climatica; ce lo dice Orazio che, non trovando opportuna alla sua salute la dimora di Baia E di Cuma, chiedeva al suo amico Valla notizie sul clima di Salerno per recarvisi a mutar aria e lasciare i bagni freddi di Baia sconsigliatigli dal famoso medico romano, Anto­nio Musa. Chi sa se questa fama di Salerno, città climatica, non si sia conservata nel tempo, richiamando l’attenzione dei medici che vi sarebbero accorsi per curare gli ospiti venuti da lontano.

Il De Renzi potè accertare che sin dal IX secolo si hanno notizie documentate di medici salernitani, come quello di Joseph Medicus Salernitanus che vi esercitava nell’848, come quello di Josan Medicus, che vi esercitava nell’855, e così di seguito tanti altri la cui fama si diffuse in Europa.

Hugo Flavianus, nelle sue Cronachae yverdunenses, ci dice che Adaberone. appena nominato vescovo di Verdun, nel 984, essendo malato e i medici del posto incapaci di curarlo, si recò a Salerno: Salernum eodem anno benedicitionis suae curationis gratia profectus et a medici curare non possit obiit in Italiam. Questo fatto ci dice come, alla fine del X secolo, esistesse a Salerno una Scuola Medica la cui fama aveva oltrepassato le Alpi.

La posizione della città in una baia ridente, le sue relazioni con la Sicilia e l’Oriente le offersero la possibilità di ricevere una corrente di cultura greca che le permise di costituire un corpo dottrinale completo che riassumeva tutte le correnti del pensiero medico.

Una leggenda racconta che quattro personaggi s’incontrarono casualmente a Salerno nel IX secolo. Si trattava di un Cristiano, di un Greco, di un Ebreo e di un Arabo i quali misero insieme il loro sapere e fondarono una Scuola di Medici­na. Questa leggenda riposa sul fatto che a Salerno, nel IX secolo, vi era già una Schola medica in cui si lavorava su documenti nuovi: dalle opere d’Ippocrate e di Galeno a quelle di Autori contemporanei. … Ciò che si chiamava Schola non era una organizzazione costituita; essa non aveva un corpo professorale, non provvedeva al rilascio di diplomi e di titoli a co­loro che la frequentavano, sebbene l’Ordinanza di Federico II prescrivesse che, per esercitare la medicina, si doveva sostenere un esame a Salerno: si trattava d’inse­gnamenti singoli, e la fama di questo o quell’insegnante attirava medici e studen­ti da tutte le parti d’Europa, e non solo medici, ma anche pazienti e persino So­vrani e Papi in cerca di cura.

In antiche cronache — citate dal De Renzi — si leggono questi apprezzamen­ti sulla Scuola di Salerno: «Nel 1051, Rodolfo, detto Malacorona, venne in urbe psalenitana ubi maxime medicorum scholae ab antiquo tempore habentur» (da Ecclesiastica historia di Odorico Vitale, morto nel 1141). In un’altra cronaca dello stesso Vitale, si legge: Medici psalernitani quorum fama per orbum admodum di­vulgata est. Nelle Cronachae cassinenses, parlando del benedettino Desiderio, che poi fu Papa col nome di Vittore III, si racconta che egli medendi causa Salemum perrexit: andò a Salerno per curarsi. … Ma la lode la più calorosa, per la Scuola di Salerno, venne dal francese Gilles de Corbeil (XII-XIII sec.), medico e poeta, che studiò a Salerno e poi insegnò nel­la Scuola di Montpellier. Nei suoi Carmina medica chiama Salerno città sacra ad Apollo, assidua nutrice di Minerva, fonte di ogni sapere e trono della medicina. …

La Scuola di Salerno fu strettamente laica, indipendente da ogni legame ec­clesiastico, libera di esercitare la chirurgia (invisa alla Chiesa), di avere un Ospedale che attirava malati, studenti di altre Nazioni e soprattutto, gli Ebrei poliglotti e assimilatori del sapere sino allora sconosciuto. La dottrina, nei primi due secoli, fu greco-latina; soltanto alla fine dcil’XI secolo, con l’arrivo di Costantino Africano, giunsero a Salerno i testi arabi.

I primi scritti medici della Scuola di Salerno — almeno quelli giunti sino a noi — li dobbiamo ad Alfano (1038-1083) col suo De quatuor humoribus corporis bumani con il quale tracciò le prime grandi linee della letteratura medica del Me­dioevo.

Dopo di lui, venne Costantino Africano con le sue traduzioni dei testi greci e arabi; e poi Ruggero da Parma, Rolando de’ Capelluti, Cofone con la sua ana­tomia del porco, e persino varie donne come Trotula, nota anche con il nome di Trotula de Ruggiero, e che si occupò delle malattie femminili; e poi Abella Saler­nitana, che scrisse due opere: De atrabile e De natura seminis humani ambedue in versi; Rebecca Guarna. che scrisse: De febribus, De urinis e De embrione e, infine, Costanza Calende (1326-1382) che, venendo da Salerno, visse come medi­chessa alla corte di Giovanni I di Napoli.

Ma chi diede la massima fama alla Scuola di Salerno fu Giovanni da Milano, medico e poeta, cantore del pensiero della Scuola che, con il poema Flos medici­nae, al quale collaborarono tutti i Maestri della Scuola, fra gli altri Nicolaus Praepositus, diffuse l’eco di Salerno in tutta Europa. Il poema, scritto verso la metà dell’XI secolo, è dedicato al Re d’Inghilterra, Edoardo III che regnò dal 1042 al 1060, il quale, per curare le sue infermità, si rivolse alla Scuola di Salerno che, grata per tanto onore, gli dedicò in versi tutto il sapere della Scuola.

Nel 1224, Federico II concesse alla Scuola di Salerno, fino allora privata, il titolo di «Accademia del Governo ». L’epoca d’oro della Scuola finì allora e la sua fama si eclissò.

Estratto da: Penso G., Medicina Medioevale, Ciba-Geigy Edizioni, 1991.

 

 

 

 

800 ca. IOANNIZIO, medico nestoriano.

L’amplissima letteratura medica araba che dal secoli XI comincia a venir tradotta in latino e imprime alla cultura medica occidentale una notevole spinta: sia per la quantità stessa del materiale che si rende disponibile; sia per la consistenza scientifìca e per l’immagine dì scienza che i testi veicolano; sia per le impostazioni complessive presentate (strutturate secondo moduli aristotelici già integrati nella cultura araba). L’Isagoge di Ioannizio (medico nestoriano traduttore di Ippocrate e Galeno) è un’introduzione-compendio dell’Ars medica di Galeno: tradotta probabilmente da Costantino, presenta in una sistemazione succinta (che il maestro deve articolare e spiegare e l’allievo può facilmente memorizzare) le linee del sistema fisiopatologico galenico. Divenuta rapidamente un testo canonico introduttorio nell’insegnamento della medicina, l’Isagoge viene in seguito soppiantata in questo ruolo dal Canone di Avicenna enciclopedia medica tradotta nel secolo XII da Gerardo da Cremona) che, ad esempio nei programmi di Bologna nel secolo
XIV, è il testo preliminare, base per le lectiones dell’intero primo anno. Avicenna consolida il progetto (già di Galeno) di integrazione tra teorie mediche ed epistemologia aristotelica; rispetto al testo di Ioannizio si noti ad esempio come la partizione in res naturales e non naturales si ristrutturi in quella di cause materiali ed efficienti; e mentre Ioannizio si sofferma poco su questioni epistemiologico-metodologiche, Avicenna è invece attento, sempre secondo coordinate aristoteliche, al corretto rapporto di subalteratio
tra filosofia naturale e medicina, all’appropriata definizione di teoria e di pratica, garantendo comunque l’essenziale teoreticità del sapere medico nel suo insieme.

Ioannizio: introduzione al sistema galenico.

Inizia l’Isagoge (Introduzione) di Ioannizio alla medicina. La medicina si divide in due parti: teorica e pratica. Delle due, la teorica si divide in tre, cioè nella considerazione delle cose naturali, di quelle non naturali e di quelle che sono contro natura. Da queste deriva la scienza della malattia, della salute e dello stato neutro, delle loro cause e dei sintomi e cioè saper riconoscere quando i quattro umori esorbitano dall’equilibrio naturale, per quali circostanze esterne o per quale insieme di sintomi si ha la malattia.

Le cose naturali. Le cose naturali sono sette, cioe: elementi, commistioni, composizioni (umori), parti, facoltà, operazioni, spiriti. Altri aggiungono a queste altre quattro, cioè le età, il colorito, la conformazione fisica, la distinzione tra maschio e femmina.

I quattro elementi. Gli elementi sono quattro e cioè: fuoco, aria, acqua e terra. Il fuoco è caldo e secco; l’aria calda e umida, l’acqua fredda e umida; la terra fredda e secca.

Le commistioni. Le commistioni sono nove: otto ineguali, una equilibrata. Tra le prime, quattro sono semplici, cioè: caldo, freddo, umido, secco; quattro composte da queste, cioè: caldo e umido, caldo e secco, freddo e umido, freddo e secco. Quella equilibrata si ha quando per il giusto temperamento il corpo si mantiene sano.

Gli umori. Le composizioni sono quattro, cioè: sangue, flegma, bile rossa e bile nera. Il sangue è caldo e umido; il flegma è freddo e umido; la bile rossa è calda secca; la bile nera è fredda e secca. [Seguono paragrafi su: Il flegma, La bile rossa, La bile nera].

I tipi delle parti.
Quattro sono i tipi delle parti. Di queste alcune sono principali e sono per così dire fondamenti e principio, e cioè: cervello, cuore, fegato, e testicoli. Altre sono al servizio dei suddetti organi principali, come i nervi che servono il cervello, le arterie che servono il cuore, le vene che servono il fegato e i canali spermatici che servono i testicoli e ad essi forniscoqo lo sperma. Tra le parti inoltre, alcune hanno una loro propria facoltà dalla quale appunto le parti sono rette e su cui si fonda la loro natura: sono ossa, cartilagini, membrane (che sono tra la pelle e la carne), muscoli, grasso e carne. Altre vi sono che agiscono secondo la loro propria facoltà, tuttavia traggono principio e vigore dalle principali e fondamentali: tali sono lo stomaco, i reni, gli intestini e tutti i muscoli. Queste per loro propria facoltà prendono il nutrimento e lo trasformano e compiono i loro atti secondo natura. Hanno però anche altre facoltà specifiche che derivano dai fondamenti principali, ed è proprio nelle parti principali che consiste la sensibilità, la vita, il moto volontario.

Numero e partizione delle facoltà. Questa è la triplice partizione delle facoltà: facoltà animale, spirituale, naturale. [Seguono paragrafi su: La facoltà naturale, La facoltà spirituale, La facoltà animale].

Le operazioni. Sono di due tipi. Nel primo tipo ciascuna compie per suo conto ciò che le è proprio, come l’appetito per il cibo tramite calore e secchezza; la digestione tramite calore e umidificazione; la ritenzione tramite freddezza e secchezza; l’espulsione tramite ciò
che è freddo e umido. Altre, composte, che si articolano in due componenti, come il desiderio e la traslazione. Infatti il desiderio si compone di una duplice facoltà: una appetitiva, l’altra sensitiva: lo stomco infatti percepisce la propria ubicazione. La traslazione si compone di due o più facoltà: una espulsiva, un’altra attrattiva o sensitiva, un’altra appetitiva.

Gli spiriti. Gli spiriti sono tre. Il primo, il natrale, ba origine dal fegato; il secondo, il vitale, ha origine dal cuore; il terzo, l’animale, ha origine dal cervello. Il primo dal fegato tramite le vene (che non hanno pulsazioni) si diffonde in tutto il corpo. Il secondo è spinto dal cuore in tutto il corpo tramite le arterie. Il terzo dal cervello è diretto in tutto il corpo tramite i nervi. [ … ]

Il numero delle età. Le età sono quattro e cioè: l’adolescenza, la giovinezza, la vecchiaia, la decrepitezza. L’adolescenza è di complessione calda e umida: in essa il corpo cresce e si sviluppa: fino ai venticinque-trent’anni. La segue la giovinezza che è calda e secca: mantiene il corpo nella sua compiutezza e senza indebolimento delle forze: termina sui trentacinque-quarant’anni. Le succede la vecchiaia, fredda e secca, in cui il corpo comincia a declinare e a perdere vigore, tuttavia non perde le proprie capacità: dura fino ai cinquantacinque-sessant’anni. Le succede la decrepitezza con l’adunarsi di flegma, umore freddo e umido, in cui si evidenzia il declinare delle forze: si conclude col termine della vita. [Seguono paragrafi su: Il colore della pelle e le sue varietà, Il colore dei capelli, Le membrane oculari, I colori degli occhi, I tipi di corporatura, La differenza tra maschio e femmina].

Inizia la trattazione delle cose non naturali.
E innanzitutto va considerato il variare dell’aria. Il cambiamento dell’aria si verifica in cinque modi: secondo le stagioni, secondo il sorgere e tramontare degli astri, secondo i venti, le terre e le loro esalazioni. Le stagioni. Le stagioni sono quattro. Primavera, con equilibrio di caldo ed umido; estate, calda e secca; autunno, freddo e secco; inverno, freddo e umido. Da parte delle stelle viene modificata la natura dell’aria. Infatti quando il sole si sarà avvicinato alle stelle o il sole stesso si sarà fatto più vicino, lì l’aria diventa più
calda; quando si separano cambia la freddezza dell’aria, cioè o aumenta o diminuisce. [Seguono paragrafi su: Il numero dei venti e le loro qualità, I tipi di terre e le loro qualità, L’esercizio del corpo, I tipi di bagno, I tipi di cibo, I tipi di bevande, Il sonno, Il coito,
Le passioni dell’anima].

Inizia la trattazione delle cose contro natura.
Tre sono le cose contro natura: la malattia, la causa della malattia e gli accidenti che si accompagnano o seguono la malattia. In primo luogo la malattia è ciò che danneggia il corpo senza l’intervento di alcun intermediario, come il calore nelle febbri continue. [Seguono paragrafì su: Le febbri, I tipi e specie di febbri, I tipl di ascessi, La condizione naturale del corpo umano, I generi delle malattie, Le malattie nelle parti omogenee, Le malattie nelle parti organiche].

Le disposizioni del corpo.
Le disposizioni del corpo sono tre, cioè salute, malattia e stato neutro. La salute è la condizione di equilibrio che mantiene e fa funzionare le cose naturali secondo l’andamento della natura. La malattia è squilibio fuori dell’andamento della natura, che danneggia la natura e da cui risulta un effettivo danno sensibile. Lo stato neutro si ha quando uno non può dirsi né sano né malato. Questo stato è di tre tipi, cioè quando salute e malattia coesistono nello stesso corpo: in parti diverse, come accade nel corpo del cieco e dello zoppo; nel corpo dell’anziano, in cui non c’è neppure una parte che non sia malandata o soffra; quando accade che il corpo è sano in certi periodi e in altri sta male, come è il caso di quelli che d’estate s’ammalano e d’inverno sono sani. Quelli invece che sono di natura più fredda s’ammalano d’inverno e stanno bene d’estate. Quelli di natura umida s’ammalano nell’infanzia e nella giovinezza e in vecchiaia stanno bene; quelli di natura secca sono sani nell’infanzia e s’ammalano nella giovinezza e nella vecchiaia.
(Ioannizio, Isagoge, ff. a,-b,)

Estratto da Agrimi J., Crisciani C., Malato, Medico e Medicina nel Medioevo, Loescher Editore Torino, 1980.

 

 

 

 

 

800 ca. Le scuole arabe

La storia della medicina araba può suddividersi in due grandi periodi: quello primitivo, allorché prevalevano le tradizioni delle tribù arabe e, soprattutto, le prescrizioni del Corano; e quello successivo alla conquista della Persia e della Si­ria, allorché gli Arabi vennero a contatto con la civiltà greco-bizantina.

Questo popolo di guerrieri, dal ragionamento semplice, assimilò rapidamente la medicina ippocratica corroborandola con l’osservazione, l’esperienza e la logica. La ricchezza delle biblioteche, trovate a Bagdad, permise loro, traducendo in arabo i testi greci, di assimilare sin dal IX secolo, tutta la scienza greca. Bagdad fu il primo centro di cultura medica araba che, tre secoli dopo, si trasferì, conquistata la Spagna, a Toledo. Possiamo così dire che esistono due Scuole arabe: quella di Bagdad e quella di Toledo.

La scuola di Bagdad

Il califfo al-Mamum creò a Bagdad, nel IX secolo, una «Casa del sapere» provvista di una grande biblioteca — la leggenda vuole ch’essa contenesse 300.000 manoscritti di origine greca — nella quale una schiera di traduttori, in gran parte di origine ebraica, tradussero in arabo le opere greche. Fu in questo periodo che fiorì Iachiā ibn Massawa, di origine cristiana, det­to Mesué il vecchio e ribattezzato, nel Rinascimento, con il nome di Damasceno o di Johannes de Damasco, dalla città in cui nacque. Egli viveva nel IX secolo e si conosce soltanto la data della sua morte, avvenuta ncll’875. Mesué deve consi­derarsi come il fondatore della Scuola di Bagdad; di lui sono rimasti i soli «Afori­smi».
Suo allievo fu Abù Bckr Muhammed ibn Zacharias el-Razi (865-922), noto, oggi, con il nome di Rhazes o Razeo. Egli lasciò 113 opere che abbracciavano tutti i campi della medicina; il suo capolavoro è l’al-Hawi, noto con il nome latino di Continens. Suo merito principale fu quello di affermare l’esistenza di malattie contagiose.
Razi ebbe molti allievi, e la Scuola di Bagdad ebbe la sua epoca d’oro con l’avvento di un Grande, nato nell’Asia centrale, a Bukara (oggi nell’URRS), Abû el-Musscin ibn Abdullach ibn Sina (980-1037), noto universalmente con il nome di Avicenna. A lui si deve l’opera monumentale Quanum fit’ till’ tradotta in lati­no da Gerardo da Cremona con il titolo Liber canonis medicinae. Quest’opera, di carattere enciclopedico, divenne forse immeritatamente, perche inferiore al Continens di Razi, il libro di testo di tutte le Scuole mediche europee sino al XVIII secolo.

La scuola di Toledo

Il fanatismo religioso degli Arabi, li portò, dopo la Siria e la Persia, alla con­quista di tutta l’Africa settentrionale, della Sicilia e della Spagna. In quest’ultimo Paese, gli Arabi conquistatori ruppero i loro rapporti con Bagdad, creando un Ca­liffato di Cordova del tutto indipendente. Essi portarono, però, con sé la cultura di Bagdad e le opere greche tradotte in arabo. Centro culturale del Califfato fu la città di Toledo, dove vennero raccolti tutti i manoscritti provenienti da Bagdad e dove Gerardo da Cremona, traducendoli dall’arabo in latino, li fece conoscere in Occidente. I più insigni Maestri della Scuola di Toledo furono Avenzoar, Averroes, Maimonide e Abulcasis.

Avenzoar, Abü Merwan ibn Zohr (1113-1162), la cui opera più famosa è il Theisir, descrisse chiaramente alcune affezioni prima di lui mai individuate.

Allievo di Avenzoar fu Abü Welid Muhammed ibn Roschd (1128-1198), noto con il nome di Averroes e la cui opera, con il titolo Liber univenalis de me­dicina, venne pubblicata a Venezia nel 1492.

Allievo di Averroes fu Abü Amras Musa ibn Maimum (1135-1204) il qua­le, sebbene ebreo, deve considerarsi come appartenente alla Scuola di Toledo. Egli è passato alla posterità col nome di Maimonide. Suoi, sono i Commentaria aphorismi Hippocratis e il Tractatus de regimine sanitatis, ambedue stampati per la pri­ma volta in Italia: il primo a Bologna, nel 1489; il secondo a Venezia, nel 1514.

Nel campo della chirurgia, la Scuola di Toledo ci ha dato Abu el-Kasim (?-1013) noto con il nome di Abulcasis (a volte, erroneamente scritto Albucasis) e la cui chirurgia, ampiamente illustrata, fece testo sino al XVII secolo.

Si può dire che l’apporto arabo alla medicina medioevale sia stato molto im­portante sul piano culturale e su quello pratico: sul piano culturale, gli Arabi han­no divulgato in Occidente le idee mediche dell’antichità, esponendole in enciclo­pedie, in quadri sinottici e completandole con numerose osservazioni cliniche per­sonali; sul piano pratico, gli Arabi hanno fatto avanzare la tecnica chirurgica e quella farmaceutica introducendo l’alambicco, le preparazioni officinali e il con­trollo delle droghe.

Verso la metà del XIII secolo, la Scuola medica araba decadde allorché Cor­dova, nel 1231, cadeva nelle mani di Alessandro III di Castiglia, e Bagdad, nel 1258, venne distrutta dai Mongoli.

Estratto da: Penso G., Medicina Medioevale, Ciba-Geigy Edizioni, 1991.

 

 

 

 

860-932. RAZI, ABU BAKR MUHAMMAD IBN ZAKARYYA’

Più noto col nome di Razis o Rhazes, fu , con Avicenna, il più famoso medico arabo. Fu anche filosofo, matematico, alchimista, cultore di scienze fisiche e naturali. Fu di origine
persiana in quanto nacque nell’865 ca. ad ar-Rayy presso Teheran. Mori quasi certamente a Baghdad, dove prevalentemente svolse la sua attivita, nel 923-924 o nel 932. Razis
influì su tutta la medicina medievale posteriore, specialmente in campo farmacologico, con il suo Continente, una specie di compilazione enciclopedica in ventiquattro libri condotta
sulle piu importanti opere della tradizione classica, e con il Libro di medicina che, dal nome del principe al quale fu dedicato (al-Mansur, che è il soprannome significante «colui che è vincitore grazie a Dio») e che fu prima protettore di Razis, poi accanito persecutore, passò nella cultura europea tradotto da Gherardo da Cremona (morto nel 1187) come Liber medicinalis Almansoris. Si tratta di un riassunto in dieci libri del Continente. Di esso fu soprattutto famoso il nono libr0 che troviamo spesso citato semplicemente come «Nonus Almansoris». La fama di quest’opera fu dovuta soprattutto al fatto che pretendeva di essere un trattato per la cura di tutte le malattie, ed i nostri antenati (bonta loro!) ci credettero fermamente. In Razis, tuttavia, e notevole un fatto: pur venerando i grandi Maestri greci, sa assumere posizioni anche originali, convinto, com’egli stesso afferma, che «tutto quel che possiamo leggere nei libri ha assai meno valore dell’esperienza di un medico capace di pensare e di ragionare», poiche – afferma sempre Razis – «la medicina è facile solo per gli imbecilli. I medici seri scoprono quotidianamence delle difficoltà». E questa sua impegnata serietà, questa sua capcità anche di giudizio personale e libero da ogni asservimento ai Maestri greci si rivelano con particolare evidenza nella sua opera senza dubbio più importante e più originale: il Libro sulla peste, che venne pubblicato in traduzione latina a Venezia nel 1498. In esso fa la sua migliore prova la straordinaria acutezza clinica dell Autore, il quale per la prima volta, per es., distingue chiaramente il vaiolo dalla varicella e dalla rosolia. Le pagine di quest’opera (nella quale, fra l’altro, Razis già consiglia che durante il decorso di malattie eruttive ed infettive il paziente venga tenuto in ambiente tiepido e che gli occhi e la bocca siano trattati con cure profilattiche scrupolose) e le affermazioni sopra citate tesmoniano dell’alto impegno professionale e morale che caratterizza questo eccezionale diagnostico. Per tali motivi egli può essere considerato uno dei massimi eredi del magistero di Ippocrate.

Estratto da Storia della Medicina, prolusioni di G. Armaocida, E. Bicheno, B. Fox, dizionario di S. Musitelli, Jaca Book, 1993.

 

 

 

 

936-1013. ABULCASI, ALBUCASI, Abū al-Qāsim Khalaf ibn ʻAbbās al-Zahrāwī

Khalaf ibn Abbas al-Zahrawi, conosciuto in Occidente con il nome di Abulcasis o Alsaharavius, nacque e crebbe intorno al 936 a Madīnat al-Zahrāʾ, villaggio situato qualche chilometro a nord-ovest di Cordova, in al-Andalus, sotto il regno dei califfi omayyadi Abd al-Rahman III ibn Muhammad ed Hisham II ibn al-Hakam. All’epoca la città di Cordova era la capitale della Spagna musulmana, ed in fama, ricchezza e vitalità culturale uguagliava senza dubbio le città di Baghdad e Costantinopoli; essa contava all’incirca un milione di abitanti, ottanta scuole e cinquanta ospedali e la sua biblioteca, fondata da Hisham II ibn al-Hakam, vantava più di 600.000 opere. Abulcasis studiò la medicina e le altre scienze nelle scuole di Cordova. Si distinse rapidamente nei campi della chirurgia, della traumatologia, dell’urgenza, dell’ortopedia e dell’oftalmologia. Il califfo al-Hakam II, succeduto al padre, lo nominò medico di corte.
Passò quasi tutta la sua vita a Madīnat al-Zahrāʾ, dove studiò, insegnò e praticò la medicina e la chirurgia fino al 1011, quando il paese fu saccheggiato e distrutto in occasione della guerra civile scoppiata durante il califfato di Hisham II ibn al-Hakam.

Di Albucasi sopravvive solo un corposo lavoro al-Tarīf scritto in 30 capitoli. Il primo espone dei principi generali di medicina, il secondo espone i sintomi ed il trattamento delle malattie ed il rimanente, che rappresenta quasi la metà dell’opera, tratta della chirurgia.  Come era d’uso all’epoca, Albucasi trasse notizie dai suoi predecessori come Paolo d’Egina, Ibn Māsawayh (Mesue il Vecchio), al-Rāzī e altri che vengono esposte all’inizio di ogni trattazione, quindi seguite da sue osservazioni basate sulla sua esperienza. Al-Tarīf ha sempre goduto grande fama nel mondo islamico e in Europa.

 

Abulcasi nato in Spagna, probabilmente ad az-Zahra, nei pressi di Cordova, intorno alla metà del sec. X e morto quasi certamente a Cordova do po il 1009-1010, costituisce, con Avicenna e Rhazes, la triade piu celebre della medicina araba. Il suo nome venne latinizzato in ALBUCASIS, in ABULCASIS, ed in diversi altri modi. Fu il piu celebre autore arabo di  scritti di chirurgia e venne considerato da tutta a medicina europea il maestro il maestro indiscusso in questo campo sino a tutto il sec. XVI. La sua opera fondamentale, intitolata at-Tasrif, distribuisce la trattazione di tutte le branche della medicina in trenta libri. Mentre per la maggior parte della materia Abulcasi attinge a fonti grech e prevalentemente da Paolo di Egina, nel trentesimo libro, interamente dedicato alla chirurgia si trovano il suo più grande ed il suo più originale magistero. L’intera opera fu tradotta in latino da Gherardo da Cremona (morto nel 1187) ed in seguito in ebraico da Sehem Tob, mentre il trentesimo libro venne pubblicato per la prima volta in latino a Basilea nel 1541 e fu in seguito piu volte ritradotto e ripubblicato con il titolo Chirurgia di Albucasis.
Dato il sacrale rifiuto del sangue, tipico della tradizione e della religiosità islamiche, ben 56 capitoli di questo trattato di chirurgia sono dedicati alla cauterizzazione, nell’ efficacia della quale Abulcasi crede fermamente e della quale si rivela maestro insuperabile. Dato il divieto imposto dal Corano di sezionare cadaveri, anche in Abulcasi, come in tutti i pur grandi medici arabi, meno interessante e la parte dedicata all’anatomia. Ma Abulcasi ha il coraggio di denunciare questo limite e coraggiosamente sostiene la necessità, per il medico serio, di vasti ed appofonditi studi anatomici. Eccellenti, invece, le descrizioni degli interventi chirurgi, che spesso sono anche particolarmente complessi, sì che la fama di Abulcasi non è davvero usurpata. Si vedano, per es., le descrizioni della litotomia, dell’erniotomia, delle diverse forme di trapanazione del cranio, della cura  chirurgica delle fistole; delle amputazioni. Non solo: Abulcasi dimostra di conoscere la tecnica per l’intervento chirurgico sul gozzo e su un buon numero di aneurismi agli arti. Desscive con estrema precisione diversi tipi di suture, la realizzazione e l’applicazione di protesi dentarie ed è il primo a consigliare l’uso del caretere nelle affezioni della vescica accompagnate da ritenzione urinaria. Fatto particolarmente interessante è che in alcuni manoscritti il testo è accompagna to da illustrazioni (miniature a colori) di fattura davvero pregevole.

Estratto da Storia della Medicina, prolusioni di G. Armaocida, E. Bicheno, B. Fox, dizionario di S. Musitelli, Jaca Book, 1993.

 

 

 

 

 

 

 980-1073 AVICENNA, Abū ‘Alī al-Ḥusayn ibn ‘Abd Allāh ibn Sīnā

Avicènna (adattamento occid. dell’arabo Ibn Sīnā). – Nome col quale è noto in Occidente il filosofo e medico musulmano AbūAlī Ibn Sīnā (Afshana, presso Buchara, 980 – Hdmadhān 1037), di stirpe iranica, ma le cui opere sono per la massima parte composte in arabo. In medicina l’opera sua maggiore è al-Qānūn fīibb (“Il canone di medicina”), stampato nel testo arabo per la prima volta a Roma nel 1593, ma assai studiato nel Medioevo nella versione latina di Gherardo da Cremona (sec. 12°), poi migliorata da Andrea Alpago (1a ed., post., Venezia 1527). Grandiosa opera rivolta a ordinare sistematicamente le dottrine mediche di Ippocrate e Galeno e quelle biologiche di Aristotele, essa, tuttavia, non rappresenta nella storia del pensiero medico un sostanziale progresso. Fondato come era su vasta cultura più che su cognizioni derivanti da esperienze personali, il Canone costituì, prima per l’Oriente e poi anche per l’Occidente, il testo autoritario che contribuì a rafforzare, fino al 16° sec., il dogmatismo imperante. Le opere filosofiche si possono dividere in enciclopedie (comprendenti anche la teoria musicale, matematica, geometria, astronomia e scienze naturali) e trattati, in generale non molto estesi, su argomenti singoli. Del primo tipo sono ash-Shifā (“La guarigione dall’errore”), vasta enciclopedia filosofica (nel Medioevo furono tradotte in latino alcune parti: la Metaphysica, la Physica, il De coelo et mundo, il De anima, il De animalibus); il suo compendio an-Nagiāh (“La salvezza”), la ikma Mashriqiyya (“Filosofia orientale”), ecc. Su argomenti speciali verte invece una quantità di scritti minori, tra cui varî trattatelli mistici ed esoterici. Si hanno di Av. anche alcune quartine in persiano, che anticipano motivi della poesia scettica e bacchica posteriore, culminata in ῾Omar Khayyām. La dottrina filosofica di Avicènna è l’aristotelismo fortemente commisto di neoplatonismo, col tentativo di conciliarlo con la teologia musulmana ortodossa (ash᾿arita). Da al-Fārābī egli deriva la cosmogonia emanatistica e la tendenza alla mistica filosofica. Il mondo è coeterno a Dio, ma potenzialmente, in quanto le forme delle cose, eterne possibilità del mondo, sono tutte in Dio, essere eterno, necessario, unico, che le imprime alla materia, increata ed eterna, quali potenze delle cose e quali forze realizzatrici delle potenze. Ma poiché alla perfezione di Dio ripugna il contatto con la materia, tale azione si esplica per mezzo di esseri intermedî, emananti in ordine degradante: l’intelligenza prima, o della prima sfera celeste, che procede dall’unità assoluta di Dio, quindi l’intelligenza della seconda sfera, e così di seguito fino all’intelligenza della sfera lunare, da cui emana l'”intelletto agente” il quale, come dator formarum, è la vera causa delle trasformazioni che avvengono nel mondo sublunare. L’anima umana – sostanza spirituale e individuale – intende per l’azione che su di essa svolge l’intelletto agente universale e unico, imprimendo gl’intelligibili astratti (l’intendere resta però un’attività individuale, in quanto l’intelletto possibile è più o meno “preparato” a ricevere l’illuminazione dell’intelletto agente); al vertice del processo conoscitivo – per una più intima congiunzione dell’intelletto umano con il dator formarum e poi più su con le altre intelligenze celesti – si pone la profezia e l’estasi. Avicènna ebbe influenza notevole, sia come autorità medica sia come filosofo, sul pensiero del Medioevo latino, in seno al quale fu tentata una conciliazione di agostinismo e avicennismo che trovavano punti di accordo nella comune ispirazione neoplatonica.

Estratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/avicenna/

 

II nome venne abbreviato in IBN SINA e latinizzato in AVICENNA. Nacque fra l’agosto ed il settembre del 980 ad Afshanah (nei pressi di Bukara) e morì in Persia, ad Hamadhan,
fra il giugno ed il luglio del 1073. Fu poeta, medico , scienziato e filosofo. A noi, ovviamente, interessa l’Avicenna medico e scienziato, la cui Sapienza e consegnata al famoso Canone di medicina. L’opera venne tradotta in latino da Gherardo da Cremona (morto nel 1187) ed in questa traduzione, poi notevolmente migliorata e corredata di un Lessico dal medico bellunese Andrea Alpago, attivo a cavallo fra il XV ed il XVI secolo
(morì, forse, intorno al 1520), fu per secoli uno dei testi fondamentali per lo studio della medicina nelle Scuole e nelle Universita di tutta Europa. L’opera e divisa in cinque libri,
ciascuno, a sua volta, articolato in fenn o fen, traslitterazione latina dell’arabo fann (=disciplina scientifica). Ogni fenn è divisa in dotrine, trattati e summae, suddivise, queste ultime in capitoli. Il primo libro tratta la medicina teorica, la medicina pratica e l’anatomia; il secondo la farmacopea vegetale il terzo le malattie distribuite in base alla loro sede, ossia alla parte del corpo che ciascuna di esse colpisce, secondo lo schema
tradizionale «dalla testa ai piedi»; il quarto le malattie prive di una sede specifica (come, per es., la febbre, considerata anche da Avicenna una malattia); il quinto, infine, la composizione e I’uso dei medicamenti. Avicenna non fu medico originale; fu un grande erudito e tentò una sintesi fra il magistero di Ippocrate e le dottrine di Galeno. Ma i quadri clinici che fornisce sono piuttosto precisi e puntuali, pur rimanendo ben lomani dall’acutezza e dalla profondità d’interpretazione clinica che caratterizzano quelli di Rhazes. Il Canone, quindi, non è affatto opera che abbia dato qualche apporto al
progresso della medicina. II grande vantaggio che esso presenta e che contribuì principalmente a determinarne la marcia trionfale nella storia della medicina consiste nel fatto che è un’enorme compilazione ottimamente ordinata ed e, per conseguenza, un libro, oltre che completo nella materia, anche di consultazione particolarmente agevole. Ne danno testimonianza le innumerevoli edizioni che ebbe nel corso dei secoli sia in arabo, sia in latino (ed una anche in ebraico) ed il fatto che ancora nel secolo XVII era fra le opere raccomandate agli studenti dell’Università di Lovanio.

Estratto da Storia della Medicina, prolusioni di G. Armaocida, E. Bicheno, B. Fox, dizionario di S. Musitelli, Jaca Book, 1993.

 

 

 

 

 

990-1120. Cranio trapanato in un ossario a Péronne, Somme, Francia.

E’ stata esaminata una collezione di 1583 crani umani in un ossario nel comune di Péronne nella Somme, in Francia. Il cranio (C8) ha evidenziato i segni di una trapanazione.

A. Frammento di Cranio in proiezione laterale sinistra con la perforazione all’estremo sinistro. B. Proiezione frontale ed evidenza della perforazione sulla sutura coronale proprio dove incontra la sutura sagittale.

L’analisi al radiocarbonio ha permesso di datare il cranio tra il990 e il 1120 d.C. Non è stato possibile identificare il genere. Le dimensioni del cranio erano di 13,3×14,8 cm rispettivamente antero-posteriore e latero-laterale e cm 8,7 dal vertice alla base. L’esame forense ha identificato una perforazione delle ossa al bregma (dove la sutura sagittale si inserisce la coronarica) coinvolgente l’osso frontale e i due parietali. La perforazione (di cui si osserva la metà posteriore nei due parietali, manca l’osso frontale, ha un aspetto rotondeggiante. I margini del foro sono regolari al tavolato esterno e piuttosto irregolari al tavolato interno. L’osso diploico presenta l’obliterazione delle areole intraossee, segno di una manipolazione dell’osso. Il diametro esterno è di 24 mm e quello interno di 22 mm. Il cranio non mostra segni di trauma, di tumore o di infezione.

Questa craniotomia presenta degli aspetti interessanti: 1) è stata eseguita in un periodo storico in cui la chirurgia in Europa era al passaggio tra l’Alto ed il Basso Medioevo, 2) è stata eseguita sul bregma con indicazioni non chiare. In Europa le trapanazioni sono estremamente rare dopo il Neolitico soprattutto perchè dall’ultimo bronzo i defunti erano spesso cremati. La presenza di trapanazioni che coinvolgono le suture sono parecchie: 1) una prima analisi dettagliata di Stewart su 112 trapanazioni in Perù durante la dominazione Inca [XIII-XVI secolo] si trovano lungo la linea mediana nel 22% dei casi (Stewart T.D., (1956) Significance of osteitis in ancient Peruvian trephining. Bull Hist Med 30:293–320); 2) nella Grandes Causes (Francia) nel periodo Neolitico il 20% delle trapanazione era sulle suture (Hibon L, (1997) Trépanations chirurgicales et prélèvements crâniens post-mortem dans les Grands Causses préhistoriques. Université Bordeaux I, Bordeaux); 3) uno studio Svedese su 15 crani Medievali ha coinvolto il bregma nel 33% dei casi (Jennbert K., (1991) Trepanation from the Stone Age to the medieval
period from a Scandinavian perspective. Acta Archeol. Lundensia 20:357–379); 4) La maggior parte dei 33 casi di trapanazione in una necropoli medievale della Bulgaria erano vicino o sul bregma (Jordanov J., Dimitrova B., Nikolov S., (1988) Symbolic trepanations of skulls from the Middle Ages (IXth-Xth century) in Bulgaria. Acta Neurochir 92:15–18); 5) una revisione Italiana ha trovato il 19% (8 su 43) erano sulla linea mediana (Germana F., Fornaciari G., (1986) Actes du 3ième Colloque des conservateurs des musées d’histoire des sciences médicales. Fondation Marcel Mérieux for the European Association of
Museums of History of Medical Sciences); 6) M.L. Manouvrier ha descritto una “marchiatura sincipitale” che venifa eseguita sulla sutura sagittale (Manouvrier M., (1904) Incisions, cautérisations et trépanations crâniennes de l’époque Néolithique. Bulletins et Mémoires de la Société d’Anthropologie de Paris:67–73).

Aspetti tecnici e pratici devono essere presi in considerazione quando si vuole scegliere la sede della trapanazione: 1) la trapanazione può essere facilitata dalla relativa debolezza del cranio al bregma e quindi la durata della procedura su un paziente non anestetizzato è importante; 2) le suture possono essere individuate alla palpazione e possono aiutare come reperi anatomici per l’individuazione delle fratture. Ad esempio, un “esperto trapanatore nativo” del Kisii e Tende in Kenya disse che si aspetta di trovare un
“Frattura” e “sangue nero” all’operazione (Margetts E., (1967) Trepanation of the skull by the medecinemen of primitive cultures, with particular reference to presentday Native East African Practice. In: Brothwell D (ed) Diseases in antiquity: a survey of the diseases, injuries, and surgery of early populations. Charles C Thomas Pub Ltd, Springfield, Ill, pp 673–701).

Ipotizziamo che la trapanazione del caso descritto abbia avuto probabilmente indicazioni magico-terapeutiche, cioè il trattamento della patologia causata da spiriti maligni che possono manifestarsi sintomi come mal di testa, vertigini, convulsioni, ecc. (Lisowki F.,  (1967) Prehistoric and Early Historic Trepanation. In: Brothwell D., Diseases in Antiquity: A Survey of the Diseases, Injuries, and Surgery of Early Populations. Charles C Thomas Pub Ltd, Springfield, Ill., pp 651–672).

Estratto da Zanello M., Decofour M., Corns R., Pallud J., Charlier P., Report of a successful human trepanation from the Dark Ages of neurosurgery in Europe. Acta Neurochir (2015) 157: 303–304.