1.08 3000-2000 AF. La Medicina e il Cervello tra mito, archeologia e storia

Contents
  1. La Medicina degli Dei e gli Dei Medici nella Mitologia
  2. PEONE, medico degli Dei.
  3. MELAMPO
  4. I primordi della Medicina scientifica.
  5. 3600 -2400 AF.   La Medicina Scientifica Greca. Dalla civiltà Minoica alla Scuola Ionica-Siciliana.
  6. 1250 a.C. OMERO. Guerra di Troia.
  7. 1200 a.C. ASCLEPIO. ESCULAPIO per i medici romani.
  8. X secolo a.C.   La Medicina degli Etruschi.
  9. 700-300 aC. Medicina in Azerbaijan.
  10. 654 a.C. Chirurgo di Abdera.
  11. 550 e 350 ca a.C. Due casi di Cranio Trapanati in tombe etrusche
  12. Psicopatologia magica pre-ippocratica.
  13. VI secolo a.C. – VI secolo d.C. La psichiatria antica greco-romana
  14. VI-V secolo a.C. Cranial Trepanation from the Greek colony of Himera (Sicily)
  15. VI secolo a.C. La Medicina Italica.
  16. VI-V secolo a.C. La Medicina e l’Anima.
  17. 550 a.C. ca.  ALCMEONE di Crotone.
  18. VI secolo a.C. DEMOCEDE di Crotone.
  19. 496-428 a.C. ANASSAGORA di Clazomene.
  20. V secolo a.C. ACRONE di Agrigento.
  21. 492-432 a.C. EMPEDOCLE di Agrigento.
  22. V secolo a.C. FILOLAO di Crotone.
  23. V secolo a.C. IPPONE di Reggio.
  24. V secolo a.C. CLIDEMO.
  25. V secolo a.C. DIOGENE di Apollonia.
  26. 460-370 a.C. DEMOCRITO di Abdera.
  27. 460-370 a.C. IPPOCRATE ovvero il Corpus a lui attribuito. Ipocrates; Hyppocrates; Hippocrates; Ypocrates; Hippocrates Cous; Hippocrate Coo; Hypocrates; Hipocrates.
  28. V e IV secolo a.C. Scuola di Cnido.
  29. IV secolo a.C. FILISTIONE di Locri.
  30. 420-320. Scuola Dogmatica.
  31. 375-295 DIOCLE DI CARISTO
  32. IV secolo a.C. PRASSAGORA di Cos.
  33. 384 a.C. ARISTOTELE  Stagirita.
  34. 371-287 a.C. TIRTENO O TEOFRASTO di ERESO
  35. 350 ca a. C. Trapanazioni Celtiche in in Austria
  36. IV secolo. La Scuola Medica di Alessandria.
  37. IV secolo a.C. EUDEMO di Alessandria.
  38. 335-280 a.C.  EROFILO di Calcedonia.
  39. 335-269 a.C.  STRATONE DI LAMPSACO
  40. 330-250 a.C. ERASISTRATO di Ceos.
  41. La Scuola di Medicina Empirica
  42. III secolo a.C. DEMETRIO DI APAMEA
  43. III secolo aC. Trapanazioni craniche nella Russia Europea.
  44. II secolo a.C. La Medicina del popolo d’Israele.
  45. 129 a.C.   ASCLEPIADE di Bitinia.
  46. 123-43 a.C. TEMISONE di Laodicea.
  47. II secolo a.C.  SORANO di Efeso.

 

La Medicina degli Dei e gli Dei Medici nella Mitologia

La medicina mitologica Greca e Romana

La mitologia medica Greco e Romana ci ha tramandato una moltitudine di divinità mediche, mutuate da divinità prese in prestito dalla mitologia dei Fenici, degli Egizi, Etruschi e altri ancora. Oltre alle divinità vere e proprie, ci furono un gran numero di persone che eccelsero nell’esercizio dell’arte medica,da diventare autentiche celebrità, osannati dalla popolazione tanto da meritare dopo la morte, l’elevazione al rango degli Dei; a costoro furono dedicati templi e considerati grandi eroi. La medicina che praticavano costituisce una sottocategoria della medicina mitologica ed è conosciuta con il nome di medicina eroica.

La mitologia medica Greco e Romana ci ha tramandato una moltitudine di divinità mediche, mutuate da divinità prese in prestito dalla mitologia dei Fenici, degli Egizi, Etruschi e altri ancora. Oltre alle divinità vere e proprie, ci furono un gran numero di persone che eccelsero nell’esercizio dell’arte medica,da diventare autentiche celebrità, osannati dalla popolazione tanto da meritare dopo la morte, l’elevazione al rango degli Dei; a costoro furono dedicati templi e considerati grandi eroi. La medicina che praticavano costituisce una sottocategoria della medicina mitologica ed è conosciuta con il nome di medicina eroica.

Apollo figlio di Giove e Latona, fratello di Diana fu adorato in Grecia, a Delo e a Mileto; quando il suo culto passò a Roma, fu adorato con un’intensità ancora maggiore. Questa divinità secondo Platone era adorato per la sue quattro arti: medicina, divinazione. caccia e musica. Inventore della medicina, Ovidio gli dedica questi versi: Inventum medicina meum est

Ad Apollo si attribuisce la scienza di guarire. I nomi con i quali era conosciuto, Akesios o Iatros, guaritore, si riferiscono al ruolo di colui che restituisce la salute. I Romani gli attribuirono anche il nome di Medicus e ad Apollo Medicus venne eretto in tempio a Roma. La medicina era associata a lui direttamente o per la mediazione di suo figlio Asclepio, senza dimenticare che era anche il Dio che facendo scoccare i dardi mortali dal suo arco poteva colpire la gente con infermità e piaghe mortali, oppure con la potenza delle sue frecce assicurare una dolce morte. Igino considera Apollo come il primo oculista probabilmente perché Apollo viene spesso confuso con il Sole che dissipa l’oscurità della notte e per analogia ha il potere di fare scomparire il velo che offusca la vista: …Ascolta o beato tu che hai l’eterno occhio che tutto vede… / …instancabile dolce vista dei viventi… (Inno Orfico al Sole) aggiunge inoltre che Chirone figlio di Saturno fu il primo chirurgo e che praticava la chirurgia ricorrendo all’uso delle erbe; il figlio di Apollo, Asclepio invece fu colui che praticò per primo la clinica. Nella prima parte del giuramento di Ippocrate si legge: Apollinem medicus, et Aesculapium, / Higeamque ac Panaceam juro… Euripide ci racconta di come Apollo insegnasse le virtù terapeutiche e l’applicazione clinica dei rimedi, conservando la tradizione nelle famose Tavole Orfiche su cui erano scritti rimedi misteriosi e formule magiche che erano conservate sul monte Panageo in Tracia. …ma, per quanto cercassi, nulla / vidi mai che più forza avesse / della Sorte; né alcun rimedio / ritrovai nelle Tracie tavole, / nell’incanto d’Orfeo vocale, / né tra l’erbe che Febo colse, / che, blandi farmachi / per le misere genti, / porse d’Asclepio al figlio.. (Euripide-Alcesti v.967) Per Apollo si intonavano le Peone, inni corali diretti ad Apollo guaritore, per tenere lontano malattie ed epidemie. Il nome peana deriverebbe dal nome di Peone, con il quale spesso viene confuso Apollo stesso.

Diana, sorella di Apollo è spesso identificata con la Luna: per questo, spesso è considerata la responsabile delle malattie che colpivano le donne, ma è anche colei che presiede ai parti, nell’Inno di Orfeo, le si attribuisce il nome di levatrice. Secondo Pausania a lei si consacrò un tempio ad Atmonet e un altro ad Eubea, nei quali veniva adorata come divinità protettrice della medicina. Fu adorata anche con il nome di Diana Artemisia, perché secondo Apuleio (De viribus Herbarum,13) scoprì le virtù terapeutiche dell’Artemisia ed insegnò a Chirone il suo uso.

Atena pur avendo un ruolo marginale nell’arte della medicina era venerata per la scoperta della Camomilla Matricaria o Parthenuim solitamente usata per la cura dei piccoli problemi femminili, ma anche secondo la leggenda per aver salvato l’architetto Mnesicle gravemente ferito dopo una caduta dal tetto del tempio, prescrivendogli per mezzo di un suo oracolo, un infuso di Matricaria. Era adorata a Roma con il nome di Minerva Facticida et Medica.

Ilitia o Ilizia, figlia di Giove e di Giunone, sorella di Marte, fu adorata inizialmente dagli abitanti della sponda del Mar Nero. il suo culto si estese in Grecia. Questa Dea presiede al parto. … Zeus disse, / Ascoltate Dei e Dee, / Oggi la Dea che aiuta nei parti difficili Ilizia, / farà venire alla luce / un uomo che regnerà su tutti / quelli che ci sono intorno… (Apollodoro Lib.3 14.7). Fu lei che assistette Diana nell’isola di Delo, per questo motivo in quest’isola fu adorata come Dea. Nella riva del fiume Amnius a Creta le era stata consacrata una grotta. Nell’Iliade viene menzionata come duplice divinità, una che presidia i parti buoni e una quelli cattivi. Oltre a Dea dei parti è anche colei che comanda le tre Parche. Anche a Roma, Ilitia fu adorata come dea del parto, protettrice delle donne in travaglio, ma con il nome di Lucina. Ovidio, racconta di come Lucina, si sedette davanti alla porta di Alcmena, madre di Eracle e di come ricorrendo alle arti magiche, riuscisse a bloccarne le doglie. …E anchor l’insopportabil mio dolore / Mi facea al cielo alzar continuo il grido, / Ne v’era modo a far, che ‘l parto fuore / Potesse uscir dal suo materno nido / Ben chiamava io Lucina in mio favore / Le man tendendo la Regno eterno, e fido / E ben corse Lucina a tanto affanno, / Ma non già per mio ben, ma per mio danno. / Lucina in forma d’una vecchia viene / Per esseguir di Giuno il crudo aviso, / Cede su l’uscio, e incatenate tiene / Su’l ginocchio le man, su’l pugno il viso. / E senza haver riguardo à le mie pene, / Perche ’l parto da me non sia diviso, / Dice il verso opportuno, il qual forz’have / Di far, che ’l fianco mio mai non si sgrave… (Ovidio, Metamorfosi, 9, 292.322)

Peone era il medico degli Dei. Omero nel libro V dell’Iliade racconta di come Plutone ferito da Ercole fu mirabilmente curato da Peone. Peone era un rinomato medico originario dell’Egitto. Fu Lui che curò Marte dalla ferita infertagli da Diomede nell’assedio di Troia. Arrestava le emorragie col succo del caprifico [varietà spontanea del fico, Ficus carica var. caprificus]. Si ritiene anche lo scopritore della peonia officinalis, una pianta forse impiegata nell’antichità come antispasmodico e per curare quello che veniva chiamato il morbo sacro. I medici egizi si dichiaravano suoi discendenti: …Anco il gran Pluto / dal medesmo mortal figlio di Giove / aspro sofferse di saetta un colpo / là su le porte dell’Inferno, e tale / lo conquise un dolor, che lamentoso / e con lo stral ne’ duri omeri infisso / all’Olimpo sen venne, ove Peone, / di lenitivi farmaci spargendo / la ferita, il sanò; ché sua natura / mortal non era: ma ben era audace / e scellerato il feritor che d’ogni / nefario fatto si fea beffe, osando / fin gli abitanti saettar del cielo. / Oggi contro te pur spinse Minerva… (Omero. Iliade lib.V)

Il centauro Chirone è celebrato come grande medico e maestro eccelso nell’insegnamento di questa arte. Suoi allievi furono quasi tutti gli eroi decantati da Omero, così come la maggior parte degli Argonauti, tanto da lasciar pensare che nessun altra scuola ebbe un così grande numero di allievi come quella sul monte Pelio in Tessaglia dove abitava Chirone. Della sua nascita dalla ninfa Fillira e da Saturno ne abbiamo già parlato , ed è rappresentato con il corpo metà uomo e metà cavallo. Dotato di un animo nobile e generoso si considera tra i centauri il più giusto, perché non rifiutò mai il suo aiuto a chiunque ne facesse richiesta, come quando nascose Giasone e Peleo. A lui si attribuisce la civilizzazione della Tessaglia da dove fu costretto a fuggire a causa della persecuzione dei Lapiti. Si rifugiò a Malea dove morì, scambiando la sua vita con quella di Prometeo. Apollodoro sostiene che le ulcere maligne ed incurabili erano chiamate chironiche per ricordare l’episodio di quando ferito accidentalmente da Eracle con una freccia avvelenata dal sangue dell’Idra di Lernia, riportò una ferita al ginocchio di difficilissima guarigione; nonostante i tentativi fatti da Eracle che era stato suo allievo per curarla, la ferita non guarì mai, diventando la causa di atroci sofferenze a cui solo la morte pose rimedio. Altri invece attribuiscono l’uso di questo termine per sottolineare il fatto di come fosse abilissimo a curarle, facendo ricorso soprattutto un’erba che in suo onore fu chiamata Centaurea o Chironia. Altri invece gli attribuiscono solo l’invenzione della chirurgia, basandosi sul presupposto che Chirone derivi da Cheir[o] che significa mano e da qui arte manuale, chirurgia. Ma al pari di tanti altri maestri, non si limitava ad insegnare ai suoi discepoli solo l’arte della chirurgia, nella sua scuola si insegnava la filosofia, la musica l’astronomia e l’arte di governare con giustizia e fermezza.

Salvò Fenice dalla cecità dopo che, secondo Apollodoro, Amintore suo padre lo aveva accecato per punirlo della sua relazione con Clizia. A Magnesia in Tessaglia gli furono tributati onori divini e gli venivano sacrificate le primizie. A lui è attribuita la compilazione di un trattato di medicina veterinaria ed è forse questo il motivo che è stato rappresentato come metà uomo e metà cavallo. Ebbe due figlie da Cariclo, figlia di Apollo, Ippo e Ocyroe che si distinsero nel vaticinio e nell’arte di guarire. Qualche fonte autorevole avanzò l’ipotesi che Chirone fosse stato una divinità fenicia, importata in Grecia.

Scritto da Miralba. http://www.demetra.org/index.php/i-miti-gli-eroi-e-le-leggende-del-passato/39-mitologiagreca/197-la-medicina-mitologica-greca-e-romana-prima-parte

 

 

PEONE, medico degli Dei.

Nella mitologia greca Peone era il medico degli dei che curò e guarì Plutone da una ferita procuratagli da Eracle. A lui si attribuisce la scoperta della peonia (peonia officinalis), largamente usata, la radice, fin dall’antichità per la cura dell’epilessia. La radice veniva fatta mordere e masticare prima dell’attacco epilettico e si riteneva che facesse in grado di interrompere la crisi. Ancora oggi è usata in omeopatia sempre per l’epilessia  e come antispasmodico e sedativo, nel trattamento della neurastenia, dell’agitazione con ansia, nelle nevralgie e nell’emicrania. Venne usata anche nell’insonnia. I fiori, ricchi di tannini, sono usati e per guarire piaghe infette e ragadi (anali).

 La peonia annoverasi tra le piante celebri presso gli antichi a cagione delle proprietà maravigliose che le si attribuivano, e che ai dì nostri hanno quasi perduta ogui riputazione. In ge­nerate si fa derivare il suo none da Peone, medico degli Dei, il quale adoperò questa pianta per guarire Plutone, ferito da Ercole. Il Theis crede meglio che derivi un sì fatto nome dalla Peonia, provincia dove cresceva in copia questa pianta. La peonia aveva inoltre presso gli antichi diversi altri nomi, fra i quali citeremo quello di yλυxνσίόη, datole a cagione del sapore dolciastro della sua radice: Ippocrate ne parla sotto questo nome.

Al dire degli antichi, la peonia era un rimedio sovrano, un dono della di­vinità, e guariva da moltissime raalattie, possedendo proprietà assai straordinarie , come quelle di cacciare gli spiriti, d’allonlanare le tempeste, ec.  É a credersi che la raccolta di questa pianta, alla quale s’attribuivano tali pro­prietà, dovesse necessariamente esser accompagnata da qualche cerimonia. Ed in fatti, come rilevasi da Teofrasto (lib. IX, cap. 9); la peonia coglievasi solamente nel corso della notte, e se chi la coglieva fosse stato veduto da un picchio verde, rischiava di perdere la vi­sta. Certamente vi son poche piante sulle quali l’antichita abbia dette storie piu ridicole; del resto Teofrasto, dal quale si son tolti questi particolari, non le narra che come racconti d’erboristi.

Tra i medici antichi che ponessero in maggior credito la peonia, è Galeno; perciocché egli pretende aver veduto un fanciullo epilettico, guarito dalle convulsioni per l’effetto di una radice di peonia appesagli al collo, e di bel nuovo ricadere in convulsioni quando questa radice gli era tolta. Questo fatto accertato da Galeno, ammesso senza esame dal più gran numero dei medici venuti d’appoi, fece per lungo tempo riguardare la peonia come specifico dell’epilessia; e fu con fiducia adoperata, finche nolevoli pratici, come il Fernel [1497-1558], il Boerhaave [1668-1738], l’Hof­fmann [1660-1742], revocarono in dubbio le sue pro­prietà, non solamente quando e applicata all’esteruo, ma anco quando è data per uso interno. La quale ultima opinione pare ora sia stata quasi generalmente abbracciata dai medici; e tranne piccole cose, la peonia e caduta in disuso tauto come antispasmodica e antiepiletti­eca, quanto come fondente ed emmenagoga, proprietà che le erano pure attribuite. Le composizioni farmaceutiche, come la conserva e l’acqua distillata, sono parimente andate in discredito e non son più usate.

Da Dizionario delle Scienze naturali … accompagnato da una biografi dei più celebri naturalisti … compilata da vari professori del giardino del re e delle principali scuole di Parigi, prima traduzione del francese con aggiunte e correzioni. Vol. 17, per V. Batelli, Firenze, 1846.

 

 

MELAMPO

Famoso in Grecia per il suo potere taumaturgico su forme morbose psichiche
fu Melampo; vaticinava, guariva con formule e con l’uso di farmaci.
Guarì da disturbi psicotici le figlie di Pretore d’Argo, Lisippa, Ifinoe e Ifianasse da tempo in uno stato di eccitamento psicomotorio e affette da convinzioni deliranti zoopatiche (credevano di essere state trasformate in vacche). A dire della leggenda erano diventate ‘folli’ perchè rimaste caparbiamente vergini e «rifiutato il culto del fallo» (Sprengel). Psichicamente alterate, da una forma morbosa assai simile alle psicosi acute isteriche, vagavano per la campagna urlando e cantando. Melampo le purgò con forti dosi di elleboro, farmaco diventato poi famoso per la cura della mania e della malinconia, e le fece inseguire per la campagna da un gruppo di robusti giovani, fino a che le sorelle sfinite per la corsa e per gli effetti del farmaco, si fermarono e si assopirono: al risveglio erano perfettamente guarite.
Il meccanismo terapeutico usato. da Melampo è simile a quello che nel mondo moderno si realizza con la applicazione di violenti stress biologici, quali l’elettroshock che forse hanno alla base lo stesso disordine somato-vegetativo acuto, cui spesso consegue, per vie non ancora chiarite (una sorta di decondizionamento) la guarigione clinica di determinate psicosi.

Da Roccatagliata G., Storia della psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973.

 

Melampo era figlio di Aglaide e di Amitaone. Nativo di Argo secondo alcuni, egizio per altri, introdusse in Grecia il culto di Dioniso e Demetra. Il suo nome gli derivò dal fatto di avere un piede nero per effetto della distrazione della mamma,che aveva dimenticato di fasciargli i piedi che rimasero esposti troppo a lungo al sole, diventando neri. Di lui si dice che possedesse un udito finissimo e la capacità di comprendere e parlare il linguaggio degli uccelli. Acquistò l’arte di profetizzare quando un gruppo di giovani serpentelli si avvicinarono alla culla i cui dormiva e gli lambirono le orecchie. I suoi rimedi erano molto semplici ma li applicava con grande maestria, ricorrendo all’uso di incantesimi e formule magiche e simboli strani che più tardi furono chiamati alchemici. Non lo si considerò mai come un medico in senso stretto del termine ma piuttosto un eletto dagli Dei, un uomo divino. Una delle sue spettacolari guarigioni, riguarda Ificle, uno degli Argonauti figlio di Filaco. Costui era affetto da una grave forma di sterilità. Dopo aver provato tutti i rimedi, si rivolse a Melampo. Sacrificò due tori, disperdendone le interiora nel campo, con lo scopo di attirare gli uccelli, in maniera da trarne un prognostico. Giunse un avvoltoio che rivelò un fatto strano risalente all’infanzia. Quando Ificlo era ancora un bambino di pochi anni, il padre Filaco stava sacrificando degli agnelli; quando il piccolo vide tagliare i testicoli delle vittime sacrificali si impressionò a tal punto che preso dallo spavento fuggì via. Al padre per la sorpresa, sfuggì di mano il coltello che andò a conficcarsi in una quercia. Melampo propose di cercare la quercia dove, sotto la corteccia, c’era ancora impiantato il coltello, raschiare la ruggine dalla lama del coltello e scioglierla nel vino. Bevendo questa pozione il nostro eroe guarì perfettamente e subito dopo riuscì a procreare.

Un’altra guarigione favolosa è quella delle figlie del re di Argo, Preto. Lisippa, Ifinoe e Ificanira, erano affette da una grave forma di malattia mentale. …I colori dal bel virgineo viso / Sfumarono al fuoco della oscena rabbia… (Esiodo). Nel loro delirium credendo di essere state trasformate in vacche, fuggirono per i boschi muggendo come questi animali. Apollodoro racconta che questa forma di pazzia ebbe un andamento epidemico. Molte donne Argive colpite dallo stesso male si unirono a questa strampalata mandria. Il racconto ci narra che divennero pazze per aver omesso di rendere omaggio al simulacro di Giunone. Melampo aveva osservato che l’elleboro (veratrum alba) produceva un effetto purgativo sulle capre che se ne cibavano e decise di somministrare questo rimedio, facendo bere alle donne malate il latte delle capre nutrite con elleboro. Invitò poi, un gruppo di giovani atleti a dare la caccia alla mandria dal monte su cui si trovavano fino a Sicione [nel golfo di Corinto]. Al termine di questa corsa forzata, le fece immergere in una fontana d’acqua termale detta Cletorea o Clitoreo od Anigro, in Arcadia (in questa fonte da quel momento in poi si recavano coloro che erano affetti dalla lebbra, lasciando intendere che la pazzia delle donne era da riferire proprio a questa malattia). Di una lebbra terribile,e d’orrende / pustole sparse la lucente in pria / candida pelle; e giù caddero le chiome / ed ignude lasciar le belle teste… (Biblioteca di Apollodoro Ateniese). A questa fontana furono attribuite anche altre virtù, come quella di curare tutti coloro che erano affetti dall’irresistibile attrazione verso il vino, una sorta di antidoto dei primordi. Le donne guarirono e in onore del medico la pianta fu chiamata Melampodium. La prima a guarire fu Ifinoe, le due altre sorelle riacquistarono la salute dopo certe riti strani di purificazione ed espiazione, prescritti da lui e diretti alla Dea Artemide. Il re Preto grato per la guarigione delle figlie volle dargliene una in moglie, la prescelta fu Ifianissa che gli portò come dote anche un terzo del regno; il fratello di Melampo, Biante sposò una delle altre sorelle ed ebbe anche lui un terzo del regno. Appena diventato re fece edificare due templi ad Artemide dove fu adorata con il nome di Artemide Emeresia in uno e Artemide Coria nell’altro. Dopo la sua morte, gli furono concessi gli onori divini e gli fu dedicato un tempio ad Egistene.

Scritto da Miralba. http://www.demetra.org/index.php/i-miti-gli-eroi-e-le-leggende-del-passato/39-mitologiagreca/197-la-medicina-mitologica-greca-e-romana-prima-parte

 

 

I primordi della Medicina scientifica.

« Si narra che il creatore e scopritore dell’arte medica tra i Greci sia stato Apollo. La accrebbe poi di efficacia e di prestigio il figlio di lui Esculapio. Ma, dopo che Esculapio morì colpito dal fulmine [di Giove], si dice che l’attività curativa si interruppe e l’arte si
estinse insieme col suo autore, restando inaccessibile per circa cinquecento anni, fino all’epoca del re dei Persiani Artaserse. Fu allora che Ippocrate, figlio di Esculapio, nato nell’isola di Cos, la riportò alla luce della conoscenza » (cita Isidoro si Siviglia, in Etymologiae, IV, 3. Artaserse I fu re di Persia dal 465 al 424 a. C.).
Quanto ad Esculapio, figlio del già ricordato Apollo e di Coronide figlia di Flavia, da ragazzo venne affidato al centauro Chirone perché imparasse la medicina e la scienza. Più tardi, divenuto più esperto attraverso il tirocinio, scoprì nei boschi un unguento medicamentoso additatogli da Chirone, che dava l’immortalità. Trovò anche una certa erba che rendeva immortale e la tenne in serbo a questo fine, ma venne colpito dalla folgore (usa lo stesso stilema di S. Isidoro (lin. 4), come si legge nelle storie. È per questo che Euripide, compiangendo la sua fine, [vi scorge] la causa [della vendetta] di Apollo (richiama Euripide, Alcesti, versi I segg.; Apollo rammenta il proprio figlio Asclepio folgorato da Giove (perché aveva scoperto un farmaco che risuscitava i defunti) e la propria vendetta attuata sterminando i Ciclopi. Il passo è corrotto e la versione congetturale); ed è dal fuoco di Apollo che si narra che gli Ateniesi siano stati salvati (da una epidemia circondando col fuoco la città). Lo raffigurarono barbuto per dargli l’aspetto più imponente possibile, tutto dedito all’arte e impegnato in numerosi esperimenti per il progresso della medicina (Passo fortemente corrotto; la versione è congetturale. Il richiamo alla raffigurazione barbuta va forse collegato con la statua). Questa ha una prima parte che è la chirurgia, una seconda; cioè la dietetica, e una terza farmaceutica. [Nelle raffigurazioni] attribuirono alla chirurgia un anello di ferro, alla dietetica anche una bacchetta per additare. …  La terza parte è la farmaceutica, che pratica molti esperimenti mediante erbe e animali.

[Ad Esculapio] attribuirono una corona d’alloro a causa della sua discendenza [da Apollo], ma non lo posero a sedere in cattedra perché era stato discepolo [di Chirone]. Sua figlia Igea viene invece [raffigurata] seduta e ha per attributi il drago, l’uovo, l’ampolla e la melagrana. Reca una corona di rami d’alloro perché gli uomini la adoravano; tiene l’uovo perché l’esercizio dell’arte non fosse senza transito; la melagrana indica la naturale molteplicità dei costumi umani; reca l’ampolla a cagione delle molte suppliche dei sofferenti.
Così stanno le cose … come narra la mitologia; dicono infatti che in Persia esistesse un certo pollone datore dell’immortalità e che, trapiantato in Egitto, sia divenuto una pianta medicinale. Quale insegna delle loro botteghe i medici le decoravano di siffatte corone, perché spesse volte avevano salvato molte persone da vari veleni mortali, non solo imparando la scienza registrata già per iscritto, ma cominciando ad agire con criteri personali e a praticare una meravigliosa arte medica.
Ippocrate, come s’è detto di sopra, fu generato da Esculapio, ma ebbe per padre [legittimo] Eraclide e fu cittadino di Chio. Dopo aver peregrinato per tutte le città ed essersi fatto consapevole della propria bravura, se ne venne ad Atene e trovò quella città preda di un’epidemia; cercava quindi come curare gli ammalati. Fu così che scoperse che i fabbri e tutte le altre persone che lavoravano valendosi del fuoco avevano corpi in perfetta salute; comprese così che quella città doveva essere purgata col fuoco. Uscito dall’abitato, ordinò che si ammassassero grandi cataste di legna e circondò la città con una cortina di fuoco; dissolta così quell’aria, l’epidemia cessò. Gli Ateniesi, riconoscenti per il benefico intervento di Ippocrate, gli innalzarono una statua di ferro con la scritta: «A Ippocrate,
nostro salvatore e benefattore ».
Ippocrate dunque ( generato da Esculapio, ma che ebbe per padre Eraclide, cittadino di Cos), apprese la teoria fisica di Melissa, vi aggiunse la filosofia e la barba di Democrito, ma ricevette da suo padre Eraclide la scienza medica, tanto che ne scrisse 56 libri. Questi sono i posteri che gli succedettero, attivi in Alessandria: Tessalo, Dragone, Ippocrate il Giovane, Polemio, che non pubblicarono opere. In epoca più tarda si ebbero medici scientifici e di grande efficacia, cioè Diocle, Prassagora, Erofìlo, Erasistrato, Asclepiade, Ateneo, Agateno, Aristo, Archigene, Erodoto, Filomeno, Antillo.
Empirici, cioè studiosi dei farmaci furono Serapione, Eraclito, Glaucia, Menodoto, Tedaret, Teodosio. Metoici, i chirurghi, invece Simone, Tessalo, Retino, Filominasea, Olimpico, Mimenaco, Sorano, i cui libri son noti. Costoro tutti d’accordo distinsero la medicina in quattro sezioni: la prima è la chirurgia, la seconda la farmaceutica, la terza la dietetica e la quarta la prognosi.

Da Firpo L., Medicina Medievale, UTET, 1971.

3600 -2400 AF.   La Medicina Scientifica Greca. Dalla civiltà Minoica alla Scuola Ionica-Siciliana.

 … Che già all’epoca della civiltà minoica la medicina avesse raggiunto un grado di svi­luppo non inferiore a quello descritto dalla più tarda epopea omerica, ce lo provano non solo i resti del palazzo di Cnosso ove si rivela la presenza di provvedimenti igie­nici come latrine, conduttura d’acqua ecc., che segnalano una evoluta civiltà, ma an­che il fatto che i libri di medicina egiziani tolgono spesso formule dai kefti, i popoli del mare, o delle isole, nome col quale era­no denominati da loro i Cretesi che aveva­no fatto del loro piccolo paese il centro del Mediterraneo. La riputazione che godeva­no in Egitto certe ricette di origine crete­se, ci dimostra che in quella regione, ove le arti erano giunte ad un grado di grande fioritura, in quell’isola dal clima dolce e temperato, dove vivevano uomini dei quali l’arte plastica cretese ci ha conservato il tipo dell’individuo vigoroso e snello, agile e vivo, anche la medicina empirica con la ricerca dei semplici e con l’osservazio­ne del malato, o sacerdotale con l’adora­zione della dea portatrice del serpente mistico, aveva certo raggiunto un grado di sviluppo del quale possiamo sperare che le ricerche, che continuamente svelano nuo­vi documenti di questa civiltà, ci abbiano a portare maggiori documentazioni. …

a) La dea dei serpenti nel palazzo di Cnosso (Isola di Creta), Castiglioni A., Soria della Medicina, Mondadori, Milano, 1936, pg. 103-126.. b) Dea dei serpenti. Hiraklio, museo archeologico 1600BC, https://it.wikipedia.org/wiki/Dea_dei_serpenti#/media/File:Snake_Goddess_Crete_1600BC.jpg.

Per giudicare del processo di formazione della medicina ellenica, bisogna pensare alle influenze alle quali per secoli la Grecia fu sottoposta ed a quelle che a sua volta essa ebbe ad esercitare sui popoli vicini e lontani. Dobbiamo pensare alle colonie che dal Nilo al Mar Nero, dalla Sicilia alle coste settentrionali dell’Africa portavano e facevano fio­rire, in ambienti spesso assai diversi, le fortune ed il pensiero della patria; al commercio intemazionale vastissimo per le vie del quale navigatori, economisti ed avventurieri potevano riportare da lunghi viaggi, che spesso apparvero leggendari, notizia di altre e lontane culture, e considerare le funzioni esercitate da quelle stirpi elleniche dell’Asia Minore che assicuravano la costante congiunzione della Grecia con l’Egitto e con l’Oriente.

Queste stirpi, commiste agli abitatori indigeni fenici, in contatto con la Lidia e con la Frigia, avevano conosciuto la cultura babilonese ed erano state le creatrici della poesia epica, della lirica e dell’elegia. Questo popolo di commercianti e di navigatori nel quale l’esame dei prodotti agricoli, il controllo delle monete, l’osservazione diligente dei pesi e delle misure, avevano sviluppato una facoltà critica acutissima, era quello che doveva iniziare l’èra della ricerca scientifica.

Il materiale raccolto dalle antiche civiltà, riunito in uno dei paesi maggiormente fa­voriti dalla natura per le sue condizioni climatiche, dominatore dei mari per le sue for­tune nella navigazione e nel commercio, ricco per il rapido scambio dei suoi prodotti ed avvezzo, come in generale fu detto dei popoli marinari, in tutti i tempi a largire e scambiare facilmente le sue ricchezze materiali ed intellettuali, doveva necessariamente far della Grecia il teatro di uno dei fenomeni più importanti ed interessanti nella storia del divenire, la fecondazione dell’antica semenza al contatto di nuove energie.

La storia della medicina nei primi tempi della civiltà ellenica non può essere disgiunta da quella della filosofia. Essa nasce con la filosofia della scuola di Talete, prende forma nella Teogonia di Esiodo, si rafforza nei dettami dei pitagorici e nelle dottrine della scuola di Crotone; libera e sicura essa si eleva dalle forti radici per prendere poi il suo slancio verso le altezze etiche della scuola ippocratica. …

La Medicina Omerica.

Le documentazioni più importami intorno all’evoluzione del pensiero medico e della pratica professionale in Grecia nei tempi più lontani, ci sono date dai poemi omerici nei quali si trovano notizie e indicazioni preziose in grandissima copia.

La medicina ai tempi d’Omero è una nobile arte, e sono esperti di medicina gli illustri eroi che sanno l’arte della guerra; ma sono già noti medici laici alla cui opera si ricorre perché essi curino e guariscano il malato. Il medico è tenuto in grande onore, anzi è onora­to più di ogni altro poiché, secondo il poeta, egli è «un uomo che vale più di molti altri».

Le cognizioni anatomiche sono primitive, però abbastanza esatte inquantoché riguardano le ossa, i muscoli e le articolazioni. La vita è nel respiro, che è portatore di ogni attività vitale e di tutte le passioni. Sede della vita è il diaframma. L’anima che con l’ultimo respiro abbandona il corpo nell’ora della morte o sfugge col sangue dalle ferite, continua la sua vita nell’Ade.

Molto realisticamente sono descritte le lesioni traumatiche dell’uomo c del cavallo (Iliade VIII, 80) prodotte dalle lance o dalle frecce. Il poeta indica l’uso di medicine che servono a lenire i dolori, di fasciature, di beveraggi fortificanti. … È evidente dunque, che anche se nell‘Iliade si parla di Apollo punitore e seminatore di peste, e di altre malattie contagiose e della morte istantanea (Il. VI, 428 e XXIV, 605), se anche si accenna ripetutamente agli dèi quali guaritori delle malattie, se ad essi si rivolge la preghiera dei feriti o del morente, pure la medicina non è magica né sacerdotale, ma evidentemente nel concetto omerico essa è decisamente un’arte a sé, esercitata da uomini esperti che ad essa particolarmente si dedicano e che per la loro opera vengono rimunerati. Ciò dimostra for­se che in una prima epoca più lontana del­la cultura greca la me­dicina fu empirica e laica mentre appena in tempi posteriori es­sa divenne mistica e sacerdotale.

Medicina Mitologica e Sacerdotale. Il mito di Asclepio.

Nella letteratura postomerica troviamo sempre più frequentemente gli scongiu­ri, le superstizioni, gli unguenti, i segni, i dèmoni, ecc. L’aumento della corrente mistica si spiega coll’influenza orientale che sempre più si fa sentire nella cultura greca. In un primo tempo tutti gli dèi possono esse­re guaritori ed appena più tardi ad alcuni di essi viene attribuito un potere particolare.

L ‘inventore dell’arte sanita­ria è Apollo che allontana tutti i mali, Alexicacós, talora identificato con Peone, medico degli dèi. Artemide, protettrice delle donne e dei bambini, che in un tempo posteriore fu identificata con la dea egiziana Istasp e pro­babilmente con la Gran madre dell’Olimpo cretese, è nota sotto il nome di Eileithya [Ilithyia, Ilizia]. Panacea è la guaritrice di tutti i mali ; Pallade Atena, dea della scienza e delle arti, è la protettrice della facoltà visiva, legislatrice di tut­te le prescrizioni sanitarie. Ma anche altri dèi erano venerati come guaritori. Fra questi van­no nominati Afrodite, protet­trice della vita sessuale, Pan, Persefone ed altri. Fondatore e maestro della medicina, o forse piuttosto della chirurgia, era generalmente considerato il centauro Chirone, del quale erano stati allievi nella caccia e nell’arte di guarire i più illustri fra gli eroi greci. Infine, scolaro di Chirone era considerato Asclepio, latinamente Esculapio, che nel mito diviene più tardi figlio di Apollo e dio della medicina. Secondo l’ipotesi del Rohdes, l’origine del mito di Asclepio è da spiegarsi con la trasformazione che si osserva anche in altre divinità greche specialmente infernali, attraverso le età. A quest’origine dev’essere essenzialmente attribuita la tradizione dei serpenti che in tutta la mitologia ctonica [sotterranea] ha una grandissima importanza, il serpente essendo considerato, come vedemmo, già nel più antico mito biblico come un rappresentante di forze sotterranee e quindi di divinità infernali.

Asclepio. Da Ostia Antica, esposto ai Musei Vaticani. https://it.wikipedia.org/wiki/Asclepio

Il ser­pente ha una parte importante nella medicina magica antichissima. Cosi esso è già presso i babilonesi attribu­to della divinità guaritrice raffigurato negli ex-voto offerti per render grazie delle guarigioni avvenute : i semiti della Siria, della Palestina e della Fenicia adoravano un dio guaritore Esmun (v. Baudissin, Adonis und Estmiti) che viene spesso raffigurato tenendo in mano una verga sulla qua­le è attorcigliato un serpente. Altre figure di serpenti in bronzo e in pie­tra sono state scoperte negli scavi di Canaan, di Gezer e di altre regioni della Palestina e della Transgiordania. Originariamente in Tessaglia Asclepio era adorato forse come un dèmone infernale: in Omero è un principe che impara la medicina da Chirone: colpito a morte da Giove geloso dei suoi successi, è assunto all’Olimpo e trasformato in una divinità celeste. Ritorna più tardi ad esser eroe fra i mortali e capo della stirpe degli Asclepiadi. Ma è forse ammissibile la sup­posizione che originariamente egli sia stato una divinità infernale o per lo meno che il culto di una divinità in­fernale sia stato strettamente connes­so al suo culto: in un primo e più an­tico tempo egli appare in forma di serpente ed al serpente si presentano dai malati le offerte votive. Forse anche questo culto ha riferimenti babilonici o più antichi ancora; certo lo ricorda l’episodio biblico del serpente di bronzo. Comunque è certo che il culto di Asclepio ha le sue origini in Tessaglia. La leggenda tessalica indica Ischys figlio del re Elatos come suo padre e Coronide, figlia di Flegias, quale sua madre. Il più antico centro del culto di Asclepio nel Peloponneso si trovava a Titanos presso Sicione ove vivono i serpenti tessalici. Fondatore di questo tempio fu il figlio di Macaone o di Asclepio, Ales­sandro. La parentela che viene attribuita ad Asclepio in Argolide ed in Messenia è differente. Qui egli viene considerato figlio di Apollo e di Arsinoe, ed in Argolide, centro del culto di Asclepio è il tempio di Epidauro. Ma ben presto esso si diffonde rapidamente in tutto il bacino del Medi­terraneo. …

Gli albori della Medicina Scientifica. La Scuola Ionica e Siciliana.

Le prime origini della medicina scientifica sono contemporanee al sorgere della filosofìa greca, quando per la prima volta nella storia si verifica il fatto che si cerca di costruire, sul fondamento di riflessioni speculative, un sistema atto a spiegare i fenomeni della natura e a chiarirne le leggi. Prima di quest’epoca la medicina è la volta a volta istintiva, empiri­ca, magica, sacerdotale, religiosa, ma per quanto essa abbia raggiunto, come abbiam vedu­to, in certe epoche e in certi paesi un alto grado nella conoscenza pratica e nella perfezione tecnica, essa si rivela puramente e direttamente utilitaria, volta esclusivamente allo scopo immediato di far cessare i dolori del malato o di prolungarne la vita. Come la ma­tematica e l’astronomia assiro-babilonese ed egiziana e quella degli antichi Indiani per­seguono uno scopo nettamente determinato, cosi la loro medicina tende al risultato pratico, senza curarsi di scoprire le cause fondamentali, e soprattutto senza legare con un ragionamento logico cause ed effetti dei fenomeni osservati. L’antico Oriente aveva rac­colto un’esperienza ricchissima, un tesoro di osservazioni accumulate da millenni, diligentemente studiate e conservate, ne aveva tratto gl’insegnamenti applicandoli alla vita pratica e spesso dalle osservazioni aveva tratto le leggi. Ma i filosofi greci, sulla base delle osservazioni e delle esperienze, si valsero del ragionamento critico. Non è certo un caso che alcuni fra i maggiori filosofi delle scuole presocratiche sieno stati medici ad un tem­po: indirettamente, dalle osservazioni mediche, dal sapere in questo campo raccolto, dalle esatte cognizioni provenienti dalle varie correnti orientali, potè procedere il primo fecondo lavoro del più antico ragionamento filosofico. Dall’osservazione della natura e dalla considerazione della vita umana e dei fenomeni che la determinano e la accompa­gnano, nascono le prime speculazioni filosofiche, e sono infatti naturalisti e biologi que­sti primi filosofi, i quali dallo studio dell’individuo passano a quello del cosmo e, considerato il cosmo come un’unità, ridiscendono allo studio dell’individiduo e stabiliscono cosi quella via del pensiero filosofico che non sarà abbandonata più mai.

Delle tre grandi scuole filosofi­che presocratiche quella di Mile­to o Ionica fu forse la più antica. Fondata da Talete di Mileto, che visse nel VI secolo a. C. e fu con­siderato da Platone e da Aristo­tele il padre della filosofia, essa si occupa soprattutto di problemi matematici, considerati dal pun­to di vista cosmico, ed è ad essa che noi dobbiamo probabilmente la concezione della natura, con­siderata come physis, concezione nuova che viene poi svolta da Aristotele con la più profonda comprensione. Esiste secondo Talete una sostanza che è il prin­cipio originale di ogni cosa nel cosmo e del cosmo stesso, prin­cipio ed origine di ogni gene­razione e fine ad un tempo di ogni cosa, elemento eterno di ogni forma di vita, natura, dun­que, o physis nei senso di Ta­lete, e questa sostanza originale è, secondo il filosofo di Mileto, l’acqua. Ma non è più l’acqua nel senso di una divina sostan­za come era stata considerata nell’antica cosmogonia: l’acqua riguardata come fondamento essenziale e, ciò che più vale, logicamente dimostrabile, e fi­ne, egualmente dimostrabile, di ogni cosa vivente. Dall’ac­qua o da una trasformazione di essa tutto deriva: la fecondità delle sementi, la vita delie piante, la vita degli animali c degli uomini «nell’acqua tutta la vita finisce, poiché ogni cosa che si corrompa e muoia, si trasforma in liquido, in acqua. Forse, se possiamo rettamente interpretare le parole di Aristotele, Talete pensò all’anima come forza motrice e seppe distinguere l’anima dal corpo, ma comunque non è il risultato della filosofìa di questa scuola che maggiormente c’interessa, ma il sistema del suo ragionamento. Seguono questo siste­ma Anassimandro che parla di un ritmo ciclico delle generazioni e delle corruzioni e Anassimene che crede che la sostanza essenziale non sia l’acqua ma l’aria e che dalle condensazioni o rarefazioni dell’aria derivino anche i fenomeni più importanti della vita. La scuola ionica, come vediamo, già si accinge ad una spiegazione di quei fatti fondamentali, la cui comprensione era indispensabile per la creazione del sistema biologico.

Concezione Biologica e Medica della Scuola Ionica e Siciliana.

Il maggiore fondamento alla medicina scientifica deriva da quella grande scuola filosofi­ca alla quale Aristotele diede il nome di Italica: scuola che se risente le influenze ioniche inquantoché Pitagora, il suo fondatore, è di origine ionica, ben presto assume un carat­tere proprio, il cui indirizzo particolare è dato appunto da un orientamento verso la bio­logia e la medicina. Lo spostamento della sede di questa scuola filosofica, i motivi per i quali essa venne a trovare i suoi centri maggiori e più floridi e i suoi scolari piu illustri nell’Italia meridionale furono indicati diversamente da coloro che si occuparono di questo argomento e diedero origine a va­rie congetture. Certo già prima che Pitagora ar­rivasse a Crotone vi fioriva una scuola medica importante; ed è proba­bilmente in prossimità, se non all’ombra di que­sta scuola medica anti­ca, che il pitagorismo ha il suo primo svilup­po. La figura di Pitago­ra è in gran parte leg­gendaria: tutti gli scritti che gli sono attribuiti sono di origine incerta, cosicché noi per for­marci un giudizio della sua attività e di quella della sua scuola dobbia­mo fidarci della testimo­nianza dei biografi più antichi e di quei filosofi che nei loro scritti ne hanno esposto e raccolto le dottrine. Non è que­sto il luogo di indagare intorno alle relazioni esistenti fra antiche associazioni orfiche e la setta pitagorica, né di studiare il problema, per quanto esso sia interessante anche per la storia della medicina, del significato del catechismo degli acusmatici nel quale le idee dominanti della scuola pitagorica si trovano esposte in forma mistica. Notiamo soltanto che Pitagora fu certamente medico e ricer­catore acuto e profondo dell’organismo animale, studioso di tutti i fenomeni della pro­creazione, e che da lui si può ritenere derivante nei suoi principi essenziali quella dottrina dei numeri che costituisce uno dei fondamenti della scuola pitagorica ed ha un’importan­za grandissima per la medicina ippocratica. Pitagora fu forse il primo ad avvertire le relazioni fra la qualità degli accordi musicali in rapporto al peso del martello e alla lunghezza delle corde dell’istrumento ed a stabilire la dottrina fondamentale dei numeri perfetti. È da questa dottrina dei numeri, che forse più giustamente si dovrebbe chiama­re dell’armonia, che derivano la concezione dell’universo come un perfetto accordo nu­merico ed il concetto ippocratico della crisi, dei giorni critici e della natura guaritrice. La concezione biologica e medica dei pitagorici deriva sicuramente, come abbiamo detto, dalle relazioni che essi avevano con la scuola medica di Crotone. Alcmeone, che forse fu allievo di questa scuola medica e che certo fu in strette relazioni con la scuola pitagorica, fu sicuramente il medico più insigne dell’epoca preippocratica. Il suo libro Della natura, del quale non si sono conservate che tracce negli scrittori posteriori, fu certo il testo fondamentale per la medicina ippocratica; e non sembra inverosimile la ipotesi avanzata dal De Renzi, e avvalorata da recenti studi, che qualcuno degli scritti che fanno parte del Corpus Hippocraticum derivi da questo insigne pitagorico. Certo è, che nella dottrina dei numeri pitagorici noi troviamo il principio della dottrina ippo­cratica delle crisi, e nel libro di Alcmeone le basi della dottrina di Coo.

Alcmeone da Crotone visse intorno al 500 a. C., fu contemporaneo di Pitagora ma più giovane di lui. La tradizione afferma che egli sia stato il primo a praticare sezioni anato­miche e che a lui si debbano molte importanti scoperte in questo campo; certo egli fu un appassionato ricercatore che fece studi ed esperimenti sugli animali. Da lui deriva un concetto nel quale l’esperienza medica si congiunge felicemente al ragionamento filosofico: ed è il concetto dell’isonomia cioè del perfetto accordo di tutte le sostanze che compongono il corpo umano. Secondo questo concetto, salute vuol dire stato di perfetta armonia, la malattia non è che l’espressione di un perturbamento di questo accordo, la guarigione vuol dire il ritorno dell’accordo turbato, col ristabilire le giuste proporzioni nel dominio delle varie qualità. Da questo criterio derivano, come vedremo, i posteriori studi di Empedocle e su esso essenzialmente si fonda il principio di quella patologia umorale che fu per più di venti secoli la base di ogni concezione patologica.

Secondo Alcmeone non è nel cuore, come si era fino allora affermato, che si deve ricercare la sede delle sensazioni c il centro della vita intellettuale, ma nel cervello, ove il pensiero risiede, ove si raccolgono le sensazioni. Alcmeone per il primo studiò il decorso dei nervi ottici e riconobbe la necessità di tre fattori essenziali per la visione: la luce esterna, il fuoco interno dell’occhio, e, come mezzo di trasmissione, il liquido contenuto nelle membrane oculari. A questo grande fisiologo si devono altresi le prime indicazioni intorno alla circolazione, poiché egli distinse nel cadavere le vene, vuote di sangue, dalle arterie; a lui le prime ricerche intorno alle cause dei disturbi funzionali derivanti dalle lesioni del cervello, a lui infine la spiegazione intorno all’origine del sonno che egli pensa derivi da un deflusso del sangue dal cervello verso i vasi e con un fenomeno analogo egli spiega la morte. Ed è in Alcmeone che noi troviamo esposti i principi primi del concetto della disposizione individuale e dell’influsso che questa può avere sull’origine delle malattie. Poiché oppo­nendosi gli elementi due a due, come umido e secco, freddo c caldo, amaro e dolce, essendo, come abbiam detto, la malattia causata dal predominio di un elemento sull’altro, o di una su un’altra coppia di elementi, determinate circostanze, come l’irregolarità della nutrizione, o certe cause ester­ne, o il clima, o l’ambiente o la configurazione del paese nel quale vive il malato, possono indurre, secondo Alcmeone, un perturbamento nelle reciproche relazioni fra gli elementi e quindi essere causa di malattia.

Uno dei principi fondamentali della dottrina di Alcmeone è, come rilevarono il Diels e Poli­vieri, che la vita animale è un movimento ed è subordinata a un movimento del sangue il quale, seppur non sempre uniforme, è continuo; che le sensazioni e il pensiero sono subordinati al movi­mento, non visibile né avvertibile, del cervello, e che essendo il movimento fattore essenziale della vita, anche le malattie derivano da un movimento che perturba la normale armonia della vita.

La dottrina di Alcmeone si trova esposta nel Fedone di Platone. Nelle parole messe in bocca a Socrate morente, è affermato il concetto che «il cervello fornisce le sensazioni dell’udire, del vedere e dell’odorare, dalle quali poi nascono la memoria e il giudizio, e da queste sensazioni una volta posate nasce altresì la sapienza».

Da quanto abbiamo esposto risulta evidente come in quest’opera del medico crotoniate si ritrovino, nel loro germe, le dottrine fondamentali della scuola ippocratica e come, se a Pitagora quale capo di questa scuola si deve riconoscere il merito di averne posto le basi, — per quanto, come abbiamo detto, la sua figura sia in gran parte avvolta dal mistero e sia divenuta leggendaria anche per la parte, a torto od a ragione, a lui attribuita da quella possente associazione politica iniziatica, che prese il suo nome e che divenne predominante a Sibari, a Reggio, a Catania e ad Agrigento, — ad Alcmeone spetti il merito maggiore di essere stato nel campo della biologia e della medicina un magnifico innovatore che chiese sempre all’esperimento pratico il sussidio per provare la verità del suo ragionamento.

Alla scuola di Alcmeone appartiene un altro medico insigne, Filolao da Crotone [470-390], che visse in­torno alla metà del secolo V. Dell’opera di Filolao si sono occupati recentemente due scrittori : il Franck in un libro pubblicato nel 1923 e il Howard di Zurìgo (1924). Secondo questi studi, Filolao è uno dei più importanti pitagorici pre-platonici, nel quale si trovano le origini fondamentali del platonismo. Secondo Filolao, che veramente è da considerarsi come caposcuola, vige una analogia assoluta fra il mondo e l’individuo: «come il primo ha il suo fuoco centrale, cosi il corpo umano ha il suo principio nel caldo: calore della semenza e dell’utero, origine di ogni vita. Il corpo attira a sé, per il desiderio che il calore sia temperato dal fresco, l’aria esterna, e la restituisce nella respirazione». Questo ricambio agisce sul sangue, sul flemma e sulla bile gialla e nera, e sono appunto le altera­zioni del ricambio di questi umori che generano le malattie. Cosi la vita normale è da considerarsi come un’armonia, un accordo di fattori contrari. Ecco la tesi che noi vediamo affermata dal tebano Simmia, che fu allievo di Filolao, nel Fedone di Platone. La tesi di Simmia è di evidente origine pitagorica; essa afferma che l’accordo nel microcosmo è determinato dall’anima; che il corpo è comparabile ad una lira e che le corde sono tese giustamente, in quanto che venga mantenuta la unità di tutti i correlativi; se la tensione cede, oppure essa diviene eccessiva l’accordo svanisce e ciò significa la morte dell’anima ancora prima che sia finita la distruzione del corpo.

Questa tesi ha, secondo Platone, l’approvazione di Echecrate che appartiene alla scuola di Filolao ed è posta in discussione con altre tesi citate nello stesso dialogo. Nel Timeo di Platone è esposta diffusamente la dottrina pitagorica, probabilmente secondo le idee “di Filolao. I concetti anatomici e fisiologici vi sono ancora assai vaghi: il fegato è considerato come lo specchio, nel quale si riflette il pensiero dell’anima intelligente che, secondo i casi, o lo conturba per mezzo dell’amarezza (travaso di bile) o lo rasserena per mezzo della dolcezza in modo da disporlo alla divinazione durante il sonno. Cosi secondo Platone il fegato ha un ufficio quasi morale, subordinato a quello dell’intelligenza. La milza è destinata a raccogliere in sé come spugna le impurità del fegato.

In quanto alle malattie «donde si formino può essere chiaro a chicchessia. Perocché essendo quattro le specie delle quali il corpo è compaginato, terra, fuoco, acqua ed aria, l’abbondanza o la scarsezza di queste cose contro natura o il cambiamento di luogo che avvenga dal loro proprio ad uno loro mal confacente, o ancora il ricevere che faccia uno in sé una qualità che sia di altra specie (poiché di ogni specie vi sono più qualità): queste e altre 0 producono turbamenti e malattie… C’è poi un’altra specie di malattie che bisogna considerare come aventi tre origini diverse: l’una dall’aria che si respira, l’altra dalla pituita, la terza dalla bile (Timeo, trad. di G. Fraccaroli, Torino 1906, cap. XXXIX e XI.)

Alla scuola di Alcmeone si tende ad attribuire anche da parte degli storici che più recentemente si sono occupati di questo argomento una parte assai importante nelle origini del pensiero ippocra­tico. Cosi il Wellman (A. G. M. 1930) attribuisce ad un pitagorico scolaro di Alcmeone il libro Dell’antica medicina e afferma che i medici amichi dei quali parla l’autore come dei fondatori della medicina sono i pitagorici che egli difende dagli allievi della scuola di Cnido. Della stessa opinione è il Deichgraeber (Hermes, 1933). Il Wellmann attribuisce anche ad un medico della scuola di Crotone lo scritto De morbo sacro (A. G. M. 1929). Infine il Roscher (Paderborn 1913) considera esser d’origine ionica il trattato Delle settimane, del quale fu sempre molto discussa la paternità. Se aggiungiamo a questi studi quelli di A. Olivieri (Napoli 1917), di J. Soury (Parigi 1899), di D. B. Roncali (Napoli 1929) e le conclusioni del bellissimo discorso del Golgi alla riunione di Padova della Società Italiana delle Scienze (1909), vedremo come si tenda sempre maggiormente ad attribuire una parte importantissima alle dottrine e alla scuola di Alcmeone.

Dagli insegnamenti fondamentali della scuola pitagorica, come era noto fin dai tempi più antichi, derivano tre principi assoluti: l’immortalità dell’anima, il passaggio del­l’anima in animali di specie differenti in vari periodi ed infine il fatto che tutti gii esseri animati sono congeneri. …

Empedocle d’Agrigento, che visse nel V secolo a. C., da alcuni filosofi è considerato appartenente alla scuola pitagorica, da altri e specialmente dai più recenti, come il Ro­bin, è detto fondatore di una nuova scuola, benché abbia risentito l’influenza della scuola pitagorica quanto di quella eleatica. La figura di Empedocle è senza dubbio una delle più interessanti e più complesse di questo periodo: la fervente ammirazione dei suoi allievi e dei suoi seguaci ha circondato la sua persona di una leggenda, attribuendo al maestro agrigentino non solo l’invenzione della retorica ma anche facoltà addirit­tura soprannaturali. I biografi più antichi fanno della sua morte un’apoteosi. Delle sue opere delle quali le più importanti furono un poema Della natura dedicato al medico Pausania, un libro di prescrizioni dietetiche e un poema didascalico in sei­cento versi, ci sono rimasti soltanto alcuni frammenti che furono pubblicati dal Karsten (Amsterdam 1838). Essi documentano sicuramente una geniale visione delle leggi dell’universo. Egli considera il mondo composto di quattro elementi che chiama le radici di tutte le cose: il fuoco, l’acqua, l’etere e la terra. Essi sono le sostanze non generate e non corruttibili, i germi dai quali pro­viene tutto ciò che è stato, tutto ciò che è e tutto ciò che sarà; eguali tra loro e della medesima età, ciascuno d’essi possiede un carattere proprio e a volta a volta domina o viene dominato nell’evoluzione dei tempi. Il corpo umano, come tutti gli esseri animati, è composto di questi quattro ele­menti e la salute deriva dall’armonia di essi, come ogni perturbamento di questa armonia causa la malattia.

L’unione degli elementi che determina la generazione ed ogni altra forma di vita, la giusta mi­stura o la sproporzione fra loro, deriva da due principi, l’uno esteriore, la discordia, l’altro interiore, l’amicizia. Questo è il fondamento dinamico della fisiologia di Empedocle: con l’azione dell’amicizia, i vari elementi si uniscono e costituiscono un’unità, sotto l’azione dell’amicizia, i vari elementi siuniscono e costituiscono un’unità, sotto l’azione dell’odio l’unità stessa si disgiunge e origine ad altri elementi. Cosi le due forze motrici ed essenziali sono antagoniste nei tempi. Le cose vicine e simili, per analogia o per amicizia si attraggono attraverso i pori del corpo, le emanazioni delle cose esterne penetrano nell’organismo: l’aria penetra nei polmoni e nei pori e la respirazione, secondo Empedocle, avviene non soltanto attraverso i polmoni, ma anche attraverso la pelle. Il sangue è il portatore del calo­re animale, il cuore è il primo a formarsi nel feto. I fenomeni biologici sono spiegati conformemente a questa dottrina che fa di­pendere il giuoco di sostan­ze ben definite, dal dina­mismo delle forze motrici. Il principio fondamen­tale di Empedocle consi­ste, come osservò il Bo­drero, nel contrasto e nel­l’accordo delle varie parti della natura, nel dualismo quindi e nell’equilibrio. Nella sua dottrina si scor­gono i metodi delle filoso­fie che l’hanno preceduto e si trovano i germi di quel­le che lo seguiranno. Per questo egli è una figura insigne nella storia della filosofia greca, costruttore di un sistema filosofico fondato su una filosofia naturale. Egli diede per il primo una visione com­pleta, razionale e total­mente nuova, del mondo, immaginandolo oscillante fra due principi estremi, contenuto da essi e di essi contenente. …

La scuola medica siciliana, per opera soprattutto di Atrone e di Filistione, fiorisce rapidamente; Anassagora da Clazomene, contemporaneo di Empedocle, porta in Atene l’insegnamento della filosofia, crea la teoria delle omoemerie e quella della mente ragio­natrice, nous, che regge l’universo, analoga all’anima dei vivi e sempre eguale a se stessa. Nel campo della medicina, il suo nome è celebre perché si ritiene che egli sia stato il primo a praticare le dissezioni anatomiche di animali e ad affermare la dipendenza di gran parte delle malattie dalla bile.

Dei più tardi filosofi provenienti da varie scuole, meritano di essere notati ancora Ippone di Reggio e Archelao ateniese, che continuarono l’elaborazione delle teorie di Anassagora, e Democrito, zoologo e ricercatore diligentissimo, che più particolarmente si occupò di studiare le cause delle malattie epidemiche.

Se noi consideriamo l’azione che, sull’evoluzione del pensiero medico, esercitarono le scuole filosofiche presocratiche, certo sotto la guida delle scuole mediche italiche, dovremo riconoscere questa influenza in due sensi: da un lato verso la costituzione della dottrina dei quattro elementi cardinali, ai quali corrispondono i quattro umori fondamentali, dottrina che domina quasi tutta la patologia; dall’altro, e questo è senza dubbio molto più importante, con l’introduzione nel campo della medicina dello studio della natura, del ragionamento filosofico, della ricerca delle causalità e delle finalità della vita degli esseri, ricerca appoggiata a continue osservazioni e a vasti studi speri­mentali. Cosi in queste scuole, alla cui fioritura diede tanto possente contributo l’Italia ove nacquero e vissero i più insigni dei loro maestri, troviamo i fondamenti essenziali della medicina ippocratica. …

Da Castiglioni A., Soria della Medicina, Mondadori, Milano, 1936, pg. 103-126.

 

 

 

 

 

 

1250 a.C. OMERO. Guerra di Troia.

Nella statistica di 31 ferite alla testa riportate nell’Iliade, secondo Froehlich, ci sono: 4 prodotte da pietre, 8 con la spada, 17 con la lancia e 2 con frecce, tutte con esito mortale. Una descrizione dell stupor post-traumatico si legge quando Ettore viene colpito da una lancia e l’elmo gli salva la vita, ma: “Qui cadde sui ginocchi, puntellando / contro il suol la gran falena, e tenebroso / su le pupille gli si stese un velo.” (Iliade XI, 349). Una lesione nervosa brachiale e del midollo spinale viene descritta quando Achille colpisce Deucalone: “Deucalone poi, nel punto ove i tendini uniti / sono del gomito, qui con la punta di bronzo trafisse, / traverso il braccio; e quegli col braccio restò penzolante, / la morte innanzi agli occhi vedendosi. Un colpo sul collo / l’altro vibrò, gli fece volare con l’elmo la testa: / fuori il midollo schizzò dalle vertebre; e il corpo disteso / a terra cadde …” (Iliade)

 

 

1200 a.C. ASCLEPIO. ESCULAPIO per i medici romani.

Nacque intorno al 1200 a.C. da parto cesareo (il primo descritto e che testomonia una pratica già in uso) con il quale Apollo Medicus, dopo aver ucciso Coronide (una delle Baccanti e madre infedele) le estrasse il bimbo di cui era incinta. Asclepio fu istruito alla medicina dal centauro Chirone vissuto intorno al 1270 a.C. (figura mitologica di uomini a cavallo provenienti nel III millennio dalle valli del Danubio). Ad Asclepio è attribuita la guarigione della sciatica sofferta da Demandro figlio di Kalabis da Gorthina che mentre dormiva (sonno indotto da droghe in cui il malato credeva di vedere il dio Asclepio che dava consigli o interveniva chirurgicamente) lo tagliò e lo risanò. Altra guarigione riguarda il mal di capo in cui il dio consigliò di usare anice con olio.

Da Sterpellone L., La medicina greca, Ed. Essebiemme.

L’allievo che più si distinse tra i discepoli del centauro Chirone fu Asclepio , l’Esculapio romano. Della sua nascita ne abbiamo già parlato altrove . Qui ci soffermeremo su quella parte della mitologia che riguarda espressamente le sue doti di guaritore e medico. E’ controversa l’etimologia del suo nome, quella che potrebbe apparire più veritiera è che derivi da Ex (capra) e Kelen (cane) per ricordare di quando fu trovato dal pastore Arestanate mentre la sua capra lo stava allattando e il cane del suo gregge faceva la guardia. Tra tutti i medici è quello più illustre. Quando gli storici parlando di coloro che professavano la medicina, usavano chiamarli figli o sacerdoti di Asclepio. La patria di questo eroe è incerta, si pensa che sia la Tessaglia. La fama della sua abilità nel curare le malattie divenne così grande che il popolo lo considerava figlio di un Dio. Ci furono molte dispute tra gli storici sul fatto che Asclepio possedesse anche l’abilità di chirurgo o si avvalesse solo dell’uso di incantesimi , formule magiche o di semplici ma efficaci rimedi a base di piante. Secondo Cicerone, Esculapio fu l’inventore dello specillo ed il primo a proporre un metodo di cura per sanare le ferite  …specillum invenisse, primus / iue vulnus obligavisse …

Per Pindaro, Asclepio non aveva nessuna abilità chirurgica, solo curava le ferite e le ulcere di origine esterna, nella gran parte di casi, ferite da lance e frecce e solo su queste era solito applicare i suoi rimedi, per altri , ricorreva con frequenza agli incantesimi alle formule magiche, inni e invocazioni agli Dei.

Altri storici riferiscono il contrario, Asclepio non solo conosceva le nozioni basilari di medicina ma che fu il fondatore della clinica e il primo a comprendere il beneficio dell’attività fisica per prevenire e curare le malattie. Galeno nelle sua opera De sanitate tuenda lib. 1, cap 8, conferma e avvalora questa tesi dicendo: …abbiamo curato molte persone che si ammalate sotto l’influsso delle passioni, distraendole e curando in primis lo spirito. Se questo metodo ha bisogno di un aiuto, colui che può sostenerci è Esculapio il Dio della nostra terra … Consigliava a tutti coloro che erano preda delle febbri divoranti dal fuoco della passione di leggere un poema, assistere ad una rappresentazione teatrale o ascoltare un canto melodioso. Prescriveva la caccia, la scherma, insegnando quali armi erano le più adatte alla natura del male e quali movimenti erano i migliori.

La statua di Esculapio ad Epidauro è fatta di oro e di avorio, ne è l’autore Trasimede di Arignoto Pario. Il Dio è rappresentato seduto su un trono con in mano un bastone sul quale c’é attorcigliato un serpente, ai suoi piedi giace un cane. Sulla base della statua sono state scolpite le imprese di eroi Argivi, quelle di Bellerofonte contro la Chimera e di Perseo che ha in mano la testa della Medusa. Nelle colonne del tempio ci sono incisi i nomi di coloro che furono guariti da Asclepio e il nome della malattia da cui erano afflitti. Come già visto altrove Igino lo considera l’inventore della clinica. Fu il primo che iniziò a recarsi a domicilio per visitare i malati costretti a letto. Asclepio acquistò tanta fama che la gente oltre a riconoscergli la suprema maestria nell’arte di curare gli attribuì perfino il potere di resuscitare i morti. Probabilmente fu questo il motivo della leggenda di Plutone che andò a lamentarsi con Giove per la scarsità di inquilini negli appartamenti sottostanti dove aveva il suo regno a causa dell’abilità di Asclepio di guarire la gente. Per questo come punizione fu da Giove ucciso con un fulmine. Dopo la sua morte, la popolazione che tanto lo amava lo elevò al rango delle divinità. Si rappresentava come un vecchio con un ricco manto sulle spalle mentre il petto rimaneva scoperto. Vicino aveva un gallo simbolo di vigilanza, un’aquila simbolo del giudizio di una lunga vita; una capra per denotare i sogni e le divinazioni o forse per ricordare l’evento mitologico della sua nascita, come il cane; un nibbio perché l’attributo necessario del medico è la vista intellettuale; una civetta per vedere attraverso l’oscurità delle malattie, mentre il bastone vuol significare che i medici, avevano bisogno di un appoggio per superare le difficoltà che sì incontravano nello studio e nella pratica della medicina. L’alloro simbolo sacro di Apollo. Di tutti i simboli il principale era il serpente. Il serpente nei tempi mitici ed eroici era considerato il simbolo della saggezza, per il suo potere di rinnovarsi ad ogni muta. Questo potere di rinnovarsi era anche visto come segno di lunga vita perché il serpente ad ogni cambio di pelle acquista un rinnovato vigore, probabilmente questo poteva essere inteso come la capacità della medicina di mantenere in ottima forma gli uomini.

[foto dell’Asklepion di Pergamo, Turchia]

Nei templi dedicati ad Asclepio, i serpenti non velenosi erano lasciati liberi di girare nel recinto del tempio. Erano considerati come la reincarnazione del Dio e come tale erano ammessi vicino all’altare dove potevano cibarsi della popana una sorta di torta offerta in sacrificio ad Asclepio. Le cerimonie e le pratiche religiose che si svolgevano all’interno dei suoi templi, erano dirette all’esaltazione dell’immaginario degli ammalati, in modo da contribuire all’autoguarigione favorita anche dal cambio di clima. La cerimonia terminava con l’immersione in bagno e l’unzione del corpo con oli profumati. Dopo la cerimonia, il malato si coricava sopra la pelle di un capretto sacrificato e ancora suggestionato dagli eventi a cui aveva partecipato, a volte sognava il Dio che proponeva un rimedio. Quando il malato guariva, in segno di gratitudine lasciava al tempio una cospicua offerta di denaro oppure cosa più comune faceva realizzare modelli in marmo rappresentanti la parte anatomica colpita dal male. A Roma fu trovata una targa di marmo , scritta in caratteri greci, dove c’era scritto: …L’oracolo di Esculapio, comandò a Caio che era afflitto da una forma di cecità , di recarsi presso l’altare sacro, inginocchiarsi e camminare da destra a sinistra, appoggiare le cinque dita sull’altare e passare la mano sugli occhi. Fece tutto questo e recuperò la vista alla presenza di tanta gente che celebrò il miracolo con grande giubilo,al tempo dell’Imperatore Antonino. … Secondo Apollodoro sembra che il culto tributato ad Asclepio sia iniziato 53 anni dopo la guerra di Troia. Secondo Pausania il primo tempio gli fu dedicato da Ercole ad Amiclea, in segno di gratitudine per averlo guarito da un dolore alla coscia. Il secondo fu eretto dallo scultore Alessannore figlio di Podalirio l’eroe di Troia a Titana. … Edificò in Titane il tempio di Asclepio dove si recavano coloro che speravano in una guarigione miracolosa … (Pausania libro II cap. 11)

Esculapio fu il capostipite di una gloriosa stirpe conosciuta con il nome di Asclepiadi. Si dedicarono esclusivamente al culto e alla scienza medica conservando gelosamente i segreti della professione. Per diciassette generazioni esercitarono la medicina nell’isola di Coo e ne diressero la scuola. In questa famiglia nacque Ippocrate, illustre discendente di Podalirio. E’ attribuito agli Asclepiadi un opuscolo di ventuno versi contenenti i precetti generali da seguire per mantenere la salute: … Contentati di un pasto per giorno. Fa che il tuo pasto sia semplice e parco. Lascia lei cibi e le bevande prima di essere sazio. Con moderata fatica esercita sempre il tuo corpo. Per dormire, coricati sul fianco destro. Che le tue fauci non patiscano arsione, che il tuo palato non sia amaro. La temperanza ti libererà dalla sete e dalle cattive digestioni he sono causa di quasi tutte le malattie …

Esculapio ebbe cinque figli. Igea e Panacea due delle tre figlie femmine, eccelsero nell’arte medica, tanto che Ippocrate le cita nel suo giuramento. Igea era rappresentata come una giovane donna dal corpo snello vestita da sacerdotessa con in mano una tazza piena di orzo un serpente era avvinghiato sul braccio. Igea era adorata specialmente come Dea protettrice della sanità pubblica. Ad Igea vennero dedicati molti templi, i più importanti furono quello di Egio nel quale si racconta di una sorgente di acqua minerale che sgorgava li vicino le cui acque avevano proprietà benefiche e rinvigorenti, nei pressi di questa fonte c’era la statua di Igea, quella di Esculapio e quella di Ilizia. l’altro tempio era a Ladone, luogo celebre anch’esso per la presenza di una fonte di acqua minerale. Panacea, era invece rappresentata come una giovane donna, e in suo onore si celebravano feste chiamate Panacee.A Panacea fu eretto un’ara nel tempio di Anfiarao. Macaone e Podalirio furono i due figli maschi di Esculapio che acquisirono con gli insegnamenti paterni il pieno dominio della professione medica. Omero parla di due giovani medici venuti a combattere a Troia al comando di trenta navi. …han capitani d’Esculapio i figli / della paterna medic’arte entrambi / Sperti assai, Podalirio e Macaone / Fan trenta navi di costor la schiera … (Omero.Iliade II-732).

Dei due, si pensa che Macaone fosse il fratello maggiore, e che alla morte del padre, prendesse il fratello minore Podalirio sotto la sua tutela, incaricandosi della sua istruzione e insegnandogli l’arte della medicina. Di diverso parere è Senofonte che li vuole entrambi allievi di Chirone, perché oltre all’arte medica, eccelsero anche nell’eloquenza e nell’arte militare. Omero, parlando di loro, in termini di valore nel campo di battaglia li cita sempre tra i grandi eroi. Nell’esercizio dell’arte medica, attribuisce a Macaone l’eccellenza, perché quando parla del ferimento di grandi eroi cita sempre Macaone come il medico che cura le loro ferite. Tra di loro regnava l’armonia, anche se furono rivali per l’amore di Elena. Usavano somministrare ai feriti, vino di Pramna, con miele, cipolla e farina. Questo rimedio che potrebbe strapparci un sorriso, nonostante l’empiricità, era un eccellente cicatrizzante , per le qualità fortemente tanniche quindi astringenti del vino rosso nonché per le proprietà lenitive del miele.

Macaone divenne abilissimo nel curare le ferite causate degli eventi militari, mentre Podalirio divenne il migliore nel campo della medicina generale, abilissimo nella diagnostica, fu il primo ad accorgersi della pazzia di Aiace, dall’aspetto dei suoi occhi, specchio della strana irrequietezza che agitava la sua anima. Macaone curò Menelao ferito da Pandaro , il suo metodo si riduceva nella cura della ferita e nell’applicazione di rimedi blandi. Curò Filoteste applicando sulla ferita il fiele dell’idra di Lernia; questo lascia immaginare che la medicina stava avanzando lentamente sulla via della conoscenza perché Ercole non era stato in grado di curare Chirone ferito da una freccia immersa nello stesso veleno. Ma dei due fratelli ne parla anche Sofocle nella tragedia Filottete …e della grave ferita non avrai posa / Mentre che il sol qua sorga e la tramonta / se spontaneo con noi d’Ilio non vieni / al campo e quivi dall’infausto morbo / dagli Asclepiadi sanato / …mediche mani e sanità redento…

Scritto da Miralba. http://www.demetra.org/index.php/i-miti-gli-eroi-e-le-leggende-del-passato/39-mitologiagreca/197-la-medicina-mitologica-greca-e-romana-prima-parte

Esculapio curava usando pratiche magiche, mezzi farmacologici e psicologici: invocava l’aiuto degli dei, usava per i disturbi psichici l’azione terapeutica della musica e del canto invitava i pazienti a moderare le loro passni, ritenute causa di malattia mentaÌe. Accorgendosi talvolta che certi individui che si rivolgevano a lui, «avevano il corpo riscaldato da violente passioni» o «un animo molto agitato», li invitava ad ascoltare poesie, musiche a vedere rappresentazioni teatrali a contenuto comico (Sprengel). Da Esculapio i disturbi psichici erano interpretati come reazione esagerata ad avvenimenti ambientali, e manifestazione formale di passioni esagerate non convenientemente scaricate, che alteravano secondariamente l’equilibrio omeostatico del corpo umano, lo «riscaldavano», termine questo indicante una eccessiva tensione somatica v1sile per i vari disturbi somato-vegetativi. Fu il pnmo a usare una psicoterapia indicata col tempo come «terapia morale», diffusa in tutta la medicina psicologica del mondo greco-romano e riesumata alla fine del XVIII secolo dagli psichiatri dell’Europa occidentale. Per tale indirizzo psicopatologico, che chiameremo morale-psicologico, l’alienazione mentale, «la perdita del lume della ragione», come scriverà Cicerone, è dovuta a «passioni violente ed esagerate». L’indirizzo di «terapia morale» sarà usato nel mondo antico da quasi tutti gli psichiatri: da Asclepiade, Celso, Sorano di Efeso, Celio Aureliano e Alessandro di Tralles.

Da Roccatagliata G., Storia della psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973.

 

 

 

X secolo a.C.   La Medicina degli Etruschi.

La medicina «nel mondo degli Etruschi» non può essere studiata a parte. Per quel minimo che ne sappiamo, essa presentò caratteri particolari che la differenziarono notevolmente da quella di altri antichi popoli italici. Tuttavia non le si possono disconoscere stretti rapporti con le medicine elleniche sia della Magna Grecia e della Sicilia, che della Grecia stessa; e forse anche con quelle dell’Asia Minore, dei secoli X-VIII a. C., quali la Babilonese, la Fenicia, la Ittita.
A ragione ricorrono, a tale proposito, le parole di Livio: «Tanta opibus Etruria erat, ut iam non terras solum, sed mare etiam, per totam Italiae longitudinem, ab Alpibus ad Fretum Siculum, fama nominis sui implesset» (Tanta era la potenza dell’Etruria che non solo per terra, ma anche per mare, per tutta la lunghezza d’Italia, dalle Alpi allo stretto di Sicilia, risuonava la fama del suo nome) (Tito Livio, Le storie, Lib. I, cap. 2, p. 13, Zanichelli ed., Bologna 1952).
È noto che, dai primi secoli della loro storia, per vicende terrestri e marinare, gli Etruschi furono a contatto, oltre che con i vicini popoli della penisola, anche con quelli del Bacino Mediterraneo; e si conosce pure che, mentre i primi apparivano meno progrediti in ogni attività della vita civile, gli altri, particolarmente per quanto riguarda il campo del pensiero, erano all’avanguardia fra tutte le genti del mondo allora conosciuto. Non è improbabile che tali relazioni, che si fecero sempre più strette, si da determinare, per la durata di alcuni secoli, una influenza politica, militare ed artistica di questo popolo in varie zone dell’Italia meridionale, si estendessero anche al campo della medicina. Questi fatti spiegherebbero, a parer nostro, i piu alti progressi compiuti dalla medicina etrusca, in confronto a quella primitiva ed empirica, della maggior parte di altri antichi popoli italici; progressi, confermati anche dall’elogio di essa, espressi da alcuni scrittori greci dell’epoca (Eschilo, VI secolo; Teofrasto, IV-III secolo a.C.) e da altri latini, dei secoli successivi (Diodoro Siculo e Marziano Cappella, IV-V secolo d.C.).

Fra il VI ed il V secolo a.C. la scuola medica di Crotone, considerata da Erodoto «la migliore del mondo allora conosciuta», con a capo Alcmeone (550-460 a.C.) dominava sulla Magna Grecia e sul Mediterraneo, e l’astro del grande Ippocrate (460-355 a. C.) stava
già sorgendo in Grecia. Questi due maestri avevano indirizzato i loro studi sulla base di un
alto fondamento scientifico: oltre la fisolofia, insegnavano l’anatomia e la fisiologia; avevano già chiarito il concetto di forma morbosa, della quale davano una definizione precisa; indicavano i mezzi per giungere ad una esatta diagnosi; suggerivano consigli terapeutici ben definiti.L’indirizzo clinico della medicina era adunque già stato applicato
quale primo criterio da questi pionieri, i quali si rifiutavano di accettare supinamente ciò che era frutto di empirismo e di magia. È possibile che medici etruschi, pervenuti nell’Ellade, e soprattutto nella Magna Grecia, assimilassero le nozioni insegnate dalle scuole che ivi fiorivano e le trasferissero nella terra di origine? Noi conosciamo che la scuola di Crotone in particolare era nel suo fulgore quando gli etruschi occupavano alcune zone della Campania (gli Etruschi passarono in Campania prima del 550 a.C., Solari).
E che solo dopo la sconfitta riportata a Cuma (474 a.C.), la discesa dei Sanniti e la caduta di Capua (423 a.C.), il loro dominio verrà ad estinguersi in questa parte d’Italia (Dionisio di Alicarnasso, Antichità R.omane. Lib. VII, cap. 5, 6 in: Jacoby, Dionysi Alicarnassensi anriquirarum romanorum quae supersunr. Lipsia, 1885-1905).
A conferma di ciò il Ducati asserisce: «esser fuori dubbio che, nella cultura del popolo etrusco, si trovino tracce di influssi orientali e greci, che tuttavia si differenziano da quelli che si fecero sentire in altre parti d’Italia» (P. Ducati, citato da Pazzini in Storia della Medicina, Vol. I, pag. 148, Società Editrice Libraria, Milano 1947).
Ci si potrebbe domandare se, con il volgere dei secoli, Roma derivasse, a sua volta, dagli Etruschi, le nozioni che riguardano l’arte medica. E la logica ci porterebbe a dare una risposta affermativa: come l’Urbe aveva preso a modello dall’Etruria i simboli della sovranità, i libri sacri, alcuni riti religiosi e gli ordinamenti militari; come essa inviava in quel paese nel IV secolo a.C. i giovani delle prime famiglie, «onde ne apprendessero la lingua e le lettere, il che accadrà poi anche per quelle greche» (Cicerone, Oratio ad Pisone,. c. 34), ugualmente sarebbe potuto accadere per quanto riguarda la medicina. Cosi, alla primitiva medicina romana, avrebbe fatto seguito la piu progredita medicina etrusca. Tanto piu che già verso la fine del IV secolo a. C. e all’inizio del III secolo a. C. le principali città dell’Etruria erano già sotto il dominio romano (Veio nel 396 a. C.; Caere nel 351 a. C.; Tarquinia nel 308 a. C.; Vulci nel 273 a. C.) e che verso la metà del III secolo a. C. l’intera Etruria era stata sottomessa (Tito Livio, Le storie, Lib. IX, cap. 36, pag. 225, I. c).
Ma se noi dobbiamo porre fede alle notizie pervenuteci, non sembra che ciò sia accaduto: la tradizione storica racconta che i primi medici venuti in Roma all’inizio del III secolo a. C., per professarvi l’arte, furono greci; e ci dice ancora che non si trattava di persone dotate di serie cognizioni, ma piuttosto di empirici, i quali non dettero, ed in particolare all’inizio, buona prova nel loro campo; tanto da essere successivamente riprovati da alcuni grandi romani (Catone, Cicerone, Plinio (Plinio il  Vecchio, Naturalis Historia, Lib. XXIX, cap. I, pag. 840, Bruciali ed., Venezia 1548).  A tale proposito va ricordata la vicenda del medico greco Arcagnato (Arcagnato, medico greco, giunse a Roma nel 219 a. C. Lo stato gli apri, a sue spese, una «medicarrina»; ma, dopo un cerro tempo, per la sua condotta, egli fu
soprannominato dal popolo «carnifex» o macellaio e fu espulso dalla città. La vera medicina ellenica, fondata su solide basi scientifiche, si affermerà in Roma solo verso la fine del II ed agli inizi del I secolo a. C. con la scuola di Asclepiade e dei suoi allievi (Temisone, Crisippo, Clodio, Musa). …

Gli Aruspici etruschi

Esiste qualche rapporto fra gli esami di visceri negli animali, fatti dagli aruspici etruschi, ed un loro serio studio anatomico? Questo appassionante problema, fonte di discussioni fra storici della medicina ed archeologi, non è ancora oggi risolto. … Originatasi nella Mesopotamia, la «mantica» [capacità «divinatrice» propria delle anime più elevate e superiore alla stessa facoltà razionale], si trasmise a tutto il bacino del Mediterraneo; furono i Greci a conoscere, per primi, i principi divinatori della aruspicina babilonese. E cosi, anche l’arte divinatoria etrusca, a sua volta, fondava la parte piu difficile ed originale sulla scienza della interpretazione dei visceri. Il titolo piu alto del sacerdote etrusco era quello di «haruspex»; e nonostante Cicerone definisse con il nome di «aruspicina» e di «disciplina haruspicum» tutta la dottrina etrusca, la denominazione di haruspex spetta solo a «colui che sa leggere nelle viscere degli animali».
Come potremo meglio precisare in seguito, le notizie sull’arte aruspicina degli etruschi derivano da quanto gli scrittori romani e greci hanno lasciato scritto nelle loro opere: poiché solo da esse è oggi possibile trarre qualche notizia, sia pure incompleta.
«Gli etruschi, siccome pieni di religiosità, piu accuratamente e piu spesso facevano sacrifici, si diedero anzitutto alla conoscenza delle viscere» (Cicerone, De Divinatione, I, 42). …

La chirurgia etrusca

Che esistesse presso gli etruschi, come presso tutti gli altri antichi popoli italici, un’arte chirurgica fino dagli inizi della loro storia, pur in mancanza di molte testimonianze concrete, l’intuizione ed il ragionamento portano ad ammetterlo.
Essa nacque, forse, per ragioni di guerra, e venne professata da uomini o da sacerdoti i quali, in determinate evenienze, avevano il compito di suturare una ferita, arrestare una emorragia, ridurre una lussazione, immobilizzare una frattura.

Accorgimenti chirurgici primitivi, quali abbiamo illustrato, trovarono certamente la loro applicazione anche nella vita civile di ogni giorno: e permasero invariati per un lungo periodo di tempo, fino a quando il popolo etrusco venne, come abbiamo detto, ad avere rapporti, dapprima economici, poi artistici e culturali con altre genti del bacino mediterraneo, nell’Italia meridionale in particolare, della Magna Grecia, della stessa Ellade, di Cartagine e dell’Egitto. Alcune modeste serie di strumenti, in verità, non molto assortiti, conservati nei principali musei della penisola, ed una figurazione, su uno specchio, sono quanto ci resta della chirurgia «nel mondo degli etruschi» .
Di tutte le raccolte di strumenti, presunti chirurgici, due sole probabilmente
provengono da ipogei del periodo etrusco-romano, siti presso Volterra e Chiusi; gli altri ritrovamenti avvennero in luoghi assai diversi; né di essi può darsi indicazione precisa dell’epoca cui appartennero.
La mancanza di tali notizie rende assai difficile un loro studio accurato.
Gli strumenti ritenuti di origine etrusca non si differenziano, per alcun particolare, da quelli usati dai greci, e, successivamente, dai romani. Ciò farebbe ritenere probabile che la loro fabbricazione fosse avvenuta prevalentemente in Grecia. …

[Risulta invece presente nell’armamentario dei “taglienti” la presenza di un “thumi”: coltello con lama a forma di semiluna con manico che si protende dalla lama alla metà del lato opposta al tagliente.

Come si può osservare lo stesso tipo di tagliente il “Thumi”è stato usato nelle tre civiltà:Egizia, Etrusca e Maya, come è imostrato dalle tre immagini riportate, ma solamente nella civiltà Maya ne viene chiaramente mostrato l’utilizzo “chirurgico”] (FG)

Odontoiatria etrusca.

Lo studio della odontotecnica etrusca è stato argomento di ricerche fino da tempi lontani, da parte di molti medici ed archeologi.

Le protesi rn uso presso gli Etruschi erano, rn particolare, di due tipi:
1) constavano di benderelle o anelli in oro, tra loro saldati, e adatti a sostenere i denti artificiali; questi ultimi erano racchiusi negli anelli, che, a guisa di cerchietto, li mantenevano fissi, mentre alle due estremità si trovavano, come appoggio, due denti sani. Gli stessi denti artificiali erano ancor piu strettamente mantenuti in sede da un perno,
che li attraversava alla base, in senso labio linguale ed era ribadito alle estremità. La lega aurea appariva quasi sempre foggiata a guisa di grossa lamina, ed assai robusta; la lavorazione rendeva il metallo assai levigato.
Secondo Guerrini questa protesi può considerarsi il prototipo del cosiddetto «ponte».
2) altro tipo di protesi era formata da strisce, o sottili lamine in oro, larghe 3 millimetri circa, che, poste alla base di ciascuno dei denti, passavano a spirale, dal lato vestibolare a quello linguale, si da collegarli l’un l’altro, e da fissare stabilmente quelli vacillanti (Van der Ghinst).
Tali lamine erano piu o meno lunghe a seconda dei denti che dovevano essere solidarizzati.
Questo materiale di protesi è stato trovato in ipogei etruschi, ed è ora raccolto in diversi musei italiani e stranieri (Museo Archeologico Etrusco di Firenze, Museo Nazionale di Tarquinia, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, Museo Universitario di Gand (Belgio),  Publk Museum di Liverpool (Gran Bretagna).

Piante medicinali in uso negli etruschi.

«Gli Etruschi sono assai esperti nella prep« Gli Etruschi sono assai esperti nella preparazione dei farmaci» cosi riferisce Teofrasto aver scritto un poeta greco del V secolo a. C., Eschilo, in una Elegia; e ancora Teofrasto (IV-III secolo a. C.) nella sua Historia Plantarum dice: «l’Etruria è feconda di piante medicinali»; ad esse si aggiungano ancora le testimonianze di Dioscoride (I secolo d. C.) e quelle di Plinio il Vecchio (I secolo
d. C.) a proposito degli Hirpi.
A noi sembra logico ritenere che una certa parte della medicina etrusca, forse una fra le piu importanti, fosse dedicata allo studio ed alla preparazione di bevande, decotti e pomate ottenuti mediante manipolazioni di particolari erbe.
Ma, nonostante negli ipogei etruschi siano talora figurate piante che vennero diligentemente studiate ed in gran parte identificate dai botanici, l’uso medicmale loro ci è quasi completamente ignoto. Dovremo ricorrere agli autori greci e romani dei secoli successivi per avere alcune notizie; notizie che, oltre ad essere imperfette e scarse, non permettono di giungere a sufficienti conoscenze m questo importante campo. …

Da Tabanelli M., La Medicina nel mondo degli Etruschi, Olschki, Firenze, 1963.

Cenni di anatomia, anatomia comparata e fisiologia
L’arte etrusca ci ha lasciato alcune riproduzioni di quadri patologici che evidenziano la grande capacità diagnostica tale da dimostrare l’ottima conoscenza anatomica del corpo umano e delle sue anomalie.
La successione anatomia-patologia e sintomatologia-terapia appare già documentata nei testi egiziani antichi come nei testi babilonesi. Per l’antico Egitto ci si rifà ai testi del papiro Ebers databile all’incirca al 1500 a.C., del papiro di Berlino n° 3038 e del papiro Smith, non molto distanti cronologicamente. Per la Mesopotamia sono a documento
i testi del regno di Assurbanipal (668-627 a.C.).
A queste culture si ispirano l’ellenica e l’etrusca. Quest’ultima poi dimostra di essere particolarmente incline all’anatomia e all’anatomia comparata oltre che per l’aspetto
medico per la preponderante importanza, nel suo ambiente, dell’aruspicina.
Le osservazioni di Plinio Secondo sull’argomento sono riferibili soprattutto alla dottrina etrusca che, come si è detto, non è da considerare autonoma, ma frutto di interazioni culturali in particolare orientali. Della documentazione pliniana si riportano qui solo quelli che erano considerati i due organi più importanti: il cuore ed il fegato.
Plinio Secondo, Naturalis historia 11, 181-r87.189-196. «In tutti gli animali il cuore è posto in mezzo al petto, fatta eccezione per l’uomo, in cui si trova sotto la mammella sinistra, di forma conica e la cui estremità sporge in avanti. I pesci sono gli unici in cui queste estremità è rivolta verso la bocca. Si tramanda che il cuore sia il primo organo a formarsi nell’embrione all’interno dell’utero; poi si forma il cervello e, più tardi di tutti, gli occhi:
ma questi muoiono per primi ed il cuore per ultimo».

Da Daversa ……

 

 

700-300 aC. Medicina in Azerbaijan.

Durante l’VIII-IV secolo aC, la medicina negli antichi stati di Mannai, Media, Atropatena e Albania caucasica (l’attuale Azerbaijan) fu influenzata dalla medicina assira e babilonese. La teoria medica era basata sulla concezione zoroastriana di quattro elementi sacri (fuoco, acqua, terra e aria).
La medicina greca divenne famosa durante l’Era dell’Ellenismo (dopo il IV secolo a.C.). · Dopo il IV secolo d.C, la medicina popolare turca (sciamanesimo, magia, erbe medicinali) iniziò a diffondersi. I guaritori venivano chiamati “Gam” o “Otachi”, le medicine venivano chiamate “Ota”. La dea Öleng era considerata una protettrice dei guaritori.

Da Farid Alakbarli. Important Dates in the History of Medicine in Azerbaijan. http://www.alakbarli.aamh.az/index.files/4.htm © “Elm”. History & Heritage Website.

 

 

654 a.C. Chirurgo di Abdera.

Una giovane donna di circa 20 anni si trovava ad Abdera con i coloni provenienti da Clazomene, cittadina sulla costa dell’Asia Minore, quando fu colpita in sede parietale destra da un corpo contundente (forse una una pietra lanciata con una fionda dai Traci che non volevano la colonia ionica) che le provocò una frattura affondata con i margini affossati sulla meninge. La giovane donna venne curata chirurgicamente per medicare la ferita cutanea e rimuovere i frammenti ossei  mediante la tecnica del raschiamento. Il cranio ritrovato ad Abdera presenta un solco di raschiamento di cm 67×20 ed una apertura ossea di15x9. La giovane donna sopravvisse al trauma e all’intervento per altri venti anni. (Agelarakis A.P., Archaeology, 2006, march/april, 26-29).

 

550 e 350 ca a.C. Due casi di Cranio Trapanati in tombe etrusche

Il primo caso trapanato nella necropoli di Osteria (Vulci)
[Il cranio etrusco] è stato trovato nella necropoli di Osteria (Vulci) in una cosiddetta “tomba a cassetta” scavata nel 1986 sotto la supervisione del Dr. A.M. Moretti, della Soprintendenza Archeologica del sud dell’Etruria. La tomba, precedentemente saccheggiata, può essere datata alla seconda metà del sesto secolo a.C. dai pochi beni tombali trovati, una tazza di bucchero, un oinochoe frammentato e resti di una lancia di ferro. Sdraiato su un letto funerario di una seconda camera della tomba, fu trovato lo scheletro di un individuo adulto.

Studio antropologico
Il cranio (figura 1) è quasi completo; la squama occipitale non è presente, eccetto per una piccola porzione vicino alle suture parietale destra e temporale, e mancano anche anche il processo zigomatico di entrambi i temporali e il condilo sinistro della mandibola.

Figura 1. Una lesione cranica sulla parte alta dell’osso parietale destro.

Il reperto è abbastanza ben preservato; il calvario e la mandibola hanno l’osso corticale eroso quasi su tutta la superficie. I denti mandibolari sono  completi, mentre al mascellare manca il terzo molare sinistro (perso intra vitam, come viene mostrato dal rimodellamento e dalla chiusura parziale dell’alveolo) e il canino sinistro (perdita post-mortem). I denti mostrano in alcuni casi (5 su 30) l’ipoplasia dello smalto. Il cranio appartiene a un individuo maschio con un’età alla morte che può essere calcolata tra 25 e 35 anni, da grado di dentatura presente (Brothwell, 1981), e circa 40 anni per l’obliterazione delle suture craniali (Meindl e Lovcjoy, 1985).

La Lesione
Sull’osso parietale destro, sopra l’ eminenza si può osservare una lesione o una perdita di sostanza: la sua forma è approssimativamente ellittica e il suo asse longitudinale è leggermente obliquo (da posteriore sinistra ad anteriore destra). Le dimensioni delle lcsions sono 10×8 mm. È circondata da un’area degradante di 23×21 mm (Fig. 2).

Figura 2. Particolare della trapanazione, una cavità cicatrizzata sul foro. La cavità è fatta con un bulino, o da una piccola curette [raschiatoio] con un movimento circolare. La cavità è omogenea e regolare sulla superficie. Questo suggerisce che buone medicazioni sono state fatte durante le medicazioni.

I bordi di questo foro sono lisci, non spigolosi e mostrano piccoli speroni ossei a causa della guarigione: il diploe è obliterata dai processi di cicatrizzazione, e la forma della apertura è resa irregolare dalla presenza di piccoli speroni di osso rigenerato che in parte chiude l’apertura. Radiologicamente si possono osservare i margini sclerotici (fig. 3).

Interpretazione
Dalle osservazioni fatte, la lesione è stata interpretata come una trapanazione cranica eseguita su un soggetto vivente (ci sono tracce di pravvivenza dopo l’evento traumatico). È stato probabilmente realizzato col metodo del raschiamento con uno strumento abrasivo con un movimento rotatorio sulla superficie che ha eroso [l’osso] fino alla formagione di un foro (Campillo, 1977). Questo potrebbe spiegare sia la forma ellittica del foro trapanazione che al presenza dell’area erosa attorno ad esso. La presenza di piccole spicole ossee che parziamente riempiono la lesione è particolarmente interessante: è il risultato della cicatrizzazione con uno sperone osseo creato durante l’intervento che non è stato rimosso durante la nostra analisi e risulta guarito in modo particolarmente bene. La trapanazione è stata seguita da un lungo periodo di sopravvivenza, probabilmente almeno un anno.

Secondo caso trapanato (cranio di Barucci)
Questo cranio, conservato assieme alla mandibla, è stato donato insieme al suo sarcofago alla Sopraintendenza Archeologica dell’Etruria Meridionale della famiglia Barucci, assieme ad altri reperti archeologici di grande valore. In un primo momentoquesto reperto è considerato non abbastanza importante come il sarcofago, fatto pietra peperina [pietra vulcanica], per cui è stato tenuto in custodia per decenni nel Museo Etrusco Nazionale di Tarquinia. Dalle caratteristiche stilistiche del sarcofago, si suppone che appartenga al IV secolo a.C. Non sappiamo esattamente il luogo d’origine, ma possiamo immaginare che potrebbe essere una sepoltura proveniente dall’antica necropoli etrusca di Monterozzi, vicino a Tarquia. La piccola città di Tarquinia si trova nel centro della costa Tirrenica dell’Italia e è stato un centro Etrusco di grande importanza commerciale fin dal Periodo Orientalizzante (800-600
AC) (Torelli, 1990; Pallottino, 1968).

Esame antropologico
Abbiamo solo il cranio e nessuna informazione aggiuntiva sulle ossa post-craniali (Figura 4). La condizione ossea del cranio, a parte che manca il frontale destro, il temporale e le ossa mastoidi, è abbastanza ben conservata. La superficie esocranica non presenta alcuna patologia porotica. La superficie endocranica mostra chiaramente i segni dei vasi meningei. Questo è un cranio brachiocefalo; il suo indice orizzontale è 77,48 (Olivier, 1960). L’aspetto geometrico del cranio è sfenoidale in accordo con Sergi. La superficie dell’osso frontale si estende fino a formare il tor0 orbitario assieme al processo mastoideo, il sesso del soggetto era maschile.
La superficie del  calvarium permette, visto posteriormente, una buona  visione della sutura sagittale e della sutura lambdoidea. Sulla destra della sutura lambdoidea  ci sono delle piccole ossa, mentre a sinistra c’è un osso asterion, considerato non frequente (Berry e Berry, 1967). L’età della morte è calcolata secondo lo stato di riassorbimento delle suture craniche, con una media tra 43 e 50 anni per la volta craniale e tra 35 e 49 per le suture laterale-anteriore (Meindl e Lovejoy, 1985). Tutti e due
il mascellare e la mandibola sono incompleti a causa della perdita post-morte. Nel mascellare ci sono cinque denti molari: 16- 17- 26-27- 28, con un grado di usura rispettivamente: 4 + -4 – 5 + -5-3 (Brothwell, 1981). Mentre la mandibola presenta quattro denti (45-46-36-38) con un grado di usura media: 5+, l’alveolo dentale vacante non mostra segni di infezione o infiammazione. Da queste osservazioni possiamo supporre una mortalità media tra 35 e 45 anni (Brothwell, 1981).

La Lesione
Una parte della sutura sagittale corre lungo la lesione. Ha una forma geometrica quasi esagonale sul lato destro dell’osso parentale alla vista latero-posteriore. La cavità si estende lungo la superficie dell’osso parietale per 2,7 cm nel diametro massimo, e per 2,3- 2,4 cm nel diametro minore (Fig. 4).

Figura 4. Vista della trapanazione nell’osso parietale destro.

I bordi del foro sono sostanzialmente arrotondati e mostrano una leggera introflessione all’interno. Gli angoli interni sono anche arrotondati. Anche gli angoli interni sono arrotondati. All’esame microscopico (28x) possiamo vedere una reazione ossea che protudente come  denti di sega sul bordo interno della lesione. Inoltre, osserviamo un obliquità di 2 mm
tra la superficie esocranica e quella endocranica. Questo suggerisce che vi è stata una reazione ossea. L’esame radiologico ritrae una moderata reazione ossea (figura 5 e 6).

Figura 5. Una vista posteriore. Il foro può esser stato fatto combinando una incisione con una tecnica Inca di taglio incrociato. Figura 6. La cavità trapanata.

Interpretazione
La lesione è vicina alla sutura, di aspetto geometrico, la reazione ossea al bordo e la valenza radiologica ci inducono a considerare questa lesione come una trapanazione cranica con un breve periodo di sopravvivenza (meno di un mese). L’aspetto geometrico della lesione ci porta a supporre che la trapanazione sia stata eseguita con la tecnica del campionamento.
Punti appropriati sono stati identificati per la perforazione e sono stati uniti con una incisione, con il risultato di poter estrarre il campione [di teca cranica], forse in combinazione con la tecnica dei tratti incrociati degli Inca. Questa è una ipotesi, ed è importante dimostrare l’intervento della mano umana.  È stato quindi confermato la definizione di trapanazione cranica  può essere usata solo se l’intervento chirurgico fa seguito ad un trauma o alla rimozione di frammenti ossei. …

Bibliografia
Alciati G, Fedeli M, Pesce Delfino V ( 1987): La malattia dalla Preistoria all’Età antichità. Bari, Laterza.
Baggieri G., Allegrezza L, Capasso L ( 1995): Un nuovo caso di trapanazione cranica. Volterra, Atti del XIX Convegno di Studi Etruschi ed Italici.
Baggieri G. (1997): Antichi pazicnti … in neurochirurgia. Archeologia Viva XVI: 76-79.
Baggieri G. (1999): Les objets votifs des Etruscques, Dossier Pour La Scicnce. Sci Amer, October 1999.
Berry A.C. e Berry R.J. ( 1967): Epigenetic variation in the human cranium. Journal of Anatomy.
Brothwell D.R. e Sandison A.T. ( 1967): Disease in Antiquity. Springfield, Illinois. Charles C. Thomas.
Brothwell D.R. (1981): Digging up Bones. Oxford, Oxford University Press.
Genna G. ( 1930-32): La trapanazione dcl cranio nei primitivi. Contributo alla sua conoscenza alla preistoria italiana. Riv. Antropol., 29: 139-159.
Germanà F. e Fomaciari G. (1992): Trapanazioni, craniotomie e traumi cranici in Italia. Collana di Studi Paletnologici dell’Università di Pisa, Giardini Editori e Stampatori in Pisa.
Lo Schiavo F. ( 1994): Bronzi Nuragici della I Età del Ferro a Pontecagnano. La Presenza Etrusca nella Campania meridionale, Firenze, Olschky.
Messeri P. ( 1962): Aspetti abnormi e patologici nel materiale scheletrico umano dello Scoglietto. Arch Antrop. Etnol., 92: 129-159.
Olivier G. (1960): Pratique Antropologique, Paris, Vigot.
Patrizi S., Radmilli A.M. e Mangili G. ( 1950): Sepoltura ad inumazione con cranio trapanato nella grotta Patrizi, Sasso-Furbara. Riv. Antropol. Roma, 41: 3-68.
Pallottino P. ( 1968): Etruscologia. Milano.
Torelli M. (1990): Storia degli Etruschi. Laterza.
Steinbock R.T. ( 1976): Paleopathological Diagnosis and interpretation. Springfield, Illinois, Thomas.
Ubelakcr D.H. ( 1984): Human Skeletal Remains. Washington, Smithsonian Institu1ion.

Da Baggieri G., di Giacomo M., New cases of Cranial Trepanation, in Arnott R., Finger S. Smith C.U.M., Trepanation History, Discovery, Theory, Swets&Zeitlinger, 2003.

 

 

Psicopatologia magica pre-ippocratica.

L’uomo primitivo, per quanto è possibile dedurre dallo studio dei dati forniti dal materiale antropologico, vive in uno stato di continua tensione psichica, di paura e di insicurezza. Si sente solo, perchè immerso in un mondo di avvenimenti e di forze che ritiene ostili: la malattia, l’evento morboso, assume un alto significato emozionale, così come la morte. La malattia non è per lui nè fisica nè psichica, ma uno stato globale, avvertito quale espressione di forze agenti ed estranee al suo corpo: la malattia è intuita come una emanazione di forze malefiche, demoniache e trascendenti (Frazer). Queste forze non sono facilmente dominabili: spesso la malattia significa per l’uomo che un ente grande
e invisibile ha verso di lui sentimenti negativi (Celso, Sprengel).
Per l’uomo primitivo la malattia fisica e quella psichica, come del resto i fenomeni naturali, sono causati da forze vitali diffuse in tutto l’universo. Tale concezione è detta animismo e i processi di pensiero che ne sono all’origine e ne derivano, sono chiamati prelogici o magici (Levy-Bruhl). Il corpo e l’anima in certe condizioni possono cadere preda di forze misteriose, oscure e perdere la loro precipua autonomia. Il sintomo mentale nasce da un potere ‘fascinatore’, da un ‘incantesimo’ dal significato oscuro e pauroso (Ippocrate). Per questo le malattie psichiche furono denominate anche affezioni da incantesimo e molti
deliranti, come attesta Ippocrate, chiamati ‘fanaticos‘, perchè creduti in balìa di una forza simile a quella che agita l’uomo che si muove condizionato da una forte credenza mistica e religiosa. Ancora Galeno nel II secolo d.C. nelle sue opere ha capitoli sulle ‘malattie da incantesimo’ e cosi i grandi medici del XVII secolo, il Sennert e il Fernel.
Erodoto ci informa, ad esempio, che presso gli Sciti si ‘divinavano’ le origini delle forme psicomorbose e i sacerdoti spesso riuscivano a precisare gli individui che avevano, con adatti ‘spergiuri’, provocato la malattia e che di conseguenza erano puniti. L’uomo primitivo ‘proietta’ all’esterno i propri stati d’animo, perchè non riesce a darsi una spiegazione esatta della maggior parte dei fenomeni naturali e psichici che avvengono attorno a lui e in lui (Singer, Sigerist, Zilboorg).
La mente dell’uomo primitivo teme il cambiamento, la instabilità e il non conosciuto e preferisce perciò popolare il mondo di forze concrete e personalizzate piuttosto che avvertire lo scacco emotivo che deriva dal sentimento di vuoto e di inabilità. Una delle prime conquiste della ‘mente razionale’, a dire del filosofo Crisippo, fu infatti proprio la ammissione dell’esistenza del non conosciuto e del ‘probabile’. …
All’origine del mondo umano l’uomo pone una ribellione ad una forza sovrumana, concretizzata in una figura ‘paterna’, in un Dio alle cui leggi l’uomo si è ribellato (Esiodo): la storia umana nasce dal primo atto ostile contro un volere divino. C’è un certo legame fra tale avvenimento mitico e il sentimento che la ‘follia’ è un male che nasce da una condanna dell’uomo ribelle da parte di un Dio irato. Presso tutti i popoli primitivi, Celti, Australiani, Americani, Greci, Romani etc. vi è una fondamentale unità di vedute su questo problema,
tanto da farci pensare che il pensiero magico corrisponda ad uno stadio essenziale
dello sviluppo della mente umana, al di fuori del tempo, dello spazio e
delle stesse condizioni storiche concrete (Smith, Parsons). …
L’interpretazione magico-animistica rappresenta la prima e fondamentale concezione psicopatologica in merito alla etiopatogenesi delle affezioni psicomorbose (Ippocrate). Per il pensiero primitivo il corpo e l’anima dell’uomo psichicamente alterato sono posseduti da forze demoniache entrate nell’uomo attraverso gli orifici naturali, soprattutto quelli orali: il ‘daemonion’, nella sua accezione di una forza misteriosa, in tal modo modifica l’anima dell’uomo, la rende sc4iava e ne scardina l’intima libertà.
In società tribali, dedite alla caccia e ad una agricoltura primitiva, nasce di conseguenza una classe di guaritori, di maghi e di sacerdoti, spesso impersonificati dallo stesso Re (Re-Sacerdote), che hanno il compito precipuo di guarire, difendere e liberare i sudditi dalle forze del male (Frazer).
Queste persone, spesso identificate storicamente con i semidei, gli eroi o personaggi di alto valore guerriero, sarebbero dotate di un grande potere carismatico per mezzo del quale possono vittoriosamente combattere il ‘daemonion’: si forma in tal modo una classe di medici-guaritori che per mezzo di rituali, è ritenuta capace d1 curare l’ossesso e il posseduto (Garrison, Sprengel).
Talismani, amuleti, parole esoteriche hanno lo scopo di prevenire l’indemonimento. In epoche più vicine a quelle storiche, in società guerriere, è il Re, l’Eroe che assume, presso le classi subalterne, per il suo coraggio, il ruolo di interlocutore col male e di guaritore: la sua forza può arrivare sino a piegare il volere del dio che ha mandato all’uomo il male, ovvero per via di esorcismi allontanare, se già si e instaurato, lo stato di malattia psichica. Il mago agisce da pacificatore presso le forze misteriose a cui si addebitano le malattie psichiche (Garrison, Zilboorg, Sprengel).
I dati storici e antropologici d’altronde ci informano che anche presso popoli acculturati, in epoche storiche, erano note le caratteristiche psicofarmacologiche di determinate sostanze vegetali quali l’alcool, l’atropina, la cannabis indica, il peytol, il succo di papavero e la sintomatologia psichica che esse acutamente provocavano; stati allucinatori, crepuscolari e deliranti. Riti magici ad alta carica emozionale erano ravvivati da maghi-stregoni sotto l’azi0ne di queste particolari sostanze, in preda ad una malattia mentale artificiale con sorprendente omogeneità presso tutti i popoli primitiv1 (Erodoto, Garrison).
Gruppi ristretti di persone, costituenti una casta sacerdotale, s1 tramandavano formule magiche, rituali, tipi di esorcismi e tecniche riguardanti l’uso di determinate droghe, monopolizzando così una determinata ‘professi0ne sanitaria’. …
È comprensibile pertanto come il profondo  stress emotivo che uomini psichicamente alterati (isterici, psicotici acuti, malincornc1), subivano davanti a sacerdoti ammantati da tanto divino potere, dovesse causare rievanti modificazioni neurovegetative, assai simili a quelle che oggi si ottengono con terapie di shock e/o farmacologiche, con tutte le immediate conseguenze terapetiche positive. …
Per una visione scientifica, come sosterrà Ippocrate, gli atteggiamenti emotivi non hanno alcun valore, ma sono le ricerche dirette all’indagine della vera natura dei fenomeni sostenute da una particolare arte (‘tecnica’) acquisibile attraverso la ‘razionalità’, che servono ad ordinare tutti quei dati che alla fine porteranno l’uomo alla scoperta di leggi determinate, ad es. l’etiologia, il decorso, la prognosi, l’esito di una determinata forma morbosa. … Scorrendo la letteratura aμtropologica ci rendiamo conto come nelle civiltà primitive i disturbi psichici si riscontrino con una certa frequenza e semeioticamente, per un esperto, assai simili a quelli presenti in soggetti psichicamente disturbati del nostro mondo moderno: ritroviamo stati di panico, atteggiamenti melancomci, deliri di vario tipo, depersonalizzazione acuta etc. Solo che i malati avvertono il processo morboso che avviene in loro, o per lo meno lo descrivono, con un linguagg10 e con forme che la società fornisce loro: ‘invasati’, ‘licantropi’, ‘posseduti’ e ‘indemoniati’ nascondono niente altro che pazienti psicotici. Lo psicotico è tale perché creduto preda di un potere ‘fascinatorio’ (fascmum), come testimoniano Ippocrate e Galeno. … Per l’animismo abbiamo visto che la malattia psichica è il risultato dell’effetto di una forza vitale, che modifica, entrando nel corpo del paziente, le sue funzioni mentali. Le pratiche mediche hanno lo scopo di ‘tirar fuori’ la forza che entrata nell’anima, la sconvolge. Antiche pratiche medico-chirurgiche di trapanazione del cranio avevano, appunto lo scopo, tramite il foro praticato
sulla teca cranica, di permettere l’uscita delle potenze demoniache dalla mente dell’uomo ammalato (Garrison, Singer, Sigerist). …

La cura infatti delle malattie fisiche e psichiche in questa medicina si fonda su presupposti fantastici, immaginari, emotivi: curare la malattia epilettica «con pietre trovate nelle interiora di giovani rondini» ovvero, «la rabbia con denti di cani rabbiosi» (Galeno). Questo modo di vedere la medicina e la terapia per Galeno e «incomprensibile alla ragione», giacchè la mente dell’uomo «tanto capisce quanto i sensi. la informano», mentre in questo tipo di medicina prevale un atteggiamento acritico e irrazi0nale. …

Alla fine della società preistorica, databile nel mondo occidentale tra il X e l’VIII secolo
a. C., la psicopatologia animistica entra in crisi, il suo prim1tivo sistema interpretativo
da certi gruppi intellettuali viene criticato, ripudiato e giudicato buono solo per menti irrazionali. In questo peri0do nasce un nuovo tipo di società, basato sui traffici sui commerci, sulla vita di citta e sullo sviluppo produttivo artigianale in contrasto con la precedente società, rigida guerriera e sacerdotale. Nasce la figura del pensatore ‘laico’, distaccato da ogni tradiz10ne, che non sia la diretta esperienza dell’uomo per mezzo della ‘ragione’. Fra evento naturale e individuo non si frappongono ora più schemi emozi0nali, a processi, sensopercettivi, cioè entità biologico-razionali. Filosofi naturalisti (fisi0loghoi) e filosofi moralisti ricercano le cause del processo morboso mentale in alterazioni biologiche  e/o in esagerazioni delle passioni. … In questo nuovo periodo nasce la figura del filosofo naturalista, sintetizzante capacità tecmche e interpretative in una visione fisicochimica della malattia mentale.

Attorno al V secolo a.C. nella società occidentale nasce la figura del medico clinico quale oggi noi conosciamo; egli si affermerà dopo aspre lotte con la medicina magica e con quella teorica-filosofica. Ancora nel XVIII e nel XIX secolo, per una legge dei ricorsi fasici, la psicopatologia dovrà combattere aspramente contro correnti filosofiche-psicologiche impersonate in Kant, Heinroth e Ideler, professanti idee simili a quelle espresse da Epicuro, Cicerone e da S. Tommaso. I loro avversari, Haller, Morgagni e Griesinger, propugnavano invece un indirizzo scientifico analogo a quello sostenuto nel mondo antico da Asclepiade, Erofilo, Celso e Galeno. …

I concetti animistici attorno al VII secolo a.C. si confondono in parte con una visione naturalistica ancora primitiva, nata dalla riflessione dell’uomo sui fenomeni oggettivi: è però pur sempre una forza, o un elemento, che concretizza e sintetizza tutto il resto globale dei fenomeni, come apprendiamo da Talete, da Anassimandro e da Anassimene.
Durante il VII secolo a.C. si passò dalla medicina animistica a quella naturalistica: in ambedue i casi era sempre un ente, prima ‘forza’ ora ‘elemento’ della natura (aria, terra, fuoco) che ‘spiegava’ una multiformità di fenomeni. In questo periodo si fece però un passo innanzi verso una spiegazione scientifica della malattia mentale. L’idea di anima non è più un concetto trascendente il corpo dell’uomo, ma è identificata con una forza psichica, col respiro, con funzioni fìsiologiche con certi organi che all’osservatore sembravano i più direttamente interessati al funzmnamento della vita emozionale come il cuore il fegato e il diaframma. L’anima non è più una entità spirituale, che può essere sottratta al corpo dell’uomo dall’azione di demoni, ma una tensione fisiologica, con la propria sede anatomica, posta in organi maggiormente modificati nelle loro funzioni da stati ‘passionali’ (diaframma) come ben scrivono Ippocrate e Celio Aureliano. …

Nel V secolo a.C. a Roma, accanto ad una medicina superstiziosa, magica e popolare, con propri templi, rituali e processioni invocatrici, esistevano quindi in nuce concezioni empiriche e cliniche, in certo qual modo intessute in una primitiva tassonomica. L’influenza dei primi fisiologi greci e delle scuole greco-italiche su tale indirizzo sembra preponderante (De Renzi). Esistéva un dio al quale veniva richiesta la guarigione di stati morbosi neurastenici, allora ritenuti a genesi divina: il dio si chiamava ‘Fessonia’.
È un periodo di transizione; infatti da un lato si ricercano spiegazioni fisiologiche alla malattia mentale, mentre da un altro si praticano e si crede in atteggiamenti magici.

Le pratiche animistiche non erano legate a determinati popoli: certe divinità, credute assai efficaci nelle guarigioni, diventavano note presso popoli distanti dalla terra ove queste erano nate. Sino al V secolo a.C. presso i romani era determinante l’influenza di divinità straniere, come dell’egizino Iside e del greèo Esculapio. I romani impararono dai popoli tusci, quei ‘carmina’ che sovente usavano per fugare i morbi più disparati. Imitando i popoli sabini Numa Pompilio creò un collegio ‘della sanità’ formato dai pontefici, dagli auguri e dagli aruspici. Furono scritti i famosi «libri sibillini» contenenti raccolte di presagi espressi con linguaggio misterioso ed esoterico, ritenuti utili per arginare epidemie
febbrili di tipo malarico (De Renzi, Diogene di Alicarnasso ). …

Da Roccatagliata G., Storia della psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973.

 

 

 

VI secolo a.C. – VI secolo d.C. La psichiatria antica greco-romana

Fra la medicina di Ippocrate e quella di Galeno, situate in un arco di tempo di circa sette secoli si compie, nasce, matura e decade, quel tipo di cultura, la greca, l’ellenistica e la romana, che posero le basi, filosofiche, scientifiche e metodologiche
della civiltà occidentale. La medicina magica preippocratica e quella bizantina postgalenica, sono i confini verso due tipi di civiltà e di psicopatologie completamente
diverse: mitico-magica la prima, religioso-demonologica la seconda.
La psicopatologia antica nasce dal pensiero filosofico naturalistico, ha una visione
biologica della malattia mentale, si fonda sull’esperienza clinica e su induzioni empiriche, rifiuta ogni dicotomia fra il somatico e lo psichico: l’uomo è visto come
una originale unità e la malattia mentale espressione di un processo patologico dismetabolico.
Tale visione razionale dell’uomo e della malattia mentale trasse le sue origini dalle speculazioni fisiologiche dei filosofi del VI e del V secolo a.C., trovò in Ippocrate
il clinico ed in Galeno il teorico e lo sperimentatore.
Un altro filone psichiatrico, quello etico-psicologico nasce con Socrate, si approfonda
con Filone e· Plotino, trova negli stoici, in Lucrezio, in Cicerone e nei Padri della Chiesa i iuoi sostenitori. Tra l’orientamento medico-biologico e quello filosofico-psicologico si ebbero contaminazioni, fusioni, lotte, discussioni: finchè la civiltà romana resse all’urto delle forze ostili la psicopatologia biologica tenne in mano la vittoria. La caduta dell’impero fece emergere quelle forze sociali, politiche, ideologiche, che risultarono portatrici di una visione psichiatrica moralistica, psicologica ad oltranza. ·
La psichiatria antica rivede la luce con la trattatistica dei secoli XVI e XVII e della prima metà del XVIII secolo: poi la critica, l’oblio, la fine. Tuttavia la rinascita della psichiatria a cavallo fra il XVIII ed il XIX secolo avviene con lo stesso metodo, terminologia, impostazione nosologica e etiopatogenetica che caratterizzarono la psicopatologia antica: uno studio filologico trova addirittura le stesse terminologie, in alcuni casi le identiche parole, nei trattati di Pinel, Esquirol, Morel, Guislain ed in quelli di Ippocrate, Galeno, Celio Aureliano. Come Cartesio ignorò la filosofia antica,cosl lo psichiatra del XIX secolo eluse la psicopatologia greco-romana. Nonostante ciò, spero che quest’opera lo dimostri, la psichiatria clinica antica non ha nulla da invidiare a quella moderna e l’averla trascurata è stato forse uno dei motivi della crisi attuale della medicina-psicologica invischiata in quegli stessi problemi, che acuiti, portarono alla decadenza scientifica dei secoli V e VI d.C. e all’inizio della civiltà medioevale.

Da Roccatagliata G., Storia della psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973.

 

 

 

VI-V secolo a.C. Cranial Trepanation from the Greek colony of Himera (Sicily)

A circular perforation (diameter 13.2 mm) is present on the right hemifrontal bone (Figure 4). The margins of the hole are located 42.5 mm from the right supraorbital margin, 32.5 mm from the metopic suture, 32 mm from the coronal suture and 46 mm from the fronto-sphenoidal suture. The lesion penetrates the bone nearly perpendicularly to its surface. On both the ecto- and endocranial surfaces its margins are sharp, except some very tiny detectable chippings. The morphology of the perforation, circular with constant radius and perpendicular to the bony table, is unmatched among European trepanated skulls.

Discussion. The hole in the right hemifrontal bone is clearly the result of a cranial peri-mortem trepanation. The observation of the outer and the inner compact bony layers, and of the intermediate diploe, and the sharp margins of the hole itself show that the patient did not survive the operation or the survival time was extremely short. This interpretation is confirmed by radiological analysis (Figure 5). Therefore we can not exclude that the trepanation has been performed post-mortem, for unknown reasons, but it would be unusual with respect to the principles and the practice of Greek medical science.

(Discovery of the First Hippocratic Cranial Trepanation from the Greek colony of Himera, Sicily (6th-5th century B.C.) di Fornaciari Gino)

 

 

 

VI secolo a.C. La Medicina Italica.

Ciò accadeva appunto quando i Crotoniesi avevan fama di esser i migliori medici dell’Ellade, seguiti dai Cirenei (trad. Metri). Erodoto, III 131. (Se il passo è veramente di Erodoto, può far meraviglia che lo storico – ionico – dimentichi la scuola di Cos; ma egli, come tanti altri pensatori della sua provenienza, era ormai integrato alla cultura italica. Potrebbe altrimenti trattarsi di un segno dell’origine relativamente recente della scuola di Cos.)

Da Vegetti M., Opere di Ippocrate, UTET, 1965.

 

 

VI-V secolo a.C. La Medicina e l’Anima.

All’incrocio di medicina e biologia, di biologia e antropologia, troviamo nella storia della medicina antica un ottimo punto di osservazione del rapporto tra medicina del corpo
e medicina dell’anima: le teorie sull’hegemonikonil principio egemonico (direttivo) ossia la ragione, è la parte più importante dell’ anima che genera e controlla le altre parti che sono i 5 sensi, il seme (o principio spermatico) e il linguaggio]. Intorno al VI secolo a. C., prendono forma e consistenza specifica nel mondo greco una serie di teorie sul «principio» del corpo e sulla sede dell’anima, le quali rappresentano una risposta a tutte quelle domande che senza essere di stretta pertinenza nella medicina, tutti i medici comunque si posero. … E possibile che l’anima venga intaccata dalle malattie del corpo, e le malattie dell’anima, le malattie «sacre» come l’epilessia ad esempio, non saranno piuttosto malattie del corpo? …

Nel mito e nella letteratura, in Omero soprattutto, circolavano già molto prima del VI secolo, alcune risposte su quale fosse la sede dell’anima. Talvolta era collocata nel diaframma, talvolta nel fegato, o nel cuore, nel sangue o nel cervello.
E possibile reperire la stessa serie di problemi nella medicina egizia, ebraica, assiro-babilonese. Ma nel mondo greco si verifica, nel VI secolo a. C., un fenomeno abbastanza
particolare, che rappresenta l’inizio di una lunga querelle, la quale si manterrà per molti secoli all’interno dei binari definiti dalla prima formulazione del problema: se il principio
delle facoltà vitali sia un solido o un fluido, un organo o un umore. La teoria encefalocentrica dice che è il cervello l’organo più importante del corpo. La teoria emocentrica, escogitata da Empedocle, sostiene invece che il pensiero e la vita dipendono dal sangue.
La teoria encefalocentrica si forma lentamente attraverso una serie di contributi differenziati. Dalle prime timide connessioni di sensi e cervello, di cervello e processi conoscitivi (Alcmeone e Anassagora), emerge con l’ippocratico Male sacro una pienezza di relazioni e di capacità esplicative che si estende dai fenomeni fisio-patologici a quelli della
psicologia degli organi di senso, ai processi affettivi e della conoscenza. Con Male sacro, che tenta di spiegare la causa dell’epilessia, la teoria encefalocentrica è in grado di interpretare tutta la vita psichica, nella sua normalità e nei suoi turbamenti. La medicina avoca così a sé anche il territorio delle malattie dell’anima, sulle quali la filosofia rivendicava pure qualche diritto: «La medicina infatti, secondo Democrito, è l’arte che cura le malattie del corpo, la filosofia quella che sottrae l’anima al dominio delle passioni» (Democrito, 68 DK 31). Con Male sacro, ed alcune opere ippocratiche come Natura dell’uomo, la teoria encefalocentrica consolida definitivamente i suoi capisaldi teorici, i suoi assiomi e corollari che rappresentano la fase ultima, per il VI secolo, di un lento accumulo di osservazioni e ipotesi tutte elaborate sul crinale che unisce e separa insieme fisiologia e patologia. D’ora in poi, sino alla sua nuova riformulazione in epoca alessandrina, questi saranno gli elementi chiave dell’encefalocentrismo: il cervello è anatomicamente connesso ai sensi, e dato che dalla sensazione parte una catena
ininterrotta che conduce, attraverso la memoria e l’esperienza, al sapere e alla conoscenza, è acquisito che il cervello sia anche il principio del processo gnoseologico. Il cervello produce il linguaggio, le passioni, gli affetti e persino le malattie. È l’origine dello sperma (teoria encefalo-mielogena del seme) e primum vivens, il primo organo cioè a formarsi
nell’embrione, ciò da cui ha origine una nuova vita.
Tutte, o quasi, le attribuzioni del cervello, sono trasferite al sangue nella teoria emocentrica. Secondo Empedocle il sangue è il fluido che riproduce nel corpo la perfezione del cosmo, perché possiede tutti i quattro elementi (aria, acqua, terra, fuoco), in una mescolanza ottimale. Dalla sua struttura dipendono il pensiero, il linguaggio, le capacità teniche, la salute, la malattia, il temperamento degli uomini. La teoria emocentrica semplifica laddove quella encefalocentrica lascia dei margini oscuri: infatti il problema fondamentale di ogni teoria sul «principio» è quello di spiegare la mediazione tra il centro, da cui partono i comandi, e la periferia. La teoria encefalocentrica, non disponendo ancora della nozione di sistema nervoso, scoperto piu tardi da parte degli scienziati alessandrini, incontrava notevole difficoltà in questo senso. Il sangue invece, fluido e mobile per sua natura, contenuto in una struttura già relativamente nota come quella dell’apparato vascolare, è in grado di insinuarsi in ogni parte del corpo, rappresenta in se stesso l’unità di centro e periferia. Anche per questa ragione la teoria di Empedocle ebbe una grande fortuna, soprattutto in futuro, quando Aristotele ne farà parte integrant: del cardiocentrismo. La teoria cardiocentrica, rappresentata nei testi ippocratici dall’opera anatomica intitolata Il cuore, riceve con Aristotele una profonda rielaborazione in un assetto teorico molto compatto, ma verrà presto rimessa in discussione nella scuola di Alessandria (III-II secolo a. C.), dove la scoperta del sistema nervoso ridà voce e nuovamente valorizza l’ipotesi encefalocentrica, mentre la ricerca anatomica sul
cuore mette in luce alcuni errori grossolani dell’osservazione aristotelica (i tre ventricoli del cuore). Ma benché la teoria encefalocentrica fosse stata completamente rifondata
sul piano anatomico (il cervello è il principio del sistema nervoso), non divenne però immediatamente la teoria egemone nell’orizzonte scientifico, almeno sino al II secolo d.C.
La fortuna del cardiocentrismo prosegul infatti indisturbata per molti secoli ancora: la teoria venne accolta come dottrina ufficiale nella biologia degli stoici, e solo la radicale
critica di Galeno fu in grado di accreditare l’encefalocentnsmo su di un piano più vasto.

Manuli P., Medicina e Antropologia nella tradizione antica, Loescher Editore, Torino, 1980.

 

 

VI secolo. Scuola Pitagorica.

Pitagora (580 a.C. e il 570 a.C. – 495 a.C. circa) è stato un filosofo greco antico. Fu matematico, taumaturgo, astronomo, scienziato, politico e fondatore a Crotone di una delle più importanti scuole di pensiero dell’umanità, che prese da lui stesso il suo nome: la Scuola pitagorica. … La figura storica di Pitagora, menzionato da scrittori suoi contemporanei o di poco posteriori come Senofane, Eraclito, Erodoto, sembra essere accertata[4] ma la sua fisionomia di filosofo risulta confusa poiché si mescola alla leggenda narrata nelle numerose Vite di Pitagora, composte nel periodo del tardo neoplatonismo e del neopitagorismo, nelle quali il filosofo viene presentato come figlio del dio Apollo. … Si giunse a considerarlo profeta, guaritore, mago e ad attribuirgli veri e propri miracoli[9]. Soprattutto in Giamblico e nei Neoplatonici viene costruita questa immagine soprannaturale del filosofo quale mito della religiosità pagana forse in opposizione al dilagante Cristianesimo e alla figura del Cristo. È quasi impossibile distinguere, nell’insieme di dottrine e frammenti a noi pervenuti, non solo ciò che appartiene al pensiero di Pitagora ma neppure, nonostante i tentativi di John Burnet di separare il pensiero del primo pitagorismo da quello successivo. Anche Aristotele, che possiamo considerare il primo storico della filosofia, nella difficoltà evidente di identificare la dottrina del maestro, parla genericamente de «i cosiddetti pitagorici».

Da Samo, Pitagora si trasferì nella Magna Grecia. A Crotone, all’incirca nel 530 a.C., fondò la Scuola pitagorica. Secondo Russell, il trasferimento di Pitagora si dovette a cause politiche in quanto il filosofo non approvava la tirannide di Policrate. … Sulla sua morte i resoconti dei biografi non coincidono: essendo scoppiata una rivolta dei democratici contro il partito aristocratico pitagorico, la casa dove si erano riuniti gli esponenti più importanti della setta fu incendiata. Si salvarono Archippo e Liside che si rifugiò a Tebe. Secondo una versione, Pitagora prima della sommossa si era ritirato a Metaponto, dove morì. Secondo altri invece casualmente era assente alla riunione nella casa incendiata e quindi riuscì a salvarsi fuggendo prima a Locri, quindi a Taranto e da lì a Metaponto dove morì.

Quasi sicuramente Pitagora non lasciò nulla di scritto e le opere Tre libri e Versi aurei vanno ascritte ad autori sconosciuti, che li redassero in epoca cristiana o di poco antecedente. Giamblico, fondatore di una scuola neoplatonica ad Apamea in Siria, attesta invece che i primi libri a contenuto pitagorico pubblicati erano opera di Filolao.

Da https://it.wikipedia.org/wiki/Pitagora

 

 

550 a.C. ca.  ALCMEONE di Crotone.

Alcmeone da Crotone visse intorno al 500 a. C., fu contemporaneo di Pitagora ma più giovane di lui. La tradizione afferma che egli sia stato il primo a praticare sezioni anato­miche e che a lui si debbano molte importanti scoperte in questo campo; certo egli fu un appassionato ricercatore che fece studi ed esperimenti sugli animali. Da lui deriva un concetto nel quale l’esperienza medica si congiunge felicemente al ragionamento filosofico: ed è il concetto dell’isonomia cioè del perfetto accordo di tutte le sostanze che compongono il corpo umano. Secondo questo concetto, salute vuol dire stato di perfetta armonia, la malattia non è che l’espressione di un perturbamento di questo accordo, la guarigione vuol dire il ritorno dell’accordo turbato, col ristabilire le giuste proporzioni nel dominio delle varie qualità. Da questo criterio derivano, come vedremo, i posteriori studi di Empedocle e su esso essenzialmente si fonda il principio di quella patologia umorale che fu per più di venti secoli la base di ogni concezione patologica.

Secondo Alcmeone non è nel cuore, come si era fino allora affermato, che si deve ricercare la sede delle sensazioni c il centro della vita intellettuale, ma nel cervello, ove il pensiero risiede, ove si raccolgono le sensazioni. Alcmeone per il primo studiò il decorso dei nervi ottici e riconobbe la necessità di tre fattori essenziali per la visione: la luce esterna, il fuoco interno dell’occhio, e, come mezzo di trasmissione, il liquido contenuto nelle membrane oculari. A questo grande fisiologo si devono altresi le prime indicazioni intorno alla circolazione, poiché egli distinse nel cadavere le vene, vuote di sangue, dalle arterie; a lui le prime ricerche intorno alle cause dei disturbi funzionali derivanti dalle lesioni del cervello, a lui infine la spiegazione intorno all’origine del sonno che egli pensa derivi da un deflusso del sangue dal cervello verso i vasi e con un fenomeno analogo egli spiega la morte. Ed è in Alcmeone che noi troviamo esposti i principi primi del concetto della disposizione individuale e dell’influsso che questa può avere sull’origine delle malattie. Poiché oppo­nendosi gli elementi due a due, come umido e secco, freddo c caldo, amaro e dolce, essendo, come abbiam detto, la malattia causata dal predominio di un elemento sull’altro, o di una su un’altra coppia di elementi, determinate circostanze, come l’irregolarità della nutrizione, o certe cause ester­ne, o il clima, o l’ambiente o la configurazione del paese nel quale vive il malato, possono indurre, secondo Alcmeone, un perturbamento nelle reciproche relazioni fra gli elementi e quindi essere causa di malattia.

Uno dei principi fondamentali della dottrina di Alcmeone è, come rilevarono il Diels e Poli­vieri, che la vita animale è un movimento ed è subordinata a un movimento del sangue il quale, seppur non sempre uniforme, è continuo; che le sensazioni e il pensiero sono subordinati al movi­mento, non visibile né avvertibile, del cervello, e che essendo il movimento fattore essenziale della vita, anche le malattie derivano da un movimento che perturba la normale armonia della vita.

La dottrina di Alcmeone si trova esposta nel Fedone di Platone. Nelle parole messe in bocca a Socrate morente, è affermato il concetto che «il cervello fornisce le sensazioni dell’udire, del vedere e dell’odorare, dalle quali poi nascono la memoria e il giudizio, e da queste sensazioni una volta posate nasce altresì la sapienza».

Da quanto abbiamo esposto risulta evidente come in quest’opera del medico crotoniate si ritrovino, nel loro germe, le dottrine fondamentali della scuola ippocratica e come, se a Pitagora quale capo di questa scuola si deve riconoscere il merito di averne posto le basi, — per quanto, come abbiamo detto, la sua figura sia in gran parte avvolta dal mistero e sia divenuta leggendaria anche per la parte, a torto od a ragione, a lui attribuita da quella possente associazione politica iniziatica, che prese il suo nome e che divenne predominante a Sibari, a Reggio, a Catania e ad Agrigento, — ad Alcmeone spetti il merito maggiore di essere stato nel campo della biologia e della medicina un magnifico innovatore che chiese sempre all’esperimento pratico il sussidio per provare la verità del suo ragionamento.

Da Castiglioni A., Storia della Medicina, Mondadori, Milano, 1936, pg. 121-122.

Alcmeone pone nel cervello la facoltà direttiva; con esso dunque percepiamo gli odori, poiché li attira mediante l’inspirazione. [ … ] Si avvertono gli odori con il naso, contemporaneamente all’inspirazione, conducendo il respiro al cervello. Con la lingua poi si distinguono i sapori: infatti essa, tiepida e molle, fonde i cibi con il calore; poi, grazie alla sua porosità e rilassatezza, li accoglie e li distribuisce. Ancora, gli occhi vedono
attraverso l’acqua che hanno attorno. Che contengano fuoco, è chiaro: se colpiti infatti mandano scintille. Si vede grazie a ciò che l’occhio ha di luminoso e di trasparente, quando la luce è riflessa, e tanto meglio quanto più essa è limpida. Tutti i sensi poi son connessi
in qualche modo al cervello: perciò anche sono menomati se esso è mosso o muta posizione; vi giungono infatti i canali, attraverso i quali si trasmettono le sensazioni.
Circa il tatto invece non ha detto né come né mediante quale organo si generi. Alcmeone dunque trattò tali questioni.
Alcmeone: nel ventre della madre si forma per prima la testa, nella quale è la facoltà direttiva.
Alcmeone: lo sperma è parte del cervello.
Anassagora [afferma che nell’embrione si forma per primo] il cervello da cui tutti i sensi derivano.
SOCRATE. Quand’ero giovane mi appassionai straordinariamente di quel sapere che chiamano «ricerca sulla natura»: mi pareva infatti splendido sapere le cause di ogni cosa, perché ciascuna si generi e perché perisca e perché sia. E spesso mutavo completamente il mio modo di vedere, indagando per prime questioni di tal genere: è forse quando il caldo e il freddo subiscono una sorta di putrefazione, che, come alcuni [Archelao] sostengono, si costituiscono gli esseri viventi?
Ed è il sangue l’organo del pensare [Empedocle] , oppure l’aria [Diogene di Apollonia] , oppure il fuoco [ Eraclito] ? O nulla di tutto ciò, ma è invece il cervello che ci offre le sensazioni dell’udire, del vedere, dell’odorare dalle quali deriverebbero memoria e opinione, e secondo questo processo quando l’opinione .abbia tratto stabilità dalla memoria, si costituirebbe la scienza? [Alcmeone; Anassagora].
(Alcmeone DK A 8, DK A.5, DK A 13 ~ Anassagora DK A 108; Platone, Pedone, 96a-b, m Opere dt Ippocrate, pp. 98-99, 121 , 107-8)

Da Manuli P., Medicina e Antropologia nella tradizione antica, Loescher Editore, Torino, 1980.

Alcmeone di Crotone fu discepolo di Pitagora [Diog. Laert. VIII 83). Fu medico e per primo  definì la differenza tra uomo e animali: l’uomo si distingue dagli altri animali perchè capisce, mentre gli animali percepiscono, ma non capiscono.  Gli odori li percepiamo col naso, conducendo al cervello l’aria mediante l’inspirazione. Distinguiamo i sapori con la lingua. Gli occhi vedono mediante l’umidità che li circonda. L’occhio contiene fuoco come è mostrato dal fatto che manda scintille quando è colpito [fosfeni?]. Tutte le percezioni giungono al cervello e lì si accordano [Theophr de sens. 25 sg. Dox 506]. Alcmeone dice che nel cervello è la guida; e che dunque odoriamo col cervello, che trae a sé gli odori mediante le inspirazioni [Aet. IV 18, 1 Dox 404]. Alcmeone crotoniate fu esperto in questioni fisiche e il primo che sezionò animali viventi. Dicono che ci sono due sentieri [nervi ottici] che partono dal cervello, dove è la principalissima sede percettiva dell’anima, e giungono alle cavità degli occhi ove è contenuto lo spirito naturale. Questi due sentieri, che hanno medesima radice e partono da un medesimo punto, procedono per un po’, nella parte più interna della fronte, appaiati, poi si separano in una specie di bivio [chiasma ottico], e giungono alle cavità degli occhi, dove  si protendono gli obliqui viottoli delle sopracciglia; e lì, curvandosi, dove le membrane accolgono l’umidità naturale, riempiono i globi protetti dalle palpebre. Che i sentieri per i quali passa la luce partono da una medesima sede, è dimostrato principalmente dal taglio; ma lo si arguisce anche da questo, che i due occhi si muovono insieme, e mai l’uno senza l’altro [Aet. IV 13, 12 Dox 404]. Perciò io dico che col cervello noi comprendiamo [cfr. Aristot. anal. post. B 19. 100a 3 sgg]. (I Presocratici, Laterza, 1969) 

DK A 3 (Aristotele). … Alcmeone giunse al fiore dell’età quando Pitagora era vecchio.

DK A 5 (Teofrasto). Fra coloro che non pensano che la sensazione avvenga mediante il simile è Alcmeone, che in primo luogo definisce la differenza fra l’uomo e gli animali. L’uomo, egli afferma infatti, differisce dagli altri «perché egli solo è cosciente, mentre gli altri sentono, ma non sono coscienti», poiché secondo lui altro è il pensare, altro il sentire, e non la stessa cosa come per Empedocle. Poi discute di ciascuna sensazione. Dice dunque che si ode con le orecchie, giacché in esse v’è un vuoto: questo risuona (del resto parliamo grazie a una cavità), e l’aria ripercuote il suono. Si avvertono gli odori con il naso, contemporaneamente all’inspirazione, conducendo il respiro al cervello. Con la lingua poi si distinguono i sapori: infatti essa, tiepida e molle, fonde i cibi con il calore; poi, grazie alla sua porosità e rilassatezza, li accoglie e li distribuisce. Ancora, gli occhi vedono attraverso l’acqua che hanno attorno. Che contengano fuoco, è chiaro: se colpiti infatti mandano scintille. Si vede grazie a ciò che l’occhio ha di luminoso e di trasparente, quando la luce è riflessa, e tanto meglio quanto più essa è limpida. Tutti i sensi poi son connessi in qualche modo al cervello: perciò anche sono menomati se esso è mosso o muta posizione; vi giungono infatti i canali, attraverso i quali si trasmettono le sensazioni. Circa il tatto invece non ha detto né come né mediante quale organo si generi. Alcmeone dunque trattò tali questioni.

DK A8 (Aezio). Alcmeone pone nel cervello la facoltà direttiva; con esso dunque percepiamo gli odori, poiché li attira mediante l’inspirazione.

DK A10 (Calcidio). Bisogna quindi illustrare la natura dell’occhio, intorno alla quale, fra i molti, anche Alcmeone di Crotone, esperto in scienza naturale e che osò per primo praticare la dissezione, e Callistene discepolo di Aristotele, ed Erofilo, posero in luce molte ed importanti osservazioni …

DK A13 (Aezio). Alcmeone: nel ventre della madre si forma per prima la testa, nella quale è la facoltà direttiva.

DK B1. Alcmeone Crotoniate figlio di Pirito questo disse a Brotino e Leone e Batillo: «delle cose invisibili, delle cose mortali gli dèi hanno immediata certezza, ma agli uomini tocca procedere per indizi».

DK B2. Gli uomini, dice Alcmeone, per ciò periscono, che non possono congiungere il principio con la fine.

DK B4 (Aezio). Alcmeone afferma che la garanzia della salute è l’armonia delle qualità, l’umido, il secco, il freddo, il caldo, l’amaro, il dolce e le altre; invece il predominio d’una sola di esse produce la malattia: è distruttivo infatti il predominio di ogni singola qualità. E la malattia si determina, quanto alla causa, per l’eccesso del caldo o del freddo; quanto all’occasione, per sovrabbondanza o scarsezza di cibo; quanto alla sede, nel sangue o nel midollo o nel cervello. A siffatte malattie se n’aggiungono poi altre derivanti da cause esterne, quali certe acque, la regione, gli sforzi, le violenze subite, o altre di tal genere. La salute invece è il temperamento proporzionato delle qualità.

DK 24A13 (Aezio). Alcmeone: lo sperma è parte del cervello.

(Vegetti M., Opere di Ippocrate, UTET, 1965)

La discussione sulla figura di Alcmeone, che può esser considerato il primo grande scienziato della natura. … Qui ci limitiamo a indicare i più immediati accostamenti all’opera ippocratica: per la distinzione fra intelligenza e sensazione, per la funzione del cervello come interprete delle sensazioni e organo dell’intelligenza, così come per i primi esperimenti di dissezione, si confronti il Male Sacro. Le grandi categorie di isonomia, monarchia e krasis orientano il pensiero ippocratico da Antica Medicina ad Arie Acque Luoghi, in quest’ultima, come in Regime nelle malattie acute e in Epidemie, sono ampie tracce dell’eziologia alcmeonica. Infine il metodo del tekmerion è un’idea-guida della scienza ippocratica; per la sua contrapposizione al mondo dell’inesperibile si veda Antica Medicina, I.

Da I Presocratici, Laterza, 1969.

 

 

VI secolo a.C. DEMOCEDE di Crotone.

Nato a Crotone nel VI secolo a.C., per contrasti con il padre andò a praticare l’attività medica con successo ad Egina e  ad Atene. Erodoto lo definì “il più abile chirurgo del VI secolo a.C.” Purtroppo di lui non si hanno notizie sulle sue tecniche di cura anche se molte sono le notizie dei suoi successi come medico alla corte di Dario re di Persia e di Policrate di Samo, dove conobbe Pitagora che convinse a seguirlo a Crotone.

Erodoto, libro III.

125. Policrate, senza tener conto di alcun consiglio, navigò da Orete, portandosi dietro molti compagni, fra cui uno di Crotone, Democede figlio di Callifonte, che era medico ed esercitava ottimamente la professione fra i suoi contemporanei.

129. Non molto tempo dopo, al re Dario, a caccia di fiere, capitò di slogarsi un piede balzando da cavallo; se lo slogò seriamente, perché l’astragalo gli si spostò dall’articolazione. Poiché egli soleva, anche prima, aver presso di sé i medici egiziani di miglior fama, si servi di essi, ma questi gli fecero ancor più male torcendogli e forzandogli il piede. Dario fu cosi preso da insonnia per sette giorni e sette notti, per via del male insistente; l’ottavo giorno dacché stava male, un tale che già in precedenza a Sardi aveva sentito parlare dell’abilità di Democede di Crotone ne avvisò Dario, il quale ordinò che glielo presentassero al più presto.

130. Dario gli si affidò ed egli con l’uso di cure elleniche, alternando lenitivi a trattamenti energici, gli fece riacquistare il sonno e in breve tempo gli ridiede la salute, quando ormai non sperava più di potere star ancora in piedi.

131. Questo Democede… se ne era andato ad Egina. Stabilitosi qui, in un anno superò gli altri medici, benché fosse senza mezzi e non avesse alcuno strumento di quelli necessari alla perfezione. Il secondo anno gli Egineti gli pagarono a spese pubbliche un talento, il terzo anno gli Ateniesi cento mine, il quarto Policrate due talenti. Così dunque egli era giunto a Samo, e da lui i medici di Crotone ebbero gran lustro (trad. G. Metri).

DK 19A2 (Suida). Democede, figlio di Callifonte divenuto in Cnido sacerdote di Asclepio, medico crotoniate… scrisse un libro di medicina.

(La storia di Democede, narrata da Erodoto, ci mostra almeno tre cose interessanti: la fortuna intemazionale dei grandi medici ellenici, l’antichità della chirurgia, il confronto vittorioso della medicina greca con quella egizia. La testimonianza di Suida dimostra invece l’inizio di una ‘corrente di ritorno’ degli scienziati italici – di origine ionica ed in questo caso cnidia – verso la madre patria, comprovata anche, come si vedrà, da una presenza di Acrone ad Atene. Ciò non è senza conseguenze per la stessa scuola di Cos.)

Da I Presocratici, Laterza, 1969.

 

 

496-428 a.C. ANASSAGORA di Clazomene.

DK A102 (Aristotele). Anassagora dice che l’uomo è il più intelligente degli animali grazie all’aver mani.

DK A108 (Censorino). Anassagora [afferma che nell’embrione si forma per primo] il cervello da cui tutti i sensi derivano.

Da I Presocratici, Laterza, 1969.

 

 

V secolo a.C. ACRONE di Agrigento.

Wellmann, 1 (Suida). Acrone, medico d’Agrigento, figlio di Senone, insegnò in Atene contemporaneamente ad Empedocle: è dunque più anziano di Ippocrate. Scrisse Sulla medicina in dialetto.

(Vegetti, 1965)

 

 

492-432 a.C. EMPEDOCLE di Agrigento.

Empedocle d’Agrigento, che visse nel V secolo a. C., da alcuni filosofi è considerato appartenente alla scuola pitagorica, da altri e specialmente dai più recenti, come il Ro­bin, è detto fondatore di una nuova scuola, benché abbia risentito l’influenza della scuola pitagorica quanto di quella eleatica. La figura di Empedocle è senza dubbio una delle più interessanti e più complesse di questo periodo: la fervente ammirazione dei suoi allievi e dei suoi seguaci ha circondato la sua persona di una leggenda, attribuendo al maestro agrigentino non solo l’invenzione della retorica ma anche facoltà addirit­tura soprannaturali. I biografi più antichi fanno della sua morte un’apoteosi. Delle sue opere delle quali le più importanti furono un poema Della natura dedicato al medico Pausania, un libro di prescrizioni dietetiche e un poema didascalico in sei­cento versi, ci sono rimasti soltanto alcuni frammenti che furono pubblicati dal Karsten (Amsterdam 1838). Essi documentano sicuramente una geniale visione delle leggi dell’universo. Egli considera il mondo composto di quattro elementi che chiama le radici di tutte le cose: il fuoco, l’acqua, l’etere e la terra. Essi sono le sostanze non generate e non corruttibili, i germi dai quali pro­viene tutto ciò che è stato, tutto ciò che è e tutto ciò che sarà; eguali tra loro e della medesima età, ciascuno d’essi possiede un carattere proprio e a volta a volta domina o viene dominato nell’evoluzione dei tempi. Il corpo umano, come tutti gli esseri animati, è composto di questi quattro ele­menti e la salute deriva dall’armonia di essi, come ogni perturbamento di questa armonia causa la malattia.

L’unione degli elementi che determina la generazione ed ogni altra forma di vita, la giusta mi­stura o la sproporzione fra loro, deriva da due principi, l’uno esteriore, la discordia, l’altro interiore, l’amicizia. Questo è il fondamento dinamico della fisiologia di Empedocle: con l’azione dell’amicizia, i vari elementi si uniscono e costituiscono un’unità, sotto l’azione dell’amicizia, i vari elementi siuniscono e costituiscono un’unità, sotto l’azione dell’odio l’unità stessa si disgiunge e origine ad altri elementi. Cosi le due forze motrici ed essenziali sono antagoniste nei tempi. Le cose vicine e simili, per analogia o per amicizia si attraggono attraverso i pori del corpo, le emanazioni delle cose esterne penetrano nell’organismo: l’aria penetra nei polmoni e nei pori e la respirazione, secondo Empedocle, avviene non soltanto attraverso i polmoni, ma anche attraverso la pelle. Il sangue è il portatore del calo­re animale, il cuore è il primo a formarsi nel feto. I fenomeni biologici sono spiegati conformemente a questa dottrina che fa di­pendere il giuoco di sostan­ze ben definite, dal dina­mismo delle forze motrici. Il principio fondamen­tale di Empedocle consi­ste, come osservò il Bo­drero, nel contrasto e nel­l’accordo delle varie parti della natura, nel dualismo quindi e nell’equilibrio. Nella sua dottrina si scor­gono i metodi delle filoso­fie che l’hanno preceduto e si trovano i germi di quel­le che lo seguiranno. Per questo egli è una figura insigne nella storia della filosofia greca, costruttore di un sistema filosofico fondato su una filosofia naturale. Egli diede per il primo una visione com­pleta, razionale e total­mente nuova, del mondo, immaginandolo oscillante fra due principi estremi, contenuto da essi e di essi contenente. …

Da Castiglioni A., Storia della Medicina, Mondadori, Milano 1936, pg. 124-125.

Il padre Metone era un benestante di Agrigento che contribuì all’allontanamento del tiranno Trasideo. Empedocle partecipò alla vita politica, ma, in seguito alla sconfitta dei democratici fu costretto ad esiliare nel Peloponneso. Gorgia fu uno dei suoi discepoli.

Plat. Phaed. 96 A-B [parla Socrate]. … se è il sangue ciò per cui noi pensiamo o l’aria o il fuoco, o se non è nessuna di queste ma il cervello, ecc.

Aët. v 22, 1 [Dox. 434]. Empedocle dice che le carni nascono dai quattro elementi egualmente mescolati, i nervi dal fuoco e dalla terra mescolati con il doppio di acqua, mentre le unghie nascono agli animali dai nervi, per quel tanto che si raffreddano all’aria, …

Theophr. de sens. 1.2 [Dox. 499 sgg.]. … Gli occhi non sono tutti costituiti in modo eguale, <ma gli uni da elementi in proporzione uguale>, altri invece da elementi in proporzione contraria, e in alcuni occhi il fuoco sta nel mezzo, in altri sta all’esterno; e questa è la ragione per cui alcuni esseri viventi vedono più acutamente alla luce del giorno, altri di notte. … L’udito si produce ad opera dei rumori interni: quando infatti <l’aria> è mossa dal suono, essa riecheggia dentro l’orecchio; l’orecchio infatti è, per così dire, un sonaglio che ripete i suoni in modo eguale e ad esso dà il nome di “germoglio carneo”: ripercuote l’aria mossa contro le pareti solide e produce la risonanza. L’odorato invece si riproduce con la respirazione: per questo hanno l’odorato più sviluppato proprio quegli esseri viventi nei quali più intenso è il movimento della respirazione: l’odore poi, emana soprattutto dai corpi sottili e leggeri. Riguardo a il gusto e il tatto egli non dà una definizione particolare per ciascuni, né come né perchè si producono: eccetto che, per ciò che hanno di genericamente comune, la sensazione risulta da un armonizzarsi ai pori. Si prova piacere di cose simili, o nelle parti o nelle mescolanza, e dolore delle cose contrarie. … gli occhi, la cui mescolanza degli elementi è asimmetrica, perdano la chiarezza della vista perchè i pori sono ostruiti dal fuoco ora dall’aria.

Aët. IV 16, 1 [Dox. 406]. Secondo Empedocle l’udito deriva dal battere dell’aria sulla cartilagine, che, egli dice, è attaccata all’interno dell’orecchio, sospesa e percorsa come un sonaglio.

Aët. IV 17, 2 [Dox. 407]. L’odore penetra insieme all’aria inspirata dal polmone; quando dunque l’inspirazione diventa greve, come accade, a coloro che sono raffreddati.

Aristot. de sens. 4. 441 a 3. Il gusto è una sorta di tatto; occorre quindi che quello dell’acqua abbia in se stesso le specie dei sapori, non avvertibili per la loro piccolezza, come dice Empedocle, che ecc.

Frammenti 84 [302-11 K., 316-24 St]. 1-11 Aristot. de sens. 2. 437 b 23. Empedocle sembra ritenere che la vista ci sia allorchè il fuoco esce dall’occhio, come si è già detto; dice infatti così: “come … sottile”. Talvolta dunque egli dice che partono dagli oggetti veduti.

97 [p. 42 K.]. Aristot. de part anim. A 1. p640 a 18. … la “colonna vertebrale” è fatta in tal modo perchè si è spezzata torcendosi.

Da I Presocratici, Laterza, 1969.

 

 

V secolo a.C. FILOLAO di Crotone.

Alla scuola di Alcmeone appartiene un altro medico insigne, Filolao da Crotone [470-390], che visse in­torno alla metà del secolo V. Dell’opera di Filolao si sono occupati recentemente due scrittori : il Franck in un libro pubblicato nel 1923 e il Howard di Zurìgo (1924). Secondo questi studi, Filolao è uno dei più importanti pitagorici pre-platonici, nel quale si trovano le origini fondamentali del platonismo. Secondo Filolao, che veramente è da considerarsi come caposcuola, vige una analogia assoluta fra il mondo e l’individuo: «come il primo ha il suo fuoco centrale, cosi il corpo umano ha il suo principio nel caldo: calore della semenza e dell’utero, origine di ogni vita. Il corpo attira a sé, per il desiderio che il calore sia temperato dal fresco, l’aria esterna, e la restituisce nella respirazione». Questo ricambio agisce sul sangue, sul flemma e sulla bile gialla e nera, e sono appunto le altera­zioni del ricambio di questi umori che generano le malattie. Cosi la vita normale è da considerarsi come un’armonia, un accordo di fattori contrari. Ecco la tesi che noi vediamo affermata dal tebano Simmia, che fu allievo di Filolao, nel Fedone di Platone. La tesi di Simmia è di evidente origine pitagorica; essa afferma che l’accordo nel microcosmo è determinato dall’anima; che il corpo è comparabile ad una lira e che le corde sono tese giustamente, in quanto che venga mantenuta la unità di tutti i correlativi; se la tensione cede, oppure essa diviene eccessiva l’accordo svanisce e ciò significa la morte dell’anima ancora prima che sia finita la distruzione del corpo.

Questa tesi ha, secondo Platone, l’approvazione di Echecrate che appartiene alla scuola di Filolao ed è posta in discussione con altre tesi citate nello stesso dialogo. Nel Timeo di Platone è esposta diffusamente la dottrina pitagorica, probabilmente secondo le idee “di Filolao. I concetti anatomici e fisiologici vi sono ancora assai vaghi: il fegato è considerato come lo specchio, nel quale si riflette il pensiero dell’anima intelligente che, secondo i casi, o lo conturba per mezzo dell’amarezza (travaso di bile) o lo rasserena per mezzo della dolcezza in modo da disporlo alla divinazione durante il sonno. Cosi secondo Platone il fegato ha un ufficio quasi morale, subordinato a quello dell’intelligenza. La milza è destinata a raccogliere in sé come spugna le impurità del fegato.

In quanto alle malattie «donde si formino può essere chiaro a chicchessia. Perocché essendo quattro le specie delle quali il corpo è compaginato, terra, fuoco, acqua ed aria, l’abbondanza o la scarsezza di queste cose contro natura o il cambiamento di luogo che avvenga dal loro proprio ad uno loro mal confacente, o ancora il ricevere che faccia uno in sé una qualità che sia di altra specie (poiché di ogni specie vi sono più qualità): queste e altre 0 producono turbamenti e malattie… C’è poi un’altra specie di malattie che bisogna considerare come aventi tre origini diverse: l’una dall’aria che si respira, l’altra dalla pituita, la terza dalla bile (Timeo, trad. di G. Fraccaroli, Torino 1906, cap. XXXIX e XI.)

Da Castiglioni A., Storia della Medicina, Mondadori, Milano 1936, pg. 124-125.

Medico e filosofo di Crotone, si rifugiò a Tebe in seguito alla persecuzione dei pitagorici da parte di Cilone. A Tebe fondò una sua scuola che divenne famosa. Nel libro Sulla Natura Filolao scrisse:  principi dell’animale dotato di ragione sono quattro: cervello, cuore, ombelico, vergogne. Il cervello è principio del pensiero, il cuore dell’anima e della percezione, l’ombelico del radicarsi e dello svilupparsi dell’embrione, le vergogne del getto del seme e della generazione. Il cervello [mostra] il principio dell’uomo, il cuore quello dell’animale, l’ombelico quello della pianta, le vergogne quello di tutte le cose. [Theol. Arithm. p.25, 17 de Falco]. (I Presocratici, Laterza, 1969)

DK B13. Quattro sono i princìpi dell’animale razionale, come dice anche Filolao nel libro Intorno alla natura, cervello, cuore, ombelico, membro: «la testa del pensiero, il cuore dell’anima e della sensazione, l’ombelico del radicarsi e crescere dell’embrione, il membro dello sperma e della eiaculazione e della generazione. Il cervello significa il principio dell’uomo, il cuore dell’animale, l’ombelico della pianta, il membro di tutte le cose: tutte infatti dallo sperma si generano e s’accrescono ».

Da I Presocratici, Laterza, 1969.

 

 

V secolo a.C. IPPONE di Reggio.

Ippone di Reggio è stato seguace di Talete e filosofo ateo.

Censorin. de d. nat. 5, 2. Ippone … ritiene che lo sperma scende dal midollo, e ciò è provato, secondo lui, dal fatto che, se si ammazzano i montoni dopo che hanno coperto le pecore, non si trova più in essi il midollo, in quanto ne sono del tutti privi.

Censorin. de d. nat. 6, 1. Ippone diche che per primo si forma il capo in cui è la parte principale dell’anima.

Da I Presocratici, Laterza, 1969.

DK 38A12 (Censorino). Ippone ritiene che il seme fluisca dal midollo e che ciò sia provato dal fatto che dopo la monta del bestiame, se si uccide qualche maschio, non è possibile trovarvi midollo, quasi fosse esaurito.

DK 24A13 (Censorino). Ma questa opinione alcuni la rifiutano, come Anassagora, Democrito ed Alcmeone Crotoniate: essi infatti replicano che dopo la monta delle greggi i maschi sono impoveriti non solo di midollo, ma anche di grasso e di molta carne. Un altro problema sul quale si divide l’opinione degli autori, è se il figlio nasca soltanto dal seme del padre, come scrissero Diogene, Ippone e gli Stoici, o se anche della madre, come parve ad Anassagora ed Alcmeone oltre che a Parmenide, Empedocle ed Epicuro. Sulla formazione del feto invece Alcmeone ammise di non sapere nulla di definito, ritenendo che nessuno possa osservare quale parte del bambino si formi per prima.

(Vegetti, 1965)

 

 

V secolo a.C. CLIDEMO.

Theophr. de sens. 38 [Dox. 510; tra Anassagora e Diogene]. Clidemo fu l’unico a dire cose appropriate riguardo la vista: sostenne infatti che noi abbiamo sensazioni mediante gli occhi perchè sono trasparenti; mediante le orecchie, perchè l’aria colpendole le muove; mediante le narici, perchè aspirano l’aria, che è mescolata appunto agli odori; mediante la lingua, infine, avvertiamo i sapori, il caldo e il freddo, perchè è porosa. Con ciò che rimane del corpo oltre questi organi non percepiamo alcuna sensazione, e di essi sono proprietà il caldo, l’umido e i loro contrari. Solo le orecchie, poi, per sé non giudicano nulla, ma si limitano a trasmettere all’intelletto, anche se non fa dell’intelletto il principio di tutte le cose, come Anassagora.

Da I Presocratici, Laterza, 1969.

 

 

V secolo a.C. DIOGENE di Apollonia.

Theophr. de dens. 39 agg [Dox 510]. Diogene, come il vivere e il pensare, così anche le sensazioni riporta l’aria. Parrebbe quindi che egli le spieghi mediante il simile (perchè non sarebbe possibile che le cose agissero o patissero se non derivassero tutte da un unico principio). Così la sensazione olfattiva mediante l’aria che circonda il cervello: quest’aria è compatta e commisurata all’odore: il cervello è molle, le sue vene sottilissime, e dove la disposizione dell’aria non è commisurata [agli odori] non si mescola ad essi, poichè, se ci fosse una disposizione commisurata alla mescolanza, è chiaro che avrebbe percezione. La sensazione uditiva, quando l’aria che sta nelle orecchie mossa da quella esterna penetra fino al cervello. La sensazione visiva, quando le immagini si presentano alla pupilla e questa mescolandosi con l’aria interna produce la sensazione. Ed eccone il segno: se si verifica un’infiammazione delle vene, [la pupilla] non si mescola più con l’aria interna e non vede più, nonostante la presenza dell’immagine. La sensazione gustativa mediante la lingua, perchè è molle e morbida. Quanto al tatto, egli non ha definito niente né come si genera né a quali organi appartiene. L’olfatto, egli dice, è acutissimo in quelli che hanno pochissima aria nella testa perchè allora la mescolanza è rapidissima, tanto più se l’odore viene trascinato attraverso un condotto piccolo e stretto – perchè così giudica più rapidamente: per questo alcuni animali sono dotati di odorato più sottile che gli uomini. Non dimeno, quando l’odore è commisurato all’aria in maniera conveniente alla mescolanza , l’uomo ha sensazioni vivacissime. Ascoltano nel modo più acuto coloro che hanno vene sottili [e che], come per l’odorato, così anche per l’udito hanno un condotto breve, sottile e retto e inoltra l’orecchio diritto e grande, perchè l’aria che è nelle orecchie messa in movimento muove l’aria interna. Se invece i condotti sono troppo grandi, quando l’aria è mossa, viene fuori un rimbombo e il suolo è inarticolato perché non si scontra con l’aria ferma. Vedono nel modo più acuto quanti hanno aria e vene sottili, come a proposito delle altre sensazioni, e quanti hanno l’occhio più luminoso. Meglio di tutti appare il colore opposto: perciò chi ha occhi neri vede di giorno e le cose lucenti, chi li ha di colore contrario di notte. E un segno che ad avere le sensazioni è l’aria interna, piccola parte di dio, è che spesso, quando abbiamo la mente ad altro, non vediamo né ascoltiamo. Piacere e dolore nascono in questo modo: quando molta aria si unisce al sangue ed essendo conveniente alla sua natura e penetrando in tutto il corpo l’alleggerisce, si ha piacere: quando invece è contraria alla natura del sangue e non si mescola, allora, condensandosi il sangue e diventando più debole e compresso, si ha dolore. Ugualmente per l’audacia, la salute e i suoi contrari. Adattissima a giudicare il piacere è la lingua, perchè è la parte più morbida e molle e tutte le vene  salgono ad essa: perciò in essa si scorgono moltissimi indizi di malattie e le denunciano i colori dei vari animali, perchè quanti e quali essi sono, vi appaiono tutti. Così dunque e per questo si produce la sensazione. Il pensare, come si è detto, avviene mediante l’aria pura e secca: infatti l’umidità ostacola la mente: per questo durante il sonno o negli stati di ubriachezza o di sazietà si pensa di meno. E la prova che l’umidità toglie la mente si ha in ciò, che gli altri animali sono inferiori all’uomo nell’intelligenza: essi infatti respirano l’aria che viene dalla terra e hanno un cibo più umido. Gli uccelli respirano sì aria pura, ma hanno una natura simile a quella dei pesci, perchè sono di carne dura e l’aria non può penetrare attraverso tutto il corpo ma si ferma all’addome.Vi contribuiscono in parte oltre il cibo anche la bocca e la lingua, perchè gli animali non possono stare insieme. Altrettanto prive di pensiere sono le piante perché non hanno cavità e non possono accogliere l’aria. Per questo stesso motivo anche i fanciulli non sono assennati: infatti hanno molta umidità, sicchè l’aria non può penetrare in tutto il corpo, ma è bloccata intorno al petto: per questo sono indolenti e dissennati. E poi soni irosi e del tutto instabili e mobilissimi per il fatto che molta aria è mossa da piccoli petti. E questo è anche il motivo dell’oblio: poichè l’aria non può passare attraverso tutto il corpo, non può raccogliersi.  Ed ecco il segno: chi si sforza di ricordare sente la difficoltà nel petto: quando poi ha ricordato l’aria si espande ed egli è liberato dal tormento [cfr. Aristoph. Thesm. 14 agg].

Aet. IV 16, 3 [Dox.406] Diogene dice che [si ha sensazione uditiva] quando l’aria che è nella testa è colpita e messa in movimento dalla voce.

Aët. IV 18, 2 [Dox.407] Diogene pensa che, siccome la lingua è morbida e molle e in essa si raccolgono le vene del corpo, i sapori si  spargono e vengono portati alla sensazione e cioè alla parte principale dell’anima, come da una spugna.

Da I Presocratici, Laterza, 1969.

 

 

460-370 a.C. DEMOCRITO di Abdera.

Nato ad Abdera nel 460 a.C. E’ stato allievo di Leucippo e sostenitore dell’atomismo. Di lui abbiamo nozioni importanti riferiti da altri autori.

[Galen.] def. med. 439 [XIX 449 Kühn]. Lo sperma, come dicono Platone [Tim. 91A] e Diocle [fr. 170 p. 196], è una secrezione del cervello e dalla spina dorsale: invece secondo Prassagora, Democrito ed anche Ippocrate, lo sperma deriva da tutto quanto il corpo, e Democrito lo afferma in questo modo: L’uomo proviene dall’uomo intero.

[Hippocr] 17, 15 [IX 356]. Sulla pazzia, egli disse [sott.scrivo: il sogg. è Democrito] … (16) E che scrivi intorno alla pazzia? Eche altro, rispose, se non quale sia la sua natura e come abbia origine negli uomini e in qual modo si possa calmarla? Così tutti questi animali che vedi, proseguì, per ciò appunto li vado sezionando, non per odio all’opera divina, ma per cercare la natura della bile e la posizione sua propria. So infatti che la causa della pazzia è per lo più la bile sovrabbondante.

[Hippocr] 17, 40 [IX 368]. Soltanto  nell’uomo la conoscenza, mercé la potenza della ragione, è pienamente limpida per quanto riguarda il presente ed è capace di prevedere il futuro.

[Hippocr] 23, 1-11 [IX 392]. ... Il cervello è posto a custodia della sommità del corpo, della quale gli è affidata la sicurezza: esso è contenuto entro membrane nervose. … Quanto agli occhi, la facoltà visiva, posta al sicuro entro molte tuniche e in uno stabile equilibrio di umidità, ha la sua sede nella cavità posta sotto la fronte. … Le due narici poi, che hanno la funzione di discernere gli odori, pongono un distacco alla vicinanza degli occhi. Le labbra, formando col loro molle contatto la chiusura della bocca, producono e regulano il senso e la esatta pronuncia delle parole. … Poi l’artefice di quest’opera [l’uomo] vi aperse le orecchie quali recipienti atti ad accogliere i discorsi. … La lingua, madre della favella, messaggera dell’animo, portinaia del gusto, è difesa dalle forti barriere dei denti. … [segue una dettagliata descrizione degli altri organi o strutture anatomiche] … Le gambe e le braccia e le estremità da esse dipendenti, avendo in sé raccolto il governo di ogni [azione da compiersi in] servigio [del corpo] compiono con prontezza i servigi comandati dai nervi.

Da I Presocratici, Laterza, 1969.

 

 

460-370 a.C. IPPOCRATE ovvero il Corpus a lui attribuito. Ipocrates; Hyppocrates; Hippocrates; Ypocrates; Hippocrates Cous; Hippocrate Coo; Hypocrates; Hipocrates.

Neuropsicobiologia Ippocratica

La psicologia, medica ‘laica’ nasce con Ippocrate, ma trova i fondamenti nell’originale ricerca filosofica dei ‘fisiologhoi’ del VII e del V secolo a.C., che con le riflessioni sul mondo naturale e sulla struttura organica dell’uomo, le ricerche sulla Physis, svilupparono le prime ipotesi psicologiche razionali. Il pensiero e la materia biologica non sono più giudicate entità opposte ed incompatibili, ma costituenti, anche se non omogenee, fondamentali dell’uomo e della sua ‘natura’. Nasce una originale biopsicologia basata su abbozzate acquisizioni fisiologiche e su presupposti organicistici, per i quali l’uomo è un essere formato da entità elementari che costituiscono in varie proporzioni, gli organi e
l’anima nelle sue diverse strutture (istintive, affettive e intellettive). Una forza biologica ‘sottile’ detta energia vitale, connette, cementa e unisce fra loro in un equilibrio teleologico, le diverse parti del corpo umano. …
Tuttavia accanto a questo tipo di ricerca naturalistica fiorisce, come abbiamo visto, un indirizzo morale-psicologico che crede di ritrovare nelle forti passioni umane e nei conflitti dell’anima (‘turbamenti’) l’origine delle malattie psichiche. Un altro tipo di medicina più antica la magico-sacerdotale nel VI secolo a.C., entra in una grave crisi: fioriscono la medicina filosofica e quella scientifica e gettano nell’oblìo quel tipo di approccio superstizieso che per millenni era stato alla base della psichiatria. Medicina magica, psicologia etica e biologica in questo periodo si influenzano a vicenda: tuttavia sembra non esista uno stretto rapporto di filiazione fra la medicina sacerdotale e quella scientifica,
come attesta la seguente iscrizione trovata ad Epidauro, che riporta un esempio di insanabile contrasto oggettivo fra i due indirizzi (Sprengel, Sigerist, Garrison):
«Eratocle di Trezene aveva un asceso purulento, stava per farsi cauterizzare dai medici; durante il sonno il Dio gli apparve e gli ordinò di non farsi cauterizzare, ma di andare a dormire al santuario di Epidauro … ». Il fenomeno ‘Ippocrate’ in questo periodo della storia greca può essere paragonato a quello precedente ‘omerico’: da un fondo storico ancora incerto e instabile si sviluppa il genio e nulla di molto valido sul piano clinico sembra precederlo, prepararlo e giustificarlo. L’acme dell’opera di Ippocrate cade verso
il 420 a.C. tempo in cui opera la scuola sofistica con Socrate, poco pnma di Platne e di Aristotele. Contemporanei di Ippocrate furono Simonide, Bacchilide, Pindaro, Eschilo, Sofocle ed Euripide. Ippocrate lavorò quando il genio di Tucidide, Senofonte ed Erodoto erano al culmine in un tempo in cm prosperavano le arti, la filosofia, l’architettura e la poesia: epoca della primavera ellenica, quando si comprese che l’uomo «era la cosa più mirabile della natura » (Sofocle).

La data di nascita di Ippocrate è incerta, ma può essere verosimilmente posta nel 460 a.C. Nacque nell’isola di Coo, da un sacerdote di Asclepio (un medico-sacerdote) di nome Eraclide; secondo la leggenda lo stesso Ippocrate fu anche sacerdote di Asclepio come il padre.
L’isola dove nacque, uno dei centri più antichi e conosciuti della medicina sacerdotale, assieme a quello di Cnido, dopo la sua morte divenne il nucleo culturale più noto per l’insegnamento della medicma clinica. …

Dalla lettura delle opere si ha l’impressione che Ippocrate sia influenzato non solo da cognizioni filosofiche naturalistiche, che tuttavia spesso criticò, ma anche da tradizioni popolari e religiose: le Praenotiones e i Prophetica, risultano infatti in alcune parti la quasi esatta trascrizione di formule mediche scritte sui muri dei templi di Esculapio. Difatti al tempo di Pericle, nonostante l’illuminismo filosofico, il popolo greco era ancora legato agli antichi riti, superstizioso e per certi aspetti ligio all’antica tradizione dei rituali magici. Ippocrate sembra essere stato accusato da seguaci fanatici della medicina sacerdotale
di avere bruciato il tempio di Asclepio al fine di impossessarsi dei libri medici. In gioventù conobbe l’astronomo Metone e il filosofo Gorgia e, come era uso al suo tempo, viaggiò molto: si recò in Russia, in Asia minore, in Tracia e nella Tessaglia facendo esperienze sulla varietà dei climi, delle razze e dei governi politici. Raffrontò in questi viaggi i diversi temperamenti umani e giunse alla meditata convinzione sull’importanza dell’habitat nei confronti dell’uomo. In base all’esperienza fatta nei viaggi, maturò la convinzione che l’uomo fosse una entità biologica in stretto rapporto omeostatico coll’ambiente naturale:
microcosmo e macrocosmo sono forme in relazione vicendevole. Le doti i caratteri fisici e psichici di un popolo, non sono qualche cosa di dato e di fisso: ma risultato di un processo dialettico di mutua influenza fra l’habitat e l’uomo. L’uomo non è una entità astratta; ma un essere che si forma sotto l’azione di molteplici forze concrete: sociali, naturali, climatiche, alimentari, etc. Ippocrate allorchè si riferisce all’uomo, intende un che di concreto, biologico, mai una categoria astratta e ideale, come poi fecero le scuole socratiche e i neoplatomci.
Tuttavia non bisogna vedere in Ippocrate e nella sua impostazione medica un improvviso salto qualitativo, perché molte conoscenze biologiche e psicologiche erano in quel tempo acquisite dalla medicina. Il contenuto delle sue teorie non si discosta molto da quelle dei filosofi naturalistici e la ‘natura’ dell’uomo, termine questo con il quale nel mondo antico si definiva la qualità (fisica e psichica) essenziale dell’uomo, è costituita per Ippocrate, sulla scia dei ‘fisiologhoi‘, da forme solide: organi e apparati, cervello, fegato etc. e da forze biologiche, vitali e umorali, che possiedono un tono che chiama ‘potere’, analogo alla ‘dynameis‘ di Aristotele. La malattia può essere causata da alterazioni degli organi parenchimali, come ad esempio certe forme di epilessia, ma nella maggior parte dei casi è dovuta a modificazioni patologiche (‘corruzione’) degli umori, come ad esempio la malinconia e la mania: queste sono forme psico-morbose a genesi umorale. Fu il primo medico a tenere conto delle molte caratteristiche semeiologiche della malattia: polso, temperatura cutanea, tipo di decubito, facies, colore della pelle, respiro, disturbi dell’alvo, presenza 0 meno di deliri, di allucinazi0ni, di insonnia, di fatti convulsivi etc. Vide che alcuni smtomi avevano un valore ‘patognomonico’ importante al fine di emettere una giusta: prognosi. Evidenziò nel decorso un insieme di fattori coagenti fra loro, di fasi temporali, ognuna con propie caratteristiche formali, un insieme di eventi temporali con denotazioni semeiotiche: il passaggio da un periodo all’altro è segnato da ‘crisi’ paarticolari, dove i fenomem psichici hanno un forte rilievo. La comparsa di deliri, forte
ed ostinata insonnia, crisi convulsive generalizzate o parziali, comparsa di disturbi della coscienza, sopore 0 coma sono fatti che indicano una cattiva prognosi. Tenne conto anche di fattori più propriamente costituzionali, in base ad una orignale biometria, divenuta di moda poi nei secoli XIX e XX; la malattia avrebbe un decorso diverso a seconda scrive «se il capo e piccolo o grande, il collo sottile o tozzo, lungo 0 corto, il ventre grande o piccolo, i fianchi grandi o sottili».

Fu il primo medico che isolò e studiò le manifestazioni psichiche a genesi organica, in corso di gravi malattie febbrili e in soggetti con acuti disturbi organici cerebrali, che chiamò ‘freniti’: notò, scoperta diventata poi fondamentale dopo l’applicazione della piretoterapia del XIX secolo, che casi di grave malattia mentale miglioravano se interveniva una malattia febbrile.
Studiò, comprese e difese il valore del sistema nervoso centrale nella genesi delle malattie  non solo neurologiche, ma anche psichiatriche; tuttavia non fondò una completa nosologia psichiatrica. Strutturò il proprio pensiero psichiatrico in base ad una visione neurobiologica della malattia organica e/o mentale, non lasciandosi andare a vaste speculazioni onnicomprensive.
Altro suo grande merito fu di avere tolto alla classe sacerdotale la cura di una malattia, l’epilessia, ritenuta a genesi màgica (da indemoniamento, da possessione) detta «morbo sacro» e averla portata nell’ambito della medicina scientifica, lottando contro «ciarlatani, purificatori, maghi e imbroglioni», che da secoli l’avevano ritenuta malattia sacra. …

Descrisse l’anatomia macroscopica dell’encefalo: «esso è doppio … lo divide nella zona mediana una sottile meninge: perciò il dolore non si avverte sempre nello stesso punto della testa, ma nell’una o nell’altra parte, talvolta poi nella testa intera. Vene si dirigono al cervello da ogni parte del corpo … due molto grosse … passano nel collo proprio sotto la pelle … poi presso l’orecchio si diramano … il ramo più grosso termina nel cervello, quelli più piccoli al naso ed alla bocca ed all’orecchio». …
Spinto dall’idea che l’epilessia avesse la sua origine in lesioni cerebrali organiche, studiò il cervello di animali che soffrivano di manifestazioni convulsive generalizzate e rilevò lesioni cerebrali malaciche (rammollimento cerebrale) in capre epilettiche: «un cervello umido, maleodorante e idropico».
L’anatomia, l’anatomia patologica e lo studio accurato della fisiologia sono per Ippocrate le basi del sapere medico, fondato sui fatti e su considerazioni razionali: non ha alcun valore una medicina astratta, come di colui che «si accinge a parlare di medicina fondando il proprio discorso su di un postulato … troppo esemplificando la causa originaria delle malattie .. . a tutte attribuendo la stessa causa … costoro sono palesemente in errore … il medico è tale perché è universalmente riconosciuto come un esperto».
Con queste basi medico-fisiologiche studiò la clinica dell’epilessia: la descrizione che fece dell’attacço epilettico generalizzato è magistrale; notò la repentina perdita di coscienza, la caduta a terra, le convulsioni tonico-cloniche, l’incontinenza rettale e vescicale, la morsicatura della lingua e l’obnubilamento post-accessuale della coscienza.
Separò dalla sindrome comiziale generalizzata, una forma convulsiva senza perdita di coscienza, caratterizzata da contrazioni parziali, lateralizzate (l’odierna epilessia jacksoniana), nella quale «le convulsioni si hanno soltanto da una parte del corpo». Descrisse attacchi epilettici parziali, oggi detti episodi comiziali somato-vegetativi [crisi temporali], che si manifestano con «palpitazioni di cuore e con difficoltà di respiro». Identificò crisi epilettiche ravvicinate, (male epilettico) come in quel paziente da lui curato che «aveva convulsioni assai ravvicinate, più durante il giorno che durante la notte». L’epilessia per Ippocrate è una sindrome compiessa, un insieme di forme diverse con varia etiopatogenesi, la cui caratteristica fondamentale è l’accessualità di sintomi neurologici, psichici e vegetativi, associati o no a perdita di coscienza.
Nella maggioranza dei casi l’epilessia è una malattia a genesi non conosciuta, ed inizia in giovane età: «essa interviene soprattutto in persone di giovane età nelle quali la guarigione avviene con il cambiamento di vita, di età e di abitazione»; anche malattie febbrili, tossiche, traumi cranici e somministrazione eccessiva di farmaci possono scatenare l’epilessia.
Nei bambini Ippocrate osservò fenomeni ‘convulsivi’ in rapporto con malattie febbrili, dentizione e stati tossici passeggeri e definì tali forme «accidenti epilettici», che distinse dalle vere epilessie e ne additò il decorso benigno e transitorio. Esplicativo il caso di un bambino affetto da malattia eruttiva febbrile; «il bambino di Timoteo ebbe a due mesi circa delle eruzioni cutanee … e comparvero degli accidenti epilettici per diversi giorni». Le vere forme comiziali non sintomatiche, «compaiono dopo i venticinque anni e finiscono generalmente con la vita».
L’eccessiva somministrazione di elleboro (veratrum album e nigrum) usato come terapia specifica contro la malinconia, «può causare in persone deboli, delle convulsioni». L’elleboro agendo come drastico purgante e causando una repentina disidratazione e ipotensione arteriosa, poteva infatti provocare attacchi sincopali da sofferenza cerebrale anossica e crisi epilettiformi. Descrisse crisi epilettiche, parziali e generalizzate in casi di emorragie cerebrali da apoplessia cerebrale e in individui con gravi traumi cranici. In questi casi, come in malati febbrili, l’attacco epilettico indica cattiva prognosi: «nei casi di trauma al capo le convulsioni prendono i più da entrambi i lati del corpo: se la testa ha ricevuto il colpo a sinistra le convulsioni prendono il lato destro del corpo e viceversa. Ma chi ha preso un grave colpo al cranio può anche essere colpito da apoplessia».
Isolò, per primo nella storia della psichiatria, disturbi psicotici insorgenti in soggetti con crisi epilettiche generalizzate (psicosi epilettiche): ne descrisse la smtomatologia con «incubi notturni attacchi di terrore e soprattutto deliri». Tali manifestazioni psicotiche epilettiche, con deliri acuti e cronici, crisi di angoscia, allucinazioni visive ed obnubilamento del sensorio, avevano fatto pensare per il passato che questa malattia fosse espressione di indemoniamento.
Sarebbe stata, per i greci, l’influenza di una dea lunare una antica divinità ctonia, Ecate, ritenuta demone notturno, che con poteri magici provocava la psicosi epilettica. La razionalità e il coraggio scientifico di Ippocrate servirono a dirimere per sempre questa vecchia credenza: «l’epilettico non è un indemoniato … egli non ha commesso azioni empie o delitti … il corpo dell’uomo non può essere contaminato dagli dei». Ippocrate nega esplicitamente, opponendosi alla medicina magica, che forze ‘fascinanti’ possano agire sull’uomo. e provocare malattie fisiche e psichiche; scacciò definitivamente dalla neuropsichiatria coloro, «che avevano bisogno di paludamenti per nascondere la loro ignoranza».

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973.

 

Ippocrate: il cervello e l’epilessia.

Ma di fatto responsabile di questo male è il cervello, come anche delle altre malattie più importanti: e in qual modo e per qual causa essa insorga, lo dirò chiaramente. Il cervello dell’uomo è doppio, come quello di tutti gli altri animali: lo spartisce infatti nella zona mediana una sottile meninge; perciò il dolore non si avverte sempre nello stesso punto della testa, ma nell’una o nell’altra parte, talvolta poi nella testa intera. E vene si dirigono al cervello da ogni parte del corpo, molte sottili, due però grosse, l’una dal fegato e l’altra dalla milza. [ … ] Quando la malattia si è prolungata nel tempo, non è più curabile: il cervello è corroso dal flegma e marcisce, la parte marcia diventa liquida, circonda
tutt’attorno il cervelo e lo bagna: ed è perciò che questi malati son colti più spesso e più facilmente dagli attacchi. Perciò la malattia si prolunga, ché il liquido circostante è rado a causa della sua abbondanza, e così è subito dominato e riscaldato dal sangue. [ … ] Quanti
sono ormai consueti al male, prevedono l’imminenza dell’attacco, e fuggono via dagli uomini, a casa se la loro casa è vicina, oppure nel luogo più deserto, dove pochissimi
possano vederli cadere, e subito celano il capo: e ciò fanno per vergogna del male, e non, come credono molti, per paura del divino.
I bambini invece le prime volte cadono laddove capita, giacché non vi sono avvezzi: ma quando più volte sono stati colpiti, appena ne hanno un presentimento fuggono dalle madri o da chi meglio conoscono, per paura e terrore del male, giacché non conoscono ancora la vergogna. [ … ]
Bisogna che gli uomini sappiano che da null’altro si formano i piaceri e la serenità e il riso e lo scherzo, se non dal cervello, e così i dolori, le pene, la tristezza e il pianto. E soprattutto grazie ad esso pensiamo e ragioniamo e vediamo ed udiamo, e giudichiamo sul brutto e sul bello, sul cattivo e sul buono, sul piacevole e sullo spiacevole, decidendo le scelte sulla base delle istituzioni, percependo le sensazioni su quella dell’utile, e quanto al piacevole e allo spiacevole giudicando secondo l’occasione, giacché non ci piacciono sempre le medesime cose.
Ed è a causa del cervello stesso se impazziamo, e deliriamo, e ci insorgono incubi e terrori (sia di notte sia di giorno), e insonnia e smarrimenti strani, ed apprensioni senza scopo, e incapacità di comprendere cose consuete, ed atti aberranti.
E tutto ciò soffriamo per via del cervello, quand’esso non sia sano, bensl divenga più caldo o più freddo o più umido o più secco di quanto la sua natura comporti, o subisca qualche altra affezione che gli sia innaturale e inconsueta. La pazzia consegue alla umidità: perché
quando è innaturalmente umido, di necessità il cervello si muove, e muovendosi esso né vista né udito possono restare saldi, bensì vedono e odono ora questo ora quello, e la lingua esprime ciò che in ogni momento vedono e sentono; ma per tutto il tempo che il cervello resta saldo, l ‘uomo è in possesso delle sue facoltà mentali.
La corruzione del cervello dipende dal flegma e dalla bile. [ … ] Il cervello del resto si riscalda anche quando il sangue vi affluisce copioso e ribolle. Esso percorre in quantità le vene sopra descritte, quando l’uomo si trovi a vedere un sogno pauroso e ne sia atterrito: al modo dunque che anche da svegli il viso arrossisce e gli occhi s’arrossano soprattutto quando si è spaventati e la mente medita di compiere qualche azione cattiva, così avviene
anche nel sonno. Quando poi l’uomo si desta e riprende coscienza e il sangue torna a ripartirsi nelle vene, tutto questo ha termine.
Per queste vie ritengo che il cervello svolga l’azione più importante nell’uomo: esso infatti è per noi l’interprete degli stimoli che provengono dall’aria, quando sia sano: l’attività mentale a sua volta è resa possibile dall’aria. Gli occhi dal canto loro e gli orecchi e la lingua e le mani e i piedi, quanto il cervello ha compreso, questo eseguono [v’è infatti nel corpo tutto tanta intelligenza, quanta aria esso contiene]. Il cervello è invero il veicolo alla coscienza; giacché quando l’uomo aspira il respiro, questo dapprima giunge al cervello, e così l’aria è diffusa nel resto del corpo, avendo però lasciato nel cervello la parte più attiva e quanto ha di più atto a favorire l’attività mentale e l’intelligenza: che se andasse dapprima nel corpo e soltanto dopo al cervello, nella carne e nelle vene disperderebbe la sua facoltà di attivare la mente, ed al cervello giungerebbe calda e non pura, bensì mescolata all’umore che proviene dalle carni e dal sangue, sicché non disporrebbe più di carica intellettiva. Perciò dico che il cervello è l’interprete della coscienza.
Il diaframma al contrario trae il proprio nome dal caso e dalla convenzione, non certo dalla realtà e dalla natura, ché davvero io non so quali poteri esso abbia riguardo al pensare e l’attività mentale; eccetto che, se l’uomo è sopraffatto da una gioia e da un dolore, esso sussulta e fa sobbalzare, perché è sottile ed è l’organo più esteso nel corpo, e non ha cavità nelle quali possa accogliere alcun accidente, positivo o negativo, bensì da entrambi è disturbato, a causa della debolezza della sua natura; poiché davvero non percepisce alcuna sensazione prima delle altre parti del corpo, ma falsamente gli è stato attribuito questo nome e questa funzione, al modo che quelle parti del cuore chiamate «orecchie» non hanno nulla a che fare con l’udito. Alcuni d’altro canto asseriscono anche che pensiamo col cuore, ed è esso a provare dolori e cure; ma non è così, bensì esso ha solo contrazioni come il diaframma e ancora di più, per queste ragioni: da tutto il corpo vene si dirigono ad esso, e raccogliendole esso ha modo di avvertire qualunque dolore o tensione si produca nell’uomo: ed è necessario che, quand’è afflitto, il corpo rabbrividisca e si tenda, e che lo stesso accada quand’è sopraffatto dalla gioia: son queste le sensazioni che avvertono soprattutto il cuore e il diaframma. Dell’attività mentale nessuno dei due partecipa, bensì di tutto quanto la concerne è responsabile il cervello: come dunque primo
fra tutte le parti del corpo esso avverte l’attività mentale dell’aria, così anche, se qualche violento mutamento si determina nell’aria a caμsa delle stagioni, il cervello diviene diverso da sé stesso.
Perciò ancora affermo che le malattie lo colpiscono nel modo più acuto e più grave e più mortale e più incomprensibile agli inesperti.
(Male sacro, 6, 15, 17, 18, 19, 20, in Opere di Ippocrate, pp.303, 310-16)

Da Manuli P., Medicina e Antropologia nella tradizione antica, Loescher Editore, Torino, 1980.

 

Scritti di Ippocrate

Si può rite­nere, non con certezza ma con un certo grado di probabilità, che Ippocrate sia nato a Cos verso il 460, Asclepiade per famiglia e per corporazione. Compì numerosi viaggi in Grecia e lungo le coste del Mediterraneo Orientale e del Mar Nero. Tenne in Atene corsi accademici di medicina, a pagamento. Morì in Tessaglia, forse presso Larissa, in età assai inoltrata (forse intorno al 370). Molti sono gli scritti attribuiti ad Ippocrate di Coo, ma essi ci rivelano le conoscenze mediche dei tempi e le cure attuate. Contemporaneo di Sofocle, Euripide, Socrate e Tucidide a Ippocrate sono attribuiti una sessantina di trattati riferibili al “secolo di Pericle”  il secolo dell’illuminismo greco. Nato a Cos Ippocrate ha seguito gli insegnamenti familiari del nonno, suo omonimo e di suo padre Heracreiade. I suoi biografi riferiscono due aneddoti: nel primo si dice che fu chiamato ad Abdera per guarire Democrito considerato pazzo perchè derideva tutti e nel secondo egli rifiutò le immense ricchezze propostegli da Artaserse I re di Persia per averlo come suo medico. Tra gli scritti a lui attribuiti è presente un trattato dal titolo Ferite della testa e Morbo sacro in cui ci sono precisi riferimenti al cervello.  Il cervello per i medici ippocratici è una parte del corpo umano cui viene attribuito la funzione dell’intelligenza. Anche al cuore, in altri trattati, è attribuita la stessa funzione. Per gli ippocratici i nervi ed i tendini sono chianati neura, le vene e le arterie phlebes.

Il Male Sacro

1. Circa il male cosiddetto sacro questa è la realtà. Per nulla – mi sembra – è più divino delle altre malattie o più sacro, ma ha struttura naturale e cause razionali: gli uomini tuttavia lo ritennero in qualche modo opera divina per inesperienza e stupore, giacché per nessun verso somiglia alle altre. E tale carattere divino viene confermato per la difficoltà che essi hanno a comprenderlo, mentre poi risulta negato per la facilità del metodo terapeutico col quale curano, poiché è con purificazioni e incantesimi che essi curano . Ma se per quanto ha di meraviglioso questo male è ritenuto divino, molte allora saranno le malattie sacre e non una soltanto, ché io ne mostrerò altre che non sono meno meravigliose né straordinarie, e che pure nessuno ritiene essere divine. Così le febbri – e quotidiane e terzane e quartane – per niente mi sembrano essere meno sacre e generate da un dio di questo morbo , eppure non incutono stupore; e ancora vedo uomini impazziti e in preda al delirio senza alcuna causa manifesta, che si abbandonano a vari gesti inconsulti; e so di molti che nel sonno gemono e urlano, questi si sentono soffocare, quelli perfino balzan dal letto e fuggono via finché siano destati, e poi tornano normali e assennati proprio come prima – ma ne restano pallidi e deboli -, e tutto ciò non una volta soltanto, ma spesso. E ancora vi sono casi numerosi e d’ogni genere, ma raccontare di ciascuno farebbe lungo il discorso.

2. In verità io ritengo che i primi a conferire un carattere sacro a questa malattia siano stati uomini quali ancor oggi ve ne sono, maghi e purificatori e ciarlatani e impostori, tutti che pretendono d’essere estremamente devoti e di veder più lontano. Costoro dunque presero il divino a riparo e pretesto della propria sprovvedutezza – giacché non sapevano con quale terapia potessero dar giovamento -, e affinché la propria totale ignoranza non fosse manifesta, asserirono che questo male era sacro. E raccontando appropriati discorsi stabilirono una cura rivolta alla propria stessa sicurezza; distribuivano purificazioni e incantesimi, ingiungevano di astenersi dai bagni e da molti cibi che non è opportuno i malati mangino: fra i pesci di mare, la triglia, il melanuro , il muggine, l’anguilla (che sono infatti assai pericolosi); fra le carni, quelle di capra e di cervo e di maiale e di cane (queste carni sono le più nocive all’intestino); fra gli uccelli il gallo, il piccione, l’ottarda e tutti quelli che son ritenuti più pesanti; fra i vegetali, la menta, l’aglio e la cipolla (perché cibi pungenti non giovano a un malato); e vietarono di portare abiti neri (giacché il nero è segno mortale), e di giacere su pelli di capra o di indossarle, e ancora di porre un piede su un piede o una mano su una mano (tutti questi infatti sono impedimenti) . Questo dunque hanno prescritto a causa dell’origine divina del male, quasi vedessero più a fondo, ed esponendo altri motivi, così che, quando il malato guarisca, loro sia la fama di destrezza, quando invece muoia, abbiano pronte e sicure discolpe, adducendo quasi causa razionale che non essi, ma gli dèi ne sono responsabili: e chi potrebbe ritenere essi responsabili, se non hanno fatto mangiare né bere alcun farmaco, né hanno ordinato dei bagni? Io invero suppongo che fra i Libi dell’interno nessuno goda buona salute, giacché dormono su pelli di capra e di carni di capra si nutrono, visto che non possiedono né coperte né indumenti né calzari che non siano caprini: e infatti non hanno altro bestiame che capre. Ammesso comunque che il mangiare e il somministrare queste cose generi il male e lo accresca, e il non mangiarle lo curi, non ne è più il dio la causa, né le purificazioni la cura, ma sono i cibi che giovano o nuocciono, e svanisce così l’azione del dio.

3. Così coloro che pongon mano a curare questa malattia in tale modo mi sembra proprio che non la considerino né sacra né divina: ove infatti venga rimossa da codeste purificazioni e da codesta terapia, che cosa mai impedisce che sia generata e rivolta contro gli uomini da artifizi di tal genere? sicché il divino non ne sarebbe affatto responsabile, ma alcunché di umano. Chi infatti operando purificazioni e magie sia in grado di stornare questo male, parimenti potrebbe richiamarlo escogitandone altre, e il divino da questo discorso sparisce. Raccontando e architettando cose di tal genere pretendono di vedere più a fondo, e ingannano gli uomini prescrivendo di mondarsi e purificarsi, mentre il loro discorso ricade continuamente sul divino e sul demonico. Al contrario, in verità io ritengo che i loro discorsi non hanno nulla a che fare con la devozione, come essi pensano, ma piuttosto con l’empietà, e significano che gli dèi non sono; e che la loro devozione e religiosità sono empietà e miscredenza, come io dimostrerò.

4. Se dunque asseriscono di sapere come trascinar giù la luna, far svanire il sole, causare e tempesta e bel tempo, e pioggia e siccità, rendere il mare invalicabile e sterile la terra, e ogni altra cosa di siffatto genere, sia che affermino coloro che vi si adoperano che ciò può avvenire per mezzo di riti, sia di qualche sapienza o pratica occulta, costoro, ne son certo, vivono nell’empietà e credono che gli dèi o non sono o non hanno potere alcuno [o non si astengono dalle azioni più estreme. Facendo tutto ciò, come potrebbero non incutere terrore agli dèi stessi?]. Che se un uomo con magiche arti e sacrifici trascinasse giù la luna e facesse svanire il sole e causasse tempesta e bel tempo, certo io più non crederei che qualcuno di questi fenomeni sia divino, bensì umano, giacché invero il potere degù dèi sarebbe vinto e fatto schiavo dalla sapienza di un uomo. Forse però le cose non stanno proprio così, ma uomini che han bisogno di campare escogitano molte fole dai colori sgargianti, a proposito di questa malattia come di tante altre cose, per ogni forma del male attribuendo la causa a un dio (infatti non le imputano a uno solo una volta per tutte, ma le ripartiscono fra molti). Così se il malato imita una capra o fa versi ferini o ha convulsioni dalla parte destra, ecco dicono che è responsabile la Madre degli dèi. Se lancia grida più acute e sonore, lo paragonano a un cavallo, ed accusano Poseidone. Se poi lascia passare le feci, come spesso accade a chi è vinto dal male, gl’impongono il soprannome di Enodia: se sono più frequenti e leggere, come quelle degli uccelli, allora è Apollo Nomio. Se ha schiuma alla bocca e sferra calci, Ares ne ha colpa. E quando di notte son presi da incubi e terrori e delirio e balzano sgomenti dal letto e fuggono fuori, dicono che si tratta di agguati di Ecate e di assalti degli eroi. Si valgono così di purificazioni e incantesimi, e compiono a parer mio un’azione quanto mai empia ed atea. Purificano infatti chi è posseduto dal male con sangue o in modo analogo, quasi recasse la macchia di un’infamia o di un delitto, o subisse un’umana malia, o avesse compiuto qualche fatto impuro, mentre bisognerebbe piuttosto comportarsi nel modo contrario, sacrificare e pregare per lui e implorare gli dèi conducendolo nei templi: ora però nulla fanno di tutto questo, ma semplicemente lo purificano. E delle offerte purifìcatorie alcune celano sotterra, altre gettano in mare, altre ancora recano sui monti, dove nessuno le tocchi o le calpesti: ma bisognerebbe portarle ai templi e offrirle al dio, se veramente il dio è causa del male. Certo io non credo che il corpo dell’uomo possa essere contaminato da un dio, il più corruttibile dal più sacro: ma se anche accade che esso sia contaminato o in qualche modo offeso da un agente esterno, da un dio sarà comunque purificato e santificato piuttosto che contaminato. È certo il divino che ci purifica e ci santifica e ci monda dai nostri gravissimi ed empi errori: e noi stessi tracciamo i confini dei templi e dei recinti degli dèi, perché nessuno li valichi che non sia puro, ed entrando ci aspergiamo, non già perché stiamo per contaminarci, bensì per mondarci, se già da prima rechiamo su di noi qualche macchia. Circa le purificazioni dunque tale è il mio avviso.

5. A me dunque questa malattia non pare affatto esser più divina delle altre, bensì ha una base naturale comune a tutte, e una causa razionale dalla quale ciascuna dipende: ed è curabile, per nulla meno delle altre, a meno che per il lungo tempo trascorso si sia rafforzata al punto da soverchiare i farmaci somministrati. Essa ha origine, come anche altre malattie, secondo l’eredità: se infatti da un flegmatico nasce un flegmatico, da un bilioso un bilioso, da un tisico un tisico, da uno splenetico uno splenetico, che cosa impedisce che, avendo il padre o la madre questa malattia, anche qualcuno dei figli ne sia colpito? giacché il seme proviene da tutte le parti del corpo, dalle sane sano, e dalle malate malato. E v’è un’altra grande prova che questa non è più divina delle altre malattie: insorge ai flegmatici per natura: ma non colpisce i biliosi: mentre se fosse più divina delle altre, in tutti egualmente dovrebbe prodursi questa malattia, senza distinguere tra biliosi e flegmatici.

6. Ma di fatto responsabile di questo male è il cervello, come anche delle altre malattie più importanti: e in qual modo e per qual causa essa insorga, lo dirò chiaramente. Il cervello dell’uomo è doppio, come quello di tutti gli altri animali: lo spartisce infatti nella zona mediana una sottile meninge; perciò il dolore non si avverte sempre nello stesso punto della testa, ma nell’una o nell’altra parte, talvolta poi nella testa intera. E vene si dirigono al cervello da ogni parte del corpo, molte sottili, due però grosse, l’una dal fegato e l’altra dalla milza. Quella che proviene dal fegato presenta questo assetto: da una parte essa si dirige verso il basso, attraverso il lato destro del corpo, sfiorando il rene e i muscoli lombari e addentrandosi nella coscia, per terminare al piede (si chiama ‘vena cava’); dall’altra parte si dirige verso l’alto attraverso la parte destra del diaframma e il polmone, poi si biforca verso il cuore e il braccio destro: il ramo restante continua a salire attraverso la clavicola nel lato destro del collo, giungendo proprio sotto la pelle, sì che diviene visibile: poi presso l’orecchio si occulta di nuovo e qui si dirama, e il ramo più spesso e più grande e più vasto termina al cervello, un altro all’orecchio destro, un altro, infine, alla narice. Questo è l’assetto delle vene che provengono dal fegato. Anche dalla milza poi si diparte una vena, nel lato sinistro sia verso l’alto sia verso il basso, al modo di quella epatica, ma più sottile e più fragile .

7. Mediante queste vene ci procuriamo anche la maggior parte del respiro: esse infatti assicurano il ricambio respiratorio del nostro corpo, poiché raccolgono in sé l’aria, la incanalano verso tutte le parti del corpo lungo i vasi minori, la raffreddano e alla fine la espellono . Non può infatti il respiro ristagnare, ma si muove in su e in giù: perché se ristesse in qualche luogo e vi fosse immobilizzato, quella stessa parte del corpo ne sarebbe paralizzata; e ve n’è una prova: quando un uomo, stando sdraiato o seduto, comprime i piccoli vasi al punto che il respiro non può attraversare la vena, subito lo prende il torpore. Quanto alle vene le cose stanno così.

8. Questa malattia insorge ai flegmatici, ma non ai biliosi. Essa comincia a svilupparsi fin nell’embrione quando è ancora nell’utero: anche il cervello, come le altre parti, si depura infatti e si accresce prima della nascita. Sa in tale processo di purificazione esso si depura bene e in misura opportuna, e il flusso non è né maggiore né minore del necessario, il nato ha allora una testa sanissim; se invece il flusso da tutto il cervello sarà eccessivo, ela deliquescenza forte, avrà crescendo una testa malata e piena di rumori, e non potrà sopportare né iul sole né il freddo; se il flusso proviene da un solo occhio o da un solo orecchio, o se una vena si contrae, quella parte ne risulta danneggiata, nella misura in cui si è verificata la deliquescenza. Se poi la purificazione non avviene, ma i liquidi si addensano nel cervello, allora necessariamente il nato sarà flegmatico. E a chi da fanciullo si aprono piaghe sulla testa e sulle orecchie e sulla pelle, e si formano saliva e muco copiosi, tutto ciò permette di stare assai bene con l’avanzare dell’età: in tal modo difatti esce e si depura il flegma, che avrebbe dovuto spurgarsi per lo più colti dall’epilessia. Quelli invece che non subiscono purificazione, non potendosi né piaghe né muco nè saliva , e non essendo neppure avvenuta la purificazione nell’utero, per essi c’è pericolo di venir colti da questo male.

9. Se il flusso dirige il suo corso verso il cuore, palpitazioni ed asma colgono il malato, e il petto ne è squassato, alcuni anche divengono gobbi: giacché quando il flegma freddo scende verso i polmoni e il cuore, il sangue si raggela: e le vene raffreddate a forza battono contro il polmone e il cuore, e il cuore palpita, sicché in tal modo necessariamente conseguono asma e ortopnea. Non può infatti il malato respirare quanto gli occorre finché il flusso del flegma non sia stato dominato e, adeguatamente riscaldato, distribuito nelle vene: allora cessano palpitazioni e asma, ma cessano in proporzione alla quantità del flusso: se cioè era fluito copioso, lentamente, se scarso, rapidamente. E se i flussi sono frequenti, gli attacchi divengono frequenti. Questo dunque sopporta il malato, se il flusso va al cuore e ai polmoni; se invece all’intestino, lo coglie la diarrea.

10. Qualora invece queste vie gli siano impedite, il flusso si rivolge verso quelle vene che ho già descritte, e il malato diventa allora afono, si sente soffocare, ed ha la bava alla bocca, e digrigna i denti, e le mani gli si contraggono, ha gli occhi stravolti, è tutto fuor di sé; ad alcuni sfuggono anche le feci. [Ciò capita a volte a sinistra, a volte a destra, a volte da entrambi i lati]. Come poi ognuno di questi attacchi si manifesti, io dirò. L’afonia insorge quando il flegma, disceso d’un tratto nelle vene, chiude il passo all’aria e non permette che essa giunga al cervello né alle vene cave né all’apparato digerente, ed impedisce così la respirazione: perché quando si aspira aria attraverso la bocca e le narici, in primo luogo essa giunge al cervello, poi la maggior parte va all’intestino, e il resto si divide fra i polmoni e le vene. Di qui poi è distribuita alle altre regioni mediante le vene: quanta ne giunge all’intestino, raffredda l’intestino stesso, e non giova a null’altro; ma l’aria che giunge ai polmoni e alle vene è preziosa quando entra nell’addome e nel cervello, perché in tal modo procura l’attività mentale e il movimento delle membra, sicché, quando il flegma inibisce alle vene l’accoglimento dell’aria, il malato è reso afono e incosciente . Le mani poi restano paralizzate e si contraggono, poiché il sangue ristagna e non è distribuito come suole. E gli occhi si stravolgono, essendo i vasi minori, privati dell’aria, in forte pulsazione. La schiuma dal canto suo sale alla bocca dai polmoni: giacché quando il respiro non vi giunge, essi schiumano e ribollono come in punto di morte. Le feci fuoriescono quando il malato è sopraffatto e soffocato: ed è soffocato allorché fegato e zona superiore dell’intestino sono compressi contro il diaframma, e la bocca dello stomaco si chiude; e ciò accade quando il respiro non è inspirato nella bocca nella quantità consueta. E il malato scalcia con i piedi quando l’aria è bloccata nelle membra e non trova via d’uscita a causa del flegma: spostandosi veloce su e giù per il sangue causa convulsioni e dolori, perciò egli è irrequieto. Tutto ciò si soffre quando il flegma scorra, freddo, nel sangue che è caldo: giacché il sangue si raggela e ristagna; e se il flusso è copioso e denso, subito uccide, poiché domina il sangue col freddo e lo congela; se invece è in minor quantità, sulle prime lo domina spezzando il respiro, ma poi col tempo, quando sia disperso nelle vene e frammisto al sangue abbondante e caldo, è probabile ne venga dominato, e allora le vene ricevono l’aria e i malati riprendono coscienza.

11. I bambini piccoli, che siano colpiti da questa malattia, in gran parte muoiono, se il flusso scende copioso e spirano venti dal Sud, giacché i vasi minori, che sono sottili, non possono accogliere il flegma in ragione della sua densità ed abbondanza, e il sangue allora si raffredda e congela, e così muoiono. Se al contrario il flusso è scarso e dirige il suo corso verso entrambe le vene, o verso una delle due, il fanciullosopravvive restando segnato: la bocca infatti si stravolge o l’occhio o la mano o il collo, laddove insomma la piccola vena, ripiena di flegma e vinta da esso, ne sia stata assottigliata. È dunque a causa di questa piccola vena che la zona del corpo lesa risulta necessariamente più debole e manchevole. Ma con l’andar del tempo questo di solito giova; non è infatti più colpito dal male chi è stato una volta segnato, per questa ragione: verificandosi tale situazione anche le altre vene per forza ne risentono e in qualche parte si contraggono, sicché l’aria la accolgono, ma il flusso di flegma non può più irrompervi come prima (gli arti d’altronde è naturale ne risultino indeboliti, essendo state lese le vene). Quelli poi ai quali, spirando venti dal Nord, scorre un flusso scarsissimo e sul lato destro, sopravvivono senza segni: ma v’è pericolo che il male s’alimenti e s’accresca, se non sono curati con gli opportuni rimedi. Questo capita dunque ai fanciulli, o qualcosa di molto simile.

12. Gli adulti non uccide questo male quando insorge, né li deforma: infatti le loro vene sono ampie e piene di sangue caldo, perciò il flegma non può imporsi né raffreddare il sangue sì da congelarlo, ma esso stesso è vinto e ben presto commisto al sangue; e così le vene possono ricevere aria, e le facoltà mentali resistono, e i sintomi già detti colpiscono meno il malato a causa della sua forza. Quando questa malattia insorge a uomini molto vecchi, li uccide o li paralizza per ciò, che le loro vene sono svuotate e il sangue è scarso e rado e acquoso. Se dunque il flusso scorre copioso e d’inverno, uccide: spezza infatti il ricambio respiratorio e congela il sangue, se fluisce da entrambe le parti; se invece da una parte sola, paralizza: il sangue non riesce infatti a dominare il flegma, essendo rado e freddo e scarso, anzi esso stesso, vinto, ne è congelato, sicché ne risultano paralizzate quelle regioni nelle quali il sangue è stato corrotto.

13. Il flusso si rivolge più verso destra che verso sinistra, perché le vene che provengono dal fegato sono più ampie e più numerose di quelle che, a sinistra, provengono dalla milza. Flusso e deliquescenza colpiscono soprattutto i fanciulli, qualora la testa sia stata riscaldata dal sole o dal fuoco, e poi improvvisamente il cervello si sia raggelato: allora si produce infatti la separazione del flegma. Poiché esso si liquefa quando il cervello si riscalda e si effonde: poi si separa quando il cervello è raffreddato e contratto, e così defluisce. Per alcuni questa è la causa; per altri invece è il vento del Sud, che, quando di colpo subentra ai venti del Nord, scioglie e rilassa il cervello che era compatto e forte, sicché il flegma trabocca, e così si genera il flusso. Il quale può conseguire anche ad un oscuro terrore, se per esempio il malato è stato atterrito da un grido, o se mentre piange non riesce a ricuperare rapidamente il respiro, ciò che spesso capita ai bambini: quale che sia di queste la circostanza accaduta, subito il corpo rabbrividisce, il malato diviene incapace di parlare e di respirare, e il respiro si arresta, il cervello si contrae, il sangue ristagna, e così il flegma si separa e defluisce. Per i bambini queste sono all’inizio le cause dell’attacco epilettico. Per gli adulti invece l’inverno è il nemico maggiore: quando infatti ci si siano riscaldati testa e cervello presso un gran fuoco, e poi si esca al freddo e si rabbrividisca, oppure quando dal freddo si entri in un luogo chiuso e presso un gran fuoco, le conseguenze sono le stesse, e così si è preda all’attacco nel modo che ho descritto prima. V’è gran pericolo anche in primavera di subire queste stesse conseguenze, se la testa è esposta al sole; d’estate invece meno, perché non vi sono mutamenti improvvisi. Quando si sono superati i venti anni, questo male, se non è congenito fin dall’infanzia, non colpisce più che pochi o nessuno: le vene infatti sono piene di sangue abbondante, e il cervello è compatto e forte, sicché il flegma non può fluire nelle vene: e se anche fluisce, non può vincere il sangue, che è copioso e caldo.

14. Ma se il male si è accresciuto e alimentato fin dall’infanzia, gli attacchi diventano cronici durante il mutamento dei venti, e in tali circostanze il malato ne cade vittima quasi sempre, e soprattutto spirando i venti dal Sud. La guarigione dal canto suo diventa difficile: il cervello infatti è ormai diventato più umido di quanto la sua natura comporti ed è inondato di flegma, sì che i flussi si formano più spesso, il flegma non può più separarsi né il cervello disseccarsi (al contrario ne è impregnato e inumidito). Questo lo si può capire molto bene nelle bestie che sono state colpite da questo male, e soprattutto nelle capre, che ne soffrono assai spesso. Aprendone la testa, troverai il cervello umido e pieno di liquido idropico e maleodorante, ed allora manifestamente comprenderai che non è il dio ad affliggere il corpo, bensì la malattia. Così è anche per l’uomo. Quando la malattia si è prolungata nel tempo, non è più curabile: il cervello è corroso dal flegma e marcisce, la parte marcia diventa liquida, circonda tutt’attorno il cervello e lo bagna: ed è perciò che questi malati son colti più spesso e più facilmente dagli attacchi. Perciò la malattia si prolunga, ché il liquido circostante è rado a causa della sua abbondanza, e così è subito dominato e riscaldato dal sangue.

15. Quanti sono ormai consueti al male, prevedono l’imminenza dell’attacco, e fuggono via dagli uomini, a casa se la loro casa è vicina, oppure nel luogo più deserto, dove pochissimi possano vederli cadere; e subito celano il capo: e ciò fanno per vergogna del male, e non, come credono molti, per paura del divino. I bambini invece le prime volte cadono laddove capita, giacché non vi sono avvezzi: ma quando più volte sono stati colpiti, appena ne hanno un presentimento fuggono dalle madri o da chi meglio conoscono, per paura e terrore del male, giacché non conoscono ancora la vergogna.

16. Per le ragioni seguenti affermo che gli attacchi insorgono durante il mutamento dei venti, specialmente spirando quelli da Sud, in secondo luogo quelli da Nord, poi tutti gli altri (questo perché i primi due sono i più forti fra tutti e i più reciprocamente contrari e per direzione e per efficacia). Il vento del Nord infatti condensa l’aria e ne separa quanto v’è di torbido e nebbioso e la rende pura e limpida; al modo stesso agisce su tutto quanto evapora dal mare e dalle altre acque: da ogni cosa infatti separa l’umido e il torbido, e così dagli uomini stessi, ed è perciò il più salubre dei venti. Il vento del Sud esercita influssi esattamente contrari a questi: incomincia dapprima a sciogliere e a diffondere l’aria densa, per ciò che non spira subito forte, ma all’inizio è quieto, non riuscendo di colpo a vincere la resistenza dell’aria che prima appunto era densa e compatta, e solo col tempo la scioglie. La stessa azione svolge verso la terra e il mare e i fiumi e le sorgenti e i pozzi e su ogni cosa nella quale vi sia umidità (e ve n’è dappertutto, ora in maggiore ora in minor quantità). E tutte queste cose sentono l’influsso di tal vento, e da limpide si fanno torbide, da fredde calde, da secche umide. I vasi stessi di argilla, riposti in casa o sotterra ripieni di vino o di altro liquido, anch’essi sentono il vento del Sud e mutano il loro aspetto in un’altra forma; e il sole e la luna e gli altri astri esso rende assai più opachi di quanto siano per natura. Poiché dunque esercita un tal dominio su queste cose tanto grandi e forti, e fa sì che il corpo avverta i suoi influssi e muti con il mutare di questi venti, ne segue necessariamente che il vento del Sud rilassa e fa inondare il cervello, e rende le vene allentate, mentre quelli dal Nord condensano quanto v’è di più sano nel cervello, e ne separano i liquidi malsani e li fanno traboccare all’esterno: ed è così che si verificano i flussi durante i mutamenti di questi venti. Sicché questo male nasce e s’accresce in seguito a fattori che si presentano o si sottraggono, e non è per nulla più arduo degli altri né alla cura né alla comprensione, e neppure è più divino degli altri.

17. Bisogna che gli uomini sappiano che da null’altro si formano i piaceri e la serenità e il riso e lo scherzo, se non dal cervello, e così i dolori, le pene, la tristezza e il pianto. E soprattutto grazie ad esso pensiamo e ragioniamo e vediamo ed udiamo, e giudichiamo sul brutto e sul bello, sul cattivo e sul buono, sul piacevole e sullo spiacevole, decidendo le scelte sulla base delle istituzioni, percependo le sensazioni su quella dell’utile, e quanto al piacevole e allo spiacevole giudicando secondo l’occasione, giacché non ci piacciono sempre le medesime cose. Ed è a causa del cervello stesso se impazziamo, e deliriamo, e ci insorgono incubi e terrori (sia di notte sia di giorno), e insonnia e smarrimenti strani, ed apprensioni senza scopo, e incapacità di comprendere cose consuete, ed atti aberranti. E tutto ciò soffriamo per via del cervello, quand’esso non sia sano, bensì divenga più caldo o più freddo o più umido o più secco di quanto la sua natura comporti, o subisca qualche altra affezione che gli sia innaturale e inconsueta. La pazzia consegue alla umidità: perché quando è innaturalmente umido, di necessità il cervello si muove, e muovendosi esso né vista né udito possono restare saldi, bensì vedono e odono ora questo ora quello, e la lingua esprime ciò che in ogni momento vedono e sentono; ma per tutto il tempo che il cervello resta saldo, l’uomo è in possesso delle sue facoltà mentali.

18. La corruzione del cervello dipende dal flegma e dalla bile. Si potrà comprendere l’azione dell’uno e dell’altra così: chi è impazzito a causa del flegma resta tranquillo, non grida e non lancia clamori; chi invece a causa della bile, urla, agisce male, è inquieto, compie gesti inopportuni. Se dunque la pazzia è continua, queste ne sono le cause; ma se insorgono terrori e paure, ciò è dovuto a un mutamento del cervello: e muta quando si riscalda: ed è riscaldato dalla bile, quand’essa dal resto del corpo va al cervello lungo le vene del sangue. L’atterrimento poi persiste finché essa non se n’è di nuovo tornata alle vene e al corpo: in séguito cessa. Il malato è oppresso da un’angoscia senza motivo quando il cervello si raggela e si condensa in modo anormale: e ciò avviene a causa del flegma; quando ciò è avvenuto ne consegue anche la perdita della memoria. Di notte poi il malato lancia grida e clamori, allorché d’improvviso il cervello sia riscaldato: ma questo soffrono i biliosi, non i flegmatici. Il cervello del resto si riscalda anche quando il sangue vi affluisce copioso e ribolle. Esso percorre in quantità le vene sopra descritte, quando l’uomo si trovi a vedere un sogno pauroso e ne sia atterrito: al modo dunque che anche da svegli il viso arrossisce e gli occhi s’arrossano soprattutto quando si è spaventati e la mente medita di compiere qualche azione cattiva, così avviene anche nel sonno. Quando poi l’uomo si desta e riprende coscienza e il sangue torna a ripartirsi nelle vene, tutto questo ha termine.

19. Per queste vie ritengo che il cervello svolga l’azione più importante nell’uomo: esso infatti è per noi l’interprete degli stimoli che provengono dall’aria, quando sia sano: l’attività mentale a sua volta è resa possibile dall’aria. Gli occhi dal canto loro e gli orecchi e la lingua e le mani e i piedi, quanto il cervello ha compreso, questo eseguono [v’è infatti nel corpo tutto tanta intelligenza, quanta aria esso contiene]. Il cervello è invero il veicolo alla coscienza; giacché quando l’uomo aspira il respiro, questo dapprima giunge al cervello, e così l’aria è diffusa nel resto del corpo, avendo però lasciato nel cervello la parte più attiva e quanto ha di più atto a favorire l’attività mentale e l’intelligenza: che se andasse dapprima nel corpo e soltanto dopo al cervello, nella carne e nelle vene disperderebbe la sua facoltà di attivare la mente, ed al cervello giungerebbe calda e non pura, bensì mescolata all’umore che proviene dalle carni e dal sangue, sicché non disporrebbe più di carica intellettiva.

20. Perciò dico che il cervello è l’interprete della coscienza. Il diaframma al contrario trae il proprio nome dal caso e dalla convenzione, non certo dalla realtà e dalla natura., ché davvero io non so quali poteri esso abbia riguardo al pensare e all’attività mentale; eccetto che, se l’uomo è sopraffatto da una gioia e da un dolore, esso sussulta e fa sobbalzare, perché è sottile ed è l’organo più esteso nel corpo, e non ha cavità nelle quali possa accogliere alcun accidente, positivo o negativo, bensì da entrambi è disturbato, a causa della debolezza della sua natura; poiché davvero non percepisce alcuna sensazione prima delle altre parti del corpo, ma falsamente gli è stato attribuito questo nome e questa funzione, al modo che quelle parti del cuore chiamate ‘orecchie’ non hanno nulla a che fare con l’udito. Alcuni d’altro canto asseriscono anche che pensiamo col cuore, ed è esso a provare dolori e cure; ma non è così, bensì esso ha solo contrazioni come il diaframma e ancora di più, per queste ragioni: da tutto il corpo vene si dirigono ad esso, e raccogliendole esso ha modo di avvertire qualunque dolore o tensione si produca nell’uomo: ed è necessario che, quand’è afflitto, il corpo rabbrividisca e si tenda, e che lo stesso accada quand’è sopraffatto dalla gioia: son queste le sensazioni che avvertono soprattutto il cuore e il diaframma. Dell’attività mentale nessuno dei due partecipa, bensì di tutto quanto le concerne è responsabile il cervello: come dunque primo fra tutte le parti del corpo esso avverte l’attività mentale dell’aria, così anche, se qualche violento mutamento si determina nell’aria a causa delle stagioni, il cervello diviene diverso da sé stesso. Perciò ancora affermo che le malattie lo colpiscono nel modo più acuto e più grave e più mortale e più incomprensibile agli inesperti.

21. Questo male dunque, cosiddetto sacro, deriva dalle stesse cause razionali degli altri, da fattori che s’aggiungono e si sottraggono, e dal freddo e dal sole e dai venti che mutano senza posa. Queste cose sono divine, sicché non v’è alcun bisogno di discriminare questa malattia e di dichiararla più divina delle altre; ma sono tutte divine e tutte umane: ognuna ha la propria struttura e le proprie qualità naturali, e nessuna chiude la via all’intervento. Per la maggior parte sono curabili con gli stessi fattori dai quali derivano: giacché una cosa può essere di alimento per un’altra, ma talvolta anche di danno. Ora questo il medico deve sapere, affinché riconoscendo le circostanze di ciascun fenomeno , possa determinare ora alimento e crescita, ora danno e distruzione. Occorre infatti anche in questo male, come in tutti gli altri, non già accrescere la malattia ma estinguerla, somministrando ad ognuna ciò che le sia più ostile, non ciò che le sia più affine: giacché grazie all’affine si rafforza e si accresce, a causa dell’ostile invece si consuma e si estingue. Chi dunque sa determinare negli uomini, mediante il regime, il secco e l’umido, il freddo e il caldo, costui può anche curare questo male, se riesce a comprendere il momento opportuno per un buon trattamento, senz’alcuna purificazione o magia.

(Vegetti M., Opere di Ippocrate, UTET, 1965)

Le Ferite nella Testa

1. Le teste degli uomini non sono affatto simili le une alle altre, né le suture di ciascun cranio sono formate nello stesso modo. Al contrario, chi presenta una prominenza sulla fronte – la prominenza è la proiezione tondeggiante all’infuori dell’osso stesso -, ha le suture del cranio formate come è scritta la lettera ‘tau’, T, poiché la linea più corta è disposta trasversalmente alla base della prominenza, e l’altra disposta longitudinalmente lungo la metà del cranio sempre in direzione della nuca. Chi invece presenta la prominenza nella parte posteriore del cranio, ha le suture formate in modo opposto al precedente: la linea più corta infatti è disposta trasversalmente alla base della prominenza, la più lunga è disposta longitudinalmente lungo la metà del cranio sempre in direzione della fronte. Chi poi presenta la prominenza da entrambe le parti del cranio, sia anteriormente sia posteriormente, costui ha le suture formate così come si scrive la lettera ‘età’, H: le linee lunghe sono disposte trasversalmente alla base di ciascuna prominenza, la breve è disposta longitudinalmente lungo la metà del cranio terminando in ambedue i sensi sulle linee lunghe. Chi infine non presenta alcuna prominenza né da una parte né dall’altra, ha le suture simili a come si scrive la lettera ‘chi’, X: una delle linee è disposta trasversalmente terminando alla tempia, l’altra longitudinalmente lungo la metà del cranio.Duplice è la natura dell’osso nella regione mediana del cranio: la zona più dura e compatta di esso è sita sia nella parte superiore, dove la sua superfìcie omogenea giunge sotto la pelle, sia in quella inferiore, dove la sua superfìcie omogenea sottostante è prossima alla meninge. Allontanandosi dalle zone superiore e inferiore dell’osso, che sono le più dure e le più compatte, esso diviene man mano più molle e meno denso e più poroso, fino alla diploe . La diploe è assai porosa e molle ed estremamente cavernosa: e del resto l’intero osso del cranio, ad eccezione delle ristrette zone superiore ed inferiore, è simile a una spugna, e contiene in sé molte e umide particelle carnose omogenee (a frizionarle con le dita ne esce sangue): e ancora vi sono nell’osso vasi piuttosto sottili e cavi pieni di sangue.

2. Tali dunque la durezza, la mollezza e la porosità. Ma quanto all’esser compatto o rado, così stanno le cose: in tutto il cranio l’osso è più rado e più debole presso il bregma ; è in questa regione del cranio che l’osso ha sopra di sé lo strato più ridotto e più sottile di carne, e quivi anche è racchiusa la maggior parte dell’encefalo. È dunque a causa di questa situazione che, pur essendo la ferita o l’arma che la produce uguali o minori che in altre parti, ed altresì uguale o minore essendo la lesione – tuttavia in questa zona del cranio l’osso viene maggiormente contuso e fratturato e deviato verso l’interno, ed è più mortale, e rende più difficile la cura e lo scampare da morte in questa che in qualsiasi altra zona del cranio; se le lesioni sono simili, e l’uomo è stato ferito con gravità uguale o minore, qualora in ogni caso s’avviasse a morire in seguito alla ferita, morirebbe in minor tempo avendola ricevuta in questa zona del cranio che in qualsiasi altra. L’encefalo, infatti, appunto presso il bregma risente in modo più rapido e più grave delle lesioni sopravvenute sia alla carne sia all’osso: poiché appunto qui esso è ricoperto dall’osso più rado e dallo strato carnoso più sottile, e la maggior parte dell’encefalo giace sotto il bregma. Fra le altre parti, quella presso la tempia è la più debole: qui è infatti la giunzione fra la mascella inferiore e il cranio, e nella tempia si determina quindi un movimento verso l’alto e verso il basso come accade nelle articolazioni; presso la tempia v’è poi l’organo dell’udito, e attraverso di essa si estende una vena cava e grossa. L’intero osso dietro la sommità del capo e le orecchie è più forte di qualsiasi altro frontale, ed è ricoperto da uno strato di carne maggiore e più spesso. Cosi stando le cose, pur essendo uguali o simili o maggiori le ferite e le armi che le producono, e ricevendo esso lesioni uguali o maggiori, in questa parte del cranio l’osso è meno suscettibile di fratture o di intropulsioni; e se un uomo fosse in ogni modo destinato a morire in seguito alla ferita, tuttavia più a lungo sopravviverebbe avendola ricevuta nella parte posteriore della testa: perché, da un lato, l’osso richiede più tempo per suppurare, e la suppurazione, a causa dello spessore dell’osso, per penetrare giù fino all’encefalo; dall’altro, una minor porzione di encefalo è racchiusa in questa zona del cranio. Sicché, in generale, coloro che sono stati feriti alla parte posteriore della testa sfuggono a morte più numerosi di coloro che sono stati feriti nella parte frontale. D’inverno, poi, chi è destinato in ogni caso a morire in seguito a una ferita, sopravvive più a lungo che d’estate, in qualunque zona della testa abbia ricevuto la ferita.

3. Le tracce lasciate nel cranio da armi aguzze e leggere, se si producono nell’osso senza altre fratture o contusioni o intropulsioni (si determinano queste ugualmente nella parte anteriore e posteriore della testa), non dovrebbero di per sé sole – almeno di norma – esser causa di morte, anche se in effetti la morte sopravviene. Se, e quando l’osso è messo a nudo, in qualsiasi punto della testa si sia verificata la ferita, nella ferita stessa appare una sutura, la resistenza che l’osso oppone alla lesione e all’arma risulta assai indebolita (qualora capiti che l’arma si sia conficcata proprio nella sutura); e soprattutto se l’arma ha colpito nel bregma, il punto più debole del cranio; e ancora se, le suture trovandosi presso la ferita, l’arma ha colto le suture stesse.

4. L’osso nella testa può essere leso nei modi che ora descriverò, e per ciascuno dei modi si verificano forme diverse di fratture nella lesione. L’osso è fratturato quando viene leso, e alla frattura consegue necessariamente una contusione nella zona circostante, se veramente v’è frattura. Infatti la stessa parte dell’arma che frattura l’osso, vi provoca anche una contusione più o meno grande, esattamente nello stesso luogo dove ha prodotto la frattura e nelle ossa ad essa circostanti: e questo è il primo modo. Quanto alle fratture, ve n’è di ogni forma: ve n’è anche di piuttosto piccole e piccolissime, tanto da non esser visibili né subito dopo la ferita né nei giorni durante i quali ancora si potrebbe recare aiuto al malato contro le sofferenze e la morte . Altre fratture invece s’aprono più profonde e più larghe, altre poi larghissime. Alcune di esse sono lunghe, altre brevi; alcune piuttosto diritte, e anche molto diritte, altre invece piuttosto curve e oblique; alcune si approfondiscono attraverso tutto l’osso [altre sono meno profonde e non attraversano l’osso].

5. L’osso poi può essere contuso pur permanendo nel suo primitivo assetto, e senza che in esso alla contusione s’aggiunga alcuna frattura: questo è il secondo modo. Vi sono diverse forme di contusione. Infatti l’osso può essere contuso più o meno, e la contusione può penetrare più a fondo, attraversandolo tutto, o meno a fondo, senza attraversarlo, e può essere di lunghezza ed estensione maggiori o minori. Ma di nessuna di queste forme è dato allo sguardo comprendere quale sia l’aspetto e la grandezza: poiché infatti neppure subito dopo la lesione – e pur essendo l’osso contuso e il danno avvenuto -, è possibile riconoscere chiaramente con lo sguardo se v’è contusione, al modo stesso che tra le fratture alcune, distanti dalla ferita, non sono visibili, pur essendo l’osso fratturato.

6. L’osso è contuso e deviato dalla sua naturale posizione verso l’interno, con fratture: altrimenti infatti non sarebbe deviato. Poiché la parte dell’osso, contusa, fratturata e spezzata, è deviata verso l’interno dall’altra parte, che permane nel suo assetto naturale: ed è perciò che la frattura s’aggiunge alla intropulsione. Questo è il terzo modo. Vi sono varie forme di tali intropulsioni: possono infatti investire una porzione più o meno estesa dell’osso, ed essere grandi e profonde, oppure minori e superficiali. La traccia per sé stessa può essere lunga o breve, curva o diritta o circolare. E vi sono molte altre forme di questo modo, a seconda di quale fosse la configurazione dell’arma: le tracce stesse possono essere più o meno profonde, e strette o meno strette o larghe o assai larghe, laddove l’osso è spezzato: giacché una fenditura nell’osso, di qualunque lunghezza e profondità sia, è una traccia, se le altre parti dell’osso circostanti la fenditura restano nel loro naturale assetto, e non ne sono deviate verso l’interno dalla fenditura: in tal caso si tratterebbe di una intropulsione e non più di una traccia.

8. L’osso può essere leso in una zona della testa diversa da quella dove si è ricevuta la ferita e dove l’osso stesso è stato messo a nudo: questo è il settimo modo. Quando si verifichi questa circostanza, in nessun modo potresti esser d’aiuto: giacché, se il malato ha sofferto questa lesione, non v’è modo di esaminarlo per sapere se veramente l’ha sofferta, e in quale zona del cranio.

9. Fra tutti questi modi di lesione, è opportuno operare la trapanazione nel caso della contusione, sia invisibile, sia in qualche modo manifesta, e della frattura, che sia invisibile oppure manifesta. Ancora, se alla formazione nell’osso della traccia di un’arma si aggiungono frattura e contusione, o anche se ad essa si aggiunge soltanto la contusione senza frattura, anche in tali casi è opportuna la trapanazione. Ma dei molti casi nei quali l’osso è deviato dalla sua sede naturale verso l’interno, pochi soltanto richiedono la trapanazione: e tanto più sono intropulsi e spezzettati, tanto meno è opportuno trapanare. Neppure una traccia, che si formi per sé sola senza frattura e contusione, neppur essa ha bisogno di trapanazione; e neppure la fenditura, sebbene sia grande e profonda, neppure essa: giacché fenditura e traccia sono la stessa cosa.

1o. In primo luogo occorre esaminare la ferita, per vedere in quale punto della testa si sia subita la lesione – se nelle parti più resistenti o in quelle più deboli -, e osservare i capelli intorno alla ferita, badando se siano stati recisi dall’arma e se siano entrati nella piaga: in tal caso, si asserisca che v’è pericolo che l’osso sia stato messo a nudo ed abbia ricevuto qualche offesa dall’arma. Fino a questa constatazione dunque si può arrivare con un esame a distanza, senza toccare il ferito . Toccandolo poi si cerchi di sapere con certezza se l’osso è stato messo a nudo o no: e se l’osso è visibile allo sguardo, è a nudo; altrimenti, si indaghi con la sonda. Qualora poi si trovi che l’osso è messo a nudo e non è immune dalla ferita, occorre innanzitutto diagnosticare ciò che in esso è accaduto, vedendo qual è l’estensione del danno e quale intervento è necessario. Bisogna anche chiedere al ferito come subì la lesione e in qual modo. Qualora invece l’osso non sia visibile, e non manifesti se è colpito oppure no, è molto più necessario approfondire l’inchiesta sulla genesi e il tipo della ferita, di quanto lo sia se l’osso è messo a nudo. Quanto infatti alle contusioni e alle fratture non visibili nell’osso, e tuttavia esistenti, è sulla base del racconto del ferito che bisogna cercare in primo luogo di diagnosticare se l’osso abbia subito qualche lesione del genere oppure no. Poi analizzare la questione sia con ragionamento sia con esami, ma senza usar la sonda. Il sondaggio infatti non prova se l’osso ha subito qualcuna di tali lesioni e se la reca in sé, oppure no: prova invece il sondaggio l’esistenza della traccia di un’arma, o la deviazione dell’osso dalla sua sede naturale verso l’interno, o la presenza di gravi fratture, tutte cose che sono manifeste anche allo sguardo e che è dato conoscere tramite l’osservazione.

11. Si spezza l’osso in fratture invisibili e visibili, e si contunde in invisibili contusioni, e vien deviato dalla sua sede naturale verso l’intemo, soprattutto quando si è feriti da qualcuno che deliberatamente vuol ferire, piuttosto che quando ciò accade accidentalmente; e più quando il proiettile o la percossa, quale che sia, provengono dall’alto, che quando provengono dal livello del suolo; e più quando l’arma, vibrata a distanza o da vicino, è ben controllata nella mano, e quando chi è forte ferisce un debole. Quanti poi cadendo si feriscono presso il cranio o al cranio stesso, chi più dall’alto cade e su qualcosa di più duro e compatto, maggiormente rischierà di spezzare l’osso o di contunderlo o di deviarlo dalla sua sede naturale verso l’interno; chi invece cade da un punto più basso e su qualcosa di più morbido, meno ne risentirà al cranio o non ne risentirà affatto. Fra le armi che colpendo la testa feriscono presso il cranio o il cranio stesso, quelle che colpiscono più dall’alto che dal basso, e sono più dure e compatte e pesanti – e dunque meno leggere e sottili e deboli -, queste appunto spezzeranno o contunderanno l’osso. E tanto più l’osso rischia di subire simili lesioni, quanto più si verificano queste circostanze, e il cranio è ferito perpendicolarmente, trovandosi proprio opposto all’arma, sia che venga colpito da una percossa o da un proiettile o da un qualche oggetto precipitatogli sopra, sia che l’uomo stesso si ferisca cadendo, oppure ancora in qualsiasi altro modo – sempreché il cranio risulti perpendicolarmente opposto all’oggetto che lo ferisce. Le armi invece che sfiorano obliquamente il cranio meno producono fratture e contusioni e intropulsioni, quand’anche l’osso venga messo a nudo: giacché alcune delle ferite in tal modo prodotte non mettono neppure a nudo l’osso. Fra le armi, le più atte a spezzare l’osso in fratture sia visibili sia invisibili, a contunderlo e a deviarlo dalla sua sede naturale verso l’interno, sono quelle sferiche e tondeggianti e uniformemente lavorate, compatte e pesanti e dure: e sono queste che anche la pelle contundono e spappolano e frantumano. Le ferite che tali armi producono sono un po’ incavate ai lati e tutt’intorno, sono le più purulente e umide, e richiedono il maggior tempo per ripulirsi: giacché le carni contuse e frantumate naturalmente vanno in suppurazione e si putrefanno. Le armi di forma allungata, essendo per solito sottili ed aguzze e leggere, tagliano la carne più che contunderla, e parimenti l’osso: e in esso producono una traccia e una fenditura – giacché fenditura e traccia sono la stessa cosa -, ma ben difficilmente contundono l’osso o lo spezzano o lo deviano dalla sua sede naturale verso l’interno. Orbene occorre, oltre all’esame di ciò che nel cranio si offre al tuo stesso sguardo, compiere un’inchiesta intorno a tutte queste circostanze (giacché questi sono sintomi della maggiore o minor gravità delle condizioni del ferito), e inoltre sapere se il ferito stesso sia rimasto stordito o accecato, se abbia provato vertigini e sia caduto a terra.

12. Quando il cranio si trovi messo a nudo dall’arma, e la ferita sia situata proprio presso le suture, diventa difficile affermare persino se nell’osso vi sia o non vi sia una traccia – ciò che sarebbe manifesto in un’altra parte dell’osso -, specie se la traccia si forma proprio nelle suture. Trae in inganno infatti la sutura stessa, essendo più irregolare del resto dell’osso, e non è molto chiaro il limite fra sutura e traccia dell’arma, se la traccia non è assai larga. Di norma a quelle tracce che si formano nelle suture si aggiunge una frattura, ed anche la frattura si dimostra a sua volta difficile da diagnosticare – pur essendo l’osso fratturato -, per questa ragione, che quando v’è frattura, essa si forma di solito proprio nella sutura. In questo punto infatti il cranio è predisposto a fratturarsi e a spezzarsi, a causa della debole struttura dell’osso e della sua porosità in questo punto, e ancora perché la sutura di per sé stessa è predisposta a fratturarsi e a spezzarsi. Le altre ossa invece circostanti la sutura rimangono intatte, giacché sono più forti di essa.La frattura poi che si produce presso la sutura si risolve anche in un cedimento della sutura stessa, e non è semplice dire se frattura e cedimento dipendono da una traccia dell’arma formatasi nella sutura, oppure se essi dipendono da una contusione del cranio a partire dalla carne. Ma è ancor più difficile diagnosticare una frattura conseguente alla contusione. Traggono infatti in inganno il giudizio e lo sguardo del medico le suture stesse, giacché hanno l’aspetto di fratture e sono più irregolari del resto dell’osso, a meno che lesione e cedimento non siano ben marcati: [fenditura e traccia sono la stessa cosa]. Dunque è necessario, qualora la ferita si sia prodotta presso le suture e l’arma si sia confìtta molto vicino all’osso e nell’osso stesso, far grande attenzione per scoprire quale lesione l’osso ha subito. Perché, uguale essendo l’arma in grandezza o simile o anche molto minore, e uguale in estensione la ferita o anche molto minore, chi abbia ricevuto l’arma nelle suture soffrirà un danno al cranio di gran lunga maggiore di chi non l’abbia ricevuta nelle suture. E nella maggior parte di questi casi occorre trapanare: non bisogna certo trapanare la sutura stessa, ma, se si trapana, lasciare un intervallo e operare la trapanazione nella regione adiacente dell’osso.

13. Circa la cura delle ferite nella testa e circa il modo di scoprire le affezioni invisibili prodottesi nel cranio, questo è il mio avviso. Le ferite nella testa non si devono in nessun caso inumidire, né col vino, né tantomeno con altri liquidi; non vi si devono applicare impacchi, né far uso di tamponi di garza, e neppure si devono bendare le ferite nella testa, a meno che siano site nella fronte, in una zona priva di capelli, o presso le sopracciglia e gli occhi. Le ferite formatesi in questi punti si giovano di impacchi e bendaggi più di quelle site in altre zone della testa: il resto della testa circonda infatti tutta quanta la fronte, ed è dai margini circostanti che le ferite, dovunque si siano formate, derivano infiammazione e gonfiore, per l’affluirvi del sangue. Neppure sulla fronte, del resto, bisogna lasciare sempre gli impacchi e i bendaggi, bensì cessare con gli uni e con gli altri non appena l’infiammazione è finita e il gonfiore passato. Sul resto della testa la ferita non richiede né tamponi né impacchi né bende, a meno che si debba operare anche un’incisione. Fra le ferite prodottesi nella testa o sulla fronte, occorre incidere quelle che – qualora l’osso sia rimasto a nudo e sembri aver ricevuto qualche danno dall’arma – non permettono allo sguardo, per la loro scarsa lunghezza e larghezza, di esaminare l’osso per stabilire se ha subito qualche danno dall’arma, e di che genere, e quanto è stata contusa la carne e quanto è stato leso l’osso, o se invece ha sopportato indenne l’urto dell’arma e non ne ha subito alcuna conseguenza; e, dal punto di vista della cura, qual trattamento richieda la ferita, sia per la carne sia per la lesione dell’osso. Tali ferite rendono opportuna l’incisione. Qualora poi l’osso sia stato messo a nudo, e vi sia un’accentuata concavità su un lato, si apra con un’incisione la parte depressa, dove il farmaco – quale che sia il più adatto – non riesce a giungere con facilità. Quanto alle ferite circolari, con una notevole concavità, anche per esse si operi una doppia incisione nel circolo, in alto e in basso rispetto alla posizione dell’uomo, per rendere la ferita più allungata. Chi incide la testa, può farlo con sicurezza in tutte le sue parti: ma la tempia, e la zona sopra di essa presso alla vena che attraversa la tempia, queste non bisogna inciderle, perché una convulsione coglierebbe il paziente: e se l’incisione fosse operata nella regione sinistra della tempia, la convulsione coglierebbe le parti destre, se invece fosse operata nella regione destra, la convulsione coglierebbe le parti sinistre.

14. Qualora dunque si incida una ferita nella testa perché il cranio è stato messo a nudo, e si vuol sapere se ha subito qualche danno dall’arma oppure no, si deve praticare un’incisione di grandezza tale, che sembri del tutto sufficiente. Incidendo bisogna asportare la carne dal cranio laddove essa aderisce alla meninge e all’osso, poi tamponare la ferita intera con garza, che mantenga la ferita quanto più possibile aperta fino al giorno dopo con il minimo dolore. Nel tamponare si pratichi – per tutto il tempo nel quale resta applicata la garza – anche un impacco formato di un impasto di farina fine d’orzo, amalgamato nell’aceto e poi fatto bollire in modo da renderlo il più possibile glutinoso. Il giorno successivo poi, quando si toglie la benda per vedere che cosa è successo al cranio, qualora non appaia ancora manifesto che genere di lesione sia presente nell’osso, né si possa diagnosticare se l’osso abbia effettivamente subito qualche danno oppure no, e tuttavia sembra che l’arma abbia raggiunto l’osso e lo abbia leso, – bisogna allora raschiare la superficie dell’osso con un raschietto, in senso verticale e orizzontale rispetto alla posizione dell’uomo, e poi ancora trasversalmente, al fine di evidenziare le fratture invisibili e le contusioni che restano latenti, non essendo il resto dell’osso deviato dalla sua posizione naturale verso l’interno. Il raschiamento, infatti, bene rivela queste lesioni presenti nell’osso che non sono altrimenti visibili. E se si vede nell’osso una traccia d’arma, occorre raschiare la traccia stessa e le ossa circostanti, per accertare se, come è frequente, alla traccia non si siano aggiunte frattura e contusione, e, non essendo ben visibili, siano passate inosservate. Quando si sia raschiato l’osso col raschietto, e se la lesione cranica appare richiedere la trapanazione, allora occorre trapanare, non lasciando passare un intervallo di più di tre giorni, ma appunto trapanando entro questo periodo (sempre ma specialmente durante la stagione calda), ove si sia intrapresa la cura dall’inizio. Se invece si sospetta che l’osso ha subito frattura o contusione, o entrambe le cose, inducendo dai discorsi del ferito che il colpo era stato violento, e inferto da persona più forte – se ricevuto da un altro -, e che l’arma che aveva prodotto la ferita era di tipo pericoloso, e che in seguito l’uomo era stato colto da vertigine e cecità, era rimasto stordito ed era caduto a terra – se tutto questo è accaduto, e tuttavia non si può diagnosticare per esame diretto se l’osso ha subito una contusione o una frattura o entrambe, allora bisogna versare sulla ferita la ‘soluzione nerissima’, cospargerla col ‘farmaco nero’ disciolto, distendervi bende di lino ammorbidendo con olio: infine applicare l’impacco d’orzo e fasciare. Il giorno seguente, liberata la ferita dal bendaggio e pulitala, si provi a raschiare. E se non è sano, bensì fratturato e contuso, il resto dell’osso risulterà bianco dopo il raschiamento: ma la frattura e la contusione, avendo trattenuto in sé il ‘farmaco nero’ disciolto, spiccheranno, nere, sul bianco dell’osso circostante. Ma occorre ancora una volta raschiare in profondità questa frattura che si rivela nera: e se raschiandola [questa frattura che si rivela nera], la si elimina e la si rende invisibile, v’è allora una contusione più o meno grande dell’osso, che ha dato origine anche alla frattura sparita col raschiamento: ma, una volta sparita la frattura, minor pericolo e minori preoccupazioni possono derivare da essa. Se invece la frattura si estende in profondità e non vuol essere eliminata dal raschiamento, allora il caso richiede la trapanazione.

15. Dopo la trapanazione, poi, occorre curare la ferita negli altri modi. Ci si prenda cura che l’osso non abbia a subire qualche danno a causa di un cattivo trattamento della parte carnosa. Quando infatti l’osso è stato trapanato, oppure messo a nudo anche senza trapanazione (o perché è sano, o perché, pur essendo stato leso dall’arma, sembra tuttavia essere sano), allora v’è il maggior pericolo che si formi suppurazione, anche se non vi sono altre ragioni, quando la carne circostante l’osso venga mal curata, e si infiammi e si aggrinzisca. Diventa infatti febbrile e sede di un’infiammazione violenta: e dunque l’osso riceve in sé, dalle carni circostanti, calore e infiammazione e disturbi e palpitazioni, insomma tutto quanto v’è di maligno nella carne, e infine a causa di ciò diviene purulento. È male anche che la carne nella ferita sia umida e putrida e che richieda molto tempo per ripulirsi. Bisogna allora far sì che la ferita vada in suppurazione al più presto: in tal modo infiammerà meno la zona circostante e si depurerà assai rapidamente. Necessariamente infatti le carni recise e contuse dall’arma, andate in suppurazione, si sfaldano. Una volta che si è depurata, la ferita deve diventare più secca: in tal modo infatti guarirà più rapidamente, poiché il nuovo tessuto in formazione è secco e non umido, e non darà luogo a escrescenze carnose. Stesso discorso anche a proposito della meninge che avvolge l’encefalo: infatti, se con la trapanazione la si è sùbito messa a nudo asportando l’osso che la ricopriva, occorre al più presto renderla pulita e secca, per evitare che, restando a lungo umida, diventi putrida e gonfia: giacché in tal caso v’è rischio che vada in decomposizione.

16. Ogni osso poi che debba esser separato dal resto – allorchè vi sian una ferita nella testa, o una traccia d’arma nell’osso, o comunque esso sia stato in gran parte messo a nudo -, generalmente si separa quando è dissanguato (il sangue nell’osso viene disseccato col tempo e con applicazioni di numerosi farmaci). La saparazione sarà più rapida se, dopo aver pulito al più presto la ferita, sùbito si disseccano e ferita e parte dell’osso, grande o piccola che sia. La parte infatti rapidissimamente disseccata fino ad esser simile ad un coccio, per ciò stesso assai agevolmente si separa dal resto dell’osso che è irrorato di sangue ed è vivo: l’osso dunque dissanguato e secco meglio si separa da quello sanguigno e vivente.

17. Le ossa che sono state deviate dalla loro sede naturale verso l’interno, pur essendo spezzate e sbriciolate molto in profondità, si rivelano tuttavia meno pericolose, purché la meninge resti intatta; e quelle che sono state spezzate in fratture molteplici e piuttosto profonde sono ancor meno pericolose e più agevoli da asportare. E non bisogna mai trapanare in casi siffatti, né correre rischi cercando di asportare le ossa prima che spontaneamente si stacchino, non appena sia decresciuto il gonfiore. Esse si staccano man mano che la carne cresce al disotto, a partire dalla diploe e dalla parte sana dell’osso, se la necrosi ha colpito soltanto la regione superiore dell’osso. Ora la carne si formerà e si accrescerà e farà staccare le ossa tanto più rapidamente, quanto più presto la ferita sarà stata portata a suppurazione e quindi depurata. E se per tutta l’estensione dell’osso entrambe le sue parti, quella inferiore e quella superiore, sono state intropulse verso la meninge, seguendo la stessa terapia la ferita guarirà al più presto, e le ossa intropulse al più presto si staccheranno.

18. Le ossa del cranio dei bambini sono più sottili e più molli per ciò, che sono più irrorate di sangue e cave e porose, non compatte né robuste. E, benché ferito da armi uguali o più deboli, in modo simile o meno grave, l’osso del bambino va in suppurazione più facilmente e più rapidamente di quello dell’anziano, e in minor tempo: e nei casi in cui la ferita è comunque mortale, il giovane perisce più rapidamente dell’anziano. Ma occorre, se l’osso è stato messo a nudo, sforzarsi di diagnosticare con la mente ciò che all’occhio non è dato vedere, per sapere se l’osso è stato fratturato e contuso, o soltanto contuso, e se, qualora si sia formata una traccia d’arma, ad essa si sia aggiunta una contusione o una frattura o entrambe. E se l’osso presenta qualcuna di tali lesioni, fare un salasso, praticando un’apertura con un piccolo trapano perforante e facendo bene attenzione a brevi intervalli, giacché il cranio dei giovani è più sottile e ha meno spessore di quello degli adulti.

19. Quanto a chi è destinato a morire in seguito ad una ferita nella testa, né è possibile riportarlo a salute e neppure salvargli la vita, questi sono i sintomi in base ai quali si deve diagnosticare l’approssimarsi della morte e il futuro svolgersi degli eventi. Ecco ciò che avverrà: qualora si sia compreso che il cranio è stato spezzato, o fratturato o contuso o comunque in qualche modo leso, e tuttavia si compia l’errore di non raschiare né trapanare quasi non ve ne fosse bisogno, e quasi l’osso fosse sano, allora la febbre coglierà il ferito generalmente entro i quattordici giorni, d’inverno, d’estate invece lo coglierà dopo sette giorni soltanto. E quando questo è accaduto, la ferita prende un cattivo colore e da essa fluisce scarso liquido sieroso: e l’infiammazione vi si estingue: essa diventa viscida, somiglia al pesce disseccato, il colore è rossiccio, un po’ livido. Nell’osso inizia allora il processo di necrosi: diventa di color scuro anziché bianco, infine poi giallastro o bianchissimo. Quando ormai è purulento, sulla lingua appaiono pustole, e il ferito perisce nel delirio. Anche convulsioni prendono i più da entrambi i lati del corpo: se la testa ha ricevuto la ferita a sinistra, le convulsioni prendono il lato destro del corpo; se invece la testa ha ricevuto la ferita a destra, le convulsioni prendono il lato sinistro. V’è anche chi è colto da apoplessia, e così paralizzato perisce entro i sette giorni d’estate o entro i quattordici d’inverno. Questi sintomi hanno lo stesso significato sia per i feriti anziani sia per i giovani. È dunque necessario, se si capisce che la febbre ha colto il ferito e ad essa s’è aggiunto qualcuno degli altri sintomi, rompere gli indugi, trapanare l’osso fino alla meninge o raschiarlo col raschietto (diventa infatti fragile e facile da raschiare), e poi proseguire la cura così come sembra opportuno, osservando le circostanze.

20. Quando a una ferita nella testa – che sia stato trapanato o meno il cranio, ma essendo comunque l’osso a nudo – s’aggiunge un edema rosso del tipo dell’erisipela, sul volto o presso uno o entrambi gli occhi, doloroso a toccarlo, e se inoltre febbre e brividi colgono il ferito, mentre tuttavia la ferita stessa presenta un buon aspetto sia nella parte carnosa sia in quella ossea, e così anche la regione circostante la ferita (ad eccezione dell’edema formatosi sul volto), e ancora l’edema non è aggravato da alcun altro errore di regime – allora occorre spurgare l’intestino con un farmaco colagogo: con questa purga, la febbre se ne va e l’edema sparisce e il malato riacquista la salute. Il farmaco però bisogna somministrarlo in proporzione alle forze del malato, tenendo presente la sua capacità di sopportarlo.

21. Circa la trapanazione, quando sopravvenga la necessità di trapanare un malato, questo occorre sapere. Se si trapana avendo intrapreso la cura dall’inizio, non bisogna incidere subito l’osso fino alla meninge: non è bene infatti che la meninge soffra a lungo le conseguenze dell’essere denudata dell’osso, giacché potrebbe alla fine diventar putrida. V’è anche un altro pericolo, se sùbito si asporta l’osso trapanando fino alla meninge: di ferire la meninge, durante l’operazione, con il trapano. Bisogna dunque interrompere la trapanazione, quando resta solo un piccolissimo strato da incidere, e l’osso già si muove, e lasciare che da solo l’osso si stacchi: all’osso già trapanato e alla parte non incisa non conseguirà infatti alcun danno, giacché la parte intatta è ormai sottile. Quanto al resto si conduca la cura così come sembri giovare alla ferita. Quando si trapana occorre sovente estrarre lo strumento ed immergerlo in acqua fredda, per evitare che l’osso si riscaldi. Riscaldandosi infatti per il movimento rotatorio, il trapano a sua volta riscalda e dissecca l’osso fino a bruciarlo, e fa sì che si stacchi una porzione dell’osso circostante la trapanazione maggiore di quella che avrebbe dovuto staccarsi. Anche se si vuol sùbito trapanare fino alla meninge, per poi asportare l’osso, parimenti il trapano dev’essere spesso tolto e immerso in acqua fredda. Se poi non si è intrapresa la cura fin dall’inizio, ma sopravvenendo più tardi la si è ereditata da un altro medico, bisogna sùbito trapanare l’osso fino alla meninge con un trapano dai denti aguzzi, ma osservare frequentemente togliendo lo strumento, e anche indagare con una sonda tutt’attorno alla traccia scavata dal trapano: infatti molto più rapidamente viene inciso l’osso, se lo si trapana quando è già in via di suppurare o suppurante; spesso poi capita di trovarlo assai sottile, specie quando la ferita è sita in quella zona della testa dove il cranio presenta uno spessore particolarmente ridotto. Ci si guardi dunque dallo sbagliare nell’applicare il trapano, e sempre lo si fissi laddove l’osso sembri di maggior spessore; si osservi spesso, e si tenti di staccare l’osso con movimenti in su e in giù; una volta asportatolo, si curi il resto come pare meglio giovevole alla ferita, tenendo conto delle circostanze. Se anche, avendo intrapreso la cura fin dall’inizio, si sia deciso di trapanare sùbito a fondo e di asportare l’osso dalla meninge, parimenti occorre indagare spesso con la sonda intorno alla traccia lasciata dal trapano, e sempre fissarlo nella zona dell’osso di maggior spessore, e tentar di asportare l’osso con movimenti in su e in giù. Se invece ci si serve di un trapano perforante, non si giunga fino alla meninge, qualora si perfori avendo intrapreso la cura fin dall’inizio, ma si lasci uno strato sottile di osso, cosi come ho già scritto a proposito della trapanazione circolare.

(Vegetti M., Opere di Ippocrate, UTET, 1965)

Nel trattato Arie, Acque e Luoghi, attribuito ad un medico itinerante del V secolo a.C. (anni 430-410) si parla della macrocefalia non intendendosi come tale una “testa grossa”, ma una “testa allungata”. Tale caratteristica era considerato segno di nobiltà [vedi anche Perù]. Per tale motivo nei neonati, in cui le ossa craniche sono ancora malleabili, la testa veniva gradualmente compressa lateralmente e fasciata con delle bende in modo da far perdere la sua sfericità e farla diventare oblunga.

Bibliografia. Da I Presocratici, Laterza, 1969. Graham M., Was Hippocrates a beginner at trepanning and where did he learn? J. Clin. Neuroscience, 2000, 7(6), 500-502. Jouanna J. e Magdelaine C., Hippocrate, l’art de la médecine, GF Flammarion, 1999. Manuli P. e Vegetti M., Cuore, sangue e cervello; biologia e antropologia nel pensiero antico, Milano, 1977. Roselli  A., La chirurgia ippocratica, Firenze, 1975. Vegetti M., Opere di Ippocrate, UTET, 1965.

 

V e IV secolo a.C. Scuola di Cnido.

Contemporaneamente alla scuola medica di Cos, scuola Ippocratica, nell’isola di Cnido, difronte a Cos, nasceva una scuola medica di cui sappiamo che secondi Galeno era famosa per gli studi anatomici di cui abbiamo uno scritto in cui si parla del cervello come la più grande delle ghiandole.

E anticamente vi fu non piccola disputa nel prevalere per la ricchezza delle scoperte, essendo venute a contesa la scuola di Cos e quella di Cnido (duplice infatti era ormai questa stirpe degli Asclepiadi d’Asia, essendosi estinta quella di Rodi): e contesero con loro di quella buona contesa, che Esiodo loda, anche i medici d’Italia, Filistione ed Empodocle e Pausania e i compagni di costoro. E si formarono così tre mirabili cori di medici in competizione tra loro: a quello di Cos toccò avere i coreuti più numerosi ed eletti, subito dopo venne quello di Cnido, ma degno di non piccola lode fu anche quello d’Italia. Galeno (Wellmann, pp. 109-10, fr. 1).

(Vegetti M., Opere di Ippocrate, UTET, 1965)

La vecchia scuola di Cnido fondata dal medico Eurifone, rivale di quella di Coo, per l’importanza che dava ad una raffinata semeiotica e ad un indirizzo terapeutico altamente specializzato, in questo periodo [IV secolo] ha nuovo splendore: sono molto diffuse le terapie ideate da medici di questa scuola, i cosidetti «granelli cnidi» pillole fatte con euforbio, elleboro, scammonea e, coloquintide. Alcuni di questi medici sono citati da Platone, come Eurifone, autore delle «Sentenze» della scuola di Cnido: un altro medico rinomato di quest’isola fu Ctesia, conosciuto anche come storico e letterato.

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973.

 

 

IV secolo a.C. FILISTIONE di Locri.

Wellmann, 4 (Anonimo londinense). Filistione pensa che noi constiamo di quattro forme, cioè di quattro elementi: fuoco, aria, acqua, terra. Ognuna di esse ha la propria qualità, il fuoco il caldo, l’aria il freddo, l’acqua l’umido, la terra il secco. Le malattie secondo lui si generano in molteplici modi, che però si possono raccogliere in tre gruppi principali: o secondo gli elementi o secondo la costituzione del corpo o secondo i fenomeni esterni. Secondo gli elementi, dunque, allorché il caldo o il freddo sovrabbondino, oppure allorché il caldo divenga troppo scarso e debole. Secondo i fenomeni esterni in tre modi: o per lesioni e ferite, o per l’eccesso del calore, del gelo e consimili, o per il mutamento del caldo in freddo o del freddo in caldo o della dieta in una inconsueta e nociva. Quanto poi alla costituzione del corpo così asserisce: «quando il corpo intero respira bene e circola libero il respiro, ne consegue salute: la respirazione infatti avviene non già soltanto attraverso la bocca e le narici, ma attraverso tutto il corpo. Quando invece il corpo non respira bene, ne conseguono malattie, e gravi: se infatti il respiro è trattenuto in tutto quanto il corpo, la malattia conduce a morte… »

(La testimonianza è importantissima, perché ne risulta che nel pensiero di Filistione – o comunque in quello del suo ambiente da lui elaborato – va individuato il punto focale in cui la teoria empedoclea degli elementi dà luogo a quella dottrina delle quattro qualità, contro la quale si rivolge la polemica ippocratica di Antica Medicina. L’idea dei ‘mutamenti’, sia stagionali sia diete­tici, è invece accolta da Ippocrate in Male Sacro, Epidemie, Regime nelle malattie acute e Arie Acque Luoghi. Qui tuttavia il ‘mutamento’ assume un diverso valore ai fini della situazione storico-sociale dei popoli.)

(Vegetti M., Opere di Ippocrate, UTET, 1965)

 

 

420-320. Scuola Dogmatica.

Poco dopo la morte di Ippocrate, nel IV secolo a.C. le violenti guerre del Peloponneso fra Tebe, Sparta e Atee, fiaccano le energie, della società greca: la sconfitta di Sparta nella battaglia d1 Leuttra, spezza l’unità della civilta greca. La fine di Epaminonda nella battaglia di Mantinea non significa soltanto il tramonto del sogno tebano, ma l’inizio della decadenza di una intera civiltà. Acerrime lotte politiche nelle varie città greche, soprattutto in Atene, come attestano Isocrate e Senofane, determinano un indebolimento progressivo ed inarrestabile di quel vigore che un secolo prima aveva costruito opere immortali. Atene
perde il predominio culturale che teneva da tre secoli: alla fine del IV secolo a.C. le vittorie macedoni spostano il centro scientifco e politico nei regni ellenistici, ad Alessandria in special modo. Tra la morte di Ippocrate e la fondazione della città di Alessandria nel 331 a.C. passa quasi un secolo; in questo tempo Filippo il Macedone conquista la Grecia e pone le basi per una civiltà diversa da quella dell’antica polis. Si avvicina il periodo nel quale lo studioso, medico, fisico e storico greco terminati gli studi ad Alessandria, andrà a svolgere la propria carriera felicemente a Roma, come avvenne per Asclepiade, Temisone e Galeno. Tra la morte di Ippocrate e la nascita dell’università di Alessandria non si segnalano studi medico-psicologici di grande rilievo: intenso è invece lo sviluppo di scuole filosofiche ad indirizzo biologico, prima fra tutte quella di Aristotele, poi quelle stoiche. La filosofia, tenuta forzatamente da parte da Ippocrate, con le scuole aristoteliche, le stoiche e le neoplatoniche tornà a fondersi con la medicina psicologica. Alla morte del maestro di Coo, tre suoi allievi (forse suoi figli) fondano una scuola con l’intento di divulgare gli insegnamenti e difendere la purezza della dottrina: sono i medici Tessalo, Dracone e Polibo che creano la corrente detta appunto dai suoi intenti, ‘dogmatica’. Come sempre si verifica, le scuole scientifiche impostate su principi: ideologici aprioristici, intenzionate a difendere a spada tratta precedenti impostazioni come dogmi, si rivelano col tempo in
contrasto con la verità ed alla fine ostacolo allo sviluppo scientifico. …

La corrente dogmatica derivò dalla filosofia eraclitea l’idea che l’anima fosse fatta da una sostanza eterea, fine ed impalpabile. Contribuirono a questa sintesi le teorie naturalistiche di Eraclito, di Democrito, di Zenone, di Crisippo e di Pitagora. Il centro degli interessi della psicopatologia diviene l’anima, entità fisico-chimica sui generis. Il medico si accontenta di scarse cognizioni fisiologiche, anatomiche e cliniche e sposta il suo interesse verso una sistematizzazione unitaria medico-filosofica. Vedremo come contro questa impostazione,
che potremmo definire vitalistica, insorgeranno poi Erofilo ed Erasistrato e i medici della corrente ‘empirica’, che ebbero una visione meccanicistica e neurologica della psichiatria. …

Il medico dogmatico più conosciuto e di cui ci sono rimasti brani delle sue opere, tramandatici da Galeno e da Celio Aureliano, è Diocle di Caristo, vissuto nel IV secolo a.C., poco dopo la morte di Ippocrate.

Prassagora fu un altro caposcuola dell’indirizzo dogmatico di due famosi neuroanatomici, Erofilo ed Erasistrato, che grande apporto diedero allo studio dell’anatomia e della fisiologia del sistema nervoso centrale.

A partennero alla scuola dogmatica i medici Filagrio e Aspasia, vissuti fra la fine del II secolo e il I secolo a.C. i quali studiarono specialmente malattie psichiche psicogene (isterie). allora definite sulla scia delle idee platoniane, «soffocazione uterina». La genesi fisiopsicolog1ca di questi disturbi è identifcata in un aumento della tensione dell’utero che si scarica nel corpo, nelle ‘vene’ e nei ‘nervi’, dando luogo a svariate manifestazioni  psichiatriche: la ‘soffocatio’ «è un disturbo simile a ciò che oggi viene indicato col termine neurosi d’angoscia. Erano conosciute atre forme psicogene, con analoga genesi ma con prevalenza di sintomi a carico della psicomotilità, denommate ‘stupor’ dove vi era acinesia, apatia, abulia. Altri quadri isterici  erano caratterizati da ipercinesie clamorose, «simili alla
epilessia» dette «crisi motrie» (Diocle, «De mulierum affectibus liber»).

Un’ grande apporto alla medicina oltre che con lo studio della anatomia e con pubblicazioni di cui ci sono solo pervenuti i titoli, Diocle e Prassagora, lo diedero con lavori sulla terapia delle psicosi funzionali e organiche.

La scuola dogmatica, come abbiamo visto, tra la morte di Ippocrate nel 420 a. C. e la fondazione della citta di Alessndria, portò un certo contributo alla psichiatria clinica e riuscì a fondere aspetti delle diverse scuole filosofiche con la medicina clinica. La creazione dei regni ellenistici, la spinta che diede Alessandro Magno alla cultra, l’unione della civiltà greca con quella orientale, l’ampliarsi dei commerci e il venir meno del’antica civiltà della polis, sono elementi che carattenzzano il IV ed il III secolo a.C. In Grecia e nei regni ellenistici si diffondono filosofie teosofiche, spiritualistiche, nate dalla contaminazione
di tradizioni orfiche, zoroastriche e pitagoriche con dottrine platoniche: nasce il neoplatonismo di Filone e Plotino che grande influenza ebbe sulla formazione di correnti psicopatologiche mistiche.
Con la morte di Alessandro il Grande il regno di Egitto, nel 321 a.C. fu ereditato dal fratello, Tolomeo I, che favorì la cultura scientifica e si dimostrò mecenate verso intellettuali e scienziati: alla sua corte vissero filosofi e scienziati come Teodoro, Diodoro e Stratone. Filadelfo ed Evergete, funzionari del Re per gli affari culturali, amlpliarono la gia vasta bbbli0teca di Arstotele. Alessandria divenne il centro scientifico del mondo occidentale e del bacino del Mediterraneo e venne per questo definita da Galeno “urbs maxima”: medici, naturalisti, fisici, astronomi, matematici, filosofi e letterati sino al VII secolo d.C., studiarono in questa prestigiosa città. Lo scrupoloso ed attento bibliotecario
Demetrio Falera portò il numero dei libri in possesso della biblioteca ad oltre 700.000. Venne costruito appositamente un grande palazzo, il Brachione, adibito a museo di storia naturale e sede di periodiche riunioni scientifiche: furono in quel tempo, attesta Filostrato, studiate le qualità terapeutiche di numerose piante ed erbe che ad Alessandria giungevano dall’Africa e dall’India. La classe colta greca si sposta in questa città ricca e brillante; vi si reca l’astronomo Aristarco, il geometra Euclide che scrisse i suoi Elementi di geometria, il fisico Archimede, il matematico Apollonio scrisse il celebre trattato sulle sezioni coniche
e vi lavorarono tecnici apprezzati come Filone e Ctesibio. Vi studiarono anche Menelao, famoso matematico, l’astronomo Tolomeo e quasi tutti i medici più famosi del mondo greco-romano, da Galeno ad Oribasio, da Sorano di Efeso ad Areteo di Cappadocia. In altre città dei regni ellenistici sorgono università: a Pella, ad Antiochia e a Pergamo per citare le più famose; tra il IV secolo a.C. ed il VII secolo d.C. non vi fu uomo di scienza che non avesse più o meno a lungo per motivi di studio e di perfezionamento soggiornato in queste famose università.

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973.

 

 

375-295 DIOCLE DI CARISTO

Il medico dogmatico più conosciuto e di cui ci sono rimasti brani delle sue opere, tramandatici da Galeno e da Celio Aureliano, è Diocle di Caristo, vissuto nel IV secolo a.C., poco dopo la morte di Ippocrate. Si interessò di ginecologia e studiò la sterilità della donna mettendola in rapporto con malformazioni anatomiche dell’utero, «ad una sua strettezza». Indagò la struttura dello sperma dell’uomo e fece esperimenti sulla sterilità degli animali: dimostrò che il feto al settimo mese è capace di vita propria e che un parto in questa epoca deve ritenersi legalmente legittimo. Studiò la disposizione anatomica delle membrane che avvolgono i diversi organi e le chiamò ‘meningi’.
Era ferma opinione, presso la scuola dogmatica a motivo di influenze stoiche, che la malattia mentale non fosse altro che il risultato di una disarmonia dell’anima: «si autem quis non credat anima, animae admisceri, demens est»: le malattie mentali niente altro sono che malattie dell’anima («animi perturbatio»).
Diocle di Caristo rimase però fedele al metodo dell’indagine clinica come era stata impostata dal suo maestro. Fu il primo a connettere l”ipocondria’ con la ‘malinconia’, tanto che da’ allora sono strettamente unite nella nosologia psichiatrica nel concetto di «melanconia ipocondriaca». Al suo tempo infatti verteva fra i medici una vivace discussione in merito ad una malattia psichica denominata «colera secco»; si trattava di un morbo senza manifestazioni febbrili, con vari e polimorfi sintomi a carico del sistema digerente e da Galeno che riporta gli scritti di Diocle su questo argomento, veniamo a sapere che così lo descrisse: «è una malattia accompagnata da digestione difficile, da ardori, eruttazioni acri, calore agli ipocondri e flatulenze … spesso c’è vomito … la maggior
parte di questi ammalati sono giovani». Diocle si convinse della funzionalità di questa malattia e la ritenne «assai simile alla malinconia»; Galeno confermerà questo punto di vista: «hypochondriacas affectiones sequi melancholicam tristitiam». Per la sua ricca sintomatologia cenestopatica addominale (ipocondrio) venne detta «ipocondria flatuosa o malinconia flatuosa», termine che nei secoli ebbe sempre grande fortuna e suscitò vivaci discussioni; alcuni vi videro una malattia a sé (ipocondria), altri una varietà di malinconia (hipocondriaca melancholia) fino a che, nel XVIII secolo venne denominata ‘neurosi’ nel
senso di Cullen (malinconia ipocondriaca e ipocondria malinconica). Gli aspetti
malinconici di questa malattia rilevati da Diocle erano ritenuti secondari all’interessamento dell’ipocondrio, regione dove a suo dire nasceva questa complessa
forma psicomorbosa; sempre Galeno lasciò infatti scritto: «Diocle di Caristo, il morbo, da alcuni detto malinconia e da altri ipocondria, lo fece nascere dallo stomaco … da una digestione difficile e acida … ciò ostruisce le vene formando vapori grassi e acidi … provoca un aumento del calore dello stomaco e causa una infiammazione del sangue … una evaporazione della bile che si trova nello stomaco … per cui sale al cervello un vapore tetro, fuliginoso e fumoso, creando così gli accidenti melanconici».

Diocle scrisse un libro, «De febribus», contenente ricette e consigli terapeutici: nel caso il medico dovesse curare «frenitici audaci … ma di costituzione forte», occorreva intervenire con bagni e lavature; se si trattava di persone alcoolizzate in stato di frenite (psicosi alcooliche acute) con flebotomia, al sesto giorno di malattia e provocare emorraggie col taglio della «vena sublinguale». La frenite essendo malattia ove predomma «audacia irrazionale», necessita di terapie forti e incisive; nel caso i pazienti fossero agitati consigliava di praticare «clisteri acri». Il ‘letargo‘, per Diocle grave malattia che spesso complicava il decorso di psicosi frenitiche, per le sue carattenstiche cliniche era una forma morbosa a prognosi infausta infatti v1 era spesso emissione involontaria di feci e di urine e «un corpo macerato dalla malattia»; doveva essere curato con frizioni e provocare ‘sternutamenta’, per modificare la patologia delle «magis membranae capitis ».

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973.

 

 

IV secolo a.C. PRASSAGORA di Cos.

Prassagora di Cos, figlio di Nicarco, fu l’erede erede dell’arte d’Ippocrate. I suoi scritti ci sono arrivati in forma frammentaria e dossografica, ma qualche nozione della sua conoscenza medica l’abbiamo. Si dedicò agli studi anatomici, come ci tramandò il suo allievo Erofilo. Egli innanzitutto riconosce che i nervi sono dei tramiti per la sensibilità. Il cervello viene considerato un’appendice del midollo spinale e perde la funzione del pensiero che viene attribuita al cuore.

Sterpellone L., La medicina greca, Ed. Essebiemme, 2002.

Prassagora fu un altro caposcuola dell’indirizzo dogmatico di due famosi neuroanatomici, Erofilo ed Erasistrato, che grande apporto diedero allo studio dell’anatomia e della fisiologia del sistema nervoso centrale. Galeno scrisse che Prassagora riteneva il cervello «una escrescenza del midollo», una struttura che si era generata a motivo di «un rigetto del midollo e per questo aveva delle circonvoluzioni». Prassagora aveva intuito il ruolo fisiologico del cervelleto struttura anatomica posta in una particolare zona, «una via anatomica di mezzo fra il midollo ed il cervello», con funzioni intermedie tra la riflessa midollare e la integratrice corticale.
Nonostante le conoscenze che aveva del sistema nervoso centrale, Prassagora riteneva tuttavia che la sede dell’anima fosse il cuore e che da questo organo nascessero i vari nervi che poi arrivavano sino al cervello”, pur accettando come giusta la critica di chi affermava che dal cuore partivano soltanto arterie e vene; egli ribatteva che il sistema vasale si trasformava appena alla periferia. del cuore in strutture nervose, come riferisce Galeno.
Portò l’attenzione da clinico sulle malattie mentali psicorganiche acute che chiamò «febres intermittentes comitate». Riteneva che le pulsazioni arteriose fossero diretta e meccanica espressione del tono dello «spirito vitale», dal cuore tramess in tutto il corpo. Complicò ancor più la teoria umorale ippocratica ammettendo ben dieci varietà di secreti. Secondo Celio Aureliano, Prassagora fu il primo medico che osservò e studiò i movimenti muscolari involontari simili al tremore ma senza spostamento di segmenti ossei, che chiamò “fascicolazioni” e che riteneva provocati dalla stessa energia biologica che determinava la pulsazione delle arterie.

Prassagora riteneva che persone con letargia fossero ben curate con oximiele, bevande di acqua, aceto e miele, fomenti ai piedi allo scopo di derivare nelle vene degli arti ciò che intossicava il cervello. Consigliava la somministrazione di vino, se vi era agitazione, se sonnolenza riteneva necessano astenersi dal somministrare bevande alcooliche.
La terapia delle freniti consisteva anche in manovre fisiche, salassi e clisteri, nell’idea di derivare dal cervello sostanze tossiche. La. cura del letargo, quadro clinico opposto alla frenite, si basava sulla somministrazione di eccitanti, di aceto ed elicitazione di starnuti nella convinzione che v1 fosse una comunicazione tra fosse nasali e cervello, per la lamina cribrosa, con l’intento di portare all’esterno gli umori e modificare uno stato patologico delle «membrane che avvolgono il cervello ».

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973.

 

 

 

384 a.C. ARISTOTELE  Stagirita.

Nacque nel 384 a Stagira, figlio di Nicomaco, medico alla corte mecedone dove anche Aristotele esercitò. Fu alunno di Platone ad Atene. Nel 343 divenne medico e precettore di Alessandro Magno che lo aiutò molto negli studi di storia naturale che anche lui coltivava. I seguito a fatti bellici fu costretto a fuggire in Calcide dove morì nel 322. Scrisse molti libri tra cui Storia degli animali e Delle parti degli animali che dimostrano i suoi studi di anatomia. Per ciò che riguarda il sistema nervoso studiò particolarmente i nervi che, come Alcmeone, chiamò “poroi” cioè canali. …

Aristotele ha fondato la biologia come scienza empirica, compiendo un importante salto di qualità (almeno stando alle fonti che ci sono rimaste) nell’accuratezza e nella completezza descrittiva delle forme viventi, e soprattutto introducendo importanti schemi concettuali che si sono conservati nei secoli successivi. …

Il cardiocentrismo è una corrente filosofica, portata avanti da Aristotele il quale considerava il cuore sede dell’anima umana, concezione respinta dalla successiva tradizione medica, che poneva la sede dell’anima nel cervello, tesi accettata anche da Cassiodoro. Con il programma cartesiano di una descrizione meccanica delle strutture e delle funzioni organiche il dibattito sulla localizzazione delle facoltà psichiche ha assunto connotazioni completamente diverse, ed il cervello è considerato generalmente sede principale dei fenomeni mentali. Il problema del dualismo anima-corpo (o spirito-corpo) diventa oggetto di studio quasi esclusivo da parte di filosofia e teologia e solo in rari casi viene preso in considerazione dalla scienza medica. …

Alcuni limiti della biologia aristotelica (come la generale sottovalutazione del ruolo del cervello, che Aristotele credeva destinato a raffreddare il sangue) furono superati con la scoperta, avvenuta in epoca ellenistica, del sistema nervoso. In molti altri casi un superamento della biologia aristotelica si è avuto solo nel Settecento. Alcune delle sue osservazioni in ambito zoologico tuttavia sono state confermate solo nel XIX secolo. …

La fortuna di Aristotele in Occidente si deve, tra le altre acquisizioni del pensiero, al fatto che è stato lui a fondare e ordinare le diverse forme di conoscenza, creando i presupposti e i paradigmi dei linguaggi specialistici che vengono usati ancora oggi in campo scientifico. Mirando a creare un sistema globale del pensiero, furono di importanza basilare le sue formulazioni sulla fisica e sulla metafisica, sulla teologia, sull’ontologia, sulla matematica, sulla poetica, sul teatro, sull’arte, sulla musica, sulla logica, sulla retorica, sulla politica e sui governi, sull’etica, sulla grammatica, sull’oratoria e sulla dialettica, sulla linguistica, sulla biologia e sulla zoologia.

Come pochi altri filosofi, Aristotele ha avuto larga influenza su diversi pensatori delle epoche successive, che ammirarono il suo genio e analizzarono profondamente i suoi concetti: auctoritas metafisica nella Scolastica di Tommaso d’Aquino, oltre che nella tradizione islamica ed ebraica del Medioevo, il pensiero di Aristotele venne spesso ripreso nel Rinascimento. …

Il De Anima trattato è, probabilmente, un insieme di appunti presi dal filosofo stesso (infatti sono stringati e concisi) che poi avrebbe sviluppato nella sua scuola. Quest’opera tratta dell’anima. Aristotele non si sofferma tanto sulla sua definizione ma ne descrive il suo funzionamento, si concentra quindi sulle sue facoltà (funzioni). …

Innanzitutto Aristotele precisa nel terzo libro, come ha fatto in precedenza (nei primi due libri), che la facoltà sensibile è solo in potenza e si attua solo quando vi sono oggetti da percepire. La percezione infatti è passiva in quanto si subisce l’azione degli oggetti esterni. L’intelletto dipende invece dalla nostra volontà. Per il filosofo l’apprendimento è un’alterazione rafforzativa infatti tale alterazione rafforza lo stato di chi conosce facendolo passare da conoscente in potenza a conoscente in atto. Prima di analizzare i vari tipi di sensazione Aristotele delinea le tre specie di sensibili. I sensibili propri sono percepiti solo da un determinato senso: per la vista il colore, per l’odorato l’odore, per il gusto il sapore. Per questi sensibili non c’è possibilità di errori. I sensibili comuni non sono legati ad un unico senso e permettono di percepire gli oggetti nel loro complesso. Essi sono: il movimento, la quiete, il numero, la figura, la grandezza. Infine vi sono i sensibili per accidente che concernono in associazioni. Se ad esempio vedendo una macchia bianca l’associo al figlio di Diare tale associazione è solo possibile, non è certa.

Dopo tali considerazioni il filosofo si occupa specificamente dei cinque sensi. La vista percepisce il colore e la luminosità. Per Aristotele ogni senso ha un medium, cioè un mezzo che fa da tramite tra l’oggetto percepito e l’organo. Per la vista il medium è il trasparente. Per Aristotele il colore agisce sul medium. In questo modo si possono percepire anche gli oggetti a distanza. L’udito percepisce il suono. Il medium sono l’aria e l’acqua, infatti Aristotele nota che un suono si può propagare anche nell’ambiente acquatico. Il suono è generato dalla percussione dell’aria, ed infatti possono emettere suoni solo gli esseri che hanno la capacità di respirare. L’olfatto percepisce l’odore. Il medium è l’aria ma anche qui il filosofo nota che vi sono degli animali che hanno l’odorato anche in un ambiente acquatico. L’uomo ha l’odorato meno sviluppato rispetto ad altri animali perché percepisce ogni odore come dolore o come piacere. Tramite il gusto si percepisce il sapore. Diversamente dagli altri sensi non vi è nulla che funga da mezzo e la percezione avviene nell’umido tramite la lingua. Il tatto ci permette di percepire una vasta gamma di oggetti anche opposti: freddo e caldo, duro e molle, secco e umido ecc. A differenza del gusto qui vi è un medium. Questo è la carne. A questo punto si delinea la differenza tra gusto e tatto. Ad esempio quando la lingua percepisce il gusto di qualcosa funge da organo mentre quando percepisce oggetti tattili funge da medium. I sensibili propri del tatto – dice Aristotele – sono le quattro qualità, e la percezione si verifica (ossia passa in atto) in relazione alle qualità che abbiamo in noi. Così, ad esempio, per percepire qualcosa di caldo dobbiamo noi stessi essere meno caldi dell’oggetto percepito, altrimenti se fossimo ugualmente caldi non riusciremmo a percepirlo. Questo processo, però, non deve spingersi oltre un certo limite: il caldo o il freddo non devono essere eccessivamente intensi, altrimenti l’organo sensoriale ne verrebbe danneggiato; lo stesso vale per i sensibili propri di ciascun senso.

Da https://it.wikipedia.org/wiki/Aristotele; https://it.wikipedia.org/wiki/Cardiocentrismo; https://it.wikipedia.org/wiki/Sull%27anima_(Aristotele)

Si riporta l’interpretazione fatta in epoca rinascimentale (1472-74) della teoria aristotelica. Il disegno di Johann Lindner di Mönchburg (1440-1524), storico tedesco, è ispirato al De Anima di Aristotele e riprende l’eterna discussione tra l’anima e il corpo sorta col cristianesimo dall’interpretazione della Genesi che ne diede Agostino d’Ippona (santo) che ha ammesso che le facoltà superiori dell’uomo (conoscitiva, discriminativa, ecc.) cioè l’anima fossero alloggiate nel cervello ed esattamente nei ventricoli  cerebrali per cui il concetto di localizzazione ventricolare divenne una dottrina cristiana.

1a. L’organo della vista sta nell’occhio dove c’è l’umore cristallino, al centro della pupilla, che ha un certo colore in modo che si possa vedere ogni cosa. 1b. Le azioni sono le seguenti : percepire ciò che ricade nel dominio dei sensi. Diverse cose sensibili sono percepite attraverso l’intervento dei diversi sensi. La vista è un senso che percepisce un oggetto corporeo in modo non mediato [senza trasferimento materiale corpo-occhio].     2a. La prima cellula della parte anteriore del capo è l’organo che si adatta alla natura dell’uomo, anzi non mantiene a lungo la percezione perchè l’immagine sensibile non è conservata se manca l’oggetto della conoscenza. 2b. Si dice sensibile tutto ciò che è conservato nel cuore come il tatto e la vista. Tuttavia in questa prima cellula risiede la radice della percezione sensibile che ha il suo fondamento nel capo in quello che è il cervello. 3. La seconda cellula della parte anteriore del capo è l’organo della virtù immaginativa che è di natura secca ed è fatto in modo da conservare gli aspetti sensibili anche in assenza dell’oggetto. 4a. La terza cellula collocata al centro del capo secondo alcuni è l’organo della fantasia e dispone gli aspetti dell’immaginazione conservativa e tra l’immaginazione e la valutazione naturale, secondo altri invece non sa effettuare una precisa distinzione (immaginazione/distinzione). 4b. Secondo altri il fantasma dell’anima risiede nella fantasia la quale consiste nel senso che governa le cose probabili, ma secondo altri la fantasia elabora cose probabili e improbabili con uguale capacità. 5a. Nella parte posteriore del capo la prima cellula ha natura di acqua. Il suo compito è ricevere la percezione degli aspetti sensibili ed è un organo estimativo e cognitivo. Negli animali infatti è solamenta estimativa, nell’uomo è cognitiva. 5b. Secondo altri questa parte è riservata solo alla percezione delle cose sensibili. 6. L’ultima cellula è l’organo della capacità memorativa che è di natura secca e il suo compito è di trattenere le percezioni degli aspetti sensibili, si chiama infatti memorativo. 7. L’organo dell’udito è distanziale anteriormente ma in distante c’è il timpano che è nell’orecchio una pellicola sottoforma di foglio che si riempie [sic!]. 8. L’organo del tatto è un certo reticolo esteso per tutto il corpo ed è percettivo e si esercita grazie ad organi tattili che funzionano ciascuno secondo la propria natura e ciascuno rappresenta l’immagine delle cose toccate. 9. L’organo del gusto distante ed è fatto di carne morbida e porosa che ricopre la lingua da tutte le parti e c’è un certo nervo lungo tutta la lingua. 10. Questo è quell’organo che ha un senso naturale che si esercita all’esterno e consente percezioni precise. 11. L’organo dell’odorato si compone di due cavità nel naso e simili a due mammelle nel capo [le narici].  Le altre annotazione in alto ripetono schematicamente le teorie mediche del tempo. [Trascrizione e traduzione di Angelo Brumana]

Da un manoscritto (f. 93r figura con organi di senso) riguardante il De Anima di Aristotele che si trova nella  Biblioteca della Collezione Wellcome. https://commons.wikimedia.org /wiki/File:Aristoteles,_De_anima_Wellcome_L0044182.jpg

 

 

371-287 a.C. TIRTENO O TEOFRASTO di ERESO

Il più conosciuto allievo di Aristotele in questo periodo fu Teofrasto di Ereso (323-286 a.C.). Il suo vero nome era Tirtano, ma Aristotele lo cambiò in quello di Teofrasto, che vuol dire divino, perchè il suo stile «aveva, appunto, qualche cosa di divino ». I risultati ottenuti da Teofrasto nello studio della botanica e della fisiologia vegetale furono pari a quelli realizzati in altri campi dal suo maestro: le sue « Ricerche botaniche », raccolte in dieci libri, rimasero giustamente famose per secoli, al pari di quelle di Dioscoride. [Dell’Historia delle Piante di Theophrasto, Presso Biondo in Vinegia, 1549, https://ia800203.us.archive.org/4/items/bub_gb_ae7T60Ukfz8C/bub_gb_ae7T60Ukfz8C.pdf].  Viaggiò per tutta la Grecia classificando piante ed erbe, raccogliendone ben 500 specie diverse; descrisse piante ed erbe indiane, egiziane ed etiopiche che gli erano continuamente portate da commercianti greci. Diogene Laerzio scrisse che Teofrasto coltivava un ampio giardino botanico con numerosissime piante, ne studiava la morfologia e la fisiologia.
La sua opera rimase classica sino alla pubblicazione della nosologia botanica del Linneo nel XVIII secolo. Applicò la concezione fisiologica di Aristotele al mondo vegetale, descrisse i processi biologici vegetali facendo ricorso a termini allora in voga; umori, elementi, anima vegetale e calore vitale e lasciò numerosi articoli su diverse e sino ad allora sconosciute malattie delle piante. … Disse Galeno che fu un «logico della scienza», un epistemologo diremmo oggi, consapevole delle difficoltà metodologiche che lo scienziato incontra nel suo lavoro. Fu il primo storico della scienza: nel suo libro De sensi bus analizza lo sviluppo delle concezioni sulle funzioni percettive, dei filosofi che lo
precedettero: Parmenide, Empedocle, Anassagora, Clidemo, Diogene di Apollonia,
Democrito e Platone.

Lasciò un numero elevato di volumi, su argomenti medico-psichiatrici: sulle “sensazioni”, sulle “immagini”, sui “sensi”, sulle “passioni” e famoso e commentato per secoli quello “sulla astenia” (De lassitudo). In altri scritti si interessò di disturbi vertiginosi, paralisi, epilessia, svenimenti, alcoolismo, malinconia, insania e fece ricerche sul sonno e sui sogni. Il celeberrimo libro, I caratteri, costituisce, oltre che un’opera di grande valore letterario, un esempio insuperabile di caratterologia descrittiva non sistematica, che soltanto un uomo con molta esperienza del comportamento umano poteva concepire. L’alterazione
della personalità è vista come un eccesso di determinate manifestazioni comportamentali, cosa del restogià sottolineata da Aristotele. Il “caratteriale” è un individio che esprime deviazione dalla norma della norma in eccesso e in difetto: avaro, pauroso, millantatore, etc.
La normalità coincide con la media, «né troppo né troppo poco», con un comportamento socialmente adeguato e non disturbante il contesto e il gruppo in cui l’individuo vive. Lo psicopatico, sembra di poter dedurre, per Teofrasto è un sociopatico, un soggetto in contrasto con le norme etico-sociali.
Comprese la necessità di una visione razionale della realta, ma ne vide i difetti ed i suoi limiti. Osteggiò un concezione freddamente razionalistia (matematica) avulsa dall’uomo e dalla biologia. Famosa fu la sua presa di posizione polemica contro quei filosofi, portatori di ideologie avulse dalla realtà intima e biologica dell’uomo. Accettò la dicotomia funzionale di Aristotele fra anima e corpo, ma fu nemico di una assoluta divisione fra biologico e psichico.
Scrisse a tale proposito: « Il primo problema è dunque; esiste una connessione fra concetti mentali e i fenomeni naturali … in che modo essi agiscono fra di loro? … se infatti i concetti mentali appartengono solo alla matematica la loro connessione con i sensi non è molto chiara». Diretta allusione a quelle scuole rigidamente intellettualistiche, come le pitagoriche e le platoniche, che credevano possibile una conoscenza per concetti lineari e limpidi (matematici).
Riportò il problema della conoscenza là dove era nato dallo studio delle senso percezioni:
una vera conoscenza deve nascere soprattutto dall’analisi fisiopsicologica di queste funzioni biologiche. Non si può pensare ad un concetto mentale così astratto che in qualche modo non trovi nelle strutture biologiche dell’uomo l’origine e la giustificazione. Questo sano empirismo, se fu utile alle scienze biologiche, si dimostrò non appropriato per quelle fisico-matematiche; il tentativo di gettare un ponte fra scienze concettuali ed empiriche si dimostrò col tempo impossibile. Comunque quello di Teofrasto fu un tentativo volto a riportare la conoscenza umana su un terreno meno teorico, meno formale ed astratto di quello degli indirizzi matematici dell’epoca (pitagorici).
Le sue convinzioni psicologiche nascono dalla credenza dell’esistenza di una stretta unione fra uomo e mondo naturale, fra percezione sapere, fra percepto e verità concettuale. È fondamentale la sua distinzione fra sapere nato e fondato su fenomeni senso percettivi adeguati, in armonia con il reale e un sapere (non sapere) che nasce da errori dei sensi, in disaccordo con la realtà. Il suo fu un realismo soggettivo inclmante verso l’empirismo simile a quello delle scuole mediche empiriche; vedeva nel sapere umano un mezzo utile per un adeguato agire. Non vi può essere disaccordo fra organi sensitivi, sensonali e
realtà psicologica: se ciò avviene l’uomo si trova al di fuori della norma. Razionale e reale coincidono, proprio perché fra oggetto e sensorio normalmente non vi sono ostacoli di sorta; solo la malattia alterando le funzioni percettive distrugge questa armonia, come nell’alienato con allucinazioni e deliri.
Fra apparato percettivo, percezione e oggetto esterno non esiste un semplice rapporto meccanico, come intendevano le scuole filosofiche atomistiche: non vi è soltanto un evento fisico, che dall’oggetto per mezzo di ‘effluvi’ colpisce l’organo di ricezione e il cervello. La percezione è un processo inglobante l’io, il giudizio e l’intelletto; la percezione scrive Teofrasto, avviene «sotto il controllo del giudizio e dell’intelletto». Bisogna tenere conto della forma, della disposizione anche momentanea dell’apparato ricettivo, della sua ‘diatesi’: la percezione è un processo sintetizzante, un rapporto e una proporzione fra oggetto, apparato sensoriale e io. Le coordinate principali sono da un lato il livello dello stimolo e dall’altro la ‘soglia’ del canale di percezione; se la percezione è inadeguata e sotto
la soglia non si ha stimolazione dell’organo di senso, se è al di sopra di un certo limite, invece della normale percez10ne si ha «il dolore». La percezione ottimale si ottiene con stimolazioni adeguate e armoniche, perché l’organo sensoriale possiede una naturale barriera affinché i processi percettivi non dilaghino dallo specifico canale nervoso: in caso di forti stimolazioni si ha invece la rottura di questa barriera e il corpo è invaso dallo stimolo sensoriale. Forti stimolazioni luminose, acustiche e tattili provocano «un disordine degli umori, del cuore e della coscienza».
I sentimenti e i vissuti emotivi provocati da percezioni adeguate e armoniche sono piacevoli, mentre stimoli eccessivi e disarmonici provocano sensazioni dolorose e disturbi somato-vegetativi. L’organo dell’udito è quello che più percepisce l’armonia delle stimolazioni e la disarmonia delle stesse. Stimolazioni sensoriali piacevoli e armoniche sono il fondamento stesso della melodia musicale così utile nella cura delle diverse condizioni psicomorbose. L’udito è l’organo sensoriale in stretto rapporto con l’anima, le passioni e la vita emozionale: vi è un profondo rapporto fra sensazione uditiva, «piacere e dolore».
Teofrasto fu convinto assertore, come Aristotele, della fondamentale unità biologica e psicologica dell’uomo; il sistema nervoso e le funzioni mentali sono gli strumenti atti ad adattare armonicamente l’uomo al mondo. Mente e corpo sono in relazione ‘armonica’, tuttavia, perché la mente e il cervello non sono isolati dal mondo e dal corpo, possono essere disturbati da sommovimenti psicologici e fisici.
Le senso-percezioni sono collegate, «col sangue, cogli umori e gli spiriti animali»: l’insania, manifestandosi con disturbi del funzionamento dei sensi, è una «passio in sensibus». Disordini del corpo si riflettono per ‘simpatia’, sulla mente. Teofrasto pone un punto fermo metodologico in merito all’interpretazione dei meccanismi patogenetici della «alienazione mentale»: si sensi sono «gli strumenti della ragione», una disarticolazione delle percezioni sarà all’origine della malattia mentale. La ragione e l’intelletto di per sé nell’insania non sono primitivamente alterati, sono invece colpiti i canali senso percettivi,
di modo che le informazioni che il sensorio comune riceve e poi connette in schemi spazio-temporali saranno errate, in contrasto con la realtà e di riflesso falsi i giudizi dell’intelletto. Le esperienze interiori di movimento originano da rapporti spaziali fra immagmi mentali assimilate precedentemente ed associate dal sensorio comune alle perceziom esterne: il raffronto fra questi fenomem creerebbe l’impressione del movimento ‘interiore’.
La sua opera medica più letta fu la «De lassitudo», termine traducibile con astenia o stanchezza: Galeno, assai polemico, fu dell’idea che Teofrasto non apportò molti contributi alla medicina infatti a suo pensare fu soltanto «un imitatore di Ippocrate». Teofrasto deve ritenersi il primo che portò nella nosologia psichiatrica il concetto di astenia collegandolo ad una malattia particolare. I paragoni con la neuroastenia di Beard e di Bouchut del XIX, secolo vengono spontanei, anche perche l’idea di lassitudine di Teofrasto subì col tempo lo stèsso contrastato destino.
Venne frammentata e dopo la vivace critica di Galeno dimenticata; la lassituine, scrisse Galeno, non è una malattia, ma «un sintomo» che si trova in diverse condizioni morbose: «nella febbre», nelle «ulcere», nei «flemmoni» etc., essa è un disturbo che preannuncia l’insorgere di una malattia somatica o psichica, è un «preanunciant morbos». Teofrasto riteneva invece che la ‘lassitudine’ fosse una vera e propria unità morbosa, una malattia, «di tutto il corpo … associata con tristezza e molestie, soprattutto in relazione ai movimenti del corpo ad andamento continuo». Tuttavia la astenia nervosa così intesa rimase anche semisconosciuta come entità clinica, tanto che un farmacologo clinico del X secolo d.C., Nicola Mirepsio di Alessandria, elaborò varie ricette per curare i disturbi provocati da «animi defectionem et corporis».

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973.

 

 

 

350 ca a. C. Trapanazioni Celtiche in in Austria

[Viene riportata solo la parte della pubblicazione che riguarda il primo millennio a.C.]

… Due sepolture con trapanazione risalgono al Neolitico, sei al Bronzo Antico, una alla tarda età del bronzo e tre risalgono alla tarda antichità [IV secolo a. C.]. La maggior parte delle trepanazioni sono state fatte all’interno del periodo La Tène. Finora, 15 trapanazioni, effettuate durante la vita dell’individuo, sono state verificati in quel periodo. …

In seguito, il lavoro archeologico sul territorio di Dürrnberg si intensificò. Nuove scoperte affascinanti vennero alla luce, e l’interesse iniziale per la piccola necropoli di Putzenkopf si è attivata. Fu solo negli anni Ottanta che gli scavi furono ripresi lì
ancora. Nel corso dei nuovi scavi del 1981, lo scheletro di un uomo venne scoperto. Secondo i suoi beni nella grotta, è stato fatto risalire a La Tène A (circa la prima
metà del IV secolo aC). Il suo cranio ha rivelato una sestupla trapanazione eseguita con un trapano. Questa è la prima trapanazione con trefina conosciuta in Europa centrale (Fig. 2).

Figura 2. Trapanazione con sei fori dalla necropoli di Putzenkopf a Dürmberg. Copyright di Osterreichisches Forschungszentrum Dürmberg.

Questo gruppo di individui con trapanazioni fu completato nell’estate del 1999, quando fu scoperta una tomba con un uomo che aveva una singola raschiatura sul retro del cranio. Quella tomba risale anche a La Tène A. Lo scheletro non era nella sua posizione originaria: le ossa erano state messe in una pila con il cranio trapanato in cima. Gli scavi continuarono nel 2000. È stata scopertaa la tomba di un bambino , che conteneva tra i doni una rondella ossea che ha avuto origine da una persona trapanata. È stata apparentemente usata come un amuleto.
I risultati dell’esame osteologico non sono ancora disponibili. Pertanto, non ci sono dettagli sullo stato di salute o la causa della morte degli individui. A prima vista essi
sembrno che tutti siano sopravvissuti alla trapanazione.
Ognuna delle rispettive tombe è stata posta a una distanza regolare alla periferia del cimitero. Il centro è dominato da un tumulo di 9 m di diametro (fig. 3), che
copre una tomba di 2.5 per 2.5 m.  In esso c’erano gli scheletri di un uomo e di una
donna, i loro corpi separati da doni che consistevano in cinque vasi di terracotta e diverse ossa di animal, probabilmente il resto di un pasto.

Figura 3. La tomba tumulo di una guaritrice femminile della necropoli di Putzenkopf a Diirmberg. Figura 4. Regali dalla tomba del tumulo. Copyright di Osterreichisches Forschungszentmm Dürrnberg.

All’apertura della tomba, lo scheletro dell’uomo era stato disturbato con l’eccezione
degli arti inferiori, che erano ancora in situ. Alcune estremità erano rotte, probabilmente di proposito. Tra le ossa dell’uomo c’erano una fibula di bronzo e parecchi oggetti, da cui potremo conoscere qualcosa sulla sua professione e sul suo stato sociale. C’è un asta di ferro con un manico fatto di corno, decorato con cerchi, un disco ovale con un’ammaccatura nel mezzo, fatto di quarzite bianca, e una punta di un corno con un foro di perforazione. Inoltre abbiamo due parti di costole con bordi affilati (Fig. 4).
La tomba della donna era intatta, con il braccio destro leggermente piegato. Lei si trovava lato sud della camera. Aveva una collana in sette parti, fatto di bronzo. C’erano anche dieci fibule usate per fissare i vestiti e in parte per ornamento. Degno di nota particolare è una fibula figurata, molto probabilmente raffigurante un cane. Nella credenza religiosa dei Celti, i cani erano i messaggeri degli dei e
comandavano nel mondo dei morti. La vita della donna era circondata da una cintura. Sopra ogni avambraccio aveva un braccialetto fatto con una lastra di bronzo arrotolata. Sulle gambe vi erano semplici anelli, fatti di bronzo.
Posta ai suoi piedi, questa ricca signora aveva un contenitore organico con parecchi amuleti, e un oggetto simile a una falce di ferro, affilato su entrambi i lati. Tra gli amuleti c’era una ruota di bronzo, il dente trafitto di un cinghiale, due pezzi di pietra calcarea con buchi naturali, e un ago in osso.
L’equipaggiamento di ferro, così come la verga di ferro menzionata prima, e il disco potrebbero verosimilmilmente appartenere a un corredo di strumenti chirurgici. La verga di ferro con il manico di corno e il disco ovale, potrebbe essere stato parte di un trapano. C’era anche un frammento di un esile lama di steatite nella tomba che potrebbe benissimo essere stata utilizzata per scopi chirurgici.
La costruzione tomba molto imteressante proprio nel centro del cimitero, e beni inseriti, dimostrano l’elevato stato sociale del defunto. Sono stati, molto probabilmente, sepolti intorno al 400 a. C. L’equipaggiamento medico e gli amuleti magici consente la conclusione che la coppia sepolta apparteneva a un’élite. Non possiamo decidere quale fosse la loro funzione reale nella vita. I Celti non avevano medici professionisti. Secondo a Plinio il Vecchio (Plinio, Nat Hist 16: 249-25 1), l’aiuto medico era al dovere dei Druidi, anche se deve essere preso in considerazione che “i classici” Druidi erano pochi in Gallia (Cesare, Gal 6: 13-14).

Breitweiser R., Celtic Trepanations in Austria, in Arnott R., Finger S. Smith C.U.M., Trepanation History, Discovery, Theory, Swets&Zeitlinger, 2003.

 

 

 

IV secolo. La Scuola Medica di Alessandria.

La scuola dogmatica, come, abbiamo visto, tra la morte di Ippocrate nel 420 a. C. e la fondazione della citta di Alessandria, portò un certo contributo alla psichiatria clinica e riuscì a fondere aspetti delle diverse scuole filosofiche con la medicina clinica. La creazione dei regni ellenistici, la spinta che diede Alessandro Magno alla cultura, l’unione della civiltà greca con quella orientale, l’ampliarsi dei commerci e il venir meno dell’antica civiltà della polis, sono elementi che caratterizzano il IV ed il III secolo a.C. In Grecia e nei regni ellenistici si diffondono filosofie teosofiche, spiritualistiche, nate dalla contaminazione di tradizioni orfiche, zoroastriche e pitagoriche con dottrine platomche:
nasce il neoplatonismo di Filone e Plotino, che grande influenza ebbe sulla formazione
di correnti psicopatolog1che mistiche.
Con la morte di Alessandro il Grande il regno di Egitto, nel 321 a.C. fu ereditato dal fratello, Tolomeo I, che favorì la cultura scientifica e si dimostrò mecenate verso intellettuali e scienziati: alla sua corte vissero filosofi e scienziati come Teodoro, Diodoro e Stratone. Filadelfo ed Evergete, funzionari del Re per gli affari culturali, ampliarono la già vasta biblioteca di Aristotele. Alessandria divenne il centro scientifico del mondo occidentale e del bacmo del Mediterraneo e venne per questo definita da Galeno ‘urbs maxima’: medici, naturalisti, fisici, astronomi, matematici, filosofi e letterati sino al VII secolo d.C., studiarono in questa prestigiosa città. Lo scrupoloso ed attento bibliotecario
Demetrio Falera portò il numero dei libri in possesso della biblioteca ad oltre 700 000. Venne costruito appositamente un grande palazzo, il Brachione, adibito a museo di storia naturale e sede di periodiche riunioni scientifiche: forono in quel tempo, attesta Filostrato, studiate le qualità terapeutiche di numerose piante ed erbe che ad Alessandria giungevano dall’Africa e dall’India. La classe colta greca si sposta in questa città ricca e brillante; vi si reca l’astronomo Aristarco, il geometra Euclide che scrisse i suoi «Elementi di geometria», il fisico Archimede, il matematico Apollonia scrisse il celebre trattato sulle sezioni coniche
e vi lavorarono tecnici apprezzati come Filone e Ctesibio. Vi studiarono anche Menelao, famoso matematico, l’astronomo Tolomeo e quasi tutti i medici più famosi del mondo greco-romano, da Galeno ad Oribasio, da Sorano di Efeso ad Areteo di Cappadocia. In altre città dei regni ellenistici sorgono università: a Pella, ad Antiochia e a Pergamo per citare le più famose; tra il IV secolo a.C. ed il VII secolo d.C. non vi fu uomo di scienza che non avesse più o meno a lungo per motivi di studio e di perfezionamento soggiornato in queste famose università.

Gli empirici misero davanti al dogmatico il pensiero di Eraclito, la mutevolezza della natura, la grande varietà dell’essere, sino ad-apparire per un certo verso alleati degli indirizzi ‘scettici’. Per il pensiero empirico non esiste una conoscenza medica astratta, ma soltanto l’esperire «dei sensi, il sintomo, l’esperimento e le connessioni per analogie»: il concetto, sostenevano «arriva fin dove giungono le osservazioni» (Galeno). Fecero parte della scuola empirica il medico Zeusi, acuto commentatore delle opere di Ippocrate, e i medici Filatele, Aristosseno, Eraclite di Eritrea, Stratone di Berito, Licone di Troade, Apollofane e Ictesio. Alessandria c0n la scuola empirica diventava il più colto ambiente medico del mondo: nel suo palazzo universitario, il Brachione, si celebravano
anche riunioni letterarie, i «ludi musarum et apollinis».
Tuttavia sappiamo da Nicandro e da Celso che lo spirito commerciale e venale era così diffuso ad Alessandria che il sedativo del sistema nervoso centrale allora più usato,
l’estratto di oppio, era così frequentemente adulterato da spingere il medico Andrea Crisaride a studiare un metodo per scoprire le adulterazioni di questo farmaco.
Il medico che studiava ad Alessandria secondo Ammiano Marcellino, era considerato con massima stima in tutte le cerchie scientifiche. Oltre alla validità universitaria del titolo di studio, non erano soltanto le sovvenzioni statali, la bellezza della città e la dolcezza del clima a favorire l’afflusso degli intellettuali ad Alessandria; importante era per favorire lo sviluppo della medicina scientifica la libertà per la dissezione anatomica. Il medico studiava a suo agio perché scrive Plinio il vecchio: «regibus corpora mortuorum ad scrutandos morbos insecantibus»; da queste ricerche nacquero lo sviluppo delle conoscenze anatomiche e la precisione delle osservazioni neurologiche di Erofilo ed Erasistrato.
Altri medici empirici furono: Acrone di Agrigento, forse uno dei fondatori della scuola, Filino di Coo, Eraclide di Taranto, Demetrio di Apamea, Meniade, Bacchio di Tanarpa e Zenone di Laodicea. Seguivano l’indirizzo clinico, ma anche una originale impostazione di Menodato di Nicomedia, per cui era ammesso un certo ragionamento induttivo sui dati semeiotici rilevati detto ‘epilogismo’, cioè «studio delle cause delle malattie che non cadono sotto i sensi». Il concetto derivato da questo indirizzo era il . seguente: qualora in un soggetto affetto da ‘mania’ si fosse trovata una determmata les10ne cerebrale, il medico· non doveva però arguire che la mania dipendesse sempre da lesioni cerebrali, ma ritenere queste, «una causa occasionale», scatenante nel senso della patologia generale moderna. Ne derivò una delle più acute conquiste metodologiche della medicina empirica, la scoperta della polideterminazione etiopatogenetica delle malattie mentali. La vera causa rimaneva ‘nascosta’ (ultima) e non poteva trovarsi per la ‘limitatezza’ del pensiero umano; il medico doveva accontentarsi di conoscere esattamente la sintomatologia e di indicare delle concause, delle cause slatentizzanti chiamate ‘occasionali’ nella terminologia del tempo.
Seguirono questo indirizzo anche i medici Citia di Mileso, Andrea di Caristo,
Crisermo, Callinace, Callimaco, Eudemo e Apollonio di Chite: fu quest’ultimo
medico che per primo nel mondo antico coniò, sulla base dell’indirizzo metodologico empirico, il termine di ‘syndrome’ che tanta fortuna ebbe. Con ciò indicava, come riportò Galeno, un tentativo clinico-semeiotico per isolare gruppi di malattie con sintomatologia analoga, astraendo dalle cause patogene che potevano essere anche sconosciute oppure diverse e varie. Acutamente Apollonio di Chite, ideatore di una terapia a base di carne nei pazienti astenici, scrive a questo proposito: «le malattie vanno distinte per un concorso di sintomi che chiamo sindrome, cioè una congregazione di sintomi, che fanno una malattia». Gli empirici furono clinici che misero in valore i diversi sintomi, rifiutarono
annose e dogmatiche discussioni astratte, furono veri ippocratici e pensavano che la medicina doveva ritenersi scienza improntata a: «observatio, memoria et exercitatio».
Abbiamo da questi medici precise indicazioni diagnostiche, osservazioni cliniche chiare e ineguagliate al loro tempo. Osservavano i malati e le loro manifestazioni: un quadro clinico chiarificato nel suo aspetto semeiotico fu la rabbia detta idrofobia, malattia allora molto diffusa. Diocle di Caristo, la chiamò ‘cynolysson’ cioè morbo originato da morso di cane rabbioso: sintomo principale è un ostinato rifiuto di bere che interviene dopo circa un mese dal morso di cane e un insieme di disturbi psichici acuti: «anxietates, iracundia, corporis difficultas, somnus turbatus, vigilia, … vox obtusa … tremor».
Dalla scuola empirica furono notati i sintomi psichiatrici nelle malattie internistiche: «mentis alienatio» nelle pleuriti e polmoniti, «insonnia, agitazione, sopore, allucinazioni e irrequietezza» nei cardiopatici, ‘ansietà’ nei malati di colera. Erofilo, Erasistrato, Apollonio, Andrea di Caristo ed Eudemo si interessarono delle ‘cefalee‘ e ne descrissero una varietà analoga alla attuale nevralgia trigeminale, che chiamarono ‘siagonas’: in questi casi il dolore è « molto forte … localizzato alle mascelle … e procede per periodicus circuitus». Isolarono un tipo di cefalea probabilmente sintomatica di neoplasie cerebrali il cui carattere fondamentale è il profondo ottundimento del sensorio: «in omnes sensu obtusione». Notarono che a proposito dell’apoplessia «le paralisi erano frequenti nei vecchi in inverno» e che potevano esitare, passando il tempo, in due modi,
«in flessione ed in estensione». Apollonio intuì l’esistenza di zone algogene causa di cefalea che indicò nel «cervello, nelle meningi, nelle arterie, nelle vene e nel
capo»: preparò ricette curative per la cefalea che Galeno elenca con precisione.
Gli empirici diedero importanza alla diagnosi differenziale, perché credevano nell’esistenza di gruppi di malattie, isolabili in base ad analogie sintomatiche: ogni malattia veniva esaminata in riferimento a forme analoghe («quae sunt similia»). Descrissero i sintomi psichici dell’idrofobia e la loro rassomiglianza in qualche caso con la malinconia,. la mania, la frenite e notarono che vi erano malati psichici che mimavano la rabbia con modalità isteriche. Chiamarono questa ultima malattia ‘aerofobia’ termine con cui indicarono persone timorose dello spazio, e ‘pantofobie’, quei casi di persone «di tutto spaventate» (Celio Aureliano). A differenza che gli idrofobici terrorizzati dall’acqua, i primi avevano paura dell’aria e degli spazi aperti, mentre i secondi «avevano timore di tutto»
(Celio Aureliano, Andrea di Caristo). Erofilo apportò una distinzione semeiotica
validissima fra spasmi e tremori muscolari: ambedue erano segno di « passio nervorum», ma nel tremore si avevano contrazioni più veloci che nello spasmo: «spasmus vero brevissimi tempori, celerrimi tremor».

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973.

 

 

IV secolo a.C. EUDEMO di Alessandria.

Contemporaneo di Erofilo ed Erasistrato partecipò con essi alla scuola medica alessandrina. Si occupò di studi anatomici sul sistema nervoso, sugli organi sessuali maschili e femminili e sull’embriologia. Di lui e dei suoi studi abbiamo notizie tramite Galeno.

 

 

335-280 a.C.  EROFILO di Calcedonia.

E’ noto per i suoi studi anatomici e clinicamente come ostetrico. Nacque nel 330, fu allievo di Prassagora e di Crisippo, e morì nel 260. Assieme a Erasistrato ha fondato la scuola medica di Alessandria d’Egitto che permetteva studi sui cadaveri ed anche sui condannati. Ha effettuato studi anatomici in particolare sul cervello considerandolo il centro di tutto il sistema nervoso e la sede dell’intelligenza. Distinse i nervi dai vasi sanguigni, dividendoli in nervi sensoriali e nervi motori. Di Erofilo sappiamo che considerava il cervello come l’organo del pensiero e dell’intelligenza (che invece Aristotele poneva del cuore). Dell’anatomia del cervello descrisse il IV ventricolo con il calamo scrittorio e la confluenza dei seni durali che da lui prese il nome di torcular di Erofilo. Il nervo ottico fu descritto come un “poroi” (canale) che porta le sensazioni ottiche al cervello. Descrisse le tre strutture anatomiche del sistema nervoso centrale: cervello, cervelletto e midollo spinale dalle quali osservò che originano i nervi. Distinse i nervi motori, che vennero accorpati ai tendini come struttura neuro-tendinea e nervi sensoriali . Studiò anche l’occhio in cui desscrisse quattro tuniche invece delle tre precedentemente note chiamando la terza tunica “retina” per similitudine ad una rete da pesca.

Da Russo L., La Rivoluzione dimenticata, il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Feltrinelli, 2001; Sterpellone L., La medicina greca, Ed. Essebiemme, 2002; Von Staden H., Herophilus: the art of Medicin in early Alexandria, Cambridge University Press, 1989.

Erofilo nacque a Calcedonia e in giovane età, come era in uso si interessò d1 filosofia. I suoi studi anatomici sul sistema nervoso e sull’apparato arterovenoso, attesta Galeno, furono ritenuti fondamentali; ancora nel XVIII secolo l’anatomico Falloppio giudicava l’opera di Erofilo ineguagliata. Fu diffusa la voce, rienuta vera da Celso e da Tertulliano, che Erofilo si servisse per i suoi studi di anatomia di individui vivi (vivisezione), condannati a morte per gravi atti criminosi. Alcuni storici, come lo Sprengel, sono scettici su questa credenza: essa trovò nel mondo antico una certa credibilità. Il suo lavoro di anatomico fu grandioso: descrisse le vene mesenteriali, la struttura dell’uvea, dell’osso
ioide e del fegato; denominò “duodeno” la prima parte dell’intestino, descrisse accuratamente i genitali femminili e maschili, principalmente gli epididimi e le tube ovariche. Esaminò i movimenti respiratori suddividendoli in quattro fasi e ne riconobbe l’automaticità: «movimenti che avvengono per natura propria.
Con Erofilo si diede importanza alla semeiotica del polso arterioso periferico ritenuto diretta espressione (meccanica) della «forza vitale» del cuore. Introdusse il concetto fisiologico di «forza vitale», analoga e derivabile dalla stessa contrazione del muscolo cardiaco e non più vista entità, più o meno astratta come l’anima.
Distinse i vasi venosi da quelli arteriosi, i nervi dai muscoli e dai tendini; attribuì ai ‘meati’, (nervi) due funzioni: motoria e sensitiva. Combatté l’idea aristotelica circa l’origine dei nervi dal cuore; i suoi esaurienti studi di anatomia lo convinsero che i nervi avevano origine «dal cervello e dal midollo». In essi “cammina” una energia motrice che si riversa sui muscoli provocando il movimento: «la virtù motrice è propria dei nervi». Questa forza è in parte automatica (‘naturale’) e in parte «comandata anche dalla volontà».
Descrisse il seno venoso della dura madre, torculare di Erofilo (così chiamato da Galeno), il cervelletto, il calamus scriptorius e i ventricoli cerebrali, ove riteneva si trovasse la «forza vitale». Galeno scrisse: «Erofilo studiò con grande attenzione i ventricoli del cervello, perchè egli pensava che in loro si trovasse la forza che dirige la vita animale e la vita dello spirito. Il ventricolo più importante per lui era quello del cervelletto». Per la sua opera venne detto da Galeno, assai parco negli elogi: «vir eruditus».
Non alieno da interessi psicologici distinse, forse influenzato da Teofrasto, due tipi di movimento: uno oggettivo ed uno soggettivo. Il primo legato alle funzioni senso percettive e alle esperienze spaziali, il secondo a sensaziom interiori “dell’intelletto”. Indicò in malattie cardiache acute la causa di morti improvvise, le paralisi di moto e di senso, un «venir meno della forza nervosa», termine che ebbe nei secoli fortuna, tanto che nel XVIII secolo fu utilizzato con gli stessi intenti di Erofilo, dal fisiologo olandese Haller per definire la ‘irritabilità’ del Sistema Nervoso Centrale. Per Erofilo «il cervdlo è la parte più nobile del corpo» in esso hanno sede le più elevate funzioni fisiologiche, psicologiche e la forza vitale.
Il contributo di Erofilo alla med1cma fu soprattutto anatomo-fis10log1co: riportò il concetto di forza vitale nell’ambito delle strutture nervose togliendolo da un contesto vago e metafisico che gli avevano attribuito i vitalisti. Ritenne sede delle funzioni vitali, non il fegato, il cuore e il diaframma, ma una zona attorno al IV ventricolo, vicino «al ventricolo del cervelletto».
Non sfuggì alla moda del tempo di suddividere in diversi elementi l’anima: ne localizzò una parte ‘pensante’ nel cervello, una ‘sensitiva’ nei nervi periferici una ‘calorifica’ nel cuore, ed infine una ‘nutritiva’ nel fegato. In questo tempo furono gli allievi, di Aristotele che rovesciarono le idee del maestro localizzando le funzioni  dell’anima nel cervello, come Teofrasto e Stratone di Lampsaco; anche altri allievi di Aristotele furono medici e si dedicarono allo studio della fisi0logia degli apparati di senso come Callistene di Olinto,
Primigene di Mitilene ed Eudemo di Rodi.
L’indirizzo anatomo-fisiologico a quel tempo in auge fece a volte perdere al medico quel tatto umano che sempre dovrebbe improntare la sua azione; sappiamo ad esempio da Galeno che un noto medico alessandrino del III secolo a.C. Callianace, a malati depressi e ans10si per la propria salute , rispondeva “sicuro che morrai non sei mico un figlio di Latona”.

Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973.

 

 

335-269 a.C.  STRATONE DI LAMPSACO

Originario della città di Lampsaco, posta sulla riva sud dello stretto dei Dardanelli, Stratone studiò ad Atene, dove fu allievo di Teofrasto. Verso il 300 a.C. fu chiamato ad Alessandria d’Egitto come precettore del futuro Tolomeo II Filadelfo, carica che occupò fino al 294 a.C. Venne anche chiamato a consolare la moglie di Tolomeo II, Arsinoe, per un lutto subìto. Ad Alessandria conobbe Aristarco di Samo, che divenne suo allievo. Dopo la morte di Teofrasto, verso il 288 a.C. ritornò ad Atene per succedergli alla guida del Liceo. Diresse la scuola fino alla morte, avvenuta verso il 269 a.C. Diogene Laerzio ci ha trasmesso i titoli di una cinquantina di opere, delle quali abbiamo scarsi frammenti e testimonianze. Per il suo interesse ai fenomeni naturali fu detto Il Fisico.

Stratone di Lampsaco visse alla corte d1 Tolomeo ad Alessandria al tempo di Erofilo e fu uno dei più illustri allievi di Aristotele. Riteneva l’anima, come è deducibile dalle sue opere e in parte da Teofrasto: «la somma di tutte le sensazioni» una sintesi che avviene nel cervello in una zona che individuava al di dietro «delle sopracciglia» che coincide con quella indicata da Erofìlo. Si interessò non ne rimangono però gli scritti, di psicosi organiche acute (‘coma’ e ‘freniti’) insorgenti in gravi malattie febbrili. Ritenne della massima importanza la precisa suddivisione della racolta dei dati anamnestici e clinici in tre parti: ‘anamnesi’, ‘diagnosi’ e ‘prognosi . Stratone fu esplicito come Erofilo e Teofrasto
nell’attribuire al sistema nervoso le più alte funzioni integratrici e lo stesso dolore
dipende non solo dalla stimolazione periferica, ma da come è percepito a livello centrale: «la sensazione di dolore è tale perchè così viene avvertita dal cervello».
Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973.

 

 

330-250 a.C. ERASISTRATO di Ceos.

Erasistrato, allievo del famoso medico Crisippo di Gnido; studiò la clinica con Metrodoro un «illustre interprete di Ippocrate» e la psicologia delle percezioni. con Teofilo. Secondo Galeno, Erasistrato non diede in gioventu soverchia importanza allo studio della fisiologia e dell anatomia, ma si dedicò piuttosto alla professione privata, raccogliendo grandi successi.
Fu medico alla corte del Re Selèuco, di cui guarì il figlio da una grave malinconia reattiva. Il fatto assai singolare è raccontato da Appiano e conosciuto in tutto il mondo antico. Appiano, Plutarco e Luciano narrano che alla corte del Re, il figlio Antioco, divenne improvvisamente triste: furono chiamati molti medici ma nessuno riusciva ad emettere una diagnosi corretta e a guarire Antioco. Invero era segretamente innamorato della matrigna Stratonica, ma si guardava dal parlarne; Erasistrato lo visitò alcune volte e notò che «non aveva dolori era dimagrito, parlava con voce debole era di aspetto pallido e piangeva frequentemente»: in base a tali disturbi pose diagnosi di «malinconia amorosa»,
stato depressivo assai noto e designato nei trattati come «de perdenda» e «de amantibus».
Erasistrato intuì il dolore nascosto del malato; mise la mano sul precordio di Antioco e fece passare davanti a lui le donne del palazzo reale compresa la matrigna. Alla vista di questa il battito cardiaco del malato divenne frequente: Erasistrato fu certo della diagnosi e in base a questo reperto psicosomatico informò il padre. Furono allora presi opportuni accorgimenti e lentamente il giovane guarl. Fu un medico molto bravo, profondo conoscitore dell’animo umano: col tempo abbandonò l’attività pratica per dedicarsi allo studio teorico della fisiologia, dell’anatomia e della filosofia. Fu attratto dalle scoperte di Erofilo e dalla scuola alessandrina e seguendo l’indirizzo di questa corrente studiò la
fisiologia umana.
Indicò per primo col termine ‘parenchima’ i tessuti degli organi pieni (Galeno): distinse le arterie dalle vene, in base al principio che le prime originano dal cuore e si portano in tutto il corpo. Seguendo le idee di Aristotele, che ad Alessandria assieme ad Ippocrate costituivano per così dire, l’esempio tipico dei filosofi biologi, mise le funzioni emotive nel ‘cuore’: Galeno scrive però che, «già vecchio conobbe il ruolo dei nervi, che però fece nascere dalle meningi».
Nel libro «De febribus » espose le cause della ipertermia che vedeva in «un maggior movimento del sangue … cosicché il corpo bolle ed è scosso dal sangue». Capì che l’etiologia delle malattie febbrili, la loro origine, dipendeva da fattori esterni, esogeni: «da cause esterne al corpo».
La scuola empirica ricercò nel soma, nelle alterazioni biologiche, le cause delle malattie mentali: è questa una profonda convinzione di tutta la medicina antica, che bene ci è illustrata dalle seguenti parole di Plutarco un filosofo conoscitore dei problemi morali e scientifici. «Gli spiriti (tutto ciò che è funzionale, psicologico, mentale) si possono turbare dal di dentro (endogeno) … è una indisposizione dell’anima … come quando avviene che senza alcuna ragione nasca in noi tristezza e paura che ci leva ogni speranza, senza capire che cosa temiamo … sono le esalazioni acri che impediscono il normale circuito dell’animo
… il male è nel corpo».
Crediamo superfluo commentare ciò che scrive Plutarco che rispecchia sinteticamente il nucleo centrale del pensiero medico-psicologico greco-romano.
Contrariamente, i filosofi Crisippo, Cicerone, Lucrezio e la psicologia cristiana pensavano che le ‘passioni’ potessero scatenare malattie mentali. Galeno rispose a questa polemica, che originava tuttavia da vere e innegabili ma diverse esperienze umane: «il perturbamento dell’anima, ovvero un moto contro natura può causare la stultitia (con tale termine indicava psicosi dissociative), ma solo se c’è una morbosae corporis habitudini». Così ragionava anche Erasistrato il quale impostò la ricerca medica sulla fisiologia e sui reperti anatomici. In tarda età ammise l’errore fatto anni prima quando credeva che i nervi cranici originassero dalle meningi, mentre avevano la loro origine reale dal tessuto cerebrale. Studiò sugli animali le differenze anatomiche fra nervi motori e sensitivi con un accurato lavoro di anatomia comparata.
Ritenne il ‘pneuma’ una trasformazione metabolica dell’aria inspirata che arrivato nel sangue e poi nel fegato veniva inviato al cervello: trasformazioni fisico-chimiche ne facevano il ‘nutrimento’ del corpo. Divise il pneuma in due parti: una ‘vitale’ con sede nel torace e nel cuore, un’altra detta ‘anima’ che localizzò nel cervello. È questa una distinzione simile a quella instaurata nel XIX secolo da Janet, Schneider e Scheler, fra tono dell’anima e tono psichico, fra sentimenti vitali somatici e forza della coscienza, come intesa da Jung e Stranskj. Queste scoperte notevoli nel loro valore epistemologico avvenivano – scrive Stratone – in un ambiente, la città di Alessandna, «dove si radunavano
tutte le persone colte del tempo».
L’energia mentale non è ritenuta un calore innato, come pensavano gli stoici e parte «dell’anima mundi», ma un prodotto biologico del corpo, degli umori e del sangue: modificazioni di questo principio nutritivo danno origine a disturbi psichici, la sua ‘corruzione’ genera malattie mentali e neurologiche.
I lavori di anatomia comparata del sistema nervoso lo convinsero del valore
delle circonvoluzioni cerebrali nel determinare il livello intellettivo; tanto più erano sviluppate più l’animale apparteneva a specie superiori: «nell’uomo il cervello è più ricco di circonvoluzioni cerebrali che negh altri ammali, perchè l’uomo sorpassa di molto questi per intelligenza».
Tale teoria quantitativa e meccanicistica dell’intelligenza venne criticata quattro secoli dopo da Galeno, che giudicava le facoltà psichiche superiori non solo dipendenti dalla quantità di corteccia cerebrale (‘velarem’) ma anche da una intrinseca energia biologica del  sistema nervoso centrale. Scrisse Galeno: «gli asini hanno un cervello con molte circonvoluzioni ma poca intelligenza … è megho quindi credere che l’intelligenza risulti da una buona unione, da una buona crasi della sostanza del corpo pensante … è la qualità e non la quantità del pneuma psichico che fa la perfezione del pensiero».
Discussione scientifica che dimostra allo studioso moderno il livello di preparazione, la cultura neurologica e la precisione metodologica verso difficili problemi neuropsicolgici: fra impostazioni neurologiche e biochimiche in merito ai problemi psicopatologici.
L’opinione di Erasistrato sulle basi neurologiche dell’intelligenza, formali e quantitative, poi non più del tutto accettate, essendo ritenute adeguate le impostazioni neurobiologiche di Galeno, servirono a quel tempo a impostare su basi fisiologiche i problemi della psicologia e del pensiero. Erasistrato conobbe la neurofisiologia del cervelletto, secoli dopo dimostrata dal lavoro di Luciani e di Thomas: questa parte del cervello ha, secondo Erasistrato, la funzione di coordinare i movimenti più fini e delicati, armomzzarli fra loro, renderli intenzionali, sinergizzando i gruppi muscolari.
Così dice Galeno, si esprime Erasistrato: «il cervelletto e formato da un grande numero variato di circonvoluzioni, soprattutto negli animali abili alla corsa, come i cervi, le lepri e tutti gli animali che si distinguono per la loro velocità. Alla rapidità della corsa corrisponde una notevole organizzazione dei muscoli e dei nervi favorevoli a questa condizione».
Lasciò una ricca scuola di studiosi: clinici come Apollonio di Menfi e farmacologi
clinici come Nicia di Mileto, Apollofane di Antiochia, Caridemo e Ermogene
di Tricca.
Altri medici della scuola emprica furono esperti anatomici: Eudemo studiò l’osso ioide e l’origine dei nervi cranici e Demetrio di Apamea il decorso del sistema vascolare. La clinica fornì a qusta scuola importanti spunti per localizzare le funzioni neurologiche e vegetative. Gaio pensava che la encefalite rabica detta ‘hydrophobia’ fosse sostenuta da lesioni delle meningi data la frequenza di disturbi psichici con cui si manifestava, mentre Artemidoro di Sidia, per la frequenza «del vomito e del singhiozzo» pensò che le lesioni interessassero il «terzo ventricolo» cerebrale. Demetrio d Apamea studiò i disturbi neurologici denominati movimenti involontari, allora suddivisi in «spasmi», «tremori», «contrazioni» e «convulsioni». Distinse lo spasmo che frequentemente compare in soggetti colpiti da tetano, da tremore a suo dire appannagio delle demenze senili. Isolò una varietà di frenite con sintomi deliranti, allucinatori e eccitamento in soggetti con infezioni pleuropolmonari, chiamata «febbre continua maniaca»: definì il letargo uno stato psichico caratterizzato da «un ottundimento del sensorio».

Nacque nell’isola di Ceos, nella Giulide, da padre medico Cleombrato e Cretossene, figlia di Aristotele nal 330. Studiò medicina con Metrodoro e con Crisippo. Visse alla corte di Seleuco, re della Siria, e curò il di lui figlio. Soggiornò a lungo ad Alessandria e morì nel 250 a Samo. Erasistrato fu più fisiologo che anatomista e medico greco ad Alessandria d’Egitto dove con Erofilo ha fondato la scuola medica. Studiò il cervello, il cervelletto ed i ventricoli laterali. Dalle dissezioni anatomiche sui condannati osservò che un danno anatomico del cervello poteva influire sul movimento degli arti. Osservò che ogni organo era dotato di una arteria, di una vena e di un nervo. Egli riteneva che i nervi portassero uno spirito nervoso proveniente dal cervello. Distinse i nervi motori dai nervi sensoriali. Le malattie sono divise in due gruppi: 1. malattie infiammatorie e febbrili e 2. malattie dette paralisi che riguarda il cervello ed i nervi. Le opere di Erasistrato sono andate tutte perdute e sue notizie ci sono giunte da frammenti o dagli scritti di Galeno.

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 159, 164-5. Sterpellone L., La medicina greca, Ed. Essebiemme, 2002.

 

 

La Scuola di Medicina Empirica

Attorno a Erofilo e ad Erasistrato si forma una corrente scientifica denominata
«scuola empirica», in aperto contrasto con la ‘dogmatica’ che pretendeva di
interpretare il pensiero di Ippocrate. Gli empirici, davanti alle pretese ideologiche
dei dogmatici, al loro tentativo filosofico-naturalistico e alla convinzione di essere nel vero, si rifugiarono nell’esame dei dati oggettivi, nella clinica. Rifiutarono ogni dibattito astratto e astruso; scriveva il medico Sesto Empirico: «non rifiutiamo l’uso dei sensi, non neghiamo che il miele sia dolce; ma se si vuole analizzare l’essenza della dolcezza, confessiamo la nostra ignoranza e ci facciamo beffe delle delucidazioni categoriche dei dogmatici».

L’impostazione empirica servì a svellere il tentativo dei medici dogmatici di fossilizzare la medicina attorno all’opera di Ippocrate, che seppur grandissima, se col tempo fosse diventata inattaccabile, avrebbe ostacolato il progresso della medicina scientifica. Scrive a questo proposito Galeno: «i medici empirici portarono un vento di novità, di chiarezza, indiçando nella esperienza acquisita a forza di esercizio e nel rifiuto di idee astratte, le basi di una vera medicina».
Basti qui accennare alle scoperte anatomiche di Erofilo per capire la vastità, la grandezza e la profondità della scuola empirica. Fu infatti con le dissezioni anatomo-neurologiche che Erofilo scoprì i plessi corioidei dei ventricoli cerebrali e il ‘fornice’, cui annetteva grande importanza «nelle funzioni psichiche», come lasciò scritto Galeno.
Tertulliano mosse, come abbiamo già visto, una terribile accusa che oscura la grandezza di Erofilo, sulla base delle informazioni che aveva fornito Celso: così scrisse infatti l’autore cristiano: «Herophilus ille … qui sexcentos execuit ut naturam scrutaretur, qui hominem odit ut nosset, nescio an omnia interna eius liquido exploravit, ipsa morte mutante quae vixerant, et morte non simplici, sed ipsa inter artificia ex sectionis errante [Quel famoso Erofilo, che ha assassinato un enorme numero di uomini per esaminarne la natura, lui che ha odiato l’uomo allo scopo di conoscerlo, non so se abbia esplorato a fondo tutte le sue parti interne, dal momento che la morte (e una morte tutt’altro che facile) ha alterato le parti viventi e dal momento che la morte stessa ha vagabondato in mezzo agli artifici della dissezione]». Fu questa accusa contro Erofilo e la scuola empirica, gravissima, ripresa nei tempi [peggiori per l’evoluzione della medicina], che indicò sempre la possibilità di pericolose “deviazioni” dell’arte medica che ciò nonostante crebbe sempre di più.
Un altrò principale metodo terapeutico innovatore della corrente empirica fu il tentativo di curare l’epilessia per mezzo di ‘fori’, eseguiti con ‘sferule’, in regione bitemporale, e seppur nella sua semplicità, dimostra che questi medici intuirono il ruolo dei meccanismi neurofisiologici che sono all’origine delle crisi comiziali (Celio Aureliano).
Celio Aureliano riporta che i medici Prassagora e Tessalo, unitamente a Asclepiade e Temisone, studiarono una particolare forma morbosa definita ‘stomachico’. Era tendenza generale del mondo antico definire le malattie in base al supposto organo leso, dominava cioè il concetto di patologia d’organo, che dalla sintomatologia appariva maggiormente colpito dalla ‘noxa’. Col termine di stomachico si intese una malattia ‘gastrica’, ma la floridezza di sintomi psicosomatici più che a veri fenomeni organici fa pensare a disturbi psichici funzionali. In effetti la descrizione della malattia indica forme psicotiche che, pur manifestando anche disturbi dell’apparato digerente, sembrano analoghe a quelle oggi identificate nelle schizofrenie ebefreniche e simplex, o in quadri
neurotici gravi ansioso neurastenici; ecco come era descritta la malattia utilizzando
il concetto di ‘syndrome’, termine con cui un ricco corteo di disturbi clinicamente significativi veniva unito attorno ad un sintomo ‘patognomonico’.
Vi sono sintomi denotanti disfunzioni gastriche: «ventositate, debilitate, horrore ciborum et fastidio … post cibum gemitu»; disturbi somatici indicanti astenia: «corporis tabe, articulorum frigidus, torpor, capitis gravedo, plenitudo et oppressis»; chiari disturbi psichici psicotici, segnalanti per la prima volta nella storia della psichiatria la dissociazione mentale, «animi defectio, animi angustia, iactatio, anxietas, sive concatenatio mentis (paralisi delle facoltà mentali), et despontio» (disperazione dell’animo). Queti ultimi sintomi indicano esplicitamente uno stato mentale psicotico che umtamente agli altri disturbi formano un quadro clinico che modernamente è detto psicosi schizofrenica.
I medici della scuola alessandrina non furono da meno nella descrizione di malattie neurologiche, tanto che la lettura dell’opera di Celio Aureliano, in parte raccolta di indagini cliniche a lui molto anteriori esplicate dalla scuola empirica, lascia il lettore moderno meravighato per tanta precisione e chiarezza semeiologica.
La sciatica (‘de ischiatici’) è una malattia nella quale il sintomo conduttore è il dolore sciatico insorgente, «dopo violenti esercizi o veemente piegamento». I disturbi sciatalgici sono sia motori sia sensitivi: i primi indicati col termine di «moto difficile», i secondi con «gravedine … torpore, formicolio … forte dolore pungente». La malattia è «un male vertebrale» e i muscoli della schiena sono spesso ‘duri’: l’andatura e la marcia sono compromesse, infatti i malati «camminano male e curvi». Il dolore si localizza non solo all’arto inferiore ma a volte «ai testicoli, al pene a e alla parte estrema delle dita del piede»: frequentemente vi è ‘atrofia’ dei muscoli della gamba e del piede.

Andrea di Caristo, che fu anche un attento studioso della filosofia stoica, portò un certo contributo alla soluzione dei problemi della localizzazione delle lesioni midollari e il medico Eroziano scrisse un’opera famosa ‘Sull’epilessia‘. Un’opera di Sesto Empirico, particolarmente conosciuta e intitolata «Sulla natura umana», fu ritenuta dai contemporanei un capolavoro scientifico.
Per quanto riguarda la terapia i medici della scuola empirica sono critici verso l’eccessivo uso terapeutico dei salassi e dei clisteri, patrocinato dalle correnti ‘umoralistiche’. Sulle orme di Erasistrato, che riteneva la salute un «equilibrio facilmente turbato da eccessi alimentari», ritennero la dieta una sicura base della terapia. Bagni freddi e caldi, frizioni ed emetici furono le cure più consigliate nei disturbi mentali. L’uso di acqua e miele, vino e miele era consueto in caso di freniti: solo in gravi malattie mentali consigliavano il salasso.
La farmacologia clinica fu praticata dai medici empirici Mantide, Zenone di Laodicea, Serapione di Alessandria, Glaucia, Eroziano, Crateuas ed Eraclide.
Il primo scrisse un rinomato libro, il «De officina medici»: gli altri indagarono l’azione farmacologica dell’atropa belladonna, dello hyosciamo e sul modo per identificare le falsificazioni, allora frequenti, del succo di papavero.
La civiltà alessandrina, basata sui traffici e sui commerci, in special modo di erbe e piante medicinali, coinvolse col suo spirito mercantile anche i medici, alcuni dei quali tramavano nelle varie fazioni in lotta per il potere; l’usurpatore Trifone fece uccidere ad es. il re Antioco IV con una falsa operazione chirurgica eseguita da medici a tal scopo da lui lautamente pagati.
Lo sviluppo della scuola filosofica stoica, la decadenza politica dei regni ellemstici e della Grecia, trasformati in provincie dell’impero romano, segnano un certo allentamento dell’influenza scientifica di Alessandria. Roma diventa, nel II secolo a.C., il centro politico, culturale, scientifico e filosofico del mondo antico e i grandi medici si spostano nell’Urbe. Galeno nel II secolo d.C. farà la sua carriera a Roma, ivi terrà insegnamento ed eseguirà brillanti esperienze neurofiologiche. Le polemiche fra la scuola empirica e quella dogmatica, legate all’influenza che si voleva o no riconoscere all’opera di Ippocrate sono col tempo sorpassate: prevalgono interessi medici strettamente psicologici e vitalistici
a motivo dell’influenza che la scuola stoica aveva sulla medicina greco-romana.
Il detto della scuola empirica: «compito della medicina è di guarire il malato e non di ricercare le cause ultime della malattia», se aveva posto un limite alle astrazioni e al dogmatismo dei primi seguaci di Ippocrate e spinto il medico alla ricerca anatomica e fisiologica, col tempo si dimostrò un poco sterile.
Un grande orientamento filosofico il vitalismo, divenne l’ideologia ufficiale dell’impero romano e della classe colta: il secondo posto fu occupato dalla scuola medico-filosofica atomistica. La filosofia informa sempre di più la medicina e la psichiatria, inizialmente con successo, poi col tempo, formatosi un sistema di pensiero stabile e coerente, si creò una costruzione fredda e senza vigore: nasce un nuovo ciclo che si chiude con la morte di Galeno.

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 159, 162-166.

 

 

 

III secolo a.C. DEMETRIO DI APAMEA

Demetrio di Apamea fu il medico che più si interessò dei problemi conessi alla diagnosi differenziale e lasciò le sue osservazioni ip. un libro di semeiotica intitolato «De signorum»; per primo identificò nel priapismo una malattia provocata da un «indurimento del pene», a seguito di ‘fattori vasali’.

Demetrio di Apamea (medico greco, III sec. a.C.). Fu uno dei discepoli di Erofilo, la cui scuola sorse all’incirca nel 280 a.C. A quel tempo, però, si andò sviluppando il ricorso all’esegesi dei testi medici arcaici, tra cui in primis quelli ippocratici, per una loro migliore comprensione, di modo che andò diffondendosi il modello della Medicina Esegetica nella pratica medica. Ben presto, la scuola erofilea andò quindi estinguendosi, anche se al suo interno andarono comunque distinguendosi vari scienziati, tra i quali, appunto, lo stesso Demetrio, il quale – all’interno della medicina scientifica – si distinse soprattutto per la specializzazione sulle varie patologie dell’apparato sessuale, a differenza del suo maestro che in questo campo aveva privilegiato la descrizione della fisiologia della riproduzione.
Di lì a poco, sarebbe tornata in auge la teoria medica ippocratica (fra cui la teoria dei quattro umori: sangue, flegma, bile ed atrabile), ripresa da medici quali Rufo d’Efeso e Galeno. Ancor prima, però, a seguito della decadenza della scuola erofilea e di quella dell’anatomista Erasistrato di Ceo (304 a.C. – 250 a.C.), dette due scuole erano andate confluendo nella Scuola di Alessandria, sorta all’incirca nel 250 a.C., tanto che lo stesso Demetrio di Apamea, pur discepolo di Erofilo ed appartenente all’età ellenistica, viene considerato più propriamente come appartenente a tale scuola. I seguaci di Erofilo ed Erasistrato, allontanandosi dal modello prettamente scientifico-sperimentale dei loro maestri, vennero influenzati dal modello dogmatico che si basava su una corretta esegesi dei testi. In tal modo, però, si allontanarono anche dai principi della scuola empirica e pragmatica che più delle altre avrebbero successivamente caratterizzato la Scuola di Alessandria.
Proprio sulla base degli studi teorici portati a termine, Demetrio di Apamea viene considerato come appartenente a quella vasta schiera di farmacologi confluiti nella scuola alessandrina, tra i quali ricordiamo, tra gli altri, Eraclide di Taranto, Cleofanto, Aspasia e Zenone di Laodicea.
Nel campo degli studi patologici sessuali, Demetrio studiò, tra l’altro, il priapismo e la satiriasi. Ma si approfondì anche sullo studio e l’eziologia di altre patologie del corpo umano, oltre quelle sessuali.
Meritano menzione i suoi studi sull’eziologia delle emorragie; sull’osservazione della febbre nel morbo cardiaco idiopatico (non sintomatico) che compariva solitamente dopo 4-5 giorni (mentre Demetrio pretese di averla osservato soltanto nel principio della malattia sostenendo che sparisse nel suo decorso ulteriore).
Da quanto riportano Rufo d’Efeso e Celio Aureliano, sembra abbia anche scritto un trattato di pediatria, di ostetricia, di semeiotica e patologia.
Ma Demetrio viene per lo più ricordato per aver coniato, insieme ad Apollonio di Menfi, il termine διαβαίνειν (diabánein , diabete, propriamente col significato originario di sifone) che troviamo riportato in alcune posteriori fonti bizantine (anche se, in verità, la malattia era già conosciuta in Egitto, come risulta dal “papiro di Ebers” risalente addirittura al XVI sec. a.C.).
Coniando tale termine, i due medici avevano riconosciuto a tale malattia le caratteristiche della poliuria e della polidipsia (rispettivamente, abbondante produzione di urine ed ingestione di acqua). Da qui “diabetes” (dia=attraverso, bete=passare), ad indicare, appunto, l’acqua che passa come il liquido attraverso il sifone. Difatti tale termine, mutuato dal greco, aveva assunto il significato di “sifone” anche nella letteratura medica di Areteo di Cappadocia (II sec. d.C.), il quale operò a Roma e fornì per primo della patologia una completa descrizione nel suo trattato “Sul diabete”. …

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 162.  e da http://ilmedicodifamiglia.altervista.org/demetrio-di-apamea.html.

 

 

III secolo aC. Trapanazioni craniche nella Russia Europea.

… (vedi 5000 AF. Trapanazioni craniche nella Russia Europea)

The Early Iron Age
The absence of cremation in other areas may be why the centre of Early Iron Age skull openings appears to be in the south of Siberia, including the Minussinsk Basin and the Altai-Sayan Highland. The Minussinsk Basin ofthe upper Yenisei region was mentioned
in an excellent review of ancient trepanations by Lisowski (1967). But it is important to
highlight that skull perforations in this piace were part of a funeral tradition. The inhabitants of the Southem Siberia were experienced in specific kind of mummification.
The first investigator of these palaeoanthropological materials was Goroshenko. In
1899, he reported to the Empire Archaeological Commission about the artificial damages
on the human remains excavated in mounds, dated at the end of the first millennium BC. He described large perforations in the tempora bones, and classified the manipulations
as after death procedures for removing the brain. The rite was connected with the creation of death masks. Some perforated skulls were coated by clay, and then by gypsum over clay (Fig. 2). The skulls did not have to have the soft tissues removed before the gypsum masks could be created.

Among the 400 Siberian skulls, we have about 80 artificial perforated crania. The majority of trepanned individuals were buried during the Iast period of the Tagar culture, in the third-second centuries BC. The earlier periods of the Tagar culture have shown a relative absence of trepanation. Some cases, however, belong to the later Tashtyk culture (second century BC – first century AD).
Generally speaking, the openings were made on fresh skulls by cutting with sharp, flat-bladed instruments. Traces of healings or inflammatory reactions are not represented.
In all cases no signs of vital reaction are observable, and the margins are sharp. The outer borders of the openings were larger than the inner, and this differentiates these damages from traumas (Berryman et al. , 1996). But in most cases the size differences between the perforations of extemal and of the inner compact layers were not so clear as with the typical scraping procedure (Lisowski, 1967). It seems that the operators did not try to be especially careful and were not afraid to destroy the dura mater or the brain itself. The original unchanged structure of the spongy substance is visible, and there are no traces of new bone formation. Consequently, it can be hypothesized that the operations took piace after death.
The lesions were classified according to location and extent (Mednikova, 1997; 1999, in press): Type 1: Skulls with large symmetric perforations on parietal and temporal bones. The occipital bone and facial skeleton were not destroyed. Some skulls were plastered. As a
result, red-coloured clay sometimes filled the orbitai cavities.
Type 2: Skulls with bilateral, wide destructions. The facial skeleton and cranial base
are absent. As a rule the parietal bones are completely removed.
Type 3: Skulls with large holes in parietal regions alone.
Type 4: Skulls that demonstrate both large perforations on parietal , and small oval or round lesions in the occipital area.
Type 5: Skulls with large lesions of the occipital bone and/or small holes on parietal.
The small openings were made with a typical scraping technique. This type was later, and associated with the Tashtyk culh1re, which started from the second cenh1ry BC. Such
skulls were found with carefully made death masks, which covered the facial part of the
skull (Fig. 3 ).

The perforations were found among adults, juveniles, and little children. lt seems the
first type was more common in males, but in general there is an absence of gender
differences. The other techniques were probably done on small children. The infants from different sites were operated on in a similar manner after death (Type 4 and 5).
Hence the skulls of ancicnt South Siberians were mainly opened after death. And the
artificial apertures are more varied in form and location than thought earlier.
The regions of north-westem Mongolia, Tuva, Kazakhstan, and Altai had to be included
into the study. The data of different authors show the sporadic appearance of
trepanning cases on these territories. The finds of opened skulls of the Saglynskaya culture
in Tuva (Grach, 1980) and Pazyryk culture in Altai (Polosmak, 2000) were undoubtedly
interpreted as sequences of embalming. The mummies with clear evidence of
skull perforations were discovered not only on Russian territory. During the last planting
season in the highland part of Kasakhstan, the mummy of a male was excavated under
layer of permafrost. The skull was opened in the parietal bone (Gorbunov et al., 2000).
The Mongolian Ulaangom (Chandman) trepanned skulls and one case from Kazakhstan
may be intra-vital and post-mortem (Naran and Tun1en, 1997; Boev and Ismagulov,
1962; Mednikova, 1997; in press). But the piace of the apertures and probably techniques
have commonalities with some South Siberian cases, especially with the last Type 5 (small oval apertures). The finds from Mongolia may occupy an intermediate position, combining locations of apertures both in Tuva (on parietal bones) and in Kazakhstan (on the border of parietal and occipital bones). Similarly, the cases from Tuva are a lot like some variations of the apertures in the Minusinsk basin.
The ritual skull perforations were probably also distributed in West Siberia. Artificial
skull destructions were reported for the burial site from the Upper Ob” region, dating by
the Early Iron Age (Shpakova and Borodovski, 1998). The damage looks similar to the
openings and damage found in the late Tagarians.
We think that the area of ritual and after death trepanation in Central Asia can be wider. Perhaps it was characteristic for the population at the end of the first millennium BC. It seems very possible that palaeopopulations practised such rites and had common genetic origins. And this is shown by craniological methods and in studies of epigenetic traits. South Siberians had more craniological similarity with Scythian time inhabitants of Tuva and with Saka from Centrai Kazakhstan (Kosintsev, 1977). The cultural and ethnic relations between groups from Altai, Tuva, and northwest Mongolia are also strong (Novgorodova et al., 1982; Grach, 1980). Therefore, the data from trepanning research in genera! supports the hypothesis of moving from the south through Tuva into the Minussinsk Basin. The migrations of these nomadic peoples took new funeral traditions
and different techniques of skull perforations with them. …

Da MEDNIKOVA M., Prehistoric Trepanations in Russia: Ritual or Surgical?, in Trepanation, History, Discovery, Theory, Arnott R., Finger S., Snith C.U.M., Swets&Zeitlinger, Lisse, 2003.

 

 

 

II secolo a.C. La Medicina del popolo d’Israele.

Concezione fondamentale della Medicina Giudaica.

La Medicina dell’antico popolo d’Israele ha delle caratteristiche essenziali che derivano dall’evoluzione storica di questo nucleo etnico le cui origini non sembrano ancora assolutamente sicure e dagli avvenimenti sociali e politici che la determinarono. Se da un lato la medicina d’Israele, o per lo meno la parte ufficiale di essa, quella che è con­sacrata nei canoni dei libri che ci furono tramandati e che era affidata alle cure dei sacer­doti, è dominata interamente dal principio teocratico, che regge la legislazione morale, sociale e politica del popolo, è d’altra parte facilmente comprensibile come questo pic­colo popolo che subi nei secoli l’azione di tante stirpi diverse e ne fu a volte vincitore a volte vinto, porti anche nella storia della sua medicina le tracce di queste influenze. Noi non dobbiamo dimenticare che la storia della medicina d’Israele come la ritroviamo negli scritti biblici e talmudici che raccolgono le vicende, le leggende, le tradizioni e le leggi, abbraccia un periodo di quasi due millenni ed è quindi naturale che in essa si riscontrino concetti e pratiche provenienti da antichissime fonti e modificate continuamente a seconda degli avvenimenti storici che sconvolsero tutta la vita di questo popolo. Ma ciò che è particolarmente notevole e che rende la storia della medicina giudaica forse più interessante di quella di altri popoli dell’antichità, è che si può spesso constatare come e per quali vie concezioni e tradizioni, pratiche e pensieri pervenuti dall’esterno sieno stati assorbiti e quasi filtrati attraverso il sistema morale e legislativo del Giudai­smo e quale funzione decisiva e determinante abbia avuto in questo processo di assimi­lazione e di elaborazione il concetto monoteistico per il quale alla divinità solo spetta la funzione di guarire. Per questo concetto, nel quale la medicina degli Ebrei differisce da quella di tutti gli altri popoli antichi, riconoscendo nel Dio unico la fonte della salute ma anche di tutti i mali, che appunto perché provenienti da Dio non possono essere in­terpretati che come meritata punizione delle colpe, essa tende a sopprimere nella con­cezione teologica e nell’insegnamento religioso il conceno animistico, l’idea del dèmon: maligno e quindi tutte le pratiche e le credenze magiche.

Cionondimeno, la concezione giudaica della patologia è essenzialmente e direttamente derivante da quella dei popoli primitivi. Afferma giustamente l’Humbert che la origine delle malattie era attribuita tanto alla volontà di Dio quanto ad una meledizione umana o ad una colpa commessa dagli antenati (si ricordi a questo proposito la minaccia della punizione di Diosino alla terza e quarta generazione.

Nella medicina popolare si attribuisce l’origine delle malattie anche a singoli uomini contro i cui malefici erano difese gli scongiuri e le preghiere. Gli studi del Mowinckel e le acute osservazioni del Lods hanno dimostrato che molte delle invocazioni dei Salmi sono da considerarsi come sem­plici scongiuri e che le imprecazioni che vi si leggono (LXIX, 23-29) sono da considerarsi come pra­tiche magiche analoghe nella loro forma e nei loro termini a quelle che d sono conservate nei testi assiro-babilonesi. Nella concezione popolare non è sempre Iddio che colpisce. Appena assai tardi nel nome di Elohim si raccoglie la concentrazione di tutte le facoltà divine, e la terminazione stessa indica la pluralità delle divinità nel concetto originale definitivo. Anche nei libri sacri, nei quali si riscontrano indubbiamente influenze di origine diversa, si nota il contrasto fra la tendenza mono­teistica che fu chiamata Jahwista e quella Eloista. Questa, di origine nettamente sumerica, anche per la concezione umorale che tende ad attribuire al sangue la più grande importanza ed in generale una parte preponderante agli umori; quella, che risente invece l’influenza della concezione pneu­matica egiziana che si manifesta nel fatto che lo spirito viene considerato come centro della vita e che le pratiche consistono essenzialmente di incensi allo scopo di migliorare l’aria (vedi Genesi, VII, 22, «lo spìrito penetra attraverso il naso»). La malattia proveniente dalla divinità immediata­mente e direttamente è mezzo di punizione e di educazione: per sua volontà Dio fa comparire e sparire la lebbra (Esodo, IV, 6). La peste è portata da un angelo di Dio che colpisce in una notte duecentomila Assiri (I Re, 2, 19-35); il «distruttore» colpisce i primogeniti egiziani (Esodo XII, 23) e l’«avversario», uno dei Benè-elohim, colpisce Giobbe con le ulceri maligne. Angeli e dèmoni maligni compariscono in vari punti dei libri sacri: uno di questi dèmoni divora le membra dei morti (Giobbe, XVIII, 13).

Di fronte a questa concezione che chiaramente si rivela a chi studi le fonti sacre, è manifesta la tendenza del legislatore a concentrare tutta l’autorità e tutto il potere, quindi anche la facoltà di guarire, nelle mani della casta sacerdotale depositaria e intermediaria della volontà del Dio unico.

All’unico Dio il popolo d’Israele deve chiedere la guarigione dei suoi mali ed a lui si prostra il malato nell’invocazione della salvezza; ed è probabilmente appunto in questo concetto che chiameremo unitario e che proibisce ai credenti tutte le pratiche magiche senza riuscire ad abolirle interamente, che noi troviamo la causa del grande sviluppo he la legislazione sanitaria ebbe presso gli antichi Ebrei, che si possono veramente ritenere come i primi codificatori di prescrizioni igieniche. Affermato il principio che Iddio solo largisce il bene e il male e che la salute e la malattia derivano dalla sua volontà, pronunciate severe sanzioni contro chi invocasse altri dèi o ricorresse al loro mito, era naturale che venisse sgombrato il terreno dalle superstizioni e dalle ideazioni animistiche e ma­giche, o per lo meno, se queste, profondamente radicate in tutti i tempi nella mente del popolo, non potevano del tutto esserne tolte, impedita la loro divulgazione e vietate le pratiche spesso oscene e crudeli che erano ancora in fiore in altri paesi. Ed è quindi logico che derivasse da questo concetto la necessità di seguire i precetti divini con non meno scrupolosa precisione di quella con la quale altri seguivano le prescrizioni magiche, accompagnando quindi tutte le pratiche religiose che hanno carattere di misure sanitarie con la medesima esatta osservanza e fervida fede. Questa è, io penso, l’importanza preminente che il concetto monoteistico ebbe sull’evoluzione della medicina in Israele, ed è per questo motivo che nei Libri sacri sono assai scarsi e sembrano quasi penetrati indirettamente, spesso soltanto per via di metafora, accenni a medici e medicine Quelle pratiche mediche che noi troviamo descritte negli antichi testi egiziani e babilonesi so­no pratiche magiche o pratiche religiose di dèi stranieri e quindi vietate al popolo di Israele. Ecco il motivo per il quale la letteratura medica giudaica dell’epoca più antica è assai povera, poiché se scritti di medicina magica, analoghi a quelli babilonesi ed egi­ziani, ebbero accesso nell’antica Giudea, certo furono severamente proibiti e distrutti. Noi dobbiamo dunque ricercare la storia del pensiero medico nell’antico popolo d’Israele essenzialmente in alcune fra le più importanti delle sue prescrizioni religiose. …

La pratica medica e la terapia.

Il popolo d’Israele, essendo l’azione guaritrice riservata, come abbiamo visto, ai sacer­doti interpreti della volontà e delle leggi del Dio guaritore, non conosce medici pro­fessionisti. Ma fiorisce naturalmente accanto alla medicina sacerdotale una medicina empirica, se anche del medico propriamente detto (rophè) non si parla che quando, a proposito della imbalsamazione del cadavere di Giacobbe, Giuseppe accenna a far venire dall’Egitto i medici imbalsamatori. Per i motivi che abbiamo detto e perché tutta la me­dicina non apparisce nella Bibbia come scienza od arte per se stessa ma soltanto in quanto essa determini leggi igieniche e dia i termini di confronto per castighi morali, scarse sono le notizie di cure mediche e di medicine che riscontriamo nei libri sacri più antichi.

Oltre alla lebbra(Zaraàth) è descritta un’altra malattia della pelle;quella dalla quale fu colpito Giobbe, indicata col nome di Schehin “Satan colpi Giobbe con un ulcere pessime dalla pianta dei piedi al vertice del capo” (Giobbe II, 7). “La mia carne è coperta di putredine, la pelle è aperta e contratta” (Giobbe, VII, 5). Uno spaventevole prurito lo tormentava. Alcuni commen­tatori suppongono si tratti in questo caso di elefantiasi, o di vaiolo: altri fra i quali il Preuss piu verosimilmente pensano che la malattia descritta sia un eczema universale. Della medesima ma­lattia soffri il re Ezechia, e dalla stessa affezione furono colpiti gii Egiziani ai quali fu inflitta come la sesta piaga.

Fra le malattie piu frequenti nei tempi biblici appariscono, oltre alle malattie epidemiche alle quali abbiamo accennato, la dissenteria, l’idropisia, l’apoplessia, ed erano già note e diagnosticate malattie mentali come quella di Saulle e del re Nabucodonosor descritta nel libro di Daniele (IV, 19). Che siano state frequenti nell’antica Giudea alcune malattie veneree risulta dalle severe pre­scrizioni igieniche per i gonorroici che sono oltremodo interessanti. Chi è affetto da scolo uretrale, c impuro c impuro diviene ogni oggetto col quale egli venga a contatto; ognuno che tocchi il suo giaciglio deve lavarsi i vestiti e prendere un bagno e rimanere impuro sino alla sera, cosi pure chiun­que abbia avuto contatto con lui. Cessata la secrezione si dovranno contare sette giorni prima che egli sia considerato puro. Durante il soggiorno nel deserto, gli ammalati di gonorrea dovevano essere allontanati dall’accampamento (Num. V, 22). L’affermazione di alcuni storici, secondo i quali il testo biblico relativo alle piaghe di Baal Peor si dovrebbe interpretare come la storia di un’epide­mia di lue venerea derivante dal fatto che gli Ebrei avrebbero frequentato i lupanari dei Madianiti ed avrebbero contratto una terribile infermità della quale sarebbero morti ventiquattro mila uo­mini, non resiste alla critica.

In quell’epoca l’orìgine delle epidemie veniva attribuita nella superstizione popolare a cause assai varie, ed è per es. noto che come causa delle epidemie si considerava il censimento della popolazione.

Nella terapia una parte importantissima è affidata alle pratiche rituali, dato che a singole persone si riconoscono facoltà soprannaturali. Un uomo di Dio può portare la lebbra da una persona all’altra (I, Re, V. 27). Il sacerdote può con una serie di pratiche far «seccare la coscia e gonfiare il ventre» della donna colpevole, facendole bere un’acqua nella quale è stemperata una maledizione scritta su un pezzo di lino. I rimedi sono essenzialmente divini o magici: nelle epidemie si poteva ottenere la guarigione col sacrifìcio di persone colpevoli (Num. 2, Sam. XXI, 1-6) e con pratiche magiche si può ottenere la risurrezione di un morto, come si narra del profeta Elia (I, Re, 17-21) il quale fa rivivere un bambino infondendogli l’anima con un rito che secondo il Daiches è analogo ad una pratica babilonese. Naaman guarisce dalla lebbra tuffandosi per sette volte nel Giordano (II, Re, V, 10-14). Le pratiche dei sacerdoti sono in gran parte fondate su concetti analoghi: cosi (Lev. XIV) la pratica relativa al sangue dell’agnello pasquale.

Di antichissime ideazioni troviamo le tracce in racconti biblici ; cosi di quella che attribuisce una grande importanza al serpente, che in tutte le medicine orientali apparisce come deità infernale o come misterioso protettore dei fatti occulti o come simbolo di ogni rinnovazione, e nella Genesi è il conoscitore del mistero, e dèmone nella prescrizione fatta da Dio a Mosè di fabbricare dei ser­penti di bronzo per guarire il popolo. I semiti della Siria, della Fenicia e anche della Palestina adoravano un dio guaritore Esmun (v. Baudissin, Adonis und Esmun) molto analogo ad Esculapio, il quale veniva sempre raffigurato con due serpenti. Tali figure furono trovate frequentemente nei paesi vicini al Giordano: è probabile che con questo culto del serpente abbiano qualche rela­zione le antiche tradizioni giudaiche.

Cosi altre pratiche come quella dei filattèri sono da considerarsi come derivanti da antichi riti apotropaici ed è essenzialmente apotropaico il concetto di sacrificare un animale in sostituzione del colpevole o di una vittima umana per placare il Dio irato: concetto che si trova nel racconto del sacrificio di Isacco, e conservato ancor oggi nell’uso di sacrificare un animale per proteggere la vita propria o delle persone care e che ha frequenti riscontri in altre antiche religioni {Zeus Melichios o Apotropaios dei Greci) al quale si sacrificava la vittima.

Strumenti in selce per la circoncisione (Museo Wellcome di Storia della Medicina, Londra)

La circoncisione rituale, intorno alla quale molto è stato discusso, e che, secondo alcuni recenti autori, dovrebbe essere considerata come praticata dagli Ebrei per i primi, mentre certamente fu familiare a molti popoli antichi, se pure presso di questi non era cosi tassativamente prescrìtta, veniva di solito praticata con una pietra acuminata anche nei tempi nei quali già si conoscevano istrumenti di bronzo, forse perché trattandosi di una prescrizione sacra si conservavano tutte le forme del rito antico.

Accanto a questa medicina di carattere magico, e a quella sacerdotale, fioriva contemporanea­mente la medicina empirica. Cosi possiamo ragionevolmente supporre da un passo della Genesi (XXXI, 14-15), che fossero note le qualità della mandragora; vediamo da un passo del Libro dei Re (II, 20) che al re Ezechia, affetto da una grave piaga, Dio consiglia per bocca del profeta Isaia l’applicazione di un empiastro di fichi secchi; è familiare, a quanto sembra, la preparazione di unguenti medicinali, perché dove nell’Esodo (XXX, 15-25) è prescrìtto un olio per la sacra unzione, è detto espressamente che esso deve essere composto per arte di unguentario; che si conoscesse la medicazione delle ferite, a regola d’arte, risulta da Isaia dove è detto (I, 6): «le tue piaghe non sono state asciugate, né fasciate, né unte con olio». E nello stesso Isaia si leggono le parole di Dio «io ho rotto il braccio di Faraone re d*Egitto ed esso non è stato curato applicandovi dei medicinali o ponendo delle fasce per fasciarlo e fortificarlo ». …

Dall’epoca che segue la distruzione del Tempio [finito circa nell’800 a.C.] e dello Stato giudaico la medicina nel popolo d’Israele non ha piu un carattere di particolare originalità ma accetta e segue quella dei popoli presso i quali gli Ebrei vissero in esilio. Ma, come nel pensiero e nella coscienza di questo popolo le idee fondamentali si mantengono inalterate così anche il concetto medico giudaico, secondo il quale la facoltà di guarire è da considerarsi come attributo precipuo della divinità, rimane conservato nei secoli. Ed è appunto per questo concetto che le precrizioni igieniche e religioe, anche quando il loro carattere igienico sia andato perduto attraverso le mutevoli interpretazioni rimangono pur
sempre parte duratura ed essenziale di tutta l’architettura della legislazione morale del
popolo ebreo. …

Da Castiglioni A., Storia della Medicina, Mondadori, Milano, 1936, pg. 59-60, 68.

 

 

 

129 a.C.   ASCLEPIADE di Bitinia.

Asclepiade di Prusa nella Bitinia, nato nel 124 a.C. dopo avere passato gli anni giovanili nello studio della medicina in Alessandria, presso Cleofanto, venne a Roma; fu il primo medico che portò la medicina romana a un buon livello scientifico staccandola dalla magia e dalla superstizione (Celso, Plinio il vecchio).
Anni prima aveva soggiornato ad Atene presso Antonio di Ascalona, precettore di Cicerone e poi esercitato per qualche anno la medicina a Paro nell’Ellesponto. In breve tempo a Roma per il suo aspetto fisico prestante, era infatti bello e signorile e per la sua abilità oratoria, divenne il medico più noto e consultato.
Intimo amico di Cicerone e di molti patrizi, ebbe il grande merito di unire la scienza medica con un indirizzo filosofico comprensibile, chiaro e ben modellato per spiegare i fenomeni biologici, pur anco nella sua semplicità e meccanicità.
Criticò pubblicamente la medicina umorale, la meedicina ippocratica, poco o punto terapeutica a suo dire, ma solo una «meditazione sulla morte». I romani, spiriti pratici quali erano, si aspettavano infatti positivi effetti terapeutici dal medico e poche speculazioni teoriche: ora la societa romana, da poco uscita dal culto della magia e della superstizione, aveva il medico greco, abile e preparato.
Asclepiade aveva compreso che per vincere le resistenze psicologiche dei romani verso la medicina doveva armarsi di una metodologia filosofica pratica e comprensibile, opposta alle concezioni mistiche: chi più della filosofia di Democrito poteva fornirgli piedistallo e lustro scientifico? Termini medici quali ‘largo’, ‘stretto’, ‘stato misto’, ‘ostruzione’ e ‘deviazione’ sono introdotti nella medicinà e nella cultura romana: le opere di Celio Aureliano e di Galeno sono testimoni della grande influenza di Asclepiade. La sua psicologia riorda le schematiche costruzioni meccanicistiche di Cartesio e di Lamettrie tuttavia da tutti ghi uomini colti del tempo fu ritenuto il rinnovatore della medicina psicologica; Plinio il vecchio infatti scrive: «la medicina era ferma alle cognizioni antiche e fu l’opera di Asclepiade a spingerla verso un nuovo progresso». La teoria meccanicistica, con quella umorale e la pneumatica, furono a quel tempo le più note scuole di medicina
del mondo antico.
Malattie ritenute sino ad allora a genesi umorale come la mania, le freniti e la malinconia sono ora viste effetto del rallentamento degli atomi: la ‘statio’. Secondo la testimonianza di Celio Aureliano, Asclepiade fu il primo ‘medico che fondò una nosologia medica in base al decorso delle malattie, suddivise in «acute e croniche».
Definì la febbre, a quel tempo sintomo diffusissimo e pericoloso, risultato di un aumento del «calore del corpo» associato a tachicardia, provocato da «ostruzione infiammatoria dei pori». Questa teoria semplice e comprensibile suscitò l’interesse di molti altri medici, cosicché fu possibile fondare una vasta scuola: ne fecero parte Marco Artorio medico dell’imperatore Augusto, Clodio e Nicerato medici che professavano un particolare interesse per la psichiatria: scrissero opere sul ‘Tetano‘, sulla ‘Idrofobia‘ e sulla ‘Catalessi‘ (Celio Aureliano, Galeno).
Asclepiade fu un medico alla moda e chiamato al capezzale dei più illustri romani amico di Lucrezio, L. Crasso e M. Antonio. È ricordato un avvenimento ritenuto miracoloso dalla credulità del popolo romano, che innalzò Asclepiade sopra tutti i medici della capitale: un giorno vide il funerale di una persona che percorreva le vie di Roma e si rese conto che non si trattava di vera morte, ma di persona affetta da «catalessi o stupore», probabilmente a genesi isterica o psicotica: fermò le esequie e con manovre suggestive «risuscitò il morto». Da allora il suo nome fu sulla bocca di tutti e nella capitale non si parlava d altro che di questo fatto e della bravura di Asclepiade. Era un uomo che appagava il gusto pratico dei romani: robusto, di buona salute, buon parlatore, morì in età avanzata non per malattia ma per un incidente. Fu negatore di ogni finalismo biologico: la natura non è altro che il ‘motum’. I rapporti fra i corpi sono diretti e materiali e avvengono non per mezzo di un tramite, per opera di una forza esterna al corpuscolo atomico, ma per mezzo del corpo stesso. Nulla avviene senza una causa fisica: «nihil sine causa». Non esiste nel corpo umano una sede particolare dell’anima, ma essa altro non è che una funzione fisiologica «la respirazione stessa». …

Anche la mente e l’intelletto per Asclepiade altro non sono che la somma «di tutti i sensi»: la memoria non è una facoltà distinta, ma un continuo «esercizio sui fenomeni dei sensi». Al contrario di tutte le altre scuole mediche è antilocalizzazionista; nel cervello non si hanno centri di funzioni, ma solo meccanismi dinamici fra loro intereagenti: «l’anima non ha una sua sede in una sola parte del corpo». Il sonno ,è effetto di una diminuzione della funzione della sfera sensopercettiva: «una diminuzione dello spirito sensibjle ». … La stessa prospettiva fisiopatologica indirizzò il campo di studio di Asclepiade: la semeiotica, l’etiologia e la terapia furono i terreni sondati da questo medico. In neurologia portò per primo un fondamentale contributo alla suddivisione dei movimenti involontari allora assai confusi: classificò i movimenti muscolari patologici in «tonici, clonici e tremori».
Studiò le cause ed il decorso delle malattie in relazione a vari fattori che distinse in: «cause efficienti, antecedenti e coincidenti»; la febbre comporta «la comparsa di deliri» in rapporto a certe leggi: si manifestano sempre in sesta-settima giornata e il loro decorso è «acuto e celere».
Non è possibile stabilire se conoscesse disturbi psichici secondari a malattie veneree tuttavia scrisse un citatissimo libro «Sulla lue», termine col quale al suo tempo si indicavano malattie contagiose. Riteneva che in molti casi la causa dell’epilessia fosse da ricercarsi in lesioni cerebrali da traumi cranici. Suddivise le malattie neuropsichiatriche a seconda della loro patogenesi: se vi era restringimento dei pori (‘strictum’) si aveva un ‘ristagno’ degli atomi, quindi la materia diventava ‘irritata’; clinicamente si realizzavano malattie toniche, freniti, mania, manifestazioni clamorose, deliri, allucinazioni ed eccitamento psicomotorio.
Nel caso i pori fossero ‘allargati (‘laxum’), si aveva una atonia della materia, e i liquidi organici scorrevano senza fermarsi nei parenchimi e causavano disturbi opposti a quelli irritativi: sonnolenza, sopore, coma, letargo, astenia, sincopi, debolezza. Potevano aversi associazioni fra stati atonici e tonici, come nel caso della malattia indicata come «letargo agitato».

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 170-173.

 

 

 

123-43 a.C. TEMISONE di Laodicea.

Nativo della città siriana di Laodicea, visse a Roma al tempo dell’imperatore Augusto e fu il più illustre allievo di Asclepiade di Bitinia, come d’altronde ci testimonia Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, XXIX, 6, 5:
“…dissederuntque hae scholae, et omnes eas damnavit Herophilus in musicos pedes venarum pulsu discripto per aetatum gradus. deserta deinde et haec secta est, quoniam necesse erat in ea litteras scire; mutata et quam postea Asclepiades, ut rettulimus, invenerat. auditor eius Themison fuit seque inter initia adscripsit illi, mox procedente vita sua et placita mutavit, sed et illa Antonius Musa eiusdem auctoritate divi Augusti, quem contraria medicina gravi periculo exemerat.” “…queste scuole dissentirono, ed Erofilo tutte queste condannò in merito alla pulsazione delle vene sui ritmi musicali descritta in merito all’età. Poi anche questa fu abbandonata, perché in essa era necessario conoscere l’arte; cambiata anche quella che dopo aveva fondato Asclepiade, come abbiamo riferito. Temisone (di Laodicea) fu suo scolaro e all’inizio lo seguì, poi col procedere della vita di questi cambiò anche le dottrine, ma Antonio Musa anche quelle (ebbe a cambiare) per autorità del sommo Augusto, che aveva salvato da un grave pericolo con medicine ad esse contrarie.”…  Seneca ci è testimone che Temisone fondò una nuova setta medica. In effetti, a tarda età, morto Asclepiade, Temisone abbandonò i suoi insegnamenti facendosi autore e maestro di un’altra setta detta metodica (Methodici); e questo lo ritroviamo soprattutto negli scritti di Galeno (Method.Medend. L I, prop. fin.) e di Celso.
Temisone rifuggì ogni tentazione di cadere nel dogmatismo e nell’empirismo, interrogandosi su come intervenire sulle patologie. Partendo quindi dai principi di Asclepiade, li organizzò e corresse per strutturarli in un sistema vitale che potesse inquadrare e trovare rimedio a tutte le perturbazioni dell’organismo. Comunemente viene considerato l’inventore di tale metodo insieme a Tessalo di Tralles.
Per il suo metodo, Temisone prese in considerazione due diversi stati: quello della così detta “lassezza dei pori” (status laxus) e della così detta “ristrettezza dei pori” (status strictus).  Alla constatazione di tali diversi stati perveniva osservando le evacuazioni abbondanti e depresse, la tonicità o l’inconsistenza e mollezza dei tessuti. Tali stati davano origine alle diverse malattie che egli provvedeva a curare prescrivendo o diete o altri rimedi fisioterapici e addirittura alle sanguisughe (come ci riferisce Celio Aureliano nel De morbis chronicis, L. 1).
Tessalo di Tralles a questi due stati aggiunse quello della “metasincrisi”, in cui si manifestava il cambiamento in toto del rapporto tra tutti i pori ed i loro atomi. Altre citazioni di Temisone le troviamo in Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, il quale lo chiama “sommo autore”: “quin et acetum melle temperabatur: adeo nihil intemptatum vitae fuit. oxymeli hoc vocarunt, mellis decem libris, aceti veteris heminis quinque, salis marini libra, aquae pluviae sextariis quinque suffervefactis deciens, mox elutriatis atque ita inveteratis. omnia ab Themisone summo auctore damnata.” (N.H., XIV, 114, 21).
“Anzi anche l’aceto veniva stemperato con il miele: certo nulla venne tralasciato della vita. A questo diedero il nome di ossimele, con dieci libbre di miele, cinque emine di aceto vecchio, una libbra di sale marino, cinque sestiari di acqua piovana da far bollire dieci volte, subito travasati e successivamente invecchiati. Tutte queste cose furono condannate da Temisone sommo autore.”…
Tramite gli scritti di Celio Aureliano, Areteo di Cappadocia e Rufo d’Efeso possiamo ricostruire sommariamente le dottrine ed i loro fondamenti teorici delle varie scuole risalenti sia ad Asclepiade che a Temisone, dei quali tutte le opere, originariamente in lingua greca, sono andate perdute.
In particolare in Celio Aureliano, Plinio il Vecchio, Celso e Galeno troviamo riferimenti alle opere di Temisone: – i Libri periodici; – le Epistolae in almeno nove libri; – le Celeres Passiones in almeno due libri; – le Tardae Passiones in almeno due libri; – il Liber Salutaria; – il De Plantagine.

Da http://ilmedicodifamiglia.altervista.org/temisone-di-laodicea.html

Il medico che organizzò in corrente scientifica la scuola di Asclepiade fu il suo migliore allievo, Temisone. La primitiva e cieca fiducia nel sistema medico metodico era già un poco scossa a Roma: non bastava evidentemente una elaborata teoria per guarire i malati
e poeti e letterati spesso si prendevano burla di questa corrente medica. Giovenale scriveva con sarcasmo: «quod Themison autumno occiderit uno».
Nonostante fosse oggetto di satira fu un medico versatissimo: scrisse sulla ‘Lebbra‘, sul ‘Reumatismo‘, sulle ‘Cachessie‘, sulla ‘Satiriasi‘, sulla ‘Apoplessia‘ e sui processi polmonari acuti. Introdusse accanto ai concetti di stretto e di lasso uno stato intermedio definito ‘misto’. Diede una fondamentale descrizione delle manifestazioni cliniche della ‘rabbia’; pare che lui stesso fosse stato colpito da questa malattia e una volta guarito descrivesse ciò che aveva sofferto. Il suo lavoro di terapeuta fu grande: si dedicò alla cura dei pazienti affetti da paralisi vascolari (apoplessia), e alla riabilitazione motoria usando una tecnica particolare e per facilitare l’apprendimento li faceva «camminare sulla sabbia» (Celio Aureliano). Il suo contributo terapeutico più originale anche se abbiamo su di esso solo un cenno di Celio Aureliano, fu l’intervento chirurgico per svuotare il versamento emorragico cerebrale apoplettico. Celio Aureliano così riporta: «Temisone inoltre faceva sulla testa degli apoplettici l’anatresi [trapanazione, foramento], ciò che noi chiamiamo perforazione già invero da altri metodici impiegata ». È difficile interpretare questo alla luce della neurochirurgia moderna, considerati gli scarsi documenti che rimangono, si deve tuttavia pensare che Temisone evacuasse l’emorragia e il tessuto cerebrale rammollito come ritengono alcuni storici (Sprengel).
Da secoli la trattatistica psichiatrica aveva isolato pazienti affetti da eccitamento sessuale anormale e definito tale disturbo ‘ninfomania’ e ‘satiriasi’: col tempo si usò solo quest’ultimo termine, che comprendeva una condizione sessuale abnorme sia in uommi sia in donne. Tale nome era infatti nato dal fatto che esisteva un’erba, il satirio, studiata anche da Plinio e da Galeno, che si pensava avesse la proprietà di eccitare sessualmente.
Le cause della satiriasi erano ritenute di natura organica: cenestopatie (‘prurito’) ai genitali esterni, aumento di ‘calore’ locale, per afflusso di sangue e di umori. In seguito Galeno accanto a etiologie organiche isolò casi ove avevano gioco, «la volonta e l’immaginazione»: in questi casi vi erano però segni di «perturbazione mentale». Temisone fu il primo medico che pose su basi scientifiche questo capitolo della medicina ritenendo la satirasi una varietà di malattia mentale, una psicosi (‘alienatio’).
Il quadro clinico è costituito da: «veemente appetito sessuale … che accade in uomini e in donne giovani in di età media … vi è tensione … alienazione mentale … insonnia, allucinazioni». In molti casi si ha «involontaria fuoriuscita di sperma … a differenza del priapismo è una malattia acuta … è causata da una materia stretta … tutti i nervi sono sofferenti … coincide con la stessa alienazione mentale». È cioè una «veneris cupiditas», provocata però da «strictura delle membrane del cervello». Celio Aureliano anni dopo nel riportare e discutere questa malattia descrisse casi di «satiriasi apud Mediolanum», in «giovani donne», probabile espressione psicogena di atteggiamenti isterici. …

Da Roccatagliata G., Storia della Psichiatria antica, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1973, pg. 176-177

.

 

 

II secolo a.C.  SORANO di Efeso.

Praticò la medicina ad Alessandria d’Egitto e a Roma. La sua opera più importante è Sulle malattie acute e croniche. Sono noti anche libri sulle fratture e sulle fasciature.

Esempi di bendaggio secondo Sorano di Efeso (Biblioteca Laurenziana, Firenze)

( http://www.summagallicana.it/lessico/s/Sorano%20di%20Efeso.htm. Sterpellone L., La medicina greca, Ed. Essebiemme, 2002.)