1.09b 1000-1450 d.C. Medici e Medicina, Cervello e Chirurgia nel Basso Medioevo.

936-1013 Albucasis, Bulchasim Benaberazin (Abu al-Quasim Khalaf bin’ Abba el Zahrawi).

 

Medico spagnolo discendente della tribù araba Ansar, noto anche come Abulcasis e Alsaharavus (Medinat al-Zahra presso Cordova 936-1013). Discepolo della scuola medica araba, fu forse il principale trattatista di medicina chirurgica di quell’epoca. Scrisse una grande opera in trenta volumi (al-Tasrif, La raccolta) che fu tradotta in latino nel sec. XII da Gherardo da Cremona.
Le sue teorie influirono a lungo sull’opera di medici e chirurghi europei. Particolare importanza riveste la descrizione di tecniche operatorie indubbiamente assai ardite per quei tempi (erniotomia, uso del catetere vescicale, applicazione di denti artificiali, cura di ferite da armi da taglio e da punta).
Albucasis è il nome sotto il quale il medico-chirurgo ispano-arabo Abu ‘l-Quasim Khalaf ibn ‘Abbas al-Zahrawi fu maggiormente noto nell’occidente latino. Tra le vane latinizzazioni del suo nome, oltre ad Albucasis, figurano Alsahavarius, Alzarabi e numerose altre. Le sue date di nascita e di morte non si conoscono con esattezza e occorre affidarsi alle scarse testimonianze disponibili.
Gli antenati più diretti di Albucasis erano probabilmente giunti in Spagna dall’Arabia: una aggiunta al suo nome che ricorre in alcuni manoscritti, “al-Ansari”, lascia supporre un’affiliazione alla città di Medina, in Arabia. In ogni caso il soprannome, al-Zahrawi, indica una stretta connessione alla città di al-Zahra nei pressi di Cordova. Egli fu al servizio del califfo Abd al-Rahman III (califfo dal 912 al 961), e, a quanto pare, ebbe modo di Compiere numerosi viaggi. La grande opera di Albucasis, Kitab al-Tasrif li man ‘Ajaza ‘an al-Ta’lif (approssimativamente traducibile come Libro per la guida di coloro che non sanno scrivere libri), risale probabilmente al 1000 e rappresenta il culmine di una carriera medica lunga e varia. All’infuori di questi scarni fatti, alcuni tra l’altro congetturali, più nulla ci è noto sulla vita dell’uomo la cui opera chirurgica fu destinata ad esercitare un enorme impatto sull’Occidente medievale.
Per quanto ne sappiamo, Kitab al-Tasrif è l’unico libro scritto da Albucasis. Consta di circa 1500 pagine (750 fogli), ed è diviso in 30 capitoli o trattati; i trattati numero 1, 2 e 30 coprono quasi la metà dell’opera. Gli argomenti abbracciano la fisiologia, le malattie e i loro sintomi, la cosmetica, la dietetica, mentre circa 25 trattati riguardano temi di farmacologia e materia medica. Il trattato numero 30, il più celebrato di tutti, si occupa di chirurgia. In esso vengono descritte operazioni di calcoli, cauterizzazioni di ferite, suture, procedure ginecologiche e odontoiatriche, nonché riduzioni di fratture e cure delle distorsioni. Uno dei motivi di maggior interesse dell’opera è costituito dalle sue 200 illustrazioni di strumenti medici e odontoiatrici, molte delle quali disegnate dallo stesso autore. Alcuni sostengono (tra cui Albucasis stesso) che la maggior parte di questo materiale è stata attinta dalle opere di Paolo di Egina, ma senza dubbio il trattato incorpora sia l’esperienza accumulata da praticanti arabi successivi, sia le innovazioni personali dell’autore.
Il trattato numero 30 acquisì enorme fama nell’Occidente medievale. Nella seconda metà del XII secolo venne tradotto in latino da Gherardo da Cremona; i trattati numero 1, 2 e 28 vennero anch’essi tradotti in latino nel XIII secolo, ma non assursero mai alla fama del numero 30. Quest’ultimo venne pubblicato numerose volte, spesso come appendice al manuale di chirurgia di Guy de Chauliac (Venezia 1497, 1499, 1500 e 1532). Chauliac (chirurgo e anatomista francese, Chauliac ca. 1290 – forse Lione 1368) nomina il testo di Albucasis più volte, citando direttamente da esso. Per questa e altre vie le idee di Albucasis seguitarono a influenzare la medicina occidentale fino al XVIII secolo.
La prima edizione a stampa del trattato apparve a Basilea nel 1541. L’edizione araba e latina, a opera di John Channing, fu stampata a Oxford net 1778. Più recentemente, Leclerc ha tradotto in francese il trattato sulla chirurgia (1861), mentre nel 1973 Spink e Lewis ne hanno pubblicato il testo arabo con traduzione inglese a fronte. Il libro non è stato però mai pubblicato a stampa nella sua interezza.

 

 

1143. Medicina in Azerbaijan. AVICENNA.

Dopo la conquista araba (7 ° secolo dC), la medicina greco-araba arrivò in Azerbaigian. Ibn Sina (Avicenna, 980-1037 d.C.) fu il più autorevole studioso straniero. Uno dei più antichi manoscritti di “Canon” di Ibn Sina (1143 aC) è conservato nell’Istituto di manoscritti di Baku. Canon di Ibn SinaLeft: il manoscritto della “Canon” di Ibn Sina, conservato a Baku. Fu copiato a Bagdad nel 1143 dC L’Istituto dei manoscritti dell’Accademia nazionale delle scienze dell’Azerbaigian. · Durante il Medioevo, gli studiosi azerbaigiani scrivevano libri di medicina in turco turco, arabo e persiano. I manoscritti furono copiati da calligrafi, legati con pelle e decorati con disegni a colori di erbe medicinali, animali e minerali.
Nell’XI secolo dC, l’Accademia Malham fu fondata dallo studioso Kafiaddin Omar a Shamakhi, in Azerbaijan. Farmacologia, medicina e anatomia sono stati studiati in questo centro. · Nel XIV secolo, l’Accademia Dar al-Shifa con un grande ospedale e farmacista fu fondata a Tabriz, nell’Azerbaigian orientale (l’attuale Iran). · Nel 1311, lo studioso azerbaigiano Yusif Ismail oglu Khoyi scrisse il libro intitolato “Collezione Baghdad”. Ha descritto diverse migliaia di droghe e ricette naturali. Khoyi era conosciuto anche con lo pseudonimo di “Ibn Kabir”. · Nel XV secolo d.C., c’erano più di 60 grandi ospedali in Azerbaigian, tra cui un ospedale nel palazzo dei “Sette Paradisi” del sultano Yagub Aggoyunlu (1478-1490) a Tabriz. Circa 1000 persone malate potrebbero essere curate contemporaneamente in questo ospedale e sono state utilizzate 866 ricette mediche.

 1143. Mansur ibn Muhammad immagine anatomica

Da Farid Alakbarli. Important Dates in the History of Medicine in Azerbaijan. http://www.alakbarli.aamh.az/index.files/4.htm © “Elm”. History & Heritage Website.

 

1126-1198. AVERROE’

 

 

 

1214. La scuola di Bologna

A Bologna esisteva da tempo un insegnamento privato tenuto da Maestri che facevano scuola a giovani attirati dalla chiarezza del loro insegnamento, ispirato più alla pratica che alla teoria. Tali scuole private raggiunsero il loro apogeo con l’arrivo a Bologna di Ugo de’ Borgognoni da Lucca (1180-1258) ingaggiato dal Comune di quella città nel 1214: pratico, più che erudito, si rivelò subito un insegnante di valore, tanto che a lui accorrevano studenti da ogni parte.

Fu allora che lo Studium di Bologna, esistente per le discipline giuridiche da oltre due secoli, ritenne opportuno di creare una facoltà medica. Tale decisione suscitò l’ira dei giuristi, che volevano essere i soli ad avere una facoltà, e che non desideravano avere concorrenti. Malgrado questa lotta intestina, il papa Onorio III emise, nel 1219, un Editto con il quale, presso lo Studium bolognese, veniva crea­ta una Universitas artistarum, così chiamata in quanto che la medicina veniva con­siderata un’arte liberale.

Primo Preside di questa facoltà fu Dominus Fridericus de Alemanno e primo insegnante ufficiale, Taddeo degli Alderotti.

La fama di questa Facoltà si affermò rapidamente giacché in essa, con Mondi­no de’ Luzzi (1225-1260), si cominciarono a praticare dissezioni e a insegnare uffi­cialmente l’anatomia dell’uomo e, con Ugo de’ Borgognoni, la chirurgia. Stranieri famosi, come Guy de Chauliac furono allievi di questa facoltà.

Estratto da: Penso G., Medicina Medioevale, Ciba-Geigy Edizioni, 1991.

 

 

1200. La scuola di Padova

Il sovraffollamento dello Studium bolognese fece si che, al principio del XIII secolo, un gruppo di studenti, sospinto anche da restrizioni che il Governo [soggetto allo Stato Pontificio riduceva la possibilità di praticare dissezioni anatomiche] della città imponeva loro, lasciarono Bologna per trasferirsi a Padova dove si unirono in una libera Associazione che denominarono Universitas donde il nome di «Uni­versità» a quello che fino allora era chiamato Studium.

E così sorse a Padova l’Universitas artistarum, medicinae, physicae et naturae, il cui Rettore veniva eletto dagli studenti; i professori venivano designati da un Consiglio di studenti presieduto dal Rettore, e venivano confermati dal Comune, che pagava i loro stipendi.

L’Università medica di Padova ebbe la fortuna di avere, tra i suoi insegnanti, un uomo insigne, Pietro d’Abano (1250-1316), il cui prestigio attirò nella nuova Università studenti di tutti i paesi.

La pratica dell’autopsia era corrente nell’insegnamento dell’Anatomia umana e venne addirittura resa obbligatoria per gli studenti in medicina, con un Decreto del Gran Consiglio della Serenissima Repubblica di Venezia, il 27 maggio 1368.

Due anni più tardi, un altro Decreto del Gran Consiglio impose agli studenti di pagare un contributo per le spese di dissezione, affinché videndo ipsum anatomiam comuniter informare possunt de statu et conditionibus humani corporis [ve­dendo comunemente l’anatomia, si possono informare dello stato e delle condi­zioni del corpo umano]. In questa frase c’è già un accenno all’anatomia patologica.

Estratto da: Penso G., Medicina Medioevale, Ciba-Geigy Edizioni, 1991.

 

 

 

1221. La scuola di Montpellier

Si hanno vaghe notizie sulle origini della Scuola di Montpellier la cui istitu­zione ufficiale rimonta al 1221, anno in cui la Chiesa, per opera del cardinale Conrad, legato del papa Onorio III, emanò disposizioni statutarie per la creazio­ne, in Montpellier, di una Università nella quale era compreso l’insegnamento della medicina. Precedentemente, medici singoli, quasi tutti di origine ebraica e fuggiti dalla Spagna, praticavano l’insegnamento privato della medicina. Nelle scuole rabbini­che, alle lezioni di grammatica era compreso l’insegnamento di nozioni mediche. Tale insegnamento libero, cioè fatto da singoli individui e per iniziativa pri­vata, venne addirittura riconosciuto ufficialmente, tanto che Guillaume, Seigneur de Langucdoc, emise, nel 1130, una «Ordinanza» con la quale riconosceva ad ogni medico, indigeno o straniero, il diritto all’insegnamento. Tale Ordinanza portò a un afflusso di numerosi scolari che divennero gli apprendisti di questo o quel medico i cui nomi non ci sono stati tramandati.

Lo Statuto del 1221 pose fine a queste « scuole individuali », creando una « scuola ufficiale » che divenne l’Ecole de Montpellier. Malgrado la creazione di questa Scuola, che rilasciava diplomi — baccelliere, licenziato, maestro — i privati continuarono a tener scuola e a concedere titoli sino a che, nel 1289, il papa Nicolò IV emanò una «Costituzione» con la quale toglieva alle diverse scuole libere il diritto di conferire titoli, privilegio che venne riservato al solo Studium di Montpellier e, particolarmente, alla sua Ecole de Medecine.

Quando il papato si trasferì ad Avignone, uno dei primi atti del Pontefice francese, Clemente V, fu quello di emanare, nel 1309, una «Bolla» con la quale, sentito il parere del suo medico personale, il Maestro Guglielmo da Brescia, di Jean d’Alest e di Arnaud de Mondeville, stabiliva i programmi d’insegnamento nella Facoltà di Medicina di Montpellier. In tali programmi non era fatto alcun accenno all’insegnamento dell’anatomia e della chirurgia; tuttavia, nelle istruzioni date al Cancelliere della Scuola, e precisato ch’egli doveva sorvegliare a che «nei primi due anni di corso si facesse l’anatomia del corpo». Così nacque la Scuola di Montpellier nella quale primo insegnante fu Arnal­do da Villanova che aveva suggerito al Papa, Clemente V, la creazione di quella Università.

Altri due allievi celeberrimi della Scuola di Montpellier furono Henri de Mondeville e Guy de Chauliac. La Scuola di Montpellier fece un gran passo indietro allorché, nel 1376, Gre­gorio XI, lasciando Avignone per Roma, proibì l’insegnamento della chirurgia e, ai medici, di esercitarla.

Estratto da: Penso G., Medicina Medioevale, Ciba-Geigy Edizioni, 1991.

 

 

 

1275. GUGLIELMO DA SALICETO (1210 ca-1276)

 

Guglielmo nacque a Saliceto presso Piacenza; non sappiamo esattamente quando, come pure ove compì i primi studi. Verosimilmente, come sostiene il Boreri (1 ), egli apprese il trivio ed il quadrivio in Piacenza presso il S. Ambrogio (infatti la Summa è dedicata al Priore Ruffini ed ai monaci benedettini di questo convento) oppure, in alternativa, presso il Publicum Studium, istituzione allora fiorente voluta da Ottone III; di per se questa seconda ipotesi è meno valida della precedente.
Ultimato lo studio delle arti liberali si recò a Bologna attorno al 1230 e vi frequentò i corsi di Physica ove con tutta probabilità fu allievo di Ugo de’ Borgognoni e, a detta del Sarti (M. Sarti: « De Claris Archygimnasii Bononiensis Professoribus etc. » – Bologna 1762, vol. I p. 458.) del fiorentino Bono del Garbo.
Sprengel (C. Sprengel: « Storia Pragmatica della Medicina » – Firenze, Milano 1831-1851, vol. IV, pp. 343-344. ) scrive che Guglielmo, dopo tre anni di studio, conseguì il Baccalaureato e, dopo altri tre, la licenza di Lettere, infine, al nono, la dignità di Magister in Physica.
Ultimati gli studi in Bologna ritornò nella sua città, a Piacenza, ove, come già abbiamo detto, era stato istituito lo Studium (cf. Bolla di Papa Innocenzo IV del 6 febbraio 1248) anche a seguito delle insistenti preghiere del vescovo Alberto; qui, verosimilmente, iniziò la sua attività di medico: infatti nella sua Chirurgia (Guillelmus de Saliceto: « Summa conservationis et curationis. Chirurgia» – Placentiae 1476, (seg. AI-XV 19 della Braidense di Milano le cui pagine non sono numerate). « Chirurgia » L. I, cap. 20.) scrive di aver guarito tale Montalda da dislocazione vertebrale e Bernardino, figlio di Ruffino Scotti  da apostema della coscia.
È credibile che Guglielmo rimase a Piacenza per poco tempo: infatti lo ritroviamo a Cremona. In questa città rimase per vari anni: quì curò Baldassarre, figlio di Giacomo de Advocatis, un carcerato che si era reciso l’esofago e la trachea nel tentativo di tagliarsi la gola come pure un soldato di Bergamo che era stato ferito da una freccia.
La fama di valente chirurgo e di eccellente medico aveva certamente varcato le mura della città: infatti si spostava frequentemente per curare gli ammalati (lui stesso ci da notizia di essere andato a Milano per curare Martino della Torre); tantoché accolse le pressioni del Comune di Pavia e si trasferì in tale città ove fu alloggiato nel Palazzo Comunale.
In Pavia contrasse una forte amicizia con maestro Ottobono e guarì un ammalato ridotto in punto di morte che il suo amico gli aveva affidato giudicandolo in condizioni disperate.
Nel 1265 fu chiamato ad esercitare in Verona: Pazzini scrive : « venuto in fama a Verona, si trasferì a Bologna … » tuttavia noi crediamo che Guglielmo era già venuto in fama prima del suo soggiorno Veronese. In Verona rimase sino al 1269, anno in cui venne a Bologna (M. Sarti) ove « diu moram traxerat » sia come medico condotto che come docente.
Egli era così sicuro della sua arte che in Bologna promise allo studente Guido Rossiglione di medicarlo gratuimente se, entro due anni, avesse ancora sofferto per «flegma salsum », curò un tale Bondideo ritenuto tisico da tutti i medici e guarì l’Abate di S. Martino di Rusignone.
Non sappiamo con esattezza l’anno in cui partì da Bologna; sembra che si fosse deciso a tal passo a causa della guerra delle fazioni dei Geremei e dei Lambertazzi; certo è che accolse le reiterate richieste del Comune di Verona e ritornò in tal città ove, aiutato dal Maestro Bernardo Grandula curò una donna di Piacenza. A Verona terminò la sua Chirurgia (1275). Probabilmente è nel 1276 che ritorna, stanco nel fisico, nella sua Piacenza, ove poco dopo morirà.
Infatti è errato (Pazzini) credere che sia morto in Verona perché egli è sepolto in Piacenza nel chiostro attiguo alla Basilica di S. Giovanni in Canale, in principio del corridoio, presso la sacrestia, accanto al pozzo detto di S. Pietro Martire. La morte, attendibilmente, avvenne nell’inverno del 1276-77, che fu rigidissimo.

Estratto da: Giuseppe Caturegli, L’anatomia di Guglielmo da Saliceto, Editrice Giardini, Pisa, 1969.

 

1486. Chirurgia di maestro guglielmo da piacenza vulgarmente fatta. [per Bonino Bonini, Brescia] Anno MDCCCCLXXXVI. Il giorno xviiii Dicembre.

1486 SALICETUS -CHIRURGIA -BONINI 1486 (scarica PDF 64MB)

Chirurgia di maestro guglielmo da Piacenza vulgarmente fatta. [per Bonino Bonini, Brescia] Anno MDCCCCLXXXVI. Il giorno xviiii Dicembre.

Se ci don1andiamo il perché della estensione di questo trattato non ci resta che una risposta: Guglielmo da Salceto lo estese ad uso della sua scuola, dei suoi allievi: « ut in eis cum incisionibus et cauteriis et operationibus manualibus absque errore procedere possit». Adunque è una trattazione che assolve e comporta una applicazione pratica: l’intervento manuale, la applicazione dei cauteri, il taglio eseguito ai fini curativi. Quindi
una anatomia chirurgica estesa per coloro che intendano praticare quest’arte. …

Nello svolgimento dell’argomento riscontriamo una precisazione la quale, pur se di carattere generale, appare degna di una doverosa menzione: la circolazione del sangue a livello tissutale: è noto che anche Galeno aveva proposto idee, pur se confuse, su questo argomento, ma il nostro, rivolgendosi ai suoi allievi non esita ad abusare della propria autorità per sottolineare che « et debes absque dubio credere quod unde sanguis exierit venam ibi reperiri, nec contrarium erit ». Nel brano or ora riportato trasuda il concetto che il sangue è portato nei vari distretti dalle « venae » (ed allora non si faceva la distinzione tra vene ed arterie perché esse erano considerate vasi che portavano sia il sangue che lo pneuma), ed a questo proposito il Saliceto, da grande maestro qual era, « absque dubio », così rassicura gli allievi, « debes … credere » che la dove fuoriesce il sangue vi è una vena: infatti con questa frase si ha la conferma che, in materia di circolazione, il nostro non fa
alcun cenno allo pneuma (concetto di derivazione alessandrina che lo stesso Galeno aveva accolto). …
Il capo ed il suo contenuto sono e rappresentano la radice del corpo tutto; in altre parole, secondo la convinzione del tempo, tutto origina da questa regione. I nervi, i tendini, i  muscoli, e facoltà sensoriali e motrici rapresentano le estrinsecazioni funzionali e percettive deriv antinti dall’organo contenuto nella callotta cranica: il cervello.
Il Saliceto da accorto chirurgo, non si addentra nella descrizione delle strutture cerebrali; si limita ad affermare alla natura molle, la forma allungata, la possibile suddivisione (in tre parti: anteriore, media e posteriore) in ventricoli (beninteso perché sono tegumenti che proteggono i veri ventricoli). I cosiddetti ventricoli, come appena or ora è stato detto avvolgono precipue cavità ove risiedono, anzi hanno sede, gli « spiritus animales … et in quibus alterationem et digestionem recipiunt super illud quod in corde recipiunt », almeno secondo le opinioni correnti le quali, a sua volta sono di derivazione Galenistica, anzi, Aristotelica. Egli spiega perché, pur contandone quattro, i ventricoli debbano esser considerati tre, come anatomici suoi predecessori oppur coevi sostengono od avevano sostenuto; a tal proposito scrive «quia anterior quod satis est maior omnibus aliis in duas manifestas dividitur partes»: ovvero il ventricolo anterior è composto da due ventricoli (intendi i ventricoli laterali!). Ed insiste  in tal tesi perché « Et quamvis alii duo ventriculi
separationes habeant non dicuntur habere divisiones, eoque sunt et multum insensibiles».
Qui è doveroso convenire che il Saliceto intuì ed affermò la necessaria esistenza e del canale centrale e dell’acquedotto detto del Silvio (scoperto e dimostrato circa quattro secoli dopo). Il Silvius infatti dimostrò quanto il nostro aveva intuito; con questa affermazione il nostro intende risolvere anche una esigenza di ordine fisiologico perché puntualizza i meccanismi · per i quali si esplicano quelle «virtus» dette rispettivamente «sensus comunis vel fantasia», «ymaginatio», «cogitatio» che fa ubicate nei ventricoli laterali e la «extimatio» (che egli colloca nel secondo ventricolo, che in realtà è il terzo), e la memoria (relegata nel terzo ventricolo, che poi corrisponde al quarto); essi meccanismi riscontrano la loro validità nel pensiero tradizionale perché il cervello, secondo Aristotele; era considerato un organo deputato alla distillazione ed alla digestione dei «vapori» (intendi umori) provenienti dal cuore.
Noi, oggi, consideriamo i ventricoli in numero di quattro; il Saliceto invece, pur elencandone quattro, per i motivi suesposti, afferma che essi, in vero sono tre perché considera come unico ventricolo i due ventricoli laterali.
Egli sorvola anche sulla trattazione della struttura cerebrale e delle circonvoluzioni cerebrali perché, al chirurgo dei suoi giorni poco potevano interessare tali argomenti.
Egli continua la trattazione della sua anatomia illustrando la posizione delle meningi e giustificandone la funzione: esse sono rappresentate dalla dura e la pia madre; non ricorda la aracnoide perché, quest’ultima, topograficamente, è unita alla pia madre. Le meningi sono percorse ed intessute «ex arteriis et venis ad modum rethis» [da arterie e vene come in una rete] le quali provengono dal cervello che lo «vivificat et dat eis spiritum vitalem» [lo vivificano e dà spirito vitale] ossia quell’alimento che deriva dalla digestione; esso (e questo è un concetto fisiologico di derivazione Aristotelica accolto da Galeno), come in precedenza è stato riferito, costituisce (almeno per quei tempi) un dogma dal quale non era lecito distaccarsi. Riteniamo utile ripetere che lo Stagirita pensò il cervello come un organo deputato alla distillazione e digestione degli umori caldi provenienti
dal cuore.
Perciò Guglielmo, procedendo da tali presupposti, non ha difficoltà ad ammettere che il cervello è la radice di tutto ed offre, quale giustificazione del suo asserto, la convinzione fisiobiologica accolta dal suo tempo.
Le meningi originano dal cervello e si costituiscono attraverso le vene e le arterie; da esse partono legamenti, vene ed arterie che attraversano le ossa craniche (costituendo localmente le suture craniche) per dar luogo alla formazione del periostio cranico; da quest’ultimo partono poi quei legamenti ed i nervi (ossia i tendini) che governano le articolazioni della mandibola, delle vertebre e così via per tutto quanto riguarda la parte scheletrica. I muscoli, a loro volta, originano dai tendini. Da quanto esposto consegue che la massa periostiosa e muscolare e tendinea rappresenta una propaggine anatomica di derivazione cerebrale, quasi come una folta chioma di un albero.
Le meningi servono per difendere ed ammorbidire i traumi e gli insulti cranici: esse sono due. La pia, che è più tenera, sta sopra il cervello per difenderlo dalla durezza della dura; la dura sta sopra la pia per difendere questa ed il cervello dalla durezza delle ossa craniche.
Egli ci ripete la descrizione della posizione dei bulbi olfattivi; tale parte del cervello era conosciuta già da Galeno (come già dicemmo in altra parte) che la aveva studiata nell’animale: infatti ecco il testo «duabus eminentiis similibus mamillarum capitibus que sunt in fronte in quibus operatio virtutis odorabilis perficitur» [due estroflessioni che simili ai capezzoli sono verso la fronte in cui si effettua la capacità dell’olfatto]. Ben più interessante, perché quì è assolutamente originale, è la descrizione del chiasma ottico: egli parla chiaramente di due nervi che originano dal cervello (che definisce concavi) [già osservati da Alcmeone, V secolo a.C., che li decsrive come due “sentieri” che dagli occhi vanno al cervello incrociandosi] e che unendosi danno luogo a due concavità, (anteriore e posteriore); successivamente essi si separano per dirigersi verso gli occhi, sono ricoperti
dalle meningi che legano il nervo sino all’occhio stesso; le meningi poi, giunte nella regione orbitale danno luogo alla formazione di due membrane ossia della sclerotica e della secondina (su questo argomento torneremo in altra sede).
Le ossa craniche sono sette , infatti «ossa cranei capitis que sunt sex et unum in finem quod est inter spondilem in principio nuche et ossis capitis, cuius figura est ad modum littere alande … et est substinens pars posterior omnia ossa capitis et propter hoc appellatur substentaculum vel paxillus» [le ossa del cranio sono sei ed uno che è sulla vertebra tra la nuca e le ossa del capo, ed uno è ad ala (l’osso occipitale) e sostiene la parte posteriore di tutte le ossa sel cranio e per questo è chiamato sostegno o paletto]. Questo passo può dar
luogo ad alcune perplessità in quanto l’osso che chiama paxillus o substentaculum può esser confuso con l’atlante, mentre in realtà è lo sfenoide: infatti quando il Saliceto parla delle vertebre cervicali ne ricorda giustamente sette «spondiles colli que sunt septem» ,èle vertebre del collo sono sette]; fra l’altro si tenga presente che il vero sostegno delle ossa craniche sovrastanti è proprio lo sfenoide.
Il primo osso descritto è il frontale «Primum os capitis cranei est os frontis et appellatur coronale» [il primo osso del cranio è l’osso frontale e si chiama coronale]; esso appare sufficientemente descritto: «habet quasdam eminentias in parte posteriori et continuatur cum osse nasi in parte anteriori» [ha delle eminenze nella parte posteriore e continua con le ossa del naso nella parte anteriore].
Tale descrizione resulta esatta perché il frontale è un osso impari, mediano; il Saliceto lo fa articolare con la mandibola superiore [mascellare] sia a livello temporale come pure in altre parti «Et in timporibus in quibusdam aliis partitibus continuatur cum mandibula superiori» [e nel temporale in cui con altre parti continua con la mandibola superiore, osso mascellare] e con le due ossa parietali che chiama nervali «Continuatur et cum duobus ossibus magnis que nervalia vocantur»[Cuntinua con due ossa grandi che si chiamano nervalia].
Riteniamo doveroso rilevare che il frontale si articola attraverso la apofisi orbitale esterna con l’osso lacrimale (ciò non è precisato), con i parietali attraverso la apofisi orbitale esterna (questa circostanza è ben precisata) e con il suo margine superiore, con lo sfenoide
attraverso il margine posteriore (a questo proposito si noti che il Saliceto confonde un po’ lo sfenoide con il mandibolare superiore e che considera quest’ultimo con delimitazioni ben più ampie di quelle reali). Pure i seni frontali non sono ricordati. Dei parietali scrive che «continuantur in medio capitis ad modum serre inter se; et continuantur ista duo ossa nervalia ad modum serre cum osso alande; et sub isto osse ponitur os basilare quod non continuatur cum eo» [i parietali continuano con esso (osso frontale o coronale) nella metà del capo in modo serrato [sutura sagittale] tra di loro; e proseguono queste due ossa nervalia in modo serrato con l’osso alato (l’occipitale); e sotto di esso si pone l’osso basilera che non è in continuazione con esso: l’osso atlante, la prima vertebra]. La descrizione dei rapporti appare poco chiara perché, anche se i rapporti fra i due parietali ed il frontale
risultano ben descritti «ad modum crucis cums vena superior sit remota» qui non sono riferiti i rapporti col temporale e con l’occipitale.
A noi sembra che Guglielmo faccia un po’ di confuisone fra lo sfenoide ed il temporale, anche se descriverà in seguito il temporale stesso in misura sufficiente; questa convinzione trova conferma in quanto abbiamo detto sopra a proposito del mandibolare superiore.
Resta che, in questa frase, egli fa menzione dell’osso basilare «et sub isto osse ponitur os basilaris» e ne descrive i rapporti. Sotto questo osso (l’osso che chiama alanda), scrive che trovasi l’osso basilare; come dobbiamo intenderlo? Il Saliceto ha iniziato la sua descrizione
del frontale, poi dei parietali e, scorrendo lo sguardo in senso posteriore è evidente che si riscontra l’occipitale a conferma di ciò osservian10 che quest’ultimo non rappresenta la continuazione dell’alanda bensì lo sostiene «substentat» e concorre a delimitare e perfezionare la figura del capo «et figuram capitis perficit» [e si compie la figura del capo].
E, procedendo nella spiegazione, scrive « Applicatur etiam hoc os basilare ossi alande et ponitur et firmatur inter ipsum et mandibualam superiorem, et per istum inodum continuationis istonun ossium posizionem et figuram capitis perficitur, ut vides».
Ecco adunque come avviene la successione delle ossa che avvolgono il cervello: frontale, parietali, occipitale, sfenoide e di nuovo il frontale. Passa poi alla descrizione della regione temporale onde completare la figura della testa: «A lateribus vero capitis» vi sono le due ossa temporali e, sopra di esse, le orecchie « super quibus sunt aures » egli chiama i temporali « ossa mendosa» ed hanno rapporto con le ossa parietali (che egli chiama nervali) soltanto con il loro margine superiore «non continuantur cum ossibus nervalis et magnis nisi per superpositionem partis ad partem». Sappiamo oggi che il temporale viene distinto in tre parti: squamosa, porzione mastoidea, porzione petrosa o rocca petrosa o piramide: della parte squamosa il Saliceto ha già precisato che il suo margine superiore ha rapporto con il parietale ma non riscontriamo che parli della porzione mastoidea perché egli divide il temporale in due parti: superiore ossia, parte squamosa e la parte petrosa. Per
maggior chiarezza scrive «Et inferius, in istis ossibus, versus mandibulam superiorem». Già in precedenza aveva accennata la posizione delle orecchie, pertanto, continuando la descrizione della porzione petrosa scrive che in essa «est foramen tortuosum in ore quod appellatur petrosum» e ne precisa la consistenza ossea «hoc est durum valde» come pure il contenuto «transit nervus auditus».
Non è possibile affermare con chiarezza se egli per «nervus auditus» intende il labirinto in quanto, già, aveva descritto un «foramen tortuosum» oppure la porzione ossea della tuba uditiva detta di Eustachio oppure, e ciò appare più attendibile, quel canale in cui decorre il nervo faciale (ed in questo caso il Saliceto avrebbe equivocato un ramo dell’VIII paio col nervo faciale) e che è detto acquedotto del Falloppio. In ogni caso questa problematica si presta a dubbi di interpretazione.
Quindi le ossa che avvolgono il cervello sono sei «Sunt igitur ossa capitis comprehendentia carebrum numero sex» ed a queste ne aggiunge ancora uno che «appellatur paxillare quod est in parte posteriori». Allora, secondo il Saliceto, le ossa craniche sarebbero sei più uno, ossia sette; facendo il riscontro si contano un frontale, due parietali, un occipitale, due temporali, uno sfenoide, un etmoide e le ossa Wormiane. Il bilancio è oltremodo positivo perché, dalla elencazione del nostro a quella degli anatomici moderni resultano mancanti l’etmoide, osso impari, mediano costituito da una lamina verticale mediana e da due ossa
laterali e le ossa Wormiane, ossa sovrannumerarie che sono riscontrabili nelle ossa craniche e che, a loro volta, si distinguono in suturali (perché possono disporsi in
corrispondenza delle suture) e fontanellari (perché reperibili a livello delle fontanelle).
Riteniamo doveroso precisare che queste lacune del Saliceto furono colmate dopo molti secoli, pertanto non è il caso di pensare ad una scarsa osservazione, tantopiù che in quegli anni non era certamente facile avere a disposizione il materiale utile per un esame diretto.
Precedentemente è stato detto del perché il Saliceto ritenne che il cervello fosse la radice di tutto, ed è stato schematizzato l’asserto del maestro piacentino; ora, seguendo il testo che così riporta « Super ista ossa, in medietate, est pannicuus factus ex panniculis (la falce cerebrale, la quale deriva) ex panniculis interioribus (ossia le meningi), ligatis cum commisuris cranei, exentibus ab illis commissuribus» ci rendiamo conto della teoretica qui propugnata. Da questo brano si arguisce che le derivazioni meningee, passando per le suture cerebrali, giungono all’estremo e da quì « fit ille panniculus subtilis » che è da identificare con il periostio perché «spargitur super omnia ossa cranei et ea ab esterioribus ligat ». Questa interpretazione, fantasiosa, non è sprovvista di una certa razionalità ed è per tale motivo che la riteniamo suggestiva. … [Il testo prosegue con la descrizione della cuoio capelluto e degli altri organi anatomici]

Estratto da: Giuseppe Caturegli, L’anatomia di Guglielmo da Saliceto, Editrice Giardini, Pisa, 1969.

 

 

 

1270 ca-1326. MONDINO DE’ LIUZZI DA BOLOGNA

 

… Le prime notizie biografie di Mondino de’ Liuzzi furono il frutto dell’Illuminismo in Italia. Nel 1775 Girolamo Tiraboschi incluse le opere scientifiche nella sua ‘Storia della Letteratura Italiana’ e dedicò ampio spazio a Mondino.[5] Qualche anno dopo Fantuzzi[6] aggiunse qualche nuova informazione nelle sue ‘Notizie degli Scrittori Bolognesi’ e compilò una biografia che rimase la base di riferimento per i successivi 150 anni. Informazioni sulla vita di Mondino apparvero nello stesso periodo nei lavori di diversi autori.[7]
Gli storici della medicina del XIX secolo s’interessarono più della produzione accademica di Mondino e del suo significato nell’evoluzione dell’anatomia, che degli aspetti ancora oscuri della sua vita. Così le note biografiche incluse nel ‘Compendio storico della Scuola Anatomica di Bologna’ di Michele Medici, pur correggendo alcuni errori e trascrivendo alcuni testi da manoscritti originali, aggiunsero poco a ciò che già si sapeva nel secolo precedente.[8] Nonostante il tentativo di chiarimento da parte di un autore ignoto[9], si continuava a confondere Mondino de’ Liuzzi da Bologna con il medico contemporaneo Mondino da Cividale, o con un certo Mondino da Forlì che non è mai esistito. In questo periodo informazioni su Mondino apparvero nei lavori di un certo numero di altri autori.[10]
La confusione tra diversi Mondini si trascinò durante la prima metà del XX secolo, benché Sighinolfi producesse, nella sua edizione dell’Anatomia, un’ottima biografia con alcune nuove informazioni ottenute con ulteriori ricerche d’archivio.[11] In questo periodo nuovi documenti d’archivio furono descritti anche da altri[12] e note informative su Mondino apparvero nei lavori di altri autori.[13]
L’identità di Mondino de’ Liuzzi è stata definitivamente chiarita solo nel 1955.[14] Note biografiche sono apparse nella seconda metà del XX secolo nei lavori di vari autori[15], particolarmente nel lungo lavoro su Taddeo Alderotti ed i suoi allievi di Nancy Siraisi.[16]

… [ Nascita di Mondino. Come indicato più sotto (cf. V), Mondino è nato a Bologna.[18] Non conosciamo l’anno di nascita, ma poiché si laureò probabilmente nel 1290-91 (cf. ‘Laurea di Mondino’ qui sotto) secondo il sistema d’educazione universitaria del tempo dovrebbe essere nato attorno al 1270. Per esempio, suo figlio Mondino jr. nacque nel 1326 e si laureò nel 1348 a 22 anni (cf. XXIV).]

… [ La laurea di Mondino. La determinazione della data della laurea di Mondino presenta problemi simili a quelli della laurea di Liuzzo. Alidosi[33] fu il primo a dire che Mondino si laureò nel 1290, senza citare la fonte d’informazione. Qualche anno dopo Albertini disse che si era laureato nel 1291.[34] Fantuzzi (cf. nota 2) riportò la data del 1290 senza citarne la fonte e d’allora tutti gli autori l’hanno ripetuta, anche per estrapolare una possibile data di nascita come nel caso di Sighinolfi.[35] In realtà i documenti di cui disponiamo forniscono soltanto le informazioni seguenti. Fino al 1311 i documenti si riferiscono a Mondino come magister, quindi non necessariamente laureato (cf. IV). In un caso giudiziario del 1311 Mondino fa uso dei privilegi accordati agli insegnanti universitari (cf. X), quindi deve essere laureato. Il relativo titolo di doctor gli viene assegnato esplecitamente per la prima volta in due documenti del 1314 (cf. XII) e del 1315 (cf. XIII). Sulla base di altre informazioni nella sua biografia, proporrei che Mondino abbia conseguito la laurea qualche tempo dopo suo zio (vedi sopra), probabilmente verso la fine degli anni Novanta, poco prima di essere bandito da Bologna, or subito dopo il suo ritorno in città (cf. VI). ]

… IX) 1307 – Liuzzo e Mondino insegnano assieme.
Archivio di Stato di Bologna, Ufficio dei riformatori degli estimi, Quartiere di Porta Ravegnana, Parrocchia di San Vitale.[49]
Tra il 1296 ed il 1330 il Comune bolognese eseguì ben cinque indagini generali sulle proprietà dei cittadini per determinare il livello delle tasse imposte. In questo documento Liuzzo de’ Liuzzi, identificato come Dominus Magister Leucius Doctor in medicina dichiara il valore dei propri beni che sono case, terre e bestiame per un valore totale di 693 lire bolognine e 10 soldi.
Due informazioni sono d’interesse per la biografia di Mondino. Innanzitutto Liuzzo dichiara di vivere con la sua famiglia in una casa presso iuxta andronam Justoli, iuxta stratam publicam Sancti Vitalis con un valore dichiarato di 350 lire bolognine. Questo non è l’indirizzo indicato due anni prima (cf. VII) come domicilio del fratello Rainerio e famiglia, Mondino incluso. Quindi zio e nipote non abitavano assieme, il che è confermato da un altro documento del 1311 (cf. XI).
D’altra parte il documento qui analizzato fornisce la prova di una collaborazione intima a livello professionale. Infatti la seconda casa denunciata da Liuzzo viene usata assieme dai due maestri per l’insegnamento privato: “Item habet unam aliam domum Bononie in capella Sancti Martini de Caranimicis, in qua legit ipse et nepos eius et non habet aliquam utilitatem ex ea, iuxta d. Gand. domum de Malconsiglia, iuxta Philipum fornarium et iuxta viam publicam, quam extimat viginti libras bon“. Il fatto che nepos eius sia Mondino è convalidato da un documento analogo del 1315 (cf. XIII).
Il fatto che i docenti medievali insegnassero in case private è stato ben documentato[50]. Il fatto che Liuzzo e Mondino utilizzassero la stessa casa, di proprietà del primo, conferma esplicitamente due aspetti già derivabili indirettamente dalle altre fonti biografiche: zio Liuzzo doveva aver introdotto il nipote allo studio e alla pratica della medicina e i due maestri dovevano avere interessi accademici molto simili ed un rapporto professionale importante.

XIX) 1321 – Mondino figura tra i lettori dell’Università di Bologna. Della Historia di Bologna”, cronaca di Ghirardacci.[72]
Nella cronaca di quell’anno il Ghirardacci annotò “In Medicina leggevano il Mondino, Alberto, Peregrino de’ Christiani, Bettuccio, Giuliano di Giacomo, Guidone e Castellano tutti Dottori Bolognesi”.
Il secondo nella lista è probabilmente Alberto de’ Zancari.[73] Il quarto è probabilmente Alberto di Rolando detto Bertuccio, che annotò alcune opere di Mondino.[74] L’ultimo è probabilmente il collega medico che accompagnò Liuzzo e Mondino in missione diplomatica dal Principe Giovanni (cf. XV).

… XXII) 1324 – Mondino figura tra i lettori dell’Università di Bologna “Della Historia di Bologna “, cronaca di Ghirardacci.[79]
Mondino figura tra i lettori dell’Università anche nell’anno 1324: “Mastro Mondino Dottore in Medicina leggeva in pratica col salario di cento lire”. Nel 1321 Mondino insegnava medicina (cf. XIX), ora insegna pratica. Il significato accademico e filosofico dell’armonia tra teoria e pratica presso la scuola medica bolognese del XIII secolo è stato discusso molto bene da Siraisi e da Ottosson.[80] Mondino aveva compilato la sua Anothomia già da circa otto anni e la fama di anatomico intellettuale che istruisce chirurgi eruditi (cf. XXVIII) doveva essere già stabilita. E’ quindi possibile che la pratica a cui si riferisce la cronaca fosse proprio un corso pubblico di anatomia pratica, cioè coadiuvata dalla dissezione. Alternativamente si sarebbe potuto trattare di un corso di clinica farmaceutica, in considerazione del fatto che la produzione letteraria di Mondino ci permette di descrivere le sue conoscenze come ben più vaste della sola anatomia.[81]
Il fatto che, dai documenti disponibili, Mondino sia stato impiegato dal Comune per
l’insegnamento universitario solo per due anni, può significare che i documenti relativi ad altri incarichi sono andati perduti o che egli fosse pagato direttamente dagli studenti senza coinvolgere la burocrazia comunale.

… [ Mondino muore. La data della sua morte va posta tra il 17 Febbraio ed il 15 Maggio 1326, le date dei due documenti qui descritti (cf. XXIII e XXIV). La ragione di alcuni errori sulla data della morte apparsi nella letteratura del XIX secolo possono spiegarsi con un errore fatto da Alidosi nel 1623, poi riportato da Albertini nel 1644, parzialmente trascritto da Mazzetti nel 1840 [86] e poi ripetuto in resoconti storici superficiali. Bisogna pensare che Mondino non sia morto dopo una lunga malattia molto debilitante, poiché la moglie Mina era incinta, o aveva appena dato alla luce un bambino. ]

… XXVIII) 1363 – Guy de Chauliac riconosce Mondino come caposcuola della nuova anatomia umana.
Guidonis de Caulioco, Chirurgia magna, Tom. I, Trat. 1, Doct. 1, fols. 5r-v. Edizione curata da Bonneti Locatelli Bergomensis, Venezia 1498 .[97]
Guy de Chauliac (Guido da Cauliaco, morì nel 1368), il più grande chirurgo francese del medioevo, studiò a Bologna come allievo di Bertuccio (Alberto di Rolando), egli stesso allievo di Mondino.[98]
All’inizio della sua famosa Chirurgia Magna Guido offre una descrizione dell’anatomia umana secondo il nuovo metodo introdotto da Mondino, basato sulla dissezione sistematica delle quattro regioni del corpo, e nell’introduzione rende omaggio alla scuola anatomica bolognese: “… secundum quod tractat Mundinus, qui super haec scripsit, et ipsam fecit multoties, et magister meus Bertuccius per hunc modum …situato corpore mortuo in banco, faciebat de ipso quatuor lectiones: …”. Bisogna notare che successive edizioni della Chirurgia Magna trascurarono di menzionare Mondino in questo passaggio lasciando solo il riferimento a Bertuccio[99] mentre l’edizione qui citata e la prima traduzione francese[100] mantennero la citazione per intero.
Questo passaggio di Guy è importante non solo per la statura intellettuale del grande chirurgo francese. E’ stato proposto che la fama di Mondino fosse solo dovuta ad una fortunata formula editoriale della sua Anothomia, che ebbe successo perché succinta, chiara ed applicativa.[101]
L’omaggio del chirurgo francese si riferisce invece al vero contributo di Mondino: l’introduzione della dissezione come strumento accademico, una vera rivoluzione filosofica, ed una nuova visione regionale dell’anatomia chirurgica che rappresentò un modello ancora seguito da William Harvey 300 anni più tardi.[102]
A pochi decenni dalla morte Mondino veniva già considerato anche all’estero il caposcuola di una nuova disciplina, l’anatomia.

MONDINO – Uomo e Medico
Questa è un riassunto in stile discorsivo delle informazioni documentate fornite nella
sezione ‘Biografia di Mondino de’ Liuzzi da Bologna’ e nelle note critiche dell’Anothomia.
Nel 1906 un irrequieto medico di Brooklyn, Lewis S. Pilcher, intitolò un articolo su
Mondino de’ Liuzzi ‘The Mondino myth“. Nel 1988 il ‘Dizionario dei Bolognesi’ curato
da G. Bernabei definiva ancora il medico medievale come ‘personaggio dai contorni
leggendari’. Sembra che mito e leggenda si addicano ai grandi personaggi e che qualità leggendarie vengano loro attribuite anche quando non sono appropriate. In verità Mundinus bononiensis è sempre stato con i piedi per terra e fu ben conosciuto a Bologna e in tutt’Europa, fin da quando i suoi allievi ne assicurarono la realtà e l’immortalità identificandolo come il padre della nuova anatomia.
Nato a Bologna attorno al 1270 in una famiglia di medici e farmacisti, Mondino de’
Liuzzi ne seguì le tradizioni, nei suoi studi fece buon uso della filosofia naturale
aristotelica appena introdotta in Bologna, soffrì dei travagli politici del tempo, perseguì l’armonia tra teoria e pratica nella sua carriera medica e si occupò della famiglia e dei suoi associati. Mondino morì il 30 agosto 1326 e fu seppellito nel cimitero della Chiesa dei SS. Vitale ed Agricola in Bologna.
Il giovane (Rai)mondino avrebbe avuto una vita facile in una famiglia borghese
benestante dove padre e zio lo avevano destinato ad una carriera interessante, se non
fosse stato per le continue lotte politiche tra le famiglie bolognesi alleate ai Geremei,
d’ispirazione guelfa, ed ai Lambertazzi, d’ispirazione ghibellina. I Liuzzi si schierarono apertamente dalla parte dei Lambertazzi e ne subirono le conseguenze: una forte somma da pagare come riscatto del giovane medico (Mondino aveva circa trent’anni) che era stato bandito dalla parte guelfa che allora dominava Bologna. Anche le lotte tra studenti, e tra Comune e studenti, coinvolsero Mondino che evidentemente non era tipo da sottrarsi ai conflitti sociali.
Nonostante le difficoltà politiche, Mondino fu in grado di perseguire una carriera
medica brillante, probabilmente grazie ad una famiglia ricca ed al rispetto di cui un
bravo medico generalmente gode. Egli fu fortemente influenzato dalla nuova medicina introdotta dal suo maestro Taddeo Alderotti, la quale era caratterizzata da un’armonia tra teoria e pratica ed dallo studio accademico degli autori greci ed arabi che erano stati tradotti nel XII e XIII secolo. Una semplice scorsa ai titoli della ventina di opere manoscritte medievali che portano il suo nome mostra una gamma estesa d’interessi accademici: oltre alla sua famosa Anothomia, si trovano trattati e consigli clinici, commenti di opere greche ed arabe, discussioni teoriche. Un’analisi preliminare delle pochissime opere cliniche già edite (alcuni consigli clinici ed una discussione teorica), fa pensare che il testo dell’Anothomia non sia rappresentativo del livello accademico di Mondino. Infatti quest’opera aveva l’intenzione d’illustrare l’anatomia applicata alla chirurgia ed alla clinica, non di fare dotte disquisizioni, le quali si trovano invece in altre opere, specialmente nelle questiones.
Mondino fu un medico moderno che si tenne aggiornato con la letteratura, che seguì le nuove tendenze accademiche e che apportò innovazioni importanti nella sua disciplina.
Gli scienziati del passato vanno appunto giudicati nel contesto del loro tempo, non con il metro delle nostre conoscenze attuali. La descrizione dell’Anothomia, abbastanza comune nella letteratura storica, come un’analisi sommaria del corpo umano contaminata da terminologie e concetti arabi, non è quindi storicamente giusta. La guida alla dissezione delle strutture che hanno rilevanza clinica e chirurgica è sofisticata, cioè molto superiore alla parte anatomica delle opere chirurgiche di Guglielmo da Saliceto (1210-1276) e Guido Lanfranchi (XIII sec.), e dei contemporanei Enrico di Mondeville e Guido da Vigevano. Per le strutture muscolo-scheletriche Mondino rimanda a suoi insegnamenti passati che non ci sono stati tramandati per iscritto. Durante la transizione dal XIII al XIV secolo la medicina araba (Avicenna, Haly Abbas, Averroè) fece da mediatrice tra la tradizione greca (Ippocrate, Aristotele, Galeno) e le sorgenti scuole mediche europee (Bologna, Montpellier, Padova). L’influenza araba in Mondino era quindi un indice di alta qualità accademica.
Le innovazioni apportate da Mondino all’anatomia umana sono l’introduzione del
cadavere nell’insegnamento, l’introduzione dell’anatomia regionale, l’elevazione del
livello accademico delle scienze anatomiche e l’attitudine a controllare in modo pratico le fonti classiche. Un confronto più approfondito del testo dell’Anothomia con testi precedenti sarà necessario per determinare quali strutture del corpo umano furono descritte per la prima volta da Mondino.
Il 1316 è quasi sicuramente una data di comodo per Anothomia, poiché vi sono chiare
indicazioni che questa opera, forse una collezione di ‘dispense’ per i suoi studenti, fu
compilata in momenti diversi all’inizio del XIV secolo, mentre alcune parti furono forse scritte anche prima. Nel testo vi sono inoltre prove che Mondino aveva sezionato molti
cadaveri di ogni età e d’ambo i sessi prima di compilare, o mentre compilava la sua
opera, non solamente due cadaveri di donna come dicono la maggior parte dei testi
storici.
La dissezione del cadavere, ripresa dopo circa 1500 anni d’interruzione, era uno dei
diversi metodi di preparazione anatomica di cui Mondino era maestro, cioè quello più
adatto al carattere clinico-chirurgico del suo trattato. Le circostanze sociali ed
accademiche che hanno permesso questa innovazione filosofica e didattica
nell’Università di Bologna sono attualmente l’oggetto di ricerche specifiche, ma per il
momento restano poco chiare.
Il metodo di dissezione regionale del corpo umano a scopo didattico, così come è stato
descritto per la prima volta da Mondino, è fondamentalmente quello ancora usato nelle
sale di dissezione delle scuole di medicina di tutto il mondo. Benché Guglielmo da
Saliceto avesse già elevato la chirurgia a livelli accademici ben superiori alla pratica
cerusica alto-medievale, Mondino associò per la prima volta nozioni di fisiologia,
patologia e clinica alla descrizione del corpo umano. Il testo contiene anche la
descrizione di sei interventi chirurgici e due trattamenti curativi. Nell’Anothomia
Mondino ha citato trentatré volte Galeno, dodici volte Avicenna, tre volte Aristotele,
due volte Ippocrate e Haly Abbas ed una volta Averroè, Rhazes, Serapione e Mesuè il
Giovane. In molti passi si legge poi l’esortazione a controllare la lezione dei classici con l’osservazione pratica e in qualche caso Mondino stesso esprime dubbi ed opinioni diverse dai maestri del passato. Questo atteggiamento è ben diverso da quello di un ripetitore acritico dell’anatomia Galenica, come suggerito da molti storici della medicina.
L’Università di Bologna può quindi vantarsi di essere stata la culla sia dell’anatomia
macroscopica con Mondino de’ Liuzzi nel XIV secolo, che dell’anatomia microscopica
con Marcello Malpighi nel XVII secolo.
Mondino si occupò anche di un’unità familiare complessa. Dalle due mogli, Giovanna e Mina, ebbe quattro figli e due figlie. Sia il testamento che il documento d’applicazione
dello stesso, rivelano un interessamento diligente al benessere dei figli, dei parenti e
delle persone associate alle sue proprietà cittadine e di campagna. Nonostante
gl’impegni accademici e familiari, egli mantenne anche rapporti con colleghi in altre
località d’Italia, specialmente con quelli toscani, data l’origine toscana dei Liuzzi.
Mondino non partecipò al governo di Bologna, come si legge spesso, ma nel 1316 fece
parte di un’ambasceria presso la corte del Re di Napoli che fu abbastanza banale anche se importante. Dopo essere stato coinvolto da giovane nei conflitti politici bolognesi, si occupò solo di medicina. Ma in questo campo raggiunse tanta fama da essere ricordato in diverse cronache cittadine in modo molto più caloroso di ogni altro medico del tempo.
Il lavoro di Mondino de’ Liuzzi rappresenta molto bene la transizione dalla medicina
pratica alto-medievale a quella dotta tardo-medievale. Nonostante questo suo ruolo
chiave nella storia della medicina – e della chirurgia in particolare – la grande
maggioranza delle sue opere restano ancora in forma manoscritta, cioè senza essere
trascritte, pubblicate e commentate.

[5] Tiraboschi, G. (1775) “Storia della letteratura italiana“, Tomo V, Capo III, Par. XXX,
pp. 219-222. Modena. Esiste una ristampa del 1822-26 fatta a Milano.
[6] Fantuzzi, op. cit. (2).
[7] Giorgi & Pasini, op. cit. (1), parte I.
[8] Medici, M. (1857) “Compendio storico della scuola anatomica di Bologna dal rinascimento delle scienze e delle lettere a tutto il secolo XVIII“. Tipografia Governativa della Volpe e del Sassi, Bologna.
[9] Autore ignoto (1839) “Di alcuni errori occorsi nella storia riguardante il Mondino restauratore dell’anatomia nel secolo XIV” Bullettino delle Scienze Mediche, serie II, vol. VII, pp. 377-383. Medici, op. cit. (8) nella sua nota a p. 18 dice che l’autore è il Dott. Ulisse Breventani. Lo stesso lavoro viene invece attribuito a B. Cecchetti da Munster, L. e Dall’Osso, E. (1957) “Mondino de’ Liuzzi, lettore-clinico presso lo studio di Bologna e le sue opere mediche ancora inedite“, p. 11, Atti XV Congresso Nazionale sulla Storia della Medicina, Torino 1-3/6/57. Arti Grafiche Cossidenti, Roma.
[10] Giorgi & Pasini, op. cit. (1), parte II.
[11] Sighinolfi, op. cit. (3).
[12] Dallari, U. (1932) “Due documenti inediti riguardanti Liuzzo e Mondino de’ Liuzzi
Rivista di storia delle scienze mediche e naturali, vol 23, pp. 1-7. Pantanelli, G. (1923)
Mondino dei Luzzi – Episodio inedito” Bullettino delle scienze mediche (Società Medico-chirurga di Bologna), anno 95, serie X, vol. 1 (settembre-ottobre), pp. 276-278 (oppure pp. 1-3). Frati, L. e Pantanelli, G. (1913) “Testamento ed inventario dei beni lasciati dall’anatomico Mondino dei Liuzzi” Bullettino delle scienze mediche (Società Medico-Chirurgica di Bologna), anno 84, serie IX, vol. 1, pp. 2-11. Questo lavoro riporta solo la trascrizione dei documenti ed è senza autore, ma il redattore della rivista, A. Pecci, spiega nella prefazione (p. 2) che i documenti in questione furono trovati in archivio da Lodovico Frati e furono trascritti da Guido Pantanelli. Per questa ragione Munster e Dall’Osso (1957) ritengono che l’autore del lavoro sia Pecci.
[13] Giorgi & Pasini, op. cit. (1), parti III & IV.
[14] Dall’Osso, E. (1955) “Una questione dibattuta: quanti anatomici e medici di nome
‘Mondino’ esistevano all’inizio del ‘300” Bollettino dell’Accademia Medica Pistoiese “Filippo Pacini”, vol. 26, pp. 245-256. Questo autore fornisce buone informazioni su Mondino da Cividale e le sue opere, ma ritiene che Mondino de’ Liuzzi abbia scritto solo Anothomia. Per la lista della ventina di opere di Mondino bolognese si veda Giorgi & Pasini, op. cit. (1), pp. 55-87.
[15] Giorgi & Pasini, op. cit. (1), parte IV.
[16] Siraisi, N. G. (1981) “Taddeo Alderotti and his pupils“, pp.66-69. Princeton University Press, Princeton (N.J.).
[18] La migliore documentazione della cittadinanza bolognese di Mondino de’ Liuzzi si può ottenere dalla dozzina di titoli, incipit and explicit in cui i suoi contemporanei si riferiscono a lui come bononiensis, cf. Giorgi & Pasini, op. cit. (1), pp. 55-87. Infatti Mondino era un bolognese di seconda generazione (cf. V). Fantuzzi, op. cit. (2), p. 41, fa notare che Freind e Portal, seguendo l’Enciclopedia di Diderot, attribuiscono a Mondino la cittadinanza milanese senza spiegare il perché. Il testo dell’explicit dell’edizione princeps dell’Anothomia (cf. Introduzione) può offrire una spiegazione. Questa edizione fu stampata a Pavia, che nel 1478 faceva parte del territorio milanese sotto la signoria di Gian Galeazzo Sforza. Nel testo “Explicit Anothomia Mundini prestantissimorum doctorum almi studii Ticinensis …” i due genitivi plurali dopo il nome di Mondino sono abbreviati con il simbolo di -rum . Penso sia plausibile pensare che il compilatore dell’Enciclopedia, non conoscendo bene questo simbolo, abbia scambiato quegli attributi dei dottori ticinesi per attributi di Mondino, che diventò così un milanese.
[32] Ghirardacci, C. (1596) “Della Historia di Bologna “, Parte I, tavola 504. Stampato da
Giovanni Rossi, Bologna. Esiste una ristampa del 1976 di Arnaldo Forni Editore, Bologna. Bisogna notare che l’assenza di citazioni del genere da parte di Ghirardacci non implica necessariamente che Liuzzo non avesse insegnato per l’università negli anni in questione. La registrazione potrebbe essere andata persa o poteva aver insegnato con retribuzione diretta da parte degli studenti.
[33] Alidosi, G. N. (1623) “I dottori bolognesi di Teologia, Filosofia, Medicina e d’Arti
Liberali“, p. 137. Stampato da Niccolò Tebaldini, Bologna.
[34] Albertini, op. cit. (31). Come già notato, l’informazione di Albertini, che fu trascritta
da Mazzetti, op. cit. (30), p. 376, ha bisogno di ulteriore documentazione per essere considerata sicura, ma conferma quella dell’Alidosi ed assieme rappresentano i riferimenti più antichi dell’associazione di Mondino alla confraternita medica.
[35] Sighinolfi, op. cit. (3), p. 13.
[49] Dallari, op. cit. (12), p. 2.
[50] Martinotti, G. (1911) “L’insegnamento dell’anatomia in Bologna” Studi e memorie
per la storia dell’Università di Bologna, vol II, pp. 3-146. Zaccagnini, G. (1926) “La vita
dei maestri e dei scolari nello studio di Bologna nei secoli XIII e XIV”. L.S. Olschki, Ginevra.
[72] Ghirardacci, op. cit. (32), Parte II, tavola 18. Filippini, F. (1921) “L’esodo degli
studenti da Bologna nel 1321” Studi e Memorie per la storia dell’Università di Bologna, serie 2, vol. VI, p. 181. L’intero documento relativo all’incarico d’insegnamento è stato trascritto in questo lavoro.
[73] Medici, op. cit. (8), p. 37.
[74] Giorgi, P. P. & Pasini, G. F. (1992) Mondino de’ Liuzzi – Anothomia, Bibliografia
dei lavori che danno informazione su Mondino. Istituto per la Storia dell’Università di
Bologna, Bologna.
[79] Ghirardacci, op. cit. (32), parte II, tavola 56. In questo caso l’autore ha aggiunto la
referenza del documento dal quale ha ottenuto l’informazione: Lib. Provis. V. fol. 113.
Filippini, F. (1930) “Cecco d’Ascoli a Bologna” Studi e Memorie per la storia dell’Università di Bologna. Serie 2, vol. X, pp 33-35. L’intero documento relativo a
questo incarico d’insegnamento è stato trascritto qui.
[80] Siraisi, op. cit. (16). Ottosson, P-G. (1984) “Scholastic medicine and philosophy“.
Edizioni Bibliopolis, Napoli.
[81] Giorgi & Pasini, op. cit. (74).
[97] Medici, op. cit. (8), p. 32.
[98] Medici, op. cit. (8), pp. 30-34.
[99] Roth, M. (1892) “Andreas Vesalius Bruxellensis“, p. 6, nota 3. Ristampa (1965) di Nachdruck Asher & Co, Amsterdam. Bullock, V. (1958) “Medieval Bologna and the
development of medical education” Bulletin of the History of Medicine, vol. 32, p. 206.
[100] Fantuzzi, op. cit. (2), p. 46.
[101] Singer, C. (1925a) “The evolution of anatomy“, pp. 74-86. Kegan Paul, Trench,
Trubner & Co., Londra. Singer, C. (1925b) “The Fasciculo di Medicina, Venice 1495” ,
Part I, p. 52. R. Lier & Co, Firenze.
[102] Whitteridge, G. (1964) “The anatomical lectures of William Harvey“, pp. 72-490. E.
& S. Livingstone LTD, Edinburgo e Londra.

 

1478. Mondino de Liuzzi, Incipit Anothomia Mundini

 

1494. Mondino de Liuzzi, Comincia l’Anathomia ovvero dissectione del corpo humano.

Comincia la Anathomia overo dissectione del corpo humano: composta e compilata per el famosissimo & eximio doctore del arte & de medicina maestro Mundino.

1478 MONDINO DEI LIUCCI BQ Inc.E.III.15m2 (scarica PDF 17MB)

® Biblioteca Queriniana, Brescia, Italia.

Inizia Anatomia del Mondino

Anatomia del Capo

Anatomia della dura madre e della pia madre. Anatomia del cervello.

Anatomia delle due caruncole [corpi mamillari sotto il cervello]

1478 giorno 19 dicembre. Fine. Termina l’Anatomia del Mondino prestantissimo dottore di almi studi ticinesi diligentissimamente emendata. Stampata a Pavia per il maestro Antonio di Carcano | regnante Giovanni Galeazzo illustrissimo sesto Duce dell’Insubria.

 

 

 

1360 ca-1441. CERMISONE ANTONIO Antonius Cermisoni, Antonii Cermisoni)

Cermisone Antonio nacque a Padova (e non a Parma o Verona come erroneamente riferiscono alcune fonti) nella seconda metà del sec. XIV da Bartolomeo da Parma, condottiero al servizio prima dei Carrara, poi dei Visconti. Il Cermisone studiò nelle facoltà di arti e medicina dell’università di Padova dove nel 1387 conseguì, essendone promotori Giovanni e Marsilio di S. Sofia e Biagio Pelacani da Parma, il dottorato in artibus. Iscritto nel Collegio dei dottori, medici e artisti dal settembre 1389, fu, secondo il Maffei, lettore di arti nello Studio patavino negli anni 1389-90. Conseguì il dottorato in medicina nell’aprile del 1390. Negli anni 1393-94 figura come lettore di medicina nell’università di Pavia, dove insegnò con tutta probabilità fino al 1399, giacché, essendo in tale data spostata temporaneamente la sede dello Studio in Piacenza, egli è incluso negli elenchi dei professori come lettore di fisica ordinaria. Rientrò poi in Pavia dove il 6 giugno 1401 fu promotore della laurea in filosofia e medicina di Thomas Stranger da Londra.

La professione medica, che venne esercitata dal Cermisone con grande successo, lo chiamava spesso fuori Padova, allontanandolo dalle lezioni e dalla discussione di lauree delle quali egli stesso era promotore, tanto che il Senato nominò un sostituto che leggeva in sua assenza con lo stipendio di 50 fiorini l’anno. Ai successi professionali fece riscontro una vasta popolarità derivatagli dal costume abbastanza inconsueto di esigere parcelle puramente simboliche; secondo alcuni invece egli sarebbe stato esoso ed avaro, ma è certo che il Senato nel 1422 si interessò al risarcimento dei debiti da lui contratti.

I Consilia medica contra omnes fere aegritudines a capite usque ad pedes che il Cermisone venne redigendo e ampliando a partire dal 1415, editi per la prima volta a Brescia da Arrigo da Colonia nel 1476, poi a Venezia da Ottaviano Scoto quattro volte tra il 1483 e il 1514, a Lione nel 1521, a Parigi nel 1525 e infine a Francoforte nel 1604 e nel 1652 nelle Selectiorum operum… di Bartolomeo da Montagnana. La casistica è interrotta talora da brevi digressioni di carattere teorico, che non superano però gli angusti limiti della teoria costituzionalistica, e nelle quali i riferimenti e le citazioni di Averroè, Avicenna, Rhazes, Mesue, Serapione, Alī ben Abbās e, più raramente, di Ippocrate e Galeno, testimoniano, assieme all’elenco dei volumi posseduti dal C. (A. Gloria, Monumenti della Università di Padova, Padova 1888, pp. 488-89), il progressivo diffondersi della cultura araba nello Studio patavino. Il Papadopoli attribuisce al Cermisone un’opera manoscritta oggi dispersa (In re medica commentaria), ed un’altra (De sanitate tuenda) il Maffei; l’elenco dei manoscritti esistenti attribuibili al Cermisone è dato in L. Thorndike, A Catalogue of incipits of mediaeval scientific writings in Latin, London 1963, pp. 261, 1192, 1437. Le Recollectae de urinis del Cermisone furono stampate, senza note tipografiche, verso il 1475 in appendice a Iacobus Forliviensis [Iacopo Della Torre], Expositiones in Im Canonis Avicennae…(D. Reichling, Appendices ad HainiiCopingeri Repertorium bibliographicum, Monachii 1905-1914, V, p. 33, n. 1525): si tratta di una breve opera che riunisce consilia e opinioni in materia di uroscopia estratte per lo più dall’opera maggiore; il medesimo carattere hanno le Recepte contra la pestilentia stampate nel 1480 a Milano da Filippo da Lavagna.

Il Cermisone morì con tutta probabilità nel settembre 1441, giacché era vivo il 17 luglio quando fu promotore (assente) del dottorato di Pier Francesco Vagnoli, e morì prima di poter assistere ad un altro dottorato da lui promosso al 18 settembre.

da http://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-cermisone_(Dizionario-Biografico)/

 

1476 CERMISONI Antonii-Consilia Medica, Enrico da Colonia, Brescia, 1476 (43MB scarica PDF)

Tabula consilioris excellentissimi medici magistri Antonii Cermisoni.

Colofon: Antonii Cermisonii Consilia felicissime expliciunt impressa Brixiae per me magistrus Henrici de Colonia MCCCCLXXVI pridie nonas septembris.

 

 

Contro la pustola antica del capo e principalmente dal sangue misto con una certa qual bile mescolata e con mistura di flegmate salso in modica quantità, ma non troppo. Complessione naturale sanguigna del corpo inclinante alla collericità, all’età di sei anni.

Le malattie del capo e della gola.

Contro il mal di testa.

Contro il mal di testa cronico per essenza e per collegamento con vapori che risalgono dallo stomaco o dall’utero con un certo qual soffocamento dell’utero stesso.

Contro la melancolia.

Contro gli accidenti melancolici di una donna molto collerica.

Contro la vertigine, la paralisi e il principio di apoplessia.

Contro il principio dell’epilessia.

Contro l’epilessia.

Contro il principio di paralisi materiale, la vertigine e la tendenza alla apoplessia flegmatica di tutti coloro che sono così per loro intrinseca natura.