1.09b 1000-1450 d.C. Medici e Medicina, Cervello e Chirurgia nel Basso Medioevo.

 

936- 1013.   ALBUCASIS, BULCHASIM BENABERAZIN, ABU al-QUASIM KHAHALAF bin’ ABBA el ZAHARAWI

Medico spagnolo discendente della tribù araba Ansar, noto anche come Abulcasis e Alsaharavus (Medinat al-Zahra presso Cordova 936-1013). Discepolo della scuola medica araba, fu forse il principale trattatista di medicina chirurgica di quell’epoca. Scrisse una grande opera in trenta volumi (al-Tasrif, La raccolta) che fu tradotta in latino nel sec. XII da Gherardo da Cremona.
Le sue teorie influirono a lungo sull’opera di medici e chirurghi europei. Particolare importanza riveste la descrizione di tecniche operatorie indubbiamente assai ardite per quei tempi (erniotomia, uso del catetere vescicale, applicazione di denti artificiali, cura di ferite da armi da taglio e da punta).
Albucasis è il nome sotto il quale il medico-chirurgo ispano-arabo Abu ‘l-Quasim Khalaf ibn ‘Abbas al-Zahrawi fu maggiormente noto nell’occidente latino. Tra le vane latinizzazioni del suo nome, oltre ad Albucasis, figurano Alsahavarius, Alzarabi e numerose altre. Le sue date di nascita e di morte non si conoscono con esattezza e occorre affidarsi alle scarse testimonianze disponibili.
Gli antenati più diretti di Albucasis erano probabilmente giunti in Spagna dall’Arabia: una aggiunta al suo nome che ricorre in alcuni manoscritti, “al-Ansari”, lascia supporre un’affiliazione alla città di Medina, in Arabia. In ogni caso il soprannome, al-Zahrawi, indica una stretta connessione alla città di al-Zahra nei pressi di Cordova. Egli fu al servizio del califfo Abd al-Rahman III (califfo dal 912 al 961), e, a quanto pare, ebbe modo di Compiere numerosi viaggi. La grande opera di Albucasis, Kitab al-Tasrif li man ‘Ajaza ‘an al-Ta’lif (approssimativamente traducibile come Libro per la guida di coloro che non sanno scrivere libri), risale probabilmente al 1000 e rappresenta il culmine di una carriera medica lunga e varia. All’infuori di questi scarni fatti, alcuni tra l’altro congetturali, più nulla ci è noto sulla vita dell’uomo la cui opera chirurgica fu destinata ad esercitare un enorme impatto sull’Occidente medievale.
Per quanto ne sappiamo, Kitab al-Tasrif è l’unico libro scritto da Albucasis. Consta di circa 1500 pagine (750 fogli), ed è diviso in 30 capitoli o trattati; i trattati numero 1, 2 e 30 coprono quasi la metà dell’opera. Gli argomenti abbracciano la fisiologia, le malattie e i loro sintomi, la cosmetica, la dietetica, mentre circa 25 trattati riguardano temi di farmacologia e materia medica. Il trattato numero 30, il più celebrato di tutti, si occupa di chirurgia. In esso vengono descritte operazioni di calcoli, cauterizzazioni di ferite, suture, procedure ginecologiche e odontoiatriche, nonché riduzioni di fratture e cure delle distorsioni. Uno dei motivi di maggior interesse dell’opera è costituito dalle sue 200 illustrazioni di strumenti medici e odontoiatrici, molte delle quali disegnate dallo stesso autore. Alcuni sostengono (tra cui Albucasis stesso) che la maggior parte di questo materiale è stata attinta dalle opere di Paolo di Egina, ma senza dubbio il trattato incorpora sia l’esperienza accumulata da praticanti arabi successivi, sia le innovazioni personali dell’autore.
Il trattato numero 30 acquisì enorme fama nell’Occidente medievale. Nella seconda metà del XII secolo venne tradotto in latino da Gherardo da Cremona; i trattati numero 1, 2 e 28 vennero anch’essi tradotti in latino nel XIII secolo, ma non assursero mai alla fama del numero 30. Quest’ultimo venne pubblicato numerose volte, spesso come appendice al manuale di chirurgia di Guy de Chauliac (Venezia 1497, 1499, 1500 e 1532). Chauliac (chirurgo e anatomista francese, Chauliac ca. 1290 – forse Lione 1368) nomina il testo di Albucasis più volte, citando direttamente da esso. Per questa e altre vie le idee di Albucasis seguitarono a influenzare la medicina occidentale fino al XVIII secolo.
La prima edizione a stampa del trattato apparve a Basilea nel 1541. L’edizione araba e latina, a opera di John Channing, fu stampata a Oxford net 1778. Più recentemente, Leclerc ha tradotto in francese il trattato sulla chirurgia (1861), mentre nel 1973 Spink e Lewis ne hanno pubblicato il testo arabo con traduzione inglese a fronte. Il libro non è stato però mai pubblicato a stampa nella sua interezza.

 

 

 

 

 

XI secolo. La Medicina e il “Rinascimento nell’undicesimo secolo”

Nel rapido sviluppo della società dell’Europa occidentale che ebbe luogo tra il 1050 e il 1225 circa; è spesso indicato come il “Rinascimento del XI secolo”, l’aumento della popolazione, la crescita economica, l’urbanizzazione, lo sviluppo di forme più sofisticate di governo e amministrazione secolare ed ecclesiastica, la crescita della specializzazione professionale e delle professioni richiedevano l’alfabetizzazione, la moltiplicazione delle scuole e l’ampliamento del apprendimento filosofico, scientifico e tecnico erano fenomeni intrecciati e interdipendenti. Tutti questi fattori hanno avuto un forte impatto sullo studio e sulla pratica della medicina.
Come ci si potrebbe aspettare, la maggiore attività medica e l’interesse per la medicina divenne di primaria importanza e senza dubbio hanno contribuito a creare la domanda di una medicina medica più ampia e sofisticata. Così, Salerno, nell’Italia meridionale, è emersa probabilmente come centro di pratica medica nella metà del 900. Verso la fine del X secolo, la fama di Salerno aveva raggiunto la Francia settentrionale. I praticanti di Salerno del decimo e dell’undicesimo secolo comprendevano molti chierici così come le famose “donne di Salerno” hanno indotto molte dergy così come le famose “donne di Salemo” . Aneddoti di contemporanei sui primi praticanti di Salerno, maschi e femmine, sottolineano la loro abilità nella guarigione più che la loro formazione sui libri. Nel corso del XII secolo, la medicina di Salemo sembra essere diventata più teorica e più orientata verso una educazione medica formale e accademica. …
Le prove della proliferazione di guaritori, o di fonti che menzionano le loro attività, possono anche essere attribuite a secolari o a chierici in altre parti d’Europa a partire dall’inizio del XII secolo. Le lamentele dei contemporanei rendono chiaro che anche negli studi monastici di medicina, la pratica medica e la dipendenza dalla medicina stavano assumendo un l’aspetto di una casta secolare e più specialistica. A partire dal 1130 parecchie chiese del XII secolo proibirono ai monaci e ai canonici di studiare medicina  “per guadagno temporale” e di lasciare il chiostro per proseguire gli studi medici o praticare la medicina altrove. Questi decreti furono diretti contro l’avarizia e l’assenteismo da parte dei religiosi professi, non contro la conoscenza o la pratica medica in quanto tale. Essi testimoniano, tuttavia, il crescente rivolgersi allo studio della medicina specialistica a alla pratica medica a pagamento. Riferendosi a simili situazioni, l’umanista inglese, lo statista ecclesiastico e in seguito vescovo, Giovanni di Salisbury, si lamentava in un lavoro completato nel 1159 delle pretese intellettuali, del gergo tecnico, e l’avarizia dei praticanti medici che ritornavano dagli studi di Salerno o di Montpellier. Montpellier era evidentemente, in quei tempi, legata a Salemo come centro medico di reputazione europea. Sembra che non ci sia traccia di formali istituti accademici in ambedue i centri a quei tempi, ma in ambedue vi erano maestri che istruivano allievi provenienti da regioni lontane nellìapprendimento sui libri e nella pratica medica.
Nel frattempo, San Bernardo di Chiaravalle (morto nel 1153) reagì fortemente contro l’uso sui monaci della medicina fisica ed il consulto di praticanti la medicina specialistica. Egli ha enfaticamente stabilito una posizione rigorosa su questa questione in una lettera indirizzata ai confratelli di un monastero situato in una regione nota per la malaria fino al ventesimo secolo. San Bernardo scrisse: «Mi rendo pienamente conto che vivi in ​​una regione malsana e che molti di voi sono malati … Non è affatto in linea con la vostra professione cercare medicine per il corpo, esse non conducono veramente alla salute. L’uso di erbe comuni, come quelle usate dai poveri, possono a volte essere tollerate, e tale è la nostra abitudine. Ma il comprare tipi speciali di medicine, cercare dottori e ingoiare le loro panacee, questo non è diventa religioso.»
Ma su questo tema la voce di St. Bemard non sembra essere stata ampiamente ascoltata.
La crescita dei centri di studio medico era in stretta connessione con la moltiplicazione dei libri di medicina e del loro accumulazione, in un’epoca in cui la diffusione dei libri era ancora in atto in luoghi particolari. A partire dalla fine dell’XI secolo, il corpo della scrittura medica disponibile in latino fu notevolmente ampliato dalle traduzioni, prima dall’arabo e successivamente dal greco, per includere parti sostanziali del corpus della scrittura medica greca, in particolare delle opere attribuite ad Ippocrate e Galeno così come ai maggiori contributi recenti di Arabi. Possiamo ricordare solo i traduttori e i centri di traduzione più importanti delle opere mediche. Costantino Africano (morto nel 1087), un monaco di Monte Cassino nell’Italia meridionale, vicino a Salemo, tradusse il Pantegni e molto altro ancora dall’arabo. Nel XII secolo, Gerardo di Cremona e i suoi allievi di Spagna tradussero opere di Galeno, Rhazes, Albucasis e Avicenna dall’arabo; il Burgundio di Pisa [giurista e traduttore], che viaggiò tra l’Italia e Costantinopoli, tradusse opere di
Galeno dal greco. All’incirca nello stesso tempo, divenne disponibile un versione ampliata e in ordine alfabetico del Dioscoride latino. Con questo evolversi, naturalmente, la medicina in parallelo con altri campi, in particolare la logica, la filosofia della natura, l’astronomia e la geometria. La medicina è stata completamente integrata nello sforzo di garantire l’accesso a tutta la gamma della filosofia greco-araba e della scienza così caratteristica dell’apprendimento occidentale tra la fine dell’XI e l’inizio del XIII secolo.
Bisogna supporre che, nella medicina come nelle altre aree menzionate, l’interesse degli studiosi nel garantirsi nuovo materiale di studio sia stata la causa che prodotto nuove traduzioni. I libri di Medicina non solo promettevano l’utilità pratica, ma contribuivano anche alla cultura scientifica generale divenuta l’intellighenzia clericale del XII secolo. Per fare solo due esempi, Guillaume di Conches [filosofo scolastico francese], nella sua Philosophia mundi (scritta intorno al 1125), e la visionaria badessa Ildegarda di Bingen (morta nel 1179), entrambi attingevano a materiale medico solo recentemente reso disponibile in latino per le loro descrizioni dell’universo fisico, compresa la fisiologia umana. …

Estratto da Siraisi N.G., Medieval & Early Renaissance Medicine, The University of Chicago Press, Chicago and London, 1990.

 

 

 

 

 

 

1000-1200 ca. La Scuola Salernitana

Se ancora la storiografia discute sull’origine laica o monastica di questo centro e sui rapporti tra Cassino e Salerno e se è dubbio il suo carattere istituzionale almeno nel
primo periodo la fama di questa scuola è sicuramente attestata dalla seconda metà del secolo X. Celebre agli inizi per la medicina pratica, la scuola è sede favorevole all’incontro di culture diverse, ed è un canale rilevante per la traduzione dei testi dall’arabo. Importanti contributi in questa attività fornisce Costantino l’Africano (monaco di
Montecassino, morto nel 1087): a lui si attribuiscono numerosi compendi, compilazioni, traduzioni che influenzeranno la successiva produzione dottrinaria in sede medica sia a Salerno che più in generale in Europa. Per quanto enfatica e in buona parte stereotipa, la descrizione del suo curriculum (scritta da Pietro Diacono, monaco-storico a Montecassini, di poco posteriore) mostra come nel secolo XI le competenze supposte proprie di uno studioso di medicina si amplino (analoga vastità si riconosce in altri curricula) e come peraltro questa formazione si svolga in sedi istituzionali riconosciute.
Dal secolo XII la situazione culturale si fa assai dinamica e articolata: nell’ambito degli studi medici si moltiplicano i centri di studio (oltre che a Salerno, ci si interessa di
medicma a Chartres, Montpellier, Parigi), cosl come si fa enormemente più il lavoro di traduzione (in Spagna, a Hereford, nella Francia meridionale). In relazione al concentrarsi delle attività nei rinascenti centri urbani e all’ampliarsi dell’orizzonte filosofico-culturale, si diversificano anche correnti e impostazioni sull’insegnamento e la professione.
Contro tendenze che garantiscono studi rapidi facili e brevi e una rapida professionalizzazione si levano voci come quella di Giovanni di Salisbury (1120-1180, è stato un filosofo, scrittore e vescovo inglese della scuola di Chartes) ed Egidio di Corbeil  (formatosi a Salerno si stabilì poi a Parigi) che difendono la struttura teorica della medicina e della sua dignità culturale, criticando le scorciatoie nell’apprendimento.
Sul finire del secolo l’insegnamento medico viene strutturandosi secondo lo stile dialettico ormai dominante nelle scuole di Parigi: i testi servono da base per la lectio (lettura ed esposizione commentata) e la quaestio (articolazione del testo in tesi e problemi su cui si elencano posizioni a favore e contro, la confutazione degli argomenti contrari alla tesi sostenuta dal maestro); si è imposto inoltre un «canone» di testi ufficiali che costituisce il
curriculum per gli studenti (Isagoghe, tre opere di Ippocratiche: Aphorismi, Prognostica, De regimine acutorum di Ioannizio traduzione di un testo scritto nel VII sec. in greco da un altro medico siriano noto come Johannitius; De pulsibus di Filarete;  De urinis di Teofilo; vari testi di lppocrate; Ars parva o Tecne di Galeno). Con il passaggio (sulla
metà del secoloXIII) a Montpellier dalla fase delle scuole libere alla loro organizzazione in Università, si uniformano negli statuti dì questa prima facoltà di medicina in senso proprio, piani di studio ed esami, garantendo al medico una formazione ampia e istituzionalizzata.
Dall’inizio del secolo XIII le fìugure di medico e di chirurgo si distinguono: quest’ultimo si colloca in un ruolo subalterno, i collegi e le corporazioni in cui rientra sono soggetti al controllo dei medici universitari, la su formazione consiste nell’apprendistato presso un chirurgo affermato e non si fonda necessariamente su testi (solo dal secolo XIV infatti l’insegnamento della chirurgia viene introdotto nelle università italiane). All’inizio del Trecento però anche in relazione sia alla ripresa di interesse teorico per l’anatomia, sia alla coordinazione che nei fatti si deve realizzare di fronte alla peste tra gli interventi del medico, del chirurgo, dell’astrologo, si fanno più pressanti le istanze er una dignificazione culturale e professionale della chirurgia. …

L’amplissima letteratura medica araba che dal secoli XI comincia a venir tradotta in latino e imprime alla cultura medica occcidentale una notevole spinta: sia per la quantità stessa del materiale che si rende disponibile; sia per la consistenza scientifìca e per l’immagine dì scienza che i testi veicolano; sia per le impostazioni complessive presentate (strutturate secondo moduli aristotelici già integrati nella cultura araba). L’Isagoge di Ioannizio (medico nestoriano traduttore di Ippocrate e Galeno) è un’introduzione-compendio dell’Ars medica di Galeno: tradotta probabilmente da Costantino, presenta in una sistemazione succinta (che il maestro deve articolare e spiegare e l’allievo può facilmente memorizzare) le linee del sistema fisiopatologico galenico. Divenuta rapidamente un testo canonico introduttorio nell’insegnamento della medicina, l’Isagoge viene in seguito soppiantata in questo ruolo dal Canone di Avicenna enciclopedia medica tradotta nel secolo XII da Gerardo da Cremona) che, ad esempio nei programmi di Bologna nel secolo
XIV, è il testo preliminare, base per le lectiones dell’intero primo anno. Avicenna consolida il progetto (già di Galeno) di integrazione tra teoriche mediche ed epistemologia aristotelica; rispetto al testo di Ioannizio si noti ad esempio come la partizione in res naturales e non naturales si ristrutturi in quella di cause materiali ed efficienti; e mentre Ioannizio si sofferma poco su questioni epistemiologico-metodologiche, Avicenna e invece attento, sempre secondo coordinate aristoteliche, al corretto rapporto di subalteratio
tra filosofia naturale e medicina, all’appropriata definizione di teoria e di pratica, garantendo comunque l’essenziale teoreticità del sapere medico nel suo insieme.

I testi salernitani sono un esempio di una linea degli interessi nella scuola nel suo pieno fiorire nel secolo XII. Non mancano in quest’epoca trattati salernitani di impianto più decisamente teorico: ad esempio le opere ancor poco esplorate di Urso di Calabria (specie quelle su elementi e umori) trattano di temi medici nel più vasto quadro della filosofia naturale e in esse è evidente la precoce conoscenza di testi e dottrine aristoteliche. Qui si presenta una scelta di testi a orientamento pratico: quello di Bartolomeo [da Salerno] è imperniato essenzialmente nei settori della dietetica e della farmcologia. Il testo del Magister Salernus, oltre che alla diagnostica dà anch’esso gran spazio alla farmacologia e alla ricettaristica, sempre sulla base del sistema umorale galenico. La raccolta di casi clinici di Arcimatteo consente dì ricostr il percorso dell’attenzione del medico tra sintomi, diagnosi, cura. Dalla metà del secolo XII il diffondersi anche a Salerno di un modo di argomentare logico-scolastico e la prevalenza della forma del commentario sul compendio segnalano il passaggio da tendenze pratiche a orientamenti più filosofico-teorici (anche nell’insegnamento), mentre il consolidarsi e l’ampliarsi della letteratura dei quesiti (stile di una ricerca in fieri e aperta a scambi) mostrano l’interesse per i più vari temi di filosofia naturale e la tempestività nell’appropiazione di nuovi argomenti, testi, autori.
I problemi che pone la ricettaristica (su cui appunto «resta da fare un gigantesco e delicato lavoro»: G. Beaujouan) sono particolarmente imponenti e complessi e si possono qui solo presentare come tali. Difficile è ad esempio stabilire il tipo di rapporto tra l’ambito dei trattati e quello che delle ricette empiriche: circolazioni tra i due piani? dipendenza, ma con che mediazioni, della ricettaristica dai trattati? E ancora: le pratiche di mulieres, vetulae, aurioli vanno considerate come «residui» pagani? come produzioni «popolari» relativamente autonome? come esiti degradati di cultura medico-magica tardo-ellenistica? Quali sono le vie e i modi propri di produzione, di trasmissione e circolazione di questo sapere? chi ne sono i destinatari e i fruitori? Quesiti, come si vede, neppure posti  ancora con la necessaria chiarezza. Si dà comunque qui qualche esempio di questa produzione vastissima di rimedi, ricette, «segreti» medicinall, spesso scritta in volgare; la si trova raggruppata in antidotari, o sparsa e annotata nei fogli bianchi dei trattatl; talora sono i testi dotti, in cui viene citata con vari intenti e valutazioni che ne conservano traccia (è il caso delle ricette delle mulieres salemitane. Forse produttori di guesto sapere dalle movenze così difficili da ricostruire, i simplices risultano spesso i destnatari prescrizioni e ricette terapeutiche raccolte e organizza da dotti, ad esempio da Pietro Ispano (1210-1277), logico, medico e poi papa Giovanni XXI: il Thesaurus pauperum a lui attribuito, in cui si consigliano rimedi alla portata di tutti in contrasto con la terapia divitum che usa ingredienti costosi, avrà ampia diffsione in compendi e volgarizzamenti.
Una tradizi0ne parrticolare è rappresentata dai De Conservanda Sanitate, prescrizioni dietetiche, jgieniche, furmacologiche per il mantenimento della salute e destinate di solito a sovrani o a potenti. Modello per questi scritti è il pseμdoaristotelico Secretum secretorum in cui il filosofo tra l’altro istruisce Alessandro sul buon governo e su come conservare salute e vigore. Pur non riendo in un De conservanda iuventute et retardanda senectute, il testo di Bacone porta al limite questo progetto proponendo tecniche operative per prolungare la vita; Bacone insiste sulla necessaria coordinazione di conoscenze diverse che giungono al risultato voluto solo se cooperanti e sole orientate dell’experimentator, detentore di un sapere che è anche fare e trasformare. Nella più generale veduta di Bacone sulla scientia experimentalis appunto il prolungamento della vita è un obiettivo che spetta a quest’ultima, una delle «prerogative» che ne indica l’eccellenza: si tratta infatti di un esito al limite e alla conflueza di più scienze, che esse isolatamente non sono in grado di realizzare.
Gli ultimi testi sono di medici legati particolarmente alla vita cittadina, all’opera presso personaggi eminenti o alle corti secoli XII e XIV. Taddeo Alderotti ( 1215-1295) è insieme docente famoso (a Bologna dal 1260) e professionista ricercatissimo: frutto quasi della convergenza di queste due attività sono i Consilia, raccolta di lezioni vertenti su casi affrontati nella pratica dell’arte. Il caso clinico si amplia e si personalizza: esposizione dettagliata dei sintomi, programma di cura articolato in più tempi, struttura della terapia in dieta, farmaco, intervento chirurgico. Il brano di Aldobrandino è tratto Régime du corps – trattato manuale d’igiene comprendente parti di dietetica e fisiognomica
– scritto nel 1256 (in volgare francese e poi diffusissimo in altri volgari) su richiesta di Beatrice di Provenza, di cui Aldobrandino era medico. Il testo è un tipico prodotto della cultura di corte: per la lingua vogare in cui è scritto (dalla seconda metà del secolo XIII si moltiplicano le traduzioni o gli scritti in volgare di opere anche scientifiche per sovrani e signori); per i temi che tratta: consigli igienico-dietetici per Beatricè e per le sue quattro
figlie regine, nonché (sempre sulla scorta del Secretum) elementi di fisiognomica, per riconoscere l’indole vera dei cortigiani.
Alla curia di Avignone (dove fu spesso in contrasto con Petrarca) e presso tre papi opera Guy de Chauliac, che fu anch’egli professionista di corte. La sua descrizione della peste (da cui egli pure fu colpito) e la testimonianza dei tentativi di tradurre e affrontare il flagello in termini profani (secondo le dottrine dell’astrologia e della medicina), insieme ad altri due testi tratti dàlla vasta letteratura sull’argomento prodotta da medici del Trecento, consentono una prima valutazione delle differenze e analogie tra le vedute dei cronisti e dei professionisti sulla peste nera. Per tutti questi testimoni comunque la pestilenza si presenta innanzitutto come lacerazione. del tessuto sociale: i rapporti parentali e quelli tra la comunità dei vivi e il mondo dei defunti risultano sconvolti; alcuni tra i più significativi «riti di passaggio» (i funerali, che non si possono più svolgere secondo l’uso, e i matrimoni, che Pietro da Tossignano, ad esempio, sconsiglia, come misura preventiva), in genere le regole delle relazioni sociali, appaiono come interrotti o da sospendersi, e non garantiscono più l’identità della collettività.

Estratto da Agrimi J., Crisciani C., Malato, Medico e Medicina nel Medioevo, Loescher Editore Torino, 1980.

 

 

 

 

 

Collectio Salernitana.

Opere anonime di Scrittori Salernitani della fine dell’XI e princiio sel XII secolo.

Fra ’ trentacinque trattati contenuti nel Codice Salernitano conservato in Breslavia, ve ne sono molti, de’ quali non si conoscono gli Autori; ma che per le dottrine che vi si  professano, per le citazioni, per la forma, e soprattutto per essere riuniti con altri evidentemente di quest’ epoca , sembra chiaro essere stati scritti nel tempo medesimo. Forse molti di essi appartengono agli stessi maestri, de’ quali abbiam parlato finora; ma è ancor possibile che siano stati scritti da incogniti autori. Nè certo noi avremmo avuto
cognizione de’ lavori scientifici di un M. Bartolomeo, di un M. Petronio e di un M. Ferrari, ove questo codice medesimo non ce ne avesse conservato i documenti; come appariscono nelle opere Salernitane antiche altri nomi, che pur meriterebbero essere chiariti, perchè Autori di metodi terapeutici, come quelli di un Andrea, di uno Scarpello, di un Petricello, e di altri. I titoli di questi trattati e le notizie datene da Henschel basterebbero essi soli a stabilire una compiuta istituzione medica, che abbraccia l’anatomia, la fisiologia, la patologia, la semiotica, la nosologia, la materia medica, la droghistica, la farmaceutica , l’arte di ricettare, la terapia generale, la terapia speciale, ed i precetti clinici, i quali tutti sono trattati con sufficiente estensione, e con pari dottrina.
Da questi trattati rilevasi che in quella Scuola si distinguevano gli apparecchi organici in animati spirituali, ed animali; che questi si suddividevano in nutritivi e generativi, e che ciascun apparecchio ha i suoi organi diffusivi, espurganti, adjuvanti ed inservienti; e che il principale organo animato è il cervello, il principale organo spirituale è il cuore, il principale organo nutritivo è il fegato, come i principali organi generativi sono i testicoli. Quattro umori principali formano il corpo umano, nel quale osservansi ancora quattro qualità capitali ed altre accidentali. Tanto gli umori, quanto le qualità vanno soggette ad alterazioni, modificate dall’età, dal sesso, dalle stagioni, da’ climi, da’ cibi, da’ rimedii. La
mistione di questi umori e di queste qualità formano le complessioni organiche. … (De Renzi S., Collectio Salernitana, Tomo 1, Napoli 1852, pg. 193)

(Sine titulo) Demonstratio anatomica corporis animalis (Henschel) fol. 175-177, otto colonne, no. 21 ./.).
Questo capitolo comincia: «Corporis animalis machinam et compaginem universam membra varia et diversa non abs re constituerunt» e finisce: «et perficitur visus prout in johann (Johannem, 0 Johannicium) diximus». (Da ciò deve inferirsene che non si tratta della cognita Anatomia del porco scritta da Cofone ). Esso contiene una dissertazione fisiologica in cui dicesi che gli organi sono conformati a norma delle loro funzioni e su di ciò fondasi un sistema fisiologico. Gli organi secondo l’autore si distinguono in animati spirituali ed animali, dei quali gli ultimi si suddividono in nutritivi e generativi. Ogni sistema di organi poi ne ha uno principale il quale per parte sua ha gli organi diffusivi, gli espurganti e gli adiuvanti o inservienti. Il principale degli organi animati è il cervello i di cui inservienti sono la pia e la dura meninge, e gli
espurganti ed adiuvanti ad un tempo sono gli organi dei sensi ed i nervi «(qui recipientes spiritum vitalem a cerebro deportant per corpus, ut perliciatur sensus et motus voluntarius)». Il cuore poi è il principale degli organi spirituali, ed il fegato ed i testicoli
sono i principali organi nutritivi e generativi, e provveduti dei loro difensivi espurganti ed inservienti. Segue poi la definizione del vocabolo Anatomia e la descrizione del modo come quella debba istituirsi sul porco, di cui trovasi una dimostrazione completa. Qui trattasi sicuramente di una Sezione, e perciò merita che si conosca in tutt i i suoi particolari. … (Estratto da De Renzi S., Collectio Salernitana, Tomo 2, Napoli 1852, pg. 8)

 

 

 

 

 

1000 ca-1050 ca GARIOPONTO SALERNITANO

Nei codici esistenti viene indicato con vari nomi, che non sono altro che alterazioni ortografiche dello stesso nome: Garioportotus, Garnipotua, Guarimpotus, Raimpotus, Warnipotus. Il De Renzi, il primo studioso sistematico della Scuola Salernitana, sulla base di un’attenta analisi dei codici, propende per il nome di Garioportus Salernitanus, di schiatta longobarda, nato a Salerno intorno al 1000.
Le sue opere, Passionarius Galeni e De morbus accidentibus et curationibus, sono entrambe ispirate a Galeno ed alla medicina greco-romana. Interessanti sono inoltre alcune sue osservazioni personali, particolarmente sulle febbri, che egli considera calor innaturali, cordi et arteriorum principaliter laedens operationem virtutis, e delle quali segue la crisi che chiama dies criticus. Fu il p1imo a consigliare ed a prescrivere una chemioterapia delle febbri terzane e quartane a base di un composto arsenicale.
Notevoli anche le sue osservazioni sulle calcolosi.
Fu un osservatore rigoroso; scriveva, infatti: “si causas ignoras, quomodo curas?“. A lui si deve il merito, tra l’altro, di aver gettato le basi del linguaggio medico moderno, latinizzando le parole greche che, conservate dagli autori successivi, sono giunte fino ai giorni nostri. Esempi sono le parole gargarizzare, vaporizzare, cicatrizzare, polverizzare, ecc. Morì a Salerno intorno al 1050.

Estratto da Fornasaro F., La medicina dei Longobardi, LEG, 2008

 

 

 

 

1010-1070.  ALFANO

Lo scenario è già quello della Scuola Salernitana. In questo contesto, a partire dal IX secolo, molti sono i nomi longobardi di medici della Scuola.
Alfano nacque nel 1010 circa da un’illustre famiglia salernitana, imparentata con il principe longobardo Guaimario III, che reggeva allora il governo della città. Studiò a Salerno e divenne un celebre medico: fra gli altri curò l’abate di Montecassino, Desiderio,
che in seguito fu eletto papa col nome di Vittore III.
L’importanza di Alfano, nella storia della medicina medioevale è legata al suo De quatuor humoribus corporis humani, che riprende la teoria degli umori, cardine d ‘interpretazione fisio-patologica di tutta la medicina dell’epoca. Tale teoria, che è in parte la riedizione riveduta e corretta di quelle presocratica ed ippocratica degli elementi ed elevata a sistema da Galeno, assume che ogni corpo vivente si componga di quattro umori: il sangue, il flegma, la bile gialla e la bile nera. Essi corrisponderebbero ai quattro elementi – l’acqua, il fuoco, la terra e l’aria – e ne possederebbero le stesse caratteristiche (Diventa ancor più suggestiva l’analogia con l’agopuntura e altre medicine orientali, basate su speculazioni filosofiche simili e tuttora molto praticate per esempio in Cina o in India. Così come le diatesi pro poste dall ‘Omeopatia, dall ‘Oligometalloterapia, della Litoterapia dechelatrice e, in genere, da molti comparti della Medicina integrata moderna [tutte forme di para-medicina basate sulla suggestione e la consolazione]); nello stesso tempo questi umori sarebbero correlati ai momenti della giornata, alle stagioni, all’età ed ai punti cardinali. Così il sangue è umido e caldo, il flegma freddo e umido, la bile gialla è aspra, la bile nera è forte e piccante; nei bambini prevarrebbe la bile gialla insieme al sangue, negli adulti la bile nera, in età matura il sangue, nella vecchiaia il flegma.
È da notare come dalla dottrina umorale derivò la teoria dei temperamenti (il linfatico, il biliare, il sanguigno e il melanconico), che mirava, a prescindere dal tipo costituzionale, alla classificazione degli individui; interpretazione per altro in auge fino ai primi del Novecento. Infine, secondo la teoria della dinamica degli umori, la salute presuppone una mescolanza equilibrata dei liquidi all’interno del corpo; la malattia nasce da un loro disequilibrio.
Anche il temperamentum rispecchia una situazione del genere. Ogni individuo può mostrare una predisposizione, o diatesi, alla malattia a seconda dell’umore ipo o iper presente. Tale teoria, materia di studio almeno fino al 1700, interpreta alcune suggestioni e curiosità diagnostiche ancora oggetto di attenzione. Alfano, eletto vescovo di Salerno, vi morì nel 1080.

Estratto da Fornasaro F., La medicina dei Longobardi, LEG, 2008

 

 

 

 

1075-1125 ca. ARCIMATTEO, MATTEO PLATEARIO

Matteo Plateario il Vecchio, detto Arcimatteo (Salerno, XI secolo – XII secolo), è stato un medico italiano. Fu Salvatore De Renzi a delinearne in modo distinto la fisionomia, riconoscendo l’identità tra l’Arcimatteo conosciuto dalla Practica Archimathei e il Matteo Plateario il Vecchio conosciuto dalle citazioni che ne fanno Matteo Plateario il Giovane (suo figlio) e Giovanni Plateario il Giovane (suo fratello, autore della Practica brevis). La figura di questo medico, che appartiene a uno dei periodi di maggior splendore della Scuola medica salernitana, è legata a varie opere, che hanno permesso al De Renzi di documentare l’esistenza di un’attività ben strutturata di insegnamento all’inizio del Duecento nella Schola salernitana. Fu uno dei Quattuor magistri a cui si deve la stesura di un’importante silloge delle più notevoli conoscenze chirurgiche della scuola salernitana, le cosiddette Pillole dei Quattro maestri. Il suo nome è poi legato alla già citata Practica Archimathei e al De instructione medici secundum Archimatheum (quest’ultimo scoperto da Charles Victor Daremberg), entrambi pubblicati dal De Renzi nella sua Collectio Salernitana.

Estratti da https://it.wikipedia.org/wiki/Matteo_Plateario

Arcimatteo o Matteo Plateario fu uno dei più antichi maestri della scuola medica salernitana nel periodo del suo maggiore splendore, particolarmente noto quale uno dei collaboratori al famoso testo intitolato Il libro di quattro maestri, che contiene le più importanti nozioni chirurgiche di quella scuola. Esistono di quest’opera cinque manoscritti, dei quali il primo fu pubblicato dal De Renzi. Un’altra opera intitolata Practica Archimathei si trova nel codice 1084 della Vaticana. L’opera De instructione medici secundum Archimatheum fu ritrovata dal Daremberg e pubblicata dal De Renzi nel suo libro sotto citato, con commenti e note. La personalità di questo autore fu dallo storico napoletano studiata e chiaramente distinta; egli per il primo dimostrò come le opere di Arcimatteo provino la presenza di un insegnamento bene ordinato nella scuola di Salerno al principio del sec. XIII. (http://www.treccani.it/enciclopedia/arcimatteo_(Dizionario-Biografico)

Arcimatteo: la visita al paziente.

Medico, quando sarai chiamato presso il paziente chiedi aiuto nel nome del Signore all’angelo che fu vicino a Tobia affinché assista la disposizione della tua mente e dall’interno guidi i tuoi passi. Da colui che ti è venuto a chiamare cerca di ricavare informazioni su quanto tempo è trascorso da quando il malato presso cui sei chiamato ha cominciato a star male e sul modo in cui la malattia si è impadronita di lui. Infatti queste informazioni sono necessarie affinché, quando sarai introdotto al capezzale del paziente, non sembri che tu sia del tutto all’oscuro della sua malattia: invece, se dopo aver esaminato l’urina e il polso – anche se tu non avrai riconosciuto il morbo tramite queste prime ispezioni – enuncerai quei sintomi che ti sarai fatto dire in precedenza, il paziente avrà fiducia in te quasi tu fossi l’artefice della sua salute: e questo è l’effetto che soprattutto
va perseguito.
Quando sarai giunto alla sua casa, prima di avvicinarti al malato informati se egli ha aperto la propria coscienza al sacerdote: se non l’avrà fatto, lo faccia subito o prometta di farlo. Tieni presente infatti che se porterai il discorso su quest’argomento dopo aver visitato l’infermo e aver considerato i sintomi della sua malattia, egli comincerà a disperare della sua guarigione perché sarà convinto che anche tu disperi. Entrando dal
malato non mostrare un atteggiamento altezzoso e non dare l’impressione di pensare al denaro; rispondi piuttosto anche tu con espressione modesta ai saluti di quanti si levano per accoglierti e accomodati solo quando questi si siedono. Quando già avrai accettato un
bicchiere, spendi alcune parole per lodare la posizione del luogo, per approvare – se lo credi opportuno – la disposizione della casa che ti ospita o per magnificare la liberalità della gente.
Finalmente ti rivolgerai all’infermo: chiedigli come sta e invitalo a porgerti il braccio. E poiché vi è una certa agitazione sia in te che nell’infermo – o perché gioisce troppo per la tua visita, o perché, avaro, si preoccupa del compenso – succede che per le diverse complessioni (tua e del paziente) molto spesso ti potresti ingannare nell’esame del polso. Rassicura dunque il malato e valuta il polso quando il suo spirito si è calmato e bada che egli non stia sdraiato sul fianco, che non abbia le dita distese o la mano a pugno; tu con la sinistra sostienigli il braccio e prendi in considerazione il polso almeno fino alla centesima pulsazione: ciò affinché, da un lato, tu possa discernere i diversi tipi di pulsazione e, dall’altro, i presenti accolgano le tue parole rese quasi più gradite dalla lunga attesa. Ordina poi che ti portino l’urina: sebbene già l’irregolarità del polso segnali uno stato morboso, tuttavia l’urina rende più esplicito il genere della malattia e il malato penserà che tu hai individuato il suo male non solo dal polso ma anche dall’urina [ … ]. Fatto ciò, al malato che pende dalle tue labbra prometterai la salute, con l’aiuto di Dio; però quando ti sarai allontanato da lui, dirai ai suoi familiari che egli sta molto male: così, se guarirà, il successo andrà a tuo maggior merito e lode; se morirà, i suoi amici testimonieranno che fin dall’inizio tu avevi disperato della sua guarigione.
Ti raccomando in particolare questo precetto: non guardare con occhio cupido né la moglie, ne la figlia, né la serva del paziente, affinché la bellezza della donna non ti fuorvii: sono proprio queste le cose che accecano l’animo dell’operatore, limitano l’efficacia dell’operazione della medicina e dell’operatore, modificano la decisione di Dio cooperatore, rendono il medico odioso all’infermo tanto che non spera per se stesso. Se invece sarai stato pacato nel parlare e di vita specchiata potrai aspettarti di essere soccorso dall’aiuto divino.
Quando poi i padroni di casa, come di solito accade, ti avranno invitato a pranzo, non intrometterti in modo da renderti importuno e non scegliere per primo il posto a tavola, anche se è usanza che il posto di riguardo sia riservato al sacerdote e al medico; non disprezzare il cibo o le bevande e non mostrare ripugnanza per cibi rozzi anche se tu sei poco avvezzo a calmare l’appetito con pane di miglio e di tipo campagnolo. Se ti comporterai cosl, gli animi degli uomini in te confideranno e tutti ti loderanno. Mentre mangi comunque, e anche se la tua attenzione sarà presa dalla varietà delle pietanze,
tramite qualcuno dei presenti informati di frequente sullo stato del paziente: e cosl l’infermo avrà massima fiducia in te perché avrà notato che anche tra i piaceri della tavola tu non puoi scordarti di lui. Quando ti leverai dalla mensa e ti recherai dal malato, digli che sei stato servito benissimo: di questo il paziente assai si rallegrerà visto che proprio di ciò si era grandemente preoccupato. Se sarà giunto il momento di nutrire l’infermo, tu stesso, scelto il tempo opportuno, gli porgerai il cibo. [ … ]
I malati, ottenebrati dal veleno dell’avarizia, quando vedono che senza l’aiuto del medico la natura trionfa sul morbo, tolgono il merito al medico e ritardano di dargli il dovuto dicendo: «Che mai ha dunque fatto il medico?» Per far loro mutare parere, con sciroppi, con applicazioni di unguenti, con calmanti bisogna che appaia che proprio noi apportiamo quella salute che è stata la natura a provocare, e appaia così che noi ci inseriamo nell’operare altrui dicendo: «In seguito il morbo avrebbe di certo comportato un attacco peggiore, se non si fosse recato soccorso al paziente con l’aiuto della medicina»: così viene ascritto al medico ciò che era stato opera della natura. Se però, al sopravvenire del giorno
critico, la natura non ha realizzato un equilibrio perfetto e tuttavia ha fatto espellere qualcosa dal corpo, tu, o medico, aiuta la natura affinché ciò che essa non fece lo porti a compimento la tua arte, e tragga fuori ciò che resta proseguendo quanto ha iniziato la natura. [ … ]
Dopo che si è trattato delle cause che producono la salute, che la preservano e la conservano, è il momento di considerare le sostanze nutritive e rinvigorenti da predisporre per i convalescenti [ … ] . Fate in modo che gradualmente i convalescenti si dedichino alle loro consuete attività; di quando in quando parlate delle loro condizioni di salute perché ricomincino sì a rallegrarsi ma rispettino anche nella convalescenza la dieta prescritta
durante la malattia. Siano circondati da coetanei perché possano discorrere con gli abituali compagni. Ad esempio, se si tratta di bambini, convoca altri bambini che mangino in loro presenza e si dedichino ai loro svaghi come appunto erano abituati: e così li allettino e li
incitino e giochino con loro con la trottola o con qualche altro giocattolo. Se hai a che fare con cavalieri e nobili, le conversazioni dovranno vertere su falchi, cani e cavalli. I vecchi si circondino di anziani e ciarlino con loro, giacché, si creda, se i vecchi vedono un giovane ben piantato, bianco e rosso, con le spalle dritte e agile nei movimenti si crucciano assai interiormente. E mentre si svolgono questi incontri il medico non sia presente: entri invece in seguito e si rivolga ai convalescenti con espressione allegra e voce lieta: «Eilà, quante cose avete detto e come spensieratamente vi siete divertito; non avete quasi più bisogno di me: ben presto non ci sarà più motivo di avere a che fare con voi e vi lasceremo in letizia e in salute »: sappi che il malato si rallegra molto a simili parole. Mentre i convalescenti riprendono le usuali occupazioni, se si saranno mostrati in forze potrai a poco a poco consentirgli ciò che avevi prima vietato.
Poiché dunque sei giunto alla fine delle tue visite e hai seguito i miei consigli, è ora il tempo di prender commiato con affabilità, come vado qui a suggerirti. Individua colui che è più vicino al malato e accattivati in primo luogo il suo favore; apriti con costui con confidenza, poiché con lui il malato avrà già discusso del tuo compenso; stabilirai quindi ciò che ti spetta e terrai questo discorso allo stesso paziente: «Rendiamo grazie e lodi infinite all’onnipotente Iddio che nella sua santa misericordia si è degnato di restituire all’oriainaria salute, tramite i nostri uffici, questa casa presso cui siamo stati chiamati: e noi dobbiamo esaltare i precetti del Signore che è nostro maestro. Preghiamo pertanto. che
voi ci concediate licenza e un onorevole congedo: in questo modo, se ci sarà ancora bisogno di noi – cosa che può ben succedere per la fragilità umana – venuti meno tutti gli altri aiuti, noi ci presenteremo con pronta sollecitudine: garanzia della nostra prestazione futura sarà il richiamo di questo caso già risolto». Accettato quindi il compenso con accenti di gratitudine, riempita la borsa con gioia e piacere, preso commiato prima da
uno e poi da tutti, se ti è possibile, chiesta licenza infine vai via in pace. (Da Arcimatteo, De instructione medici, in Collectio salernitana, vol. II, pp. 74-75; vol. V, pp. 333-34, 339, 348-49, in Agrimi J., Crisciani C., Malato, Medico e Medicina nel Medioevo, Loescher Editore Torino, 1980)

De frenesi M. Platear. (Al margine è segnato Plat. I versi virgolati mancano nella impressa edizione. Henschel)

«Frenesia appellata ab impedimento mentis, quia greci frenas mentem vocant, seu quia dentibus frendent nam frendere est dentes concutere. Est autem perturbutio mentis cum angustia et dementia ex colerica vi effecta» (2. Ciò che segue corrisponde all’articolo della Practica brevis di Plateateario De frenesi cap. I. p. 171. Venetiis 1497) Est autem frenesis apostema quod fit in anteriori cellula capitis [ventricolo anteriore del capo] et dicitur frenesis et dicitur a frenibus i. e. panniculis cerebrum obvolventibus circa quos fit hujusmodi apostema vel a freno quod est mens, eo quod in hac passione maxima mens ledatur. Fit in juvene colerico et estate, et medio emitriteo, vel terciana continua, vel causon, vel etiam pleuresi sole supervenire, et nunquam supervenit nisi febrietantibus acute. Frenesis aut vera , aut non vera.
Vera que fit ex humore colerico, collecto ad apostema in anteriori cellula capitis. Colera nimirum tum primo calore, a levitate, cum febrili calore levigata, et furiosa effecta, rupitur superius per venas et nervos, et colligitur ad apostema. Non vera fit ex fumo ascendente et cerebrum pertubaute; fit etiam frenesis ex sanguine colericam habitudinem assumente. Vere frenesis hec sunt signa; Discoloratio et attenuatio urine febre manente, insania, nigritiarum instantia, mobilitas oculorum preter solitum. Eger hac illac manus deducit tanquam aliqua poniturus, vel aliqua de pariete vel vestibus decerpturus. In non vera hec eadem sunt signa, excepto quod urina non est adeo discolorata, et tenuis, quia in hac specie (specie) solus fumus et non humor ad superiora rapitur, nec est continua alienatio vel insania, quemadmodum in vera.
Cura. Contingentibus signis frenesis; omni modo laborare debemus ne materia confirmetur ad apostema. Si nimirum confirmatum fuerit apostema, quod in tertio die fit, vix aut nunquam solvetur. Constituatur itaque eger in domo obscura, aere frigido, ledo non cancellante. Teneatur in lecto vel ligetur, non adsint diversi vultus hominum, nec domus pietà, vestes sint unius coloris, ne pro multiplicitate et varietate coloris magis ad insaniam incitetur, si habentium circumstantium indicatur, propter causam predictam dieta sit tenuissima. Fiant fricationes manuum et plantarum pedum leniter, ex sola aqua salsa. Quidem nimirum idiote vehementes faciunt fricationes ex sale et aceto, unde spiritus vehementer calefiunt et distemperantur, ex quorum distemperantia plus acuitur colera et levigatur et citius ad superiora rapitur, fiant etiam suppositoria quorum diversitates inferius scribentur in tractatu litargie, fìat clistere lenitum simul et mordicum, ex decoctione malve, ordei, mercurialis, addito oleo, sale, et melle, his factis ad localia accedendum est adjutoria. … (De Renzi S., Collectio Salernitana, tomo 2, Napoli, 1852, pg 103)

De apoplexia M. Platear (Della Practica, Cap. IV. p. 172) .

Apoplexia est opilatio omnium ventriculorum cerebri cum privatione vel diminutione sensus et motus. Epilempsia est opilatio principalium ventriculorum cerebri cum diminutione sensus et motus, et dicitur epilempsia ab epi quod est supra, et lempsis quod est lesio , inde epilempsia i. e. superiorum lesio; dicitur etiam a veteribus ieranoxon i. e. sacra passio , eo quod sacras corporis partes occupet, i. e. cerebrum quod est sedes anime; dicitur etiam morbus puerilis sive infantilis quia pueris et infantibus sepius accidit. Fiunt autem hujusmodi passiones ex superfluis cibis et potibus et venenoso cibo et potu, ex morsu rabidi canis et replilium , ex aere corrupto , sed principaliter tribus de causis , ex caloris defectu , ex superfluorum habundantia , et ex angustia meatuum. Ex caloris deffectu, quia calor licet debilis superfluitates quidem multas sufficit dissolvere, sed dissolutas non sufficit consumere , que dissolute et non consumpte , predictas inferunt passiones, cerebri ventriculos opilando. Ex superfluorum habundantia , quia licet fortis sit calor et superfluitates ex magna parte consumat, non tamen eas omnino consumit quia multe sunt. Ex angustia meatum quia licet calor non sit deffectus nec multa superfluorum copia , pauce tamen superfluitates angustos meatus sufficiunt opilare.

Apoplexie II sunt species, major scilicet et minor. Major apoplexia est opilatio omnium ventriculorum cerebri et ex toto , cum privatione sensus et motus, unde hac specie laborantes umilino sensu privantur, et motu suffocantur et cito moriuntur, et hec species incurabilis est. Unde ypokrate: Solvere apoplexiam fortem quidem impossibile debilem vero non facile. Minor apoplexia est opilatio omnium ventriculorum cerebri sed non ex toto, unde ea laborantes non omnino sensu privantur et motu, quandoquidem apertis oculis nil vident, quandoquidem vident sed loqui nequeunt.
Epilepsie similiter II sunt species major scilicet et minor. Major epilepsia est opilatio principalium ventriculorum cerebri et ex toto. Hac laborantes subito cadunt. Obtorquetur os et facies cum tremore cervicis et totius corporis , et dentium constrictione, quandoquidem urinam stercus et sperma involuntarii emittunt, stringunt et spumant, et spurcitia sepius extensa iterum supervenit. Minor epilepsia est opilatio principalium ventriculorum cerebri sed non ex toto, qui hac laborant quandoquidem cadunt, quasi scotomiam patientes, spuma semel extensa iterum non supervenit, et hi cito relevantur.
Item idem de III speciebus epilempsie. Sunt preterea III epilempsie species secundum locorum in quibus causa conlinetur diversitatem, scilicet epilempsia, analempsìa, cathalempsia. Epilempsia fit ex materia circa cerebrum esistente et non aliunde adveniente. Analempsia fit ex materia esistente in stomacho non in concavitate ut quidam dicunt sed in venis, arteriis et nervis ipsius stomachi, per quorum medietatem materia ebulliens rapitur ad cerebrum. Catalempsia fit ex materia in extremitatibus, ut in pedibus vel manibus existente , que quidem propriis discernitur signis. Cathalemptici nimirum, casum presentiunt, sentiunt raptum quasi formicarum ex materia superius ascendente, et sepe per constrictionem extremitatum preservantur ab accessione, et
ut testatur Galenus cathalemptici febriunt quia sine febrilis caloris ebullitione materia ab inferioribus vix possit rapi ad superiora.
Analemptici ex repletione stomachi labant et maxima indigestione, abhominatione et ciborum comptione et hi etiam casum presentiunt. Epilemptici nimia et continua capitis gravedine laborant, casum non presentiunt, nec adsunt signa que in reliquis speciebus predictis. Fiunt autem ex sanguine quandoquidem et sepius quandoquidem ex fleumate, quandoquidem ex molancholia, quandoquidem per signa uniuscujusque humoris cognoscuntur. Sanguinea esse in causa hec signant. Sanguinea corporis habitudo, rubor faciei, et totius superficei corporis calor, oculorum eminentia, et venarum secundum oculos rubor. Venarum repletio, etas, dieta, regio, tempus anni in caliditatem et humiditatem convenientia id ipsum demonstrant. Fleuma esse in causa hec testantur fleumatica corporis, habitudo, supeifluitatis habundantia per os et nares cum insipiditate oris, capitis gravitas, superficies corporis subalbida, dieta etas, regio, tempus anni si in ibidem conveniant. Melancholiam esse in causa demonstrat melancholica corporis habitudo, oculorum rotunditas, oculi et corporis superficies, quod subnigri vel subcinericii coloris. Etas similiter, dieta, regio, tempus anni et similia si in id idem conveniant. Et notandum quod epilempsia ex melancholia facta, in defeclu lune magis infestat, que vero fit ex sanguine vel ex fleumate, in plenilunio (magis).
Enumeratis (nella Pratica stampata dice Demonstratis) causis et signis apoplexie et epilempsie de eorum curis est agendum. Sed notandum quod major apoplepsia incurabilis
est. Minor vix curatur et in paralysin frequentius converti consuevit. Major etiam epilempsia et ea que fit ex principali vitio et in sene et in juvene vix curantur, prima utique ordinanda est dieta, deinde quomodo ante accessionem, et quomodo in ipsa accessione,
et quomodo post accessionem sit subveniendum determinabimus. Abstineant generaliter a caulibus, fabis, lentibus, carne bovina, leporina et ab omnibus melancholicis humoribus, et coleram adustam et fleuma generantibus. Abstineant a medullis, cerebellis, frigidis, salsis, acetosis, acuminibus, fumus, pulvere, coitu immoderato. Caveat etiam a balneo a conventu hominnm, quia in talibus locis solet eos accessio preoccupare, de carnibus comedant gallinas, et alias aves exceptis illis que degunt in paludibus. Comedant etiam carnes arietis castrati, annualis porci, et annualis agni, hedini, capreolini, et hujusmodi carnes comedant elixas, assatas, vel in vino cum calidis et aromaticis speciebus conditus. Capita etiam porcorum elixa, far, speltam, jus ciceris rubri et parum de granis, pira etiam cocta et coctana post prandium. Sat comedant in mane, parum in sero, de piscibus comendat scamosos, in aquis salsis et in fluviis currentibus degentes, et comedant eos assatos ut humiditas eorum reprimatur ex igne. De oleribus spinachias, boragines, petroselinum, feniculum, sparagos et bruscos. Apium fugiant quum humores dissolvit, et movet ad superiora. Panis sit bene coctus et bene fermentatus, triticeus, vinum subtile, album vel subcitrinum et aromaticum et hec de dieta. Imminente autem accessionis tempore quod per infirmum quandoquidem cognoscilur, et etiam quia quidam in plenilunio magis , quidam vero in defectu lune magis affliguntur ut dictum est superius, tenendi sunt in domo vel etiam ligandi, quia sepe cadunt per fenestram, vel in aliquo loco periculoso,
et ipso casu moviuntur vel frangunt aliquod membrum. In ipsa accessione hec sunt facienda, facies operienda est, quia terribilis est aspectu, spuma est exterganda, si collum fuerit transversum ad proprium statum reducendum ut liberior inspiratio et respiratio fiat. In analerapsia et catalempsia statim ab ipso principio accessionis fiat sternutatio pipere euforbio etc. In epilempsia vero non fìat a principio quia per indiscretos medicos multi suffocati sunt, ex nimia scilicet humornm dissolutione, sed post longnm tempus si eger remanserit stupidus et aliena loquens fiat sternutati, fiant etiam vehementes extremitatum confricationes, stupore etiam et alienatione diu perseverante, fiat acerrimum clistere ut in
litargie tractatu. Pro stupore membrorum et ad perseverationem paralisis fiat balneum ex decoctione foliorum lauri, pulegii, origani et aliarum herbarum aromaticarum in vino et aqua addita spica nardi parum stent in baneo, ter vel quater in die intrent vel exeant. Intrantes etiam hujusmodi balneum, caput ipsa aqua balnei aspergant. — Epilempsia principalium ventriculorum cerebri labantibus subveniendum est purgatione et minutione, sed ante purgationem detur simplex paulinum, et sancti pauli, deinde purgentur cum ieralogon, vel cum blancha, vel theoderico anacardo, vel cum pillulis aureis. Celebratis diebus purgationis minuantur de cefalica corpore sanguineo et plectorico existente, viribus et etate permittentibus vel ventose cum scarificatione collo vel scapulis imponantur. Experimentum patris mei contra epilempsiam. Sanguinis a spatulis per scarificationem extracti cum ovo corvi dentur in fine accessionis, egro adhuc stupido, quia tunc etiam venenum biberet si daretur, ova cervorum comesta sat valent. Vinum decoctum radicis peonia prodest. Ipsa etiam ad collum suspensa teste Galeno confert, hoc idem facit aurum. Fiat gargarismus in aceto et vino dulci, ea staphisagria, turbit, zinzibere,
piretro et rosis, pillule diacastoree cum succo rute agrestis vel arthemisia vel saltem cum vino resolute naribus injiciantur, egro juxta ignem collocato vel in aere calido, detur diasene semen ex oromaticis speciebus, quod ideo dico quia varie inveniuntur receptiones dissene. Siropus valens epilempsie, in succo foliorum boraginis fiat decoctio sene hac proportione quod in I. libra succi ponantur  III. sene. Cola et addito zuccara fiat siropus, vel si boragines habueris, hoc idem facias de succo foliorum pastinace. Hic siropus mane et sero detur. Si vitio stomachi fiat epilemsia subveniendum est preter supradicta. Fiat eis oximel simplex vel squilliticum de radicibus petroselini et, feniculi absque apio, tunc post bibitionem oximellis comedant salsa et assata, et acrumiam ad saturitatem , et multa aqua bibita vomitus provocetur, optimum est ad stomachi mundificationem, ventose cum scarifìcatione vel facta scarificatione stomacho apponantur. Inungatur stomachus calidis unguentis, detur vomitus patriarche vel scarpelle, utantur diamargariton, plavis archiaticon, diacrodon vilis si potest haberi. Cathalempsie etiam predicta conferunt remedia, hoc notato, quod pillule precipue debent purgari, quia medicina in solida substantia data a remotis partibus melius attrahit. Fiat eis minutio ex saphena vena ab interiori parte tali, scarificentur tibie, ungantur extremitates unguento ruptorio ut materia educatur. Fiat etiam tale unguuntum. Fractus cucumeris agrestis quando sunt maturi colligantur et cum vino et oleo per XV dies putrescere permittantur, demum coquantur colentur, colatum addantur pulveris castorei, adarte, ellebori nigri, euforbii rosarum et addita cera fiat unguentum. Hoc unguento inungantur extremitates in cathalempsia, stomachus in analempsia, spina dorsi in epilempsia, et notandum quod epilempsia vitio cerebri laborantes cornu subfumigati caprino cadere consueverunt. (Quel che segue manca nell’edizione chiudendosi qui l’articolo, Heschel).Estratto da De Renzi S., Collectio Salernitana, tomo 2, Napoli, 1852, pg 110-114.

 

 

 

 

 

1100 La professione del Medico

I testi del secolo XII e della prima metà del secolo XIII, segnalano preoccupazioni critiche, interventi a vario livello nei confronti del moltiplicarsi di casi di religiosi che si danno non solo alla medicina come professione, ma che talora ne traggono spunto per perpetrare frodi.  Se i monasteri, in certe fasi del monachesimo erano stati anche centri di caritatevoli iniziative assistenziali; se, sempre nel secolo XII, la gerarchia ecclesiastica provvede a riorganizzare; in forme nuove l’attività di assistenza in cui comungue s’impegna, viene qui duramente riprovato il fatto che monaci si dedichino professionalmente a un’arte che ora, per molti suoi aspetti: di profanità e mondanità, appare in contrasto con i nuovi ideali monastici (proponenti, tra l’altro, il recupero di tratti del monachesimo originario). I monaci cioè sono richiamati al più rigoroso rispetto di obbedienza, povertà, castità,
stabilitas, valori con cui l’esercizio della medicina col suo progressivo assestamento dottrinario e professionale (legato anche alla ripresa della vitalità dei centri urbani) non è più conciliabile. Questo contrasto emerge chiaramente dalle lettere di san Bernardo e dal De bestiis; anche a Giraldo di Cambrai (1147-1220, storico e vesvovo inglese) interessa segnalare che i monaci col farsi medici vengono meno alla perfezione monastica: gli preme
però soprattutto rilevare come alcuni di questi, per la loro ignoranza e incompetenza, si identificano con i ciarlatani, i finti medici e come altri s’intromettono con pratiche «religiose» e devote in ambiti che il medico professionista può e sa meglio controllare. Nei due casi viene comunque criticata e messa in causa una confusione di obiettivi e di
competenze. Sono motivi che compaiono anche in una serie di decreti conciliari: già nel concilio di Reims (1119) si vieta agli uomini di Dio di dedicarsi a pratiche indecenti per la loro condizione; quelli di Clermont (1130), Reims (1131), Laterano II (1139) condannano l’avidità di lucro che spinge i religiosi verso la medicina e il diritto. Nei concili di Montpellier (1162 e 1195), Tours (1163), Laterano III (1179), Parigi (1212) si proibisce al clero regolare di dedicarsi, per lucro o anche per curiositas, ad arti profane (l’interdizione si estenderà poi al clero secolare e ai nuovi Ordini mendicanti).
Questi testi mostrano bene la caratterizzazione negativa che alcuni aspetti della professione medica possono presentare in determinate congiunture agli occhi dell’uomo di
Chiesa; sono anche indicativi di come si affermi la tendenza a istituire una distinzione semre più precisa tra chi ha il compito di pregare e di provvedere alla salute dell’anima e chi deve curare il corpo; segnalano infìne il carattere specificamente laico che la medicina come professione va progressivamente assumendo.
I testi si collocano anch’essi tra il secolo XII e gli inizi del seco o XIII, quando appunto si assestano in buona parte i tratti e gli aspetti laici della professione.
Due testi provengono dalla scuola salernitana: il Flos medicinae fa parte della raccolta anonima di versi (che si stratifica a partire dal secolo XIII) nota come Regimen sanitatis
(norme dietetiche, ricette, elementi di fisiologia, diagostica, patologia). Qui si enunciano seccamente le regole, gli atteggiamenti, le forme dell’apparato esteriore che garantiscono
il successo al professionista, senza peraltro trascurare il ruolo del sapere che gli consente di differenziarsi da altri concorrenti. Dal De instructione (attribuito ad Arcimatteo
metà del secolo XI) si ricava uno spaccato più articolato del rapporto tra paziente e professionista. La casa del malato abbiente è il luogo proprio di questo rapporto: se si sottolinea il legame dissimmetrico che fa dipendere il paziente dal sapere del medico, si evidenzia anche come costui, in epoca medievale, non sia solo un puro tecnico scienziato,
inserito com’è nei legami umani, affettivi, che strutturano la casa in cui entra. Nello scenario della casa, di fronte al pubblico dei familiari si dispongono i gesti, le pause, i discorsi del medico, elementi di una «teatralità» e retorica presentate come utili al benessere del paziente non meno che al prestigio del professionista. Rilevante è ancora il motivo  del rapporto tra medico e natura, qui accentuato particolarmente nell’ambito della strategia del pagamento e che sarà un tema importante nelle scussioni filosofiche sulla specificità della medicina in quanto arte.
A Salerno si forma anche Egidio di Corbeil, forse il più famoso medico francese tra i secoli XII e XIII, attento ai fatti culturali non meno che ai fenomeni di rinnovamento del costume, specie nella Chiesa. Egidio è intenzionato a promuovere anche a anche a Parigi lo sviluppo degli studi medici, nei quali egli segue la linea salernitana, in contrasto con l’orientamento dell’insegnamento della medicina a Montpellier: Egidio lo giudica troppo succint0, eccessivamente dialettico, scarsamente connesso e coordinato con a philosophia nel suo complesso.  Tuttavia, proprio tessendo le lodi dei suoi maestri salernitani, Egidio rileva come anche a Salerno la corretta impostazione sembra venir abbandonata. Giovanni di Salisbury (morto nel 1180) non è medico, ma è tra i più acuti protagonisti e testimoni delle trasformazioni sociali, culturali, filosofiche nel secolo XII. Fautore di un ideale culturale imperniato su quell’armonica connessione delle arti liberali che sola costituisce la philosophia, critica qui, nel quadro della polemica contro i «cornifìciani», da un lato tendenze pratico-professionali troppo tecniche e schematiche, in cui si spezza nella medicina il nesso tra pratica, metodo e teoria e che perciò scindono la medicina dalla cultura; dall’altro lato colpisce nel professionista la bramosia di lucro. Egidio riguardo al problema della mercede propone una soluzione articolata che consente al medico, purché preparato, di differenziare prestazioni e soprattuto comportamenti a seconda dello status del paziente, senza venir meno ai suoi obblighi verso i malati poveri e senza scordare i suoi debiti verso Dio. A richiamarli alla mente del medico provvedono comunque, in tempi e modi diversi ma con alcune costanti gli uomini di Chiesa come Raterio vescovo di Verona (888-974), Giacomo da Vitry, Umberto da Romans nelle differenti rassegne di status sociali da loro proposte. Raterio sottolinea il contrasto tra scientia come donum Dei e mercede: qui l’intervento di vario tipo di Dio sul sapere del medico appare, oltre che fondante, puntualmente determinànte e il medico si presenta come lo strumento ben poco autonomo del potere divino. Giacomo da Vitry stigmatizza, in un’epoca in cui la professionalità è assestata ma in forme ancor poco regolamentate da un punto di vista giuridico, la cupidigia fraudolenta e la sfrenata brama di guadagno dei professionisti.
Chiaramente enunciati da Umberto (nel suo modello di predica per studenti di medicina) sono i doveri morali degli addetti a una professione che in sé non è più in discussione
e i meriti di una disciplina eccellente su altre.
Qui anzi la perizia, la padronanza del sapere da parte del medico è condizione richiesta dal curatore d’anime non meno che l’onestà professionale. Tra i responsabili di due tipi di salute ormai differenziati (del corpo, dell’anima) si verificano ora non sovrapposizioni o interferenze, ma precisi scambi: il sacerdote rammenta al medico il benessere dell’anima sua e dell’infermo, ma apprezza le indicazioni e i suggerimenti che un sapere assestato circa il corpo e le sue malattie gli fornisce per la medicina spirituale (si cfr. anche l’Expositio di Umberto, sez. II). Sacerdote e medico si devono dunque affiancare al letto del malato con compiti definiti: come prescrive anche la chiara normativa sul comportamento del medico emessa dal Concilio Laterano IV (1215).
Negli ultimi testi si hanno indicazioni sul ruolo sociale del medico e sulle forme e regolamentazioni dei rapporti tra il professionista dotto e il potere: a corte, nella città, nella corporazione e nell’università elemento di identificazione e di promozione risulta il suo sapere (ormai trasmesso in luoghi istituzionali), fondamento e garanzia delle varie prestazioni che egli può fornire.

Estratto da Agrimi J., Crisciani C., Malato, Medico e Medicina nel Medioevo, Loescher Editore Torino, 1980.

 

G. D. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, vol. XXI, coll. 438-39)

Ma una perversa ed esecranda consuetudine – secondo quanto abbiamo appreso – si è consolidata, dacché monaci e canonici regolari, dopo aver preso l’abito e aver fatto la professione dei voti, tenendo in spregio la regola dei beati maestri “Benedetto e Agostino,
studiano le leggi temporali e la medicina per la brama di ricchezze mondane. […]  E costoro, abbandonata la cura delle anime, per nulla osservando il modello di vita del proprio Ordine, offrono per l’esecranda denaro salute agli uomini e si fanno curatori di corpi. Ma poiché un occhio impudico è messaggero di un cuore impudico, non deve la condizione di religioso avere a che fare con cose di cui l’onestà e il decoro arrossirebbero
addirittura a parlare. Affinché dunque l’Ordine dei monaci e dei canonici, tanto caro a Dio, osservi nella sua integrità il suo santo proposito, con l’autorità apostolica proibiamo che questa pratica venga continuata.
E quei vescovi, abati e priori che consentono e non correggono si grande mostruosità siano privati delle loro cariche [Concilio di Clermont, 1130].

Estratto da Agrimi J., Crisciani C., Malato, Medico e Medicina nel Medioevo, Loescher Editore Torino, 1980.

 

In qual modo devi visitare il malato, in Medicina medievale.

Non visiterai tutti i malati con un unico criterio; al contrario, se vuoi imparare onestamente, ascolta. Non appena sarai al capezzale del malato, domandagli se per caso sente dolore da qualche parte; e se dirà che prova un certo dolore, torna a domandargli se il dolore è acuto o meno, continuo o intermittente. Poi gli tasterai il polso, per vedere se ha o no la febbre. Se infatti ha un qualche dolore, gli troverai il polso fluido e affrettato; e gli domanderai se quel dolore gli è venuto con sensazione di freddo e se ha difficoltà a dormire; e interrogalo per sapere se è il male che gli provoca l’insonnia, o qualche altra causa, e se emette feci e orina regolarmente; e le esaminerai entrambe per vedere se il malato è in pericolo di vita, sempre che si tratti di affezione acuta. Perché, se si tratta di un male lento, non ne caverai alcun indizio; ma domanda quando la malattia è cominciata, e cosa dicono i medici che l’hanno visitato in precedenza, se furono tutti concordi, oppure di opinione diversa. E domanda come si sente quanto a condizioni generali del corpo, se prova freddo o altre sensazioni del genere, oppure se soffre di diarrea, o se prova sonnolenza, e se la malattia è continua o meno, e se ha già avuto qualche altra volta simili disturbi; perché, quando ti sarai informato di tutte queste cose, ti sarà facile scoprirne la causa e la cura non ti riuscirà difficile.

Estratto da Agrimi J., Crisciani C., Malato, Medico e Medicina nel Medioevo, Loescher Editore Torino, 1980.

 

 

 

 

 

1100 ca. MAESTRO BARTOLOMEO DA SALERNO.

Al Maestro Bartolomeo, attivo intorno al 1100, si deve la stesura della Pratica, nella quale appare per la prima volta una metodologia che prevede, per ogni malattia, lo studio delle cause e dei sintomi, per poi prescrivere il giusto rimedio. Bartolomeo ha dato un considerevole contributo allo sviluppo della Scuola ed al suo avvicinarsi a una visione più strettamente scientifica e filosofica della medicina. Il maestro dimostra di avere gran conoscenza della filosofia aristotelica, forse attinta direttamente dai testi greci. Le citazioni riguardano problemi filosofici basilari, come quello della collocazione della medicina nel sistema delle scienze e della sua identificazione con la filosofia naturale. Bartolomeo scrive che: la medicina pratica si divide in due parti: la scienza che conserva la salute e quella che cura la malattia. La scienza che conserva la salute è stata molto coltivata dai medici antichi, dal momento che conservare la salute è cosa che si può fare meglio e con più certezza che non ripristinare la salute, una volta che è andata perduta. La scienza che cura la malattia si divide invece in tre parti: conoscenza delle malattie, conoscenza delle condizioni morbose da cui derivano le malattie, conoscenza di come e dove si deve intervenire per curare le malattie. (De Renzi, Collezione Salernitana, 1852-59, IV, pag. 321) Distingueva, inoltre, tre tipi di febbri: quelle prodotte da alterazione degli spiriti, quelle causate per alterazione dei solidi e le febbri scaturite dagli umori. Nel prescrivere la cura grande importanza era conferita alla dieta e per la febbre terzana Bartolomeo consigliava: Dieta autem istorum frigida et humida debet esse, sicut panis et aqua, et sicut sunt fructus, pira, fraga, pruna, vel si sanum habent caput herbae frigidae cujusmodi sunt atriplices, spinachiae, portulacae, cucumeres, cucurbitae. Infine nell’opera di Bartolomeo si rintracciano le menzioni di malattie mai ricordate prima e l’utilizzo di alcune pillole, che da lui stesso prendono nome.

Estratto da http://www.lascuolamedicasalernitana.beniculturali.it/index.php?it/98/maestri&pag=2

Bartolomeo da Salerno: febbre e lebbra.
I diversi tipi di malattia. La malattia può essere universale, particolare, quasi universale, quasi particolare. Quella universale si presenta più frequentemente ed è quella che più fa soffrire il malato: tratteremo di questa . per prima. Universale è la malattia che investe
tutto il corpo; può trarre origine da uno degli organi principali (come il cuore, il cervello, il fegato), oppure da tutti gli organi. [ … ]

Unguento per il mal di testa. Contro il mal di testa si ungano la fronte e le tempie con olio di pioppo o di rosa, o con aceto unito ad albume d’uovo. Giova anche un pediluvio in acqua in cui sia stato decotto papavero, giusquiamo e sempreviva; un impiastro delle loro
foglie crude pestate sia posto su entrambi i polsi.
Per l’insonnia. Contro l’insonnia [ … ] si sciolga oppio con latte di donna e si aggiunga zafferano [ … ]; si cospargano con questo unguento le orecchie e le narici all’interno per provocare starnuti, o anche con una piuma unta di olio di rose. Oppure prepara un impiastro con seme di lattura, di giusquiamo, di portulacca e di papavero in dose doppia, stemperalo con acqua di rose o con mucillagine di sili o: con un panno lo si ponga sulla fronte e sulle tempie. Sempre qui potrai porre papavero verde tritato: giova molto. Attento però a non far questo nel giorno della crisi, altrimenti i pori si occludono e si ritarda la crisi [ … ].
Contro l’arsura e il senso di calore. Per la sete e l’arsura di tutto il corpo si dia sciroppo di viola o di rosa. Se il paziente ha il ventre costipato si somministri questo sciroppo [ … ].

Estratto da Bartolomeo da Salerno, Practica, in Collectio salernitana, vol. IV, pp. 339, 345-47, 362-63, 365-66, in Agrimi J., Crisciani C., Malato, Medico e Medicina nel Medioevo, Loescher Editore Torino, 1980.

 

 

 

 

 

1135-1204.   MAIMONIDE Mosé, MOSHEH BEN MAYMON.

Maimonide Mosé, nacque a Cordova nel 1135 e morì al Cairo nel 1204 (secondo
alcuni nel 1208). Era ebreo e dovette fuggire con il padre da Cordova intorno al 1149. Soggiorno per qualche tempo a Fez, passo con la famiglia in Palestina e, poi, in Egitto ed al
Cairo esercito la professione medica acquisrando grandissima fama, tanto che venne chiamato alla corte del Saladino come medico di famiglia. Tale incarico mantenne con al-Adil, ottenendo il titolo di Principe di tutti gli ebrei d’Egitto. Fu uno dei massimi filosofi ebrei, anche se il suo tentanvo di conciliare fede e ragione ed il suo ardimento o rifiuto della rigida e rigorosa tradizione rabbinica suscitarono contro di lui polemiche anche violente, nonostante le quali fu ugualmente enorme l’influsso esercirato dal suo pensiero e dalle sue opere: un grande commento alla Mishnah (la dottrina tradizionale giudaica postbiblica, con particolare riguardo alle norme giuridiche); un codice di diritto ralmudico (ossia relativo al Talmud) – Palestinese e Babilonese – che è il testo fondamentale contenente le norme di vita, soprattutto giuridiche, delle comunita ebraiche e una Guida dei perplessi, trattato nel quale raggiunge la sua massima espressione il progetto di Maimonide di coniugare religione e filosofia. Nella storia della medicina occuparono un posto di rilievo il Libro dei consigli -una serie di lettere sulla dieta e sull’igiene personale, dedicate al figlio di Saladino -, gli Aforismi di Mosé -una sene di massime  e di consigli tratti dalle opere di Galeno, e detta di Mosé perchè questo era il nome di Maimonide – ed un libro Sui veleni, sull’asma e sulle emorroidi. Tutte queste opere, scritte in arabo,
vennero assai per tempo tradotte in ebraico ed in latino ed ebbero un’eccezionale diffusione in tutta Europa, esercirando una massiccia influenza sul pensiero e sulla letteratura medica che ebbe, nell ‘opera di Maimonide, il primo esempio di quei Consigli
che pullularono durante i tre secoli a lui successivi.

Estratto da Storia della Medicina, prolusioni di G. Armocida, E. Bicheno, B. Fox, dizionario di S. Musitelli, Jaca Book, 1993.

 

 

 

 

 

1143. Medicina in Azerbaijan. AVICENNA.

Dopo la conquista araba (7 ° secolo dC), la medicina greco-araba arrivò in Azerbaigian. Ibn Sina (Avicenna, 980-1037 d.C.) fu il più autorevole studioso straniero. Uno dei più antichi manoscritti di “Canon” di Ibn Sina (1143 aC) è conservato nell’Istituto di manoscritti di Baku. Canon di Ibn SinaLeft: il manoscritto della “Canon” di Ibn Sina, conservato a Baku. Fu copiato a Bagdad nel 1143 dC L’Istituto dei manoscritti dell’Accademia nazionale delle scienze dell’Azerbaigian. · Durante il Medioevo, gli studiosi azerbaigiani scrivevano libri di medicina in turco turco, arabo e persiano. I manoscritti furono copiati da calligrafi, legati con pelle e decorati con disegni a colori di erbe medicinali, animali e minerali.
Nell’XI secolo dC, l’Accademia Malham fu fondata dallo studioso Kafiaddin Omar a Shamakhi, in Azerbaijan. Farmacologia, medicina e anatomia sono stati studiati in questo centro. · Nel XIV secolo, l’Accademia Dar al-Shifa con un grande ospedale e farmacista fu fondata a Tabriz, nell’Azerbaigian orientale (l’attuale Iran). · Nel 1311, lo studioso azerbaigiano Yusif Ismail oglu Khoyi scrisse il libro intitolato “Collezione Baghdad”. Ha descritto diverse migliaia di droghe e ricette naturali. Khoyi era conosciuto anche con lo pseudonimo di “Ibn Kabir”. · Nel XV secolo d.C., c’erano più di 60 grandi ospedali in Azerbaigian, tra cui un ospedale nel palazzo dei “Sette Paradisi” del sultano Yagub Aggoyunlu (1478-1490) a Tabriz. Circa 1000 persone malate potrebbero essere curate contemporaneamente in questo ospedale e sono state utilizzate 866 ricette mediche.

 1143. Mansur ibn Muhammad immagine anatomica

Da Farid Alakbarli. Important Dates in the History of Medicine in Azerbaijan. http://www.alakbarli.aamh.az/index.files/4.htm © “Elm”. History & Heritage Website.

 

 

 

 

1126-1198. AVERROE’

 

 

 

 

 

1170. RUGGERO DI FRUGARDO DA PARMA o SALERNITANO

Ruggero Frugardo da Parma (Ruggero di Salerno, Ruggero Fulgardo, Ruggero Fugardo, Ruggero Frugardo) visse ed esercitò l’arte medica in Italia nel XII secolo, ed elaborò un importante trattato chirurgico (il primo nell’Europa latino-medievale) noto anche con i titoli di Rogerina, Practica chirurgiae e Post mundi fabricam stando alle prime parole del testo. In base agli incipit ed explicit di alcuni manoscritti, si ricava la notizia che Ruggero era figlio di Giovanni: «cirurgia Rugerii filii quondam Iohannis Fulgardi» (Roma, Biblioteca Corsiniana, 1233); «Rugerii filii quondam Iohannis Furgadini» (Torino, Biblioteca nazionale, H.III.41); «cirurgia magistri Rogerii Fugardi» (Cambridge, Trinity College, R.14.41) (Valls, 1996, p. 6). Al contrario, la tradizione manoscritta non permette di stabilire con certezza il milieu culturale cui appartenne Ruggero: Salerno, o Parma e Bologna. Sia i due codici latini (Firenze, Biblioteca nazionale centrale, Conventi Soppressi, J.10.16; Oxford, Merton College, 218) sia i due manoscritti volgari (Londra, British Library, Sloane 1977; Bologna, Biblioteca universitaria, 2836), che si riferiscono a Ruggero con l’appellativo di ‘salernitano’, rafforzano più verosimilmente l’ipotesi di una precoce appropriazione da parte della scuola medica del trattato chirurgico che l’idea di una vera e propria appartenenza di Ruggero all’entourage medico salernitano; anche il rinvio alla tradizione salernitana presente all’interno della Chirurgia («Superfluitas quedam nascitur in capite, que uulgari Salernitano dicitur runa [sic]…»: Sudhoff, 1918, p. 169; «Alcuna superfluità nasce nel capo, la quale al volgare salernitano si dice ‘ruva’…»: Zamuner, 2012a, p. 263) sembra avvalorare l’opinione di una certa ‘estraneità’ di Ruggero rispetto all’esperienza (o meglio alla lingua tecnica) della nota scuola medica (Valls, 1996, pp. 5 s.). Secondo Adalberto Pazzini (1966), infatti, Giovanni Frugardo, padre di Ruggero e originario di Frugård (e non Frügard, come proposto da Pazzini), in Finlandia, giunse in Italia nel 1154 al seguito di Federico Barbarossa per poi stabilirsi a Parma. Nonostante ciò, l’argomento divide ancora gli studiosi (per una sintesi, cfr. Rinoldi, 2009, pp. 330 s., nota 3, il quale richiama inoltre l’attenzione su un manoscritto di probabile committenza sveva: Roma, Biblioteca Casanatense, 1382).

Recenti acquisizioni, che collegano il trattato di Ruggero a radici germanico-longobarde (Keil, 2002), riaprono con nuove prospettive la questione relativa alle origini e soprattutto agli ambienti frequentati da Ruggero: basti considerare la persistenza di principati longobardi in Italia meridionale anche dopo la conquista dei normanni durante l’XI secolo e l’eredità culturale longobarda in Italia settentrionale e in Toscana ben oltre il declino della Langobardia Maior. Oltre al termine ruva, legato forse al lessico longobardo (Sudhoff, 1918, p. 169, nota 22), affiora nella Chirurgia l’uso di uno strumento denominato clova, «instrumentum, quod assimilatur tenaculis» (Monaco di Baviera, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 376, c. 13v: Sudhoff, 1918, p. 12), proveniente dall’antico basso francone *klobo «gespaltener Holzklotz» (W. von Wartburg, Französisches etymologisches Wörterbuch, XVI, Basel 1959, 334b) e attestato (alla luce delle ricerche fatte finora) unicamente nella Chirurgia di Ruggero (cfr. Artale – Zamuner, in corso di stampa). La Practica chirurgiae di Ruggero venne compilata intorno agli anni Settanta del XII secolo da un suo allievo, Guido d’Arezzo il Giovane, autore anche del trattato medico Liber Mitis (ed. a cura di P. Licciardello, Ospedaletto 2009). A conferma si legga l’explicit del ms. Monaco di Baviera, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 376, c. 15v: «Hoc opus in lucem et ordinem redactum fuit ab Aretino Guidone […] [a]nno ab incarnatione domini M°.c°.lxx°, regnante gloriosissimo rege Guillermo feliciter [Guglielmo II, re di Sicilia, 1166-89]. Explicit cirurgia magistri Rogeri F‹r›ugardi a magistro Guidone Aretino suo discipulo persecuta et ab eius doctore laudata» (Sudhoff, 1918, p. 153). Inoltre, in base al ms. Firenze, Biblioteca nazionale centrale, Conventi Soppressi, J.10.16, si ricava che, oltre a Guido d’Arezzo, altri due collaboratori (anonimi) lavorarono alla stesura del trattato chirurgico: «Relatu igitur quorundam sociorum m° c° lxxx, factum fuit seu compositum istud opus, et non a magistro Rogerio solum sed a tribus aliis cum eo» (Puccinotti, 1859, pp. 376, 665).

La Rogerina si snoda in quattro libri, a capite ad calcem: il primo libro tratta le malattie della testa; il secondo quelle del collo; il terzo le patologie degli arti superiori, del torace e dell’addome; il quarto le malattie delle parti inferiori. La teoria e la diagnostica occupano una parte ridotta del trattato, mentre la terapeutica e le tecniche operatorie sono particolarmente sviluppate. Infatti, la Rogerina si contrappone all’arabismo di Costantino l’Africano, dettando i principi di una chirurgia ‘nuova’, ‘concreta’, ‘oggettiva’, scritta in uno stile conciso (per questo fu molto apprezzata) e basata su un’ampia esperienza personale (Tabanelli, 1972, p. 313); si spiega dunque l’assenza di auctoritates greche (in particolare Galeno) e soprattutto arabe (Avicenna e Albucasis), a differenza dei più tardi trattati chirurgici redatti tra XIII e XIV secolo. La Chirurgia di Ruggero ebbe un’enorme fortuna se si considerano: i trenta codici (ventinove descritti da Valls, 1996, pp. 320-332, più il ms. Ravenna, Biblioteca Classense, 215) che trasmettono la Chirurgia di Ruggero in lingua latina; le glosse (o meglio additiones) a opera di Rolando Capelluti (o Capezzuti) da Parma, elaborate (forse in seguito a diverse fasi testuali) a Bologna intorno al 1230, e quelle dei Quattro Maestri salernitani, risalenti alla metà circa del XIII secolo; infine, i numerosi volgarizzamenti nelle varie lingue europee: anglo-normanno, catalano (andato perduto), ebraico, francese, inglese, italiano, occitanico.

Il più antico volgarizzamento pervenuto sino a noi, opera di un certo Raimundo Avin(ionensi), è il compendio occitanico in alessandrini (con struttura 8+4, o 4+8), collocato nella prima metà del XIII secolo e trasmesso dal ms. Bologna, Biblioteca universitaria, 2836, di mano catalana dell’ultimo quarto del XIII secolo. Si tratta dell’unico volgarizzamento in versi di tutta la tradizione, che dimostra inoltre una precoce circolazione del trattato di Ruggero in area catalana in epoca anteriore alla prima traduzione oggi perduta. Va inoltre segnalata la versione anglo-normanna, trasmessa dal ms. Cambridge, Trinity College, 0.1.20, che spicca per il ricco corredo iconografico.

La Practica chirurgiae è stata stampata per la prima volta a Venezia – presso Bonetus Locatellus, per Octavianus Scotus – nel 1498 (consultabile all’indirizzo: http://www.bibliotecavirtualdeandalucia.es/catalogo/catalogo_imagenes/grupo.cmd?path=10059 (8 gennaio 2017), assieme ai più importanti trattati chirurgici medievali di Guy de Chauliac (ad apertura della silloge), Bruno da Longobucco, Teodorico Borgognoni, Lanfranco da Milano.

Fonti e Bibliografia. Bologna, Biblioteca universitaria, 2836; Cambridge, Trinity College, R.14.41, 0.1.20; Firenze, Biblioteca nazionale centrale, Conventi Soppressi, J.10.16; Biblioteca Riccardiana, 2163; Londra, British Library, Sloane 1977; Monaco di Baviera, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 376; Oxford, Merton College, 218; Roma, Biblioteca Corsiniana, 1233; Torino, Biblioteca nazionale, H.III.41.

Ars chirurgica ecc., Venetiis, apud Juntas, 1546; Collectio salernitana, ossia Documenti inediti e trattati di medicina appartenenti alla Scuola medica salernitana, raccolti e illustrati da G.E.T. Henschel – Ch.V. Daremberg – S. De Renzi, I-V, Napoli 1852-1859; F. Puccinotti, Storia della medicina, 2. Medicina del Medio Evo, II, Livorno 1859; A. Thomas, La Chirurgie de Roger de Parme en vers provençaux. Notice sur un ms. de la Bibliothèque de Bologne, in Romania, X (1881), pp. 63-74, 456; Id., La versification de la chirurgie provençale de Raimon d’Avignon, ibid., XI (1882), pp. 203-212; P. Meyer, Manuscrits médicaux en français, ibid., XLIV (1915-1917), pp. 161-214; K. Sudhoff, Beiträge zur Geschichte der Chirurgie im Mittelalter: Graphische und textliche Untersuchungen in mittelalterlichen Handschriften, Leipzig 1918; La chirurgia di M.o Rolando da Parma detto dei Capezzuti. Riproduzione del codice Latino n. 1382 della R. Biblioteca Casanatense Roma, volgarizzamento e note del dott. G. Carbonelli, Roma 1927; U. Cianciòlo, Il compendio provenzale verseggiato della Chirurgia di Ruggero da Salerno (Testo inedito del sec. XIII), in Archivum Romanicum, XXV (1941), pp. 1-85; Rolando da Parma, Chirurgia (Cod. Vat. Lat. 4473), traduzione e commento a cura di L. Stroppiana – D. Spallone, Roma 1964; M. Tabanelli, La chirurgia italiana nell’alto Medioevo, I (Ruggero – Rolando – Teodorico), Firenze 1965; A. Pazzini, Ruggero di Giovanni Frugardo, maestro di chirurgia a Parma e l’opera sua, Roma 1966; Mille ans de chirurgie en Occident: Ve-XVe siècles, a cura di P. Huard – M.D. Grmek, Paris 1966; Chirurgia Rogerii per Rolandum Parmensem. Codex Ambrosianus 1. 18, Antonius Nalesso recensuit, Roma 1968; M. Tabanelli, Cirugía de la baja Edad Media, in Historia universal de la medicina, a cura di P. Lain Entralgo, 3. Edad Media, Barcelona 1972, pp. 313-337; L.M. Paterson, Military surgery: knights, sergeants and Raimon of Avignon’s version of the Chirurgia of Roger of Salerno (1180-1209), in The ideals and practices of medieval knighthood, II, Papers from the third Strawberry Hill conference, 1986, a cura di R. Harvey – Ch. Harper-Bill, Woodbridge 1988, pp. 117-146; T. Hunt, The medieval surgery, Woodbridge 1992; Id., Anglo-norman medicine, I, Roger Frugard’s “Chirurgia”, The “Practica Brevis” of Platearius, Cambridge 1994; H.E. Valls, Studies on Roger Frugardi’s Chirurgia, PhD, University of Toronto 1996; G. Keil, Roger Frugardi und die Tradition langobardischer Chirurgie, in Sudhoffs Archiv, LXXXVI (2002), pp. 1-26; Ll. Cifuentes i Comamala, La ciència en català a l’Edat Mitjana i el Renaixement (2002), Barcelona-Palma de Mallorca 20062; M. McVaugh, Is there a Salernitan surgical tradition?, in La Collectio Salernitana di Salvatore De Renzi, a cura di D. Jacquart – A. Paravicini Bagliani, Firenze 2008, pp. 61-77; Guido d’Arezzo, Liber Mitis. Un trattato di medicina fra XII e XIII secolo, a cura di P. Licciardello, Ospedaletto 2009; P. Rinoldi, Appunti per una nuova edizione del compendio occitanico verseggiato della Chirurgia di Ruggero Frugardo, in Cultura Neolatina, LXIX (2009), pp. 329-440; E. Artale – M. Panichella, Un volgarizzamento toscano della “Chirurgia” di Ruggero Frugardo, in Bollettino dell’Opera del vocabolario italiano, XV (2010), pp. 227-298; Ll. Cifuentes, Estratègies de transició: pobres i versos en la transmissió extraacadèmica del saber a l’Europa llatina tardomedieval, in Translatar i transferir. La transmissió dels textos i el saber (1200-1500), Primer col·loqui internacional del Grup Narpan “Cultura i literatura a la baixa edat mitjana” (UAB, UB, UdG) (Barcelona 22-24 novembre 2007), a cura di A. Alberni – L. Badia – Ll. Cabré, Santa Coloma de Queralt 2010, pp. 241-263; I. Zamuner, Un nuovo testimone della “Chirurgia” di Ruggero Frugardo in lingua occitanica (Siviglia, Biblioteca Colombina, 5-5-20), ibid., pp. 191-240; R. Piro, L’Almansore. Volgarizzamento fiorentino del XIV secolo. Edizione critica, Firenze 2011, pp. 999 s.; I. Zamuner, Roger Frugardo de Parme (ou de Salerne), Chirurgia, in Transmedie. Translations médiévales: cinq siècles de traductions en français (Xe-XVe siècles). Étude et répertoire, dir. C. Galderisi, II, Turnhout 2011, § 493; Ead., Il volgarizzamento toscano della “Chirurgia” di Ruggero Frugardo nel codice 2163 della Biblioteca Riccardiana, in Bollettino dell’Opera del vocabolario italiano, XVII (2012a), pp. 243-330; Ead., Intorno ai volgarizzamenti italiani della “Chirurgia” di Ruggero Frugardo da Parma (o da Salerno), con una nota su un manoscritto di recente scoperta, in Knowledge and vernacular languages in the age of Llull and Eiximenis = El saber i les llengües vernacles a l’època de Llull i Eiximenis, a cura di A. Alberni et al., Barcelona 2012b, pp. 123-144; E. Artale – I. Zamuner, Ricerche sul lessico medico-scientifico: gli strumenti chirurgici (XIII-XIV sec.), in Capitoli di storia linguistica della medicina, Atti del Convegno…, Torino… 2016, a cura di R. Piro – R. Scarpa, in corso di stampa.

di Ilaria Zamuner

Estratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/ruggero-di-parma_%28Dizionario-Biografico%29/

 

Tabanelli M., La chirurgia italiana nell’alto medioevo, vol. 2. L.S. Olschki, 1965. Traduzione in lingua italiana dei manoscritti.

 

 

 

 

 

X secolo.  La Scuola di Montpellier

La città di Montpellier, fondata probabilmente nel sec. x da alcuni fuggiaschi da Maguelone espugnata e distrutta da Carlo Martello, si trova sulla via battuta dai pellegrini diretti al Santuario di Compostella. Lungo tale via già i canonici di S. Eligio avevano creato, per i pellegrini, degli ospizi nei quali, oltre ad essere ospitati, essi, in caso di bisogno, venivano anche curati. Un vero e proprio centro di quella che venne definita
medicina monastica, accanto al quale, come sempre avveniva, s’era sviluppato un centro di medicina laica. Così, quando, nel 1220, il cardinale Conrad, legato del papa Onorio III (che aveva proibito l’esercizio della medicina fuori dai conventi anche ai chierici laici), fondò ufficialmente l’Università, null’altro fece che conferire un prestigioso titolo ad un centro di pratica e di insegnamenro medici che fioriva gia da piu di un secolo e nel quale, dal 1160, si insegnava e si studiava anche giurisprudenza. Importante fu il decrero di Guglielmo VIII, signore di Montpellier, il quale decise, nel 1180, che la Scuola fosse aperta a tutti, senza alcuna restrizione e senza alcuna discriminazione fondata su razza, religione o nazionalità: «Non intendo concedere a nessuno, affermava energicameme Guglielmo, la prerogativa ed il monopolio di poter insegnare e compiere dei corsi presso la Facolta di Medicina di Monrpellier, in quanto e un gran male … concedere e conferire ad uno solo il monopolio di una scienza così utile. Pertanto io voglio e ordino … che tutti , chiunque siano e da qualunque paese provengano, possano insegnare medicina a Montpellier senza essere minimamente disrurbati». L’elevazione dell’antica schola ad Università non faceva, quindi, se non consacrare un’attività di studio e di insgnamento che già meravigliosamente fioriva da tempo e che formatasi e sviluppatasi intorno ad un centro di medicina monastica, aveva già nei decenni precedenti richiamato e raccolto studiosi e medici ebrei e spagnoli e, quindi, aveva a disposizione il patrimonio della grande cultura araba ed ebraica e di quanto queste avevano conservato della cultura classica. All’origine l’insegnamento fu privato, ossia veniva impartito nella casa del docente che si faceva pagare direttamente dai discepoli. Tuttavia gli insegnanti erano organizzati in una corporazione a capo della quale stava un cancelliere nominato dal Vecsovo. Dal 1369 in poi la Facoltà ebbe, per decreto del papa Urbano V, una sua sede, il College du Pape, detto anche des douze Medicins. Verso la fine del secolo XV la sede venne ampliata e comprese anche il Collège Royale. A partire dal regnodi Carlo VIII (1470-1498) e di Luigi XII (1462-1514) – succeduto a Carlo VIII nel 1498 – l’Università venne sovvenzionata dallo Stato e venne regolata da statuti ufficiali. Durante i primi tre secoli della sua esistenza la Scuola di Montpellier fu praticamente cosmopolita: ebrei spagnoli, francesi, spagnoli arabizzati e non, italiani – in particolare Maestri della Scuola Salernitana, inglesi, persino personaggi provenienti dalle isole Baleari, come il grande filosofo, teologo ed alchimista Raimondo Lullo (1235-1315), che giunse a Montpellier intorno al 1275. Senza dubbio il piu celebre di questi Maestri stranieri
fu Arnaldo da Villanova, ma particolarmente degni di ricordo sono Gilles de Corbeille e Guy de Chauliac. La Scuola medievale di Montpellier ha meriti enormi: oltre ad aver catalizzato numerosi fra i più grandi medici di quei tempi, essa diffuse in Europa quanto l’Oriente aveva salvato della grande cultura classica; fece rinascere la ricerca sperimenrale, che dal sec. III d .C. era stata completamente abbandonata; servì da
modello a numerosissime altre Scuole ed ed Università.

Estratto da Storia della medicina, Armocida G., Bicheno E., Fox B., Jaka Book, 1993.

1181. Montpellier: l’insegnamento della medicina e i maestri liberi.

L’autorizzazione accordata da Guglielmo VIII, signore di Montpellier, ai suoi stimati sudditi con cui si concede a chiunque voglia insegnare medicina di insegnare
liberamente nel territorio di Montpellier.
In nome del Signor nostro Gesù Cristo. Nell’anno 1181 dalla sua incarnazione, mese di gennaio. Io Guglielmo per grazia di Dio signore di Montpellier, figlio della duchessa Matilde, per mia decisione e di mia spontanea volontà, in buona fede e senza frode, con questa carta – per il bene pubblico e a vantaggio della comunità, nonché per l’utilità mia, della intera Montpellier e di tutto il mio dominio – accordo e giuro con impegno
perpetuo al Signore Iddio e a voi, miei stimati sudditi di Montpellier, presenti e futuri, e al popolo tutto, che d’ora in avanti non concederò né consentirò più ad alcuno, per nessuna preghiera, somma, o pressione di chicchessia, il privilegio in base a cui uno solo
insegni o apra scuole qui a Montpellier, per quanto attiene l’insegnamento della medicina. È infatti troppo odioso e contrario al lecito e al giusto concedere a uno solo il monopolio di una scienza così eminente; e poiché l’equità e la giustizia vietano di fare così, mai più per il
futuro accorderò a uno solo tale privilegio. Pertanto raccomando, voglio, approvo e decido che tutti coloro, chiunque siano e da qualsiasi parte provengano, che abbiano intenzione di aprire scuole di medicina, possano ora e sempre aprire qui a Montpellier scuole di medicina, e accordo loro d’ora in avanti – con la fermezza del nostro irrevocabile consenso – la più piena facoltà, licenza e potestà. Tutto ciò stabilisco e approvo irrevocabilmente, impegnando tutti i miei successori a non venir meno a tali disposizioni che mai osino trasgredire.
(da M. Fournier, Les Statuts, vol. II, p. 3, n. 879)

Da Agrimi J., Crisciani C., Malato, Medico e Medicina nel Medioevo, Loescher Editore Torino, 1980.

 

 

 

 

 

1223-1295 TADDEO ALDEROTTI, THADDEUS FLORENTINUS

Alderotti Taddeo (Thaddaeus Florentinus). – È il medico che Dante ricorda (Pd XII 83) come uno fra i più noti maestri di quell’arte viventi nel suo tempo, e (Cv I X 10 Taddeo ipocratista) come traduttore in volgare dell’Etica di Aristotele.

L’Alderotti nacque nel 1223 a Firenze da famiglia modesta e studiò medicina in età non più giovanile; tuttavia, fu ben presto assai noto per la dottrina e per l’efficacia delle sue cure. Operò per il resto della sua vita in Bologna, ove insegnò nello Studio a partire dal 1260 circa; nel 1289 fu fatto cittadino bolognese. L’importanza di lui nella storia della medicina è dovuta, oltre alla fama derivatagli dall’esercizio della professione medica, ai commenti composti per illustrare le opere di Ippocrate e di Galeno, fedele com’egli fu alle tradizioni greco-arabistiche della scuola salernitana. La sua speculazione dottrinale diede avviamento alla scuola medica bolognese, la quale si affermò nello Studio e prosperò fin quasi al termine del secolo XV, caratterizzandosi per l’applicazione del metodo scolastico alle questioni mediche. Ma soprattutto sono particolarmente importanti come espressione del suo metodo di osservazione dei casi clinici i Consilia, che lo mostrano molto lontano dall’indirizzo diagnostico comune al suo tempo. I Consilia sono arrivati fino a noi nella tradizione di tre codici (Vaticano lat. 2418; Rimini, Bibl. Civica, D. XXIV, 3; Bologna, Bibl. dell’Università, ms. 1418), che servirono all’edizione fattane nel 1937 a cura di G.M. Nardi; comprendono 156 consulti. Altri scritti dell’Alderotti furono dati alle stampe postumi nei secoli XV e XVI; altri infine sono rimasti inediti.

La fama acquistata con l’esercizio fortunato della professione gli procurò in Bologna onori e privilegi, e gli valse, nel 1287, la chiamata a Roma, al capezzale del morente papa Onorio IV. L’Alderotti. morì in Bologna nel 1295 e fu sepolto nella chiesa dei francescani di quella città.

Bibl. – G. Tiraboschi, Storia della letter. ital., IV, Firenze 1806, 218-223; M. Sarti – M. Fattorini, De claris archigymnasii Bononiensis professoribus, I, Bologna 1880, 554-564; G. Pinto, Taddeo da Fiorenza o la medicina in Bologna nel XIII secolo, Roma 1888; A. Bucelli, Le conoscenze di otorinolaringoiatria di Taddeo da Fiorenza, in ” Il Valsalva ” IV (1928) 528-532; L. Thorndike, A History of Magic and Experimental Science, III, New York 1934, 14; ID., Further Incipits, in ” Speculum ” XXVI (1951) 675; si vedano anche le voci biografiche in Biogr. Lexicon der hervorrag. Aerzte aller Zeiten und Völker, 506; in Enc. Ital., II 277; in Dizion. biogr. degli Ital. II (1960) 85. Per la sua posizione e la sua importanza nella storia della medicina, cfr. S. De Renzi, Storia della medicina in Italia, Napoli 1849, 93, 165, 211. Il suo testamento è stato pubblicato da D. Barduzzi, Il testamento di maestro Taddeo degli Alderotti, Pisa 1891. Sulle sue opere, cfr. L. Frati, Per due antichi volgarizzamenti: II. L’Etica di Aristotele volgarizzata da Taddeo di Alderotti, in ” Giorn. stor. ” LXVIII (1916) 192-195; B. Nardi, L’averroismo bolognese nel secolo XIII e Taddeo Alderotti, in ” Rivista di storia d. filos. ” IV (1949) 11-22.

Da http://www.treccani.it/enciclopedia/taddeo-alderotti_(Dizionario-Biografico)/

Taddeo Alderotti  è stato un medico italiano, commentatore di Ippocrate. Scienziato e filosofo erudito, scrisse per l’amico e protettore Corso Donati, uno dei primi testi di medicina in lingua volgare, il Della conservazione della salute. Il più conosciuto medico del Medioevo, tanto da meritarsi una citazione nel XII canto del Paradiso di Dante, Taddeo Alderotti insegnò all’Università di Bologna dal 1260, applicando, durante le sue lezioni di medicina, un innovativo metodo scolastico. Taddeo Alderotti iniziava la lezione con una lectio o expositio di un passo tratto da un testo autorevole (di Ippocrate, Galeno, Avicenna, ecc.). Procedeva poi per quaestiones con riferimento alle quattro cause aristoteliche: causa materiale (la materia della trattazione), causa formale (la sua forma espositiva), causa efficiente (l’autore dell’opera), causa finale (il fine o lo scopo dell’argomento prescelto). A questo punto il maestro formulava una serie di dubia, cui facevano seguito i momenti euristici della disputatio ed, infine, della solutio. Taddeo Alderotti all’ateneo bolognese ebbe come discepolo il celebre anatomista Mondino de Luzzi.

https://it.wikipedia.org/wiki/Taddeo_Alderotti

Il prestigio del medico in università e alle corti.

Taddeo [Alderotti] fisico, tra quelli che alla nostra memoria sono divenuti primo, fu fisico massimo e tenne il principato, e di quella scienza meritò la palma. Questi nacque a Firenze di parenti oscuri presso alla piazza vecchia de’ frati predicatori, e gli anni della puerizia e adolescenza sua pigro e d’animo quasi spento vilissimamente esercitò, e a vilissimi ministeri dato, e vituperoso guadagno, lungamente poverissima e bruttissima vita menò. E già era agli anni maturi divenuto essendo circa d’anni trenta col cerebro oppilato e tenebroso, intantochè, quasi se fossero i sensi addormentati, eziandio vegghiando pareva che dormisse e nell’oratorio di Santo Michele in orto opportunamente a’ comperatori offerendosi vendeva le minute candele acciocché quindi nutricasse la sua miserabile vita.
Passati fìnalmente gli annni trenta si consumarono quegli umori grossi, i quali i medici vogliono che tengano la natura pigra, e le operazioni dell’anima e la complessione, ch’è suo instrumento, impediscono, e adoperando la natura con tempo si risolvono, e l’uomo nel suo intelletto restituiscono, e rendono lo istrumento della complessione atto, dove prima era inettissimo; e allora Taddeo, quasi un altro e nuovo uomo destandosi dal sonno, e quasi del perduto ingegno ristorato, commiiciò ad ardere di desiderio d’acquistare scienza: e, come un fanciullo rinato, a imparare i primi elementi delle lettere con gran sollecitudine s’affrettò. Imparò poi grammatica in brevissimo tempo, dipoi, procacciato piccolo aiuto
della via, a Bologna n’andò, dove contento di povera vita, senza alcuna intermissione assiduissimamente allo studio dell’arti liberali e di tutta la filosofia dì e notte si dette; e ‘l tempo, il quale colla mala complessione aveva perduto, con istudio e diligenza grandissima si sforzava di racquistare; intantoché né eziandio un piccolo momento d’ora non lasciava perdere, e tutto alla disciplina si dette. Ultimamente studiò in medicina, e ciò che a ognì parte di quella s’apparteneva accuratissimamente andò investigando, intantoché di quell’arte diventò solennissimo dottore, e ricevendo pubblici salari, lungo tempo insegnò medicina a Bologna, e accuratissimamente la praticò. Fu costui de’ primi infra’ moderni che dimostrò le segretissime cose dell’arti nascoste sotto i detti degli autori, e la spinosa terra e inculta solcando all’ottimo futuro seme apparecchiò.
Questi sprezzati alcun tempo i sopravvegnenti guadagni, cupido di gloria e d’onore, si dette a commentare gli autori di medicina. Nella qual cosa fu di tanta autorità, che quello ch’egli scrisse è tenuto per ordinarie chiose, le quali furono poste ne’ principali libri di medicina. E fu in quell’arte di tanta reputazione, quanto nelle civili leggi fu Accorso, al quale egli fu contemporaneo. Certamente due stelle della nostra città; le quali due arti più che eccelse e utili infra l’altre a conservazione dell’umana natura, che allora in grandissima oscurità poste erano e faticose, fecero facili ed aperte.
Questi, essendo presso agl’Italiani tenuto come un altro Ipocrate, da’ signori d’Italia infermi in qualunque parte era chiamato con salarii smisurati; ed essendo al suo tempo il sommo pontefice in infermità mortale caduto, e comandando che alla sua cura fosse chiamato Taddeo, non si accordando co’ suoi mandatarii del diurno salario, imperocché egli pertinacissimamente cento ducati d’oro il dì addimandava, e di ciò maravigliavasi
il pontefice, finalmente consentì a’ piaceri di Taddeo, per desiderio della sua sanità: ed essendo a lui pervenuto Taddeo, cominciò il papa onestissimamente a riprendere la sua durezza e avarizia: al quale Taddeo, fingendo gran maraviglia d’animo, disse: Io mi maraviglio, conciosiacosaché dagli altri signori e tiranni provocato, comunemente da ciascuno spontaneamente mi sieno stati donati il dì cinquanta ducati d’oro, che tu, il quale se’ il principale signor tra’ cristiani, me ne abbi negati cento facendone mercato destramente, e con modestia riprendendo l’avarizia de cherichi. Avvenne dipoi, che guarito
il sommo pontefice, ovvero per merito della cura o per purgare il sospetto dell’avarizia, donò ad esso Taddeo diecimila ducati, i quali tutti l’uomo di santa vita, essendo ritornato a Bologna, spese a edificar chiese e spedali: e a Bologna già d’ottanta anni fu seppellito.

Filippo Villani, Vite di illustri fiorentini, in Croniche di Giovani,Matteo e Filippo Villani, pp. 435-37, in Da Agrimi J., Crisciani C., Malato, Medico e Medicina nel Medioevo, Loescher Editore Torino, 1980.

Taddeo Alderotti: la malattia del doge.

La malattia del Signor Doge di Venezia è siffatta: egli soffre di abbondante flusso di sangue puro dalle vie urinarie: ne riempie a volte anche mezzo orinale; il flusso dura più giorni e il sangue si coagula nell’orinale come fa il sangue della flebotomia nel catino. Le crisi sono periodiche e non sono accompagnate da alcun dolore; egli emette grumi di sangue coagulato; a volte questi grumi restano così a lungo nella vescica che si trasformano in marcia: sono proprio questi grumi di sangue che provocano dolore e difficoltà nell’urinare
quando il flusso è alla fine.
Ritengo che questo sangue provenga dagli organi che sono disposti sopra quelli urinari, cioè dal fegato e dal corpo nel suo complesso. Ritengo anche che la causa di questa affezione vada ricercata nel fatto che quest’uomo ha già sofferto di emorroidi [ … ] e ha trascurato l’esercizio fìsico e sviluppato per contro l’esercizio della facoltà animale, poiché si è trovato a dover moltiplicare oltre il consueto pensieri e preoccupazioni, da cui appunto deriva una cattiva digestione del sangue nel fegato e nelle vene.
Dunque si ha ragione di temere in questa malattia ulteriori complicazioni; la consunzione innanzitutto provocata dall’eccessiva perdita di sangue; l’idropisia, a causa del difetto di calore naturale nel fegato; in terzo luogo la coagulazione del sangue e della marcia nella
vescica; in quarto luogo l’escoriazione della vescica a causa dell’acidità della marcia, cui segue dolore e bruciore nell’urinare.
Dapprima dunque ci occuperemo della cura dell’affezione primaria, cioè dell’evacuazione eccessiva, in un secondo tempo della cura delle complicazioni. Pertanto la normale procedura per curare siffatta evacuazione deve essere tale che dapprima si ponga rimedio al flusso e secondariamente si ponga rimedio alle complicazioni. Si può ostacolare l’evacuazione, perché non sia eccessiva e non avvenga attraverso un luogo improprio, adottando tre tipi di terapia, e cioè mediante la sua deviazione ad altro luogo, la purificazione del sangue e il rinvigorimento delle membra. [ … ] ·
Visto come si può contrastare il flusso mediante deviazione, vediamò ora come si possa provvedere a ciò tramite purificazione del sangue. Innanzitutto premettiamo che la purificazione del sangue si ottiene con una dieta opportuna, che cioè generi sangue temperato e spesso in sostanza, ma non melancolico. Sia dunque il suo pane bianco e raffinato, ben ripulito della crusca, poco salato e ben lievitato, fresco di un giorno o due, ma non caldo. Ancora: il vino a lui destinato sia denso, chiaro, dolce e amabile, non molto annacquato, riscaldato d’inverno, fresco d’estate. Le carni poi siano di castrati o vitelli da latte, capretto o capriolo. Quelle di maiale siano salate. Può anche mangiare pernici o
altri uccelli minuti, non però di palude. Inoltre tuorli d’uova, ceci passati e riso; verdure come boraggine e piantaggine. Alla fìne del pranzo prenda una pera o un fico. Si accontenti di una sola porzione, se ne avrà preso a sufficienza, in ogni caso non superi le due porzioni.
In questo modo si purificherà il sangue con la dieta. Esso si purifica anche con medicamenti specifici, ad esempio con i seguenti elettuari [ … ] e sciroppi [ … ]. In tal modo dunque si può purificare il sangue con dieta e farmaci.
Resta ora da vedere come rinvigorire le membra. In particolare gli organi da rinvigorire sono tre, cioè stomaco, cuore e fegato, e ciò con rimedi sia interni che esterni. [ … ] Abbiamo visto quale sia la terapia da seguire per curare la malattia primaria, cioè il flusso
di sangue. Resta da vedere in che modo fronteggiare le complicazioni. Innanzitutto dobbiamo precisare che in un primo tempo non è necessario attivare una terapia contro le prime due, cioè consunzione e idropisia. Resta dunque da eliminare la coagulazione del sangue nella vescica e porre rimedio alla escoriazione di questa.
Occupiamoci dapprima della cura del sangue coagulato nella vescica. La dieta in questo caso sarà siffatta: scelga un luogo dal clima mite e dall’aria fìne, e si guardi dai luoghi freddi e ventosi; nella sua camera si facciano ogni mattini esalazioni profumate bruciando alloro, legno di vite e di fico: con questi, posti sul fuoco, si purificherà l’aria. Cibi e bevande siano siffatti [ … ].
Faccia un po’ di esercizio fisico prima dei pasti per tutto il tempo che gli aggradirà di muoversi. Dopo il pasto non passeggi se non un po’ nella sua camera per digerire meglio il cibo. Dopo il pasto riposi e si riscaldi lo stomaco con un panno caldo e profumato con legno di aloe, cinnamomo e garofano. Non dorma di giorno, se riesce a dormire di notte a sufficienza. Non dorma poi subito dopo il pranzo, e riposi col capo sollevato e non supino, ma sul ventre o sul fianco. Tenga lontano da sé ogni preoccupazione, malumore e ira, e si cerchi per quanto è possibile di dargli letizia e allegria.

Taddeo Alderotti, Consilia, LXII, pp. 129-35 in Agrimi J., Crisciani C., Malato, Medico e Medicina nel Medioevo, Loescher Editore Torino, 1980.

Consilia di Taddeo Alderotti.

 

 

 

 

1231. Federico II: leggi sullo studio della medicina.

Ci riproponiamo che derivi uno speciale vantaggio nel prendere provvedimenti circa la salute pubblica dei sudditi; considerando quindi le gravi perdite e gli irreparabili
danni che potrebbero derivare dall’imperizia dei medici, ordiniamo che in avvenire nessuno che aspiri al titolo di medico ardisca di esercitare o altrimenti çurare se precedentemente non è stato approvato a Salerno in un esame pubblico dopo aver sostenuto un esame da parte dei maestri. Dovrà poi, con documenti rilasciati da maestri e da medici autorizzati che attestino la sua affidabilità e adeguata competenza scientifica, venire alla nostra presenza (o, in nostra assenza, alla presenza di colui che in vece nostra sarà rimasto nel regno), e da noi o da quello ottenga la licenza di esercitare.
La pena della confisca dei beni e di un anno di carcere sia comminata a coloro che in avvenire oseranno praticare la medicina contro le disposizioni di questo editto della serenità nostra.
Poiché non si può affrontare lo studio della medicina se prima non si ha padronanza della logica, stabiliamo che nessuno intraprenda gli studi medici se precedentemente non abbia studiato per almeno un triennio la scienza della logica; dopo questo triennio, se lo vorrà,
proceda nello studio della medicina: dovrà dedicarvi cinque anni in modo che, entro il tempo predetto, apprenda anche la chirurgia che è una parte della medicina.
Dopo ciò, e non prima, gli sia concessa la licenza di esercitare, se avrà sostenuto l’esame secondo la norma della curia e se sarà pervenuta attestazione da parte di maestri comprovante il compimento del curriculum predetto. [ … ]
Dopo aver completato il quinquennio di studi [il medico] non potrà esercitare se non avrà fatto pratica per un anno intero sotto la guida di un medico esperto. Durante il quinquennio i maestri insegnino nelle scuole testi ufficiali, sia di Ippocrate che di Galeno e istruiscano tanto nella parte teorica quanto nella pratica della medicina.
Con un salutare provvedimento ancora stabiliamo che nessun chirurgo sia ammesso ad esercitare se non esibisce lettere di maestri che tengono lezioni nella Facoltà di medicina, che attestino come egli per almeno un anno abbia studiato quella parte della medicina su cui poggia la perizia del chirurgo, e che testimonino in particolare che egli ha appreso l’anatomia dei corpi umani ed è esperto in quella branca della medicina senza la quale non potranno, con vantaggio per la salute, né essere eseguite incisioni, né venir curate le ferite.
(Federico II, Constitutiones Regni Siciliae, XLV, XLVI, in Historia diplomatica Friderici II, voi. IV, pp. 150-51).

Da Agrimi J., Crisciani C., Malato, Medico e Medicina nel Medioevo, Loescher Editore Torino, 1980.

 

 

 

 

1210 ca – 1286 BRUNO DA LONGOBUCCO

Bruno da Longobucco nacque a Longobucco, in Calabria, nei primi anni del sec. XIII. Le notizie sulla vita di questo medico e chirurgo sono scarse, contraddittorie e, il più delle volte, frutto di errate interpretazioni e congetture da parte dei biografi. È certo, tuttavia, il luogo di nascita, citato da Bruno alla fine della sua Chirurgia magna: “Ego Brunus gente Calaber patria Longoburgensis…”.

Se, tuttavia, l’explicit del trattato indica chiaramente l’origine del chirurgo, nessuna notizia dà sull’anno di nascita che è stato fissato dall’ultimo studioso di B., il Russo, all’inizio del Duecento. La congettura può essere accolta in quanto sappiamo per certo, sempre dall’explicit della Chirurgia magna, che l’opera fu compiuta nel gennaio del 1253 (e non del 1252 come ha giustamente notato il Russo). Il trattato è, senza dubbio, opera della maturità e fu scritto, dunque, probabilmente, quando Bruno era tra i quaranta ed i cinquanta anni. Non sappiamo quando Bruno abbandonò il paese natio, né dove compì i primi studi: se non si può escludere la sua appartenenza alla Scuola salernitana, asserita dall’autorità del De Renzi e non respinta dal Pazzini, si deve invece rigettare qualsiasi ipotesi circa il suo insegnamento nello Studio di Napoli. La notizia, messa in circolazione dagli eruditi napoletani per campanilismo (ma non accettata dal De Blasiis, come vorrebbe il Russo), è stata, da ultimo, invalidata con buoni argomenti dallo stesso Russo. Bruno, comunque, frequentò a Bologna la scuola di Ugo Borgognoni da Lucca, insieme con il figlio di questi Teodorico, e quindi passò a Padova, dove compose la Chirurgia magna, come risulta dal sopra citato explicit, e la Chirurgia parva o minor. Nella città veneta, se dobbiamo prestar fede alle congetture del Colle e del Gloria, insegnò nello Studio. Svolse la sua attività di professore anche a Verona. Nessuna notizia certa abbiamo sulla data di morte che è stata fissata intorno al 1286 dal Russo, senza però il conforto di una precisa documentazione.

La fama di Bruno. fu affidata principalmente alla Chirurgia magna, dedicata dall’autore ad Andrea da Vicenza. L’opera, composta in due libri di venti capitoli ciascuno, ebbe immediatamente grande rinomanza e per tutto il Medioevo fu uno dei trattati di medicina più letti e consultati. Insieme con la Chirurgia parva fu tradotta in italiano, francese, tedesco ed ebraico. Anzi, in quest’ultima lingua, ebbe l’onore di due versioni: una ad opera di Hillēl ben Samuel, veronese, contemporaneo di Bruno, l’altra a cura di Jacob ben Jehuda, ebreo spagnolo del sec. XV. A testimonianza della popolarità raggiunta da Bruno si possono ricordare le considerazioni di Guy de Chauliac, il più grande chirurgo del Trecento, che giudicò il calabrese uno dei più capaci medici del sec. XIII. La Chirurgia parva in sostanza non è altro che un compendio dello scritto maggiore: fu composta, come si ricava dalla dedica a Lazzaro da Padova, nella città del Santo qualche tempo dopo la Chirurgia magna per offrire agli studiosi un manuale più rapido e agile. Si compone di ventitré brevi capitoli e, ai fini di un accurato esame dell’attività medico-chirurgica di B., riveste scarsa importanza. Il Russo, nella rassegna di manoscritti pubblicata in appendice al suo breve studio, segnala altri scritti di Bruno: Capitoli del Bruno della utilità delli chauteri; Cura delle postieme tracta dal Bruno, che ci è stata tramandata anche in latino, Bruni Tractatus de apostematibus; Capitolo del Bruno della compositione del corpo de lomo; Bruni medicamenta varia; De utilitate sequentium medicamentorum; Impiastri e ricette varie; Del fluxo del ventre; Bruni materia medica; Sententia Bruni de egretudinibus oculorum. Non è possibile, allo stato attuale degli studi, formulare un giudizio sulla natura e sul valore di questi brevi opuscoli: bisognerà, prima, metterli a confronto con le due opere maggiori, delle quali potrebbero essere, in tutto o in parte, degli estratti.

La Chirurgia magna, strutturata come un vero e proprio manuale di studio nel quale la materia è esposta in maniera organica e analitica, a partire dalle nozioni e dagli interventi elementari per giungere ai più complessi (e ciò, al di là di ogni esplicita documentazione, confermerebbe le ipotesi che vogliono Bruno professore a Padova), rivela che il chirurgo calabrese ebbe cognizioni di anatomia approssimative anche per i suoi tempi. L’importanza del trattato, tuttavia, risiede nel fatto che Bruno non si limita ad esporre ciò che ha imparato dallo studio della chirurgia classica e specialmente araba (il calabrese è, si ricordi, uno dei maggiori rappresentanti del secondo periodo della chirurgia italiana, quello arabistico), ma, come chiaramente afferma nella prefazione, dà notizia di interventi e tecniche chirurgiche da lui sperimentate per la prima volta. A parte alcune novità di secondaria importanza, esaminate e illustrate in modo rapido ma soddisfacente dallo Sprengel, dal De Renzi e dal Tabanelli, le cose più interessanti furono dette da Bruno a proposito della terapia delle fistole anali che, dal chirurgo, con metodo moderno, venivano aperte per intero, e della castrazione degli uomini, argomento che Bruno, tra i medici cristiani, affrontò per primo.

Manoscritti e stampe: moltissimi sono i mss. che ci hanno tramandato la Chirurgia magna e la Chirurgia parva; un ricco elenco si legge in Russo, Medici e veterinari, pp. 64-66, da integrare con Tabanelli. Un chirurgo italiano, pp. 131-133. I codici più importanti sono il Vat. lat. 8177 del sec. XIII, l’Ottob. lat. 2059 del sec. XIV, il ms. 89 della Bibl. de l’Ecole de Médecine di Montpellier del sec. XIV e il ms. 28 della Yale Medical Library di New Haven (Connecticut) sempre del sec. XIV. La prima edizione a stampa è quella del 1498: Cyrurgia Guidonis de Cauliaco et Cyrurgia Bruni Theodorici Rogerii Rolandi Bertapalie Lanfranci, Venetiis 1498 (l’opera venne ristampata, sempre a Venezia, nel 1499, 1513, 1519, 1546 e 1549). Le opere minori non sono mai state stampate e i manoscritti sono stati indicati dal Russo, in Medici e veterinari, pp. 69-70 (per la traduzioni v. pp. 66-69).

Fonti e Bibl.: F. Villani, Liber de civitatis Florentiae famosis civibus, Firenze 1847, p. 27; L. Mehus, Vita Ambrosii Traversarii…, Firenze 1759, pp. 135, 163 (ivi citaz. Dall’ined. Fons Memorabilium Universi di D. Bandini); F. M. Colle, Storia scientificoletteraria dello Studio di Padova, Padova 1824, III, p. 123; A. Gloria, Mon. dellUniversità di Padova (1222-1318), Padoa 1884, p. 423; G. Marafioti, Cronache e antichità di Calabria, Padova 1601, f. 298; G. Negri, Historia degli scrittori fiorentini, Ferrara 1722, p. 113; E. D’Amato, Pantopologia calabra, Napoli 1725, p. 225; G. Barrii De antiquitate et situ Calabriae, Romae 1737, pp. 359, 361; B. Tafuri, Storia degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Napoli 1748, III, pp. 93-96; A. Zavarroni, Bibliotheca calabra, Napoli 1753, pp. 50-51; G. Mazzuchelli, Gli Scrittori dItalia, II, 4, Brescia, 1763, p. 2227; A. Portal, Histoire de lanatomie et de la chirurgie, Paris 1770, I, p. 178; A. Haller, Bibliotheca chirurgica, Basileae 1774, I, p. 141; P. Napoli Signorelli, Vicende della cultura del Regno di Napoli, Napoli 1784, II, 259; C. Sprengel, Storia prammatica della medicina, Venezia 1812, IV, pp. 286-287; G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, IV, Milano 1823, pp. 343-346; N. Morelli, Vite dei re di Napoli, Napoli 1849, I, p. 112; S. De Renzi, Collectio salernitana, I, Napoli 1852, pp. 323-328; Id., Storia documentata della Scuola salernitana, Napoli 1857, pp. 346-347; Id., Storia della medicina italiana, Napoli 1857, II, pp. 171-173; L. Accattatis, Le biografie degli uomini illustri delle Calabrie, I, Cosenza 1869, p. 155; G. De Blasiis, Processo e supplizio di Pomponio de Algerio Nolano, in Arch. stor. per le prov. napol., XIII (1888), p. 571; A. Gloria, I monumenti della univ. di Padova raccolti e difesi contro il padre E. Denifle, Padova 1888, p. 19; E. Gürtl, Geschichte der Chirurgie, I, Berlin 1898, pp. 725-740; G. Sarton, Introduction to the History of Science, Baltimore 1924, p. 1077; A. Pazzini, Il pensiero medico nei secoli, Firenze 1939, p. 158; Id., Storia della medicina, I, Milano 1947, pp. 418, 512-513; Id., Biobibliografia di storia della chirurgia, Roma 1948, p. 52; Id., La Calabria nella storia della medicina, in Almanacco calabrese, 1952, p. 50; A. Castiglioni, Storia della medicina, I, Milano 1948, p. 296; F. Priolo, Medici calabresi illustri da Pitagora ad Anile, Catanzaro 1952, p. 89; L. Aliquò Lenzi, Scrittori calabresi, a cura di F. Aliquò Taverniti, I, Reggio Calabria 1955, p. 113 (con bibl.); F. Russo, Scritti storici calabresi, Napoli 1957, p. 332; Id., Medici e veterinari calabresi (secc. VIXV). Ricerche storicobibliografiche, Napoli 1962, pp. 62-70 (con ulteriore bibl.); M. Tabanelli, La chirurgia italiana nellalto Medioevo, I, Firenze 1965, p. 481; Id., Un chirurgo ital. del 1200:B. da Longoburgo, Firenze 1970 (utile solo per il riass. del trattato maggiore; cfr. la rec. di E. Pispisa in Regione calabr., 1971, 4-5, pp. 148 s.); Enc. Ital., VII, p. 979.

Da http://www.treccani.it/enciclopedia/bruno-da-longobucco_(Dizionario-Biografico)/

I chirurghi e la dignità della chirurgia.

È dunque la chirurgia, come comunemente si dice, un’operazione manuale sul corpo di un essere vivente allo scopo di conseguire la salute, oppure, per dirla più chiaramente, la chirurgia è l’ultimo strumento della medicina.
GlL strumenti della medicm-aintatt!sono tre: mediante essi il medico può con grande diligenza; combattere le cause delle malattie; questi strumenti sono dieta, pozione e chirurgia.  …  La chirurgia, dunque, come si è detto, è il terzo strumento: grazie a essa si
rimuove ciò che non può essere rimosso attraverso i due precedenti tipi di intervento. Si chiama poi chirurgia dal greco cyros che è la mano e agia che significa azione, donde chirurgia, cioè pressappoco operazione manuale.
È poi necessario, come dice Ali Abbas [medico di origini persiane morto nel 994 e autore del trattato Kitab al-maliki, il Libro regio, dedicato al sultano Adud ad-Dawla, compendio di fonti greche e arabe, tradotto da Costantino l’Africano col Pantegni] nel libro primo del Commento, che coloro che esercitano la chirurgia frequentino luoghi nei quali operano esperti chirurghi e osservino i loro interventi a lungo e diligentemente; non siano avventati né audaci: anzi procedano con mano leggerissima e con molta cautela nell’operare, specie
nei luoghi delicati, come sul cervello. Non siano dediti al vino, ma bevano vino in quantità tale che esso non abbia a ottundere le loro facoltà percettive. Poiché tutte le cose che sono necessarie all’arte non possono essere interamente contenute nei libri, abbiano ingegno versatile: e infatti una certa attitudine naturale si richiede al medico, e in particolare lo raccomanda Damasceno là dove dice che l’attitudine naturale del medico coopera con l’arte e la natura regolatrice. Siano i chirurghi anche istruiti, o almeno da chi è istruito apprendano l’arte: poiché ritengo che colui che è illetterato a stento può padroneggiare quest’arte. Ma al giorno d’oggi non solo gli incolti ma – cosa che è giudicata ancora più indecente e mostruosa – donne del volgo e presuntuose hanno usurpato quest’arte usandone malamente. Queste curano, come riferisce Almansur, ma non hanno né dottrina né attitudine. E ancora riferisce che coloro che esercitano quest’arte sono in gran parte ignoranti rozzi e stolidi; e a causa della loro stolidità si ingenerano negli uomini gravissime malattie, dalle quali può accadere che i pazienti siano uccisi, poiché essi operano non secondo dottrina né secondo dii:ettive precise, ma a caso: e invero essi non conoscono come dovrebbero le cause e i nomi delle infermità che pretendono di guarire.
Il compito dei chirurghi è quello di operare in tre casi: cioè ricongiungere le cose separate, separare quelle congiunte contro natura ed eliminare il superfluo.
(Bruno da Longobucco, Chirurgia, f. 83r)

Da Agrimi J., Crisciani C., Malato, Medico e Medicina nel Medioevo, Loescher Editore Torino, 1980.

Incipit Cyrurgya maior magistri Bruni Longoburgensis …

Da Bayerische StaatsBibliothek-Hss Clm 13057. Mag. Bruni Longobucensis Calabri Chirurgia maior. Chirurgia Rogerii cum additionibus Rolandi Parmensis et cum glossulis quattuor magistrorum [u.a.] – BSB Clm 13057 [S.l.] 13. Jh. Clm 13057

 

 

 

 

1200. Gli uomini dalla Chiesa: Regole e Assistenza.

Regola di Sant’ Agostino. Da Umberto da Romans (1200-1277), Expositio super Regulam divi Augustini, CXXIII, pp. 293-96. I religiosi e le cure mediche: «E senza querimonie si proceda secondo quanto la medicina suggerisce fino a che non si consulti il medico».
Questa è la seconda direttiva riguardo il da farsi nei confronti delle malattie: dà precetti circa le cose che concernono la medicina e contiene tre indicazioni. Prescrive infatti che si deve ravvedere agli infermi con trattamenti medicinali, cioè quando l’arte della medicina
lo consiglia: e perciò dice «si faccia secondo la disposizione della medicina».  Ancora: prescrive in che maniera: e infatti dice «senza querimonie». E ancora in che modo cioè prescrive che ci si deve comportare in modo diverso nei confronti di malati diversi (quando dice: « cosicché anche se non lo vuole ecc. »). Nota che certi religiosi per il gran fervore di santità non si fanno un dovere di usare medicamenti, considerandone l’aspetto carnale e volendo imitare la beata Agata che disse: «Non offrirò mai al mio corpo una medicina carnale». Ma non sono per questo da biasimare coloro che le usano. Ezechia si servì di una medicina (Isaia, 38); anche Tobia secondo il consiglio dell’angelo; ancora, Ecclesiastico (38.4): «L’Altissimo creò dalla terra le medicine». Sussistono per contro tre motivi che incitano a soccorrere il fratello con trattamenti medicinali. Il primo consiste nella natura della compassione: se un membro soffre, soffrono con lui le altre membra.
Il secondo è la comune utilità che risulta minacciata durante l’infermità. Il terzo è l’aspettativa di ricomensa (Matteo, 25.36): «Ero malato e mi visitaste». …

Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, Statuti promulgati da Raimondo du Puy. 1125-1153, in L. Le Grand, Statuts, pp. 7-11).

Questa è la costituzione stabilita da frate Raimondo. Nel nome di Dio, io Raimondo, servo dei poveri di Cristo e guardiano dell’Ospedale di Gerusalemme col consiglio di tutto il capitolo dei fratelli chierici e laici ho stabilito queste norme~-e e statuti ~er la casa del~
I:pspeda~e _di Sari_9iovanni _di Gel’usalemme.

Come i fratelli devono fare la professione. Innanzitutto comando che tutti i fratelli che vengono a servire i poveri mantengano e col divino aiuto osservino tre cose promesse a Dio sulla mano del sacerdote e sul Libro, che sono: castità, obbedienza – cioè che eseguiranno
appieno tutto ciò che sarà loro comandato dai Maestri – e di vivere senza proprietà; perché di queste tre cose Dio chiederà loro conto nel giorno del giudizio.

Cosa i fratelli debbano domandare per sé. E non chiedano più del dovuto, se non pane e acqua e indumenti, cioè quanto si è loro promesso. E il vestito sia umile, ché i nostri signori poveri, di cui noi professiamo di essere servi, vanno nudi e cenciosi, ed è cosa sconcia che il servo sia splendido e il suo signore umile.

Sul decoro dei fratelli e sul servizio in chiesa nonché sull’accettazione dei malati. Si è stabilito anche che essi tengano in chiesa un’andatura decorosa e che stiano tra loro in modo acconcio; per questo i chierici che servono il sacerdote presso l’altare indossino bianche vesti [ … ]; il sacerdote, quando si reca a visitare gli infermi, vada vestito di bianche vesti portando religiosamente il Corpo del Signore: un diacono lo preceda, o un sottodiacono o un qualsiasi chierico, che porti la lanterna con la candela accesa e la spugna con l’acqua benedetta. [ … ]

Come i signori malati debbano essere ricevuti e serviti. E in ogni casa in cui il Maestro dell’Ospedale lo avrà concesso, non appena un infermo vi si presenti, subito sia ricevuto: dopo aver confessato i suoi peccati al sacerdote, si comunichi devotamente e poi venga accompagnato a letto: qui come signore, secondo le possibilità della casa, ogni giorno, prima che i frati vadano a pranzo, gli si serva da mangiare con spirito di carità; tutte le domeniche si reciti nella casa la Lettera e il Vangelo e si asperga con acqua benedetta avanzando in processione.

Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, Statuti promulgati da Ruggero de Molins. 1181, in L. Le Grand, Statuts, pp. 12-13.

In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, amen. Nell’anno 1181 dall’Incarnazione di nostro Signore, nel mese di marzo, nella domenica in cui si canta Letare ]erusalem, Ruggero, servo dei poveri di Cristo presiedendo il Capitolo generale, attorniato da chierici,
laici e frati conversi, comanda che, a onore di Dio e a lustro della fede, a giovamento e per l’utilità dei poveri malati, gli statuti della suddetta chiesa e le disposizioni in favore dei poveri qui appresso indicate, ora e sempre siano mantenuti e osservati e che mai anche solo in parte, a essi si trasgredisca. [ … ]
In secondo luogo stabilisce, confortato dall’assenso dei fratelli, che per i malati dell’Ospedale di Gerusalemme vengano assunti quattro medici esperti, che sappiano riconoscere le qualita delle urine e i diversi stati morbosi dei malati, onde poter loro somministrare le medicine più adatte.
In terzo luogo dispone che i letti dei malati siano convenientemente lunghi e larghi, quanto più è possibile idonei al riposo; che ciascun letto inoltre abbia la propria coperta, e che ciascuno abbia proprie lenzuola. …

Ordine Ospitaliero di Santo Spirito. Liber Regulae sancti Spiritus, pp. 122, 164, 166, 193.

La promessa dei novizi. Io N. do tutto me stesso a Dio, alla beata Maria, allo Spirito Santo e agli infermi nostri signori; sia io loro servo per tutti i giorni della mia vita. Prometto di conservare con l’aiuto di Dio la castità; di vivere senza beni propri, e di prestare obbedienza a te, N., e ai tuoi successori, e di custodire fedelmente i beni che sono dei poveri. [ … ]
Come si debbano cercare i poveri. Un giorno qualsiasi della settimana si ricerchino per le vie e per le piazze i poveri malati: siano poi condotti alla Casa del S. Spirito e ivi curati con premurosa sollecitudine. [ … ]

Dell’ospedale dei ricchi. Nel caso si tratti di persona nobile, si appronti per lui uno speciale reparto e ci si metta a sua completa disposizione con deferenza, nei limiti della disponibilità della casa. [ … ]

Il giuramento del Maestro. Io N., maestro dell’Ospedale del S. Spirito, giuro solennemente di curare con onestà gli affari del suddetto ospedale a onore di Dio e a vantaggio della stessa casa, per il sostentamento dei poveri e degli infermi, di cui io stesso con l’aiuto di Dio, avrò amorosa cura adoprandomi a che loro non manchi mai da parte degli altri. Le elemosine e i proventi dello stesso Ospedale non stornerò ad altri usi se non a quelli per cui principalmente sono destinati, cioè al sostentamento dei poveri, degli ospiti infermi e della comunità.

Da Agrimi J., Crisciani C., Malato, Medico e Medicina nel Medioevo, Loescher Editore Torino, 1980.

 

 

 

 

La figura del Chirurgo nel Basso Medioevo.

Ugualmente Avicenna: «La medicina è l’arte di conservar la salute ed eventualmente di guarire le malattie che colpiscono il corpo».
Per la Scuola Salernitana, la medicina si distingue in teorica e pratica [come la pensava Sant’Agostino): la prima studia la struttura del corpo, le parti che lo compongono e le loro qualità; la seconda applica i mezzi per conservare la salme e poter prevenire i morbi. (Petrocello, Xl secolo). Un Magister Salernitanus, non meglio identificato, affermava,
nel XIII secolo, che la medicina è la scienza che oppone i mezzi buoni ai cattivi per farli ritornare buoni: Medicina est scientia oponendi temperata distemperatis ut as temperantia reducantur.
Secondo Rolando de’ Capelluti (XII -XIII secolo) la medicina si divide in due
parti (medicina equivocatur ad du0): una si chiama instrumentum medici; l’ altra,
ars e questa si divide in teorica e pratica.
La Scuola bolognese – ritornando al concetto di Celso – dà una definizione razionale della medicina. Scrive, infatti, Taddeo degli Alderotti (1233-1303): « La medicina non è una scienza empirica, ma si presenta come una scienza razionale, atta ad essere l’oggetto di uno sviluppo teorico».
Concludendo, si può dire che la medicina ha incontrato, nel Medioevo, la difficoltà di conciliare una religione rivelata, come il cristianesimo e l’islamismo, con il reale e il razionale. Nella Cristianità, come nei paesi ,dell’Islam l’impostazione del problema medico è stato dapprima fecondo per l’osservazione e l’ideazione; poi l’emanazione dei dogmi ha portato al ristagno delle idee e alla sterilità scientifica. …

Nel Basso Medioevo, i chirurghi erano divisi in due grandi sette: i logici o dogmatici, che seguivano Galeno (che non aveva, però, mai scritto libri di chirurgia), e che si chiamavano physicus et cyrurgicus; e gli empirici o meccanici, che facevano uso esclusivo della loro personale esperienza, ed erano i barbieri. Vi erano a quell’epoca, secondo Guy de Chaualiac, cinque categorie di chirurghi: quelli che trattavano con l’umido, quelli che trattava­no con il secco, altri con i corpi grassi, con l’esorcismo e, infine, quelli che si rimettevano alla provvidenza divina. Bisogna giungere alle Scuole organizzate, a quella di Salerno e, soprattutto, a quella di Bologna, perche la chirurgia assumesse l’aspetto di una scienza medica seria. Da Bologna a Montpellier e da Bologna a Parigi.

« La chirurgia – scriveva Henri di Mondeville (1260-1316) – è l’opera manuale sul corpo umano tendente a ridargli la salute, ed è scienza medica per mezzo della quale i chirurghi sono autorizzati ad aprire con le loro mani il corpo umano, separando le cose che vi sono contenute e riunendo le cose separate, togliendo il superfluo secondo la dottrina della teoria medica. Il nome cyrurgia viene da cyros, mani, e gyos. operazioni ». Ed egli seguitava: « Questa chirurgia nostra, malgrado le diffidenze dei medici per noi chirurghi [salva reverentia medicorum a nobis cyrurgicos], è più certa, maggiormente preferibile [eligibiliore], più nobile, più sicura, più perfetta, più necessaria della medicina. E più nobile, perche cura ciò che i medici non possono curare con tutti i loro medicamenti [nobilior quia curat quod curare non potest cum omnibus remediis medicorum] ». Egli si scaglia, però, contro coloro che la esercitano come semplice lavoro ma­nuale al servizio dei medici, e li chiama ignoranti, idioti e rustici, indicandoli con gli appellativi di barbieri, avventurieri, vagabondi, ribaldi, ruffiani e lenoni; quel­li di loro che sapessero leggere e scrivere, erano pochissimi: sunt paucissimi litterati. « Il chirurgo vero deve conoscere necessariamente l’anatomia per poter aprire, tagliare, segare, fare incisioni sul corpo umano ».

Anche Gilles de Corbeil scriveva che la medicina non doveva disdegnare di fare appello al consiglio dei chirurghi, e disprczzarc i loro metodi, contestare i loro meriti.

Guy de Chauliac affermava che il chirurgo deve essere mediamente ardito, non deve discutere con gl’ignoranti e deve operare secondo previdenza e sapere; non deve incominciare nessuna operazione pericolosa sino a tanto che non si sia provvisto di tutto ciò che sarà necessario per evitare il pericolo. Deve avere una buona forma delle braccia, ugualmente delle mani, con dita lunghe e sottili, mo­bili, che non siano tremolanti; tutte le altre membra debbono essere forti, sì ch’e­gli possa svolgere virtuosamente tutte le buone azioni; che sia morigerato e di buon carattere. Mantenga se stesso in maniera dignitosa.

Jean Yperman (c. 1260-1310?), illustre chirurgo fiammingo, traccia la figura del chirurgo con queste partole: «Il chirurgo dev’essere ben fatto di corpo e di temperamento. Deve avere belle mani e dita affilate: forte di struttura e di carattere, vista acuta, idee costan­temente lucide. Il chirurgo non deve soltanto conoscere la medicina, ma i libri della natura e della filosofia, vale a dire la grammatica, la logica, la retorica e l’etica. Dev’essere di una fedeltà a tutta prova. Deve dedicarsi intieramente al malato di modo che, con l’aiuto d’iddio, egli non abbia nulla da rimproverarsi nel trattamento e nella cura del malato. In casa del paziente, non dovrà parlare che di ciò che riguarda l’intervento e non intrattenersi su questioni futili. Non parlerà male di nessuno, ma onorerà tutti i chirurghi senza invidiare i loro successi. Non si loderà. Camminerà con passo grave in modo da acquistare una buona reputazione. Non intraprenderà interventi gravi se non ha la speranza di successo. Consolerà i malati ».

Henri de Mondeville si rivolge anche agli operandi: «I pazienti debbono ub­bidire, per tutto ciò che riguarda la loro malattia, ai chirurghi, e non debbono ostacolare o andare contro la loro opera e il loro consiglio, perché queste cose di­spiacciono sommamente ai chirurghi che ne restano sdegnati per cui la loro presta­zione viene peggiorata e sarà più aleatoria». «Coloro che sono vicini al paziente debbono essere benevoli con il chirurgo e col paziente, fornendo tutto ciò che può essere necessario alla cura della malat­tia. Non debbono raccontare al paziente ciò che il medico ha detto loro, a meno che non siano notizie gradevoli e giovevoli per lui. Non debbono nemmeno farsi vedere preoccupati né imbronciati; né debbono confabulare tra loro e mormorare accanto al paziente. Non debbono permettere che nessuna cattiva notizia possa giungere al malato, né parole che siano tristi o di corruccio».

Lanfranco da Milano è molto prudente nell’intervenire chirurgicamente. «Ho constatato che molti più malati guariscono con le medicine che con gl’interventi operatori. Una volta passati in rassegna tutti i provvedimenti possibili, non esito, però, a imboccare anche la via chirurgica. Dovendo procedere in tal modo, chiedo aiuto al Signore, ed Egli guida la mia mano quasi fosse uno strumento, salvando la maggior parte di coloro che, altrimenti, sarebbero senz’altro morti ». Egli, infine, positivamente afferma che ogni scienza che dipende da una ope­razione si avvalora attraverso l’esperimento: Omnis scientia qui dependet ab operatione multum corroboratur per esperimentum.

La Chiesa, però, a un certo punto, non tollerò più questo esercizio medico-chirurgico da parte dei suoi sacerdoti e, nel Concilio di Reims del 1131, sentenziò che ne monaci aut regulares canonici leges vel medicinam lucri causa audicent. La disposizione, però, non fu ascoltata, e un secondo Concilio, quello di Tours del 1163, proibiva di nuovo ai sacerdoti di esercitare la chirurgia perché Ec­clesia abborrit sanguinem. Tutto fu vano. La medicina e la chirurgia erano in gran parte in mano agli ecclesiastici che non volevano cedere questo loro privilegio, per cui un terzo Con­cilio, quello del Laterano del 1215, riaffermò la proibizione: Nec ullam chirurgia arte subdiaconus, vel sacerdos exercent, qualis ad ustionem, vel incisionem inducat. Malgrado le proibizioni conciliari, i preti continuarono ad esercitare la medi­cina e, soprattutto, la chirurgia, divenendo perfino archiatri pontifici. Soltanto nel 1376, allorché Gregorio XI trasferì la Santa Sede da Avignone a Roma, questo regime di tolleranza finì, e l’esercizio della medicina, da parte dei preti, cessò completamente.

Estratto da: Penso G., Medicina Medioevale, Ciba-Geigy Edizioni, 1991.

 

 

 

 

 

1214. La scuola di Bologna

A Bologna esisteva da tempo un insegnamento privato tenuto da Maestri che facevano scuola a giovani attirati dalla chiarezza del loro insegnamento, ispirato più alla pratica che alla teoria. Tali scuole private raggiunsero il loro apogeo con l’arrivo a Bologna di Ugo de’ Borgognoni da Lucca (1180-1258) ingaggiato dal Comune di quella città nel 1214: pratico, più che erudito, si rivelò subito un insegnante di valore, tanto che a lui accorrevano studenti da ogni parte.

Fu allora che lo Studium di Bologna, esistente per le discipline giuridiche da oltre due secoli, ritenne opportuno di creare una facoltà medica. Tale decisione suscitò l’ira dei giuristi, che volevano essere i soli ad avere una facoltà, e che non desideravano avere concorrenti. Malgrado questa lotta intestina, il papa Onorio III emise, nel 1219, un Editto con il quale, presso lo Studium bolognese, veniva crea­ta una Universitas artistarum, così chiamata in quanto che la medicina veniva con­siderata un’arte liberale.

Primo Preside di questa facoltà fu Dominus Fridericus de Alemanno e primo insegnante ufficiale, Taddeo degli Alderotti.

La fama di questa Facoltà si affermò rapidamente giacché in essa, con Mondi­no de’ Luzzi (1225-1260), si cominciarono a praticare dissezioni e a insegnare uffi­cialmente l’anatomia dell’uomo e, con Ugo de’ Borgognoni, la chirurgia. Stranieri famosi, come Guy de Chauliac furono allievi di questa facoltà.

Estratto da: Penso G., Medicina Medioevale, Ciba-Geigy Edizioni, 1991.

 

 

 

 

XIII. secolo.  Medici pratici e condizioni della pratica.

«Tutti i più potenti signori, di cui ce ne sono così tanti in Italia, pensavano che sarebbero sicuramente morti se, quando si fossero ammalati, Tommaso non fosse il loro assistente medico. Essendo stato idolatrato tra gli italiani, è diventato estremamente ricco con grandi onorari e ha goduto di una vita splendida e lussuosa.» ​​Tommaso del Garbo (morto nel 1370), oggetto di questo breve riassunto contemporaneo del successo in una carriera medica, dovuto almeno un po alla sua fortuna per un inizio eccezionalmente favorevole. Nato in una prospera famiglia di cittadini fiorentini; suo padre era un noto medico [Dino del Garbo], professore di medicina e autore medico; e probabilmente acquisì la sua formazione all’Università di Bologna, che al momento della sua morte era stato per un secolo uno dei principali centri di educazione medica in Europa. Alla luce di questi vantaggi, non sorprende che anche Tommaso sia diventato un professore universitario, un autore e il preferito assistente medico di una clientela ricca e potente.
Tommaso del Garbo faceva parte di una professione medica nel senso di un gruppo di esperti riconosciuti con qualifiche speciali. A partire dal XII secolo, nell’Europa occidentale si svilupparono una varietà di modi per valutare e attestare la competenza e legittimare le attività dei medici. Queste non furono solo innovazioni rispetto al primo Medioevo in Occidente, ma andarono ben oltre le forme di riconoscimento legale dei medici nel mondo romano. Tuttavia, molte differenze separavano l’organizzazione dei professionisti e i concetti, per non parlare dell’applicazione, della qualifica medica e della regolamentazione del tardo Medioevo e del Rinascimento da quelli della professione medica in una moderna società occidentale. Le prime iniziative registrate di questo tipo furono prese da due monarchi, Re Ruggero II di Sicilia (regno 1130-54) e suo nipote, l’imperatore Federico II, che emise un codice di legge per il Regno di Sicilia nel 1231. Il regno fu presumibilmente il teatro di una importante attività medica, poiché includeva la terraferma italiana meridionale, dove si trovava Salerno. Considerando che nello statuto di Re Ruggero fu semplicemente prescritto a quelli che desideravano esercitare la medicina di essere esaminati dai funzionari reali, l’imperatore Federico II affidò l’effettiva conduzione degli esami di licenza ai “maestri” di Salerno.
Il cambiamento nei requisiti tra questi due atti legislativi riflette la crescente fiducia in se stessi e l’azione collettiva tra i medici. Quando i medici iniziarono a partecipare sia alla gilda che ai movimenti universitari del Medioevo successivo, in molte località formarono organizzazioni di vario genere che regolavano l’ammissione dei membri attraverso esami e altri requisiti; alcune corporazioni mediche hanno anche ottenuto il diritto legale di approvare o regolamentare altri medici nella loro regione. Le corporazioni artigiane relative alla pratica medica si trovavano nell’Italia del XIII secolo; in tutta Europa proliferarono e si specializzarono maggiormente nei secoli XIV e XV. Ad esempio, la corporazione fiorentina di medici, farmacisti e negozi di alimentari, fondata nel 1293, nel 1314 si era sviluppata in una federazione di tre rami autonomi; all’interno del ramo medico, i medici con istruzione universitaria stabilirono la propria associazione distinta nel 1392. I chirurghi barbieri appartenevano spesso alla stessa corporazione dei barbieri ordinari, ma dal XIV secolo, i chirurghi esperti e competenti tendevano a formare le proprie organizzazioni. In alcune città italiane, alla fine del XIII o all’inizio del XIV secolo, erano stati istituiti corpi noti come Collegio dei Medici o maree simili. Nei centri universitari come Bologna e Padova, i membri di tali istituti medici erano composti da professori e professionisti di spicco. Altrove, ad esempio a Venezia, dove nel 1316 esisteva un Collegio di medici, i membri erano costituiti da professionisti formati da università e altri professionisti istruiti. Nell’Europa settentrionale, dove i medici con istruzione universitaria erano meno numerosi, le università mediche apparivano più lente; il College of Physicians di Londra è stato fondato nel 1518. …

Anche le autorità politiche pubbliche hanno continuato a concedere licenze ai diretti professionisti nel Medioevo e nel Rinascimento. La pratica di nominare professionisti medici e chirurgici civici, adottata dalle città del nord Italia nei primi anni del XIII secolo e susseguente alle città di altre parti d’Europa, in particolare nelle terre tedesche, costituiva l’approvazione ufficiale da parte del governo civile dei praticanti in questione. Anche alcuni Re continuarono a occuparsi direttamente delle licenze mediche. Pietro  il Cerimonioso di Aragona rilasciò una serie di licenze mediche negli anni 1340, alcune delle quali a persone che, per un motivo o per l’altro, ad esempio, di fede ebraica, non avrebbero incontrato l’approvazione di corporazioni mediche organizzate. In questo caso, le proteste da parte di “medici e chirurghi approvati in medicina e chirurgia” indussero successivamente il re Pietro nel 1356 a riconfermare un requisito di studio universitario e di esame da parte di un corpo di medici e chirurghi per le licenze mediche a Valencia e di revocare le proprie licenze precedentemente concesse a professionisti formati informalmente.
Le autorità ecclesiastiche hanno anche licenziato  medici. Dal XIII secolo, la forma più prestigiosa e completa di formazione medica è stata fornita dalle facoltà di medicina universitarie. Un diploma universitario in medicina era stato ovunque riconosciuto come una qualifica per esercitare. Ma a Bologna, uno dei centri più importanti di tale formazione, la fonte formale della licenza di insegnamento, cioè, la “laurea”, fu dal 1219 data dall’Arcidiacono di Bologna, ma gli esami di qualificazione erano condotti dai professori. In Inghilterra, i vescovi autorizzarono regolarmente i medici e i chirurghi nel corso del XVI secolo.
Inoltre, le motivazioni ufficiali per richiedere la licenza dei medici erano sostanzialmente simili a quelle che ispirano la regolamentazione di altri mestieri; mantenimento di standard e disposizioni di ricorso legale per tutti i consumatori dei prodotti o servizi medici che potevano dimostrare di aver subito un infortunio a causa di cattiva pratica. Sebbene alcuni regolamenti includessero richieste di studio universitario da parte dei candidati, l’obiettivo principale delle licenze era quello di garantire ai professionisti che avevano esperienza e che avevano una prova documentale o una reputazione locale attestante la loro onestà e competenza, piuttosto che richiedere una forma particolare dell’educazione medica in quanto tale. Quando il potere di concedere le licenze era nelle mani di una corporazione medica, che fosse corporazione o facoltà universitaria, o un’altra formazione, paragonabile ai poteri restrittivi delle corporazioni di altri mestieri, allo scopo di proteggere gli interessi del gruppo. Le società mediche di vario genere acquisirono presto il potere non solo di autorizzare, ma anche di perseguire i senza licenza; un primo esempio è un caso ben noto nel 1322, in cui la facoltà di medicina di Parigi inibì una donna praticante di successo.
Quindi i termini “professione medica” e “licenza medica”, se usati in riferimento all’Europa medievale e del primo Rinascimento, non erano considerati come un sistema uniforme di regolamentazione medica o qualificazione medica. Alla fine del XIII o all’inizio del XIV secolo, molti praticanti medici possedevano qualifiche formali, ma questi potevano essere di diversi tipi: istruzione universitaria in medicina, appartenenza a una corporazione di medici o chirurghi con potere di esaminare candidati per l’adesione o possesso di una licenza per esercitare da un’autorità pubblica.
Tutte queste forme di qualifica “ufficiale” erano pienamente legittime, sebbene l’educazione universitaria avesse il più grande prestigio. Inoltre, c’è motivo di supporre che molti praticanti non possedessero nessuna di queste qualifiche. Nel XII e XIII secolo, i regolamenti sulle licenze stavano appena iniziando e pare e si applicassero solo a poche regioni; non c’è modo di sapere con efficacia o addirittura se sia stato applicato il famoso statuto di Federico II. Successivamente, i requisiti di licenza sono diventati comuni in tutta Europa; tuttavia, anche in importanti città tardomedievali e rinascimentali con corporazioni mediche attive, collegi o facoltà universitarie di medicina, i regolamenti venivano spesso ignorati, come testimoniano i procedimenti giudiziari per pratica senza licenza nella Londra del XVI secolo e nella Parigi del XIV secolo. Quasi la metà delle persone che praticano la medicina a Londra negli ultimi due decenni di il XVI secolo lo fece senza alcuna forma di sostegno ufficiale; è improbabile che la rete di regolamentazione avrebbe potuto essere più ampia nei secoli precedenti. Nell’Europa tardo medievale e nel primo Rinascimento numerosi medici professionisti, specialmente ma non esclusivamente in ambito rurale, poveri e meno istruiti, sottostavano più o meno regolarmente ad una regolamentazione di qualsiasi tipo. …

Siraisi N.G., Medieval & Early Renaissance Medicine, The University of Chicago Press, Chicago and London, 1990.

 

 

 

 

XIII secolo.  La scuola di Padova

Il sovraffollamento dello Studium bolognese fece si che, al principio del XIII secolo, un gruppo di studenti, sospinto anche da restrizioni che il Governo [soggetto allo Stato Pontificio riduceva la possibilità di praticare dissezioni anatomiche] della città imponeva loro, lasciarono Bologna per trasferirsi a Padova dove si unirono in una libera Associazione che denominarono Universitas donde il nome di «Uni­versità» a quello che fino allora era chiamato Studium.

E così sorse a Padova l’Universitas artistarum, medicinae, physicae et naturae, il cui Rettore veniva eletto dagli studenti; i professori venivano designati da un Consiglio di studenti presieduto dal Rettore, e venivano confermati dal Comune, che pagava i loro stipendi.

L’Università medica di Padova ebbe la fortuna di avere, tra i suoi insegnanti, un uomo insigne, Pietro d’Abano (1250-1316), il cui prestigio attirò nella nuova Università studenti di tutti i paesi.

La pratica dell’autopsia era corrente nell’insegnamento dell’Anatomia umana e venne addirittura resa obbligatoria per gli studenti in medicina, con un Decreto del Gran Consiglio della Serenissima Repubblica di Venezia, il 27 maggio 1368.

Due anni più tardi, un altro Decreto del Gran Consiglio impose agli studenti di pagare un contributo per le spese di dissezione, affinché videndo ipsum anatomiam comuniter informare possunt de statu et conditionibus humani corporis [ve­dendo comunemente l’anatomia, si possono informare dello stato e delle condi­zioni del corpo umano]. In questa frase c’è già un accenno all’anatomia patologica.

Estratto da: Penso G., Medicina Medioevale, Ciba-Geigy Edizioni, 1991.

 

 

 

 

1210 ca-1276.   GUGLIELMO DA SALICETO

GUGLIELMO da Saliceto. – Nacque presumibilmente a Saliceto di Cadeo, nel Piacentino, intorno al 1210. La maggior parte dei dati relativi alla biografia di Guglielmo. si ricavano dalle sue opere di medicina, che ebbero una grande fortuna fino al secolo XVI. Non sembra che G. abbia studiato a Bologna né che abbia insegnato nello Studio di quella città (non ancora istituzionalizzato); insegnò invece presso il Comune: nel 1269, infatti, risulta professore “in Gymnasio Bononiensi”. Esercitò la chirurgia con consulti e cure in città diverse: Cremona, Milano, Pavia, Bergamo e Verona, dove nel 1275 svolgeva la professione di medico stipendiato dal Comune.

Compì molti interventi a Cremona, dove si era recato da Piacenza e dove curò un tale Bernardo de Avocatis, che aveva un ascesso a una spalla, e un certo Baldassarre (Chirurgia, I, 27); sempre a Cremona aveva curato alcuni feriti alla testa con spada o roncola: tale Enrico Cinzaro e tale Gabriele di Prolo, ferito a una gamba (ibid., II, 5). Nella Chirurgia narra di un’operazione compiuta, questa volta a Bergamo, su un soldato molto giovane gravemente ferito, dato per spacciato e curato invece con successo (II, 7). A Pavia mentre si trovava nel palazzo pubblico curò, chiamato dal medico maestro Ottobono, un soldato di nome Giovanni di Bredella all’apparenza morto per una ferita all’intestino (ibid., II, 15). Un allievo di G., Lanfranco da Milano, che era originario probabilmente di Pisa e aveva studiato a Bologna, lo ricorda con gratitudine nella sua Chirurgia; Guy de Chauliac può essere considerato un continuatore di Guglielmo proprio attraverso l’opera di Lanfranco. G. morì a Piacenza dopo il 1275, presumibilmente fra il 1280 e il 1285.

Guglielmo. compose una Chirurgia e una Practica o Summa conservationis et curationis sanitatis, opera, quest’ultima, che costituisce la parte teorica che fissa la relazione tra la scienza universale e la scienza pratica. La composizione della Chirurgia dovette precedere quella della Practica in quanto nel prologo di quest’ultima è detto: “feci enim olim librum in quo de his quae pertinent ad manualem operationem seu Chirurgia secundum meam possibilitatem, complete determinavi”. Tuttavia negli esemplari manoscritti o a stampa la Practica precede quasi sempre la Chirurgia, proprio per il suo carattere teorico di medicina pratica generale rispetto alla chirurgia, scienza meramente operativa. La Practica fu scritta da Guglielmo su richiesta di Ruffino priore di Piacenza e dei suoi amici e per amore del figlio Leonardino, che egli voleva introdurre alla professione dell’arte medica.

La lettura di questo testo evidenzia il carattere del sapere medico del chirurgo che proprio da questo momento cominciò a chiamarsi physicus e non più medicus, ossia la stretta relazione tra l’operazione manuale e i principî generali della physis, cioè della natura del corpo umano. Il trattato è una vera opera di medicina pratica a fondamento teorico e inaugura la tradizione della medicina bolognese e padovana di Taddeo Alderotti e Pietro d’Abano, ossia della medicina come scienza che non è una mera arte meccanica, ma l’unione di teoria e pratica. Dal punto di vista formale questa opera si presenta come un trattato e non si configura ancora nella forma scolastica della quaestio. L’insegnamento medico presente nella Practica era stato trasmesso nei secoli XII e XIII attraverso le opere della medicina salernitana di Costantino Africano, integrate dalle maggiori conoscenze in campo terapeutico e farmacologico di ‘Alī ibn al-‘Abbās, di ar-Rāzī e di Avicenna (Ibn Sīnā). La scuola medica a cui si riallaccia Guglielmo è quindi quella della medicina salernitana greco-araba, fondata sulla dottrina dell’equilibrio o rottura delle combinazioni delle qualità umorali che regolano le complessioni sane e malate. Tuttavia Guglielmo si pone in posizione critica nei vari trattamenti delle operazioni e delle cure rispetto ai suoi predecessori, anche se l’impianto generale dei rapporti tra pratica e teoria medica rimane sempre lo stesso. Pertanto Guglielmo critica le dottrine della sensazione del dolore presenti nel De sensu di Aristotele, per richiamarsi alla spiegazione di Avicenna, e per lenire il dolore mostra di conoscere l’importanza dell’uso di alcune erbe che sono delle vere e proprie droghe calmanti. Nell’opera di Guglielmo si trovano numerosi termini arabi, che nelle traduzioni in volgare tendono a scomparire. Secondo l’esigenza di Guglielmo di conferire dignità di scienza medica anche alla practica, ossia alle operazioni manuali della chirurgia, egli polemizza in molte sezioni della sua opera con gli empirici, che egli chiama laici, cioè i non dotti, i praticoni. Inoltre egli stabilisce un decalogo per il medico, assai somigliante a quello che sarà successivamente teorizzato da Pietro d’Abano nel suo Conciliator. La professione del medico comincia a configurarsi così come quella di un doctor di un sapere operativo che possiede conoscenze teoriche fondate su principî generali a cui attenersi.

Le connessioni tra la dottrina della chirurgia e quella della practica di Guglielmo sono strettissime perché non sono state ancora fissate le relazioni gerarchiche tra le due discipline, come avverrà più tardi. Si tratta invece, ora, di due specialismi distinti semplicemente dai loro modi operativi e dall’apparato tecnico e concettuale che presuppongono. La Practica ha una struttura disciplinare più sviluppata della Chirurgia che, tuttavia, sembra più nobile perché più efficace. G. rivela di avere a disposizione un ampio repertorio di autori come Ippocrate, Galeno, Avicenna, ar-Rāzī, Albucasis (Abū l-Qāsim az-Zahrāwī), sui quali si fonderà per trattare De regimine cibi et potus, De conservatione sanitatis, De flebotomia, De causis, De signis, De morbis a capite ad calcem, mostrando di conoscere dettagliatamente le differenze tra i vari punti di vista, di Avicenna, Almansor (al-Mānsūr ibn Abī Ā’mir), a cui si richiama spesso, per esempio a proposito della febbre quartana. Su questo argomento esordisce nel secondo libro con una accurata distinzione dei generi e delle specie delle febbri classificate secondo le cause che possono essere medicinales, a loro volta distinte in primitivae, antecedentes, e coniunctae. Egli impiega per queste definizioni i procedimenti logici delle argomentazioni scolastiche entro la particolare impostazione logica di Aristotele, ma con molte cautele, sottolineando i limiti della quaestio in medicina, per esempio sulla febbre.

Il prologo generale della Practica è molto importante perché fissa la problematica filosofica della relazione tra scienza pratica e teorica nei termini della metafisica aristotelica, sebbene ancora in forma assai approssimativa. Nel prologo è descritta la struttura dell’opera: essa è divisa in quattro parti in cui ogni capitolo è suddiviso in modo tale da riportare il nome della malattia e la sua descrizione; quindi la materia del caso e successivamente i segni che indicano quella malattia e le sue cause. Poi stabilisce una breve cura e infine parla della sua personale esperienza, ossia di ciò che ha verificato egli stesso “per usum et operationem”. Il primo libro tratta di tutte le malattie del corpo con un capitolo sulla conservazione della salute e cioè la cura di tutte le malattie; il secondo delle febbri e di tutto ciò che è necessario nello studio e cura di esse; il terzo dei veleni; il quarto degli antidoti delle medicine semplici e composte che sono utili e necessarie nelle cure. Il prologo contiene infine un decalogo utile affinché il medico non si comporti come i “laici” o praticoni, empirici e profani. I precetti qui espressi con precisione non si trovano nella Chirurgia, dove si hanno invece descrizioni dettagliate, gli “exempli publici” (Padova, Biblioteca del Seminario vescovile, Mss., 49, f. 1rA) di suoi interventi su richiesta del medico curante, dove sono dichiarati i nomi dei pazienti, il carattere delle ferite, l’intervento chirurgico, la cura, il bendaggio e la preparazione delle medicine.

La Chirurgia è dedicata a Bono, probabilmente Bono Del Garbo, medico e padre di Dino, ed è redatta in forma di trattato. Secondo l’explicit di alcuni testimoni manoscritti (tra i quali Verona, Biblioteca civica, Mss., 610), Guglielmo avrebbe terminato l’opera a Bologna nel 1268 e avrebbe impiegato quasi quattro anni per redigerla “cursorie”. Poi l’avrebbe emendata e rivista durante il suo soggiorno a Verona nel 1275: “Sigillavimus et complevimus emendative librum cirurgie nostre die sabbati VIII die Junii in civitate Verone in qua faciebam moram eo quod salarium recipiebamus a Comuni anno currente MCCLXXV; verum est ipsum ordinaveramus cursorie ante hoc tempus in Bononia per annos quattuor”.

La suddivisione della Chirurgia è stata modificata nel corso del tempo: nella versione originaria l’opera è divisa in cinque parti o trattati, mentre in edizioni cinquecentesche si trova divisa in sei libri. I trattati sono poi suddivisi in capitoli. Al testo vero e proprio è premesso un prologo in cui Guglielmo fornisce la definizione della chirurgia e il suo carattere di scientia specialis particolare subordinata a quella universale che si trova nell’anima ed è acquisita per esperienza e ragione. Nel prologo Guglielmo ripropone i precetti già esposti nella Practica in numero di undici, mentre qui gli stessi precetti sono esposti più succintamente e ridotti a tre.

Partendo dal presupposto che il chirurgo deve possedere una scienza universale, ossia dei principî sui quali fondare la scienza speciale della chirurgia, Guglielmo polemizza con tutti i chirurghi praticoni e ignoranti che non ce l’hanno. La polemica con gli ignoranti, i laici, sarà costante anche nella Chirurgia, in cui Guglielmo critica numerosi interventi chirurgici di medici non solo del suo tempo, ma anche del passato.

Per i manoscritti della Practica e della Chirurgia in latino si vedano Kristeller e Thorndike – Kibre; l’editio princeps dei due testi fu pubblicata a Piacenza nel 1476 dal tipografo Giovanni Pietro Ferrati.

Esistono almeno due redazioni differenti della Chirurgia nella sua traduzione in italiano perché la versione presente nelle prime edizioni a stampa (Venezia, Filippo Petri, 1474 e Brescia, stampatore anonimo [Bonino Bonini], 1486), è redazione diversa da quella presente nei manoscritti di Padova, Biblioteca del Seminario vescovile, Mss., 49, del sec. XIV-XV (sul quale: A. Donatello et al., I manoscritti della Biblioteca del Seminario vescovile di Padova, Firenze 1998, p. 19) e Firenze, Biblioteca nazionale, Conventi soppressi, C 1, 2651, del sec. XIV-XV.

La Chirurgia di Guglielmo è stata tradotta anche in francese (La cyrurgie de maistre Guillaume de Salicet, tradotta da Nicole Prévost, Lyon, Mathieu Huss, 1492; La chirurgie de Guillaume de Salicet, a cura di P. Pifteau, Toulouse 1898) e in boemo (Praga 1867, su cui si veda A.C. Klebs, Incunabula scientifica et medica, Hildesheim 1963, p. 163).

Fonti e Bibl.: M. Sarti – M. Fattorini, De claris Archigymnasii Bononiensis professoribus, a cura di C. Albicini – C. Malagola, I-II, Bononiae 1888-96, pp. 554 s.; K. Sudhoff, Beiträge zur Geschichte der Chirurgie im Mittelalter, II, Leipzig 1914-18, pp. 399-416, 463-467; A. Boreri, G. da S., studio storico-critico, Piacenza 1938; T. Tabanelli, La chirurgia italiana nell’alto Medioevo, II, Firenze 1965, pp. 499-800 (con l’edizione di una versione libera in italiano); M.L. Altieri Biagi, G. volgare. Studio sul lessico della medicina medievale, Bologna 1970; N. Siraisi, Taddeo Alderotti and his pupils, Princeton 1981, pp. 14-20; T. Zucconi, G. da S. e il progresso della medicina, in Storia di Piacenza, II, Piacenza 1984, pp. 404-408; J. Agrimi – C. Crisciani, Edocere medicos: medicina scolastica nei secoli XIII-XIV, Salerno-Napoli 1988, pp. 163-167; Id., The science and practice of medicine in the thirteenth century according to G. da S., Italian surgeon, in Practical medicine from Salerno to the black death, a cura di L. García-Ballester, Cambridge 1994, pp. 60-87; N. Siraisi, How to write a Latin book on surgery, ibid., pp. 88-109; M. McVaugh, introduzione a Guy de Chauliac, Inventarium sive Chirurgia magna, I, Leiden 1997, pp. XII-XVIII; L. Thorndike – P. Kibre, A catalogue of incipits of Mediaeval scientific writings in Latin, London 1963, s.v.; P.O. Kristeller, Iter Italicum. A cumulative index to volumes I-VI, sub vocibus Gulielmus de Placentia, Gulielmus Placentinus, Gulielmus de S., S., Gulielmus de, S., Gulielmus; Rep. fontium historiae Medii Aevi, V, pp. 319 s.

Da http://www.treccani.it/enciclopedia/guglielmo-da-saliceto_(Dizionario-Biografico)/

Guglielmo nacque a Saliceto presso Piacenza; non sappiamo esattamente quando, come pure ove compì i primi studi. Verosimilmente, come sostiene il Boreri (1 ), egli apprese il trivio ed il quadrivio in Piacenza presso il S. Ambrogio (infatti la Summa è dedicata al Priore Ruffini ed ai monaci benedettini di questo convento) oppure, in alternativa, presso il Publicum Studium, istituzione allora fiorente voluta da Ottone III; di per se questa seconda ipotesi è meno valida della precedente.
Ultimato lo studio delle arti liberali si recò a Bologna attorno al 1230 e vi frequentò i corsi di Physica ove con tutta probabilità fu allievo di Ugo de’ Borgognoni e, a detta del Sarti (M. Sarti: « De Claris Archygimnasii Bononiensis Professoribus etc. » – Bologna 1762, vol. I p. 458.) del fiorentino Bono del Garbo.
Sprengel (C. Sprengel: « Storia Pragmatica della Medicina » – Firenze, Milano 1831-1851, vol. IV, pp. 343-344. ) scrive che Guglielmo, dopo tre anni di studio, conseguì il Baccalaureato e, dopo altri tre, la licenza di Lettere, infine, al nono, la dignità di Magister in Physica.
Ultimati gli studi in Bologna ritornò nella sua città, a Piacenza, ove, come già abbiamo detto, era stato istituito lo Studium (cf. Bolla di Papa Innocenzo IV del 6 febbraio 1248) anche a seguito delle insistenti preghiere del vescovo Alberto; qui, verosimilmente, iniziò la sua attività di medico: infatti nella sua Chirurgia (Guillelmus de Saliceto: « Summa conservationis et curationis. Chirurgia» – Placentiae 1476, (seg. AI-XV 19 della Braidense di Milano le cui pagine non sono numerate). « Chirurgia » L. I, cap. 20.) scrive di aver guarito tale Montalda da dislocazione vertebrale e Bernardino, figlio di Ruffino Scotti  da apostema della coscia.
È credibile che Guglielmo rimase a Piacenza per poco tempo: infatti lo ritroviamo a Cremona. In questa città rimase per vari anni: quì curò Baldassarre, figlio di Giacomo de Advocatis, un carcerato che si era reciso l’esofago e la trachea nel tentativo di tagliarsi la gola come pure un soldato di Bergamo che era stato ferito da una freccia.
La fama di valente chirurgo e di eccellente medico aveva certamente varcato le mura della città: infatti si spostava frequentemente per curare gli ammalati (lui stesso ci da notizia di essere andato a Milano per curare Martino della Torre); tantoché accolse le pressioni del Comune di Pavia e si trasferì in tale città ove fu alloggiato nel Palazzo Comunale.
In Pavia contrasse una forte amicizia con maestro Ottobono e guarì un ammalato ridotto in punto di morte che il suo amico gli aveva affidato giudicandolo in condizioni disperate.
Nel 1265 fu chiamato ad esercitare in Verona: Pazzini scrive : « venuto in fama a Verona, si trasferì a Bologna … » tuttavia noi crediamo che Guglielmo era già venuto in fama prima del suo soggiorno Veronese. In Verona rimase sino al 1269, anno in cui venne a Bologna (M. Sarti) ove « diu moram traxerat » sia come medico condotto che come docente.
Egli era così sicuro della sua arte che in Bologna promise allo studente Guido Rossiglione di medicarlo gratuimente se, entro due anni, avesse ancora sofferto per «flegma salsum », curò un tale Bondideo ritenuto tisico da tutti i medici e guarì l’Abate di S. Martino di Rusignone.
Non sappiamo con esattezza l’anno in cui partì da Bologna; sembra che si fosse deciso a tal passo a causa della guerra delle fazioni dei Geremei e dei Lambertazzi; certo è che accolse le reiterate richieste del Comune di Verona e ritornò in tal città ove, aiutato dal Maestro Bernardo Grandula curò una donna di Piacenza. A Verona terminò la sua Chirurgia (1275). Probabilmente è nel 1276 che ritorna, stanco nel fisico, nella sua Piacenza, ove poco dopo morirà.
Infatti è errato (Pazzini) credere che sia morto in Verona perché egli è sepolto in Piacenza nel chiostro attiguo alla Basilica di S. Giovanni in Canale, in principio del corridoio, presso la sacrestia, accanto al pozzo detto di S. Pietro Martire. La morte, attendibilmente, avvenne nell’inverno del 1276-77, che fu rigidissimo. …

Da Giuseppe Caturegli, L’anatomia di Guglielmo da Saliceto, Editrice Giardini, Pisa, 1969.

 

1486. Chirurgia di maestro Guglielmo da Piacenza vulgarmente fatta. [per Bonino Bonini, Brescia] Anno MDCCCCLXXXVI. Il giorno xviiii Dicembre.

1486 SALICETUS -CIROGIA -BONINI 1486 (scarica PDF 64MB)

Chirurgia di maestro guglielmo da Piacenza vulgarmente fatta. [per Bonino Bonini, Brescia] Anno MDCCCCLXXXVI. Il giorno xviiii Dicembre.

 

Se ci domandiamo il perché della estensione di questo trattato non ci resta che una risposta: Guglielmo da Salceto lo estese ad uso della sua scuola, dei suoi allievi: «ut in eis cum incisionibus et cauteriis et operationibus manualibus absque errore procedere possit». Adunque è una trattazione che assolve e comporta una applicazione pratica: l’intervento manuale, la applicazione dei cauteri, il taglio eseguito ai fini curativi. Quindi
una anatomia chirurgica estesa per coloro che intendano praticare quest’arte. …

Nello svolgimento dell’argomento riscontriamo una precisazione la quale, pur se di carattere generale, appare degna di una doverosa menzione: la circolazione del sangue a livello tissutale: è noto che anche Galeno aveva proposto idee, pur se confuse, su questo argomento, ma il nostro, rivolgendosi ai suoi allievi non esita ad abusare della propria autorità per sottolineare che « et debes absque dubio credere quod unde sanguis exierit venam ibi reperiri, nec contrarium erit ». Nel brano or ora riportato trasuda il concetto che il sangue è portato nei vari distretti dalle « venae » (ed allora non si faceva la distinzione tra vene ed arterie perché esse erano considerate vasi che portavano sia il sangue che lo pneuma), ed a questo proposito il Saliceto, da grande maestro qual era, « absque dubio », così rassicura gli allievi, « debes … credere » che la dove fuoriesce il sangue vi è una vena: infatti con questa frase si ha la conferma che, in materia di circolazione, il nostro non fa
alcun cenno allo pneuma (concetto di derivazione alessandrina che lo stesso Galeno aveva accolto). …
Il capo ed il suo contenuto sono e rappresentano la radice del corpo tutto; in altre parole, secondo la convinzione del tempo, tutto origina da questa regione. I nervi, i tendini, i  muscoli, e facoltà sensoriali e motrici rapresentano le estrinsecazioni funzionali e percettive derivanti dall’organo contenuto nella callotta cranica: il cervello.
Il Saliceto da accorto chirurgo, non si addentra nella descrizione delle strutture cerebrali; si limita ad affermare alla natura molle, la forma allungata, la possibile suddivisione (in tre parti: anteriore, media e posteriore) in ventricoli (beninteso perché sono tegumenti che proteggono i veri ventricoli). I cosiddetti ventricoli, come appena or ora è stato detto avvolgono precipue cavità ove risiedono, anzi hanno sede, gli « spiritus animales … et in quibus alterationem et digestionem recipiunt super illud quod in corde recipiunt », almeno secondo le opinioni correnti le quali, a sua volta sono di derivazione Galenistica, anzi, Aristotelica. Egli spiega perché, pur contandone quattro, i ventricoli debbano esser considerati tre, come anatomici suoi predecessori oppur coevi sostengono od avevano sostenuto; a tal proposito scrive «quia anterior quod satis est maior omnibus aliis in duas manifestas dividitur partes»: ovvero il ventricolo anterior è composto da due ventricoli (intendi i ventricoli laterali!). Ed insiste  in tal tesi perché « Et quamvis alii duo ventriculi
separationes habeant non dicuntur habere divisiones, eoque sunt et multum insensibiles».
Qui è doveroso convenire che il Saliceto intuì ed affermò la necessaria esistenza e del canale centrale e dell’acquedotto detto del Silvio (scoperto e dimostrato circa quattro secoli dopo). Il Silvius infatti dimostrò quanto il nostro aveva intuito; con questa affermazione il nostro intende risolvere anche una esigenza di ordine fisiologico perché puntualizza i meccanismi · per i quali si esplicano quelle «virtus» dette rispettivamente «sensus comunis vel fantasia», «ymaginatio», «cogitatio» che fa ubicate nei ventricoli laterali e la «extimatio» (che egli colloca nel secondo ventricolo, che in realtà è il terzo), e la memoria (relegata nel terzo ventricolo, che poi corrisponde al quarto); essi meccanismi riscontrano la loro validità nel pensiero tradizionale perché il cervello, secondo Aristotele; era considerato un organo deputato alla distillazione ed alla digestione dei «vapori» (intendi umori) provenienti dal cuore.
Noi, oggi, consideriamo i ventricoli in numero di quattro; il Saliceto invece, pur elencandone quattro, per i motivi suesposti, afferma che essi, in vero sono tre perché considera come unico ventricolo i due ventricoli laterali.
Egli sorvola anche sulla trattazione della struttura cerebrale e delle circonvoluzioni cerebrali perché, al chirurgo dei suoi giorni poco potevano interessare tali argomenti.
Egli continua la trattazione della sua anatomia illustrando la posizione delle meningi e giustificandone la funzione: esse sono rappresentate dalla dura e la pia madre; non ricorda la aracnoide perché, quest’ultima, topograficamente, è unita alla pia madre. Le meningi sono percorse ed intessute «ex arteriis et venis ad modum rethis» [da arterie e vene come in una rete] le quali provengono dal cervello che lo «vivificat et dat eis spiritum vitalem» [lo vivificano e dà spirito vitale] ossia quell’alimento che deriva dalla digestione; esso (e questo è un concetto fisiologico di derivazione Aristotelica accolto da Galeno), come in precedenza è stato riferito, costituisce (almeno per quei tempi) un dogma dal quale non era lecito distaccarsi. Riteniamo utile ripetere che lo Stagirita pensò il cervello come un organo deputato alla distillazione e digestione degli umori caldi provenienti
dal cuore.
Perciò Guglielmo, procedendo da tali presupposti, non ha difficoltà ad ammettere che il cervello è la radice di tutto ed offre, quale giustificazione del suo asserto, la convinzione fisiobiologica accolta dal suo tempo.
Le meningi originano dal cervello e si costituiscono attraverso le vene e le arterie; da esse partono legamenti, vene ed arterie che attraversano le ossa craniche (costituendo localmente le suture craniche) per dar luogo alla formazione del periostio cranico; da quest’ultimo partono poi quei legamenti ed i nervi (ossia i tendini) che governano le articolazioni della mandibola, delle vertebre e così via per tutto quanto riguarda la parte scheletrica. I muscoli, a loro volta, originano dai tendini. Da quanto esposto consegue che la massa periostiosa e muscolare e tendinea rappresenta una propaggine anatomica di derivazione cerebrale, quasi come una folta chioma di un albero.
Le meningi servono per difendere ed ammorbidire i traumi e gli insulti cranici: esse sono due. La pia, che è più tenera, sta sopra il cervello per difenderlo dalla durezza della dura; la dura sta sopra la pia per difendere questa ed il cervello dalla durezza delle ossa craniche.
Egli ci ripete la descrizione della posizione dei bulbi olfattivi; tale parte del cervello era conosciuta già da Galeno (come già dicemmo in altra parte) che la aveva studiata nell’animale: infatti ecco il testo «duabus eminentiis similibus mamillarum capitibus que sunt in fronte in quibus operatio virtutis odorabilis perficitur» [due estroflessioni che simili ai capezzoli sono verso la fronte in cui si effettua la capacità dell’olfatto]. Ben più interessante, perché quì è assolutamente originale, è la descrizione del chiasma ottico: egli parla chiaramente di due nervi che originano dal cervello (che definisce concavi) [già osservati da Alcmeone, V secolo a.C., che li decsrive come due “sentieri” che dagli occhi vanno al cervello incrociandosi] e che unendosi danno luogo a due concavità, (anteriore e posteriore); successivamente essi si separano per dirigersi verso gli occhi, sono ricoperti
dalle meningi che legano il nervo sino all’occhio stesso; le meningi poi, giunte nella regione orbitale danno luogo alla formazione di due membrane ossia della sclerotica e della secondina (su questo argomento torneremo in altra sede).
Le ossa craniche sono sette , infatti «ossa cranei capitis que sunt sex et unum in finem quod est inter spondilem in principio nuche et ossis capitis, cuius figura est ad modum littere alande … et est substinens pars posterior omnia ossa capitis et propter hoc appellatur substentaculum vel paxillus» [le ossa del cranio sono sei ed uno che è sulla vertebra tra la nuca e le ossa del capo, ed uno è ad ala (l’osso occipitale) e sostiene la parte posteriore di tutte le ossa sel cranio e per questo è chiamato sostegno o paletto]. Questo passo può dar
luogo ad alcune perplessità in quanto l’osso che chiama paxillus o substentaculum può esser confuso con l’atlante, mentre in realtà è lo sfenoide: infatti quando il Saliceto parla delle vertebre cervicali ne ricorda giustamente sette «spondiles colli que sunt septem» ,èle vertebre del collo sono sette]; fra l’altro si tenga presente che il vero sostegno delle ossa craniche sovrastanti è proprio lo sfenoide.
Il primo osso descritto è il frontale «Primum os capitis cranei est os frontis et appellatur coronale» [il primo osso del cranio è l’osso frontale e si chiama coronale]; esso appare sufficientemente descritto: «habet quasdam eminentias in parte posteriori et continuatur cum osse nasi in parte anteriori» [ha delle eminenze nella parte posteriore e continua con le ossa del naso nella parte anteriore].
Tale descrizione resulta esatta perché il frontale è un osso impari, mediano; il Saliceto lo fa articolare con la mandibola superiore [mascellare] sia a livello temporale come pure in altre parti «Et in timporibus in quibusdam aliis partitibus continuatur cum mandibula superiori» [e nel temporale in cui con altre parti continua con la mandibola superiore, osso mascellare] e con le due ossa parietali che chiama nervali «Continuatur et cum duobus ossibus magnis que nervalia vocantur»[Cuntinua con due ossa grandi che si chiamano nervalia].
Riteniamo doveroso rilevare che il frontale si articola attraverso la apofisi orbitale esterna con l’osso lacrimale (ciò non è precisato), con i parietali attraverso la apofisi orbitale esterna (questa circostanza è ben precisata) e con il suo margine superiore, con lo sfenoide
attraverso il margine posteriore (a questo proposito si noti che il Saliceto confonde un po’ lo sfenoide con il mandibolare superiore e che considera quest’ultimo con delimitazioni ben più ampie di quelle reali). Pure i seni frontali non sono ricordati. Dei parietali scrive che «continuantur in medio capitis ad modum serre inter se; et continuantur ista duo ossa nervalia ad modum serre cum osso alande; et sub isto osse ponitur os basilare quod non continuatur cum eo» [i parietali continuano con esso (osso frontale o coronale) nella metà del capo in modo serrato [sutura sagittale] tra di loro; e proseguono queste due ossa nervalia in modo serrato con l’osso alato (l’occipitale); e sotto di esso si pone l’osso basilera che non è in continuazione con esso: l’osso atlante, la prima vertebra]. La descrizione dei rapporti appare poco chiara perché, anche se i rapporti fra i due parietali ed il frontale
risultano ben descritti «ad modum crucis cums vena superior sit remota» qui non sono riferiti i rapporti col temporale e con l’occipitale.
A noi sembra che Guglielmo faccia un po’ di confuisone fra lo sfenoide ed il temporale, anche se descriverà in seguito il temporale stesso in misura sufficiente; questa convinzione trova conferma in quanto abbiamo detto sopra a proposito del mandibolare superiore.
Resta che, in questa frase, egli fa menzione dell’osso basilare «et sub isto osse ponitur os basilaris» e ne descrive i rapporti. Sotto questo osso (l’osso che chiama alanda), scrive che trovasi l’osso basilare; come dobbiamo intenderlo? Il Saliceto ha iniziato la sua descrizione
del frontale, poi dei parietali e, scorrendo lo sguardo in senso posteriore è evidente che si riscontra l’occipitale a conferma di ciò osservian10 che quest’ultimo non rappresenta la continuazione dell’alanda bensì lo sostiene «substentat» e concorre a delimitare e perfezionare la figura del capo «et figuram capitis perficit» [e si compie la figura del capo].
E, procedendo nella spiegazione, scrive « Applicatur etiam hoc os basilare ossi alande et ponitur et firmatur inter ipsum et mandibualam superiorem, et per istum inodum continuationis istonun ossium posizionem et figuram capitis perficitur, ut vides».
Ecco adunque come avviene la successione delle ossa che avvolgono il cervello: frontale, parietali, occipitale, sfenoide e di nuovo il frontale. Passa poi alla descrizione della regione temporale onde completare la figura della testa: «A lateribus vero capitis» vi sono le due ossa temporali e, sopra di esse, le orecchie « super quibus sunt aures » egli chiama i temporali « ossa mendosa» ed hanno rapporto con le ossa parietali (che egli chiama nervali) soltanto con il loro margine superiore «non continuantur cum ossibus nervalis et magnis nisi per superpositionem partis ad partem». Sappiamo oggi che il temporale viene distinto in tre parti: squamosa, porzione mastoidea, porzione petrosa o rocca petrosa o piramide: della parte squamosa il Saliceto ha già precisato che il suo margine superiore ha rapporto con il parietale ma non riscontriamo che parli della porzione mastoidea perché egli divide il temporale in due parti: superiore ossia, parte squamosa e la parte petrosa. Per
maggior chiarezza scrive «Et inferius, in istis ossibus, versus mandibulam superiorem». Già in precedenza aveva accennata la posizione delle orecchie, pertanto, continuando la descrizione della porzione petrosa scrive che in essa «est foramen tortuosum in ore quod appellatur petrosum» e ne precisa la consistenza ossea «hoc est durum valde» come pure il contenuto «transit nervus auditus».
Non è possibile affermare con chiarezza se egli per «nervus auditus» intende il labirinto in quanto, già, aveva descritto un «foramen tortuosum» oppure la porzione ossea della tuba uditiva detta di Eustachio oppure, e ciò appare più attendibile, quel canale in cui decorre il nervo faciale (ed in questo caso il Saliceto avrebbe equivocato un ramo dell’VIII paio col nervo faciale) e che è detto acquedotto del Falloppio. In ogni caso questa problematica si presta a dubbi di interpretazione.
Quindi le ossa che avvolgono il cervello sono sei «Sunt igitur ossa capitis comprehendentia carebrum numero sex» ed a queste ne aggiunge ancora uno che «appellatur paxillare quod est in parte posteriori». Allora, secondo il Saliceto, le ossa craniche sarebbero sei più uno, ossia sette; facendo il riscontro si contano un frontale, due parietali, un occipitale, due temporali, uno sfenoide, un etmoide e le ossa Wormiane. Il bilancio è oltremodo positivo perché, dalla elencazione del nostro a quella degli anatomici moderni resultano mancanti l’etmoide, osso impari, mediano costituito da una lamina verticale mediana e da due ossa
laterali e le ossa Wormiane, ossa sovrannumerarie che sono riscontrabili nelle ossa craniche e che, a loro volta, si distinguono in suturali (perché possono disporsi in
corrispondenza delle suture) e fontanellari (perché reperibili a livello delle fontanelle).
Riteniamo doveroso precisare che queste lacune del Saliceto furono colmate dopo molti secoli, pertanto non è il caso di pensare ad una scarsa osservazione, tantopiù che in quegli anni non era certamente facile avere a disposizione il materiale utile per un esame diretto.
Precedentemente è stato detto del perché il Saliceto ritenne che il cervello fosse la radice di tutto, ed è stato schematizzato l’asserto del maestro piacentino; ora, seguendo il testo che così riporta « Super ista ossa, in medietate, est pannicuus factus ex panniculis (la falce cerebrale, la quale deriva) ex panniculis interioribus (ossia le meningi), ligatis cum commisuris cranei, exentibus ab illis commissuribus» ci rendiamo conto della teoretica qui propugnata. Da questo brano si arguisce che le derivazioni meningee, passando per le suture cerebrali, giungono all’estremo e da quì « fit ille panniculus subtilis » che è da identificare con il periostio perché «spargitur super omnia ossa cranei et ea ab esterioribus ligat ». Questa interpretazione, fantasiosa, non è sprovvista di una certa razionalità ed è per tale motivo che la riteniamo suggestiva. … [Il testo prosegue con la descrizione della cuoio capelluto e degli altri organi anatomici]

Da Giuseppe Caturegli, L’anatomia di Guglielmo da Saliceto, Editrice Giardini, Pisa, 1969.

 

Tabanelli M., La chirurgia italiana nell’alto medioevo, vol. 2. L.S. Olschki, 1965. Traduzione in lingua italiana dei manoscritti.

 

 

 

 

 

1221. La scuola di Montpellier

Si hanno vaghe notizie sulle origini della Scuola di Montpellier la cui istitu­zione ufficiale rimonta al 1221, anno in cui la Chiesa, per opera del cardinale Conrad, legato del papa Onorio III, emanò disposizioni statutarie per la creazio­ne, in Montpellier, di una Università nella quale era compreso l’insegnamento della medicina. Precedentemente, medici singoli, quasi tutti di origine ebraica e fuggiti dalla Spagna, praticavano l’insegnamento privato della medicina. Nelle scuole rabbini­che, alle lezioni di grammatica era compreso l’insegnamento di nozioni mediche. Tale insegnamento libero, cioè fatto da singoli individui e per iniziativa pri­vata, venne addirittura riconosciuto ufficialmente, tanto che Guillaume, Seigneur de Langucdoc, emise, nel 1130, una «Ordinanza» con la quale riconosceva ad ogni medico, indigeno o straniero, il diritto all’insegnamento. Tale Ordinanza portò a un afflusso di numerosi scolari che divennero gli apprendisti di questo o quel medico i cui nomi non ci sono stati tramandati.

Lo Statuto del 1221 pose fine a queste « scuole individuali », creando una « scuola ufficiale » che divenne l’Ecole de Montpellier. Malgrado la creazione di questa Scuola, che rilasciava diplomi — baccelliere, licenziato, maestro — i privati continuarono a tener scuola e a concedere titoli sino a che, nel 1289, il papa Nicolò IV emanò una «Costituzione» con la quale toglieva alle diverse scuole libere il diritto di conferire titoli, privilegio che venne riservato al solo Studium di Montpellier e, particolarmente, alla sua Ecole de Medecine.

Quando il papato si trasferì ad Avignone, uno dei primi atti del Pontefice francese, Clemente V, fu quello di emanare, nel 1309, una «Bolla» con la quale, sentito il parere del suo medico personale, il Maestro Guglielmo da Brescia, di Jean d’Alest e di Arnaud de Mondeville, stabiliva i programmi d’insegnamento nella Facoltà di Medicina di Montpellier. In tali programmi non era fatto alcun accenno all’insegnamento dell’anatomia e della chirurgia; tuttavia, nelle istruzioni date al Cancelliere della Scuola, e precisato ch’egli doveva sorvegliare a che «nei primi due anni di corso si facesse l’anatomia del corpo». Così nacque la Scuola di Montpellier nella quale primo insegnante fu Arnal­do da Villanova che aveva suggerito al Papa, Clemente V, la creazione di quella Università.

Altri due allievi celeberrimi della Scuola di Montpellier furono Henri de Mondeville e Guy de Chauliac. La Scuola di Montpellier fece un gran passo indietro allorché, nel 1376, Gre­gorio XI, lasciando Avignone per Roma, proibì l’insegnamento della chirurgia e, ai medici, di esercitarla.

Estratto da: Penso G., Medicina Medioevale, Ciba-Geigy Edizioni, 1991.

 

 

 

 

1245-1305.  LANFRANCO DA MILANO

Lanfranco da Milano nacque presumibilmente a Milano intorno al 1245; secondo la maggioranza della letteratura, fu di famiglia pisana. Le poche notizie certe sulla sua vita si ricavano dalle sue opere: Chirurgia parva e Chirurgia magna. Fu allievo del medico Guglielmo da Saliceto molto probabilmente nel 1269, quando questi insegnava a Bologna. Come si ricava dal ricordo dei casi clinici citati nella Chirurgia magna, egli fu medico e chirurgo a Milano: a lui si rivolgevano pazienti appartenenti alla nobiltà e all’alto clero. Ebbe certamente degli allievi; si valse della sua opera anche Matteo Visconti, il quale però, per ragioni presumibilmente politiche, lo esiliò poi dalla città. Lanfranco non precisa la data del suo esilio, che si può collocare verosimilmente nel 1290, quando il Visconti, proclamato nel novembre capitano del Popolo per cinque anni, adottò pesanti misure contro i Torriani e i loro partigiani, cui probabilmente Lanfranco doveva appartenere.

Nell’epilogo della Chirurgia magna, Lanfranco racconta che si stabilì in un primo tempo a Lione; in questa città esercitò la medicina e la chirurgia, come si desume dai casi che egli stesso cita. Forse proprio a Lione Lanfranco compose, o portò a termine, la Chirurgia parva, dedicata a un giovane medico di nobili natali, Bernardo, che è stato identificato con Bernardo di Gordon. Soggiornò poi in altre città della Francia (ma Lanfranco non le nomina), avendo sempre però l’intenzione di stabilirsi a Parigi, città della quale Lanfranco, definendola paradiso in terra, luogo di pace e di studio, elogia le condizioni ideali per la scienza e – forse memore del suo esilio da Milano – loda il rispetto per i diritti dei cittadini. A Parigi Lanfranco giunse nel 1295 e vi tenne scuola e pratica di medicina. Dal 1271 la Confraternita parigina – poi divenuta Collegio – dei chirurghi (Confrérie de St-Côme) si era staccata dalla facoltà di medicina, pur mantenendo con essa un legame di dipendenza. La confraternita era costituita esclusivamente da laici, dato il divieto – peraltro non sempre rispettato – imposto dalla Chiesa ai chierici di versare sangue con l’esercizio della chirurgia. In considerazione della totale assenza di attestazioni, Keil (1985, col. 561) esclude decisamente che Lanfranco abbia fatto parte della facoltà di medicina e ritiene invece probabile la sua appartenenza alla Confrérie de St-Côme. Anche se non ebbe legami istituzionali con lo Studio parigino, Lanfranco a Parigi fu accolto dalla benevolenza di Jean Passavant, decano della locale facoltà medica, e insegnò forse privatamente, cosa peraltro non insolita. Ebbe tra i suoi allievi Enrico di Mondeville, che aveva già studiato a Bologna, e Jan Ypermann, poi fondatore della chirurgia fiamminga. Secondo una notizia, non documentata, fornita da Hirsch, ritenuta priva di fondamento da Tabanelli e poi ripresa da De Ferrari, Lanfranco a Parigi avrebbe ricevuto aiuto e sostegno economico e scientifico dal celebre medico Guglielmo Corvi (Guglielmo da Brescia), che egli aveva già incontrato a Bologna; se tale notizia è vera, l’episodio si deve collocare in un momento in cui Lanfranco era, verosimilmente, ancora bisognoso di aiuti; quindi ai primissimi tempi del suo soggiorno parigino, dunque forse agli inizi del 1295, anno per il quale, peraltro, non è documentata la presenza a Parigi di Corvi, ma che è compatibile con le notizie certe che abbiamo su di lui. La presenza di Corvi a Parigi è attestata dopo il 1316, anno in cui Lanfranco era già morto.

Per sollecitazione di Passavant e di altri medici e allievi parigini, Lanfranco a Parigi compose (o finì di comporre) la Chirurgia magna, dedicata al re di Francia Filippo il Bello e all’amico Bernardo, già dedicatario della Chirurgia parva. L’opera fu portata a termine nel 1296. È controverso se Lanfranco sia stato o meno un chierico: in proposito egli non dà alcuna indicazione chiara. Non sembrano convincenti le ragioni di coloro che lo ritengono un chierico basandosi sulle sue dichiarazioni, fortemente contrarie ai “laici” che esercitavano la chirurgia senza adeguata preparazione medica, perché queste dichiarazioni sembrano piuttosto motivate dall’innovativa battaglia (centrale nell’opera di Lanfranco) contro la chirurgia praticata – solo sulla base dell’esperienza – prevalentemente o esclusivamente da laici, a causa del già ricordato divieto ecclesiastico. Al contrario, sembra più convincente, anche se non determinante, come prova del suo stato laicale, l’esplicita menzione dei suoi figli, che evidentemente erano stati con lui esiliati da Milano e che egli voleva condurre a Parigi, città che giudicava appropriata per la loro educazione. Guy de Chauliac ricorda nella sua Chirurgia magna (terminata nel 1363) un “Bonetus filius Lanfranci” tra i “chirurgi operantes” a Montpellier ai suoi tempi. La storiografia ha accolto questa notizia dubitativa. Non conosciamo la data della morte di Lanfranco, prevalentemente collocata verso il 1306, ma da alcuni posticipata al 1315 circa, senza che, peraltro, per nessuna di queste date venga fornito alcun riscontro documentario.

Opere. Chirurgia parva. È divisa in due parti: la prima tratta la traumatologia, le affezioni oculari e gli ascessi; la seconda riguarda la farmacologia chirurgica. Per la tradizione manoscritta si fa riferimento a quanto segnalato in Keil (1985, col. 563), che segnala l’esistenza di 38 manoscritti, e in Thorndike – Kibre (coll. 757 s.). Edizioni a stampa: in Collectio chirurgica, Venetiis, per Octavium Scotum, 1498; in Collectio chirurgica, Venetiis, Andrea Torresani, 1499; in Cyrurgia Guidonis de Cavliaco, Venetiis, per Bernardinum de Vitalibus, 1519; in Ars chirurgica, Venetiis, apud Juntas, 1546. Per le traduzioni (in inglese, francese, tedesco, olandese ed ebraico) cfr. Repertorium, p. 131 e Keil, 1985, col. 563; per i manoscritti della traduzione francese cfr. Jacquart, 1979.

Chirurgia magna (Practica que dicitur ars completa totius chirurgie). È strutturata in un proemio, cinque trattati (suddivisi in dottrine e quindi in capitoli), un epilogo; il primo trattato espone i principî generali della chirurgia e della deontologia chirurgica e tratta poi dell’anatomia, dell’embriologia, della cura delle ferite, delle fratture e delle ulcere; il secondo riguarda la cura delle ferite; il terzo parla delle patologie di vari organi e parti del corpo (descrivendole più o meno dalla testa ai piedi: cuoio capelluto, pelle, occhi ecc.), delle malattie del metabolismo, dei calcoli ecc.; nel quarto trattato si parla dell'”algebra”, cioè delle fratture; il quinto è un antidotario ed esamina i vari rimedi medici dividendoli in sette gruppi: ripercussivi, risolutivi, maturativi, mondificativi, conglutinativi-rigenerativi-consolidativi, mollificativi, cauterizzativi. Ai cinque manoscritti presenti in Thorndike – Kibre (coll. 983, 1145) sono da aggiungere: Berlino, Staatsibliothek, Lat. fol., 56 e Lat. fol., 219; Londra, British Library, Add. Mss., 10440; Add. Mss., 12056; Harley, 2381; Royal, 17.C.15; Ibid., Wellcome Museum of history of medicine, Mss., 397; Mss., 564; Cambridge, Trinity College, Mss., 913; Oxford, Bodleian Library, Ashmol., 1396; Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds lat., 6992, 7129; Ibid., Bibliothèque de l’École de médecine, Mss., 480. Kristeller segnala cinque traduzioni manoscritte in spagnolo, olandese ed ebraico. Per i manoscritti della traduzione francese, cfr. Jacquart, 1979. Le edizioni a stampa sono le medesime già indicate per la Chirurgia parva. Tabanelli ha tradotto in italiano la Chirurgia magna, in La chirurgia italiana nell’Alto Medioevo, II, Firenze 1965, pp. 803-1053.

La diffusione della Chirurgia parva e della Chirurgia magna fu pressoché immediata e molto vasta: glosse a queste due opere sono presenti in un manoscritto inglese di argomento medico, databile ai primi decenni del Trecento, segnalato da Murray Jones (p. 291); manoscritti delle opere di L. sono inoltre presenti nel testamento del medico di Oxford Simon Bredon, morto nel 1372 (Bullough). La molteplicità delle traduzioni manifesta il vasto interesse che in tutta Europa l’opera di Lanfranco aveva suscitato; testimonia però anche l’uso di queste opere da parte di persone che esercitavano la chirurgia, ma ignoravano il latino ed erano quindi sostanzialmente prive di quella approfondita conoscenza della medicina che Lanfranco riteneva indispensabile per l’esercizio della chirurgia, che egli intende come scienza (ars) con una propria articolazione anche teorica e non solo come pratica legata all’esperienza, come è già evidente da quello che probabilmente fu il titolo originario: Practica que dicitur ars. Non sappiamo se la Cura oculorum e il De doloribus iuncturarum, certamente da assegnare a Lanfranco, siano opere autonome o due parti della Chirurgia magna che circolarono anche separatamente; per i manoscritti cfr. Thorndike – Kibre, coll. 437, 1139, 1389; questi due testi non ebbero edizioni a stampa. Per l’Antidotarium (segnalato ancora da Thorndike – Kibre, col. 1550) è invece certo che si tratta del quinto trattato della Chirurgia magna, trascritto separatamente; non se ne conoscono edizioni a stampa. Il citato ms. Lat. fol., 56 della Staatsbibliothek di Berlino, con la Chirurgia magna, contiene anche una Practica avium et equorum (De cura et practica avium et equorum), il cui autore è un “Lanfrancus”. K. Lindner (menzionato da Kiel, 1985, col. 564) ritiene di aver identificato quest’opera con un Liber de cura equorum, del XII secolo. Questa operetta è stata edita da A. Werk, Angebliche Practica avium et equorum des Lanfrancus de Mediolano. Ein Beitrag zur Geschichte der Veterinärmedizin im 14. Jahrhundert, tesi di dott., Giessen 1909. Alleori (pp. 54-77) ha poi ripubblicato il testo edito da Werk.

Fonti e Bibliografia.: Guido de Chaulhaco, Chirurgia magna, Lugduni 1585, p. 7; N.F.J. Eloy, Dictionnaire historique de la médecine ancienne et moderne, III, Mons 1778, pp. 14-16; S. De Renzi, Storia della medicina in Italia, Napoli 1845, II, pp. 182-188; III, pp. 684-687; M. Sarti – M. Fattorini, De claris Archigymnasii Bononiensis professoribus, a cura di C. Albicini – C. Malagola, Bononiae 1888-96, I, pp. 553 s.; E. Gurlt, Geschichte der Chirurgie und ihre Ausübung, I, Berlin 1898, pp. 765-791; V. Rose, Verzeichnis der lateinischen Handschriften der Königlichen Bibliothek zu Berlin, II, 3, Berlin 1905, nn. 901 s.; G.G. Forni, L’insegnamento della chirurgia nello Studio di Bologna dalle origini a tutto il sec. XIX, Bologna 1948, p. 23; M. Donati, Chirurgia, in Enc. Italiana, X, Roma 1950, p. 146; O. Uffreduzzi, L. da M., ibid., XX, ibid. 1950, p. 500; G. Franceschini, La vita sociale e politica nel Duecento, in Storia di Milano, IV, Milano 1954, p. 383; L. Belloni, La medicina a Milano fino al Seicento, ibid., XI, ibid. 1958, pp. 613, 648 s.; V.L. Bullough, Medical studies at Mediaeval Oxford, in Speculum, XXXVI (1961), pp. 607 s.; L. Thorndike – P. Kibre, A catalogue of incipits of Mediaeval scientific writings in Latin, London 1963, ad ind.; L. Alleori, L. da M., vita e opere, Roma 1967; E. Wickersheimer, Dictionnaire biographique des médecins en France au Moyen Âge, Genève 1979, II, p. 88; Supplément, a cura di D. Jacquart, ibid. 1979, p. 517; A. De Ferrari, Corvi, Guglielmo, in Diz. biogr. degli Italiani, XXIX, Roma 1983, p. 828; Diz. biogr. della storia della medicina e delle scienze naturali, a cura di R. Porter, Milano 1985-89, s.v.; G. Keil, Lanfrank von Mailand, in Die deutsche Literatur des Mittelalters. Verfasserlexikon, a cura di K. Ruth et al., V, Berlin-New York 1985, coll. 560-572; Id., Lanfranc von Mailand, in Lexikon des Mittelalters, V, München-Zürich 1991, col. 1686; J. Agrimi – C. Crisciani, Edocere medicos. Medicina scolastica nei secoli XIII e XIV, Napoli 1988, ad ind.; Storia del pensiero medico occidentale, I, Antichità e Medioevo, Roma-Bari 1993, pp. 387-391, 393, 395 s.; J. Agrimi – C. Crisciani, The science and practice of medicine in the thirteenth century according to Guglielmo da Saliceto, Italian surgeon, in Practical medicine from Salerno to the black death, a cura di L. García Ballester et al., Cambridge 1994, pp. 61, 67 n., 83-87; C. O’Boyle, Phisicians and surgeons in Paris, ibid., p. 162; D. Jacquart, Medical practice in Paris in the first half of the fourteenth century, ibid., pp. 189, 192; P. Murray Jones, John of Ardern and the Mediterranean tradition of scholastic surgery, ibid., pp. 291, 301, 303; V. Dolcetti Corazza, Chirurgia magna di L. da M. nell’Inghilterra tardomedioevale, in Teoria e pratica della traduzione nel Medioevo germanico, a cura di M.V. Molinari et al., Padova 1994, pp. 107-137; Storia della scienza, IV, Roma 2001, pp. 453, 455-458, 488; M.R. Mc Vaugh, Smells and the medieval surgeon, in Micrologus, X (2002), pp. 113-117, 122, 131; A. Hirsch, Biographisches Lexikon der hervorragenden Ärzte…, I, s.v.; P.O. Kristeller, Iter Italicum, a cumulative index to volumes I-VI, s.v. Lanfranc of Milan, Lanfranchus Mediolanensis; Lanfrancus medicus; Repertorium fontium historiae Medii Aevi, VII, pp. 131 s.

Estratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/lanfranco-da-milano_%28Dizionario-Biografico%29/

 

Tabanelli M., La chirurgia italiana nell’alto medioevo, vol. 2. L.S. Olschki, 1965. Traduzione in lingua italiana dei manoscritti.

 

 

 

 

 

 

1250-1279 (vissuto a Bologna).  ROLANDO DA PARMA o ROLANDO CAPELLUTI.

Rolando Capelluti, citato a volte come Rolando dè Capelluti (da non confondere con l’omonimo Rolando dè Capelluti, medico parmigiano vissuto circa due secoli dopo. ) o Rolando da Parma (Parma, 1198? – Bologna, 1280/1286), è stato un medico e chirurgo italiano. Della sua vita si hanno poche e incerte notizie. La data di nascita è da collocare negli ultimi anni prima del 1200. Che avesse questo cognome non è del tutto provato, in quanto nei codici dell’epoca compare solo col nome di Rolandus Parmensis. Il cognome Capelluti compare per la prima volta in un codice del XV secolo, conservato nella Biblioteca Palatina di Parma. Nacque certamente a Parma, e non a Salerno come ipotizzato dal De Renzi sulla base del fatto che fu aderente alla Scuola Salernitana. Già dai primi anni del XII secolo fu attiva a Parma una scuola medica che fu poi diretta da Ruggero Frugardo. Ruggero era figlio di Giovanni Frugardo (originario di Frügard in Finlandia), che probabilmente fece parte del piccolo contingente svedese sceso in Italia nel 1154 al seguito di Federico Barbarossa. Rolando Capelluti fu, assieme a Guido d’Arezzo, il discepolo più fedele di Ruggero Frugardo. La sua attività come scrittore si compendia nel commento, rielaborazione e diffusione dell’opera del suo maestro, che compose a Parma nel 1180 la sua famosa Chirurgia. Dopo alcuni anni il Capelluti ne curò una nuova edizione, chiamata Rolandina (sulla falsariga di Rogerina come era chiamata quella del Frugardo), con “additiones” al testo originale. La data di questa edizione non è nota, ma è citata per la prima volta in un codice del XIII secolo (manoscritto 7035 della Bibliothèque National de Paris). Nella Rolandina, analogamente alla Rogerina, la maggior parte del materiale proviene direttamente dall’osservazione e dall’esperienza, e non da citazioni di autori precedenti come spesso avveniva all’epoca. La Rolandina fu stampata per la prima volta (in latino) a Venezia nel 1498 da Boneto Locatello per Ottaviano Scoto nell’ambito della Collectio Chirurgica. La prima edizione integrale in italiano è quella curata da G. Carbonelli (Roma, 1927). Trasferitosi a Bologna verso il 1250 (in quell’anno era sicuramente a Bologna come risulta da suoi scritti) vi fu lettore di medicina. Nel 1279 è ancora nominato negli elenchi dei professori dell’Università di Bologna. Non è certo dove morì, ma molto probabilmente a Bologna, dove certamente risiedeva ancora nel 1279.

Estratto da https://it.wikipedia.org/wiki/Rolando_Capelluti

Incipit cirurgia a magistro Rolando … dalla Chirurgia del Maestro Rolando, ms. Lat., 7134, f.1, senza data. Picture ID: 421808, Bibliotheque Nationale, Paris, France / bridgemanimages.com. https://www.meisterdrucke.us/fine-art-prints/French-School/421808/Ms-Lat.-7134-fol.1-Trepanation,-from-Chirugie-de-Maitre-Rolandi.html

 

Maestro Rolando, Trattato di Chirurgia, Roma Biblioteca Casanatense – Ms. 1382 http://www.lascuolamedicasalernitana.beniculturali.it/index.php?it/98/maestri&pag=13

 

 

 

 

 

 

1250-1326  CORVI GUGLIELMO, GUGLIELMO DA BRESCIA o DA CANNETO.

Corvi Guglielmo (Guillelmus Brixiensis, de Brixia, de Caneto, de Corvis). – Nacque verso il 1250 a Canneto sull’Oglio da Iacopo, nobile bresciano; ebbe almeno una sorella, Alda, sposa di Guidone de’ Buonamici, nobile ferrarese. Avviato dal padre alla carriera ecclesiastica, studiò filosofia e diritto a Brescia, sotto la guida dell’erudito giudice Albertano da Brescia. Conclusi gli studi, nel 1274 ebbe un primo incarico come insegnante di logica e filosofia all’università di Padova, come collega e poi successore del maestro Tredecinus; vi ebbe come allievo, tra gli altri, l’abate Engelberto di Edmont. Vi rimase cinque anni, ma dovette trovarsi in disaccordo con le teorie filosofiche e astrologiche colà dominanti, se preferì abbandonare l’insegnamento per dedicarsi a studi scientifici. In effetti pare che manifestasse un certo fastidio per le dispute sugli universali e per la logica scolastico-deduttiva, utilizzando piuttosto una logica induttiva, dal particolare all’universale e dagli effetti alle cause. Si trasferì perciò a Bologna, dove seguì le lezioni ippocratiche di Taddeo Alderotti e quelle del Salicetti [Guglielmo da Saliceto], laureandosi in medicina e fisica nel 1286 (si firmava infatti “magister in fixica”).Poco sappiamo di questo periodo bolognese, se non che partecipò alla vita culturale della città acquistandosi il soprannome di “aggregatore”, soprannome che provocò qualche equivoco tra i biografi, che talvolta confusero il Corvi con un omonimo che insegnò a Bologna dal 1386 al 1390, o con un certo Guillaume de Bresse o de Brezis, medico francese del Trecento, reggente alla facoltà medica di Montpellier.

Nel 1298 (ma la data è controversa) fu nominato archiatra pontificio da Bonifacio VIII, che lo fece contemporaneamente canonico di Parigi e lo dotò di alcuni feudi nel Ferrarese. A Roma continuò l’esercizio professionale anche per i privati, interessandosi tuttavia di studi vari, dalla storia antica alla botanica, per la quale cercò di semplificare la terminologia, insieme al medico romano Simeone De Cordo. Intorno al 1305 raggiunse il nuovo papa Clemente V ad Avignone, dove ricoprì la cattedra di medicina, di recente istituzione, proseguendo un suo autonomo distacco dall’autorità degli antichi.

Tale libertà di insegnamento suscitò qualche contrasto all’interno della Curia pontificia, tuttavia non tale da privarlo dell’appoggio del papa, che anzi gli attribuì vari redditizi canonicati, come quelli di Lincolti [Lincoln, Gran Bretagna] (senza l’obbligo della residenza), di Costanza, di Baupte e di Bologna: nel 1313 una bolla di Clemente V lo nominò arcidiacono di Bologna al posto di Guido de Baysio per i suoi meriti scientifici e per la “litterarum scientia”, senza che tale carica fosse stata da lui richiesta. In seguito anche Giovanni XXII lo nominò cappellano alla corte di Roma, sempre con dispensa dalla residenza. Rimase infatti ad Avignone, anzi pare che fosse solito ritirarsi in tranquilla meditazione sulle rive del Sorga, nei luoghi che saranno di lì a poco cantati dal Petrarca. Certo tale ricerca di quiete e di isolamento nasceva anche dalla volontà di tenersi lontano dalle polemiche e dalle fazioni; e questo può spiegare perché, per proseguire i suoi studi, preferì stabilirsi a Parigi, non sappiamo esattamente in quale anno. A Parigi il Corvi trascorse l’ultimo periodo della sua vita; vi incontrò tra gli altri il medico Lanfranco da Milano, già conosciuto a Bologna, e gli venne in aiuto (come a molti altri italiani) sia economicamente sia da un punto di vista scientifico. Il Corvi morì a Parigi verso il 1326, e vi fu sepolto.

Il Corvi lasciò per testamento una cospicua eredità vincolata al progetto di istituire un collegio a Bologna che ospitasse studenti poveri di Brescia, in un edificio da lui stesso acquistato precedentemente. Tale collegio, col nome di Istituto Bresciano, fu effettivamente operante (il Corvi aveva fornito anche i fondi per gestirlo e per dotarlo di insegnanti) per più di centoventi anni, diventando una delle più importanti istituzioni del genere a Bologna, finché l’eredità non fu dispersa per colpa di un avido abate.

Il Corvi fu autore di diversi scritti, fra i quali emerge un trattato di medicina generale, Excellentissimi medici Gulielmi Brixiensis Aggregatoris dictorum illustrium medicorum ad unamquanque aegritudinem a capite ad pedes practica, Venetiis 1508, di pp. 144, che descrive in centoventinove brevi capitoli altrettanti morbi attraverso una precisa classificazione e diligenti confronti fra di essi (cause, sintomi, località dove appaiono più frequentemente, persone più soggette ecc.); per ciascuno indica i rimedi e i farmaci più opportuni o le diete necessarie. Uniti alla Practica (da ciò derivò per qualcuno il soprannome di Aggregatore) sono due brevi trattati, De consilio observando tempore pestilentiae ac etiam de cura pestis tractatus perspicuus, e De febribus tractatus optimus, in cui il C. esamina gli effetti e le cure della peste, e sei tipi di febbre. Vanno ricordati infine: Thadaei Florentini et Guilielmi a Brixia Consilia, Coloniae 1603, un volume di consigli medici corretto dal medico bergamasco G. Grataroli (ne esiste un manoscritto alla Biblioteca Malatestiana di Cesena: cfr. Mucciolo, p.91); Tractatus de memoria artificiali, conservato alla Biblioteca Queriniana di Brescia, sui metodi per conservare e rafforzare la memoria; il codice Quaestiones quartae seu primi libri Avicennae recollectae sub Guilielmo a Brixia, presso la Ambrosiana di Milano (C. 115); frammenti di consigli medici in una miscellanea della Bibl. nazionale di Napoli (VIII. D. 35), e varie altre opere rimaste manoscritte o disperse.

Bibl.: M. Matthiolis De memoria, Romae 1482, Praef.;J. G. Schenk, Biblia Iatrica seu Bibl. medica, Francofurti 1609, p. 206; G. N. Pasquali Alidosi, Instruttione delle cose notabili della città di Bologna, Bologna 1621, p. 23; Id., Li dottori forastieri che in Bologna hanno letto teologia…, Bologna 1623, pp. 28, 30; D. Calvi, Scena letter. degli scrittori bergamaschi, I, Bergamo 1664, p. 308; G. A. Mercklin, Lindenius renovatus, Norimbergae 1686, p. 371; L. Cozzando, Libreria bresciana, I, Brescia 1694, p. 145; P. A. Orlandi, Notizie degli scrittori bolognesi, Bologna 1714, pp. 89 s.; B. Pez, Thesaurum anecdotorum, I, Augustae Vindelicorum 1721, pp. 429 s.; J. J. Manget, Bibliotheca scriptorum medicorum, I, Genevae 1731, pp. 50, 478; A. M. Quirini, Diatriba prelim. ad epist. F. Barbari, Brixiae 1741, c. XCIV; I. Facciolati, Fasti Gymna ii Patavini, I, Patavii 1757, p. XIII; J. Astruc, Memoires pour servir à l’histoire de la faculté de médecine de Montpellier, Paris 1767, pp. 181 s.; G. M. Mazzuchelli, Gli Scrittori d’Italia, II, 4, Brescia 1768, p. 2063; G. Tiraboschi, St. d. lett. it., IV, Modena 1774, pp. 166, 179 s.; A. Haller, Bibliotheca chirurgica, I, Basileae 1774, p. 168; Id., Bibliotheca medicinae practicae, I, Bernae 1776, p. 462; N. F. Eloy, Dict. histor. de la médecine, II, Mons 1778, p. 402; G. M. Mucciolo, Catalogus codicum manuscriptorum Malatestianae Caesenatis bibliothecae, I, Caesenae 1780, p. 91; G. Fantuzzi, Notizie degli scritt. bolognesi, III, Bologna 1783, p. 185; G. Marini, Degli archiatri pontifici, Roma 1784, I, pp. 34-41, 69; II, pp. 25, 50, 125; V. Malacarne, Delle opere de’ medici negli Stati della R. Casa di Savoia, I, Torino 1786, p. 27; G. B. Gallizioli, Della vitadi G. Grataroli, Bergamo 1788, p. 82; G. Labus, Discorso accademico sopra la vita e gli scritti di G. C., Padova 1814; F. M. Colle, Storia scientificoletter. dello Studio di Padova, I, Padova 1824, p. 67; IV, ibid. 1825, pp. 2529; A. Schivardi, Biografia dei medici illustri bresciani, I, Brescia 1839, pp. 9-19; S. De Renzi, Storia della medicina in Italia, II, Napoli 1845, pp. 166 s., 383, 390, 399; S. Mazzetti, Repertorio di tutti i professoridi Bologna, Bologna 1847, p. 170; M. A. Thomas, Extraits des archives du Vatican pour servir à l’histoirè littéraire du Moyen Age, in Mélanges d’arch. et d’hist., II (1882), pp. 442-45; A. Gloria, I monumenti della università di Padova, I, Padova 1888, p. 560; Biograph. Lex. der hervorragenden Aerzte aller Zeiten und Völker, II, Wien 1885, p. 86; M. Sarti-M. Fattorini, De claris ArchigynmasiiBononiensis professoribus…, I, Bononiae 1888, p. 297; E. Göller, Die Einnahmen der apostolischen Kammer unter Johann XXII., Paderborn 1910, pp. 32, 37, 40, 45, 49, 52, 58, 62, 67, 73; K. Sudhoff, Beiträge zur Gesch. der Chirurgie im Mittelalter, II, Leipzig 1918, pp. 419-21; P. Guerrini, Il collegio Lambertino dei bresciani, in Arch. venetotridentino, I (1922), p. 93; E. Wickersheimer, Dict. biogr. des médecins en France au MoyenAge, I, Paris 1936, pp. 320 s.; L. Simeoni, Storia dell’università di Bologna, I, Bologna 1940, pp. 124, 225; M. G. Siraisi, Taddeo Alderotti and his pupils: two generations of Italian medical learning, Princeton 1981, ad Indicem.

di Augusto De Ferrari

Estratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/guglielmo-corvi_%28Dizionario-Biografico%29/

 

Schivardi A., Biografia dei Medici illustri bresciani, Brescia, Venturini, 1839.

Il primo Medico che si presenta nellordine dei tempi è Guglielmo Corvi, del secolo terzodecimo, conosciuto anche dai cronicisti sotto il nome di Guglielmo da Brescia e di Aggregatore. Nacque nell’anno 1250 in Canneto [sull’Oglio], l’antico Bedriaco, grossa terra in riva all’Oglio,  famosa per battaglie dei Romani e di altri popoli, la quale appar­tenue alla bresciana provincia per molto tempo. Il padre, Jacopo, essendo in molta dovizia e di nobile prosapia, scorta la inclinazioue dell’unico suo figliuolo, lo avviò alla nostra città, perché mettesse opera agli studj elementari. In quel tempo infelicissimo per le guerre lombarde, per l’ostinato assedio, per le devastazioni e per quei disastri politici, che di tanto sangue e di tante lagrime bagnarouo queste contrade, era indarno il cercare, che alcun fiore di lettere fosse fra noi. Pure le cose venute a miglior condizione e a maggior civiltà (quando Brescia si governava a popolo: continuò in tale stato per tre secoli e mezzo), si elevarono in quelle tenebre alcuni intelletti a derivare splendore e lume anche fra’ bresciani. Basterà lo accennare il giurecousulto e filosofo Albertano i cui codici e le cui opere , preziosi depositi delle biblioteche furono tradotti dal latino idioma nel toscano da Bastiano de Rossi e stampati a Firenze l’anno 1610. Per gli insegnamenti di Albertano giudice di Brescia, il Corvi compiuti gli studj delle lettere ti adornava della filosofia del maestro, ed in quella crebbe così da uguagliare ne’ suoi teneri anni i migliori che professavano in quelle dottrine. La fama del suo preooce sapere non si arrestava nelle patrie mura, ma sparsa per l’Italia venne chiamato, non ancora giunto al quinto lustro, a leggere filosofia nella patavina Università – Siccome era il costume di que’ dì vestito l’abito ecclesiastico cominciava le sue lezioni di logica e metafisica in quella tenebrosa età, la quale non mandava segno ancora di una luce che dovea da quella sapiente scuola diffondersi. Della filosofia degli scolastici e degli astronomi riboccavano le opere degli scrittori, e continue antitesi, problemi sofistici, distinzioni senza numero erano il fondamento della scienza. Aristotele mascherato dagli Arabi ed Averroe si tenevano per norme infallibili, che dividendosi lo impero delle scuole fomentavano due strepitanti partiti. Non possiamo, dice Sprengel nella sua medica istoria, immaginare il diluvio di sottigliezze di che ridoadarono le scuole e fa stupore il vedere lo sviamento dell’umano intelletto ogni qual volta si legge, che il metodo scolastico veniva applicato anche alla pratica. Il Corvi invece di vagare in queste stranezze e nelle disputazioni quasi teologiche intorno alla questione che allora si agitava dell’esistenza delle tre specie di Universali secondo le tre antiche scuole Platonica cioè, Aristotelica e Stoica, dava un forte impulso alla meditazione della vera logica dottrina per salire dagli effetti alle cause e dal particolare al generale mediante le piu sottili analisi. E da credere che molto ottenesse, giacchè uno de’ migliori suoi allievi, Angelberto che fu poi abate della Stiria [Austria sud-orientale], scrivendo in Alemagna, appellava il suo maestro vir magnae reputationis. — Ma ad altra scienza si sentiva il nuovo filosofo irresistibilmente da natura chiamato, alla medicina.

Incominciò coll’esaminare come nelle scuole di quella Università si dettava questa scienza riguardo al pratico e teorico insegnamento. In esse istruiva Pietro d’Abano, ingegno però sopra il suo secolo, che il corpo umano aveva relazione con tutto l’universo e particolarmente colle costellazioni; che tutte le malattie sabivano un’influenza planetaria; che i giorni critici delle medesime dipendevano dalle fasi lunari; quindi diceva che il vigesimo giorno doveasi stimare più felice del diciottesimo, che non si dovesse mai prescrivere alcun rimedio senza prima consultare le stelle delle quali era a trarsi anche il pronostico delle infermità. Facile sarà lo scorgere se il Corvi educato alla sana filosofia potesse por mente e considerazione a tali stravaganti ipotesi , nelle quali con danno infinito delle scienze che per tanto tempo furono rapite le menti dei medici. Quindi lasciata la cattedra, dalla quale aveva per ciuque anni insegnato, andò a studiare medicina a Bologa. Fra le Università fiorenti nel secolo terzodecimo, questa portava il vanto sopra qualunque altra di Europa. In quel pontificio Liceo era Taddeo Alderotti, conosciuto meglio per Taddeo di Fiorenza, promotore della medicina Ippocratica, in fama di letterato e di pratico assai valente. Negli statuti di detta città si legge come i Bolognesi, per onorare tanto maestro, gli dessero la cittadinanza, sgravando lui ed i suoi discendenti da qualunque tassa o altra improntitudine. Alla scuola di questo professore il Corvi studiò e compì il scientifico suo corso, senza però mai abbaudonare i severi studj della filosofia. E qui ora frequentando le Biblioteche , che in quella città si erano già formate, ed ora le società letterarie che servirono di fondamento alle molte accademie di che in seguito Bologna si illustrò, e conversando coi più distinti precettori, vi dimorò diversi anni in grande credito, da meritarsi per le molte cognizioni il titolo di Aggregatore. Ecco come parla di lui il Fattorini nella sua opera = De Claris Archigymnasii Bononiensis Professoribns a saeculo XI usque ad saeculum XIV. Tom. I. Pars I. = Quae porro fama esset Scholae Medicorum Bononiensis, et nostri Collegii Medicorum inclinante seculo XIII, hoc insigni argumento comprobatur. Guillielmus Brixiensis, vir aetate sua celeberimus, qui et Canonicus Parisiensis fuit, et Archidiaconus Bononiensis et Aggregator vulgo in Schola Medica est appellatus, quem titulum sibi fecit iu subscriptione insignis operis ab eo editi, quod practica inscribitur, postquam annis multis dialecticam et philosophiam publico stipendio docuisset in Scholis patavinis, cum ad Medicinam se conferre vellet, Bononiam venit seque erudiendum traditit T. Alderotti; quo auspice, doctoris insignia in nostro Collegio accepit …. … Et revera ex monumentis nostris, quae cum epistola Engelberti mire consentiunt, manifestum est, Guillielmum Brixiensem anno MCCLXXXVI Bononiae fuisse Magistrum quidem in Phisica tunc oppellatum, sed nondum doctoris titolo insignitum. Itaque vir ille clarissimus Conventum in Medicina suscepit, ut inquit Engelbertus, idest, doctor in conventu Magistrorum nostrorum creatus est sub illud fere tempus, quo nata est nostra Medicorum Universitas.

In quel mezzo tempo che soggiornò in Bologna, il Corvi scrisse diversi trattati, i quali videro poi la luce in Venezia nel 1508, per cura del tipografo Locatello. Il primo = Ad unam quamque aegritudinem a capite ad pedes Practica, e diviso in 129 articoli, dove descrive quasi tutti i morbi a cui è soggetta l’umana specie ed accenna i rimedj per debellarli. Il secondo = De peste, et de consilio observando tempore pestilentiali, ac etiam de cura pestis: lo scrisse quando tale pestilenza infieriva in Italia. Dal Mazzuchelli è citata altra sua produzioue = De Medicinis simplicibus ex variis auctoribus: che dice essere stampata senza nota di luogo, di tipi e di anno. – Presso Giovanni Rodi da Padova, al dire del Bresciano Peroni, esistevano due manoscritti del medesimo professore: l’uno portava per titolo Consilia Medica, intorno alla correzione del quale si affaticò il dottor Grataroli bergamasco, come lo afferma il Gallizioli nella vita di esso medico; l’altro de Ægritudinibus particularibus, che io vanamente ho ricercato nelle vecchie librerie per darne una particolare relazione. Matteo Mattioli da Perugia nel suo opuscolo sulla memoria, fa menzione d’un altro scritto, che esiste nella Quiriniana appellato = Tractatus de memoria artificiali, diviso in due parti. Nella prima parla del modo di accrescere il dono della memoria, non allontanandosi da quanto prescrive Cicerone, nella seconda dà le regole mediche per conservarla.

Dichiarato il nostro Guglielmo maestro in fisica e medicina, fu nell’anno 1288 a Roma decorato della dignità di Archiatro pontificio presso Bonifacio VIII. Sedeva questo pontefice nella sedia di Piero per il gran rifiuto di Celestino V, ma in tempi difficili e tempestosi per gli umori ghibellini e specialmente dei Colonna, nemici sempre ai papi, e per le dissenzioni fra i sovrani di Europa che Bonifacio ancora cardinale eveva inutilmente tentato di ricomporre. Proclamato Pontefice ebbe a tollerarsi quegli infortunii e quelle tante tribulazioni che innanzi tempo lo condussero a morte. Il novello Archiatro ottenne molti onori e beneficj da quella corte, avendolo il papa nominato canonico di Lincolme [Lincoln] d’Inghilterra e di Parigi, e poscia archidiacono della Chiesa Bolognese, siccome era usanza di quei dì, dispensandolo però sempre dalla residenza. Fu richiesto dai principali di Roma, per cui crebbe in molta dovizia, e la sua casa era visitata continuamente dai più distinti uomini contemporanei, che anche da lontano venivano per consigli, interpretazioni, e perciò che appartiene principalmente alle arti consolatrici della sua professione. Si strinse in amistà con un Simeone De Cordo genovese, addetto alla medesima corte, assai benemerito della materia medica avendola resa meno confusa col togliervi le arabiche denominazioni. Gli si associò per superare le difficoltà che presentava la storia delle piante riguardo alla Terminologia antica, con quella che si incominciava a quel tempo a praticare. Tranquillo e pacifïco nel suo gabinetto, non prese mai parte alcuna a quelle fazioni i cui terribili effetti sono abbastanza noti, contento a una vita riposata e onoratissima pel ministero dell’arte sua e delle sue virtù. – Versato com’egli era nella storia dei nostri padri, in un soggiorno come quello di grandi riminiscenze e veramente romane, portavasi, col suo immaginare nei secoli che furono, a contemplare gli avanzi di obelischi, di templi ancora fumanti di sanguinei riti, di circhi e di mausolei, che nelle loro rovine nascondono le ossa di coloro ch’ebbero il primato del mondo per la forza, come al presente della religione pei papi, e delle arti pel sapere italiano.

Morto Bonifacio, la parte francese elesse papa Bertrando de Got, che prese nome di Clemente V, il quale per personali vantaggi, trasportò la sede aposlolica in Avignone; fermata poi in detta città per settant’anni, e ivi dimorarono sette pontefici, con danno grande di tutto l’orbe cattolico, e particolarmente di Italia. Il Corvi lo seguitò in Avignone, conservando il suo ufficio di Archiatro, e ottenendo sempre nuovi onori ed emolumenti, fra gli altri, come lo conferma il Marini, quello di avere il Feudo della Catena nella Legazione Ferrarese, dopo che il papa con forte esercito ebbe ripreso ai Veneziaui Ferrara. A questa brillantissima corte venne festeggiato da tutte quelle persone, dalle quali il pontefice riceveva omaggi.

Erano scorsi pochi anni dacchè in Avignone il conte di Provenza, Carlo II, aveva istituita la Università, la quale venne poi in seguito diretta ed ajutata dai pa­pi, e dopo questi da altri principi. Il bresciano Archia­tro, che veniva sempre crescendo nella rinomanza, e come pratico-medico, e come precettore di teoriche poichè univa ad una l’insegoamento della scienza coll’esercizio della medesima, ebbe incarico di insegnare inoltre pubblicamente in quella nascente scuola la medicina e la filosofia, che dettata con si gran plauso aveva in Padova. Svelava con filosofico ardire gli errori degli antichi maestri e de’ loro partigiani, insegnando che nell’una scienza e nell’altra la ragione debb’essere indipendente dalle autorità, e il ritrovamento di una verità dipendere dall’esatto criterio e dal metodo analitico, non da quella volgare opinione, allora più che mai in moda, di starsi schiavi a quanto aveva detto o pensato un nome illustre. Non ex vulgi opinione, sed ex sano judicio, esclamava il gran Bacone di Verulamio [Francesco Bacone], ragionando in più tarda età, intorno a quelle proposizioni.

Per togliersi poi il Corvi alle molteplici occupazioni, si ritirava soventc fuori della città, lungo le sponde del Rodano e del Sorga, e là tra i boschetti incantevoli che attorniano Valchiusa, cercava alcun ricreamento all’affaticato suo animo. Fortunte solitudini, che dopo alcuni lustri ripetevano i canti di quel cigno immortale di Sorga [Petrarca e Laura sulle rive del fiume Sorga, nei pressi di Fontaine-de-Vaucluse in Provenza], e il fremito di una lira che geme sulle sventure della sua patria e sulla perdita di quell’adorabile Laura, che natura nell’effigiarla sè stessa aveva superato!

Ma la Ponlificia Corte non aveva più pel nostro concittadino attrattive, anzi non eragli che continua fonte di amarezze e disgusti per la nuova licenza, che ivi signoreggiava, non compatibile ad uomo di natura grave e severa. Inoltre all’invidia, che il suo merito naturalmente suscilava, e all’essere di patria italiano in forestiera corte, si aggiungeva il predicare che egli faceva continuamente della verità, non cortigiano a nessuno e solo ascoltante la voce sacra di sua coscienza. Il rammarico inoltre per gli avvenimenti che dovevano succedere in Italia, ch’egli nella sua mente presagiva, che tanto segnalarono il secolo XIV, tutto in somma fu causa a congedarsi. Non è a dire come i suoi veri ammiratori ponessero in opera ogni ma­niera di arti per trattenerlo, e lo stesso successore di Clemente, Giovanni XXII oltre a conservargli le sue cariche, lo innalzava eziandio ad altre maggiori e straordinarie. … Ma non si arrese alle insinuazioni degli amici e del principe, per cui, spogliatosi delle sue dignità e de’ suoi impieghi, andossene a prendere stanza a Parigi, per compiere tranquiliamente gli ultimi anni dell’operosa sua vita.

Ivi rivide fra gli altri il suo antico amico Lanfranchi di Milano, quel sì illustre ristoratore della chirurgia francese, che aveva conosciuto a Bologna alla scuola di Salicetti [Guglielmo da Saliceto]. Quel maestro tornava a vera gloria la fran­cese chirurgia dall’avvilimeuto in che era caduta per l’orgoglio de’ medici, ponendola nel dovuto posto di onore. Mise inoltre i primi fondamenti della tanto de­cantata chirurgica accademia di  Parigi e fece risolvere, al dire di Portal e Cooper, uomini d’ingegno e dotti a coltivarla come scienza.

Col Lanfranchi visse in assai affezione il Guglielmo di Brescia il rimanente de’ suoi giorni, mettendo a parte l’amico di sue immense ricchezze , il quale non seppe rifiutarle, perché balestrato dalla malvagia fortuna e fuggente il nativo paese per politiche vicende, menava vita combattuta e meschina. Altri compatrioti furono dalla sua generosità protetti ed ajutati, fino agli estremi momenti della sua esistenza, nel che noi poniamo la prima e principal lode che al vero filosofo si convenga. Egli morì nell’anno 1326 nel settantesimo sesto della età sua, e benchè la sua salma fosse sepolta in estranea terra, venne però bagnata dalle calde lagrime della riconoscenza de’ suoi beneficati, unica gioja che ha oltre la tomba chi lascia alcuna eredità di affetti.

Fra le qualità che ornavano la mente ed il cuore del Corvi, riluce principalmente la liberalità, e l’amore santissimo della patria, alla quale lasciò morendo le molte sue dovizie. Parte di queste usò col dotare largamente di una prebenda canonicale nel nostro duomo, la quale esiste tuttavia, e coll’altra, per avventura la più considerevole, volle istituire in Bologna presso san Barbaziano un Collegio, nel quale potessero essere mantenuti cinquanta giovani a dar opera alle scientifiche facoltà, ordinando che si dovessero sempre preferire quei Bresciaui che avessero avuto più amica la natura che non la fortuna. Tale benefica fondazione portò il titolo di Istituto Bresciano, sino al pontificato di Eugenio IV, cioè cento vent’anni dopo che era stato eretto. Dal medesioio papa venne poi arbitrariamente soppresso ed unite le sue rendite, che erano assai notevoli, al collegio che si disse di Gregorio. Ma se una mano vio­lenta, dice l’insigue archeologo Labus in una sua Memoria, lo ha fatalmente distrutto, rimane perciò sdebitata la nostra riconoscenza verso la mano liberale, virtuosa e magnifica dell’ottimo concittadino, che l’avea concepito e fondato?

A concludere il nostro ragionamento diremo, che fu grave il dolore il non rinvenire nella stessa sua patria alcuna opera per farne intiero e particolare giudizio, e quindi essere noi nella necessità di starci contenti al concetto che di esse ne formano gli scrittori contemporanei e gli storici posteriori. Non volemmo perciò che fosse dimenticato il nome, per quanto era del nostro potere di Guglielmo Corvi da Brescia, uomo letterato, filosofo, e, cio che assai più monta, sincero, liberale, virtuoso, e il facemmo principalmente per mostrare il modello di tale, che unì in dolcissimo modo le doti del cuore a quelle della mente, dono che di rado i cieli concedono agli uomini.

Estratto da Schivardi A., Biografia dei Medici illustri bresciani, Brescia, Venturini, 1839.

Excellentissimi medici Guilielmi Brixiensis aggregatoris dictorum illustrium medicorum Ad unamquamque egritudinem a capite ad pedes practica: … Eiusdem de febribus tractatus optimus. De peste. De consilio obseruando tempore pestilentiali: ac etiam de cura pestis tractatus perspicuus eiusdem. [Venezia] : impressa mandato & expensis heredum … Octauiani Scoti ciuis ac patritij Modoetiensis: per Bonetum Locatellum Bergomensem, 1508 decimo die mensis Octobris.

 

Incipit. Pratica dell’eccellentissimo medico Guglielmo da Brescia aggregatore di illustri medici per qualunque malattia dalla testa ai piedi.

Colofon.E con questo termina la pratica dell’eccellentissimo dottore e medico il signor Guglielmo da Brescia aggregatore dei detti di illustri medici per ciascuna malattia dalla testa ai piedi, insieme al trattato sulle febbri e anche al trattato del medesimo sopra la peste, ora per la prima volta stampati ad uso comune. Stampata per ordine e a spese degli eredi del nobile signore il fu Ottaviano Scoto, cittadino  e patrizio di Monza, dal prete Bonetto Locatelli da Bergamo nell’anno 1508 il giorno 10 ottobre con il favore di Dio Ottimo Massimo a cui sia gloria, onore e virtù nei secoli dei secoli amen.

Nota bene, o lettore. Lo stampatore ossia il libraio per decreto del Serenissimo ed Eccelso Dominio per speciale privilegio ha ottenuto che a nessuno sia consentito stampare quest’opera nè farla stampare, nè venderla in questa città nè altrimenti del Serenissimo Dominio nè venderla dopo averla fatta stampare altrove, sotto pena comminata nello stesso privilegio, come da atto depositato nell’ufficio dei signori avogadori. 

 

Estratto da Excellentissimi medici Guielmi brixiensis aggregatoris dictorum illustrium medicorum Ad unamquamque egritudinem a capite ad pedes practica: … Eiusdem de febribus tractatus optimus. De peste. De consilio obseruando tempore pestilentiali: ac etiam de cura pestis tractatus perspicuus eiusdem. [Venezia] : impressa mandato & expensis heredum … Octauiani Scoti ciuis ac patritij Modoetiensis: per Bonetum Locatellum Bergomensem, 1508 decimo die mensis Octobris. Custodito nella Biblioteca della Fondazione Ugo da Como, Lonato, Brescia.

 

 

 

 

 

1257-1315. PIETRO D’ABANO.

Pietro d’Abano. – Nato ad Abano (Padova) verso il 1250, fu figlio di Costanzo  (Constantius) della famiglia de Sclavione, notaio del sigillo del Comune di Padova. Le testimonianze più importanti, pur se problematiche, per la cronologia della vita e delle opere di Pietro sono due, ovvero quelle relative al soggiorno parigino e a un viaggio a Costantinopoli, ricordate nell’Expositio succincta Problematum (Exp. Probl.). Dal colophon dell’opera si ricava che Pietro, forse negli ultimi Dieci anni del XIII secolo, fu all’Università di Parigi, dove iniziò la composizione dell’Exp. Probl., completata a Padova nel 1310. Dal Prologo si ricava, invece, che in un periodo non meglio determinabile si recò a Costantinopoli per apprendere la lingua greca. I riferimenti a viaggi in Sardegna e in Scozia, accennati nel De venenis e nell’Exp. Probl., non trovano conferma nella documentazione, e sono difficilmente interpretabili, in quanto, almeno nell’Exp. Probl., il rinvio a un’esperienza «personale» è utilizzato da Pietro non come riferimento a quanto accaduto a lui stesso (spesso infatti si tratta di riprese o allusioni da altre opere), ma come strategia espositiva per confermare, precisare, o inficiare le affermazioni delle sue fonti e auctoritates (in particolare Aristotele). Il riferimento a tali esperienze va letto perciò non in chiave biografica, ma specificamente letteraria. Il soggiorno parigino è invece documentato da una testimonianza del 1298 relativa a un incontro con Raimondo Lullo. Durante il soggiorno a Parigi, Pietro dovette non solo frequentare l’Università, ma anche insegnarvi; al riguardo non si ha peraltro documentazione diretta. Meglio documentata è, invece, l’attività intellettuale svolta a Parigi, riflessa dal completamento della Compilatio physionomiae nel 1295 e forse della traduzione latina basata su una versione francese delle opere di Abraham ibn Ezra conclusa nel 1293. L’ipotesi che il Conciliator e l’Exp. Probl. durante il soggiorno parigino siano stati completati, o redatto in gran parte (il primo) e iniziata (la seconda), andrà comunque confermata con ulteriori analisi dei rimandi incrociati inclusi nelle due opere, che potranno indicare la datazione relativa delle varie sezioni di esse. Il viaggio a Costantinopoli (durante il quale Pietro non reperì – come da alcuni si afferma – un codice dei Problemata pseudoaristotelici diverso da quello usato da Bartolomeo da Messina, né iniziò una nuova traduzione dell’opera, ma tradusse i Problemata dello Pseudo-Alessandro d’Afrodisia, quelli di Cassio Iatrosophista, e i cosiddetti Problemata inedita o addita) deve essere invece collocato tra il soggiorno parigino e il ritorno a Padova, e dopo l’inizio del commento ai Problemata. La data del rientro a Padova va collocata attorno al 1302 (sulla base del colophon del manoscritto della Biblioteca de l’Escorial, F.I.11, che trasmette la versione dei Problemata dello Pseudo-Alessandro d’Afrodisia); ma è stato proposto anche il 1303 e il 1307. Quest’ultima data è sostenuta dal richiamo, nello statuto del 22 maggio 1307, di una riformanza del 1306 volta a ottenere i servizi di Pietro come maestro dello Studium patavino.

L’attività accademica di Pietro all’interno dello Studium è tracciata da Jacopo Facciolati nei Fasti Gymnasii Patavini; l’erudito afferma che insegnò a Padova dopo la morte di Mondino di Cividale del Friuli, dopo aver ottenuto la laurea a Parigi. Al periodo padovano risalgono la revisione del Conciliator, completata verso il 1310, quella dell’Exp. Probl., e la redazione del Lucidarium e del De motu octavae spherae. L’ultimo decennio della sua vita fu caratterizzato anche da controversie e processi. Nel 1303-1304 fu forse in contrasto con i domenicani di Saint-Jacques sull’origine dell’anima, e accusato di fronte all’Inquisizione, così come nel 1306, e nel 1312 a Padova. Difficile è la ricostruzione della controversia del 1304, di cui Pietro stesso è l’unico testimone nelle differentiae 9 e 48 del Conciliator, dove ricorda che l’accusa consisteva nell’aver sostenuto l’origine materiale dell’anima intellettuale, tesi condannata sin dal 1277, e di essere sfuggito alla condanna soltanto grazie all’intervento papale; tali affermazioni sull’origine dell’anima però non trovano conferma nell’opera di Pietro e ciò induce a credere che la contestazione rivoltagli fosse un’altra, come l’adesione all’astrologia. Il processo del 1306, testimoniato dal solo Scardeone, rinvia a una denunzia di eresia e negromanzia fatta da un altro medico, Pietro da Reggio; non risulta nessuna prova, però, del fatto che tale accusa abbia condotto davvero a un processo. Il processo del 1312, infine, fu iniziato dall’inquisitore Ruggero de Petriolo che consultò dottori ed ecclesiastici per vagliare un’accusa di eresia nei confronti di Pietro. Non è chiaro, neppure in questo caso, il merito dell’accusa: non è, infatti, dimostrabile sulla base del Conciliator che Pietro abbia negato la resurrezione, né è certo che l’accusa sia riferibile a una pratica di negromanzia o a opinioni razionalistiche (negazione dell’intervento soprannaturale nella vita umana, tendenza a spiegare gli eventi mirabili attraverso cause naturali). Non è possibile determinare l’esito del processo. I documenti conservati – tra cui una professione di fede del 24 maggio 1315 e il testamento (due giorni più tardi) dello stesso Pietro, che non lasciò i propri beni agli eredi, ma li affidò alla protezione del Comune e gli atti concernenti il possesso di tali beni da parte dei figli (1318 e 1321) – fanno pensare che Pietro, morto mentre il dibattimento era in corso, fu assolto. L’assoluzione avrebbe infatti permesso ai familiari di entrare in possesso dell’eredità. Priva di fondamento è, comunque, la leggenda secondo cui Pietro sarebbe stato condannato post mortem, e le sue ossa o la sua effigie bruciate pubblicamente. Il testamento di Pietro è assai importante anche per analizzare la sua rete di relazioni con il mondo intellettuale padovano e parigino. Fu infatti redatto da Albertino Mussato, e tra i testimoni è attestato il filosofo Marsilio da Padova, il quale fu anche il tramite attraverso il quale Pietro fece pervenire a Jean de Jandun a Parigi una copia dell’Expositio succinta problematum. La data di morte non è dunque determinabile con certezza, ma va collocata tra il 1315 e il 1316, come testimonia Tommaso di Strasburgo nei Commentaria super IV libros Sententiarum (IV, dist. 39, a. 4, cit. attraverso Federici Vescovini, 1992). La documentazione padovana (comunale e universitaria) offre dati ulteriori sulla sua famiglia, e in particolare sui tre figli, Benvenuto, coinvolto in una rissa nel 1325, Pietro e Zuffredo, attestati da atti patrimoniali e testamentari. Data la mancanza di documentazione relativa a un probabile matrimonio di Pietro, è stata avanzata l’ipotesi di una loro nascita illegittima; tale ipotesi non può essere però né confermata né smentita.

La fortuna di Pietro fu varia e complessa, ma vivissima, in particolare nel Rinascimento. Nel 1420 venne posta, sotto il suo busto nel palazzo della Ragione di Padova, un’iscrizione che ricordava la sua fama di astrologo; un altro ritratto è fornito da Hartmann Schedel nella sua silloge delle epigrafi patavine trasmessa dai codici monacensi Clm 396 (c. 96v) e 716 (c. 180rv), e proveniente forse dal Liber chronicarum (per cui si veda l’ed. Parisi, pp. 36 s.). Anche nei decenni successivi, le controversie e i processi subiti alimentarono la leggenda (oggi rigettata) di un Pietro mago, occultista ed eretico condannato post mortem dalla Chiesa: così egli appare nei portraits di Giovanni Michele Alberto Carrara e Michele Savonarola, nelle critiche rivoltegli da Gianfrancesco Pico della Mirandola nelle Disputationes adversus astrologos (qui VII, 7), e nella condanna della praecantatio oggetto della differentia 156 del Conciliator pronunciata da Symphorien Champier negli Additamenta all’opera. Di queste accuse fece giustizia Gabriel Naudé, che nell’Apologie pour tous les grands personnages qui ont esté faussement soupçonnez de magie (1625) separò lo studio della natura e della filosofia naturale condotto da Pietro dalla pratica della magia e dell’occultismo. Alla leggenda di un Pietro mago e occultista è legata anche l’attribuzione, da parte di Tritemio o di Cornelius Agrippa di Nettesheim, di opere di magia, scienze occulte e negromanzia come gli Elementa magica, l’Heptameron, l’Elucidarium necromanticum, il Liber experimentorum mirabilium secundum 28 mansionibus lunae, una Geomantia, un’Alchimia, e una raccolta di Profezie in volgare italiano e latino (elenco in Federici Vescovini, 1992, p. 35). Oggi respinta o fortemente ridimensionata è anche l’ipotesi di Pietro capofila dell’averroismo padovano; grazie agli studi di Bruno Nardi, si preferisce vedere in lui un esponente di una filosofia eclettica e aperta a differenti influssi, e non più strettamente legata alla teologia e alla filosofia scolastica.

Opere. Gli scritti autentici di Pietro – l’importanza dei quali sta nell’ampio ventaglio delle discipline praticate (medicina, filosofia naturale, astronomia e astrologia), nella connessione con diverse tradizioni filosofiche e scientifiche contemporanee, nella varietà delle tipologie di opere redatte e nella specificità delle fonti e dei testi modello (lo Pseudo-Aristotele, le fonti astrologiche, il corpus Galenicum), che non appartenevano al curriculum standard della cultura accademica – si dividono in quattro categorie: opere filosofiche, astrologiche, mediche, e traduzioni (nei tre sottogruppi delle opere di Galeno, di Ibn Ezra e di Cassio Iatrosofista/Alessandro di Afrodisia). Il principale scritto filosofico di Pietro è il Conciliator, redatto in una prima versione verso il 1303, e in una seconda nel 1310, in cui 210 questioni (differentiae) relative a vari aspetti della medicina teorica e pratica e oggetto di controversia tra medici e filosofi sono trattate mettendo in contrapposizione il mos medicorum e il mos philosophorum. L’opera ebbe diffusione manoscritta limitata: 13 manoscritti completi, 2 parziali; la parafrasi di Pierre Franchon de Zelande è conservata nel codice Bruxelles, KBR, 10870-75. Maggiore il successo a stampa: 8 incunaboli, e almeno 10 edizioni cinquecentesche (tra cui le giuntine del 1548 e 1565, corredate dalle cribrationes di Symphorien Champier). Il Conciliator fu utilizzato ancora nel XVII secolo, come dimostra il Conciliator enucleatus seu differentiarum philosophicarum et medicarum di Gregor Horst.

Maggiormente diffusa nei manoscritti è l’Expositio succinta Problematum, commento dedicato ai Problemata pseudoaristotelici: 29 manoscritti, 20 dei quali completi (9 nel testo originale di Pietro, 11 nella versione di Jean de Jandun) e almeno 3 stampe (insieme alla sola traduzione di Bartolomeo da Messina, o a questa e alla versione di Teodoro Gaza). Nel Trecento Evrart de Conty, per la versione francese dei Problemata utilizza la Exp. incorporandone brani nella sua traduzione, a sostituire sezioni difficilmente comprensibili del testo pseudoaristotelico; nel Seicento, la Exp. è ancora usata dal principale commentatore moderno dei Problemata, il medico milanese Ludovico Settala.

Il principale scritto medico di Pietro è la Compilatio physionomiae, terminata, secondo il colophon del manoscritto (Paris, Bibliothèque national de France, Lat. 16089), il 24 maggio 1295 a Parigi e inviata in una prima versione al dedicatario (Bardellone Bonacolsi signore di Mantova), poi riscritta per evitare che cadesse in mani sbagliate. Le incoerenze del testo dipendono forse da ciò, ma anche dall’oggettiva difficoltà del discorso, che collega fisiognomica, teorie della generazione e spiegazioni astrologiche (preludendo al Conciliator). Eterogenee le altre opere mediche di Pietro, comunque legate alla medicina universitaria contemporanea. Il De venenis, uno dei principali testi medievali di tossicologia basato probabilmente sulle opere di Avicenna e dello Pseudo-Mesue, non solo descrive le caratteristiche tossiche di sostanze minerali, vegetali e animali, ma inquadra la loro azione sul corpo umano in un sistema teorico complesso basato sulla teoria avicenniana della forma specifica e sul ruolo delle forze celesti su tale forma. Composto nei primi anni del XIV secolo, è trasmesso in numerosi manoscritti, e fu tradotto in francese due volte durante il Rinascimento, la prima da Carme Oger nel 1402 (conservata nel codice Paris, Bibliothèque national de France, Fr. 13280), la seconda da Lazare Boet (stampata a Lione nel 1593), e tre volte in italiano, pochi decenni dopo la sua redazione. Le Additiones super Mesue (mai analizzate in modo approfondito, e di incerta attribuzione) sono costituite da 19 capitoli concernenti le malattie del cuore e dell’apparato digerente che, nell’edizione Venetiis 1495 dei Canones universales, seguono l’opera di Mesue (cc. 111rb-121rb); sono inoltre noti per ora 10 manoscritti (lista in Thorndike, 1944). Vanno menzionate infine le note al Dioscorides alphabeticus (compilazione ricavata dal De materia medica legata a Costantino Africano e alla scuola medica di Salerno) tràdite dal codice Paris, Bibliothèque national de France, Lat. 6820 e riprodotte nella stampa del Dioscorides alphabeticus (Colle 1478), che presentano punti in comune con le nozioni di farmacopea presenti nell’Exp. Probl., ma sono probabilmente anteriori.

Le principali opere astrologiche di Pietro, il Lucid. (redatto tra 1303 e 1310) e il De motu octavae spherae, sono contemporanee al Conciliator e all’Exp. Probl. Poco diffusa la prima (3 manoscritti; un quarto, il Marciano lat. VI. 156 [2672], che conteneva l’opera, è attualmente mutilo di tale sezione), maggiormente la seconda (12 testimoni noti, in due redazioni diverse, una vicina all’originale, la seconda ricollegabile a un redattore attivo verso il 1385; lista in Federici Vescovini, 1992), i due testi costituiscono il fondamento del pensiero astrologico di Pietro, e puntano soprattutto alla giustificazione del fondamento razionale di questa scienza. In particolare, il Lucid. affronta in sei differentiae questioni fondamentali per lo studio degli astri, tra cui la scientificità dell’astronomia, il moto dei corpi celesti, o il numero delle sfere. Il De motu octavae spherae, invece, è dedicato alla questione della precessione degli equinozi causata dall’inclinazione dell’eclittica. Il trattato contiene anche indicazioni riguardo alla costruzione di un astrolabio (una delle possibili ragioni del suo successo), e una discussione sulle diverse tipologie di moto celeste in relazione con la connessione delle sfere, attraverso cui le virtù vengono trasferite da elementi superiori a elementi inferiori (Federici Vescovini, 1992, p. 344).

Le traduzioni di Pietro più studiate sono quelle dei testi galenici e, a eccezione del completamento della Methodus medendi tradotta da Burgundio Pisano nei soli libri VII-XIV, riguardano testi minori del corpus galenico, e non ebbero grande diffusione manoscritta (lista dei codici in D’Alverny, 1985; Fortuna, 1998). Rapidamente eclissate dalle versioni di Niccolò da Reggio, presentano un’elevata fedeltà al testo greco, ma anche una rigidità espressiva forse ricollegabile alla scarsa conoscenza della lingua, e un complessivo carattere ‘amatoriale’, nella scelta dei testi e nella resa del contenuto. Sono problematiche la datazione (ante 1303, per le citazioni presenti nella prima redazione del Conciliator; il termine post quem è sconosciuto), e il testo greco di riferimento (forse i mss. Marciano gr. 276 e Marciano gr. 282, o Modena, Mut. gr. 109). Mancano studi sulle versioni (stampate a Venezia nel 1507, e peraltro di dubbia attribuzione) delle opere di ibn Ezra.

Fonti e Bibliografia. Repertorio bibliografico in M. Klemm, Peter of Abano, in Aristotle’s Problemata in different times and tongues, a cura di P. De Leemans – M. Goyens, Leuven 2006, pp. 307-310. Si veda inoltre: www.pietrodabano.net. Edizioni a stampa delle opere (elenco in S. Ferrari, I tempi, la vita, le dottrine di P. d’A., Genova 1900, pp. 135-148): Tractatus de venenis, Paduae 1473 (ed. parziale in Pietro d’Abano, Il trattato De venenis commentato dal Prof. A. Benedicenti, Firenze 1949); Pedri Padubanensis liber compilationis physiognomiae, Paduae 1474; Dioscorides alphabeticus, Colle 1478; Hippocratis libellus de medicorum astrologia a Petro de Abano in latinum traductus, Venetiis 1485; Opera Mesue, Venetiis 1495; Abrahe Avenaris Iudei Astrologie peritissimi in re iudiciali opera, ab excellentissimo Philosopho Petro de Abano […] in latinum traducta, Venetiis 1507; Aristotelis Problematum cum duplici translatione cum commento Petri de Apono, Parisiis 1520; Conciliator, Venetia 1565, rist. Padova 1985, a cura di E. Riondato – L. Olivieri. Sull’Exp. Probl., N.G. Siraisi, The Expositio Problematum of Peter of Abano, in Isis, LXI (1970), pp. 321-339; E. Dévière – M. Goyens, Le développement du vocabulaire médical en latin et moyen français dans les traductions médiévales des Problemata d’Aristote, in The Medieval Translator 11: la traduction vers le moyen français (Actes du Colloque de l’AIEMF, Poitiers… 2006), a cura di C. Galderisi, Turnhout 2007, pp. 259-282; I. Ventura, Translating, Commenting, Re-translating: the medical sections of the Pseudo-Aristotelian Problemata and their readers, in Science translated / La science en traduction. Proceeding of the international Congress… 2004, a cura di M. Goyens – P. de Leemans – A. Smets, Leuven 2008, pp. 123-154; G. Coucke, The needle in the haystack. In search of the model of Peter of Abano’s Expositio problematum, in Revue d’histoire des textes, IV (2009), pp. 179-213; Id., Translation and Textual Criticism in the Middle Ages: Pierre of Abano’s Expositio problematum (1310), in Filologia mediolatina, XVI (2009), pp. 161-185; T. Swaenpoel, Les deux versions des ‘Problemata’ de Pierre d’Abano, ibid., pp. 215-245; M. Van der Lugt, Genèse et postérité du commentaire de P. d’A. sur les Problèmes d’Aristote. Le succès d’un hapax, in Médecine, astrologie et magie entre Moyen Age et Renaissance: autour de P. d’A., a cura di J.-P. Boudet – F. Collard – N. Weill-Parot, Tavarnuzze 2013, pp. 155-182.

Sul Conciliator, L. Olivieri, P. d’A. e il pensiero neolatino. Filosofia, scienza e ricerca dell’Aristotele greco tra I secoli XIII e XIV, Padova 1988, pp. 105-109; B. Delaurenti, Variations sur le pouvoir des incantations. Le traité Ex Conciliatore in medicinis dictus Petrus de Abano de Pierre Franchon de Zelande, in Archives d’histoire doctrinale et littéraire du Moyen Age, LXXIV (2007), pp. 173-235.

Sulla Compilatio Phisionomiae, D. Jacquart, Autour de la Compilatio Phisionomiae de P. d’A., in Médecine, astrologie… cit., pp. 231-246.

Sul De venenis, A. Pazzini, Crestomazia della letteratura medica in volgare dei due primi secoli della lingua, Roma 1971, pp. 167-187 (sulla traduzione italiana; lista di manoscritti diversa rispetto a Thorndike 1944, p. 209); G. Sodigné-Costes, Un traité de toxicologie médiévale: le Liber de venenis de P. d’A. (traduction française du début du XVe siècle), in Revue d’histoire de la pharmacie, XLII (1995), 305, pp. 125-136; J. Chandelier, Théorie et définition des poisons à la fin du Moyen Age, in Cahiers de recherches médiévales, XVII (2009), in http://crm.revues.org/ 11500; F. Collard, Le De venenis de P. d’A. et sa diffusion: d’une traduction à l’autre (1402-1593), in Médecine, astrologie… cit., pp. 203-229.

Sulle note al Dioscorides alphabeticus, cfr. I. Ventura, Il Dioscorides alphabeticus: un esempio di farmacopea arabo-latina, in Circolazione dei saperi nel Mediterraneo. Filosofia e scienze (secoli IX-XVII)/Circulations des savoirs autour de la Méditerranée. Philosophie et sciences (IXe-XVIIe siècle), a cura di G. Federici Vescovini – A. Asnawi, Fiesole 2013, pp. 159-166; Ead., Botany, dietetics, and pharmacy in Peter of Abano’s Expositio Problematum: on sections XX, XXI, and XXII, in Philosophy between text and tradition: Petrus de Abano and the reception of Aristotle’s Problemata in the Middle Ages. Acts of the International workshop and postgraduate conference, Freiburg im Breisgau 2007, a cura di P. De Leemans – M.J.F.M. Hoenen, Leuven, in corso di stampa.

Sulle Additiones in Mesue, I. Ventura, Cultura medica a Napoli nel XIV secolo, in Boccaccio angioino. Materiali per la storia di Napoli nel Trecento, a cura di G. Alfano – A. Perriccioli Saggese – T. D’Urso, Bruxelles 2012, pp. 251-288.

Manoscritti: L. Thorndike, Manuscripts of the writings of Peter of Abano, in Bulletin of the history of medicine, XV (1944), pp. 202-219. Sul Conciliator, B. Delaurenti, P. d’A. et les incantations. Présentation, édition et traduction de la differentia 156 du Conciliator e J. Chandelier, Pietro d’Abano et les médecins, entrambi in Médecine, astrologie… cit., pp. 53-60, 197-200. Sull’Exp. Probl., G. Coucke, Philosophy between text and tradition: the reception of Aristotle’s Problemata in the Middle Ages; Peter of Abano’s Expositio Problematum, diss. Leuven 2008, I-II. Sul Luci-dator, G. Federici Vescovini, Il ‘Lucidator dubitabilium astronomiae’ di P. d’A.: opere scientifiche inedite, Padova 1992.

Studi generali: S. Ferrari, I tempi, la vita, le dottrine… cit.; Id., Per la biografia e gli scritti di P. d’A., Roma 1915; L. Thorndike, Peter of Abano, in Id., A history of magic and experimental science, New York 1923-58, II, pp. 874-947; B. Nardi, Intorno alle dottrine filosofiche di P. d’A., in Id., Saggi sull’aristotelismo padovano dal secolo XIV al XVI, Firenze 1958, pp. 19-74; E. Paschetto, P. d’A. medico e filosofo, Firenze 1984; P. Marangon, Il pensiero ereticale nella Marca trevigiana e a Venezia dal 1200 al 1350, Abano Terme 1984, pp. 67-104; G. Federici Vescovini, P. d’A. tra biografia e fortuna: due ‘ritratti’ quattrocenteschi, in Medioevo, XVI (1990), pp. 291-321; Ead., Introduzione, in Ead., Il Lucidator dubitabilium astronomiae, cit., pp. 21-30; F. Parisi, Contributi per il soggiorno padovano di Hartmann Schedel: una silloge epigrafica del codice latino monacense 716, in Quaderni per la Storia dell’Università di Padova, XXXII (1999), pp. 1-76, in partic. p. 36; P. De Leemans – G. Coucke, Sicut vidi et tetigi. Ego-statements and experience in Pietro d’Abano’s Expositio Problematum Aristotelis, in Expertus sum. L’expérience par les sens dans la philosophie naturelle médiévale, a cura di T. Bénatouïl – I. Draelants, Tavarnuzze 2011, pp. 405-426; Médecine, astrologie et magie…, cit., passim; Philosophy between text and tradition…, cit. Su Pietro astrologo, B. Delaurenti, La puissance des mots. «Virtus verborum». Débats doctrinaux sur le pouvoir des incantations au Moyen Age, Paris 2007; F. Seller, Scientia astrorum. La fondazione epistemologica dell’astrologia in P. d’A,, Napoli 2009; G. Federici Vescovini, Le Moyen Age magique: la magie entre religion et science du XIIIe au XIVe siècle, Paris 2011. Su Pietro traduttore, M.Th. D’Alverny, P. d’A. traducteur de Galien, in Medioevo, XI (1985), pp. 19-64; S. Fortuna, P. d’A. e le traduzioni latine di Galeno, in Medicina nei secoli, XX (1998), 2, pp. 447-463; P. De Leemans, Was Peter of Abano the translator of pseudo-Aristotle’s Problemata physica?, in Bulletin de philosophie médiévale, XLIX (2007), pp. 103-118; N. Palmieri, Burgundio Pisano e P. d’A. traduttori del De sectis di Galeno: note preliminari per un’edizione, in Medicina nei secoli, XXV (2013), 3, pp. 815-854.

di Iolanda Ventura

Estratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/pietro-d-abano_%28Dizionario-Biografico%29/

1520 Conciliator differentiam philosophorum et medicorum in primis doctoris in omni disciplinarum genere eminentissimi Petri de Abano Patavini.

Colophon. Venetijs mandato et expensis nobilis viri domini Lucantoni de Giunta Florentini. Anno domini 1520 die 3 Augusti.

 

 

 

 

 

1260-1320.   HENRI de MONDEVILLE

Henri de Mondeville è considerato il primo chirurgo francese a scrivere un trattato di chirurgia. Nacque probabilmente in Normandia, forse a Mondeville presso Caen o a Émondeville presso Valognes. Certamente studiò prima a Montpellier e quindi a Bologna ove apprese l’arte chirurgica dal grande Teodorico de’ Borgognoni e poi dal Maestro Guglielmo da Saliceto. Trasferitosi a Parigi fu allievo anche di Lanfranco da Milano, considerato il fondatore della scuola medica parigina. Insegnò a Montpellier ove ebbe tra i suoi discepoli Guy de Chauliac e quindi divenne chirurgo personale del re Filippo il Bello e di suo figlio Luigi X le Hutin (il litigioso). Ciò gli consentirà di seguire come chirurgo alcune campagne militari e di fare molta pratica sulle lesioni traumatiche da arma bianca.

Henri de Mondeville è l’autore di un’opera monumentale: Chirurgie che non riuscì a completare per una morte precoce probabilmente dovuta a tubercolosi. Quest’opera come quella del suo quasi contemporaneo Rogerio Frugardi è eminentemente pratica. L’autore riporta tutte le tecniche chirurgiche conosciute apportandovi in alcuni casi modifiche originali e corredandola di proprie osservazioni. Di particolare rilievo, perché in controtendenza rispetto a quanto sostenuto da altri suoi autorevoli contemporanei, propose la terapia secca delle ferite che andavano lavate con vino o aceto, suturate poi bendate. In ciò egli si dissociò completamente dall’insegnamento di Rogerio e quindi della Scuola Medica Salernitana e dalla tradizione della Scuola Araba facendo proprie invece le teorie del suo Maestro Teodorico. Praticava inoltre la legatura dei vasi sanguigni in corso di amputazione degli arti, ritornando alla tecnica seguita dai romani ed in contrasto con l’usanza araba del cauterio.

Da Henri de Mondeville, Cyrurgie, Proheme, pp. 5-7.

Io mi propongo di riunire in questo libro tutto ciò che ho potuto raccogliere in base all’esperienza e all’insegnamento di tutti i maestri che ho avuto in vari luoghi,
e principalmente del mio maestro, maestro Giovanni Pitart, assai competente ed esperto nell’arte della chirurgia, il quale è anche chirurgo del nostro signore il re: e tutto secondo quanto ho appreso dal loro insegnamento e secondo che ho visto da loro operare nella
pratica. E così i discepoli di ingegno pronto, specialmente quelli istruiti, che intendono apprendere la chirurgia, saranno soddisfatti e ne gioiranno, e in particolar modo quanti hanno appreso i principi della medicina e comprendono il linguaggio di questa disciplina: proprio a costoro del resto è destinata la nostra opera. Con ciò non è mia intenzione escludere completamente quanti siano sprovvisti di una cultura di base: a essi
quest’opera può essere più o meno proficua a seconda dei casi. Io dico che tra questi ultimi ve ne sono alcuni che, benché poco intelligenti, sempliciotti e ignoranti pure sono incredibilmente orgogliosi e vanitosi: costoro vanno ripetendo che, a dispetto dei chirurghi istruiti, essi hanno ricevuto l’arte della chirurgia dai loro genitori e dai loro avi da tempo immemorabile: e dicono che è stata loro trasmessa oralmente e come dono ereditario
e innato; e il popolino ignorante crede ciecamente a quanto essi dicono, condividendo così e in qualche modo associandosi alla loro follia; ma soprattutto in loro ripongono fiducia al giorno d’oggi nobili e principi e spinti dal loro esempio tutti i loro sudditi, a cui essi spesso apportano dolori e malattie pericolose, quando non addirittura la morte. Perciò a questi superbi, che sono ignoranti e pure si fregiano del titolo di chirurghi, non vada l’ausilio del nostro insegnamento, come neppure ai loro pazienti e a quanti in essi confidano: fiduciosi, proprio come Dio .non viene in aiuto a coloro che lo disdegnano. Vi sono poi altri chirurghi che non sono istruiti, ma, al contrario dei precedenti, non sono ribelli, anzi sono
amabili e si rimmaricano oltre misura di non aver potuto apprendere la scienza dai maestri nell’arte della chirurgia, ben riconoscendo che quelle poche conoscenze che posseggono le devono a medici e chirurghi istruiti.
A costoro vadano senz’altro i nostri ammaestramenti: possano questi insegnamenti giovare a essi come ai loro pazienti ammalati, perché Dio non nega mai il perdono
a chi lo implora umilmente. Possono e devono senza dubbio gioirne e giovarsene
quei discepoli che vogliono essere istruiti in chirurgia: e con essi la gente tutta, se è ben avveduta. E invero in questo libro si dà loro la possibilità di apprendere rapidamente, gratuitamente e in tutta comodità tutto ciò che noi e quanti ci hanno preceduto abbiamo
appreso riguardo alla chirurgia, peregrinando e sostando nei paesi più diversi e pieni di pericoli, in eroiche e rischiose imprese di guerra, e in Studi rinomati con grande
fatica e lunghe pene, con ingenti spese, esponendo le nostre persone a molte privazioni e a gravissimi pericoli. Ma soprattutto voglio qui mettere a loro disposizione – come si è detto – il maggior numero possibile di segreti medicinali conosciuti tramite il ragionamento
e attestati dall’esperienza, illustrati dagli autori di medicina e tramandati nei loro scritti, spesso sparsi qua e là confusamente e disordinatamente. Questi segreti furono
sperimentati da antichi uomini saggi e -sapienti: costoro li custodirono, come il bene più prezioso, così gelosamente che non vollero rivelarli neppure ai loro figli primogeniti se non sul letto di morte.

Da Agrimi J., Crisciani C., Malato, Medico e Medicina nel Medioevo, Loescher Editore Torino, 1980.

 

 

 

 

 

1270 ca-1326.   MONDINO DE’ LIUZZI da BOLOGNA

… Le prime notizie biografie di Mondino de’ Liuzzi furono il frutto dell’Illuminismo in Italia. Nel 1775 Girolamo Tiraboschi incluse le opere scientifiche nella sua ‘Storia della Letteratura Italiana’ e dedicò ampio spazio a Mondino.[5] Qualche anno dopo Fantuzzi[6] aggiunse qualche nuova informazione nelle sue ‘Notizie degli Scrittori Bolognesi’ e compilò una biografia che rimase la base di riferimento per i successivi 150 anni. Informazioni sulla vita di Mondino apparvero nello stesso periodo nei lavori di diversi autori.[7]
Gli storici della medicina del XIX secolo s’interessarono più della produzione accademica di Mondino e del suo significato nell’evoluzione dell’anatomia, che degli aspetti ancora oscuri della sua vita. Così le note biografiche incluse nel ‘Compendio storico della Scuola Anatomica di Bologna’ di Michele Medici, pur correggendo alcuni errori e trascrivendo alcuni testi da manoscritti originali, aggiunsero poco a ciò che già si sapeva nel secolo precedente.[8] Nonostante il tentativo di chiarimento da parte di un autore ignoto[9], si continuava a confondere Mondino de’ Liuzzi da Bologna con il medico contemporaneo Mondino da Cividale, o con un certo Mondino da Forlì che non è mai esistito. In questo periodo informazioni su Mondino apparvero nei lavori di un certo numero di altri autori.[10]
La confusione tra diversi Mondini si trascinò durante la prima metà del XX secolo, benché Sighinolfi producesse, nella sua edizione dell’Anatomia, un’ottima biografia con alcune nuove informazioni ottenute con ulteriori ricerche d’archivio.[11] In questo periodo nuovi documenti d’archivio furono descritti anche da altri[12] e note informative su Mondino apparvero nei lavori di altri autori.[13]
L’identità di Mondino de’ Liuzzi è stata definitivamente chiarita solo nel 1955.[14] Note biografiche sono apparse nella seconda metà del XX secolo nei lavori di vari autori[15], particolarmente nel lungo lavoro su Taddeo Alderotti ed i suoi allievi di Nancy Siraisi.[16]

… [ Nascita di Mondino. Come indicato più sotto (cf. V), Mondino è nato a Bologna.[18] Non conosciamo l’anno di nascita, ma poiché si laureò probabilmente nel 1290-91 (cf. ‘Laurea di Mondino’ qui sotto) secondo il sistema d’educazione universitaria del tempo dovrebbe essere nato attorno al 1270. Per esempio, suo figlio Mondino jr. nacque nel 1326 e si laureò nel 1348 a 22 anni (cf. XXIV).]

… [ La laurea di Mondino. La determinazione della data della laurea di Mondino presenta problemi simili a quelli della laurea di Liuzzo. Alidosi[33] fu il primo a dire che Mondino si laureò nel 1290, senza citare la fonte d’informazione. Qualche anno dopo Albertini disse che si era laureato nel 1291.[34] Fantuzzi (cf. nota 2) riportò la data del 1290 senza citarne la fonte e d’allora tutti gli autori l’hanno ripetuta, anche per estrapolare una possibile data di nascita come nel caso di Sighinolfi.[35] In realtà i documenti di cui disponiamo forniscono soltanto le informazioni seguenti. Fino al 1311 i documenti si riferiscono a Mondino come magister, quindi non necessariamente laureato (cf. IV). In un caso giudiziario del 1311 Mondino fa uso dei privilegi accordati agli insegnanti universitari (cf. X), quindi deve essere laureato. Il relativo titolo di doctor gli viene assegnato esplecitamente per la prima volta in due documenti del 1314 (cf. XII) e del 1315 (cf. XIII). Sulla base di altre informazioni nella sua biografia, proporrei che Mondino abbia conseguito la laurea qualche tempo dopo suo zio (vedi sopra), probabilmente verso la fine degli anni Novanta, poco prima di essere bandito da Bologna, or subito dopo il suo ritorno in città (cf. VI). ]

… IX) 1307 – Liuzzo e Mondino insegnano assieme.
Archivio di Stato di Bologna, Ufficio dei riformatori degli estimi, Quartiere di Porta Ravegnana, Parrocchia di San Vitale.[49]
Tra il 1296 ed il 1330 il Comune bolognese eseguì ben cinque indagini generali sulle proprietà dei cittadini per determinare il livello delle tasse imposte. In questo documento Liuzzo de’ Liuzzi, identificato come Dominus Magister Leucius Doctor in medicina dichiara il valore dei propri beni che sono case, terre e bestiame per un valore totale di 693 lire bolognine e 10 soldi.
Due informazioni sono d’interesse per la biografia di Mondino. Innanzitutto Liuzzo dichiara di vivere con la sua famiglia in una casa presso iuxta andronam Justoli, iuxta stratam publicam Sancti Vitalis con un valore dichiarato di 350 lire bolognine. Questo non è l’indirizzo indicato due anni prima (cf. VII) come domicilio del fratello Rainerio e famiglia, Mondino incluso. Quindi zio e nipote non abitavano assieme, il che è confermato da un altro documento del 1311 (cf. XI).
D’altra parte il documento qui analizzato fornisce la prova di una collaborazione intima a livello professionale. Infatti la seconda casa denunciata da Liuzzo viene usata assieme dai due maestri per l’insegnamento privato: “Item habet unam aliam domum Bononie in capella Sancti Martini de Caranimicis, in qua legit ipse et nepos eius et non habet aliquam utilitatem ex ea, iuxta d. Gand. domum de Malconsiglia, iuxta Philipum fornarium et iuxta viam publicam, quam extimat viginti libras bon“. Il fatto che nepos eius sia Mondino è convalidato da un documento analogo del 1315 (cf. XIII).
Il fatto che i docenti medievali insegnassero in case private è stato ben documentato[50]. Il fatto che Liuzzo e Mondino utilizzassero la stessa casa, di proprietà del primo, conferma esplicitamente due aspetti già derivabili indirettamente dalle altre fonti biografiche: zio Liuzzo doveva aver introdotto il nipote allo studio e alla pratica della medicina e i due maestri dovevano avere interessi accademici molto simili ed un rapporto professionale importante.

XIX) 1321 – Mondino figura tra i lettori dell’Università di Bologna. Della Historia di Bologna”, cronaca di Ghirardacci.[72]
Nella cronaca di quell’anno il Ghirardacci annotò “In Medicina leggevano il Mondino, Alberto, Peregrino de’ Christiani, Bettuccio, Giuliano di Giacomo, Guidone e Castellano tutti Dottori Bolognesi”.
Il secondo nella lista è probabilmente Alberto de’ Zancari.[73] Il quarto è probabilmente Alberto di Rolando detto Bertuccio, che annotò alcune opere di Mondino.[74] L’ultimo è probabilmente il collega medico che accompagnò Liuzzo e Mondino in missione diplomatica dal Principe Giovanni (cf. XV).

… XXII) 1324 – Mondino figura tra i lettori dell’Università di Bologna “Della Historia di Bologna “, cronaca di Ghirardacci.[79]
Mondino figura tra i lettori dell’Università anche nell’anno 1324: “Mastro Mondino Dottore in Medicina leggeva in pratica col salario di cento lire”. Nel 1321 Mondino insegnava medicina (cf. XIX), ora insegna pratica. Il significato accademico e filosofico dell’armonia tra teoria e pratica presso la scuola medica bolognese del XIII secolo è stato discusso molto bene da Siraisi e da Ottosson.[80] Mondino aveva compilato la sua Anothomia già da circa otto anni e la fama di anatomico intellettuale che istruisce chirurgi eruditi (cf. XXVIII) doveva essere già stabilita. E’ quindi possibile che la pratica a cui si riferisce la cronaca fosse proprio un corso pubblico di anatomia pratica, cioè coadiuvata dalla dissezione. Alternativamente si sarebbe potuto trattare di un corso di clinica farmaceutica, in considerazione del fatto che la produzione letteraria di Mondino ci permette di descrivere le sue conoscenze come ben più vaste della sola anatomia.[81]
Il fatto che, dai documenti disponibili, Mondino sia stato impiegato dal Comune per
l’insegnamento universitario solo per due anni, può significare che i documenti relativi ad altri incarichi sono andati perduti o che egli fosse pagato direttamente dagli studenti senza coinvolgere la burocrazia comunale.

… [ Mondino muore. La data della sua morte va posta tra il 17 Febbraio ed il 15 Maggio 1326, le date dei due documenti qui descritti (cf. XXIII e XXIV). La ragione di alcuni errori sulla data della morte apparsi nella letteratura del XIX secolo possono spiegarsi con un errore fatto da Alidosi nel 1623, poi riportato da Albertini nel 1644, parzialmente trascritto da Mazzetti nel 1840 [86] e poi ripetuto in resoconti storici superficiali. Bisogna pensare che Mondino non sia morto dopo una lunga malattia molto debilitante, poiché la moglie Mina era incinta, o aveva appena dato alla luce un bambino. ]

… XXVIII) 1363 – Guy de Chauliac riconosce Mondino come caposcuola della nuova anatomia umana.
Guidonis de Caulioco, Chirurgia magna, Tom. I, Trat. 1, Doct. 1, fols. 5r-v. Edizione curata da Bonneti Locatelli Bergomensis, Venezia 1498 .[97]
Guy de Chauliac (Guido da Cauliaco, morì nel 1368), il più grande chirurgo francese del medioevo, studiò a Bologna come allievo di Bertuccio (Alberto di Rolando), egli stesso allievo di Mondino.[98]
All’inizio della sua famosa Chirurgia Magna Guido offre una descrizione dell’anatomia umana secondo il nuovo metodo introdotto da Mondino, basato sulla dissezione sistematica delle quattro regioni del corpo, e nell’introduzione rende omaggio alla scuola anatomica bolognese: “… secundum quod tractat Mundinus, qui super haec scripsit, et ipsam fecit multoties, et magister meus Bertuccius per hunc modum …situato corpore mortuo in banco, faciebat de ipso quatuor lectiones: …”. Bisogna notare che successive edizioni della Chirurgia Magna trascurarono di menzionare Mondino in questo passaggio lasciando solo il riferimento a Bertuccio[99] mentre l’edizione qui citata e la prima traduzione francese[100] mantennero la citazione per intero.
Questo passaggio di Guy è importante non solo per la statura intellettuale del grande chirurgo francese. E’ stato proposto che la fama di Mondino fosse solo dovuta ad una fortunata formula editoriale della sua Anothomia, che ebbe successo perché succinta, chiara ed applicativa.[101]
L’omaggio del chirurgo francese si riferisce invece al vero contributo di Mondino: l’introduzione della dissezione come strumento accademico, una vera rivoluzione filosofica, ed una nuova visione regionale dell’anatomia chirurgica che rappresentò un modello ancora seguito da William Harvey 300 anni più tardi.[102]
A pochi decenni dalla morte Mondino veniva già considerato anche all’estero il caposcuola di una nuova disciplina, l’anatomia.

MONDINO – Uomo e Medico
Questa è un riassunto in stile discorsivo delle informazioni documentate fornite nella
sezione ‘Biografia di Mondino de’ Liuzzi da Bologna’ e nelle note critiche dell’Anothomia.
Nel 1906 un irrequieto medico di Brooklyn, Lewis S. Pilcher, intitolò un articolo su
Mondino de’ Liuzzi ‘The Mondino myth“. Nel 1988 il ‘Dizionario dei Bolognesi’ curato
da G. Bernabei definiva ancora il medico medievale come ‘personaggio dai contorni
leggendari’. Sembra che mito e leggenda si addicano ai grandi personaggi e che qualità leggendarie vengano loro attribuite anche quando non sono appropriate. In verità Mundinus bononiensis è sempre stato con i piedi per terra e fu ben conosciuto a Bologna e in tutt’Europa, fin da quando i suoi allievi ne assicurarono la realtà e l’immortalità identificandolo come il padre della nuova anatomia.
Nato a Bologna attorno al 1270 in una famiglia di medici e farmacisti, Mondino de’
Liuzzi ne seguì le tradizioni, nei suoi studi fece buon uso della filosofia naturale
aristotelica appena introdotta in Bologna, soffrì dei travagli politici del tempo, perseguì l’armonia tra teoria e pratica nella sua carriera medica e si occupò della famiglia e dei suoi associati. Mondino morì il 30 agosto 1326 e fu seppellito nel cimitero della Chiesa dei SS. Vitale ed Agricola in Bologna.
Il giovane (Rai)mondino avrebbe avuto una vita facile in una famiglia borghese
benestante dove padre e zio lo avevano destinato ad una carriera interessante, se non
fosse stato per le continue lotte politiche tra le famiglie bolognesi alleate ai Geremei,
d’ispirazione guelfa, ed ai Lambertazzi, d’ispirazione ghibellina. I Liuzzi si schierarono apertamente dalla parte dei Lambertazzi e ne subirono le conseguenze: una forte somma da pagare come riscatto del giovane medico (Mondino aveva circa trent’anni) che era stato bandito dalla parte guelfa che allora dominava Bologna. Anche le lotte tra studenti, e tra Comune e studenti, coinvolsero Mondino che evidentemente non era tipo da sottrarsi ai conflitti sociali.
Nonostante le difficoltà politiche, Mondino fu in grado di perseguire una carriera
medica brillante, probabilmente grazie ad una famiglia ricca ed al rispetto di cui un
bravo medico generalmente gode. Egli fu fortemente influenzato dalla nuova medicina introdotta dal suo maestro Taddeo Alderotti, la quale era caratterizzata da un’armonia tra teoria e pratica ed dallo studio accademico degli autori greci ed arabi che erano stati tradotti nel XII e XIII secolo. Una semplice scorsa ai titoli della ventina di opere manoscritte medievali che portano il suo nome mostra una gamma estesa d’interessi accademici: oltre alla sua famosa Anothomia, si trovano trattati e consigli clinici, commenti di opere greche ed arabe, discussioni teoriche. Un’analisi preliminare delle pochissime opere cliniche già edite (alcuni consigli clinici ed una discussione teorica), fa pensare che il testo dell’Anothomia non sia rappresentativo del livello accademico di Mondino. Infatti quest’opera aveva l’intenzione d’illustrare l’anatomia applicata alla chirurgia ed alla clinica, non di fare dotte disquisizioni, le quali si trovano invece in altre opere, specialmente nelle questiones.
Mondino fu un medico moderno che si tenne aggiornato con la letteratura, che seguì le nuove tendenze accademiche e che apportò innovazioni importanti nella sua disciplina.
Gli scienziati del passato vanno appunto giudicati nel contesto del loro tempo, non con il metro delle nostre conoscenze attuali. La descrizione dell’Anothomia, abbastanza comune nella letteratura storica, come un’analisi sommaria del corpo umano contaminata da terminologie e concetti arabi, non è quindi storicamente giusta. La guida alla dissezione delle strutture che hanno rilevanza clinica e chirurgica è sofisticata, cioè molto superiore alla parte anatomica delle opere chirurgiche di Guglielmo da Saliceto (1210-1276) e Guido Lanfranchi (XIII sec.), e dei contemporanei Enrico di Mondeville e Guido da Vigevano. Per le strutture muscolo-scheletriche Mondino rimanda a suoi insegnamenti passati che non ci sono stati tramandati per iscritto. Durante la transizione dal XIII al XIV secolo la medicina araba (Avicenna, Haly Abbas, Averroè) fece da mediatrice tra la tradizione greca (Ippocrate, Aristotele, Galeno) e le sorgenti scuole mediche europee (Bologna, Montpellier, Padova). L’influenza araba in Mondino era quindi un indice di alta qualità accademica.
Le innovazioni apportate da Mondino all’anatomia umana sono l’introduzione del
cadavere nell’insegnamento, l’introduzione dell’anatomia regionale, l’elevazione del
livello accademico delle scienze anatomiche e l’attitudine a controllare in modo pratico le fonti classiche. Un confronto più approfondito del testo dell’Anothomia con testi precedenti sarà necessario per determinare quali strutture del corpo umano furono descritte per la prima volta da Mondino.
Il 1316 è quasi sicuramente una data di comodo per Anothomia, poiché vi sono chiare
indicazioni che questa opera, forse una collezione di ‘dispense’ per i suoi studenti, fu
compilata in momenti diversi all’inizio del XIV secolo, mentre alcune parti furono forse scritte anche prima. Nel testo vi sono inoltre prove che Mondino aveva sezionato molti
cadaveri di ogni età e d’ambo i sessi prima di compilare, o mentre compilava la sua
opera, non solamente due cadaveri di donna come dicono la maggior parte dei testi
storici.
La dissezione del cadavere, ripresa dopo circa 1500 anni d’interruzione, era uno dei
diversi metodi di preparazione anatomica di cui Mondino era maestro, cioè quello più
adatto al carattere clinico-chirurgico del suo trattato. Le circostanze sociali ed
accademiche che hanno permesso questa innovazione filosofica e didattica
nell’Università di Bologna sono attualmente l’oggetto di ricerche specifiche, ma per il
momento restano poco chiare.
Il metodo di dissezione regionale del corpo umano a scopo didattico, così come è stato
descritto per la prima volta da Mondino, è fondamentalmente quello ancora usato nelle
sale di dissezione delle scuole di medicina di tutto il mondo. Benché Guglielmo da
Saliceto avesse già elevato la chirurgia a livelli accademici ben superiori alla pratica
cerusica alto-medievale, Mondino associò per la prima volta nozioni di fisiologia,
patologia e clinica alla descrizione del corpo umano. Il testo contiene anche la
descrizione di sei interventi chirurgici e due trattamenti curativi. Nell’Anothomia
Mondino ha citato trentatré volte Galeno, dodici volte Avicenna, tre volte Aristotele,
due volte Ippocrate e Haly Abbas ed una volta Averroè, Rhazes, Serapione e Mesuè il
Giovane. In molti passi si legge poi l’esortazione a controllare la lezione dei classici con l’osservazione pratica e in qualche caso Mondino stesso esprime dubbi ed opinioni diverse dai maestri del passato. Questo atteggiamento è ben diverso da quello di un ripetitore acritico dell’anatomia Galenica, come suggerito da molti storici della medicina.
L’Università di Bologna può quindi vantarsi di essere stata la culla sia dell’anatomia
macroscopica con Mondino de’ Liuzzi nel XIV secolo, che dell’anatomia microscopica
con Marcello Malpighi nel XVII secolo.
Mondino si occupò anche di un’unità familiare complessa. Dalle due mogli, Giovanna e Mina, ebbe quattro figli e due figlie. Sia il testamento che il documento d’applicazione
dello stesso, rivelano un interessamento diligente al benessere dei figli, dei parenti e
delle persone associate alle sue proprietà cittadine e di campagna. Nonostante
gl’impegni accademici e familiari, egli mantenne anche rapporti con colleghi in altre
località d’Italia, specialmente con quelli toscani, data l’origine toscana dei Liuzzi.
Mondino non partecipò al governo di Bologna, come si legge spesso, ma nel 1316 fece
parte di un’ambasceria presso la corte del Re di Napoli che fu abbastanza banale anche se importante. Dopo essere stato coinvolto da giovane nei conflitti politici bolognesi, si occupò solo di medicina. Ma in questo campo raggiunse tanta fama da essere ricordato in diverse cronache cittadine in modo molto più caloroso di ogni altro medico del tempo.
Il lavoro di Mondino de’ Liuzzi rappresenta molto bene la transizione dalla medicina
pratica alto-medievale a quella dotta tardo-medievale. Nonostante questo suo ruolo
chiave nella storia della medicina – e della chirurgia in particolare – la grande
maggioranza delle sue opere restano ancora in forma manoscritta, cioè senza essere
trascritte, pubblicate e commentate.

[5] Tiraboschi, G. (1775) “Storia della letteratura italiana“, Tomo V, Capo III, Par. XXX,
pp. 219-222. Modena. Esiste una ristampa del 1822-26 fatta a Milano.
[6] Fantuzzi, op. cit. (2).
[7] Giorgi & Pasini, op. cit. (1), parte I.
[8] Medici, M. (1857) “Compendio storico della scuola anatomica di Bologna dal rinascimento delle scienze e delle lettere a tutto il secolo XVIII“. Tipografia Governativa della Volpe e del Sassi, Bologna.
[9] Autore ignoto (1839) “Di alcuni errori occorsi nella storia riguardante il Mondino restauratore dell’anatomia nel secolo XIV” Bullettino delle Scienze Mediche, serie II, vol. VII, pp. 377-383. Medici, op. cit. (8) nella sua nota a p. 18 dice che l’autore è il Dott. Ulisse Breventani. Lo stesso lavoro viene invece attribuito a B. Cecchetti da Munster, L. e Dall’Osso, E. (1957) “Mondino de’ Liuzzi, lettore-clinico presso lo studio di Bologna e le sue opere mediche ancora inedite“, p. 11, Atti XV Congresso Nazionale sulla Storia della Medicina, Torino 1-3/6/57. Arti Grafiche Cossidenti, Roma.
[10] Giorgi & Pasini, op. cit. (1), parte II.
[11] Sighinolfi, op. cit. (3).
[12] Dallari, U. (1932) “Due documenti inediti riguardanti Liuzzo e Mondino de’ Liuzzi
Rivista di storia delle scienze mediche e naturali, vol 23, pp. 1-7. Pantanelli, G. (1923)
Mondino dei Luzzi – Episodio inedito” Bullettino delle scienze mediche (Società Medico-chirurga di Bologna), anno 95, serie X, vol. 1 (settembre-ottobre), pp. 276-278 (oppure pp. 1-3). Frati, L. e Pantanelli, G. (1913) “Testamento ed inventario dei beni lasciati dall’anatomico Mondino dei Liuzzi” Bullettino delle scienze mediche (Società Medico-Chirurgica di Bologna), anno 84, serie IX, vol. 1, pp. 2-11. Questo lavoro riporta solo la trascrizione dei documenti ed è senza autore, ma il redattore della rivista, A. Pecci, spiega nella prefazione (p. 2) che i documenti in questione furono trovati in archivio da Lodovico Frati e furono trascritti da Guido Pantanelli. Per questa ragione Munster e Dall’Osso (1957) ritengono che l’autore del lavoro sia Pecci.
[13] Giorgi & Pasini, op. cit. (1), parti III & IV.
[14] Dall’Osso, E. (1955) “Una questione dibattuta: quanti anatomici e medici di nome
‘Mondino’ esistevano all’inizio del ‘300” Bollettino dell’Accademia Medica Pistoiese “Filippo Pacini”, vol. 26, pp. 245-256. Questo autore fornisce buone informazioni su Mondino da Cividale e le sue opere, ma ritiene che Mondino de’ Liuzzi abbia scritto solo Anothomia. Per la lista della ventina di opere di Mondino bolognese si veda Giorgi & Pasini, op. cit. (1), pp. 55-87.
[15] Giorgi & Pasini, op. cit. (1), parte IV.
[16] Siraisi, N. G. (1981) “Taddeo Alderotti and his pupils“, pp.66-69. Princeton University Press, Princeton (N.J.).
[18] La migliore documentazione della cittadinanza bolognese di Mondino de’ Liuzzi si può ottenere dalla dozzina di titoli, incipit and explicit in cui i suoi contemporanei si riferiscono a lui come bononiensis, cf. Giorgi & Pasini, op. cit. (1), pp. 55-87. Infatti Mondino era un bolognese di seconda generazione (cf. V). Fantuzzi, op. cit. (2), p. 41, fa notare che Freind e Portal, seguendo l’Enciclopedia di Diderot, attribuiscono a Mondino la cittadinanza milanese senza spiegare il perché. Il testo dell’explicit dell’edizione princeps dell’Anothomia (cf. Introduzione) può offrire una spiegazione. Questa edizione fu stampata a Pavia, che nel 1478 faceva parte del territorio milanese sotto la signoria di Gian Galeazzo Sforza. Nel testo “Explicit Anothomia Mundini prestantissimorum doctorum almi studii Ticinensis …” i due genitivi plurali dopo il nome di Mondino sono abbreviati con il simbolo di -rum . Penso sia plausibile pensare che il compilatore dell’Enciclopedia, non conoscendo bene questo simbolo, abbia scambiato quegli attributi dei dottori ticinesi per attributi di Mondino, che diventò così un milanese.
[32] Ghirardacci, C. (1596) “Della Historia di Bologna “, Parte I, tavola 504. Stampato da
Giovanni Rossi, Bologna. Esiste una ristampa del 1976 di Arnaldo Forni Editore, Bologna. Bisogna notare che l’assenza di citazioni del genere da parte di Ghirardacci non implica necessariamente che Liuzzo non avesse insegnato per l’università negli anni in questione. La registrazione potrebbe essere andata persa o poteva aver insegnato con retribuzione diretta da parte degli studenti.
[33] Alidosi, G. N. (1623) “I dottori bolognesi di Teologia, Filosofia, Medicina e d’Arti
Liberali“, p. 137. Stampato da Niccolò Tebaldini, Bologna.
[34] Albertini, op. cit. (31). Come già notato, l’informazione di Albertini, che fu trascritta
da Mazzetti, op. cit. (30), p. 376, ha bisogno di ulteriore documentazione per essere considerata sicura, ma conferma quella dell’Alidosi ed assieme rappresentano i riferimenti più antichi dell’associazione di Mondino alla confraternita medica.
[35] Sighinolfi, op. cit. (3), p. 13.
[49] Dallari, op. cit. (12), p. 2.
[50] Martinotti, G. (1911) “L’insegnamento dell’anatomia in Bologna” Studi e memorie
per la storia dell’Università di Bologna, vol II, pp. 3-146. Zaccagnini, G. (1926) “La vita
dei maestri e dei scolari nello studio di Bologna nei secoli XIII e XIV”. L.S. Olschki, Ginevra.
[72] Ghirardacci, op. cit. (32), Parte II, tavola 18. Filippini, F. (1921) “L’esodo degli
studenti da Bologna nel 1321” Studi e Memorie per la storia dell’Università di Bologna, serie 2, vol. VI, p. 181. L’intero documento relativo all’incarico d’insegnamento è stato trascritto in questo lavoro.
[73] Medici, op. cit. (8), p. 37.
[74] Giorgi, P. P. & Pasini, G. F. (1992) Mondino de’ Liuzzi – Anothomia, Bibliografia
dei lavori che danno informazione su Mondino. Istituto per la Storia dell’Università di
Bologna, Bologna.
[79] Ghirardacci, op. cit. (32), parte II, tavola 56. In questo caso l’autore ha aggiunto la
referenza del documento dal quale ha ottenuto l’informazione: Lib. Provis. V. fol. 113.
Filippini, F. (1930) “Cecco d’Ascoli a Bologna” Studi e Memorie per la storia dell’Università di Bologna. Serie 2, vol. X, pp 33-35. L’intero documento relativo a
questo incarico d’insegnamento è stato trascritto qui.
[80] Siraisi, op. cit. (16). Ottosson, P-G. (1984) “Scholastic medicine and philosophy“.
Edizioni Bibliopolis, Napoli.
[81] Giorgi & Pasini, op. cit. (74).
[97] Medici, op. cit. (8), p. 32.
[98] Medici, op. cit. (8), pp. 30-34.
[99] Roth, M. (1892) “Andreas Vesalius Bruxellensis“, p. 6, nota 3. Ristampa (1965) di Nachdruck Asher & Co, Amsterdam. Bullock, V. (1958) “Medieval Bologna and the
development of medical education” Bulletin of the History of Medicine, vol. 32, p. 206.
[100] Fantuzzi, op. cit. (2), p. 46.
[101] Singer, C. (1925a) “The evolution of anatomy“, pp. 74-86. Kegan Paul, Trench,
Trubner & Co., Londra. Singer, C. (1925b) “The Fasciculo di Medicina, Venice 1495” ,
Part I, p. 52. R. Lier & Co, Firenze.
[102] Whitteridge, G. (1964) “The anatomical lectures of William Harvey“, pp. 72-490. E.
& S. Livingstone LTD, Edinburgo e Londra.

Estratto da Piero Giorgi, Biografia di Mondino de Liuzzi da Bologna. All’url: http://docplayer.it/20057231-Biografia-di-mondino-de-liuzzi-da-bologna.html

1478. Mondino de Liuzzi, Incipit Anothomia Mundini

1494. Mondino de Liuzzi, Comincia l’Anathomia ovvero dissectione del corpo humano.

Comincia la Anathomia overo dissectione del corpo humano: composta e compilata per el famosissimo & eximio doctore del arte & de medicina maestro Mundino.

1478 MONDINO DEI LIUCCI BQ Inc.E.III.15m2 (scarica PDF 17MB)

® Biblioteca Queriniana, Brescia, Italia.

Inizia Anatomia del Mondino

Anatomia del Capo

Anatomia della dura madre e della pia madre. Anatomia del cervello.

Anatomia delle due caruncole [corpi mamillari sotto il cervello]

1478 giorno 19 dicembre. Fine. Termina l’Anatomia del Mondino prestantissimo dottore di almi studi ticinesi diligentissimamente emendata. Stampata a Pavia per il maestro Antonio di Carcano | regnante Giovanni Galeazzo illustrissimo sesto Duce dell’Insubria.

 

 

 

 

 

1340-1363.   GUY de CHAULIAC (1300-1368).

Guy de Chauliac, 1300-1368 è stato un medico francese, ritenuto uno dei grandi maestri della chirurgia medioevale. Nacque a Chaulhac tra il 1280 e il 1300, in un piccolo paese nella zona sud ovest del Massiccio Centrale, nella contrada di Malzieu en Lozère, da una povera famiglia di contadini. Probabilmente apprese i rudimenti della pratica ortopedica da qualche cerusico o praticone ambulante così che era in grado di trattare le fratture e le lussazioni. Questa sua capacità gli servì a curare una nobile del luogo che, per riconoscenza, lo aiutò a studiare in una struttura religiosa, ove divenne ‘chierico’, con conseguente possibilità di intraprendere la carriera medica, a quei tempi era prerogativa del clero. Studiò nelle facoltà di Linguadoca a Tolosa e a Montpellier dove conseguì il titolo di Magister Medicinae nel 1325. Frequentò quindi l’Università di Parigi e l’Università di Bologna, tappa obbligata per i medici dell’epoca perché sede di una famosa scuola di anatomia e chirurgia. Nel 1344 divenne canonico del convento di Saint-Just a Lione, struttura risalente al V secolo e che vedrà nel 1305 l’incoronazione di Clemente V, il Papa che abolirà l’ordine dei Templari e trasferirà la sede papale ad Avignone. In questo convento, che secondo le consuetudini dell’epoca comprendeva alcuni locali destinati agli infermi, ebbe la possibilità di esercitare la professione medica. Il Papa francese Clemente VI, allora residente ad Avignone lo chiamerà a sé come archiatra pontificio. Titolo che conserverà anche con i suoi successori Innocenzo VI e Urbano V.

Nel 1340 Clemente VI, preoccupato per le ricorrenti epidemie di peste, con un atto straordinario per i tempi, concesse l’autorizzazione a praticare l’autopsia dei malati deceduti per questa malattia nella speranza che ciò contribuisse a spiegarne le cause. Guy fu tra coloro che più si avvalse di questa facoltà ed il continuo esercizio autoptico gli servì a migliorare le conoscenze di anatomia: materia che peraltro aveva già appreso esaurientemente a Bologna dove aveva avuto la possibilità di seguire le lezioni di Alberto di Rolando (Bertuccio), a sua volta discepolo del grande Mondino dei Liuzzi (1276 – 1328), ritenuto il padre dell’Anatomia. In effetti Mondino nel 1315 aveva pubblicato una Anothomia in cui aveva indicato lo studio dell’anatomia come base di ogni progresso medico e chirurgico fissando un preciso protocollo per la pratica autoptica, protocollo che viene seguito ancora oggi. Proprio a Bologna quindi nel 1316, per la prima volta, l’anatomia umana avrebbe assunto dignità di insegnamento accademico.
Non vanno però dimenticati i suoi approfonditi studi sullo “stato dell’arte” del tempo: la medicina araba. Nel suo trattato Chirurgia Magna infatti, Guy de Chauliac cita non meno di 200 volte il noto chirurgo arabo-spagnolo Abulcasis e la sua opera (al-Tasrīf li-man ʿajaza ʿan al-taʿlīf).

Nel 1348 essendo scoppiata l’epidemia di Peste Nera che portò a morte un terzo della popolazione europea, Guy de Chauliac suggerì a Clemente VI di allontanarsi da Avignone, ma il Papa preferì rimanere in sede, chiuso nei suoi appartamenti, tra enormi fuochi perennemente accesi. Probabilmente il grande calore tenne lontano le pulci, veicolo della peste bubbonica e ciò consentì al pontefice di salvarsi. Guy de Chauliac, invece, contrasse la malattia contagiandosi dai malati che curava; riuscì per miracolo a salvarsi ed eseguendo varie autopsie sui cadaveri, poté quindi descriverla accuratamente, distinguendo la forma bubbonica da quella polmonare, considerata da lui inevitabilmente fatale.

Nel 1340 Guy scrive Inventorius sive Collectorium Partis Chirurgicalis Medicinae un testo che rappresenta la summa delle conoscenze sull’argomento medico in quanto sono citati i testi classici greci e romani, quelli arabi, quelli delle scuole salernitana e bolognese. Medico famoso fu consultato da Carlo V di Valois, re di Francia, da Laura de Noves, la musa ispiratrice di Francesco Petrarca, da re di Boemia Giovanni del Lussemburgo. Ad Avignone ebbe modo di conoscere il Petrarca con il quale entrò in polemica violenta forse a seguito della morte di Laura dovuta alla peste. Morì a Lione il 23 luglio 1368; secondo alcune fonti venne inumato, a Lione, nel vecchio cimitero dei preti di Saint-Just, divenuto in seguito l’attuale Cimitero di Loyasse.

È l’autore di Chirurgia Magna (1363), rielaborazione del testo scritto nel 1340. Il trattato si divide in tre parti: la prima è dedicata all’anatomia in quanto anche Guy ritiene indispensabile la sua conoscenza per localizzare la malattia, la seconda in cui vengono descritti i vari stati morbosi in cinque capitoli di cui rivestono grande interesse quello dedicato alle fratture e distorsioni ed il seguente dedicato all’amputazione degli arti gangrenosi, e l’ultima parte dedicata alla terapia con le indicazioni all’uso degli antidoti e dei salassi. La Chirurgia Magna è scritta volutamente non in latino, la lingua ufficiale, ma in un miscuglio di idiomi in cui al latino si mescolano frasi e termini arabi, greci, provenzali ed in lingua volgare. Guy la dedica ai suoi confratelli ed al suo Maestro Bertuccio. Nella prima edizione inoltre menziona Mondino riconoscendogli l’autorità di Maestro ed il merito di aver dato risalto all’importanza dell’anatomia, base di ogni conoscenza medica. La sua opera avrà un grande successo con centinaia tra edizioni, traduzioni e commenti e per almeno 4 secoli rappresenterà uno dei punti di riferimento obbligato dei chirurghi di tutta Europa. Nel mondo latino sarà conosciuta anche con il soprannome di ‘Guida di Guido’ in riferimento al suo nome italianizzato di Guido di Cauliaco. Mente fervida e grande chirurgo descrisse con accuratezza l’ernia e le diagnosi differenziali rispetto ad essa: idrocele e varicocele, e propose una sua terapia chirurgica per questa malattia. Si dedicò anche alle malattie dei denti ed alla loro prevenzione e fu il primo ad usare il termine ‘dentista’. Come Rogerio Frugardi propose alcune misture a base di mandragora, oppio ed altre sostanze per alleviare il dolore. Il suo limite, grave, fu quello di sostenere l’utilizzo del cauterio rispetto al tagliente. Egli infatti, con la Scuola Medica Salernitana (Rogerio Frugardi) e quella araba, privilegiò la teoria galenica del pus bonum et laudabile e quindi l’utilizzo di metodi che facessero suppurare le ferite. Ciò a differenza del suo connazionale Henri de Mondeville che aveva fatto propri gli insegnamenti dei Maestri Ugo e Teodorico de’ Borgognoni fautori della teoria ‘secca’ delle ferite.

Da https://it.wikipedia.org/wiki/Guy_de_Chauliac

1340-1363 Guy de Chauliac, Cirurgia, I, f. 3r

Le sette più diffuse al mio tempo tra gli operatori di quest’arte, oltre alle due principali che ancora oggi sono in voga, e cioè quella dei logici e quella degli empirici (riprovate da Galeno nel libro Delle sette e per tutto quello della Terapeutica) sono cinque.

1. La prima è quella di Ruggero, Rolando e dei Quattro Maestri: costoro indifferentemente tutte le ferite e gli ascessi portavano a suppurazione con cataplasmi, fondandosi sopra quel passo del quinto Aforisma: «quelli maturi sono buoni, quelli immaturi sono maligni».
2. La seconda fu di Bruno e Teodorico, i quali indifferentemente tutte le ferite con solo vino essiccavano fondandosi sopra quel detto della Terapeutica: «il secco è più prossimo al sano, l’umido al non sano».
3. La terza setta fu di Guglielmo da Saliceto e di Lanfranco, i quali, volendo mediare tra quelli, provvedevano a curare tutte le ferite con unguenti e impiastri dolci, fondandosi sul XIV della Terapeutica: «La cura ha una sola regola, che sia fatta in modo efficace ma
senza dolore».
4. La quarta setta è della maggior parte dei soldati tedeschi e di quanti vanno al seguito di eserciti: costoro con scongiuri e pozioni e olii e lana e foglie di cavoli curano tutte le ferite, fondandosi su ciò: che Dio ha conferito potere alle parole, alle pietre, alle erbe.
5. La quinta setta è delle donne e di gran parte del volgo: costoro soltanto ai santi affidano i malati, da qualsiasi malattia siano affetti, fondandosi sul principio: «Il Signore mi ha dato come a lui è piaciuto, il Signore mi libererà quando gli piacerà. Sia benedetto il nome
del Signore, così sia ». [… ]
Le condizioni che si richiedono nel chirurgo sono quattro: la prima che sia istruito, la seconda che sia esperto, la terza che sia di ingegno vivace, la quarta che sia di buoni costumi.
Si richiede dunque in primo luogo che il chirurgo sia istruito, e non solo riguardo ai principi della chirurgia, ma anche riguardo a quelli della medicina, tanto teorica che pratica. Per quanto attiene alla parte teorica è necessario che conosca le cose naturali, le non naturali e quelle contrarie alla natura. E innanzitutto dovrà conoscere le cose naturali e principalmente l’anatomia, poiché nulla si può fare in chirurgia senza quella, come
si vedrà qui sotto. Conosca anche la complessione poiché secondo la diversità della natura dei corpi bisogna diversificare il medicamento (Galeno contro Tessalo per tutta la Terapeutica). [ … ] Non ignori mai la causa delle malattie: se egli cura senza averne cognizione allora la guarigione dovrà ascriversi non al suo intervento ma a fortuna. [ … ] Cosi dunque appare chiaramente come sia necessario al chirurgo che opera secondo arte conoscere i principi della medicina, e oltre a ciò ancora si conviene che egli conosca i rudimenti delle altre arti. [ … ]
In secondo luogo ho detto che è d’uopo che il chirurgo sia esperto e che abbia visto altri chirurghi operare, secondo quel detto del saggio Avenzoar: « È necessario che il medico innanzitutto sappia e poi si dia alla pratica e all’esperienza ». [ … ]
In terzo luogo occorre che sia di ingegno acuto abbia capacità di discernimento, grande accortezza e buona memoria: questo diceva: Ali Rodoam [Ali ben Rodhwan 998-1061] nel commento al III libro della Tegni: «È necessario che il medico abbia buona memoria, capacità di discernimento, grande accortezza, buona vista e sano intelletto e bell’aspetto; abbia dita agili e svelte, mani ferme e non tremule, sguardo acuto, ecc. ».
In quarto luogo ho detto che egli dovrà essere di buoni costumi; sia poi ardito nei casi sicuri, cauto in quelli pericolosi; rifugga le pratiche nocive. Sia cordiale con gli ammalati, cortese con i colleghi, prudente nel pronosticare. Sia casto, sobrio, virtuoso e compassionevole; non sia cupido né avido, ma abbia un compenso proporzionato al suo impegno, alle possibilità del paziente, alla qualità dell’intrapresa e alla sua dignità.
Le condizioni richieste per quanto riguarda il paziente sono tre: innanzitutto che sia obbediente al medico come il servo al suo signore (libro I della Terapeutica); secondo, che riponga piena fiducia in lui (libro I dei Prognostici); terzo, che abbia pazienza per se stesso, perché la pazienza vince il male, come si dice in un altro testo.

Da Agrimi J., Crisciani C., Malato, Medico e Medicina nel Medioevo, Loescher Editore Torino, 1980.

1363. La Grande Chirurgie de Guy de Chauliac, chirurgieux, maistre en Médicine de l’Universitè de Montpellier, composée en l’an 1363, par E. Nicaise, Paris, 1890.

Estratto da    https://www.biusante.parisdescartes.fr/histoire/medica/resultats/index.php?cote=20523&do=pdf

Guy de Chauliac e Clemente VI. [Biografia, pag 83]

Tavole degli strumenti chirurgici. [Planche IV ]

 

 

 

 

 

 

 

1360 ca-1441.   CERMISONE ANTONIO Antonius Cermisoni, Antonii Cermisoni)

Cermisone Antonio nacque a Padova (e non a Parma o Verona come erroneamente riferiscono alcune fonti) nella seconda metà del sec. XIV da Bartolomeo da Parma, condottiero al servizio prima dei Carrara, poi dei Visconti. Il Cermisone studiò nelle facoltà di arti e medicina dell’università di Padova dove nel 1387 conseguì, essendone promotori Giovanni e Marsilio di S. Sofia e Biagio Pelacani da Parma, il dottorato in artibus. Iscritto nel Collegio dei dottori, medici e artisti dal settembre 1389, fu, secondo il Maffei, lettore di arti nello Studio patavino negli anni 1389-90. Conseguì il dottorato in medicina nell’aprile del 1390. Negli anni 1393-94 figura come lettore di medicina nell’università di Pavia, dove insegnò con tutta probabilità fino al 1399, giacché, essendo in tale data spostata temporaneamente la sede dello Studio in Piacenza, egli è incluso negli elenchi dei professori come lettore di fisica ordinaria. Rientrò poi in Pavia dove il 6 giugno 1401 fu promotore della laurea in filosofia e medicina di Thomas Stranger da Londra.

La professione medica, che venne esercitata dal Cermisone con grande successo, lo chiamava spesso fuori Padova, allontanandolo dalle lezioni e dalla discussione di lauree delle quali egli stesso era promotore, tanto che il Senato nominò un sostituto che leggeva in sua assenza con lo stipendio di 50 fiorini l’anno. Ai successi professionali fece riscontro una vasta popolarità derivatagli dal costume abbastanza inconsueto di esigere parcelle puramente simboliche; secondo alcuni invece egli sarebbe stato esoso ed avaro, ma è certo che il Senato nel 1422 si interessò al risarcimento dei debiti da lui contratti.

I Consilia medica contra omnes fere aegritudines a capite usque ad pedes che il Cermisone venne redigendo e ampliando a partire dal 1415, editi per la prima volta a Brescia da Arrigo da Colonia nel 1476, poi a Venezia da Ottaviano Scoto quattro volte tra il 1483 e il 1514, a Lione nel 1521, a Parigi nel 1525 e infine a Francoforte nel 1604 e nel 1652 nelle Selectiorum operum… di Bartolomeo da Montagnana. La casistica è interrotta talora da brevi digressioni di carattere teorico, che non superano però gli angusti limiti della teoria costituzionalistica, e nelle quali i riferimenti e le citazioni di Averroè, Avicenna, Rhazes, Mesue, Serapione, Alī ben Abbās e, più raramente, di Ippocrate e Galeno, testimoniano, assieme all’elenco dei volumi posseduti dal C. (A. Gloria, Monumenti della Università di Padova, Padova 1888, pp. 488-89), il progressivo diffondersi della cultura araba nello Studio patavino. Il Papadopoli attribuisce al Cermisone un’opera manoscritta oggi dispersa (In re medica commentaria), ed un’altra (De sanitate tuenda) il Maffei; l’elenco dei manoscritti esistenti attribuibili al Cermisone è dato in L. Thorndike, A Catalogue of incipits of mediaeval scientific writings in Latin, London 1963, pp. 261, 1192, 1437. Le Recollectae de urinis del Cermisone furono stampate, senza note tipografiche, verso il 1475 in appendice a Iacobus Forliviensis [Iacopo Della Torre], Expositiones in Im Canonis Avicennae…(D. Reichling, Appendices ad HainiiCopingeri Repertorium bibliographicum, Monachii 1905-1914, V, p. 33, n. 1525): si tratta di una breve opera che riunisce consilia e opinioni in materia di uroscopia estratte per lo più dall’opera maggiore; il medesimo carattere hanno le Recepte contra la pestilentia stampate nel 1480 a Milano da Filippo da Lavagna.

Il Cermisone morì con tutta probabilità nel settembre 1441, giacché era vivo il 17 luglio quando fu promotore (assente) del dottorato di Pier Francesco Vagnoli, e morì prima di poter assistere ad un altro dottorato da lui promosso al 18 settembre.

da http://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-cermisone_(Dizionario-Biografico)/

1476 CERMISONI Antonii-Consilia Medica, Enrico da Colonia, Brescia, 1476 (43MB scarica PDF)

Tabula consilioris excellentissimi medici magistri Antonii Cermisoni.

Colofon: Antonii Cermisonii Consilia felicissime expliciunt impressa Brixiae per me magistrus Henrici de Colonia MCCCCLXXVI pridie nonas septembris.

 

 

Contro la pustola antica del capo e principalmente dal sangue misto con una certa qual bile mescolata e con mistura di flegmate salso in modica quantità, ma non troppo. Complessione naturale sanguigna del corpo inclinante alla collericità, all’età di sei anni.

Le malattie del capo e della gola.

Contro il mal di testa.

Contro il mal di testa cronico per essenza e per collegamento con vapori che risalgono dallo stomaco o dall’utero con un certo qual soffocamento dell’utero stesso.

Contro la melancolia.

Contro gli accidenti melancolici di una donna molto collerica.

Contro la vertigine, la paralisi e il principio di apoplessia.

Contro il principio dell’epilessia.

Contro l’epilessia.

Contro il principio di paralisi materiale, la vertigine e la tendenza alla apoplessia flegmatica di tutti coloro che sono così per loro intrinseca natura.