1.03 Trapanazioni craniche nel Neolitico e nelle Americhe

Trapanazioni Craniche nella preistoria.

Le trapanazioni craniche del passato sono spesso state interpretate genericamente come facenti parte di un rituale magico-religioso, ma è evidente che una buona parte delle trapanazioni studiate possono essere riferite ad un atto terapeutico.

Le trapanazioni craniche sono i segni più antichi di cure chirurgiche praticate dagli uomini fin dal Neolitico. Infatti i traumi cranici sia accidentali sia subiti in corso di colluttazioni, per l’inquinamento microbico, andavano spesso incontro a suppurazione con ascessi che potevano coinvolgere non solo i tessuti epicranici, ma anche le ossa tecali con osteiti di difficile guarigione. Quindi possiamo ritenere che quando ogni tentativo di cura conservativa con intrugli vari falliva il “medico-chirurgo“ di allora passava alla terapia cruenta tentando di rimuovere i tessuti necrotici e il pus anche dall’osso osteitico provocando incisioni, avvallamenti per erosione che talora si limitava alla diploe ed altre arrivava alla dura madre.

Poichè spesso le trapanazioni craniche sono dovute a tentativi, spesso riusciti, di curare i traumi cranici, questi verranno trattati insieme.

 

Nel 1962, la studiosa francese Denise Ferembach riportava, in una pubblicazione del Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) di Parigi, i risultati di una ricerca svolta, per conto dello stesso CNRS, in un paesino delle montagne del Marocco orientale: Taforalt. Qui, all’ingresso della valle di Zegzel, a 3 km dal paese, nella necropoli posta all’interno della caverna detta “del Piccione”, fu rinvenuto un cranio, databile al Mesolitico, più precisamente all’Ateriano o all’Iberomaurusiano (10.000 anni circa prima di Cristo). Il cranio presentava segni di perforazione.
Trattasi, quasi certamente, del più antico riscontro di chirurgia cranica.

Durante lo studio dei resti fossili di 14 soggetti svolto presso gli scavi delle necropoli di Dnieper Rapids, nella regione di Saratov (Kiev, Ucraina), e precisamente nel campo Vasiljievska II, fu scoperto lo scheletro (n. 6285-9) il cui cranio mostrava segni evidenti di trapanazione. L’esame al radiocarbonio faceva datare il reperto tra il 7300 e il 6220 a.C.
Trattavasi di un uomo adulto, dell’apparente età di 50 anni, il cui cranio presentava una depressione sul lato sinistro con i bordi ossei in rilievo e una scalinatura nel centro, segni evidenti di cicatrizzazione durante la vita. La completa chiusura della breccia ossea era dimostrazione che l’uomo era sopravvissuto, e per lungo tempo, all’intervento.

Di poco “più giovane”, se così si può dire, è lo scheletro ritrovato negli scavi di Ensisheim nell’Alsazia (Francia). La sepoltura data 5100-4900 a.C. e contiene i resti di un uomo di circa 50 anni di età che presenta due trapanazioni craniche.
La prima, in area frontale, delle dimensioni di 6.6 x 6.1 cm, completamente cicatrizzata; la seconda, posteriore alla prima, chiusa solo parzialmente, date le sue enormi dimensioni (9.40 x 9.14 cm).
Entrambe le trapanazioni sembrano essere state prodotte con la medesima tecnica: perforazioni dell’osso in più punti con lame di selce, unendo poi i punti con incisioni intersecantisi.
Anche in questo caso, e ancora più del precedente, la presenza di neoformazioni ossee evidenti (una addirittura produce rimarginazione completa) depongono per un completo successo dell’intervento.

Sempre in Francia, ma questa volta nel distretto Seine-Oise-Marne, il ritrovamento di camere tombali, databili 2.000 a.C. circa, contenenti un gran numero di crani trapanati fa pensare che, presso queste popolazioni, questa pratica avesse, forse, un significato rituale. Sembra che, sulla base del numero dei crani ritrovati, la Francia sia stata un importante centro di “chirurgia cranica” negli anni dal 1.900 al 1.500 a.C.
Antecedenti di mille anni (3.000 a.C.) sono, invece, i ritrovamenti nell’area danubiana, abitata da uomini della razza Carpato-danubiana.

Per restare in Europa, numerosi i ritrovamenti di inumazioni di individui sottoposti a trapanazione anche in Italia.
Nel Nord, a S. Martino (LC), la tomba di una donna, databile all’Età del Bronzo (2200-1600 a.C)  Nell’abitato di Catenaso (BO), in una delle due fosse “focolari”, databili alla tarda fase del villanoviano bolognese (Età del Ferro) fu rinvenuto un raro caso di trapanazione cranica eseguita nella nuca.
Nel Centro-Sud, nella Grotta Patrizi (Sasso di Furbara – Roma) è stato rinvenuto uno scheletro, risultato affetto da varie patologie, con segni di trapanazione cranica. Negli scavi del villaggio di Catignano (PE) è il rinvenimento italiano forse più antico (4400-3900 a.C.): quello di una donna sopravvissuta a ben due trapanazioni craniche.
Nelle Isole, a Stretto-Partanna (TR) è stata segnalata una trapanazione cranica effettuata con uno strumento di pietra ben affilata. Probabilmente di ossidiana o forse di rame erano, invece, gli strumenti utilizzati in Sardegna, dove la pratica della trapanazione era ampiamente diffusa, soprattutto nella zona nord dell’isola (Alghero e Sassari), come dimostrano i ritrovamenti nella grotta di Sisaia (Dorgali, NU), inquadrabili al 1600 a.C., e le sepolture di Su Crucifissu Mannu (Porto Torres, SS). Preferenzialmente trattavasi di individui adulti, che presentano perforazioni nella parte destra del cranio, maggiormente esposta ai traumi perché non protetta dello scudo durante i combattimenti. In questi casi l’operazione potrebbe essere stata eseguita a scopo terapeutico (evacuazione di ematomi, sollevamento di fratture infossate, ecc.). Comunque l’esito deve essere stato quasi sempre fausto, come dimostrano i numerosi processi di riossificazione riscontrati.

Tra le aree archeologiche più importanti è senz’altro da porsi quella della penisola di Paracas in Peru.  L’area, prevalentemente desertica, posta in un comprensorio che comprende anche l’altopiano di Nazca, famoso per le sue misteriose “Linee”, e la città di Ica, sede un museo storico dove sono conservati molti reperti, è stata ampiamente studiata da un archeologo peruviano, Julio Tello.
Egli ha rinvenuto numerose sepolture della civiltà pre-Inca Paracas (databile circa 4000 anni fa), ottimamente conservate grazie al processo di mummificazione, imputabile al clima secco del deserto.
Tra i reperti ritrovati numerosi crani sottoposti a trapanazione ma anche deformati in varia misura [immagine a destra]. Le deformità sono attribuibili alla pratica, presso queste popolazioni, del rimodellamento cranico.
Il cranio dell’infante era, cioé, costretto a crescere in uno stampo cilindrico/conico, applicato dalla nascita. La crudele procedura esitava in un modellamento bizzarro della scatola cranica che, a ossificazione completata, assumeva un aspetto piriforme. Le forme coniche furono usate per identificare l’appartenenza tribale del soggetto, cosicché esse differivano in modo significativo da tribù a tribù.

AMERICHE

Nel Nuovo Mondo la trapanazione era una pratica ben conosciuta non solamente presso le popolazioni del Nord (reperti sono stati ritrovati negli stati USA del Maryland, della Georgia e del New Mexico, ma anche nella British Columbia canadese e persino in Alaska) ma anche, e soprattutto, presso le civiltà precolombiane Azteca, Maya, Zapoteca e, in particolare, quella Inca. Nell’area Maya non vi sono casi certi di trapanazione, ma vestigia di abrasioni occipitali, da semplici assotigliamenti a perforazioni complete, tutte in via di guarigione, in crani di infanti (soprattutto nella zona nord della penisola dello Yucatan). Non è chiaro il perché di tali dolorose pratiche presso i Maya. Si suppone che l’abrasione cranica facesse parte di un piano di rimodellamento del cranio, come peraltro già riscontrato in ritrovamenti peruviani [vedi sopra].
Centinaia di crani rinvenuti nelle tombe delle altre civiltà precolombiane mostrano, invece, una o più perforazioni. Le tecniche, oltre alla abrasione (senza dubbio la prima documentata), comprendevano l’incisione, la perforazione, il taglio con la sega o l’incisione a linee rettangolari intersecantisi, che risulta quella utilizzata più frequentemente [vedi figura in basso a destra].
Una delle tecniche di trapanazione maggiormente usata era anche quella che consisteva nel praticare, intorno alla zona fratturata o all’area da rimuovere, una serie di piccoli fori e poi di unirli mediante tagli: la zona così “tagliata” era poi asportata usando piccole leve. Il cervello esposto veniva, in seguito, protetto da sottili lamine di legno duro e tamponi di cotone.
Se il trauma cranico era così esteso da sconsigliare la trapanazione, la parte lesionata del cranio veniva protetta da uno casco protettivo costruito con “gessi”.
Gli strumenti chirurgici utilizzati dai medici Inca per la trapanazione cranica, chiamati “tumi”, consistevano in coltelli, seghe e scalpelli fatti, nei tempi più antichi, di selce od ossidiana, e poi di metallo (oro, rame, bronzo o ferro) temprato. Il tipico tumi era costituito da una lama a mezzaluna molto affilata agganciata ad un manico metallico, spesso abbellito con figure animali o umane [a sinistra un esempio in oro]. I margini del tumi potevano anche essere seghettati. Lo strumentario era completato da scalpelli, perforatori e piccoli trapani, preferenzialmente in bronzo. Tutti questi strumenti sono stati spesso raffigurati, incisi o dipinti, sul vasellame della civiltà Mochica nel nord del Peru (III e VI secolo d.C.).
Certamente la ideazione di questi strumenti per la trapanazione cranica è antecedente alla nascita della potenza Maya, il cui governo si fece poi garante e controllore di questa pratica medica.
I risultati degli interventi di trapanazione sono sorprendenti: nella maggioranza dei casi (secondo le casistiche, dal 62,5 al 55.3% dei casi) l’intervento era efficace e consentiva al paziente una lunga sopravvivenza.
Da ultimo, è noto che presso i Maya fosse in uso l’anestesia. Bevande alcooliche o varie preparazioni derivate dalla pianta della coca servivano a sopportare il dolore. Bisogna tuttavia ricordare che, nelle trapanazioni terapeutiche dopo trauma cranico, il paziente era il più delle volte anestetizzato … dal coma derivante dal trauma.
EGITTO
In Africa, reperti rinvenuti in Libia e Algeria e presso i Tibu del Tibesti (Etiopia), già descritti da Erodoto come i primitivi “Trogloditi Etiopi”, dimostrano come la pratica della trapanazione fosse diffusa anche in queste aree. In Kenia, poi, la trapanazione, probabilmente introdotta dagli Arabi, è ancora oggi praticata. Nell’area che vide svilupparsi la civiltà dell’Antico Egitto, nonostante l’elevato numero di reperti, sono state trovate solo sei testimonianze di trapanazione cranica.  Le più antiche sono sicuramente quella trovata a Sesebi (Sudan), datata al tempo della XVIII o XIX Dinastia (circa il 1200 a.C.) e quella di Saqqara (Egitto) datata XXV Dinastia (600 a.C.) . In quest’ultimo caso la trapanazione fu bilaterale. Ma il contributo più importante allo sviluppo della neurochirurgia l’Antico Egitto lo diede nella persona del più grande medico Egiziano: Imhotep, che visse intorno al 2600 a.C.
Sacerdote, ufficiale, costruttore e architetto (è accreditato come l’artefice della piramide più antica, quella di Saqqara), visse alla corte del faraone Djoser della III Dinastia.
Considerato, quasi universalmente, il vero « Padre della Medicina », Imhotep è ritenuto l’ispiratore del testo contenuto nel famoso papiro detto “The Edwin Smith Surgical Papyrus“. Il papiro, scritto attorno all’anno 1700 a.C., ma basato su testi più vecchi almeno di 1000 anni, è considerato il primo trattato medico della storia dell’umanità.
Il papiro, lungo 4.68 metri e largo 33 cm, contiene la descrizione di 48 casi clinici: 27 traumi cranici; 6 lesioni della gola e del capo; 2 della clavicola; 3 delle braccia; 8 dello sterno; 1 della spalla e 1 della colonna vertebrale. Ciascun caso è presentato in modo logico: Titolo, Esame, Diagnosi, Trattamento e Glossario.
Titolo: il tipo di lesione e la localizzazione.
Esame: il caso e il modo di esaminarlo (test del sensorio, esplorazione della ferita e del movimento della parte lesa).
Diagnosi: il medico ha tre scelte e si pronuncerà nel modo seguente: A) per le lesioni curabili – “Un disturbo che io tratterò”; B) per i casi difficili (il medico tenta la cura, ma l’esito non è certo) – “Un disturbo per il quale lotterò”; C) nei casi incurabili – “Un disturbo che non può essere trattato”.
Trattamento: bendaggi, cuciture, cauterizzazioni, gessi e steccaggi. L’occorrente chirurgico comprende, miele, grasso e garze.
Glossario
Certamente, dal momento che parte del testo è perduto – si interrompe bruscamente -, il papiro doveva essere più lungo, probabilmente almeno 5 metri.  Al di là del valore storico e scientifico, questo documento è importante perché, nell’illustrare il caso n. 6 (una ferita cranica aperta, con frattura del cranio e apertura delle meningi), viene usata per la prima volta il termine « CERVELLO » (« Brain » nell’originale traduzione inglese del dr. Breasted) [vedi geroglifico a lato] per descrivere il contenuto della scatola cranica. Nello stesso caso vengono utilizzati anche i termini a noi oggi comuni di « Circonvoluzioni », « Meningi » e « Liquido cerebro-spinale ».
Altrettanto interessante è il caso n. 8: frattura del cranio con danni esterni non apprezzabili. Il paziente, però, lamentava emiparesi dal lato in cui era avvenuto il trauma (lesione da contraccolpo). Merito del chirurgo egizio è quello di aver individuato nel cervello l’organo di controllo del movimento.
Il caso n. 22 tratta un caso di frattura cranica (osso temporale). La descrizione dell’afasia lamentata dal paziente precede di alcuni millenni quella descritta da Paul Broca nel 1861!
Infine i casi n. 31, 33 e 48 concernono la colonna vertebrale (dislocazioni, fratture, compressioni vertebrali). In papiro riporta la sintomatologia dolorosa e motoria riscontrabile in questi casi. E’ interessante notare tutti i casi citati, eccetto l’ultimo, sono descritti come “Un disturbo che non può essere trattato”.

ORIENTE

In Asia, crani trapanati furono scoperti in Palestina (famoso quello di Gerico – 2000 a.C.) e in Siria (ma risalenti all’epoca pre-romana) e, anche se in casi molto più rari, in Afghanistan, in Pakistan, nel Kashmir e in Tibet. A fronte a questa scarsità di reperti, sta invece una ricca fioritura di racconti popolari sulla trapanazione diffusi in India nel 400 d.C.
In uno di questi si narra che, nei tempi antichi, gli studenti si recavano a Taxilia (nel nord-ovest dell’India) per studiare scienze ed arti. A quel tempo viveva colà un famoso maestro _treya, luminare della medicina, che aveva come discepolo il principe J_vaka desideroso di apprendere “l’arte di aprire i crani”. Egli osservò il maestro estrarre un verme dal cranio di un paziente. Tornato in patria, praticò la trapanazione e estrasse da un cranio un centopiedi. La leggenda prosegue narrando che egli divenne poi medico personale di Siddharta (il Budda). J_vaka è certamente un personaggio celebre sia negli antichi testi che nel folklore buddisti.
La leggenda, portata ad est dai missionari buddisti, si arricchì, in Cina, di elementi (uso dell’agopuntura e dell’osservazione dei battiti del polso) che erano allora sconosciute in India.

CINA E GIAPPONE

Anche in Cina l’antica tradizione popolare narra (ma, anche in questo caso, i reperti obiettivi scarseggiano) che, nei tempi antichi (2700-110 a.C.), il medico Yü Fu fosse ritenuto maestro nell’esporre il cervello. Anche il grande chirurgo Hua Tuo, che visse durante la dinastia Han (206 a.C. – 220 d.C.), maestro in agopuntura, tanto da individuarne una intera linea (punti Huatuojiaji), scopritore dell’uso degli anestetici in chirurgia, fu accreditato della pratica della trapanazione.
Narrano le storie che il maestro proponesse a Tshao, imperatore di Wei, la trapanazione cranica come cura delle sue ricorrenti cefalee, causate da un tumore da lui stesso diagnosticato. Purtroppo per lui i suoi nemici sparsero la voce che Hua volesse, in realtà, attentare alla vita dell’imperatore. Questi non solo rifiutò l’intervento ma, credendo alle accuse, lo fece decapitare.
Nel vicino Giappone e precisamente nell’isola di Hokkaido, si suppone che la tribù Ainu praticasse la trapanazione. OCEANIA Nelle isole che costituiscono l’Oceania (maggiormente in Melanesia) la trapanazione era una pratica ben conosciuta ed utilizzata non solamente come cura della cefalea, della epilessia e della pazzia, ma anche come pratica per allungare la vita. In tempo di guerra, la trapanazione cranica era la cura per i traumi cranici, ma era utilizzata anche a scopo profilattico. Le donne, infatti, per evitare futuri danni da trauma, praticavano alcuni fori nella fronte dei bambini di 3-5 anni.

Infine, ricordiamo che segni di questa pratica si sono riscontrati anche nelle isole Canarie.

(das CONOSCERE LA NEUROCHIRURGIA: LA STORIA
a cura dello Staff della Clinica Neurochirurgica dell’Università di Pavia, 2004)