01.3. Incisioni rupestri del Monte Bego.

INCISIONI RUPESTRI DEL MONTE BEGO

INCISIONI RUPESTRI DEI LIGURI IN LIGURIA

E IN VAL CAMONICA

www.wikipedia.org.

MONTE BEGO

Le incisioni rupestri (dette anche petroglifi o graffiti) sono segni scavati nella roccia con strumenti appuntiti di vario genere, come una punta di roccia più dura a forma di scalpello, utilizzando una tecnica di picchiettatura, guidata o meno da un percussore o una punta metallica (tipo pugnale, di bronzo o di ferro), o usando una tecnica di raschiatura a graffio, da cui il nome graffito. Le figure formate in alcuni casi, da una fitta concentrazione di buchi, dette coppelle, si pensa potessero essere ricoperte di sostanze coloranti, in alcuni casi servivano per veicolare il sangue di animali sacrificati, durante riti animistici.
Si trovano incisioni rupestri ancestrali a partire da quando è comparso l’Homo sapiens, fino in epoca recente. In tutto il mondo solitamente si trovano in alpeggi da pascolo, vicino a fonti e a laghi. Rappresentano sia realtà della vita quotidiana pastorale e agricola, sia figure simboliche e fantastiche.
L’interpretazione di queste figure è discussa e varia da quella magico-simbolica, legata a riti religiosi di tipo sciamanico, a quella di figure fatte prevalentemente per passatempo da pastori fermi a guardia di greggi che pascolavano nei dintorni o che si abbeveravano. Le incisioni rupestri sono documenti risalenti all’epoca neolitica e all’età del ferro.
L’ Appennino Ligure occidentale è disseminato di siti dove si trovano incisioni rupestri. Precisamente si identificano le seguenti zone:

Territorio Intemelio, nell’interno di Ventimiglia. Il Monte Bego è nella Valle delle Meraviglie, dove si trovano circa 30.000 incisioni rupestri. [Vedi in seguito gli articoli originali sulle incisioni rupestri del Monte Bego]
Territorio Ingauno, nell’interno di Imperia. I Balzi Rossi prendono il nome da percolamenti ferrosi che hanno colorato di rossastro le rocce calcaree dei dintorni. I Balzi Rossi sono noti per otto grotte delle quali, la Grotta dei Fanciulli, la Grotta Florestano, il Riparo Mochi e la Grotta del Caviglione, presentano molte incisioni di tipo lineare.

Valle delle Meraviglie - il MagoMonte Bego, Valle delle Meraviglie, il Mago

Il Finalese, sulla costa e nell’interno di Finale Ligure. Il “Ciappo (pietra) delle conche”, (in genovese detta Ciappo de Cunche) è un sito archeologico preistorico, costituito da un lastrone di pietra di circa 30 mq sul quale sono incise 30 figure e scavate 7 vaschette. Il sito si trova sulle alture di Finale Ligure, in prossimità di Orco Feglino e poco più in basso della cima sul pendio meridionale del Monte Cucco. Il “Ciappo dei ceci”, si trova a circa 1 km più a sud del “Ciappo delle conche” e contiene lo stesso tipo di figure. Il toponimo “Ceci” potrebbe derivare da erxi ovvero lecci. Il “Ciappo del sale” (in genovese detto Ciappu du sa), si trova nell’immediato entroterra del finalese, a 320 m s.l.m., vicino al paese di Portio Revelli, in località Rocca degli Uccelli, a metà strada su una mulattiera che conduce verso la località di Rocca di Corno. Dei tre “ciappi” con incisioni rupestri nel finalese, è il più comodo e accessibile.

L’area del Monte Beigua. Attorno al Monte Beigua esistono molte iscrizioni, sebbene la patina di ossidazione superficiale della roccia non consenta delle datazioni precise. Nel territorio dei comuni di Urbe e di Sassello, ed entro il Parco regionale del Beigua, sono presenti molte incisioni con forme a phi, cruciformi, stellate o vulvari. I siti sono quelli di “Grande Roccia”, “Pietra Scritta”, “Dolmen”, “Roccia della Biscia”.
Il Genovesato, nell’interno di Genova. La “Pietra delle coppelle”, scoperta nel 1908 da Arturo Issel, si trova sulle Giutte, sopra Acquasanta di Voltri (GE), in località “Bric Caramello”, a quota di 510 m s.l.m. La roccia è ricoperta da qualche centinaio di cavità rotonde di varie dimensioni, da 1/2 cm a 2 cm, chiamate coppelle, e da figure geometriche stilizzate, filiformi o a forma di croce, di significato antropomorfo. È presente inoltre un tetraedro scavato, con la punta orientata verso nord, con 35 coppelle delimitanti in un’area circolare. Si riconoscono anche affilatoi a polissoir.
Molte di queste coppelle e croci sono sicuramente preistoriche, mentre altre sono di epoca medioevale: è difficile stabirne con precisione l’epoca, essendo possibile che gruppi cronologicamente diversi siano mischiati tra loro e in mancanza di un contesto archeologico.
La pietra si trova su un antico percorso che parte dalla costa (tra Sestri Ponente e Voltri) e si dirige verso l’interno alle Capanne di Marcarolo, punto di incontro a metà strada per lo scambio tra i prodotti della pastorizia della tribù celto-ligure dei Dectunini, provenienti da Voltaggio, Gavi Ligure e Novi Ligure nell’interno, e il sale portato dai Liguri della costa. La frequente presenza di coppelle lungo le “vie del sale”, che dalla costa penetravano nell’interno, ne ha suggerito l’interpretazione come segnalazioni di un confine (che potrebbe essere confermato dalla presenza degli affilatoi per coltelli), ovvero come unità di misura di riferimento (sono infatti spesso presenti in numeri ricorrenti). Un’altra interpretazione è quella archeoastronomica. Poco distante, verso ovest, in località Giandotto sotto il Poggio, su di un’altra roccia sono state più di recente, riconosciute incisioni rupestri con scene di caccia, di epoca preistorica.

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PIETRA DELLE COPPELLE

PIETRA DI ISSELLa “Pietra delle coppelle”, scoperta nel 1908 da Arturo Issel, si trova alle Giutte, sopra Acquasanta (in località “Bric Caramello”, a quota di 510 m s.l.m.).
La roccia è ricoperta da qualche centinaio di cavità rotonde di varie dimensioni, da 1/2 cm a 2 cm, chiamate coppelle, e da figure geometriche stilizzate, filiformi o a forma di croce, di significato antropomorfo. È presente inoltre un tetraedro scavato, con la punta orientata verso nord, con 35 coppelle delimitanti in un’area circolare. Si riconoscono anche affilatoi a polissoir.
Molte di queste coppelle e croci sono sicuramente preistoriche, mentre altre sono di epoca medioevale: è difficile stabilirne con precisione l’epoca, essendo possibile che gruppi cronologicamente diversi siano mischiati tra loro e in mancanza di un contesto archeologico.
La pietra si trova su un antico percorso che parte dalla costa (tra Sestri Ponente e Voltri) e si dirige verso l’interno alle Capanne di Marcarolo, punto di incontro a metà strada per lo scambio tra i prodotti della pastorizia della tribù celto-ligure dei Dectunini, provenienti da Voltaggio, Gavi Ligure e Novi Ligure nell’interno, e il sale portato dai Liguri della costa.
La frequente presenza di coppelle lungo le “vie del sale”, che dalla costa penetravano nell’interno, ne ha suggerito l’interpretazione come segnalazioni di un confine (che potrebbe essere confermato dalla presenza degli affilatoi per coltelli), ovvero come unità di misura di riferimento (sono infatti spesso presenti in numeri ricorrenti).
Un’altra interpretazione è quella archeoastronomica.
Issel fu il primo a studiare e descrivere la Pietra dell’Acquasanta, notando – sempre grazie al suo inconsueto spirito di osservazione – l’analogia di alcuni segni con altri che ricorrono frequentemente sui monumenti megalitici (dolmen, cromlech e menhir) e attribuendo pertanto le incisioni “ai tempi protostorici o ai primordi dell’Età dei Metalli“. (http://www.comune.mele.ge.it/testi.php?id_testi=237)

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Lombardia. Val Camonica
Incisioni rupestri a Foppe di Nadro. La Val Camonica (il nome deriva dalla popolazione dei Camuni), è una valle lombarda delle Alpi centrali situata a nord del lago d’Iseo. È la “capitale” dell’arte rupestre alpina. Con oltre 300mila figure incise conserva la più alta concentrazione di petroglifi e si presenta come il punto di riferimento scientifico per la ricerca nel campo dell’archeologia rupestre. La grande quantità di figure, come al Monte Bego, è dovuta al particolare supporto roccioso, un’arenaria di origine permiana (o verrucano lombardo), a grana molto fine e cemento siliceo, fortemente levigata dai ghiacciai. Poche figure più antiche risalgono alla fine del paleolitico (animali di grandi dimensioni, cervi, alci), ma la massima fioritura dell’arte rupestre camuna ebbe inizio alla fine del neolitico (metà del IV millennio a.C.), con la raffigurazione schematica di campi coltivati (le cosiddette “mappe” o “incisioni topografiche”), in corrispondenza con l’introduzione di pratiche agricole più evolute e con l’invenzione dell’aratro. Nella successiva età del rame (III millennio a.C.) seguì la raffigurazione di statue-stele e di composizioni monumentali (figure umane, pugnali, asce, scene di aratura a traino bovino, cervi e bovini allineati), di probabile significato e funzione rituale. Con l’età del bronzo antico e medio (figure di armi, asce, pugnali) questo primo grande ciclo termina. Il secondo ciclo ha inizio con l’età del bronzo medio-recente (metà del II millennio a.C.), con la raffigurazione di figure umane schematiche (i cosiddetti “oranti”). L’età del ferro (80% di tutte le figure, I millennio a.C.) vede un notevole incremento del numero delle figure, delle rocce e dei soggetti incisi: guerrieri (corredati di spade, lance, asce, scudi, elmi…), duellanti, cavalieri, cacciatori, pugili, cervi, cani, oche, uccelli acquatici, grani e dispense, “rose camune”. L’arrivo dei Romani (16 a.C.) segna la fine del ciclo istoriativo camuno, proseguito in epoche successive (particolarmente nel medioevo) solo in maniera sporadica.

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 INCISIONI RUPESTRI NEL MONTE BEGO

Andrea Arcà, www.rupestre.net/tracce/?cat=218.

Mount Bego, XIX century research history. By Andrea Arcà ( Footsteps of Man – IIPP). Issue 29 of  TRACCE Online Rock Art Bulletin is dedicated to the research history of Mt. Bego, from its early “discovery” to the end of the 19th century, with the exception of Clarence Bicknell’s work. Two key points should be emphasized: the relationship with the development of paleethnology and the significance of British cup-and-rings” studies. All early Mt. Bego authors virtually contribute to this issue since their papers are “served” online, not only as PDF files, but also as “flipbooks”, giving in this way importance to sources and online e-book sharing since they provide a useful tool to all researchers interested in rock art studies, especially in this area of the Alps.

Mount Bego, XIX century research history. The Mt. Bego petroglyphic complex, on the French-Italian border, and its sandstone natural rocky blackboards represent, together with Valcamonica, one of the two Alpine rock art poles. After the already published papers, regarding the Valcamonica-Mt. Bego relations and Barocelli’s role, this special issue of TRACCE Online Rock Art Bulletin (21 March 2013, special “equinox” issue) is entirely dedicated to the beginning of the research study in this area. All main papers published from 1821 to 1901, as from the first written news to the academic and scientific “discoveries”, are being re-published for public domain use.

From Moggridge 1869, table IV of the engraved Mt. Bego figures, for the first time copied and published (drawings by M. Dieck, a Prussian naturalist and a near relative of Count Bismarck).

 

François-Emmanuel Foderé (1821), Matthew Moggridge (1869), Leon Clugnet (1877), M. Henry (1877), Edmond Blanc (1878), Émile Rivière (1879), Serafino Navello (1884), Filippo Prato (1884), Felice Ghigliotti (1884), Emanuele Celesia (1886) and Arturo Issel (1901). The analysis of these papers, namely the oldest ones, often cited but rarely consulted and even less frequently evaluated, may well contribute to not only enhance the historical depth of rock art studies, but to also explain the evolution of the recording methods and how to better plan future researches.

Mount Bego, XIX century research historyClugnet 1877, planche IV, partie droite.

Clarence Bicknell’s contributions, published from 1897 to 1913, are not purposely included here since much greater space and attention should be reserved to the great work of the English botanist, who in terms of research studies on this iconographic complex must be considered the first and, together with Piero Barocelli and Henry de Lumley, one the three most important scholars of all-time.

As regards the Alpine arch, Mt. Bego’s engraved rocks were the first to be cited ( Gioffredo 1660~, 1839, Foderé 1821) and studied (Moggridge 1869). Only one year later (Keller 1870), also the cup-marked stones began to be published, first in Switzerland, and then in France (1880) and Italy (1881).

Regarding the first steps in Alpine rock art studies, two key points should be outlined: the clear relationship with the development of paleethnology, for which the second part of the 19th century was like a golden age, and the importance of British studies, derived from megalithic interests, particularly devoted to cup-and-rings petroglyphs.

Indeed, the spark of Mt. Bego’s academic studies may have been set off by their common membership of the London Geological Society. In fact, both George Tate – who in 1865 published a detailed and very well illustrated book on Northumberland engraved stones with cup-and-rings patterns – and Matthew Moggridge, the first to publish in 1869 the reproductions of Mt. Bego’s engraved figures, were F.G.S., i.e. “Fellows of the Geological Society”, as indicated by the acronym after their names.

Émile Rivière, Gravures sur roches des lacs des Merveilles en Italie T. VII. PL. XIX.

Although at the time, and until 1947, Mt. Bego belonged to Piedmont and to Italian territory, related studies were for the first fifteen years an entirely English-French concern. This situation was only partially redeemed in 1886, with the academic discovery of the engraved area of Fontanalba (Celesia 1886), and in 1901, by the long paper published by Arturo Issel, which was however largely based, for the iconographic part, on Bicknell’s works. Later, it was Piero Barocelli who took the baton of Bicknell’s research and represented the Italian Archaeological Superintendence. In 1921, with his first detailed paper, Italian scientific research provided an essential contribution, by setting an accurate archaeological frame, such that the role of rupestrian archeology pioneer should be awarded to Barocelli (Arcà 2012). It should be noted that academic and archaeological research started in the other Alpine rock art pole, namely Valcamonica, only fifty years later, in having the largest engraved areas only been discovered during the 1930-31 winter (Battaglia, Marro).

A third aspect, related to the importance of graphical recording methods, should be considered as it is not possible to publish an engraved or painted rock without having seen it or without any iconographic support. Indeed, the first Mt. Bego academic papers include more or less accurate plates of drawings, seeing that photography was not at the time available for printed books. This kind of documentation is very important for research history as it shows from the very beginning the co-presence of different methods ranging from sketches (Moggridge, Clugnet, Celesia) to rubbings (Issel), and from squeezes (Rivière, Blanc) to transparency tracings. All these reproduction methods can be considered as derived from epigraphists and antiquarians recording experiences, and already applied since a long-time before. These techniques are clearly identified by Texier in 1851, who cites the “estampage à la manière noire” (rubbing), the “estampage à la manière blanche” (squeeze) and, finally, the “calque”, which is the contact transparency tracing.

Figure incise sui banchi rocciosi sopra il lago Verde in Fontanalba.

Finally, a few words must be spent on the importance of free online e-books sharing (e-papers in this case) and of public domain. A thorough examination of the sources is the base of every scientific path: their complete accessibility, thanks also to Gallica-BnF and Google-books digitalization projects, can represent a great step for further research development. All papers “served” online with this TRACCE issue are not only available as PDF files, which can be downloaded and/or printed, but also as flip-books, which offer the possibility of being browsed as a real book and directly searched online. In this way, the TRACCE editors, in the hope that the seeds we have sawn will be taken up, provide a useful tool to all researchers interested in rock art studies, particularly in the Alpine area.

Mt. Bego’s early papers,  Andrea Arcà, TRACCE Online Rock Art Bulletin editor.

Gioffredo P., 1839 [~1660]. Storia delle Alpi Marittime, corografia, libro I, in Storia delle Alpi Marittime di Pietro Gioffredo libri XXVI, Torino, capo XIII, pp. 93-95 (p. 47 in altra edizione). The first written news of the Laghi delle Meraviglie (Marvels Lakes) – Mt. Bego – engraved rocks, printed edition (1839) of a manuscript compiled around 1660, based on a late 16th century relation.

Foderé F. E., 1821. Voyage aux Alpes Maritimes, ou histoire naturelle, agraire, civile et médicale, du comté de Nice et pays limitrophes, enrichi de notes de comparaison avec d’autres contrées, Paris, pp. 18-19. In this book it is possible to read the first few lines, regarding Mt. Bego’s rock carvings, in French. Dans ce livre on peut lire la première mention imprimée en Français sur les gravures rupestres du Mont Bego.

Moggridge M. 1869. The Meraviglie, in International Congress of prehistoric Archaeology, transactions of the Third Session, London, 359-362, 5 plates. This paper marking the scientific discovery of Mt. Bego’s petroglyphic complex – one of the two Alpine rock art poles – is due to an English botanist, member of the Italian Alpine Club.

Clugnet L., 1877. Sculptures préhistoriques situées sur les bords du lacs des Merveilles (au sud-est du col de Tende, Italie), Matériaux pour l’histoire primitive et naturelle de l’Homme, 13e année, 2e série, tome VIII, Toulouse, pp. 379-387, 4 pl. h.t. (III, IV, V et VI). In this paper, the first French work, the author, a librarian from Lyon, supports the idea that the engravings were made by shepherds or hunters; detailed plates.

Henry [M.] 1877. Une excursion aux Lacs des Merveilles près Saint-Dalmasde-Tende. Ancien glacier métamorphosé en monument Carthaginois, Annales de la Société des lettres, science et arts des Alpes-Maritimes, t. IV, pp. 185-205. The author thinks that the Mt. Bego engravings are natural rocks marking made by the glaciers; no scholar agreed with him.

Blanc E., 1878. Étude sur les sculptures préhistoriques du Val d’Enfer près des Lacs des Merveilles, Mémoires de la Société des Sciences Naturelles & Historiques des Lettres et des Beaux-arts de Cannes et de l’Arrondissement de Grasse, Tome VII, 1877-1878, pp. 72-87, 1 pl. h.t. In this paper, the author, a librarian from Nice, supports the idea that the engravings were the result of the cult of some malevolent deity, terrifying generator of lightning and thunder.

Rivière E., 1879. Gravures sur roches des lacs des Merveilles au val d’Enfer (Italie), in Association française pour l’avancement des sciences, Paris, pp. 783-793, I tav. This paper better details the French scientific discovery of Mt. Bego’s petroglyphic complex and it is due to the physician and archaeologist Émile Rivière, devoted to the study of the Palaeolithic.

Navello S. 1884. Iscrizioni simboliche preistoriche dei laghi delle meraviglie nelle Alpi Marittime, Memoria Navello, pp. 16-21, 2 tavv. The first Italian detailed paper, presented to the Alpine Club’s congress, “translates” the contents expressed by L. Clugnet as well as re-drawing his plates.

Prato A. F. 1884. Sulle iscrizioni simboliche del Lago delle Meraviglie , Rivista Alpina Italiana, Periodico mensile del Club Alpino Italiano, 9, 30 settembre 1884, pp. 97-98. In this short paper, published in the Italian Alpine Club review, the author suggests that the Marvels Lakes engravings where made to celebrate hunters with their preys, who died in this area.

Ghigliotti F., 1884. Alpi Marittime, Escursioni ai monti, in Atti del XVI Congresso degli alpinisti italiani in Brescia dal 20 al 25 Agosto 1883, Bollettino del Club Alpino Italiano, 1884, pp. 225-261. Here an accurate report of a mountaineering ascent to the Mt. Bego summit, with a visit to the rock engravings and the first mention of the well-known Latin inscription “Hoc qui scripsit…”

Celesia E., 1886. Escursioni alpine, I. – I laghi delle Meraviglie, II. – Fontanalba, estratto dal Bollettino ufficiale del Ministero di pubblica istruzione, fasc. V°, maggio 1886, 27 pp., 4 tavv. Here the discovery of the Fontanalba area, 68 figures in two plates. The first Italian academic paper on Mt. Bego’s engravings, due to the literatus E. Celesia, who suggests that the engravings were made by the Phoenicians.

Issel A. 1901. Le rupi scolpite nelle alte valli delle Alpi Marittime , Bullettino di paletnologia italiana, s. III, t. VII, a. XXVII, nn. 10-12, 1901, pp. 218-259. The most detailed paper until that time on Mt. Bego’s engravings; Issel never recorded the engraved rocks, but attentively examined the literature and was in close and friendly contact with C. Bicknell.

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THE MERAVIGLIE

By M. MOGGRIDGE, Esq. F.G.S. (Member of the Italian Alpine Club.) The Meraviglie, in International Congress of prehistoric Archaeology, transactions of the Third Session, London, 359-362, 5 plates, 1869.

Having for six winters been prevented by the snow from visiting the Laghi delle Meraviglie, of whose marvels I had heard much from the natives, I determined on a Midsummer expedition for that purpose in 1868. … Accompanied by M. Dieck, an able and intelligent prussian naturalist and a near relative of Count Bismarck, with a porter and a guide, …
Though provided with ampie means for taking rubbipgs, casta, &c., the weather was so bad that little could be done in that way. I went to work with the pencil, but soon found that M. Dieck was much quicker than myself, and at least as accurate. Therefore, confining myself to the task of finding fresh subjects, I have to acknowledge my obligation to the Prussian for the drawings.
I could discover no writing, in the common acceptation of the word. If any meaning is to be attached to these designs they must be read as hieroglyphics. The fact that the figures are frequently repeated and in different combinations, just as our letters are to form words, may accord with the supposition that they have a meaning.
The inscriptions are generally on the horizontal surfaces of the polished rocks (which are mica-slate), sometimes on the sides, never where rope or ladder is needed in order to reach them. They are not carved or cut, but were effected by repeated blows of some bluntly pointed instrument.
The tradition of the country is that they were the work of Hannibal’s soldiers, but I am bound to say that Hannibal, in that country, plays the same róle as Caesar, Oliver Cromwell, and his Satanic Majesty in England, to one or other of whom is popularly assigned the anthorship of those things which cannot otherwise be accounted for. We have, however, among these designs, the Egyptian symbol for water, and the twisted horn of the antelope, both savouring of Africa. North of Scaraena, at about half-way between the Meraviglie and Nice, is a place where an altogether independent tradition says that the rocks were worked away to widen the path for the passage of the Carthaginian troops. Hannibal, it is believed, passed throngh a widely different country. After his great victory over the Gallic Celts at the passage of the Rhone, he marched to the north and north-east for a considerale distance. Then, turning southward, he crossed the Alps, probably at the Bemardine; and going south or south-west, found himself in the plains of Italy, where he must have seen between him and the sea the Maritime Alps, much lower than those mountains which he had traversed, and inhabited by the friendly Ligurian Celts, affording a line of march whereby two-thirds of the distance might be saved. He might therefore have sent back, to desire his brother Asdrubal, who commanded one body of his supports, to take the short cut over the lower mountains, the Roman army at Marseilles, which caused him to make that great détour, being withdrawn for thè defence of Italy.
In this case the two before-cited traditions might well be true. Another suggestion has been made by a gentleman who passed many years in India, viz. that the Meraviglie may have originated in a singular custom, similar to one which has for ages existed and still exists among the higher mountains, where, when the snow has melted, the natives dock to that lofty region to engrave upon the rocks certain mystic signs; this they regard as a notification to posterity. Some support may be derived for this idea, from the fact that one of the figures (in the upper part of the first plate) is the counterpart of an engraving in an old book in the great library at Turin, where it is called “Idol Sarde”. The inscriptions, too, are obviously not all of the same date. For myself I have no wish to express an opinion one way or the other, but merely to state facts fairly, in the hope that those more competent may arrive at a satisfactory solution as to the question of origin, and possibly obtain a clue to enable them to decipher those strange designs, the Meraviglie.

Fig. 1. Incisioni rupestri del Monte Bego. Da Moggridge, The Meraviglie, 1869.

Fig. 2. Incisioni rupestri del Monte Bego. Da Moggridge, The Meraviglie, 1869.

Fig. 3. Incisioni rupestri del Monte Bego. Da Moggridge, The Meraviglie, 1869.

Fig. 4. Incisioni rupestri del Monte Bego. Da Moggridge, The Meraviglie, 1869.

Fig. 5. Incisioni rupestri del Monte Bego. Da Moggridge, The Meraviglie, 1869.

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SCULPTURES PREHISTORIQUES SUR LE BORD DU LACS DE MERVEILLES

Clugnet L.,  Sculptures préhistoriques situées sur les bords du lacs des Merveilles (au sud-est du col de Tende, Italie), Matériaux pour l’histoire primitive et naturelle de l’Homme, 13e année, 2e série, tome VIII, Toulouse, pp. 379-387, 4 pl. h.t. (III, IV, V et VI), 1877.

… Pour reconstiluer l’histoire probable de ces sculptures, il faut se dépouiller de toute idèe préconçue, se garder de vouloir leur attribuer coûte que coûte une importance que l’on donne trop facilement à notre époque à tous les restes des vieux âges prehistoriques, et ne chercher que dans l’examen de leurs caractères l’explication de leur origine. Un regard jeté sur les planches qui suivent montre que les fìgures dominantes sont des têtes d’animaux et des armes. Elles ont donc dû ètre gravées par des hommes qui vivaient des produits de la chasse et de l’élève du bétail. On peut domander comment il se fait qu’elles se trouvent en si grand nombre dans un vallon inhabitable. Je répondrai que malgré la désolation de ces lieux, on y voit copendant çà et là, pendant la belle saison, de rares brins d’herbe qui suffisent pour attirer quelques troupeaux de moutons et de chèvres. Ainsi, il est présumable que dès la plus haute antiquité ils étaient visités par des bergers qui venaient des perties basses do la vallèe. Maintenant, si l’on considère que ces sculptures pouvaient être exécutées assez rapidement (il ne m’a fallu que quelques minutes pour en reproduire une assez exactement à l’aide de la pointe d’un couteau), il ne sera pas exagéré d’admettre qu’un petit nombre de bergers ont pu les exécuter toutes dans l’espace de quelques années.
Quant au motif qui guidait ces derniers, il n’y en eut pas d’autre, je crois, que le désir d’occuper les longues heures consacrées a la garde des troupeaux. Quelques bergers eurent l’idée de chercher une distraction dans ce travail et ceux qui vinrent après les imitèrent. Quel autre motif auraient-ils pu avoir, sinon de fixer sur la pierre le souvenir de certains événements remarquables. Et, dans ce cas-là, ne verrions-nous pas figurer des scènes animées, telles que sacrifices, combats, etc.?
Cette absence de tableaux historiques prouve de plus que ces sculptures n’ont dù être faites que par des hommes menant une vie simple et monotone, tels que les pâtres des montagues. Des hommes accoutumés à une existence plus agitée auraient certainement eu une plus grande variété d’objets à représenter et surtout ils n’auraient pas manqué de figurer quelques uns des événements quotidiens auxquels leurs regards étaient habitués.
Je n’oserais pas prendre sur moi de déterminer tous les animaux et tous les objets reproduits dans les planches qui suivent. Voici ceux que je crois reconnaître, et je laisse à de plus habiles que moi le soin d’établir ce que sont les autres:
Pl. III, fig. 1, 18, 19, 20, 23, 24, 36, 41, 49, 52, etc. Pl. IV, fìg. 1, 2, 3, 4, 28, 29, etc. Pl. VI, fig. 10, 11, 12, 16, 26, 27, têtes de cerfs et d’élans.
Pl. III, fig. 4, un quadrupede, peut-étre un chien.
Pl. III, fig. 17, 26, 32, etc , des tètes de boeufs (?).
Pl. IV, fig. 15, 44. Pl. VI, fig 3, des têtes de béliers, de boucs, de bouquetins (?).
Pl. V, fig. 14, un oiseau (?).
Pl. IV, fig. 33, trophée de crànes d’animaux.
Pl.III, fig. 13, 15. Pl. IV, fig. 34, 47, etc. Pl. VI, fìg. 1, 2, 8,etc..
filets servant à trensporter le foin (on s’en sert encore pour cet usage dans quelques hautes vallées des Alpes), ou bien massues faites de branchages tressés (?).
Pl. III, fig. 3, 5, 10, 11, 30, etc. Pl. IV, fig. 18, 25, 41, etc. Pl. V, fig. 3, 4, armes ou coutelas en pierre (comparer un instrument semblable qui se trouve au Musèe ethnologique de Copenhague et qui est figurè à la page 441 du Compte-rendu du Congrès d’archeologie tenu dans cette ville).
Pl. III, fig. 14. Pl. V , fig. 16, couteaux, grattoirs en pierre.
Pl. V, fig. 2, 16, hachettes en pierre avec manches de bois.
Pl. III, fig. 6, massue (?).
Pl. IV, fig. 12, 13, 38, 51. Pl. VI, fig. 9, 43, 17. 24, etc., dessins dus, sans doute, à l’imagination plus vive de certains pâtres.
Pl. IV, fig. 5, 6, curieusos figures que je n’ose prendre sur moi de déterminer. Tout ce que je puis dire, c’est que leurs contours sont très-nettement arrétés. Je ne les ai trouvées que sur une seule pierre. Peut-être représentent elles des peaux d’animaux.
Je ne serais pas éloigné de croire que ces sculptures datent d’un temps ou les habitants de ces montagnes ne connaissaient pas ou du moins n’employaient pas des outils de métal. La forme massive, ramassée, des armes ou coutelas, leur talon èvasé, leur poignée épaisse, tout, en un mot, semble indiquer qu’elles devaient être de pierre. Faites de métal, elles auraient certainement eu une forme plus élancée, plus légère. C’est probablement à l’aide de ces instruments de pierre (Pl. III, fig. 3, 30, etc., etc.) que les sculptures ont été exécutées. Des expériences faites au Musèe de Saint-Germain ont prouvé que des outils de silex sont plus commodes pour ce genre de travail que des instruments de bronzo ou de fer.
J’espère quo les lignes qui précèdent, bien qu’écrites à la hâte, suffiront pour donner uno idèe assez exacte des sculptures des lacs des Merveilles. Mais si elles pouvaient provoquer chez quelques archéologues le désir d’aller les étudier plus longuement sur place, je serais heureux d’avoir contribué à augmenter l’attention qui se porte depuis quelques années vers ce vallon déscrt, où quelques dessins laissés sur lo roc nous permettent de faire revivre en imagination des hommes qui existèrent à une epoque perdue dans la nuit des temps.

Fig. 1. Sculture sulle rocce del Monte Bego. Da Clugnet, Sculptures préhistoriques située sur les bords des lacs des Merveilles. 1877.

Fig. 2. Sculture sulle rocce del Monte Bego. Da Clugnet, Sculptures préhistoriques située sur les bords des lacs des Merveilles. 1877.

Fig. 3. Sculture sulle rocce del Monte Bego. Da Clugnet, Sculptures préhistoriques située sur les bords des lacs des Merveilles. 1877.

Fig. 4. Sculture sulle rocce del Monte Bego. Da Clugnet, Sculptures préhistoriques située sur les bords des lacs des Merveilles. 1877.

Fig. 5. Sculture sulle rocce del Monte Bego. Da Clugnet, Sculptures préhistoriques située sur les bords des lacs des Merveilles. 1877.

Fig. 6. Sculture sulle rocce del Monte Bego. Da Clugnet, Sculptures préhistoriques située sur les bords des lacs des Merveilles. 1877.

Fig. 7. Sculture sulle rocce del Monte Bego. Da Clugnet, Sculptures préhistoriques située sur les bords des lacs des Merveilles. 1877.

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SCULPTURES PREHISTORIQUES DU VAL D’ENFER

Blanc E.,  Étude sur les sculptures préhistoriques du Val d’Enfer près des Lacs des Merveilles, Mémoires de la Société des Sciences Naturelles & Historiques des Lettres et des Beaux-arts de Cannes et de l’Arrondissement de Grasse, Tome VII, 1877-1878, pp. 72-87, 1 pl. h.t.,  1878.

… C’est au pied mème du mont Bégo, entre le dernier des lacs Lunghi et le premier lac des Merveilles que se voient les sculptures préhistoriques. Je les retrouvais facilementà l’aide de la description fort exacte qu’en a donné M. L. Clugnet, sa petit carte surtout, est uue providence véritable pour le voyageur.
Les sculptures sont gravées sur des roches basaltiques à base de pyroxène, remarquablement polies sur une de leur face, par le transport glaciaire, elles sont toutes sur la rive droite du ruisseau, qui du lac des Merveilles desceud aux lacs Longs; une partie, sur des blocs isolés tombés aujourd’hui dans le fond du ravin et l’autre, sur des murs derochers polis de la mème facon et sur lesquels, le glacier en descendant, a tracé de longues moulures qui ressemblent à des coruiches monumentales, cela donne à cet endroit un aspect particulier; on se croirait en présence d’un immense monument en ruines, autrefois dédié à quelque divinité terrible.
III
Ces sculptures représentent des tètes d’animaux, surtout de ruminauts; ou peut y distinguer le cerf, l’élau, l’aurochs, le bouquetin, le moufion, le chevreuil et le chamois; et avec beaucoup moins de certitude, le bélier, le bouc ou le boeuf.
Après les crànes d’animaux, l’on voit surtout une grande quantité d’armes en pierre et, quoiqu’on en ait dit, en bronze. J’y reconnais la hache, le poignard, le marteau en pierre, quelques crocs ou fourches, peut-étre en corne, et des harpous en bronze, des massues en bois dur, et d’autres instruments de chasse et de péche. On y voit encore quelques filets, et de nombreuses claies, qui devaient servir à barrer les clus où l’on amenait le gibier; mais je me refuse absolument à reconnaìtre dans ces quadrillés des filets à transporter du foin. Tels sont les sujetsqui sont les plus nombreux sur les rocs polis du Val d’Enfer; mais à còté de cela, il y a des pièces uniques ou rares. Ce sont des paniers, des peaux d’animaux (des fauves, probablement des lynx), un homme armé d’un poignard et enfin des roues; l’on sait que la roue, symbole du soleil chez les Gaulois, était portée comme amulette par les peuples de race celtique; on a retrouvé partout, dans les tumulus, cet ornement, en bronze, en os, ou gravé sur des poteries, et méme sur des lampes préromaines. Le croissant (la lune) et la roue (le soleil) étaient partout regardées comme des divinités préservatrices de tout malheur. La roue peut avoir un nombre pour ainsi dire indéfini, de rayons; on en trouve de 2, de 4, de 6 et de 10, et jusqu’à 16 rayons ; elle perd quelquefois son cercle et se change alors en étoile ou en croix, suivant le nombre de rayons quelle possédait. M. de Mortillet, Revue d’anthropologie, IV, 1876, a prouvé que c’était bien à des amulettes que l’ou avait à faire.
M. Léon Clugnet, après avoir, avec raison, rejetè parmi les contes de ma mère l’oie, la fable qui veut faire de ces sculptures des monuments Carthaginois, après avoir également écarté l’hypothèse qui voulait y retrouver des caractères hiéroglyphiques d’une langue inconnue, se refusaut à y voir une écriture symbolique destinée à conserver le souvenir d’événements importants, conclut en les attribuant à des pàtres désoeuvrés qui, pour charmer de longues heures destinées à la garde des troupeaux, se seraieut amusés à représenter sur ces rocs, les objets auxquels leurs regards étaient le plus habitués.
Cette explication ne supporte pas cinq minutes d’examen sèrieux; et tout d’abord, que seraient allés faire des troupeaux à une altitude moyenne de 2,300 mètres au-dessus du niveau de la mer; à cette altitude, la végétation phanérogamique a disparu, pour faire place à une vègétation exclusivement cryptogamique; or, si à défaut de toute autre pàture, l’on peut admettre que des ruminants se nourissent de mousses et de lichens, il est inadmissible que des troupeaux qui avaient, tout autour du Val d’Enfer, des riches pàturages plus qu’il ne leur en fallait, soient venus se perdre, pendant de longues heures, dans ces régions désolées où ne croissaient que des pàturages de qualité tout-à-fait inférieure. Ce n’était pas non plus pour y chercher de l’eau, qui abonde dans toutes les belles vallées environuantes, quel’on peut admettre leur séjour dans le Val d’Enfer; et, pour ma part, je suis persuadé que les troupeaux qui ont passé, qui passent et qui passeront par la région d’Enfer, n’y ont cherché et n’y cherchent qu’un passage raccourci pour se reudre d’une vallèe dans l’autre.
En secoud lieu, si ce sout des bergers qui ont gravé ces figures sur les roches du Val d’Enfer, pourquoi n’y en a-t-il pas ailleurs, dans les autres vallées, où l’action glaciaire est tout aussi intense qu’au Val d’Enfer ? pourquoi n’en voil-on point notamment dans la belle vallèe de Fontanalba, dans celle de la Gordolasca? et pourquoi enfin, ces bergers n’ont-ils gravé que des armes de chasse et de pòche, pourquoi n’y voit-on pas de maisons, de charrue, etc. etc., pourquoi, parce que ce ne sont évidemment pas des bergers qui les ont gravées, parce qu’il ressort de l’ensemble de ces sculptures, un caractère général, qui a échappé à M. L. Clugnet, comme à précesseurs, qui n’ont étudié que les objets représentés, saus se préoccuper du cadrequi les contenait.
Si, au contraire, l’on ne sépare pas les sculptures d’avec toute la région d’Eufer, si l’on considère, eu un mot, le monument dans son ensemble, on est tout d’abord frappé d’une chose: les noms des sommets, des vallons et de combes, des lacs et des ruisseaux se rapportent tous à l’idée d’un culte ancien à quelque divinité infernale.
Le vai d’Enfer, la cime du Diable, le lac Charbon, le lac de la Folle (lago della matta) les lacs du val des Sorciers (laghi di val Masca); saus compter le mont Bego, qui peut venir du vieux mot cellique beg, qui signifie mauvais, qui porte malheur, le mont Macruera dont le nom signifie maigre, décharné, improductif, le passage de Lappe, qui rappelle, en italien, l’idée d’une peur soudaine, etc., etc. Et, ce n’est pas seulement l’aspect triste, désolé mème de cette région qui a du lui attirer cet ensemble de noms; car il y a, dans la chane des Alpes-Maritiines, quanlité de lieux aussi désolés, dont les noms n’offrent pas ce caractère. Il faut donc chercher autre part, la cause de ces dénominations caractéristiques.
Cette cause, la voici, daus l’antiquité la plus reculée, à l’époque où furent gravées sur les roches Val d’Enfer, les fìgures que nous étudious aujourd’bui, on rendait en ce lieu, un culte à quelque divinité inconnue; terrible ou tutélaire, j’essaierai plus bas de le rechercher dans l’étude du monument, mais ce culto a duré longtemps; puisque, commençant à une époque bien rapprochée de l’âge paléolithique, il a persistè jusqu’à l’âge de bronze, comme je leprouverai bientôt et que pendant tout cet énorme laps de temps, les chasseurs, soit pour se rendre favorable la divinité du lieu, soit pour la remercier d’exploits cynégétiques, venaient au Val d’Enfer, graver la figure abrégée du gibier abattu, de l’arme qui l’avait frappé ou de l’engin qui avait servi à le prendre.
Il est à presumer que l’aspect monumental de ces grands murs de rochers polis et striés, que ces moulures dont ils ne pouvaient s’expliquer la présence en ce lieu, ont du de tout temps, attirer l’attention d’hommes grossiers et primitifs, comme les populations préhistoriques. Quelques chasses heureuses accomplies dans ce vallon resserré, éminemment propre à l’établissement des claies de barrage, et l’amour du merveilleux aidant, est-il étonnant, que des hommes ignorants, pour lesquels les phénomènes de la nature tels que la foudre, ou la grèle, ne pouvaient étre que des manifestations d’une puisssance occulte; est-il dis-je, étonnant que ces hommes, aient songé à placer, dans un lieu aussi bizarrement décoré, d’où partaient souvent ces terribles phénomènes, le séjour de la divinité qui devait y présider.
Le culle une fois élabli, il est tout naturel de penser que les habitants de ces hautes vallées, prirent l’habilude de venir rendre hommage à la divinité du lieu. Après la couquète, les Romains suivant leur usage, laissèrent les habitants paisiblement adorer leur dieu et accomplir leurs cérémonies mystérieuses dans le Val d’Enfer. Mais au paganisme romain, succèda le christianisme, qui ne laissa subsister lui, aucune trace du culte ancien, c’était un culte diabolique, c’était le diable en personne qui habitait ces vallons, cette région maudite fut donc appelée la région de l’Enfer, le sommet qui la domine devient le mont du Diable, ceux qui les visitaient furent des sorciers, etc., etc., de là cet ensemble do noms typiques.
On le voit, mes conclusions diffèrent absolumeut de celles de M. Clugnet quant à l’origine de ces sculptures; landis qu’il n’y voit que des croquis informes dus à des pàtres désoeuvrés, j’y reconnais moi, des sortes ex-voto gravés par une population superstitieuse et guerrière, en l’honueur d’une divinité inconnue, dont le culte mystérieux était célébré dans la haute vallèe, aujourd’hui nommée Val d’Enfer.
De quel ordre était cette divinité; était-ce un Dieu bienfaisant, dont on implorait la bonté; était-ce au contraire, une divinité terrible, que l’on cherchait à se rendre propice, par des sacrifices et des offrandes. S’il faut se fier au cadre environnant, la divinité qui avait élu domicile en un lieu pareil ne pouvait ètre que terrible, car, non seulement, elle habitait l’un des coins les plus désolés du massif Alpin, mais encore et surtout, elle présidait à des orages terribles qui se formaient continuellement dans cette région, que la neige rendait inabordable pendant six à huit mois de l’année. Les roulements du tonnerre, alors comme aujourd’hui, s’y faisaient entendre, presque chaque jour, pendant la mauvaise saison; des orages de grèle, des avalanches épouvantables eu partaient, il est donc à présumer que la divinité de ces régions maudites appartenait à la classe des dieux malfaisants et peut-étre faut-il rechercher son noni dans celui qu’a conservé le mont Bego, qui domine immédiatement le Val d’Enfer.
Cotte supposition, expliquerait encore, pourquoi les habitauts, pour se rendre propice ce dieu du mal, accompagnaient parfois leurs gravures, de l’amulette qui devait les préserver de tout malheur dans leurs voyages et dans leurs chasses. C’était peut-étre pour conjurer le mauvais vouloir du Dieu terrible.
IV
Monsieur Léon Clugnet, qui a dessiné 150 des fìgures gravées sur les rocs du Val d’Enfer, a laissé peu de choses à faire à ses successeurs, mais s’il reste peu à faire connaitre, il reste presque tout à déterminer, car si j’accepte quelques unes des déterminations de cet auteur, je suis d’un avis diamétralement opposé au sien pour d’autres et notamment pour les têtes de boeufs, ainsi, les fìgures 17 et 26 de la plauche III de cet auteur ne sont pour moi que des biches, le n° 32 de la méme planche pourrait à la rigueur se rapporter à un boeuf, ainsi que quelques autres fìgures de cette plauche, mais si l’on étudie bien la position des cornes et leurs dimensions on admettra avec moi que c’est plutòt l’aurochs qui a servi de modèle à ces dessins primitifs.
J’ai divisé la plauche qui accompague ce mémoire en six parties, dont cinq, représentent des groupes de sculptures, ce sont des réductions pantographiques au 1/4 de la grandeur naturelle, faits sur des estampages. Ils offrent, comme on le voit toutes les garanties d’exactitude désirables. Dans la sixième partie, j’ai reproduit quelques dessins de M. L. Clugnet, qui m’ont parus nécessaires à la clarté de mon travail.
Le n° 1 de ma partie I, est une téte d’aurochs avec les oreilles. L. Clugnet pl. IV fig. 30 en représente une analogue si ce n’est la même; les n. 2 et 3 de cette même partie me paraissent peu déterminables à cause des injures que leur a fait subir le temps, les n. 4, 5 et 6, sont des harpons, fourches ou épieux en bois dur ou en corne, le numéro 7 dont la partie supérieure est endommagée pourrait représenter une grenouille; cet animal est très-abondant aux lacs des Merveilles et chaque année, les ouvriers de la mine de Vallauria en receuillent de grandes quantités. Le n. 8, parait en assez, mauvais état, mais si endommagé qu’il soit, je suis porté à y voir une sorte de panier analogue à ceux dont on se sert aujourd’hui pour la pêche du homard. Ce sont des engins formés d’un cylindre d’osier fermé par un bout, dans lesquels l’animal entre par un trou, ménagé à cet effet, à l’autre bout; ce trou, en forme d’entonnoir, permet difficilement le passage à l’entrée et s’oppose à la sortie, de sorte qu’une fois rentré, l’animal est prisonnier dans cette cage et le pècheur n’a qu’à retirer l’engin de l’eau pour se rendre maitre de sa proie. Il est probable, si je ne me trompe pas dans ma détermination, que ces engins servaient à prendre des écrevisses. Le n. 9 est un har- pon qui me parait en bronze, il semble en eflfet que l’une de ses branches est terminée en pointe de flèche. M. L. Clugnet pl. V, n. 7, en a représenté un, beaucoup mieux conservé, dans lequel il est impossible, à mon avis, de ne pas reconnaitre un instrument de métal.
Le n. 1 de ma deuxiéme partie représente une de ces claies qui, de tous temps, ont servi à barrer le passage au gibier poursuivi; le n. 2 est une massue en bois dur; le n. 3 peut étre un harpon; le n. 4 est certainement une hache de pierre qui par sa forme parait se rapprocher de l’âge paléolithique; le n. 5 me paraît être un mouflon, à cause de l’épaisseur des cornes; il en est de méme de la figure qui suit.
Dans la IIIme partie, le numero 1 est, à n’en pas douter, une hache néolithique, c’est un des instruments les plus nettement représentés, au dessous, fig. 2, on voit le haut d’une tète de cerf, la partie basse n’existe plus aujourd’hui et le museau manque en entier; la fig. 3 représente encore une tète de cerf; les fig. 4 et 5 des claies de chasse.
La figure 1 de ma IVme partie est un panier, M. L. Clugnet en a dessiné un analogue pl. V, n. 8; le n° 2, quoique bien maltraité par les agents atmosphériques, paraît être une tête cornue attribuable à un aurochs et le n. 3 une tète de cerf.
Les n. 1 et 2 de la Vme partie sont trop dégradés pour pouvoir être déterminés; le n. 3, est une arme de pierre, qui quoique se rapprochant du n. 1, partie III de ma planche, parait être d’un style plus archaïque, les bords ne sont pas aussi nettement dessinés, le talon est plus fort, en un mot, je suis porté à y voir une arme se rapprochaut de l’époque paléolithique. Les figures 4 et 5 sont pour moi des énigmes; quand aux n. 6 et 7 ce sont des fourches de chasse.
Le n. 1 de ma sixième partie, Clugnet, pl. VI, n° 24, est une amulette, c’est la roue, pendeloque que l’on retrouve partout chez les peuples préhistoriques; comparer avec les objcts de même nature dessinés dans les Matériaux pour servir à l’histoire de l’homme, j’ai déjà dit ci-dessus mon sentiment à ce sujet. M. Clugnet pense que ce sont des dessins dus à l’imagination plus vive de quelque pâtre désoeuvré, je n’insiste pas sur ma détermination qui me paraît inattaquable à tous les points de vue. Le n. 2 que M. Clugnet qualifìe (un oiseau), n’est pas autro chose qu’un homme armé, brandissant de la main droite un poignard et de l’autre un objet difficile à déterminer; le n. suivant est un marteau de pierre; et les n. 4 et 5 se rapportent aux amulettes en roue, ce sont des types connus et depuis longtemps déterminès. Le n. 6, (Clugnet, pl. V, fig. 2) est une hachette forme néolithique avec son manche en bois.
On le voit, d’après les quelques reproductions qui accompagnent ce mémoire, il ressort incontestablemeut, selon moi, de groupemeut des figures, qu’à l’exception de l’homme armé, aucune scène vivante n’est représentée, sur les rochers du Val d’Enfer; on n’y voit que des objets séparés, d’âges parfois différents, gravés dans un désordre tel, qu’il est impossible d’y trouver une suite d’idées et par conséquent d’y reconnaitre des représentations symboliques de scènes de guerre ou de chasse. Ce sont des gravures faites individuellement et à des époques souvent fort éloignées l’une de l’autre, dont le le caractère votif me paraît peu contestable; M. Clugnet, planche IV, fig. 33, a reproduit un trophée de crânes d’animaux qui, sans cette explication, serait peu compréhensible. Mais ce qui ressort d’une façon indéniable pour moi, c’est le long espace de temps écoulé entre les plus anciennes et les plus récentes de ces sculptures; les plancbes de M. Léon Clugnet, bien mieux que les miennes, peuvent servir à démontrer ce fait et si l’on veut comparer les n. 2, 10, 45, 51, planche III, avec les n. 20, 25, 41, pl. IV, et ces derniers avec les n. 2, 3, 9, 16, pl. V, on trouvera trois séries d’armes de pierres, attribuables la première aux ages paléolithiques, la deuxième au néolithique pur, et la dernière au néolithique accompagnant des objets de bronze. Quant aux objets de métal, il me parait difficile de ne pas reconnaitre comme tels, les n. 43, pl. IV, et 6, 7, 15, pl. V.
La plupart de ces sculptures sont, comme je l’ai dit, gravées sur des roches basaltiques à base de pyroxène de couleur grise, d’autres sont sur des blocs de schiste talqueux vert. La façon dont la gravure est faite est remarquable, le trait est totalement banni et remplacé par une infinité de petits trous circulaires plus ou moins rapprochés les uns des autres selon que le graveur a voulu donner plus ou moins de soin à sa gravure. Ces trous sout certainement faits avec des instruments de silex, car j’ai attentivement étudié un grand nombre de ces gravures et aucune d’entre elles ne ma’a fourni de traces métalliques, d’ailleurs ainsi que l’a fait remarquer M. Clugnet, ces sortes de travaux se font plus facilement avec des instruments de silex qu’avec des métaux.
Tels sont les résultats de ma course au Val d’Enfer, mes conclusions seront-elles acceptées par les savants qui déjà se sont occupés des lacs des Merveilles. J’en ai le ferme espoir, mais en serait-il autrement, que je m’applaudirais encore, si ces quelques lignes contribuaient à exciter la curiosité de quelque champollion, qui plus heureux que moi, trouverait une explication plus plausible que celle que je propose aujourd’hui.
Ed. Blanc.
Correspondant du Ministère de l’Instructiou publique, pour les Travaux Historiques.

Fig. 1. Sculture preistoriche della Val d'Inferno. Da Blanc E., Sculptures préhistoriques du Val d'Enfer, 1878.

Fig. 2. Sculture preistoriche della Val d'Inferno. Da Blanc E., Sculptures préhistoriques du Val d'Enfer, 1878.

Fig. 3. Sculture preistoriche della Val d'Inferno. Da Blanc E., Sculptures préhistoriques du Val d'Enfer, 1878.

Fig. 4. Sculture preistoriche della Val d'Inferno. Da Blanc E., Sculptures préhistoriques du Val d'Enfer, 1878.

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GRAVURES SUR ROCHES DES LACS ES MERVEILLES AU VAL D’ENFER

Rivière E., Gravures sur roches des lacs des Merveilles au val d’Enfer (Italie), in Association française pour l’avancement des sciences, Paris, pp. 783-793, I tav., 1879.

… Les signes gravés sur les rochers des Merveilles sont ou frustes – ce qui est assez rare – ou parfaitement conservés; quelquefois l’un et l’autre sur la même roche, bien que tous ceux que nous avons estampés me paraissent remonter à la même époque.
Les dessins, que nous avons relevés par le procédé de M. Lottin, de Laval, sont au nombre de 408, que je crois pouvoir grouper en trois classes distinctes, d’après les objets représentés.
Ce sont :
1° Animaux;
2° Armes, instruments et.objets divers;
3° Signes indéterminables, mais se rapportant tous à un type à peu près toujours le même.

1er Groupe. – Animaux. – Les animaux, que la gravure sur roche a cherché à reproduire, sont représentés presque exclusivement par des têtes de ruminants, bœuf, chèvre et cerf, autant du moins que la forme de la tête, des bois ou des cornes semble le démontrer (voir la planche XIX, fig. 1 à 9) (les dessins figurés sur la planche qui accompagne ce mémoire ont tous été reproduits au pantographe, dont la pointe a suivi avec la plus scrupuleuse exactitude tous les contours des estampages, de façon à leur conserver avec la plus parfaite authenticité la forme absolument vraie. Ils sont tous au sixième de leur grandeur naturelle, sauf le n° 40, qui est au huitième.), je dis des têtes et non point des corps, car sur aucune roche sans exception, je n’ai trouvé autre chose qu’une tête. Ces têtes elles-mêmes sont simples ou ornées ; simples lorsqu’elles présentent la tête seule, soit avec ses appendices, bois ou cornes et sans oreilles (fig. 1, 4, 8 et 9), ce qui est le cas ordinaire, soit avec celles-ci (fig. 3); ornées, lorsque le frontal est surmonté d’un prolongement difficilement déterminable, ou d’une sorte de houppe (fig. 5, 6 et 7) ou bien encore d’un objet, tel par exemple qu’une croix à bras égaux et recourbés (fig. 2). Parfois plusieurs têtes se trouvent réunies soit par l’extrémité des cornes, soit par l’un des côtés mêmes de la tête (fig. 8).
La forme de celle-ci varie aussi considérablement depuis la tête véritable et assez facilement reconnaissable (fig. 1, 6 et 7) jusqu’il simuler une.fourche (fig. 10), ou même une sorte d’éperon (fig. 11 et 12) et ce n’est que par induction, et en suivant les différentes transformations que le dessin a subies, que j’arrive à reconnaître encore les dernières apparences d’une tête; celle-ci est donc, ou étroite et très allongée, les bras de la fourche étant plus ou moins rapprochés, quelquefois même très-écartés, ou aussi large que longue et presque carrée. Mais en aucun cas on ne peut distinguer les parties constitutives do la face, l’artiste s’étant borné il en représenter simplement et grossièrement la masse.
Les cornes ou les bois qui surmontent la tète, la plupart du temps très-difficiles à distinguer, entre eux par l’absence de toutes ramures ou subdivisions, varient fort peu; ils sont droits, recourbés ou sinueux, c’est-à-dire en zigzag, et plus ou moins longs. Quelques-uns de ces bois se rejoignent par leur extrémité libre et forment un cercle complet, un véritable anneau (fig. 13).
Enfin ces têtes, si toutefois on les accepte pour telles, se trouvent parfois associées à d’autres dessins, tels que des instruments, comme s’ils étaient destinés à en orner l’extrémité du manche (fig. 14, 15 et 16). Ils paraissent quelquefois avoir été sculptés après coup, quoiqu’il la même époque.
Ces têtes d’animaux sont, de tous les signes que j’ai rencontrés, les plus nombreux.
2e Groupe. – Armes, instruments et objets divers. – Les armes et les instruments sont pour la plupart plus faciles à reconnaître que les dessins du groupe précédent.
Les armes représentent soit des pointes de flèches, assez généralement petites (fig. 23, 24 et 30), soit des pointes de lances triangulaires plus ou moins grandes, depuis 12 jusqu’à 33 centimètres (fig. 28 et 29), soit de véritables glaives ou des poignards d’assez grande dimension (fig. 2o, 26 et 27). Sauf les pointes de flèches qui pourraient simuler des armes de pierre, les autres dessins nous paraissent vouloir figurer des armes de l’âge du bronze, notamment les glaives triangulaires à poignée petite et étroite. Les faibles dimensions de cette poignée semblent indiquer aussi que les hommes, appelés à se servir de ces armes, devaient avoir les mains petites, et rappellent par là les populations de l’Inde.
Ne pouvant pas entrer ici dans plus de détails, je me bornerai, avant de passer au troisième groupe, à citer encore les armes et les instruments emmanchés, haches, etc., qui sont représentés (fig. 19, 20, 21 et 22) sur la planche XIX de cette notice. Je ne dois pas oublier cependant d’indiquer encore : 1° certaine pointe triangulaire terminée à la base par une sorte de sphère dont le diamètre n’est pas moindre de 14 centimètres (fig. 17); 2° un panier à anse parfaitement gravé (fig. 18); 3° deux sortes de faulx, serpes ou faucilles, figurées sous les n0 31 et 33; 4° enfin, la fig. 33 qui représente une massue.
3e Groupe. – Dessins difficilement déterminables, mais se rapportant tous à un type à peu près le même. – J’ai cru devoir réunir dans ce groupe toute une série de dessins auxquels je serais très-embarrassé de donner un nom – du moins pour le plus grand nombre, – soit qu’on les considère comme des filets, des galettes ou des gâteaux (fig. 37, 38 et 41), quelques-unes même comme des anneaux, des roues ou des rouelles (fig. 34, 33, 36 et 42), l’une de celles-ci est pourvue d’une sorte de manche ou timon, comme si elle indiquait un véhicule quelconque (fig. 39), d’autres enfin comme des clôtures ou barrières (fig. 40).
Quoi qu’il en soit des objets que l’on croira reconnaître dans ces dessins, ceux-ci se rapportent tous, je le répète, à un type à peu près le même, affectant la forme d’un cercle,d’un ovale, d’un carré ou d’un rectangle plus ou moins allongé. En tous cas ce sont des figures irrégulières, renfermant une série de lignes parallèles ou divergentes, jamais concentriques, ou s’entrecroisant sous différents angles, formant parfois comme les mailles extrêmement serrées d’un filet, circonscrivant enfin des espaces variables, dans lesquels on trouve quelquefois aussi des têtes d’animaux analogues à celles que j’ai indiquées dans le premier groupe (fig. 15 et 48).
En dehors de ces trois groupes, je dois signaler encore quelques dessins très-intéressants.
Le premier, assez fruste, représente un être humain grossièrement gravé, mais cependant facile à reconnaître; ce signe, absolument unique, – c’est le seul que j’aie trouvé, – a été figuré d’une façon assez erronée sur l’une des planches de la brochure de Moggridge ; il reproduit un homme dont les bras et les jambes sont écartés et dont la tête est inclinée sur l’épaule gauche (fig. 47).
Le second dessin est extrêmement curieux, bien qu’il me paraisse difficile à déterminer; il mesure 68 centimètres de haut sur 35 dans sa plus grande largeur (fig. 48). Enfin, je citerai les figures 49 et 50.
Enfin les dernières gravures représentent des croix à bras doubles (fig. 43, 44, 45 et 46) dont la branche verticale après s’être bifurquée inférieurement se recourbe à droite et à gauche à angle droit ou obtus pour se terminer, soit par une demi-anse, soit par une anse complète. Cette gravure répétée plusieurs fois sur les roches des lacs des Merveilles offre quelque analogie avec la croix ansée des Phéniciens.
Tels sont, succinctement décrits, les principaux signes que j’ai trouvés sur les rochers du Val. d’Enfer, signes hiéroglyphiques ou symboliques, qui se répètent plus ou moins fréquemment sur la même pierre ou sur des pierres différentes, et dans des combinaisons quelquefois les mêmes, le plus souvent variées, signes enfin dont la clef est encore actuellement inconnue.
J’ai comparé les gravures des lacs des Merveilles à celles que l’on remarque sur les dolmens delà Bretagne, mais je ne leur ai trouvé aucune ressemblance même éloignée ; je me suis reporté aux sculptures découvertes sur les rochers de la Suède, mais là non plus aucune similitude; j’ai parcouru un grand nombre d’ouvrages avec planches publiés sur l’Amérique, tels que les Smithsonian Contributions, le livre de M. School- craft, le mémoire de Warden, etc., etc., l’ouvrage aussi de M. le général Faidherbe sur l’Algérie, mais dans aucun d’eux je n’avais découvert la moindre parenté avec les signes gravés du val d’Enfer, lorsqu’une planche détachée de l’un des volumes du Bulletin de la Société de géographie de Paris, donnant quelques dessins de roches gravés me fut communiquée par un antiquaire bien connu, M. Boban.
C’est là que j’ai trouvé, au mois de novembre 1877, les analogies que je cherchais; je veux, parler du mémoire de M. Duveyrier sur les Sculptures antiques de la province marocaine du Soûs découvertes par M. le rabbin Mardochée.
Avec une bonne grâce, dont je lui suis extrêmement reconnaissant, la Société de géographie voulut bien mettre à ma disposition, pour les. étudier, tous les estampages que lui avait envoyés l’auteur de la découverte, et c’est là, je le répète, que je trouvai un certain nombre de signes tellement semblables à ceux que j’ai l’honneur de présenter au Congrès, qu’il y a pour moi identité complète entre les uns et les autres, tant comme dessins que comme facture.

Da Rivière, Gravures sur le roches des Lacs des Merveilles au Val d'Enfer. 1879.

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I LAGHI DELLE MERAVIGLIE IN VAL D’INFERNO

Celesia E., Escursioni alpine, I. – I laghi delle Meraviglie, II. – Fontanalba, estratto dal Bollettino ufficiale del Ministero di pubblica istruzione, fasc. V°, maggio 1886, 27 pp., 4 tavv., 1886. rupestre.net.

Il testo contiene solo delle descrizioni dei luoghi. Nessuna descrizione delle incisioni rupestri. Si riportano solo le immagini della pubblicazione.

Fig. 1. Da Celesia E., Escursioni Alpine. I-Laghi delle Meraviglie. II-Fontanalba. 1886.

Fig. 2. Da Celesia E., Escursioni Alpine. I-Laghi delle Meraviglie. II-Fontanalba. 1886.

Fig. 3. Da Celesia E., Escursioni Alpine. I-Laghi delle Meraviglie. II-Fontanalba. 1886.

Fig. 3. Da Celesia E., Escursioni Alpine. I-Laghi delle Meraviglie. II-Fontanalba. 1886.

Fig. 4. Da Celesia E., Escursioni Alpine. I-Laghi delle Meraviglie. II-Fontanalba. 1886.

Fig. 5. Da Celesia E., Escursioni Alpine. I-Laghi delle Meraviglie. II-Fontanalba. 1886.

Fig. 6. Da Celesia E., Escursioni Alpine. I-Laghi delle Meraviglie. II-Fontanalba. 1886.

Fig. 7. Da Celesia E., Escursioni Alpine. I-Laghi delle Meraviglie. II-Fontanalba. 1886.

Fig. 8. Da Celesia E., Escursioni Alpine. I-Laghi delle Meraviglie. II-Fontanalba. 1886.

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LE RUPI SCOLPITE NELLE ALTE VALLI DELLE ALPI MARITTIME

Issel A., Le rupi scolpite nelle alte valli delle Alpi Marittime , Bullettino di paletnologia italiana, s. III, t. VII, a. XXVII, nn. 10-12, 1901, pp. 218-259. 1901. rupestre.net.

Allo studio delle reliquie preistoriche fu attribuita scherzosamente la definizione di archeologia degli analfabeti, per la circostanza che suol essere coltivato da persone incompetenti nelle lingue e nell’archeologia classiche ed anche per alludere al supposto che tali reliquie appartengano a gente che non conobbe la scrittura.
È avvenuto della paletnologia come di ogni vena di scibile, che, cioè, massime nei primordi, fosse coltivata da dotti e indotti, e che, nel fervore delle prime ricerche, si raccogliessero con sollecitudine frustoli di prezioso metallo e pagliuzze di mica lucenti, ma destituite di ogni valore. Non perciò i suoi cultori meritano la taccia collettiva di analfabeti, come non si addice il vanto di letterati insigni a tutti i decifratori di epigrafi.
Che i popoli primitivi, ignari d’ogni industria tranne quella di fabbricar rozze armi e suppellettili colla pietra o coll’osso, che i cavernicoli dei tempi più remoti non conoscessero la scrittura non fa d’uopo dimostrarlo.
La paletnologia ha però messo in chiaro come talvolta costoro, pel singolare sviluppo di peculiari attitudini intellettuali di cui erano dotati, fossero in grado di tradurre le loro impressioni, forse di serbar traccia di eventi memorabili, mediante figure di uomini e di animali graffite o scolpite, figure, le quali, come l’elefante villoso della caverna di Bruniquel, il renne ferito della grotta di Corgnac o la testa di saiga di quella di Gourdan, rappresentano specie scomparse dalla superficie terrestre o emigrate in lontane regioni ed accusano perciò tempi incomparabilmente più remoti di quelli contemplati dall’archeologia.
Essa ha pur fornito le prove che, in una delle età meno antiche del periodo della pietra scheggiata o paleolitica, in altre parole durante l’età miolitica (1), gli abitanti della caverna di Mas-d’Azil, in Francia, rozzi cacciatori, non erano ignari di un’arte grafica relativamente avanzata, perciocché usavano tracciare, per mezzo di una tinta rossa indelebile (preparata con perossido di ferro commisto ad un grasso) sopra ciottoli quarzosi, bigi o biancastri, svariati segni di cui ignoriamo il significato, i quali sembrano riferibili, almeno in alcuni casi, a valori numerici. Questi segni consistono in tratti paralleli, in cerchietti allineati, croci, linee serpeggianti, ed anche in figure che ricordano caratteri orientali e in altre che sembrano rappresentare occhi umani, alberi, ecc. (2).
Sappiamo eziandio che, più tardi, in una fase del loro svolgimento, che corrisponde allo stato pastorale ed ai primordi dell’agricoltura, sia col proposito di tramandare ai posteri documenti o memorie di fatti importanti, sia per adempiere a riti religiosi, sia per trasmettere ad altri avvisi od ammonizioni, popoli diversi praticarono il costume di tracciar sulle rupi geroglifici, più o meno complicati e numerosi, per modo che avessero lungamente a resistere all’azione del tempo e delle intemperie. Si può argomentare che alla stessa epoca, almeno pei medesimi popoli, risalgano le prime sigle, impresse vuoi come segno di possesso, vuoi come firma o suggello dell’artefice, in certo modo a guisa di marca di fabbrica, od eziandio quali cifre relative a pesi, misure, valori ecc. In simili espressioni grafiche del pensiero, bene spesso suscettibili di spiegazione razionale, possiamo ravvisare i rudimenti di una scrittura primitiva, laonde, anche per questo riflesso, respingiamo la definizione colla quale si volle designare la nostra disciplina.
Le incisioni rupestri, sulle quali da breve tempo si è fissata l’attenzione dei paletnologi, furono segnalate in Scandinavia, in Danimarca, in Inghilterra, nella Germania settentrionale, in Spagna, nel Marocco, nelle isole Canarie, in Egitto, nell’Arabia Petrea, nella valle dell’Indo; ma non si mostrano in alcun paese con profusione e varietà maggiore che in due alte valli delle Alpi Marittime, presso il confine politico tra l’Italia e la Francia, cioè nella Valle d’inferno e in quella di Fontanalba.
Alla prima si accede da S. Dalmazzo di Tenda, sulla via rotabile tra Cuneo e Ventimiglia, mediante circa sei ore di salita, metà delle quali s’impiegano a percorrere il sentiero che conduce all’antica miniera di piombo argentifero di Vallauria, lungo il torrentello detto perciò della Miniera. «Valle d’inferno, scrive Emanuele Celesia, nome che ben le si addice per la desolazione che regna lì intorno, pel tetrico color delle rupi che d’ogni banda l’accerchiano, per il difetto di ogni vegetazione da poche erbe infuori nell’estiva stagione e per l’orridezza del luogo. Il pauroso silenzio di quella sconsolata vallea non è rotto che dagli stridi dei falchi e delle aquile che formano tra quei dirupi i lor nidi».
Le condizioni del paese non furono però in ogni tempo conformi alle attuali, almeno rispetto alla deficienza di piante, perciocché in passato esso era in gran parte coperto da una folta selva di larici, di cui rimangono solo scarsi residui.
Lungo la valle sono scaglionate parecchie conche, di cui la maggiore accoglie i tre Laghi Lunghi, superiormente ai quali si succedono altri piccoli bacini lacustri, tutti o quasi tutti scavati da antichi ghiacciai.
Le rupi scolpite si trovano sparse sopra un tratto di circa 2 km., principalmente in vicinanza dei laghi, denominati perciò delle Meraviglie (3), le inferiori a circa 1890 m., le superiori a poco meno di 2600, presso il limite delle nevi perenni.
La Valle di Fontanalba ha direzione presso a poco parallela a quella della Valle d’inferno, dalla quale è divisa per mezzo del massiccio imponente del Monte Bego, la cui vetta coperta di nevi perenni sorge a m. 2873. Vi si penetra dalla Valle Casterino, nella quale corre un impetuoso torrente tributario di quello della Miniera. Dalle rive dell’alpestre Lago Verde, a m. 2100, fino alla parte superiore della valle, a circa 2500 m., si vedono sulle rupi, più o meno rubefatte o annerite dall’azione degli agenti atmosferici, geroglifici profondamente impressi. Il sig. Bicknell crede che in questa valle essi sieno distribuiti in uno spazio maggiore che non nella prima, spazio equivalente ad un quadrato di 1 km. 1/4 di lato (4).
Nelle due valli le incisioni consistono in aree coperte d’incavi puntiformi tra loro assai vicini, o in linee formate da serie degli stessi forellini, i quali misurano in media 2 o 3 mm. di diametro ed uno di profondità (5); ma spesso le dimensioni originarie risultano modificate dalla alterazione della roccia, dovuta agli agenti atmosferici.
Le figure, così scolpite, misurano almeno 5 centimetri nella maggior dimensione ; ma sono generalmente assai più grandi e in un caso segnalato da Bicknell la lunghezza raggiunge m. 1,76. Esse sono praticate sopra superficie quali orizzontali quali più o meno inclinate sull’orizzonte od anche verticali, naturalmente levigate dall’azione erosiva di antichi ghiacciai scomparsi. Molte volte si osservano, anziché sulle rocce in posto, sopra massi precipitati dalle prossime balze o convogliati dai ghiacci.

L’aspetto delle rupi incise apparisce con evidenza dalle due immagini qui riprodotte (fig. 1, 2), ricavate mediante la fotografia dal sig. Bicknell, il quale mi ha dato licenza di riprodurle.
Non si conosce con certezza come fossero eseguiti quei forellini, nè si raccolsero nella regione utensili atti a praticarli. Si argomenta però, dal complesso dei loro caratteri, che sieno stati fatti per mezzo di scalpelli acuminati o di punte di metallo od anche (più probabilmente) di pietra, col sussidio di massette e martelli, che potevano essere sostituiti da semplici ciottoli, o pure da picconcini e mazzapicchi litici, simili a quelli di cui si trovano rari campioni nelle raccolte paletnologiche. Se si fosse fatto uso di utensili di metallo, questo avrebbe forse lasciato tracce visibili sulla roccia dura e scabra (ha tessitura granosa o fibrosa), che è scisto cristallino di varie sorta, principalmente cloritescisto ; ma nulla di simile si è potuto avvertire.
Fin dal 1650 Gioffredo fece menzione nella sua «Storia delle Alpi Marittime» (6) delle rupi incise intorno ai Laghi delle Meraviglie, delle quali il parroco Onorato Laurenti gli aveva fornito qualche notizia. Di poi furono ricordate con cenni poco esatti in una guida di quelle montagne pubblicata da Fodéré (7). La priorità di una descrizione scientifica, sebbene assai succinta, delle incisioni appartiene a Moggridge (8), il quale presentò in proposito una breve memoria al Congresso di antropologia ed archeologia preistoriche, tenuto a Norwich nel 1868.
Illustrazioni più particolareggiate ne furono date quasi simultaneamente, durante il 1877, da L. Clugnet (9) e dal dott. E. Rivière (10). Pubblicazioni posteriori di Blanc (11), Navello, Prato (12), Ghigliotti (13), Molon (14) aggiunsero assai poco alle cose già note. Nel 1884 il capitano E. d’Albertis si occupò del confronto delle inscrizioni rupestri delle Alpi Marittime con quelle delle Canarie (15).
Dopo aver dato conto dei geroglifici da lui veduti nella Valle d’inferno, il prof. Emanuele Celesia fu il primo a segnalare quelli di Val Fontanalba, la quale, discosta dalle vie abitualmente battute e solo visitata a lunghi intervalli da pochi pastori e cacciatori, era ignota agli studiosi (16).
Più recentemente, un altro esploratore, il sig. Clarence Bicknell, reputato botanico inglese da molti anni residente a Bordighera, si diede a studiare le figure incise nella Val Fontanalba, che egli crede in numero di oltre 2000, senza contare quelle più o meno obliterate dagli agenti atmosferici, e ne raccolse 538 calchi e molti disegni e fotografie. Le sue osservazioni, assai diligenti e sagaci, riassunte in due memorie inserite fra gli Atti della Società Ligustica di Scienze naturali e geografiche (17), come pure buon numero di disegni e di fotografie che egli si compiacque di comunicarmi, sono i principali documenti cui ho attinto per arrischiare le considerazioni ed induzioni esposte in queste pagine. Aggiungerò che il Bicknell, stabilito in una umile casa di pastori, nella Valle Casterino sta continuando anche al presente (agosto 1901) i suoi lavori. Egli mi scrive, che, avendo ormai educato l’occhio alla scoperta delle figure meno appariscenti (perchè obliterate o nascoste dal terriccio e dalle piante), riuscì a rintracciarne molte di nuove, nella Valle di Fontanalba e specialmente sul pendìo del monte di Santa Maria, figure di cui raccolse esatte riproduzioni, modellandole con carta bagnata.
Mentre si aspettano i risultati di così fortunate e perseveranti esplorazioni, sono da segnalarsi due note testé pubblicate sul medesimo soggetto, una dovuta al dottor Fritz Mader (18), benemerito illustratore delle Alpi Marittime, l’altra all’antropologo dott. Lissauer (19).
Non solo le figure scolpite sono assai numerose, ma presentano forme, grado di complicazione e modo d’aggruppamento svariatissimi, osservandosi però, in complesso il medesimo carattere, che si palesa nella tecnica uniforme, nella ripetizione di alcuni motivi e nella analogia di certi disegni dirò così elementari, e in particolar modo di quelli nei quali sono rappresentate corna bovine. Vi ha dunque indubbiamente unità di stile, la quale implica entro certi limiti unità di tempo. E soggiungo immediatamente che si tratta di tempo remoto, come risulta con evidenza dalla foggia ingenua ed arcaica del disegno, da taluno degli oggetti rappresentati e dalla alterazione della roccia nei punti in cui fu intaccata dalla scalpellatura.
Faccio eccezione per un certo numero di figure e scritti recenti o meno antichi, eseguiti con metodo diverso. In tali incisioni si palesano la vanità e lo spirito d’imitazione innati dell’uomo, che indussero tanti viaggiatori a scrivere e a scolpire il proprio nome sulle pareti di insigni monumenti e accanto ad altri nomi. Così Bicknell segnalò nella Valle delle Meraviglie la firma di Gian Battista Guidi colle date del 1766 e del 1770: così d’Albertis, secondo una sua comunicazione manoscritta, osservò nella stessa valle sopra una rupe che reca quattro antichissime figure cornute altri disegni assai posteriori, tra i quali quello di una scritta colle parole W CARLO VALLE TORINO scolpite al di sotto e la data 1629 lateralmente, e poco lunge le immagini di una scure di tipo moderno, di una roncola, di due coltelli, di una barca a vele spiegate (paranza?) col suo nocchiero assai imperfettamente indicato ecc. Sopra altra pietra lo stesso osservatore scoprì figure infantili (formate di pochi e incerti tratti) di uomini e di animali e due disegni molto più perfetti e d’altra fattura, rappresentanti due uomini dal torace allungato, dagli arti sottili, i quali sono entrambi provvisti di alto copricapo appuntato come il berrettone dei persiani ; uno dei due, armato di pugnale o spada, è atteggiato a minaccia, nell’altro si vede un voluminoso membro virile. Queste ultime immagini, di carattere assai spiccato, mi sembrano aggiunte posteriormente, ma pure in tempo remoto, alle moltissime segnalate dagli autori come preistoriche.
Un gran numero di figure assai semplici, tanto presso i laghi delle Meraviglie quanto in Val Fontanalba, rappresentano manufatti, e la spiegazione loro può considerarsi come sicura o quasi. Tali sono quelle di accette di bronzo o di pietra inmanicate (fig. 3, 4), di mazzapicchi o zappe di pietra con manico (fig. 5, 6), di martelli o mazze di pietra pur con manico (fig. 7), di cuspidi di frecce con o senza peduncolo (fig. 8, 8 bis), di punte di lancia a lungo cannone (fig. 9) od anche a peduncolo breve ed allargato (fig. 10).

Fig. 3 e 4. Accetta immanicata. Fontanalba. Assai ridotta

Fig. 5, 6 e 7. Mazzapicchio o zappa. Fontanalba. Assai ridotta.

Fig. 8. Punte di frecce peduncolate. Fontanalba. Fig. 8 bis. Cuspide di freccia non peduncolata. Fontanalba. Assai ridotte (Bicknell).

Fig. 9. Cuspide di lancia a lungo cannone. Fontanalba. Assai ridotta (Bicknell). Fig. 10. Cuspide di lancia. Fontanalba. Assai ridotta (Bicknell). Fig. 11. Pugnale, Val D'Inferno. Lunga circa m. 031. (Rivière). Fig. 12. Lama di pugnale. Fontanalba. Assai ridotta (Bicknell).

Noto per incidenza che lo punte di lancia a cannone sono comuni tra i manufatti preistorici di bronzo e che, a mia cognizione, quelle a peduncolo allargato appartengono tutte alla categoria delle armi litiche, quantunque provenienti da stazioni non sprovviste di metallo. Si possono comprendere nella stessa categoria le immagini di lame di pugnale o di pugnaletti a breve impugnatura (come se ne trovano in parecchie stazioni dell’Europa settentrionale riferibili agli ultimi tempi dell’età del bronzo) (fig. 11) o col solo codolo (fig. 12) (20).
Fra le armi, Bicknell ha illustrato parecchi esemplari di una alabarda assai caratteristica, che doveva essere di bronzo, nella quale il celebre archeologo A. Evans ravvisa uno stromento tipico della prima età del bronzo, rinvenuto in parecchie stazioni preistoriche europee (fig. 13, 14, 15). Esso era munito di asta terminata da uno o due anelli (in alcuni casi connessi tra loro pel margine esterno, in altri concentrici), e talvolta aveva una lama triangolare fissata mediante chiodetti ad apposita espansione dell’asta. Anche Lissauer nota come importante l’immagine di questo stromento, il quale figura a parte ed impugnato da un uomo (fig. 66).

Fig. 13. Alabarda. Fontanalba. Assai ridotta (Bicknell). Fig. 14. Alabarda a doppio anello. Fontanalba. Assai ridotta (Bicknell). Fig. 15. Alabarda ad anello. Fontanalba. Assai ridotta (Bicknell).

Fig. 65. Immagini di capo o di guerriero. Fontanalba. Misura m. 0,5 (Bicknell).

Fig. 16. Falcetto. Val d'Inferno. Altezza all'origine m. 0,12 Rivière).

Fig. 17. Carro a due ruote. Val d'Inferno. Lunghezza all'origine circa m. 0,53 (Rivière).
Uno dei disegni riprodotti da Rivière accenna ad un falcetto (fig. 16). Passando alle immagini di oggetti più voluminosi, accennerò a quella di un carro a due ruote col suo timone, osservata in Val d’Inferno (fig. 17); la ruota visibile nel disegno lascia distinguere sette raggi assai grossi, ma non il mozzo. Se la mia interpretazione è giusta, si tratta di un veicolo analogo a quelli che servono a trasportare i legnami nei nostri paesi di montagna.
In fatto di utensili voluminosi, sarebbero a citarsi gioghi, aratri ed erpici (fig. 18) che Fig. 30 furono riconosciuti da Bicknell (21). Il giogo è indicato con un’asta orizzontale appoggiato al capo dei bovi; l’aratro è rappresentato da un’asta orizzontale o timone, alla cui estremità va connesso un altro pezzo appuntato in posizione obliqua (un cultro o vomere rudimentale, che doveva essere fatto di legno); l’erpice consiste in un telaio rettangolare attraversato da sbarre longitudinali e trasversali, queste ultime destinate verosimilmente a portare un certo numero di punte, le quali nell’incisione non appariscono. Simili erpici, adoperati nei paesi in cui l’agricoltura è poco progredita, per esempio in Anatolia, sono armati di schegge silicee, anziché di punte di ferro o d’acciaio. Dirò a suo tempo come io ravvisi in altre figure più complicate sicura prova della legittimità di queste interpretazioni.

Fig. 18. erpice. val d'Inferno. Lunghezza all'origine circa m. 0,42 (Rivière).

Fig. 19 e 20. Teste bovine. Val d'Inferno.Assai ridotte (Bicknell). Fig. 21 e 22. Teste bovine. Val d'Inferno. Assai ridotte (Clugnet).

Fug. 23 e 24. Teste bovine orecchiute. Fontanalba. Assai ridotte (Bicknell).

Alla categoria di quelle che riproducono animali o parti di animali appartiene il maggior numero di incisioni osservate nelle due valli. Si tratta principalmente di teste bovine con corna più o meno sviluppate (fig. 19, 20, 21, 22) e, siccome molte mancano di orecchie, Prato crede che si debbano considerare piuttosto come teschi; ma Bicknell avverte che se ne dànno anche di orecchiute (fig. 23, 24). Al supposto teschio fa seguito talvolta un corpo schematicamente rappresentato in proiezione orizzontale con coda o senza privo, di arti (fig. 25, 26, 27), con due o pure con quattro estremità (fig. 28, 29, 29 bis) e raramente con sei (fig. 30).

Fig. 25, 26 e 27. Immagini schematiche di bovini. Fontanalba. Assai ridotte (Bicknell).

Fig. 28, 29, 29 bis. Immagine schematica di bovino. Fontanalba. Assai ridotte (Bicknell).

Fig. 30. Immagini schematiche di bovini. Fontanalba. Assai ridotte (Bicknell).

Fig. 31. Immagini schematiche di bovini. Fontanalba. Assai ridotte (Bicknell).

In questo caso i segni che sembrano estremità anteriori erano forse orecchie nell’intenzione dell’autore. Le corna sono talvolta in numero di quattro anziché di due (fig. 31). Bene spesso la parte che sta ad indicare il corpo è straordinariamente ridotta (fig. 32, 33) o diventa anche lineare (fig. 34, 35); così si passa per graduate transizioni dalla forma tipica di bestia bovina a quelle che furono impropriamente definite, scorpioni, scarabei ed altri insetti, (fig. 36, 37, 38, 39) (22), come pure alle figure in cui si volle a torto ravvisare la croce ansata dei Fenici (fig. 40).

Fig. 30. Immagini schematiche di bovini. Fontanalba. La prima nell'originale misura m. 0,41 di lunghezza (Bicknell).

Fig. 34 e 35. Simboli di bovini. Fontanalba. Assai ridotte (Bicknell).

Fig. 36 e 37. Schemi o simboli di bovini. Fontanalba. Assai ridotti (Bicknell).

Fig. 38 e 39. Schemi o simboli di bovini. Fontanalba. Assai ridotti (Bicknell).

Fig. 40. Simbolo di bovino. Val d'Inferno. Lunghezza dell'originale m. 0,168 (Bicknell).

D’altra parte, mentre il corpo del supposto bove assume dimensioni relativamente eccessive e forma irregolarmente quadrangolare, le proporzioni della testa si fanno minime e questa può anche scomparire compietamente o quasi; la figura sembra allora l’immagine di una pelle bovina od ovina con estremità o senza, e in alcuni casi priva di testa (fig. 41).

Fig. 41. Pelle di quadrupede. Fontanalba. lunghezza originale m.0,39 (Bicknell). Fig. 42. Schema o pelle di bovino. Val d'Inferno. lunghezza originale m. 0,185 (Clugnet).

Una bizzarra figura pertinente a questa famiglia presenta ai due lati della piccola prominenza che corrisponde al muso un piccolo incavo puntiforme (fig. 42). Si tratta vetrosimilmente di un segno simbolico, che modifica convenzionalmente il significato dell’immagine bovina, in qual guisa non saprei argomentarlo. Ad ogni modo, non mi sembra accettabile l’interpretazione di Gabriel de Mortillet che la dice «représentant un bonhomme » (23).
In una figura data dal Celesia (Escursioni, tav. II, fig. 22) sembra effigiata una pelle di quadrupede col collo lunghissimo e con lieve accenno di un capo terminato da due appendici flessuose ed appuntate.
La figura schematica del bove ridotta alla più semplice espressione è conforme alla lettera Y dell’alfabeto fenicio, come pure ad un segno bene spesso ripetuto nelle sigle dei fittili di Villanova illustrati dal Gozzadini. Se tal figura fosse accompagnata da altre diverse, assai semplici, non esiterei, per analogia, a considerarlo come segno fonetico; ma me lo impedisce il riflesso che in alcuni gruppi si ripete quattro o cinque volte, ad esclusione dei disegni più complicati, e che questi sono bene spesso disgiunti affatto dai supposti caratteri fonetici. Con ciò non si elimina l’ipotesi improbabile che la misteriosa scrittura consti ad un tempo di caratteri ideografici e di fonetici.
Il medesimo segno si trova spesso modificato in Val Fontanalba, da una sbarra trasversale, da due e perfino da tre, assumendo così l’aspetto di certi insetti muniti di tre paia di zampe e di un paio d’antenne (fig.38, 39).
Avvertendo che in parecchi alfabeti primitivi le rette trasversali hanno un valore numerico (una raddoppia la unità, due la triplicano e via discorrendo), potrebbe darsi che in questo caso il significato loro fosse analogo. Ma se il segno cornuto ¥ tagliato da una sbarra trasversale indicasse due bovi, tagliato da due sbarre tre bovi ecc., risulterebbe superflua la ripetizione, che pur si verifica frequentemente del medesimo, nella sua forma più semplice. Pertanto converrebbe ricorrere ad una spiegazione diversa, la quale mi si presenta spontanea alla mente col supposto che le rette orizzontali valgano a designare, a cagion d’esempio, giovenche o tori di un anno, di due, di tre; ciò tantopiù che l’indicazione dell’età si troverebbe in armonia col fatto che nei sacrifizi primitivi il numero d’anni dell’animale offerto in olocausto era rigorosamente prescritto (24).
Similmente, ritenendo che il segno + significhi la diecina, come nella vetusta scrittura cinese e in parecchie altre, la croce sovrapposta alla figura cornuta (fig. 43) dovrebbe indicare un capo di dieci anni.

Fig. 43. Simbolo di bovino con segno numerico. Val d'Inferno. Lunghezza all'originale m. 0,15 (Rivière).

Prima di procedere, avverto per incidenza come il segno cornuto elementare, lievemente modificato col prolungamento dell’asta longitudinale alla parte superiore e con tre rette trasversali si trova compreso, secondo d’Albertis, tra le incisioni rupestri dell’isola del Ferro. Rivière da canto suo aveva già segnalato l’analogia delle figure cornute semplici e complicate, cioè munite di croce superiormente o di sbarra inferiormente, con quelle delle Canarie.
In certe immagini cornute abbiamo talvolta lo schema di un solo corpo con due coppie di corna rivolte all’esterno in senso inverso (fig. 44), mentre in altri casi son pur rivolte in senso inverso, ma le une contro le altre (fig. 45). Non mancherebbero ipotesi atte a render conto delle diverse disposizioni, ma, non essendo confortate di dati comparativi, non mi dissimulo lo scarso loro fondamento e non insisto in proposito (25).
Parecchie teste armate di corna ramose (fig. 46) furono sicuramente copiate dal cervo o dal capriolo, mentre in altre, a corna spesse, divaricate e torte (fig. 47), l’artista tolse io credo a modello l’ariete, e in altre ancora, a corna appena arcuate o rette, tra loro prossime e poco divergenti, volle imitare la capra (fig. 48, 48 bis).

Fig. 44. Schema o simbolo di una coppia di bovini. Val d'Inferno. Assai ridotta (D'Albertis). Fig. 45. Schema di una coppia di bovini. Fontanalba. Assai ridotta (Bicknell).

Fig. 46. Testa o teschio di cervo. Val d'Inferno. Larghezza all'origine m. 0,33 (Rivière).

Fig. 47. Testa ovina. Fontanalba. Altezza all'origine m. 0,125 (Bicknell).

Fig. 48. Testa o teschio di capra. Fontanalba. Assai ridotta (Bicknell). Fig. 48 bis. Testa di capra. Fontanalba. Assai ridotta (Bicknell). Fig. 49. Testa o teschio di capra. Val d'Inferno. Assai ridotta (d'Albertis).

Noto che, secondo Rivière, non manca, fra le figure scolpite delle Canarie, quella della testa o del teschio a corna cervine.
Alcune teste, forse bovine e più probabilmente ovine, portano due paia di corna, ricordando una mostruosità non rara negli armenti; alla quale gli antichi visitatori di quelle valli attribuivano forse importanza speciale dal punto di vista del rito o di qualche superstizione.
Non ravviso tra le numerose teste cornute alcuna immagine riferibile con sicurezza al camoscio, ma non escludo che qualche rozza figura sia stata ispirata dallo stambecco, il quale allignava in altri tempi anche fra le Alpi Marittime.
Ritenevo da principio di poter riferire ad una antilope dell’Affrica tropicale (Strepsiceros kudù) l’immagine di un teschio a lunghe corna avvolte a spirale, osservata in Val d’ Inferno (fig. 49) ; ma, dopo ulteriori confronti e matura riflessione, son venuto nel convincimento che l’artefice preistorico si sia proposto di disegnare qualche vecchio ariete.
Escludo nel modo più reciso che si manifesti in alcuna figura l’intenzione di rappresentare altri animali esotici, in ispecie l’elefante, la giraffa e il dromedario.
Già esposi le ragioni per le quali ritengo dimostrano che le supposte figure di insetti e in ispecie di scorpioni sieno tutte da riferirsi a ruminanti.
Aggiungerò che, a parer mio, alcune altre furono riferite a serpi e a chiocciole in base ad una lontana e fallace analogia, e sono probabilmente segni convenzionali affatto estranei al regno animale.
Per esaurire quanto concerne gli animali, debbo ancora notare, come, chiarito il significato delle varie specie di figure e schemi rappresentanti bovini, risultava ben legittima l’interpretazione dei bovi aggiogati (fig. 50), quella dei bovi attaccati all’aratro (fig. 51) e all’erpice (fig. 52) e quindi dell’aratro e dell’erpice isolati (fig. 53, 18) (26). È forse un erpice anche l’oggetto figurato nella nostra vignetta n. 54, o non piuttosto una rete contesta di corde o di vimini (come suppone Clugnet, il quale ne presenta anche altri meno regolari), rete simile a quelle adoperate dagli alpigiani pel trasporto del fieno?
Passiamo all’esame di altre figure che designerò complessivamente coll’aggettivo di geometriche, per distinguerle dalle precedenti.

Fig. 50. Giogo con schemi di bovi. Fontanalba. Assai ridotta (Bicknell).

Fig. 51. Aratro con simboli di bovi. Fontanalba. Assai ridotta (bicknell). Fig. 52. Erpice tratto da bovini. Fontanalba. Assai ridotta (Bicknell).

Fig. 53. Aratro. Val d'Inferno. altezza all'origine circa m. 0,20 (Rivière).

Fig. 54. Erpice? Val d'Inferno. Altezza dell'originale circa m. 0,20 (Rivière).

Fra queste, è compresa una stella ad otto raggi, che potrebbe essere interpretata come immagine simbolica del sole o di una stella, ma che, d’altra parte, è identica ad un segno numerale di antichi alfabeti. Trovo lo stesso segno descritto dal conte Ninni come uno di quelli che servivano e servono ancora ad indicare le migliaia presso i Chioggiotti analfabeti (27). Né vi manca il circoletto con otto raggi, o meglio con quattro diametri equidistanti, il quale ha presso i Chioggiotti il medesimo significato delle quattro rette che s’intersecano, ossia della stella a otto raggi. La prima figura e la seconda sono disegnate nelle tavole IV e VI di Clugnet (Sculptures préhistoriques etc.).
Reputo più immaginosa che fondata interpretazione offerta dal Celesia (Escursioni, tav. II, fig. 9) di una figura allungata, dal margine protratto in nove o dieci lobi irregolari, dicendo che rappresenta un gruppo di stelle (fig. 55); si tratta forse di una insegna.
Un’altra figura, che può passare per una ruota a quattro raggi (fig. 55 bis), non solo corrisponde alla cifra delle centinaia presso i Chioggiotti, ma è compresa tra i segni numerali etruschi, e si trova inoltre incisa sopra massi erratici nella Scania.
Celesia reca pure il disegno di un circoletto regolarissimo (segno numerale e lettera fonetica in alcune scritture), che accompagna altra incisione di ignoto significato (Escursioni, tav. II, fig. 3).

Fig. 55. Insegna ? Assai ridotta (Celesia).

Fig. 55 bis. Segno numerale. Val d'Inferno. Larghezza dell'originale m. 0,156 (Rivière).

Un circoletto attraversato verticalmente da un diametro è riprodotto dal Rivière nella sua tavola delle figure di Val d’Inferno (Gravures etc., fig. 41), e corrisponde ad una delle cifre adoperate dagli Etruschi per designare il centinaio.
Rispetto a certe figure geometriche più complicate, formate da un perimetro irregolare rettilineo o curvilineo che circoscrive circoletti e rettangoli e talvolta l’emblema cornuto (fig. 56, 57), parmi verosimile la spiegazione del sig. C. Bicknell, il quale crede sieno piante di agghiacci o recinti destinati agli armenti, forse colla indicazione di capanne e di abbeveratoi. Ricordano infatti le disposizioni più frequenti nelle odierne «margherie» degli alti pascoli alpini, colla capanna adibita al caseificio, circondata di staccionata fatta mediante tronchi di larice e provvista di vasca circolare per dissetare gli armenti. Il simbolo cornuto collocato in alcune di queste figure indicherebbe, secondo Bicknell, il posto occupato dal bestiame.

Fig. 56. Pianta di "margherita". Fontanalba. lunghezza dell'originale m. 030 (Bicknell).

Fig. 57. Pianta di "margherita" ?. Fontanalba. Lunghezza dell'originale m. 0,895 (Rivière).

Se tali disegni fossero veramente ciò che il nostro autore suppone, rappresenterebbero la residenza estiva del pastore o margheria, in generale, o non piuttosto quella di un determinato pastore ?
Ove la seconda interpretazione fosse conforme al vero, si avrebbe in certo modo l’insegna, lo stemma di quel pastore o proprietario di armenti, nel modo stesso che l’immagine del castello figura spesso nello stemma gentilizio del castellano; ci spiegherebbe perciò come tali disegni sieno talvolta associati ad altri, i quali, pur avendo coi primi qualche somiglianza, non possono tuttavolta considerarsi come piante (fig. 58, 59). Questi rappresentano indubbiamente, a parer mio, insegne convenzionali di persone o di tribù, insegne analoghe a quelle che vediamo incise sulle rupi figurate di Orco Feglino e dell’Acquasanta in Liguria, e che assai più numerose e caratteristiche si trovano scolpite in altri paesi, sopratutto sui massi dei monumenti megalitici (28). Alla stessa famiglia di immagini simboliche appartengono le insegne assai più complicate e perfette (cartouches dei Francesi), colle quali sono designati i Faraoni fra i geroglifici dell’antico Egitto. Poco diverse dalle nostre, e generalmente più semplici, sono quelle da tempo immemorabile adoperate presso i pescatori chioggiotti analfabeti, per contrassegnare le partite di ciascuno, nei libri di conti tenuti dai padroni delle paranze, libri nei quali, come si è detto, si usano tuttora segni numerali, analoghi a quelli inscritti sui monumenti etruschi. Come pure non ne differiscono essenzialmente le figure che servono anche al presente ai capi di certe tribù aborigene dell’America boreale per designar sè stessi nelle loro corrispondenze (29).
Sospetto che sieno insegne anche le incisioni nelle quali si trovano combinate due o più immagini, per esempio quella di un’alabarda di bronzo che attraversa un corpo cornuto (fig. 60).

Fig. 58. Insegna. Fontanalba. Lunghezza dell'originale m. 0,24 (Bicknell). Fig. 59. Insegna. Fontanalba. Lunghezza dell'originale m. 0,33 (Bicknell).

Fig. 60. Insegna ?. Val d'Inferno. Lunghezza dell'originale m. 0,595 (Rivièrel).

Sopra due massi a superficie orizzontale alquanto logora, presso il lago Verde, Bicknell vide scalfitture più complicate ancora, le quali col loro complesso dovevano costituire un intricato disegno simile a quello di certi ricami contesti di rami con fiori e frutti convenzionali; non vi mancavano però le solite corna, simbolo relativo alla pastorizia. Si tratta anche in questo caso, probabilmente, di un’insegna, e il segno cornuto che ricetta emblema di pastorizia, sta forse a rappresentare la condizione o la professione di colui che in siffatta guisa designava la propria personalità.
Non volendo qui indugiarmi nella disamina di questi e d’altri geroglifici di significato troppo oscuro o controverso, mi farò a trattare senz’altro dei più caratteristici, la cui spiegazione immediata è relativamente facile. Alludo alle figure umane, isolate o insieme aggruppate.
Alla prima categoria appartengono una effigie umana assai imperfetta, ma evidente, data da Clugnet nella riga 14 della sua tav. V e un’altra simile pubblicata da Rivière nella sua fig. 47, entrambe nella Valle d’inferno, come pure undici figure, tutte di Val Fontanalba, riprodotte in una delle sue tavole da Bicknell. Queste, in generale più perfette delle prime, presentano, nella loro ingenua semplicità, proporzioni abbastanza giuste ed atteggiamenti diversi. In due si palesa il sesso maschile (fig. 61, 62). In tutte, a quanto pare, si vollero effigiare individui destituiti d’indumenti. Sette figure sorreggono, con una mano o con due, stromenti appuntati mazzapicchi o labarde) dall’asta lunga semplice o pure lunghissima e nodulosa (fig. 61, 62, 63, 64); in un caso la lunghezza dell’asta equivale a circa sette volte quella del portatore (fig. 65). In un altro disegno la figura umana senza testa sostiene una alabarda simile a quelle accennate precedentemente (fig. 66): in due altri l’uomo porta a due mani una sorta di ascia rettangolare a lungo manico (Fig. 67, 68).Finalmente, v’ha una figurina che brandisce, in atto di minaccia, con movimento assai naturale, una piccola asta, che potrebbe rappresentare un giavellotto (fig. 69).

Fig. 61, 62, 63 e 64. Immagini di capi o di guerrieri. Fontanalba. Il n. 61 misura circa m. 028, il n. 64 circa m. 0,19, il n. 65 circa m. 0,50, il n. 67 circa m. 0,22, il n. 68 circa m. 0,165 (Bicknell).

Fig. 65. Immagini di capi o di guerrieri. Fontanalba. Il n. 65 circa m. 0,50 (Bicknell).

Fig. 65. Immagini di capi o di guerrieri. Fontanalba. (Bicknell).

Fig. 67 e 68. Immagini di capi o di guerrieri. Fontanalba. Il n. 67 circa m. 0,22, il n. 68 circa m. 0,165 (Bicknell).

Fig. 69. Immagine di guerriero. Fontanalba. Misura circa m. 0,075 (Bicknell).

Passando ad altre incisioni più complicate, dirò di quella riprodotta dal Celesia al suo n. 28, ma non descritta, la quale sembra a tutta prima l’immagine di un uomo che trasporti un trofeo, ma significa invece un coltivatore che conduce l’aratro tratto da una coppia di bovi.
Altre simili, con una o con due figure umane, tutte di Val Fontanalba, furono testé illustrate ed ingegnosamente spiegate da Bicknell, il quale recò in tal guisa un contributo assai efficace alla cognizione dei nostri geroglifici in genere.
Secondo questo autore, si tratta essenzialmente, come nel caso testé accennato, di aratri primitivi tratti da buoi e guidati da uomini; e, mentre in ciascun gruppo gli animali sono rappresentati più o meno schematicamente in proiezione orizzontale, le figure umane son disegnate invece in proiezione verticale. In alcuni gruppi v’ha un solo uomo nell’atto di regolare il congegno, impugnando colla mano destra la leva o manico (30) che lo comanda (fig. 70, 71) (31); in altri vi ha una seconda figura umana, sempre più piccola (fig. 72, 73) che accenna ad un fanciullo collocato dinanzi ai bovi, coll’attitudine di guidare o di trattenere l’attacco. Finalmente, Bicknell cita disegni di aratri tratti da tre e perfino da quattro bovi. Non sfuggirà ad alcuno il riflesso che l’uso di aratri tratti da due o più bovi, sarebbe attualmente impossibile o malagevole in quelle alte ed aspre vallate, e accenna a terreno poco accidentato e ad agricoltura piuttosto progredita.

Fig. n. 70. Aratro tratto da due bovi con bifolco. Fontanalba. Assai ridotta (Bicknell). Fig. n. 71. Aratro tratto da due bovi con bifolco e tracce di altra figura umana. Fontanalba. Assai ridotta (Bicknell).

Fig. n. 72. Aratro tratto da due bovi con bifolco e un garzone che trattiene i buoi. Fontanalba. Assai ridotta (Bicknell). Fig. n. 73. Aratro tratto da due bovi con bifolco o un garzone. Fontanalba. Lunghezza del gruppo m. 0,37 (Bicknell).

Fig. 74. Insegna. Val d'Inferno. Assai ridotta (Clugnet).

Anche le figure umane isolate e i gruppi di figure potrebbero rappresentare insegne. Quelle nelle quali l’uomo impugna un’alabarda od altra arme appartengono verosimilmente a guerrieri o meglio a capi o principi, e il numero dei nodi dell’asta che sostiene l’alabarda sta forse ad indicare il grado gerarchico del portatore. Gli attacchi di bovi coll’aratro e coll’erpice servirebbero invece ad indicare agricoltori.
Il confronto fra le incisioni delle valli d’Inferno e di Fontanalba con geroglifici di cui fanno uso i popoli barbari, specialmente nell’America settentrionale, ci porge chiara prova che nelle prime come nei secondi le immagini e i segni singoli sono associati in convenzionali combinazioni, allo scopo di esprimere idee più o meno complesse.
Così, tengo per certo che l’avvicinamento di più figure scolpite in quella remota regione non fosse casuale, e servisse a formulare determinate proposizioni. Si tratta evidentemente di una scrittura ideografica simbolica, nella quale forse certi segni assai semplici (Y) stavano per acquistare e forse avevano acquistato il significato di caratteri fonetici.
Alcuni gruppi risultano costituiti di poche figure piuttosto semplici. Così, per esempio, in uno di quelli disegnati dal capitano d’Albertis e di cui volle darmi gentilmente comunicazione, si vedono sopra una superficie levigata di m. 3 di lunghezza e 2 di larghezza cinque corpi cornuti, due dei quali compenetrati colle corna dirette in senso inverso all’esterno, corpi disposti in prossimità l’uno dell’altro lungo una linea obliqua ascendente, poi, poco più in alto a destra, una insegna formata di un’ellissi divisa in due metà da una retta verticale attraversata da tre tratti trasversali, certo la stessa rappresentata da Clugnet al n. 4 della sua tavola VI, qui riprodotta nella fig. 49 (32).
Quantunque manchino al presente validi termini di confronto per tentare la spiegazione di tali geroglifici, non mi sembra l’impresa superiore a quelle che la scienza sarà capace di condurre a buon porto. Ben s’intende che, oltre alle nozioni fornite dalla paletnologia, saranno da usufruttarsi i metodi e i criteri messi in opera dalla epigrafìa, dalla sfragistica, dalla linguistica e dalle discipline affini. Intanto, faccio viva istanza agli esploratori affinchè vogliano apparecchiare elementi alla futura indagine, raccogliendo, non solo i singoli segni, ma i gruppi che risultano dal loro reciproco avvicinamento.
Prima di chiudere questo studio con qualche considerazione d’ordine generale, reputo opportuno esporre succintamente giudizi ed opinioni suggeriti dall’esame dei geroglifici di cui ho tenuto discorso.
Alcuni, come Clugnet, non vedono in essi che il risultato di un passatempo immaginato da ingenui pastori affine di ingannare lunghe ore d’ozio. Questo concetto, già avanzato da Gioffredo e che lo stesso G. de Mortillet parve inclinato ad accogliere, mi sembra fondato sopra impressioni affatto estranee alla critica scientifica, e tale da non richiedere discussione, poiché già implicitamente confutato dalle osservazioni surriferite.
Rivière riconosce nelle incisioni della Valle d’Inferno carattere etnografico ben spiccato, nella qual cosa pienamente convengo, avvertendo che più e meglio si palesa un tal carattere in quelle di Val Fontanalba; ravvisa poi stretta somiglianza fra le prime e le inscrizioni rupestri del Sus (Marocco) e delle isole Canarie.
Nei disegni segnalati sulle rupi del Sus figurano è vero animali, ma si tratta, per quanto mi consta, di rinoceronti, elefanti e struzzi, i quali non hanno coi nostri alcuna relazione. Si dà invece una strana coincidenza nella ripetizione del segno che rappresenta una testa cornuta e nella somiglianza di parecchie altre figure. Rivière trova inoltre qualche analogia fra i disegni scolpiti sopra un menhir del Marocco e taluno di quelli della Valle d’Inferno.
Rispetto alle Canarie, osservo dai saggi pubblicati per cura di d’Albertis, che, tra le incisioni dell’isola di Palma, predominano spirali e curve capricciose, nelle quali non si palesano riscontri notevoli coi geroglifici delle Alpi. A Gomera si avrebbero invece segni simili o conformi a caratteri orientali, e perciò, salvo rare eccezioni, essenzialmente diversi da quelli da noi passati in rassegna. Non così nell’isola del Ferro, ove le pareti rocciose scolpite sono estesissime e presentano figure svariate, fra le quali alcune, nel punto detto Los Letreros, corrispondono a quelle descritte dallo stesso Rivière e dai suoi continuatori.
Rivière avverte sagacemente come le analogie da lui segnalate si accordano colla estesa distribuzione geografica, nel bacino del Mediterraneo, della razza di Cro-Magnon, secondo gli studi antropologici di de Quatrefages e Hamy (33).
È ora a desiderarsi che i confronti appena iniziati sie- no proseguiti ed estesi al copioso materiale recentemente scoperto da Bicknell. A me mancano gli elementi per accingermi a questo lavoro, il quale darà certo buoni frutti a chi potrà tentarlo nelle condizioni più opportune.
L’ipotesi che attribuisce i bizzarri geroglifici ad Annibaie, raccolta da Elisée Reclus, come quella che li vuol tracciati per opera dei Cartaginesi guidati dai duci che militavano col celebre condottiere, caldeggiata da Fodérè, son prive di ogni sussidio storico, etnografico ed archeologico. Superfluo il dimostrare, pur ammettendo il transito pel varco di Tenda di un’oste cartaginese, quanto è assurdo supporre che si sia indugiata a scolpir migliaia di figure sulle rupi, in regione lontana da ogni via praticabile e nella quale regna quasi perennemente il rigor dell’ inverno.
Con maggior verosimiglianza fu sostenuta dal compianto professore Emanuele Celesia la tesi che gli artisti di Val d’Inferno e di Val Fontanalba fossero Fenici approdati in tempi antichi, per ragioni di commercio, ai lidi della Liguria ed, ascesi poi fino alle alte pendici di quelle Alpi, per fare incetta dei preziosi metalli forniti loro dalla miniera di Vallauria, coltivata da epoca remotissima (34).
Bicknell osserva opportunamente che se i Fenici seppero estrarre dai loro giacimenti rame e stagno, non risulta che coltivassero miniere di piombo. Egli tuttavia non è alieno dal riconoscere, con Celesia, l’influenza fenicia in taluno dei segni che più spesso si ripetono sulle pietre scolpite di quelle valli. Io soggiungo, in proposito, che uno dei riscontri più notevoli sui quali Celesia fondava la sua tesi, il ritrovamento cioè della croce ansata dei Fenici, cade dinanzi alla interpretazione razionale che emerge dal confronto di numerose figure cornute, talvolta ridotte a segni schematici, nei quali l’asta verticale è convertita in croce da una sbarra che la taglia trasversalmente.
Mader reputa probabile, come taluno dei suoi predecessori, che i segni figurati di cui ci siamo occupati sieno dovuti ai Fenici, i quali coltivavano la miniera di Tenda, non per estrarne piombo, di cui facevano poco o niun conto, ma argento e zinco.
Sarebbe argomento di molto valore, a pro’ di tali affermazioni ed ipotesi, quello che venisse fornito dalle antichità libiche rinvenute, secondo Celesia, negli scavi minerari delle Alpi Marittime, ma quali sono e dove si trovano queste antichità?
Molon stima che le nostre incisioni rupestri sieno rudimentale scrittura lasciata da popoli aborigeni allo scorcio dell’età della pietra e quando già cominciava a diffondersi la cognizione dei metalli; e sarebbe ipotesi ben verosimile se l’arte degli aborigeni, quale si palesa con cimeli più antichi e in parte anche coevi nei depositi delle caverne, non fosse improntata a caratteri alquanto diversi. Non conosciamo una sola immagine di animale disegnata o scolpita dagli antichi Liguri; la bizzarra alabarda che spicca sulle rupi di Val Fontanalba è affatto ignota nelle raccolte paletnogiche locali.
Lissauer attribuisce i geroglifici da noi descritti agli Iberici, ciò principalmente a motivo dei tipi cui si riferiscono alcune delle armi rappresentate, e soggiunge che dodici o tredici secoli prima dell’èra volgare questo popolo frequentava per scopi commerciali una via (la via Erculea), la quale poneva in relazione la Spagna orientale col Piemonte, per Antibo, Nizza, Villafranca, la Turbia, attraversando lo spartiacque, secondo ogni verosimiglianza, al passo di Tenda. Senonchè, per generale consenso dei paletnologi italiani, gli Iberi e i Liguri appartenevano ad una medesima stirpe, la quale con caratteri antropologici ed etnografici comuni avrebbe occupato il territorio compreso fra la penisola pirenaica e la valle del Po, come pure gran parte della penisola italiana, la Corsica, la Sardegna e la Sicilia. Se si vogliono autori delle incisioni rupestri gli Iberici, così stretti parenti dei Liguri, perchè non si attribuiranno invece a questi ultimi ?
Presso l’antichità classica si riferivano gli abitanti di un dato territorio o paese ad un popolo o all’altro sulla fede di oscure tradizioni e leggende o per lievi coincidenze etimologiche ed etnografiche, laonde, mentre non è lecito dubitare che certi popoli protostorici designassero sè stessi quale col nome di Liguri, quale con quello di Iberi, non è men vero che ignoriamo le loro relazioni reciproche e non possiamo accogliere senza molte riserve le asserzioni degli autori circa la loro distribuzione geografica nelle varie epoche e specialmente durante le più remote. Se Strabone riconobbe la necessità di designare come Celtoiberi coloro che provenivano dalla commistione dei Celti e degli Iberi e come Celtoliguri altri che partecipavano dei Celti e dei Liguri, è ben legittimo argomentare che i tre elementi fossero ai suoi tempi ben distinti come nazioni. Rispetto alla stirpe, diremo solo, per esser cauti, che Liguri ed Iberi erano assai affini specialmente dal punto di vista dei caratteri antropologici.
Intanto, avvertiamo incidentemente, per non generar confusione, che intendiamo per Liguri, non già quelli dai classici distribuiti per tali in Italia, in Francia, in Spagna, in Inghilterra e sul Mar Nero, ma solo la gente che, fra i tempi archeolitici e i protostorici, lasciò i propri avanzi nelle caverne e nelle altre stazioni archeologiche della Liguria marittima.
Dopo le pubblicazioni del Bicknell, che mettono in chiaro come l’arte dei misteriosi incisori si esplicasse bene spesso con figure assai più corrette e complicate di quelle che si conoscevano da principio, apparisce adunque improbabile che tali incisori fossero Liguri dei tempi neolitici e postneolitici, i quali, come dimostrano le vestigia rinvenute nelle loro caverne, erano dotati di un senso estetico assai oscuro, non possedevano che scarsi ed imperfetti utensili metallici tutti o quasi tutti importati da altri paesi (35), e, dediti principalmente alla caccia e alla pastorizia, esercitavano una agricoltura rudimentale.
Ricorderò qui, tra parentesi, aver io dimostrato, mediante il confronto dei resti umani paleolitici della stazione dei Balzi Rossi con quelli neolitici e protostorici del Finalese e colla scoperta di relitti anche posteriori, come una stirpe unica, ora estinta, abbia popolato la nostra regione dai tempi più remoti (lo studio dei quali appartiene alla paleontologia) fino ai primordi dell’era storica, come eziandio questa stirpe, la sola cui si competa propriamente l’appellativo di Ligure, coincidesse perfettamente, pei suoi caratteri antropologici, con quella illustrata da Broca, de Quatrefages e Hamy sotto il nome di race de Cro-Magnon, che occupò durante i tempi preistorici gran parte dell’Europa occidentale e del bacino circummediterraneo.
Alla unità antropologica ben definita di Cro-Magnon fu di poi assegnato un significato più comprensivo, annettendole parecchie stirpi più o meno divergenti dal tipo e si denominò razza Mediterranea. Sergi sostiene ora la tesi che l’origine di questa razza sia affricana, ma come si concilia la sua affermazione col fatto che ad essa indubbiamente appartengono i liguri neolitici e paleolitici delle caverne, per tacere di altri cavernicoli antichissimi di cui si trovano gli avanzi in plaghe più settentrionali? Si deve perciò ricorrere alla comoda ipotesi delle immigrazioni avvenute in una fase geologica anteriore alla nostra?
Contrariamente alla opinione professata da Rivière, ritengo che anche buon numero di incisioni e figure megalitiche osservate sui dolmen e i menhir dell’Europa occidentale, quantunque differenti nella tecnica dalle incisioni delle valli d’Inferno e Fontanalba, abbiano con esse relazioni strette, sia dal punto di vista dello stile, sia da quello della similitudine di parecchi segni. Le prime ci esibiscono principalmente: coppelle (non osservate ancora fra le Alpi Marittime), circoletti con un punto nel centro e senza, circoli concentrici, spirali semplici o doppie linee, serpeggianti, piegate ad U, piegate a pastorale, segni naviformi ecc., poi immagini di ascie litiche con manico e senza, figure umane assai rozze, insegne o scudi più o meno complicati, ornamenti diversi, figure di significato ignoto.
Mentre Letourneau ravvisa in gran parte di questi segni lettere analoghe a quelle di antichi alfabeti in ispecie dei semitici (36), Adriano de Mortillet nega assolutamente che si riferiscano ad una scrittura «Qui dit écriture, egli soggiunge, dit arrangement. Or il n’y en a aucun dans les signes des monuments mégalithiques» (37).
A me par difficile revocare in dubbio, in gran parte di quelle incisioni, il carattere di scrittura ideografica.
De Nadaillac cita due esempi nei quali i segni tracciati sulle pietre di megaliti del Morbihan sono coperti da altro masso e quindi anteriori alla erezione del monumento; d’altra parte, è certo che in alcuni casi le incisioni sono invece posteriori, e in questi si tratta più volte di vere epigrafi, quali scritte in caratteri indecifrabili, quali in lettere di antichi alfabeti.
E appunto il complesso degli accennati segni ed immagini, tracciati sui monumenti megalitici tipici e contemporanei ad essi, che presenta a parer mio una certa analogia con quello delle incisioni rupestri alpine, accennando ad origine comune. Le differenze che si notano fra molte figure del primo e del secondo sono forse dipendenti da destinazione diversa (le une erano la maggior parte, inscrizioni funebri e le altre invece documenti di carattere religioso o politico); si spiegano eziandio invocando diverse circostanze di tempo e di luogo e specialmente il fatto che presso le società primitive esistevano ed esistono ancora disparità profonde nei costumi, nelle credenze, nei parlari di tribù antropologicamente assai prossime e geograficamente vicine.
Quanto alle differenze nella tecnica, le ritengo subordinate alla natura della roccia che si scolpiva e degli stromenti adibiti al lavoro.
Osservo a sussidio delle mie considerazioni che la estesa distribuzione in Europa, in Affrica e in Asia dei megaliti spiega, da una parte, la disparità delle vestigia grafiche lasciate dai loro autori nei vari punti, e dall’altra certe somiglianze fra queste ed altre della stessa indole e di origine ignota che si trovano impresse sulle rupi in buon numero di luoghi che mancano di megaliti.
Intanto, contro l’ipotesi da me avanzata si può addurre il fatto che non furono segnalati dolmen, menhir, cromlek nelle valli d’Inferno e di Fontanalba e nemmeno in tutta la regione che le circonda; non ne conosco anzi un solo esempio ben accertato in tutta la Liguria e nel Piemonte. I più vicini alle rupi incise sarebbero, per quanto mi consta, i dieci dolmen scoperti presso Saint Césaire, nel dipartimento francese delle Alpi Marittime da Bourguignat e A. Maret.
Esistono, è vero, fra noi, cimeli antichissimi da taluno considerati più o meno legittimamente come pertinenti alla stessa famiglia dei monumenti cui accenno. Abbiamo la pietra da croci di Pieve di Teco, che è un masso erratico scolpito (38), abbiamo le rupi incise di Orco Foglino e dell’Acquasanta (39) che offrono punti di contatto notevolissimi coi massi figurati dei dolmen. Finalmente, in rifugi attuali di pastori comunissimi in Liguria, che si denominano caselle (40), si palesa la tradizione di rozzi edifizi preistorici assai somiglianti a certe costruzioni ciclopiche; ma tuttociò non ha che relazione molto indiretta colla nostra tesi; alla quale farebbe mestieri, per essere saldamente sorretta, un esame comparativo delle incisioni megalitiche da una parte e delle rupestri dall’altra, esame impreso da un buon conoscitore dei geroglifici e degli alfabeti antichi, da uno studioso che avesse sotto gli occhi i copiosi documenti raccolti dagli archeologi, dagli antropologi e dagli etnografi sui monumenti megalitici in genere, sulle genti cui si deve la loro erezione, e sulla parte presa dai misteriosi architetti, che lasciarono le proprie orme in sì gran parte del mondo, nelle relazioni fra i popoli.
In questo esame vorrei si tenesse gran conto dei lavori di Piette (41) e di Bordier (42) sui caratteri paleolitici, di Reber (43), di Letourneau (44), Berthelot (45) sui graffiti della prima età dei metalli, di Schlieman, di Gozzadini, di Evans (46), di Kirchhoff, di Corssen, di Pauli sulle iscrizioni dei tempi protostorici e finalmente delle numerosissime memorie concernenti l’epigrafia antica in genere.
Fra le opinioni emesse da Rivière, Celesia, Bicknell, Lissauer, Molon non intercede una differenza radicale e profonda, se si rifletta che gli abitanti dell’antica Libia, i Fenici, gli Iberici e i Liguri preistorici presentano fra loro certe affinità etnografiche e forse appartengono ad un ramo peculiare dello stesso stipite umano, a quella schiatta Mediterranea, la cui esistenza è fin qui intraveduta più che dimostrata. Similmente, i riscontri sui quali ho insistito in modo speciale in queste pagine non sono tampoco in opposizione colle ipotesi dei miei predecessori, se, come ammette Letourneau, le inscrizioni megalitiche hanno segni comuni coll’alfabeto fenicio, se il popolo che edificava i dolmen, i menhir e i cromlek aveva coi Liguri e gli Iberici quelle relazioni di parentela che taluno suppone.
Intanto, la risposta alla semplice domanda che si affacciava da principio alla nostra mente «A qual popolo si debbono attribuire le incisioni rupestri delle nostre Alpi?» si rende non solo difficile per sè stessa, ma si aggroviglia alle questioni etnografiche ed antropologiche più gravi e più controverse.
Dopo la scoperta del Piette, di segni alfabetiformi tracciati su ciottoli che giacevano in un deposito non rimaneggiato riferibile all’età miolitica (al magdalénien secondo la classificazione di de Mortillet), dopo le osservazioni del dott. Bordier, il quale non solo conferma le osservazioni del Piette in ordine alla conformità di alcuni fra tali segni con altri degli alfabeti egeo, cipriotto, dell’Asia minore, ma le estende alla coincidenza loro con altri frigi, lici, di Tera e d’Egitto, è difficile revocare in dubbio il fatto che in tempi remotissimi, pertinenti alla paleontologia, già si producessero nelle società primitive sprazzi di luce, lampi fugaci di progresso, i quali si diffusero più o meno affievoliti nello spazio e nel tempo, suscitando, ove le condizioni erano favorevoli, nuovi focolari di coltura, dotati di caratteri quali peculiari, quali comuni agli originari centri d’irradiazione. Così, data la concomitanza di circostanze e di eventi propizi, sarebbero nati i primi rudimenti delle antiche civiltà ; così, prima che queste sorgessero, sarebbero state in uso, presso popoli fra loro lontani, metodi e segni grafici non identici, ma analoghi, per l’espressione del pensiero.
Per spiegare queste ed altre relazioni paletnologiche fra i popoli che lasciarono analoghe tracce di sè, non solo nelle rupi scolpite, ma nei monumenti megalitici, nei manufatti litici e metallici, nei fittili, ecc. non fa d’uopo ricorrere all’ipotesi di vere e proprie migrazioni come quelle che si verificarono nei tempi storici. Ognun vede come possiamo rendercene ragione coi criteri messi talvolta in opera dai paleontologi, quando si studiano di rintracciare l’origine delle faune fossili, cioè invocando il lento e progressivo allargarsi e il compenetrarsi vicendevole di più stirpi primordiali, nate a breve distanza l’una dall’altra, risultandone, in ordine ai singoli rami e ramuscoli, da un lato un certo grado di affinità e dall’altro una impronta propria in ciascun tempo e in ciascun paese. Ritengo, in altre parole, che le razze preistoriche di ogni regione sieno senza eccezione aborigene e pur tuttavia collegate fra loro da reciproca parentela.
Tenendo nel debito conto le osservazioni fatte dai più diligenti illustratori di quei geroglifici e specialmente dal Bicknell, paragonando senza preconcetti i segni di cui si tratta con altri di significato noto ed ignoto e di età più o meno remota, segnalati in varie parti del mondo, mi piace riassumere le osservazioni fatte colle proposizioni seguenti, parte conformi a giudizi già emessi dai miei predecessori, parte originali, proposizioni tendenti a sollevare un piccolo lembo del fitto velo che avvolge tali singolari vestigia dell’arte preistorica.
I.Le figure incise risalgono a tempi remotissimi, anteriori ad ogni memoria storica della nostra regione, durante i quali, tuttavolta, erano già noti i metalli d’uso comune. Alcuni dei manufatti rappresentati si riferiscono a tipi propri alla così detta prima età del bronzo.
II.Esse furono eseguite da gente dedita all’agricoltura e alla pastorizia, ben più che alla caccia e alla guerra. Le immagini di aratri e di erpici escludono che gli artefici fossero esclusivamente pastori. Tali immagini, associate ad altre assai più numerose di teste e corpi cornuti, le prime provviste di orecchie o senza, i secondi muniti o no di gambe e di coda, dimostrano che queste figure cornute non sono il noto emblema fenicio, ma rappresentano bovi liberi od aggiogati per servire a lavori campestri.
III. Mentre molte figure rappresentano manufatti, animali od uomini, altre sono indubbiamente ridotti a schemi ed avevano, secondo ogni verosimiglianza, significato simbolico. Col loro complesso si possono considerare come veri geroglifici.
IV.Gli artefici delle incisioni non vivevano abitualmente nelle alte valli in cui tracciarono quelle misteriose figure, ma in ragioni coltivabili, più ospitali dal punto di vista del clima e delle produzioni; non provenivano però dalla Liguria Marittima. I territori più vicini in cui si danno le condizioni opportune per la prosperità di tribù dedite all’agricoltura sono le valli della Vesubia e della Roia a sud, quelle del Vermenagna e d’altri affluenti del Po a nord.
V.Non v’ha una sola figura che rappresenti con sicurezza un animale esotico. L’immagine di una testa munita di grandi corna avvolte a spirale, che a tutta prima potrebbe attribuirsi ad una antilope affricana, è con maggior verosimiglianza l’effige del capo di un vecchio ariete.
VI. Il numero delle figure, il lungo e malagevole lavoro a prezzo del quale furono ottenute, le condizioni climatologiche, l’asprezza e la sterilità dei luoghi, disadatti alla dimora dell’uomo, porgono chiara prova che si annetteva loro grande importanza e furono eseguite a gran distanza dalle abitazioni in territori remoti, difficilmente accessibili, inospitali, per preservarle dal pericolo di andar distrutti e forse anche per sottrarle alla vana curiosità degli estranei. Un tal sentimento si concilia agevolmente co’ supposto che i geroglifici avessero un significato religioso o politico.
VII. Lo stile dei disegni si accosta principalmente a quello delle figure che si vedono scolpite o graffite in buon numero di monumenti megalitici (dolmen e menhir), sui quali bene spesso sono rappresentati l’accetta di bronzo inmanicata, rozzi stemmi (cartouches), ornamenti svariati, come circoletti, spirali ecc. ed anche immagini d’uomini e d’animali. Differisce la tecnica delle incisioni, ma ciò io credo, subordinatamente alla natura della roccia, piuttostochè per ragion di metodo. Vuolsi ricordare che i monumenti megalitici hanno estesissima distribuzione geografica, non appartengono ad una sola epoca archeologica e ad una sola stirpe e che le loro inscrizioni scolpite od incise offrono, nei vari casi, caratteri disparati. Non mancano peraltro strette affinità fra le nostre incisioni rupestri e quelle segnalate nelle Isole Canarie, nel Marocco e nell’Asia Minore.
VIII. La mancanza di avanzi umani sepolti o combusti presso le rupi scolpite, ed altri caratteri, escludono assolutamente il sospetto che si tratti di iscrizioni funerarie.
Le ipotesi da tenersi in maggior conto, circa il significato delle nostre scolture, sarebbero a parer mio le seguenti:
a) Che fossero destinate a perpetuare la memoria di un culto misterioso o di sacrifizi offerti alla divinità.
b) Che fossero in certo modo un archivio destinato a conservare il ricordo di eventi memorabili, come vittorie conseguite, paci o tregue concluse, controversie composte, nuovi ordinamenti amministrativi o politici, alleanze, matrimoni.
c) Che avessero per oggetto di determinare i confini di territori soggetti a singole tribù o nazioni, o di definire titoli di proprietà o diritti di pascolo, che fossero in certo modo lodi, giudizi arbitrali, trattati, intesi a risolvere contestazioni tra popoli o tribù.
Non è escluso colle due ultime ipotesi che la registrazione in quelle alpestri valli di importanti documenti storici od amministrativi avesse luogo in modo solenne e fosse accompagnata dall’adempimento di cerimonie religiose, affine di impetrare il favore della divinità, alla quale colà, come più tardi in altri paesi e presso altri popoli, si assegnò per sede l’alta montagna.

NOTE
(1) Questa espressione, della quale feci uso per la prima volta nel 1837, ha il medesimo significato delle parole età mesoliticii, adoperate da Ameghino fin dal 1889.
(2) Piette, Etudes d’Ethnographie préhistoriques (L’Anthropologie, 1895, p. 285) – Hiatus et lacune (Bulletin de la Société d’Anthropologie de Paris, 1895, p. 235).
(3) Le rupi stesse sono designate nel paese col nome di Ciappi de Maavegie.
(4) Secondo osservazioni compiute dallo stesso investigatore nella scorsa estate e delle quali non diede conto per le stampe, le pietre scolpite si troverebbero anche fuori degli accennati confini.
(5) In casi eccezionali una serie di forellini contigui sembra sostituita da un solco.
(6) Di questa opera fu pubblicata una edizione nel 1824.
(7) F. E. Fodéré, Voyage mix Alpes Maritimes etc., Paris, 1821.
(8) F. G. S. Moggridge. Tlie Meraviglie (Compies rendus du Congrès internai. d’Anthrop. et d’Archéol. préhistoriques, Londres, 1868).
(9) L. Clugnet, Sculptures préhistoriques situées sur les bords des lacs des Merveilles etc. (Matériaux pour l’Histoire primitive et naturelle de l’homme, 2e sèrie, tome Vili, Toulouse, 1877).
(10) E. Rivière, Rapport à M. le Ministre de Vlnstruction pu- blique, Paris, 1877. Gravares sur roche du lac des Merveilles ali vai d’Enfer (Italie) (Association francaise pour l’avancement des Sciences, Congrès de Paris, Paris, 1878).
(11) E. Blanc, Études sur les sculptures préhistoriques du Val d’Enfer, Cannes, 1878.
(12) A. F. Prato, Impressioni sulle iscrizioni preistoriche dei laghi delle Meraviglie (Boll del Club Alpino ita!., voi. XXVIII, Torino, 1884).
(13) F. Ghigliotti, Escursioni nelle Alpi Marittime (Boll, del Club Alpino ital., ool. XXVII, Torino 1883).
(14) F. Molon, Preistorici e contemporanei, Milano, 1880.
(15) E. d’Albertis, Crociera del Corsaro ecc., Milano, 1884.
(16) E. Celesia, Escursioni alpine – I. Laghi delle Meraviglie – II Fontanalba (Boll, ufficiale del Ministero di pubblica istruzione, fase. V, maggio 1886, Roma, 1886) – I laghi delle Meraviglie in vai d’inferno, Genova, 1885).
(17) C. Bicknell, Le figure incise sulle rocce di Val Fontanalba (Atti della Società Ligustica di Scienze nat. e geog., voi. Vili, Genova, 1897) — Proceedings of thè Society of Antiquaires, Dee. 9. 1897 – Osservazioni ulteriori sulle incisioni rupestri in Val Fontanalba (Atti della Società Ligustica di Scienze nat. e geog., voi. X, Genova, 1899).
(18) Mader F.. Le iscrizioni dei Lnghi delle Meraviglie e di Val Fontanalba nelle Alpi Marittime (Rivista mensile del Club Alpino italiano, voi. XX, n. 3, Torino, 1901).
(19) Lissauer, Anthropologischen Bericht iiber seme letzte Reise in Sud-Frankreich und Italien. Verhandl. Des Berliner Antrop. Gesellenshaft, Sitzung, 21 Juli 1900.
(20) Mi sembra una foggia peculiare di pugnale anche lo stromento distinto colla lettera a da Bicknell nella sua tav. I (Atti Soc. Ligust., voi. Vili, tav. XII).
(21) Non è escluso che fra i supposti erpici fossero comprese trebbiatrici primitive. Nell’isola di Cipro alcuni di questi utensili, tuttora in uso, descritti da Giglioli, sono armati di selci taglienti.
(22) Talvolta due di simili figure insettiformi sono tra loro combinate, anzi compenetrate per le appendici loro anteriori.
(23) G. de Mortillet, Formation de la nation frangaise, pag. 177, Paris,
(24) Non mi dissimulo il dubbio che, mentre un’asta longitudinale rappresenta il corpo, le trasversali valgano ad indicare le estremità; ma perchè queste sbarre trasversali sono talvolta tre e in altri casi si riducono ad una sola ?
(25) Non si potrebbe aver qui, nel primo caso, il simbolo di una coppia di bovini di sesso diverso e nel secondo quello di due vacche o bovi?
(26) Reputo dubbia l’interpretazione dell’aratro isolato. Quanto alla figura che riferisco all’erpice, potrebbe anche rappresentare una trebbiatrice rudimentale.
(27) Ninni A. P., Sui segni prenlfabetici usati anche ora nella numerazione scritta dai pescatori clodiensi, Venezia, 1889.
(28) Ho già notato in altra occasione l’analogia di tali insegne colle impressioni osservate sulle pintaderas di terra cotta rinvenute nelle caverne ossifere neolitiche della Liguria.
(29) Lubbock, I tempi preistorici e l’origine dell’incivilimento, trad. Lessona, Torino, 1875.
(30) Negli aratri romani, assai semplici, questa parte corrisponderebbe alla così detta stiva ; nei nostri sarebbe rappresentata dal bure e dal regolatore.
(31) Nella fig 71, due asticelle che si riuniscono superiormente potrebbero accennare agli arti inferiori di una seconda figura.
(32) Orbene, Y insegna potrebbe essere designazione di persona, rappresentando le altre figure il numero e la natura degli animali offerti alla divinità dalla stessa persona.
(33) A. de Quatrefages e E. T. Hamy, Cranici ethnica, etc. Paris 1873.
(34) La tradizione attribuisce gli scavi della miniera ai Saraceni che la fantasia popolare avrebbe per anacronismo sostituito ai Fenici.
(35) Nelle caverne ossifere della Riviera di Ponente, i cui depositi più superficiali appartengono alla fase di transizione fra l’età neolitica e quella dei metalli, due soli oggetti rinvenuti da don Morelli, due frammenti d’arenaria, che servirono quali modelli di fusione, accennano alla lavorazione indigena del bronzo o del rame. I rari manufatti metallici, pugnali, accette, coltelli, braccialetti, lesine, anelli ecc. dei medesimi depositi archeologici provengono a quanto pare dalla valle del Po o da altra regione transappennina.
(36) C. Letourneau, Signes alphnbétiformes des inscriptions me- galithiques (Bull, de In Société d’Anthropologie, Paris 1898).
(37) A. de Mortillet, Revue mensuelle de l’École d’Anthropologie, 15 settembre 1894.
(38) E. Desor, La pierre de Croix de Pieve de Teco etc. (Bull, di Paletnologia italiana, anno X, Parma 1879).
(39) A. Issel, Incisioni rupestri del Pinalese (Bulletino di Paletnologia italiana, anno XXIV, Parma 1898). Rupe incisa dell’Acquasanta (Atti della Società Ligustica di scienze nat. e geog., voi. X, Genova 1899).
(40) Queste caselle, costruite di pietra greggia senza cemento, hanno ordinariamente la forma di due tronchi di cono sovrapposti e sono coperti da un tetto convesso a guisa di cupola schiacciata.
(41) Piette, Etudes d’ethnographie préhistorique etc., (L’Anthropologie, voi. VII, Paris 1896).
(42) Bordier, Origines préhistoriques de l’écriture (Bidletins de la Société dauphinoise d’Ethnographie et d’Anthropologie, voi. IV, Grenoble 1897).
(43) Reber, Vorhistorische Sculpturendenkmàler un Canton Wallis (Archiv fiir Anthropol, voi. XX e XXIV).
(44) C. Letourneau, Signes alphabetiformes des inscriptions mégalithiques (Bulletins de la Société d’Anthrop. de Paris, 15 septembre 1894).
(45) Berthelot, Antiquités canariennes, Paris 1879.
(46) A. Evans, Cretan Pictographs and praephoenician script, front Crete and tlie Peloponnese.

Spiegazione delle Figure.
Fig. 1. Rupe incisa presso il Lago Verde (Bicknell).
Fig. 2. Rupe incisa tra la Val Fontanalba e il Monte di Santa Maria (Bicknell).
Fig. 3. Accetta inmanicata, Fontanalba, – fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 4. Accetta inmanicata, Fontanalba, – fig. assai ridotta -(Bicknell).
Fig. 5. Mazzapicchio o zappa, Fontanalba, – fig assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 6. Mazzapicchio o zappa, Fontanalba, – fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 7. Martello inmanicato, Fontanalba, – fig assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 8. Punte di frecce peduncolate, Fontanalba, altezza del- l’origin. m. 0,055 – (Bicknell).
Fig. 8 bis. Cuspide di freccia non peduncolata, Fontanalba, – fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 9. Cuspide di lancia a lungo cannone, Fontanalba, – fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 10. Cuspide di lancia, Fontanalba, — fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 11. Pugnale, Val d’inferno, — lungh. dell’origin. circa m. 0,31 – (Rivière).
Fig. 12. Lama di pugnale, Fontanalba, – fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 13. Alabarda, Fontanalba, – fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 14. Alabarda a doppio anello, Fontanalba, – fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 15. Alabarda ad anello, Fontanalba, – fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 16. Falcetto, Val d’Inferno, alt. dell’origin. m. 0,12 – (Rivière).
Fig. 17. Carro a due ruote, Val d’inferno, – lungh. dell’origin. circa m. 0,53 – (Rivière).
Fig. 18. Erpice, Val d’inferno, – lungh. dell’origin. circa m. 0,42 – (Rivière).
Fig. 19, 20. Teste bovine, Fontanalba, – fig. assai ridotte – (Bicknell).
Fig. 21, 22. Teste bovine, Val d’Inferno, – fig. assai ridotte – (Clugnet).
Fig. 28, 24. Teste bovine orecchiute, Fontanalba, – fig. assai ridotte – (Bicknell).
Fig. 25, 26. Immagini schematiche di bovini, Fontanalba. – fig. assai ridotte – (Bicknell).
Fig. 27. Immagine schematica di bovino, Fontanalba, – fig assai ridotta – (Bicknell).
Fif. 28. Immagine schematica di bovino, Fontanalba, – lungh. del- l’origin. m. 0,39 – (Bicknell).
Fig. 29. Immagine schematica di bovino, Fontanalba, – fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 29 bis. Immagine schematica di bovino, Fontanalba, – fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 30. Immagine schematica di bovino, Fontanalba, . fig assai ridotta – (Bicknell).
F 31. Immagine schematica di bovino, Fontanalba, — fig. assai ridotta (Bicknell).
Fig. 32, 33. Immagini schematiche di bovini, Fontanalba, – la prima misura nell’origin. m 0,41 di lungh. – (Bicknell).
Fig. 34, 35. Simboli di bovini, Fontanalba, – fig. assai ridotte – (Bicknell).
Fig. 36, 37, 38, 39. Schemi o simboli di bovini, Fontanalba, – fig. assai ridotte . (Bicknell).
Fig. 40. Simbolo di bovino Val d’inferno, – lungh. dell’origin. m. 0,168 – (Rivière).
Fig. 41. Pelle di quadrupede. Fontanalba, – lungh. dell’origin. m. 0,39 – (Bicknell).
Fig. 42. Schema o pelle di bovino, Val d’inferno, – lungh. dell’origin. m 0,185 – (Clugnet).
Fig. 43. Simbolo di bovino con segno numerico, Val d’Inferno, – lungh. dell’origin. m. 0,15 – (Rivière).
Fig. 44. Schema o simbolo di una coppia di bovini. Val d’inferno, – fig assai ridotta – (d’Albertis).
Fig. 45. Schema di una coppia di bovini, Fontanalba, – fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 46. Testa o teschio di cervo, Val d’Inferno, – largh. dell’origin. m. 0,33 – (Rivière).
Fig. 47. Testa ovina, Fontanalba, – alt. dell’origin m. 0,125 – (Bicknell).
Fig. 48 Testa o teschio di capra. Fontanalba. – fig assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 48 bis. Testa di capra, Fontanalba. – fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 49. Testa o teschio di capra, Val d’inferno, – fig. assai ridotta – (d’Albertis).
Fig. 50. Giogo con schemi di bovi, Fontanalba, – fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 51. Aratro con simboli di bovi, Fontanalba, – fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 52. Erpice tratto da bovini, Fontanalba, – fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 53. Aratro, Val d’inferno – alt. dell’origin. circa m. 0.156 – (Rivière).
Fig. 54. Erpice? Val d’Inferno, – alt. dell’origin. circa m. 0,20 – (Rivière).
Fig. 55. Insegna ?, Fontanalba. – fig. assai ridotta – (Celesia).
Fig. 55 bis. Segno numerale. Val d’Inferno, – largh. dell’origin. circa m. 0,156 – (Rivière).
Fig. 56. Pianta di «margheria». Fontanalba, – lungh. dell’origin. circa m. 0,30 – (Bicknell).
Fig. 57. Pianta di «margheria»?. Val d’Inferno, – lungh. dell’origin. circa m. 0.895 (in questa figura la posizione dell’originale fu, per inavvertenza, invertita, come se fosse veduto in uno specchio) – (Rivière).
Fig. 58. Insegna, Fontanalba. – lungh. dell’origin. circa m. 0,24 – (Bicknell).
Fig. 59. Insegna, Fontanalba, – lungh. dell’origin. circa m. 0,33 – (Bicknell).
Fig. 60. Insegna?, Val d’Inferno, – lungh. dell’origin. circa m 0,595 – (Rivière).
Fig. 61, 62, 63, 64, 65, 66, 67, 68. Immagini di capi o di guerrieri, Fontanalba: – il n. 61 misura circa m. 0,28, il n. 64 circa m. 0,19, il n. 65 circa m 0,50, il n 67 circa m 0,22, il n. 68 circa m. 0,165 d’altezza – (Bicknell).
Fig. 69. Immagine di guerriero, Fontanalba, – alt. dell’origin. circa m. 0,075 – (Bicknell).
Fig. 70. Aratro tratto da due bovi col bifolco. Fontanalba, – fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 71. Aratro tratto da due bovi col bifolco e tracce di altra figura umana, Fontanalba, – fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 72. Aratro tratto da due bovi col bifolco e un garzone che trattiene i buoi, Fontanalba, – fig. assai ridotta – (Bicknell).
Fig. 73. Aratro tratto da due bovi col bifolco o un garzone, Fontanalba, – lungh. del gruppo m. 0,37 – (Bicknell).
Fig. 74. Insegna, Val d’Inferno, – fig. assai ridotta – (Clugnet).
N. B. Le vignette recate a corredo di questa memoria, al solo scopo di rendere più chiari i concetti dell’autore, non possono dare che una idea imperfetta del copioso materiale raccolto in ordine alle incisioni rupestri delle Alpi Marittime e specialmente dei bellissimi calchi eseguiti in sì gran numero dal sig C. Bicknell. Finisco, pertanto, col fervido augurio che questo materiale sia ben presto pubblicato con figure in grande scala, le quali abbiano a soddisfare a tutte le esigenze della scienza.

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