03.2 Genova romana imperiale. p42

 

03.2.  Genova romana imperiale

 

L’EPOCA DI AUGUSTO (dal 44 a. C. al 14. d. C.)

Poggi G., Genova preromana, romana e medievale, in Genova, Giovanni Ricci, Libreria Moderna, Galleria Mazzini, 1914

SOMMARIO: Agrippa ed Augusto sono i grandi sistematori della Liguria, della Traspadana e della Provenza — Nell’ anno 18 costruiscono il porto e il palazzo dell’ ammiragliato in Genova — Risposte ai critici.

La Liguria ebbe da Augusto e dal suo ministro e collega Agrippa la sua completa sistemazione e il suo massimo incremento. È questo un altro punto che è sfuggito finora agli studiosi di storia genovese ed ai ricercatori delle fonti. Siccome io baso su questo fatto capitale la mia ricostruzione storica, è doveroso che ne tratti di proprio sito in questo capitolo, mettendo in evidenza le fonti che furono ignorate o dimenticate finora. Ricordo adunque:
I – Che Augusto sistemò la Liguria assegnandole per confine la Macra ed il Varo.
II – Che Augusto e per lui Agrippa fu l’autore del grande ordinamento navale, in cui si comprende come stazione « Genua portus ».
III – Che Augusto e per lui Agrippa fu quegli che scavò un « portus classis » a Frejus (Frejus, ossia Forum Juli, fu fondato da Giulio Cesare sull’Agro dei Marsigliesi. Augusto vi fece un gran porto navale che corrispondeva per importanza alla moderna Tolone).
IV – Che Augusto fece in Liguria la guerra contro gli Alpini (Oberzixer – Le guerre di Augusto contro i popoli Alpini ).
V – Che Augusto sistemò tutta la viabilità della valle del Po, le vie del gran S. Bernardo e del piccolo S. Bernardo (Bergier,  Histoire des grands chemins de l’empire romain; Vacarone,  Le vie romane attraverso le Alpi; vedi pure C. I. L.: Momsen, Corpus Inscriptionum Latinarum). Torino, Aosta, Susa sono piene dei suoi ricordi, come son piene Arles, Nimes, Lione e Vienna in Francia.
VI – E restringendoci alla Liguria, Augusto costrusse ex novo la via Piacenza, Tortona, Acqui, Vado, Ventimiglia ed Arles che prese il nome di «Iulia Augusta». L’opera augustea apparisce ancora nei ponti. Ricordo i ponti sul Quigliano e quelli in vai Pia (Poggi G., Le due riviere) il ponte restaurato da Costanzo ad Albenga (Corpus Inscriptionum Latinarum). Il nome di Augusto s’incontra ad ogni passo nei cippi migliari (Corpus Inscriptionum Latinarum).

Tutto ci porta a ritenere che Augusto abbia avuto coi Genovesi pratiche assai lunghe e cordiali. A lui, che aveva per padre un cambia-valute, per avo un fabbricante di corda, e per avo materno un mugnaio, e che aveva saputo colla tenacia e coll’ingegno diventare il primo in Roma; a lui, che sdegnava le apparenze e mirava alla realtà, dovevano essere simpatici questi Genovesi intelligenti, attivi, pieni d’iniziativa, che la nobiltà facevano consistere nel lavoro, soldati e mercanti ad un tempo. Molto probabilmente egli appariva in Genova quando aveva bisogno di formarsi una flotta coll’ aiuto delle città marinare, vi tornava durante la guerra contro i popoli inalpini (alpi marittime), e durante il tempo in cui riordinava la Provenza, e quando munì la gran via Julia Augusta. E, passando continuamente per Genova, e conoscendo la sua importanza come porto e come via d’accesso alla valle del Po, non è possibile che egli la trascurasse per favorire soltanto le città padane.
A togliere ogni dubbio a chi ne avesse ancora avuto giunse in buon punto la scoperta di un edifizio romano sulla piazza del Molo coll’iscrizione: AGRIPPA TR. POTEST

Si sapeva che presso il Molo esisteva un antico palazzo, che la chiesa di S. Nazaro e Celso al Molo si chiamava «de palatio e prope palatium» ma nessuno osava risalire tant’oltre da attribuire il palazzo all’ epoca augustea. Ora veniamo a conoscere da quella lapide che il palazzo fu costrutto nell’ anno 18 a. C.
Con questa scoperta, rimase definitivamente sancito che Genova, come tutte le città dell’ alta Italia e della Provenza, ebbe nell’ epoca augustea la sua sistemazione. La scoperta ci ha portato alla identificazione del « portus classis » e allo studio comparato dei porti romani. Tutti i problemi che toccano la romanità in Genova si avviano per una strada più sicura, perché siamo finalmente usciti da quello stato di incertezza a cui dava luogo la mancanza di monumenti. Genova romana ci sta dinanzi ed è solo questione di meglio precisarne i lineamenti.
Quando ebbi ad enunciare queste mie nuove idee sulla storia di Genova col mio lavoro «Genova XXVI secoli di storia» che era più che altro un programma di nuovi studi, incontrai una altezzosa incredulità da parte di chi avrebbe avuto il compito di approfondire le ricerche. Dalla cattedra e nelle riviste fu detto che queste idee non meritavano una discussione. Altri più benevoli mi giudicarono un poeta della storia. A nessuno venne in mente di rifare i proprii studi e vedere se per caso ciò che pareva poesia non era frutto di meditazioni storiche più mature. Io non avevo fatto gran lusso di citazioni, ma avevo scritto in modo che i competenti potevano comprendere che prima di interloquire avevo preso buoni accordi colle fonti.
Studiare le fonti non vuol dire semplicemente ripetere i testi e le lapidi romane che si riferiscono a Genova e che il Mommsen ha raccolto nel suo Corpus. Occorre qualche cosa di più perchè i dati archeologici diventino fonte viva di storia. Sono residui cristallizzati che bisogna saper disciogliere, come fa il chimico, chiamando in aiuto tutti quegli altri elementi che possono facilitarne la decomposizione.
Chi vuole ragionare di un fatto dell’epoca augustea deve anzitutto studiare l’opera di Augusto, in tutto ciò che può aver avuto relazione col fatto specifico in esame.
Si trova in Genova una lapide di Agrippa, l’alter ego di Augusto? Prima di farne le meraviglie bisogna sapere se Agrippa ed Augusto hanno avuto da fare con noi.
La storia ci dice che, alla morte di G. Cesare, Augusto si trovò di fronte un esercito che spadroneggiava nell’alta Italia, capitanato da Bruto, e tutta la flotta, che era nelle mani di Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, uomo abilissimo e ben visto da tutte le città marinare, abituate ormai a veder nei Pompeo i grandi protettori del mare.
Augusto aveva bisogno estremo di navi per debellare questo potente nemico, che minacciava da ogni parte, ed affamava Roma coll’impedire l’entrata ai grani di Sicilia e di Sardegna. Per uscire da questa situazione bisognava carezzare le città marinare, ed ottenere che una parte della flotta che era con Pompeo lo abbandonasse; e così avvenne. Alcuni liberti, che comandavano le flottiglie di Pompeo, lo tradirono: Agrippa, il grande ammiraglio, il genio inspiratore di Augusto, formò a poco a poco una flotta, frugando in tutti i porti del nostro mare. Sesto Pompeo fu debellato nel 37. Sei anni dopo, nel 31, Ottavio distruggeva ad Azio la flotta di Antonio e diveniva tutto ad un tratto l’arbitro dell’ impero.
Subito dopo entrava in Egitto, toglieva il regno a Cleopatra, e stabiliva in Alessandria il grande emporio commerciale di tutto l’Oriente. Un’ infinità di mercanti italiani si stanziarono in quella città, ove iniziarono su vasta scala il commercio di tutti quei generi di lusso, che rivestirono di forme orientali la corruzione romana. Erano le perle della Eritrea, la mirra e gli aromi dell’Arabia, i garofani, le spezierie, il balsamo, l’avorio, l’ebano, l’oro, le gemme e le conchiglie odorose dell’ India, i tappeti di Persia, le tartarughe destinate a lavori d’intarsio.
Fra le navi leggere, che correvano furiosamente all’arrembaggio nella battaglia di Azio, erano probabilmente le navi di Genova; fra i mercanti che contrattavano le spezie e i tessuti e gli avorii e le altre mercanzie in Alessandria d’Egitto ai tempi di Augusto erano probabilmente i Genovesi.
Tutti questi sono fatti che verosimilmente avvennero, ma non avendo documenti specifici, noi ci contentiamo di utilizzarli come elementi di sfondo.
Ma quanto al palazzo di Agrippa in Genova la cosa è ben diversa. Esistono gli avanzi, la lapide parla di Agrippa. Dobbiamo solo vedere quando e come Agrippa potè trovarsi fra noi e con quali scopi.
Dopo la battaglia d’Azio Agrippa stabiliva a Frejus la flotta di 300 galee che la vittoria gli aveva procurate. Ed a quest’ epoca si fa salire la sistemazione completa del gran navale di Frejus che fu detto «Classica navalis Augusta». Per andare a Frejus le 300 galee non passavano da Piacenza, ma facevano la solita navigazione littoranea, « toccando Genova».
Ecco dunque un primo contatto certo. Agrippa da buon ammiraglio e da uomo di stato, non deve aver tardato molto a capire che Genova poteva essere un portus, e una stazione in relazione col navale di Frejus. Il « portus Genua» comparisce negli itinerarii, un palazzo comparisce in faccia al porto, una lapide si trova, la quale attesta che è l’opera di Agrippa. E si dirà che tutto questo è poesia?
Non basta; le fonti fanno conoscere che nel 19 a. C. Agrippa era in Provenza, dove lavorava alacremente a dare alla stessa la sua definitiva sistemazione. Egli fece il grande quadrivio della Gallia, quattro strade che partendo da Nimes andavano una a nord sino all’Oceano, probabilmente al villaggio a cui metteva capo la navigazione per la Brettagna, una a sud fino a Marsiglia, una ad est sino al Reno, e una ad ovest attraverso all’Aquitania fino alla Saintonge. Nell’ anno 18 Agrippa assume con Augusto la tribunicia podestà, ed a quest’anno si riferisce la lapide che dice: «Agrippa tribunicia potestate». Ciò vuol dire che nel 31 e nel 19 Agrippa vide e studiò i bisogni del nostro porto e quando fu investito del potere con Augusto provvide. Si noti che nell’anno 16 Agrippa parte per l’Oriente ove resta molto tempo, per cui la lapide di Genova è preziosissima nella storia epigrafica, essendo una delle pochissime in cui Agrippa figura come insignito della tribunicia podestà.

[ulteriori immagini saranno inserite appena verranno pronte]

 

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L’EMPORIO

Poggi G., Genova preromana, romana e medievale, in Genova, Giovanni Ricci, Libreria Moderna, Galleria Mazzini, 1914

SOMMARIO: Il mercato di Genova ai tempi di Strabone — Il grande mercato ai tempi dell’impero, capitale Milano — I vini — Olii, formaggi, sale, miele, frutta e legumi — I salumi — Grandi e piccoli commercianti — Disposizione del mercato, magazzeni e fondachi — I bancôti — Botteghe e loggie — Gioiellieri ed orefici — Le stoffe, vasi, avorii, bronzi, marmi — Gli ambulanti — I tetti appesi — Capete e ciapeti e rebeli — Untoria e Pelissaia — Alberghi e Osterie — Lanieri macellai e pollaroli — Cibi cotti — La distinzione fra città e mercato — I magazzeni militari — Mercati settimanali — Le diverse raibe e braie — Che cosa erano i macelli nell’epoca romana — I fora nundinaria dell’Appennino ligure — I collegi dei mercanti e degli artieri — Il servizio postale — Le stagioni del mercato.

Strabone, parlando di Genova ai tempi di Augusto, quando essa non aveva ancora raggiunto quella prosperità commerciale che dovette essere la conseguenza della sistemazione augustea, la chiama mercato dei Liguri (IV 6). Ricorda che vi si vendevano pecore, pelli, lana, miele, vino ed olio e muli, che in dialetto ligure si chiamano «gin» e secondo Plinio «gigen».
Quanto alla qualità del vino, Marziale (III. 82) dice che i Liguri bevevano vino buono, e davano ai convitati il vino ligustico, che era sgradevole perchè sapeva di pece. Forse lo dettero a lui in ricambio della sua maldicenza, ma Plinio certifica che Genova teneva la palma del buon vino in Liguria (IV 8 7), e basta ricordare i vini squisiti di Coronata e di Quarto per convincersene. Un altro articolo di esportazione era l’uva secca che, secondo Plinio, veniva fasciata in giunchi e riposta in botti sigillate con gesso (XV 18 4).
I vigneti erano molto diffusi in Liguria prima della venuta dei Romani; lo attesta la tavola di bronzo (117 a. C.), la quale parla del vino che si raccoglieva nell’agro dei Langen, cioè nell’alta Polcevera, a Langasco, a Cesino. Figuriamoci che cosa doveva essere in basso. Livio ricorda che le legioni romane, durante la lunga guerra coi Liguri, nel II secolo a. C., erano sguinzagliate dai consoli a tagliare i vigneti di quei di Garfagnana.
Una merce che si vendeva sempre bene nel mercato di Genova era l’ambra, che proveniva dal Baltico, come rilevò il Mommsen e come hanno confermato le esperienze fatte su pezzi d’ambra raccolti nelle tombe di via XX Settembre. È importante questo fatto perchè ci attesta quanto sia antica quella corrente commerciale attraverso la Svizzera e le Alpi che si afferma al giorno d’oggi coi valichi del Gottardo e del Sempione.
Probabilmente fin dai tempi dei Fenici, 1000 e più anni a. C. venivano i portatori d’ambra sul nostro lido, come si recavano sul lido Adriatico passando per la via del Brennero, detta in antico la via dell’ambra gialla (1).
L’ambra era il tocca e sana per i popoli antichi, era l’amuleto che si appendeva al collo, che si adoperava per ravvivare gli spiriti negli svenimenti e negli esaurimenti nervosi. Aveva inoltre un grato profumo, e le si attribuivano qualità erotiche, per cui era ricercata e pagata in Roma profumatamente dagli eleganti Petronii illanguiditi.
Un commercio di esportazione che cominciò coll’ epoca romana fu quello del legname. I nostri monti essendo a contatto col mare si prestavano assai bene alla speculazione; ed i Liguri d’allora, trovando il loro tornaconto, abbattevano le secolari foreste, mettendo in vendita dei tronchi meravigliosi di otto piedi di diametro. Avevano anche del legno odoroso (pino), che i Romani adoperavano per la confezione delle mense e stimavano quanto il cedro. Con queste notizie, che abbiamo da Strabone si spiega il precoce depauperamento dei nostri monti.
L’industria ligure era rappresentata sul mercato con tre prodotti importanti, i tessuti, le armi e la pece. Strabone ricorda che erano molto ricercate le tuniche liguri, i sai, fabbricati da quei tessitori in lana, che ancora nel secolo XV formavano una fiorente corporazione in Genova, che ebbe l’onore di avere fra i suoi apprendisti Cristoforo Colombo.
I Genovesi fabbricavano inoltre lo scudo in bronzo, di tipo greco, per il qual fatto, dice Strabone, alcuni li credevano greci. Veda il lettore come si collega bene questa notizia col fatto che la fabbrica degli scuti diede nome a una contrada che nel Medio Evo si chiamava «scutaria» ed oggi «Scuaia» [via Scurreria?]. La notizia che ci dà Strabone è preziosa sotto un altro aspetto perchè viene a confermare che i Genovesi avevano subito l’influenza greca.
La fabbricazione degli scudi ci richiama all’industria dei metalli in genere, che i Liguri impararono certamente dai Focesi, che furono tra i popoli mediterranei i più rinomati nella metallurgia. Questi furono per molto tempo i padroni delle miniere delle isole dell’Elba, e la vicinanza di quelle miniere fu occasione che i Genovesi si dedicassero per tempo all’industria delle «focine» all’ uso dei Focesi. Il ferro dell’ Elba doveva entrare per molta parte nei loro trasporti marittimi (2).
La pece era un altro prodotto che abbondava in Liguria, data la ricchezza delle nostre pinete. Serviva essenzialmente per le costruzioni navali, e per intonacare i vasi vinarii, e le molte abitazioni in legno. I Liguri si servivano pure della pece o meglio della resina picea per dar forza e sapore ai vini comuni, ciò che, al dire di Strabone, li rendeva meno apprezzati a Roma. Anche questo era un uso tolto dai Greci.
Ma l’industria più importante era certamente quella delle costruzioni navali. Chi volesse conoscere dove erano i cantieri genovesi nell’ epoca Augustea, non ha che a cercare le belle spiaggie a contatto delle montagne pinifere: Sestri, Pegli, Arenzano, Camogli, Portoflno. In Genova il cantiere fu quasi sempre alla marina di Sarzano.
I Genovesi avevano fin da quest’epoca le loro leggi marittime, che disciplinavano i contratti di noleggio, i poteri del capitano, i doveri degli armatori. Infatti risulta che Augusto chiamò in vigore le leggi Rodie, che erano le leggi marittime più complete del mondo antico. Probabilmente i Genovesi, per le relazioni che avevano coi Greci, le avevano adottate anche prima, come le avevano adottate per conto loro i Marsigliesi e gli altri popoli marinari di quel tempo.
Come si vede quanto più si approfondisce lo studio della nostra civiltà, primitiva, sempre più essa si manifesta in intimo legame colle costumanze greche.
La moneta che usavano i Genovesi prima di entrare in rapporto con Roma era greca. Presentiamo nelle nostre illustrazioni una moneta di «Massalia» ossia Marsiglia, trovata nelle tombe di via XX Settembre. [ima]
Abbiamo già avvertito che l’importanza del mercato di Genova non può misurarsi da quel poco che ne dice Strabone, perchè egli ci descrive in sostanza una spiaggia ove convenivano i Liguri della montagna a vendere i loro prodotti. Non ci dà alcuna idea di ciò che doveva essere il mercato due secoli dopo, e specialmente quando Milano divenne la capitale d’Italia, e dal mare si riversava nell’emporio ogni sorta di merci forestiere, le stoffe e i tappeti d’oriente, l’avorio, la mirra, gli unguenti, le spezierie, i marmi d’ogni genere, e bronzi finissimi, e statue, e fregi, e vasi, e vini di tutto il mondo, e materiali da costruzione, e mobili e tessuti d’ogni genere e belve. È questo l’emporio che noi dobbiamo cercare; non quello in cui si scambiavano pecore e lana con olio e sale, ma quello che fu l’intermediario fra il lusso orientale e le ricche città della valle del Po.
Una grande rivoluzione si era compiuta nell’epoca Augustea. I Romani non erano più i rudi agricoltori d’un tempo, quando i Fabii erano coltivatori di «fabae» e i Cepiones eran quelli delle «cepae o cepollae» (3). Così i Liguri non erano più i modesti coltivatori di terre, allevatori di pecore e porcellini, modesti naviganti dediti alla pirateria. In più di un secolo Roma era diventata padrona del mondo e non v’era più ricchezza che bastasse a saziare i dominatori arricchiti, bramosi di godimento e di sfarzo.
Il mercato, che noi dobbiamo studiare, seguì come è naturale questi sbalzi improvvisi della ricchezza; Genova che aveva per clienti tutti gli arricchiti dell’alta Italia, non poteva fare a meno di raccogliere nel suo mercato tutte le merci che interessavano la vita fastosa e gaudente di quei tempi.
Ecco in breve il nuovo criterio su cui io baso la ricostruzione storica del mercato di Genova, uscendo fuori dalla misera cerchia del testo di Strabone. Questi vide in Genova un mercato ancora ligure; noi vogliamo invece studiare il mercato nel suo apogeo quando è saturo di romanità.
Cominciamo dai vini. I buon gustai di Roma numeravano un centinaio di qualità di vini finissimi. Plinio ha notizie molto particolareggiate al riguardo. Ma, limitandosi a quel poco che può interessare il mercato di Genova, osservo che, essendo fin d’allora attivissima l’importazione del vino meridionale e siciliano, e di quello lunense, bisogna ritenere che allora, come oggi, come nel medio evo, venissero in Genova le baranzelle cariche di vino di Bari, di Taranto, di Reggio, di Villa S. Giovanni, di Siracusa, di Morfetta, il così detto «vino degli scoglietti». Il lunense venne sempre col nome di «vino delle cinque terre».
La produzione vinicola era così abbondante in Italia che l’imperatore Domiziano, impressionato dall’espandersi dei vigneti e dalla scarsità sempre crescente dei cereali, ordinò la distruzione di metà dei vigneti nelle provincie, colla proibizione di piantarne dei nuovi (4).
La stessa cosa avveniva nella Spagna, che provvedeva, come la Sardegna, dei vini squisiti. Altri vini finissimi venivano dalla Grecia, famosi quei di Lesbo e di Scio e di Cipro, i vini di Bitinia, di Cilicia, di Siria. Teneva il posto dello Champagne, come vino dell’ebbrezza, il «Falernum vetus».
I vini comuni erano generalmente manipolati con marmo, calce, resina e pece, od acqua di mare. I mercanti di scuola greca, come i nostri, erano reputati maestri nelle manipolazioni, per cui è facile immaginare che cosa dovevano fare in Genova nei loro depositi «canabae», che erano probabilmente lungo il mare, come a Lione lungo la Saona.
L’insaziabilità dei bevitori, la raffinatezza degli speculatori aveva creato una caterva di specialità «vina fieticia» per solleticare il palato e mungere la borsa. Erano vini d’uva secca, vini cotti, vini al miele, al mirto, al nardo, alla rosa, alla violetta, al mastice, al pistacchio, al cipresso, al lauro, all’assenzio, all’issopo, all’origano, al timo, all’anice, alla mirra, al pepe, all’iris. Erano in sostanza i liquori destinati ad essere tracannati negli ozii delle terme e nelle lunghe ore del «post coenam», e nei bar di quel tempo.
Questi bar che erano allora designati col nome generico di «tabernae» dovevano essere numerosi in Genova, data la gran massa di mercanti, di navarchi e di marinai da una parte, e dall’altra la vicinanza del campo, le cui porte s’aprivano sul mercato (5).
In Italia tutti bevevano come spugne. L’ubbriacarsi era una delle prerogative dei pranzi di corte da Nerone in poi. I poeti cantano la voluttà ma sopratutto le anfore nate sotto antichi consoli. Plinio racconta che l’imperatore Tiberio, avendo veduto il milanese Torquato Novello trangugiare, senza riprendere fiato, tre congi di vino, ne rimase tanto ammirato che da pretore lo promosse a proconsole.
Dopo il mercato dei vini veniva quello degli olii, quello del cacio, quello del sale, quello del miele che entrava in grande quantità nell’alimentazione, dovendo tenere il posto dello zucchero.
Fra i formaggi era famoso quello di Parma. Marziale descrive la gran forma di cacio «hetruscae signatum imagine lunae» e capace a sfamare mille giovanotti di buon appetito (6). Plinio (7) ricorda tra i formaggi gustati a Roma il formaggio di pecora «Cebanum» ossia di Ceva (8). L’imperatore Antonino Pio era ghiotto di formaggio alpino, al punto che per fargli onore morì di indigestione (9).
Il cacio è costantemente in Liguria «formagio» o meglio «fermagiu». La parola è degna di nota per la sua origine greca. Infatti significa in greco il prodotto che si porta al mercato. Così si spiega come il cacio si chiamasse «fermaio» che è quanto dire articolo da mercato. A questo modo si spiega la parola «Parma» e l’oscillare del suono fra «Parma e Pernia» e la parola «Parmea» (palmaro) che era l’antico mercato vicino a Voltri.
Un mercato che doveva esser fonte di lauti guadagni ai coltivatori liguri, doveva essere quello dei legumi e delle frutta. Lo argomentiamo dall’ importanza e dal caro prezzo che avevano questi prodotti in Roma, e dalla fama, che avevano in antico gli orti del Bisagno e i frutteti di val Polcevera e della riviera. Le continue relazioni coll’Africa e coll’Oriente devono avere molto per tempo trasformata la nostra agricoltura nell’industria lucrosa della frutta propria dei paesi d’oltre mare (10). Seguendo le conquiste romane i Liguri avevano introdotto nei loro frutteti la noce greca (mandorla), il malum persicum, ossia l’albicocco, i fichi greci, le cerese, che Lucullo aveva portato da Pergamo, le prugne di Damasco, ossia damaschine. Un’altra industria molto profìcua doveva essere quella dei frutti canditi, ricercatissimi in Roma, per cui Genova ebbe sempre una speciale rinomanza.
La maggior parte dei porti del Mediterraneo esportava pesci salati, come ha constatato nei suoi studi il Blumner (11). La Sardegna teneva il primo posto coi suoi tonni «tynni». Plinio, Galeno e Xenocrate ci descrivono le diverse qualità del tonno «pelamys, sardus, coracynus, mugil, scomber, colias, orchinus, e distinguono, secondo il modo di preparazione, il mezzo salato, quello a pieno sale, il grasso e il magro, la ventresca. Ricco di tonni era pure il littorale di Spagna. Nel Mar Nero alla bocca di tutti i fiumi si faceva la pesca e la preparazione degli storioni. Lo sviluppo grandissimo di questa industria fa ritenere che anche nella marina ligure fosse attiva la pesca e si lavorasse a mettere in sale «salmentum» i pesci locali, come tuttora si usa. Oltre i salati in vaso vi erano i salumi disseccati, che Plinio (IX. 48) descrive come «quercus assulis similia». Vi erano altri pesci minori affumicati, detti genericamente «gerres». Erano destinati all’alimentazione del volgo, come si rileva da questa impertinenza di Marziale «teque invant gerres et pelle melandria cana» che liberamente tradotto in genovese significa: «bocca da stocchefisso e da salacche» (12).
Abbiamo passato in rivista le merci; dobbiamo ora vedere quale fosse l’ordinamento del mercato.
E prima di tutto si deve fare una distinzione, che si faceva in antico, come si fa nell’epoca moderna, fra i grandi commercianti e i piccoli commercianti, fra il commercio all’ ingrosso e quello al minuto.
Negotiantes e negotiatores chiamavano i Romani i grandi capitalisti, che organizzavano le spedizioni commerciali, andavano sul mar Nero o in Africa a fare incette di grano, monopolizzavano i tonni, i vini, le stoffe, gli avori, le pietre preziose, e stabilivano i loro depositi in Atene, in Roma, e negli altri mercati italiani. Questi negozianti erano essenzialmente greci ed orientali, ragioni per cui scompariranno appena si metterranno male le condizioni dell’impero. Invece nel medio evo questi grandi negozianti saranno i Medici, i Peruzzi, i Frescobaldi di Firenze, i Salimbeni di Siena, gli Spinola, i D’Oria, i Camilla, i Della Volta, i Zaccaria, i Gattilusio, i Giustiniani di Genova. Restauratori dei grandi commerci antichi, di cui possedevano i segreti, essi rinnovarono a Genova, a Pisa, a Venezia, a Siena, a Firenze i bei tempi di Pericle.
Accanto ai «magnarii» uno dei tanti nomi che si davano ai grandi negozianti (13), erano i mercanti al minuto, gli esercenti.
I grandi commercianti avevano i depositi vicino al mare (14). E noi troviamo che nel medio evo lungo la via magna, sotto riva, erano i magazzeni, i fondachi, dove si accumulavano le merci, ed i vicoletti perpendicolari alla via magna costituivano altrettanti reparti dell’emporio. E lo stesso doveva verificarsi in antico, perchè lo studio archeologico ci fa vedere la stessa disposizione in Roma, dove i grandi commercianti avevano i loro emporii lungo gli scali del Tevere. I mercanti al minuto avevano invece le loro botteghe lungo la via del mercato.
Come una via magna correva lungo l’arena, sotto riva, cosi un’altra via doveva percorrere in tutta la sua lunghezza l’emporio passando sopra la riva. Accenno alla via che esiste attualmente, che esisteva nel medio evo, e che doveva esistere nello stesso punto nell’epoca romana, perchè è la con figurazione del magnifico anfiteatro che la porta, quella via che va dal Molo a Banchi, a S. Siro in Fosselo [piazza Fossatello].
Più si approfondisce lo studio di Genova antica, si viene a comprendere sempre meglio che gli atteggiamenti medioevali sono la riproduzione di uno stato di cose antico. D’altronde si trafficava sullo stesso mare, la riva e gli scali erano sempre gli stessi, e non v’era ragione perchè si cambiassero le disposizioni antiche, che erano consecrate da una lunga esperienza e dalla conoscenza perfetta dei luoghi in relazione con le esigenze commerciali. Una gran via sul mare per le operazioni di carico e scarico, una gran via interna per il mercato; fra l’una e l’altra le viuzze traversali ove sono disposti i magazzeni, i fondachi, così che la merce trova subito il suo ricetto quando arriva dal mare, e il mercato l’ha sotto mano quando ne fa ricerca.
Il sistema era quanto di più perfetto si poteva immaginare, di fronte al problema che esisteva allora come esiste adesso, quello cioè di ben ordinare il movimento intorno al porto.
È da notare il fenomeno dei vicoletti laterali all’emporium perchè tutto ciò si riproduce in Roma, dove troviamo le merci ripartite nel vicus frumentarius, vicus lorarius, vi- cus sandalarius, vicus materiarius, vicus pulverarius, vicus vitrarius, vicus unguentarius, vicus argentarius.
Il medio evo, fedele alle ripartizioni antiche, ci si presenterà negli stessi atteggiamenti, con tutti i suoi vicoli degli Indoratori, degli Scudai, dei Coltellari, degli Orefici, dei Tessitori, dei Calderai, dei pancoeûtxi, vico Paglia, vico Fieno, ecc.
Poste così le basi del nostro mercato, noi cercheremo di ricostrurlo idealmente, quale poteva essere nell’epoca di maggior sviluppo, che deve cercarsi nel secolo IV, quando Milano era di fatto la capitale d’Italia e Genova la sua fornitrice.
Il mercato di Genova, come quello di Alessandria e di Atene, come quello di Roma, sia pure in minori proporzioni, doveva avere il carattere di un grande bazar orientale. Dal Molo a S. Siro un andirivieni di mercanti di ogni nazione: Romani, Napoletani, Siciliani, Greci, Armeni, Libici, Siri, Alessandrini, Africani, Spagnuoli, Provenzali, che venivano dal mare e Libarnesi, Tortonesi, Piacentini, Pavesi, Lomellini, Vercellesi, Astigiani, Albesi e sopratutto Milanesi che venivano per le vie dell’Appennino.
Una classe di negozianti, che aveva una funzione importantissima nell’esercizio del mercato, era quella dei banchieri. Par di veder laggiù a Banchi, che era certamente fin d’allora la piazza più importante dell’emporio, gli stessi «bancôti» dagli occhietti furbi, comunicare a gesti più che a parole coi mercanti d’ogni razza e d’ogni lingua, far prestiti su merci, dar corso a lettere di credito, negoziare cambi marittimi, consegnare e ricevere pagamenti per conto terzi, negoziare carature e partecipazioni in speculazioni di ogni genere, appalti e forniture, decantare i grandi proventi dei tonni, o dei marmi, o delle miniere, mentre i commessi si affrettano a pesar monete, conteggiare, a redigere notule, a far registrazioni nei libri. Fra un’operazione e l’altra, l’uomo dagli occhietti furbi chiede una notizia a un cliente che passa, dà informazioni sul mercato ad un altro che si affaccia sulla porta e subito si dilegua, dà ordini a un sensale «proxeneta», sorveglia l’Armeno e l’Africano che ha l’aspetto di un uomo a denari, e mentre tiene d’occhio i farabutti e i ladri, distribuisce a destra e a manca le barzellette con frasi tolte da tutte le lingue. Intanto le coppe di legno disposte sul «banco» si riempiono d’argento e d’oro sonante. È il tipo millenario del «bancôto» genovese, perfettamente corrispondente a quello delle «tabernae argentariae» che erano a Roma sotto i portici del foro «sub veteribus o sub novis». Intorno alla taberna del banchiere aleggiano come corvi gli usurai «foeneratores» pronti a mettere il laccio al disgraziato mercante, che non potè aver credito al banco.
La gran mostra dal Molo a Fosselo [piazza Fossatello] doveva essere ricchissima nel sec. IV, quando l’orientalismo era in pieno trionfo sui nostri mercati e Costantino e tutta la sua corte bizantineggiava. Le botteghe che i Romani chiamale tabernae e cauponae erano per lo più formate di baracche in legno, ma nei punti più centrali erano in muratura e presentavano quello stesso tipo che noi abbiamo sempre creduto medioevale e che consiste in un uscio ristretto e un banco in pietra per l’esposizione delle merci. Esso è il tipo comune della bottega romana, come ci hanno rivelato gli scavi di Pompei. I ricchi negozianti, che vendevano per mezzo di liberti e di schiavi, destinavano alle loro mostre portici e logge. Sono carattestici al riguardo due bassorilievi romani qui riprodotti, che ci presentano delle taberne in azione. Questa frequenza delle loggie nei mercati dell’epoca romana ci spiega la precocità con cui le belle loggie ad uso commerciale risorsero nel medio evo.
Fra i negozii più eleganti noto i gemmarii, i margaritarii ossia i gioiellieri, ed i fabri argentarii, orefici. A Roma erano lungo la via sacra e nel foro, vicino ai banchieri; a Genova furono sempre intorno a Banchi, vicino ai bancôti. A Roma stavano a fianco ai gioiellieri, gli «unguentarii e pigmentarii» (profumieri e venditori di belletti) ed i «librarii». Ma in Genova ciò che doveva maggiormente colpire lo sguardo dovevano essere le grandi mostre di stoffe splendidamente intessute e ricamate, che venivano dall’India per le vie di Tiro e di Beyruth. Della ricchezza di tali stoffe possiamo farci un’idea visitando le magnifiche collezioni giapponesi che si trovano nel museo Chiossone. Tale riscontro sarà interessantissimo perchè ci avvierà allo studio dei tessuti genovesi, stoffe, damaschi, velluti, e dei tessuti stampati (mezzari), tutte cose che i nostri hanno visto, esaminato, studiato nei grandi mercati del secolo IV. Lo stesso si dica delle pelliccie, la cui industria dimostrerò esistente in Pellisaia [via di Pellicceria] fino da quel tempo. Venivano poi le porpore di Cos, i magnifici tappeti orientali, le vetrerie, cogli splendidi vasi smeraldini, e le trulle murrine, l’avorio dell’Etiopia, i mobili incrostati di tartaruga, i bei lavori in metallo aggeminato, bronzi artistici, le statue, le infinite divinità di tipo egizio, persiano e indiano, di cui pure troviamo preziosi riscontro nel museo giapponese; vasi greci ed etruschi, ceramiche di ogni genere, della cui fabbricazione andava superba l’Italia di quel tempo (15). Nulla di tutto questo poteva mancare nella gran mostra del mercato di Genova, destinato a provvedere Milano e le città dell’alta Italia, le quali ci attestano ancora coi loro ruderi che realmente questa vita di lusso e di sperpero fu da esse vissuta.
Una caratteristica che dava vivacità e un tal quale aspetto carnevalesco ai mercati antichi era il vociare degli ambulanti, e le pompose declamazioni dei ciarlatani. Questi rifilavano ai gonzi i loro specifici, e i portentosi amuleti; quelli vendevano le loro ciambelle, pere cotte, olive, fichi, melegrane e meloni. Un altro grida i dattari d’Egitto, le nocciole di Spagna, il pavone di Samos, il fagiano della Colchide, l’oca delle Gallie. Un bassorilievo ci mostra un ambulante che porta appeso al collo un canestro ripieno di pomi e grida «mala ! mulieres meae». Un altro tiene sospesa una pertica da cui pendono i nastri a colori, e ci ricorda un tipo non del tutto scomparso che per le vie di Genova gridava «belle fìggie cattève e màe piccage».
Tutti questi venditori ambulanti avevano la loro cantilena speciale: «insignita modulatione vendentes» (16). Ci par ancora di sentire la cantilena della donna che gridava: «ghe i o belle e màe piè» portando in giro la pignatta fumante colle castagne «prebugie» [precotte].
Fra i tabernarii e gli ambulanti vi era una classe intermedia di piccoli mercanti, che piantava bottega in terra o sui gradini degli edifìzii pubblici; spesso riusciva ad appiccicarvi una tenda, che diventava a poco a poco un tetto stabile. Roma era piena di queste botteguccie addossate ai grandi edifici, come le vediamo ancora oggi in Genova a Banchi e al palazzo di S. Giorgio. I Genovesi del medio evo non riuscirono mai a liberarsene, per quanto la nobiltà vedesse di mal occhio questi «tetti appesi». Così non riuscì a liberarsene Roma, per quanto Cicerone lamentasse nelle sue orazioni queste baracche che toglievano la maestà agli edifici e ingombravano le vie di Roma.
Da tutti i testi greci e romani trapela il disprezzo che avevano i negotiantes per i mercanti al minuto, a cui si rimproverava di portare il discredito sul mercato col loro contegno scorretto, colle ciarlatanerie e colle truffe. I Greci usavano una frase caratteristica per indicare questi mercanti che il popolo nostro direbbe «della leggera». Li chiamavano con un termine che significava, capanna, baracca (17).
Quante curiose concidenze vengono fuori quando si en­tra in questi particolari ! Parlo della coincidenza fra la vita genovese del medio evo, e la vita delle antiche città gre­che. Come i grandi negozianti greci disprezzavano i piccoli col nome di « capeli », così i grandi negozianti e nobili ge­novesi del 1500 disprezzavano i bottegai e gli artieri col nome di « Capete », e se questi arricchendosi riuscivano ad entrare nella nobiltà li chiamavano « teiti appeisi » tetti appesi. È semine l’idea della baraechetta che fa le spese della satira, con una continuità di spirito veramente mara- vigliosa. Ancora al giorno d’oggi questo atteggiamento di linguaggio permane, perchè si dice « ciapetu » una persona da poco, mancante di riputazione e di serietà (18), come si dice «rebelu» una persona senza decoro. Anche il «rebelu» trae la sua origine dal mercato; è la persona di strada, che non ha un mestiere, che vive oziando nella «rebe». La reba è il mercato, l’agorà dei Greci, il forum dei Romani, come vedremo fra poco.
Un altro nome che accenna al disonesto mercanteggiare è quello di meretrice e meretricio (19).
Lungo la via del mercato, nella parte a monte, dovevano trovarsi, fin dall’epoca romana, stabilite diverse industrie. Lo argomento dal fatto che i documenti del medio evo ci danno come antichissima l’«Untoria» a monte di «Fosselo [Fossatello]» nella regione di «In o campo» e fra S. Siro e S. Luca la «Pelliparia» in dialetto «Pellisaia [Pellicceria]». Questi nomi rappresentavano l’industria dei pellai e dei pellicciai, che fu sempre una specialità molto accreditata in Genova. Un editto di Diocleziano enumera fra le pelliccie quelle di muflone, di martora, di castoro, d’orso, di lione, di volpe, di leopardo, e fra le pelli quelle di foca e di marocchino. Il mercante di pelli si chiamava «pellarius» e più comunemente «pellio, pellionis». Che sia un pellaio quel Plauco di Pegli «filius pelionis» che troviamo con Moco, come sottoscrittore della Tavola di bronzo? I lavoranti in pelliccie dovevano avere un altro nome, che i Marsigliesi, come i Genovesi, come i Pisani conservarono nei loro statuti medioevali; voglio dire il nome di «Pellisarii o pelliparii». L’alternarsi di queste due forme «pelliparii e pelliparia» con «pellisarii o pellisaria» ci fa capire che si tratta di un nome di origine greca, formato da termini che indicano l’azione del raschiare, raffinare le pelli. Si sarebbe dovuto pronunziare «pellipsaria» ma i nostri trovarono che si poteva far economia di una lettera, e perciò scrivevano «pelliparia» mentre dicevano e dicono usualmente «pellisaia».
Lungo la via del mercato erano pure annidati gli Ebrei. Esiste il ricordo del ghetto nella regione di « In o campo » ove si trova un vicolo col loro nome. Ed esiste una lettera di Cassiodoro del Sec. VI, la quale ci attesta che essi avevano in Genova la loro corporazione nell’epoca romana.
Come vede il lettore, la nostra ricostruzione procede abbastanza suffragata da elementi storici, e tutto si trasporta verso ponente, e la regione di S. Siro acquista sempre più il carattere di centro dell’emporio.
Chi è abituato a credere un sogno ciò che noi andiamo investigando a riguardo della nostra esistenza nell’epoca romana, troverà strano anche questo, che in Genova esistessero degli alberghi. Ma basterà ricordare che Polibio, il quale aveva viaggiato nell’Alta Italia circa 150 anni a. C. prima che essa entrasse a godere delle comodità della civiltà romana, racconta che chi viaggia in quella regione, «negli alberghi non si accorda del prezzo di ogni cosa in particolare, ma chiede a quanto vi alloggia la persona, e i locandieri ricoverano gli ospiti, e li provvedono di tutto l’occorrente per mezzo asse, e ben di rado questo prezzo sorpassano» (20). Ai tempi dell’impero gli osti erano in fiore, tanto più che non erano rari gli imperatori, come Nerone e Proculo, che si compiacevano di vuotare delle anfore all’osteria. E cogli osti trionfavano gli albergatori, specialmente nelle città ove affluivano i forestieri, e su tutte le grandi vie che percorrevano in lungo e in largo il mondo romano.
Se tabernae esistevano nelle città secondarie, ove solo poteva capitare qualche fattore di campagna a mangiare il polpettone, se tabernae esistevano lungo tutte le vie romane, come attestano le innumerevoli stazioni che portano questo nome negli itinerari, è facile immaginare che cosa dovesse essere il servizio di albergo e trattoria sul mercato di Genova, ove convenivano forestieri da ogni parte del mondo. Piuttosto è il caso di indagare ove potevano essere le cauponae, ove alloggiavano i forestieri in Genova. Io credo che dobbiamo cercarle lungo le vie per cui si accedeva al mercato, nella regione di Pre, lungo la via che veniva dalle Gallie e dalla valle del Po, e nella regione di Ponticello e vico dritto di Ponticello, lungo la via che veniva da Roma, e sugli scali principali. Il medio evo ci fa vedere sulla via di Pre l’ospizio dei Cavalieri di Malta, che teneva pure una casa a S. Antonio di Pre, in Ponticello l’ospizio dei Pellegrini, a Banchi l’ospizio dei Monaci benedettini di S. Pietro. Pre è sempre rimasto famoso per le sue osterie ad uso dei marinai.
La parola «Prè» fu sempre un mistero. Nei documenti medioevali si trova facilmente tradotto il Prè in «Predis», come il Prion si trova tradotto in «predono». Chi credeva alla serietà di queste traduzioni dei notai diceva che Prè significava il luogo dove si depositavano le prede. Altri ritenne che Prè derivasse dal «prae» latino e significasse: davanti, vicino al mare. L’opinione che armonizza di più coi caratteri naturali e storici della località parmi sia quella che traduce: prati. Dalle carte medioevali risulta che dei prati realmente esistevano in quella regione, e si capisce quanto dovessero essere utili ai tempi del gran mercato per distendervi gli «stallaggi» necessarii per collocare bestie, veicoli e persone.
Un servizio importante in una città ove affluivano tanti forestieri, era pur quello dei macellai. Si chiamavano a Roma «laniones e laniarii» quelli che ammazzavano le bestie, «macellarii» quelli che vendevano carni e selvaggina nei «macella». A Genova troviamo nel medio evo i banchi dei macellarii al Molo, e nelle adiacenze di Soziglia. Ed è verosimile il ritenere che al Molo fossero nell’epoca antica a servizio dell’Oppidum e che altri esistessero da Banchi a Fossatello a servizio del mercato. È pure logico che i piccoli banchi su cui esponevano le merci i «macellarii» non servissero per macellare e che fossero in altra parte della città i «laniarii». Per quanto si sia sempre ritenuto che il borgo dei Lanè, in via dei Servi, prendesse il nome dai lanaiuoli che vi abitarono, è da vedere se il nome di «lanè» non abbia origine dal fatto che in quel luogo, ai piedi del- l’oppidum, lungo il rivo Torbido, fossero anticamente i luoghi ove si ammazzavano e si facevano a pezzi (laniare) le bestie per essere trasportate ai macellai. Ricordiamo a questo proposito che da Casella, da Montoggio, da Torriglia vengono da tempo antichissimo i bei vitelli che costituiscono la parte migliore della macellazione in Genova. I lanaiuoli abitavano probabilmente nello stesso luogo perchè nel luogo ove si ammazzavano le pecore si faceva l’incetta delle lane. Nella stessa regione noi troviamo ancora il ricordo delle perere (vico Perera) che in dialetto si pronunzia «peaee» luoghi ove si pelavano i porci. Tutti fatti che confermano il sospetto che borgo dei «Lané» significhi dei «Laniarii».
Una iscrizione riferita nel Corpus (20) è dedicata a un «negotianti pullario», così che possiamo aggiungere al nostro mercato dell’epoca romana i pollaioli, fiorenti in ogni epoca nella nostra città.
Finora abbiamo creduto caratteristiche delle città medioevali quelle taberne ove si preparano cibi cotti, legumi, farinate, frittelle, trippe, pre-bugie e pre-bugion (entrambe queste parole vengono da pre-bullire, che da in dialetto genovese pre-bugi). Ma le cognizioni ornai diffuse di archeologia romana ci fanno intendere che tutta questa culinaria a buon mercato, cominciando dai maccheroni napoletani, discende in linea retta dalle usanze dei grandi centri romani, ove le masse fluttuanti vivevano in tal modo, comperando dai tavernai i cibi cotti e ben oliati, che si consumavano sul lavoro da chi lavorava, nei circhi e nei teatri e per le vie da chi oziava.
Sembrano a prima vista dettagli insignificanti, ma giovano moltissimo per una ricostruzione storica, perchè danno nel loro insieme l’immagine viva di ciò che doveva essere l’emporio di Genova nell’epoca romana. E così a poco a poco si delinea la distinzione che non avevamo mai fatta finora, fra l’oppidum dei Genovesi che stava in alto e la città commerciale in basso. Questa è la città di tutti, dove si raccoglie la popolazione fluttuante e forestiera, dove i Genovesi scendono alla mattina per accudire ai traffici, ma per ritirarsi alla sera. Chi è Genovese capisce benissimo la verità di questo fenomeno che si verifica ancora al giorno d’oggi, ed è consacrato nella frase genovese, «andare in scià, e andare in zù» per dire: andare al traffico, tornare dal traffico. E il fenomeno non è solo genovese, perchè abbiamo ancora in Italia molti esempi che ci riportano a questo binomio a cui hanno dato luogo i traffici dell’epoca romana. Ricordiamo ad esempio Mondovì Castello e Mondovì Breo, Fiesole antica in alto e Firenze in basso, Ventimiglia oppidum in alto e Ventimiglia commerciale in basso. Queste distinzioni erano più manifeste in antico perchè lo popolazioni, per quanto abituate a trattar bene i forestieri, non facevano mai comunella di abitato con essi. Fino a tutto il medio evo i forestieri che abitavano nelle città commerciali avevano i loro quartieri a parte, intorno ai luoghi di mercato. A questo modo si spiega molto bene come possa essere esistito un grande emporio commerciale dal Molo a Pre, e come questo possa essere quasi completamente scomparso quando cadde l’impero che gli dava la vita.
A testimonio del gran centro commerciale antico rimase però il fatto che la cattedrale e le più antiche chiese di Genova sorsero nel luogo del mercato. E’ questo il fulcro della nostra ricostruzione storica, e ne vedremo tutta l’importanza quando si verrà a ragionare delle origini del Cristianesimo in Genova.
Esaminando la tavola peutingeriana si trova che la stazione militare di Genova è segnata con due edifici, i quali accennano probabilmente ai depositi di rifornimento. Vien naturale di chiedere in qual luogo presumibilmente potessero trovarsi questi emporii. Essendo il campo chiuso da un muro dalla parte del mare, ci pare logico il ritenere che essi dovessero trovarsi nel recinto del campo, non in mezzo, perchè avrebbero ostacolato la visuale, ma da un lato e certamente in relazione col canale che pare fosse destinato ad approvvigionare direttamente il campo. Con questi criterii io collocherei questi emporii militari in fondo al campo ai due lati del canale (21).

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Dobbiamo ora parlare dei mercati settimanali, che davano alla città mercantile uno straordinario movimento in certi determinati giorni. Essi ci porteranno ad occupare nuovi spazii intorno alla zona dell’emporio testé descritto.
La permanenza dei mercati settimanali in molte città d’Italia ci permette di studiare da vicino questo fenomeno. I Romani chiamavano i mercati settimanali «nonae» e più comunemente «nundinae» abbreviazione di «novemdinae» così denominate perchè si tenevano nei primi tempi a Roma ogni novem dies. L’istituzione, di cui già si fa parola nella Legge delle XII tavole, deve essere più antica di Roma e risalire alle costumanze degli antichissimi popoli italici. Nella valle del Po troviamo ancora dei paesi che si chiamano «A-none» e «None»; essi rappresentano luoghi di antichi mercati. Ritengo pure che abbiano questa origine certi paesi dell’Appennino Ligure, che per una cattiva pronunzia dell’n furono tradotti in «Rundanin-a, Rundiné-a».
Delle nundinae che si tenevano sui nostri monti si parlerà meglio fra poco. Dirò solo che esse compariscono ora col nome di Rundinae, ora col nome di «astu, astòu, cian dell’astu e steia» tutti nomi che accennano all’asta (à stu), che si piantava in mezzo al mercato. Oppure col nome di «raiba, reba, braia, brea e breo». Ricordo la «braia» dell’antichissimo «Pa-i-seion» divenuto poi Crocefieschi e la «braia» dei Caranzini in vai di Sisola, intorno a Monte Man.
I mercati settimanali, che esistevano in Roma e in tutta Italia, fino ai nostri giorni non potevano mancare nell’emporio di Genova. Stabilito questo, ne viene per conseguenza che vi era bisogno di grande spazio per dare un posto a tutti durante le nundinae, quando tutti gli abitanti della montagna si riversavano nella città per vendere i loro prodotti ed acquistare tutto ciò che loro era necessario per la vita. A Roma le nundinae si tenevano anticamente nel foro ma presto si destinarono ad esse delle grandi aree circostanti.
Queste riflessioni ci portano a ritenere che in tempo di nundinae il mercato di Genova doveva estendersi In-o- campo, a Pre, e dal Guastato. Prezioso per la topografia di Genova e questo nome di «Guastatum e Vastatum» che ci fu conservato nei documenti per indicare la regione della Nunziata e del Carnine. Chi si volge al latino per averne spiegazione se ne va direttamente a fantasticare sopra delle devastazioni, che non hanno fondamento perchè la regione era niente altro che un prato. Per contro ho rilevato nei miei «Genoati e Veturii» che A-stu (all’ antenna) era il luogo di riunione dei popoli primitivi.
Astu era Atene, Astu era Asti, Savona e Pra. Troviamo pure «A-steia e A-stuia» in moltissimi luoghi. E così si spiegano gli infiniti Hasta degli itinerarii romani. Alle capanne di Marcarolo, vi è il «cian dell’A-stòu», a Genova il «Gu-astòu e V-astòu». «Gu, gua» significa valle, il «va» significa via. Sono frasi che si alternano, «Gu-astu e V-astu» (in Monferrato, ed a Piacenza) «U-và e Gu-à» (Ovada). Tutti fenomeni che la glottologia ebbe il torto di disprezzare finora perchè non corrispondevano al pregiudizio a cui si è legata, che tutto o per fas o per nefas deve derivare dal latino.
Il Guastòu o Vastòu di Genova era probabilmente uno di quei prati in cui si tenevan le nundinae intorno all’a-stu, secondo le antichissime usanze liguri. E che le regioni di In-o- campo, e del Guastou fossero anticamente prati, come Pre, risulta da molteplici documenti medioevali, nei quali In-o- campo è detto «pratum S. Siri», e la regione della Nunziata e del Carmine è chiamata «Pastureza».
Un ultimo rilievo di fatto. Sulle pendici di Castelletto, degradanti verso Fossatello vi è una strada detta «della Rondinella». Non sarebbe per avventura la strada che dal monte conduceva nella Nundiuea?
Per mettere un ordine in quella immensa congerie di gente, di merci e di animali a cui davano luogo le nundinae, era logico che si addivenisse ad una ripartizione. Come sui mercati odierni di Alessandria e di Tortona vi è il mercato dei bovini, degli ovini, dei cavalli, dell’uva, dei vini, della verdura e delle mercerie, così in Roma si aveva il «forum boarium, suarium, vinarium, holitorium, piscatorium» ecc. A Genova doveva accadere lo stesso. E ne abbiamo la prova nel medio evo, che da buon testimonio ci ricorda la permanenza delle ripartizioni antiche colle sue «raibe, raibette, e braie e ciappe». I documenti ricordano la raiba leguminum, la clapa olei, la clapa piscium, detta anche alla romana forum piscatorium (22). Una raiba che richiedeva molto spazio doveva essere quella del bestiame. Muli, vacche, pecore e vitelli venivano specialmente dal Bisagno, onde è probabile che un tale mercato avesse la sua sede nella più grande spianata che esisteva vicino a Genova, quella che forma oggidì la piazza di Francia. An­che su questo punto abbiamo la conferma nei documenti del medio evo, che ci fanno vedere il mercato del bestiame vi­cino al ponte della Pila (23). E più di tutto ci conferma nella nostra idea il fatto che l’antica strada che conduceva nella regione testé indicata si chiamava la via d’«in a braia» che è quanto dire via del mercato.
I Greci chiamavano ciclo, ogni singolo mercato. I nostri dicevano «raiba» e per metatesi «braia». Così pure dicevano «reba» e per metatesi «brea» (24). La parola non è araba come diceva il Giustiniani e si è ripetuto finora, ma è perfettamente greca ed ha lo stesso significato di ciclo.
È la forma tipica del mercato ; un gran circolo di merci e di mercanti, l’antenna piantata in mezzo, simbolo di autorità e di festa.
I Romani nell’epoca fiorente dell’impero assegnarono per certi mercati dei recinti, forniti di portici è magazzeni, come si pratica nelle grandi città moderne. Il mercato recinto si chiamava «macellum». La parola è rimasta per indicare i luoghi ove si vendono le carni. Ma nelle sue origini il «macellum» non è altro che il macello dei Greci, e cioè un luogo «maceria conseptum» parola generica che valeva tanto per un mercato come per un cimitero. Esempio la lapide trovata in Albaro «maceria conseptum Diis manibus dicatum». Sarebbe interessantissima una rivista cinematografica che riproducesse le diverse raibe di Genova romana in azione. Vedere per esempio la mostra dei pesci « in clapa » e constatare che nulla è cambiato da 16 se­coli ad oggi. I pesci sono disposti sulle lastre levigate, vi sono tutti i pesci nostri d’uso comune, vi è l’«asellus» a cui abbiamo aggiunto un n, vi è il pesce che costituisce una specialità dei Liguri, che si chiama « Ombrina » mentre essi si dicono Ombri. Ecco le triglie coi barbigi; a Roma un «mullus barbatus» se arrivava a due libbre, era pagato fin 10.000 sesterzii (25). I buon gustai insegnavano ai commensali più ignoranti che alla triglia bisogna mangiare il fegato, la parte vicina alla coda e quella sotto le alette (26). Ecco le ostriche, a riguardo delle quali l’insaziabile Roma aveva provocato una gara mondiale, perché dappertutto, al lago d’Averno, al lago d’Averno, nelle Gallie, a Bordeux si eranoimpiantati vivai, che facevano concorrenza alle ostriche di Brindisi (27). Genova aveva le sue piccole ostriche di scoglio, che non cedevano ad alcun’altra specie per originalità e freschezza di sapore.
I macelli delle carni erano veramente lussureggianti per l’assortimento della cacciagione e degli animali appositamente allevati per il decoro delle mense e le delizie del palato: il pavone di Samos, il fagiano della Colchide, tordi, ortolani, beccafichi, enormi fegati d’oca, capponi ingrassati. Vi era un’infinità di carni conservate, predominanti le carni suine, che davano i «farcimina, circelli, bottelli, tomacula» le diverse qualità di salsiccie « sal-isicia», fra le quali le affumicate all’uso dei Lucani «lucanica», il lardo «laridum», il jambon «perna», i sanguinacci (27).
A fianco al «macellarius» era il «salsamentarius» che oltre alle carni di maiale in conserva aveva le infinite qua salse e di «garum», e le infinite qualità di formaggi, che rendevano la taberna salsamentaria molto più ricercata di quella dell’odierno salumaio.
I mercanti dell’emporio genovese non si contentavano di vendere a chi si recava in Genova a comprare, ma si portavano colle loro merci a trafficare nelle nundinae dell’Appennino. Di questo fatto abbiamo la prova della notizia che ci da il Giustiniani che «alle Capanne di Mercurolo si teneva da tempi antichissimi mercato tra Genoesi e Lombardi ». I Genovesi dicono ancora «Mercuieoû» parola ligure che significa luogo di mercato.
Percorrendo i nostri monti si trovano nelle tradizioni locali le traccie di queste «nundinae» antichissime ove convenivano le popolazioni dell’uno e dell’altro versante. Le località a ciò destinate erano generalmente dei vasti prati situati nei monti all’incontro delle vie mulattiere. Tali erano i prati dell’antico Mercuioû denominati Prà Caban, Prou Rondanin, tali erano i prati di Montebro, di Caranza (Mongiardino) di Paiscion (Crocefieschi), della Scoffera, del Sassello e del Viuzene. Talvolta era invece una bella conca erbosa nella valle, come nella Nundanina (Rundanina) di val Trebbia, o un cuneo di terra alla confluenza di due fiumi, come la Nundinea di Silvano, come Cuneo, Ceparana, Rocchetta Ligure. Molti di questi luoghi conservano il nome di braia, o brea, come l’«a braia » di Crocefieschi, l’«a braia» di val Sisola sotto Mongiardino.
Chi si addentra nello studio della montagna vede nel medio evo le carovane sfilare lungo le costiere e per i «va ba» che sono in fondo alle valli, scendere e salire attraverso a un monte, che si chiama molto spesso monte ban, monte ao ban, essendo il ban nient’altro che la strada in salita (an). Tutti questi fatti che abbiamo sempre considerato come caratteristici del medio evo, sono invece la continua­zione di un movimento primordiale, prodotto dalle intense pulsazioni del mercato di Genova in relazione colle nundinae della montagna. Si chiamavano con nome generico di «nonae e nundinae» queste riunioni e «fora nundinaria» i luoghi ove si tenevano. Il volgo nel suo linguaggio pittoresco chiamava «fea» la bella mostra (28). Di qui il nome di fiera, e ferie i giorni di mercato.
Nel medio evo le fiere continuano attivissime, ma si accostano alle pievi perchè si fanno coincidere colle grandi feste religiose. Diventeranno allora famose le fiere di Cabella, di Gavi, di Novi, di Voltaggio, di Grondona, di Arquata, di Serravalle, di Busalla, di S. Cipriano. Ma sarà sempre l’emporio di Genova rinnovato la sorgente inesauribile che alimenterà gli scambi dell’Appennino e della valle del Po.
I mercati erano con molta cura protetti nell’epoca romana. Come vi erano i magistrati che sopraintendevano al porto così vi erano quelli che governavano il mercato.
I grandi negozianti, come i piccoli mercanti, come gli artieri erano riuniti in «collegia». Troviamo ad Ostia i collegi dei lenuncolarii, dei codicarii, degli scafarii (chiattaiuoli e barcaiuoli), dei fabri navales e fabri tignarii (maestri d’ascia) e calafati, dei telonarii (gabellieri), dei geruli (facchini) di antichissima instituzione divisi in decurie. Tutta questa gente dipendeva dall’amministrazione del porto. Dipendevano invece dall’amministrazione annonaria i misuratori delle derrate, fra i quali i «mensores frumentarii» e i verificatori dei pesi e misure detti sacomarii, i mercanti di granaglie «corpus mercatorum frumentariorum», i negozianti di vino, di olio, i panattieri, i pescivendoli (piscatores propolae). Anche i piccoli rivenditori al minuto, rigattieri ecc. avevano le loro associazioni.

Nel digesto, negli scrittori latini e specialmente nelle iscrizioni sepolcrali si raccolgono i nomi delle diverse professioni e mestieri che costituivano i collegi: actarii, fabri, notarii, architecti, hortulani, pictores, argentarli, iumentarii, pincerna, aurifices, iurisperiti, pistores, caligarii, lanarii, piscatores, cancellarii, librarii, procuratores, capsarii, macellarii, scutarii, carbonarii, marmorarii, spatarii, causidici, materiarii, tabernarii, chartarii, medici, tinctores, clavarii, mensores, topiarii, cursores, mercatores, vilici, exactores, negotiatores, unctores.
Chi è che, dopo aver letto questo elenco, tutt’altro che completo, non rileva la corrispondenza di nome e di fatto colle arti del medio evo? Chi può mettere in dubbio la continuità storica del fenomeno? E se così è, perchè non ci gioveremo delle cognizioni romane per meglio comprendere gli statuti e i documenti medioevali, e perchè non ci gioveremo degli statuti e documenti medioevali per illustrare le iscrizioni e i testi romani? Si ripeterà ancora che io sono poeta della storia, invitando i positivisti ad uscir fuori dalla cerchia troppo ristretta in cui si sono rinchiusi, a risalire alle «fonti vere» della nostra storia?
L’archeologia romana ci fornisce elementi per chi vuole entrare nello studio particolareggiato delle singole arti e mestieri. Ma lo spingersi più oltre ci porterebbe troppo lontano dal nostro tema. Mi limiterò quindi ad un cenno sul commercio dei calzolari. Dalle iscrizioni di Milano (29) si ricava che vi erano provveditori all’ingrosso di materie prime per calzoleria «comparator mercis sutoriae» vi erano i «caligarii» così chiamati perchè facevano le «caligae» scarpe accollate che vestivano il piede e principio della gamba, ben distinte dai sandali che lasciavano scoperte le dita dei piedi. Caligae erano i calzari che usavano i soldati gregarii, detti perciò «caligati». Ma le «caligae» erano una delle tante varietà; la moda era come sempre capricciosa. Nei nimiambi di Eroda, un poeta del sec. III, si leggono i nomi di molte specie di scarpe usate allora «guardate queste novità: scarpe all’uso di Sicione, di Ambracia, pollastrine, scarpe liscie, papagalline, canapine, scarpe morbide, pianelle, scarpe all’uso ionico, scarpe a punta tonda, scarpe da notte, stivaletti, granchine, tartaglie, scarpe all’uso d’Argo, scarpe rosse, scarpe basse». I romani presero dal greco il termine caligae. I Genovesi conservarono la parola greca in «ca­liga» abbreviato in «caigà» calzolaio.
Un’ altra voce greca che è rimasta fra noi è la «calèga» per indicare la vendita all’incanto, dal greco chiamare, gridare, provocare i compratori.
Come si vede la nostra vita medioevale e molta parte della vita moderna è ancora intessuta degli avanzi della civiltà antica. Vi è un’infinità di elementi che non abbiamo ancora esplorato e che contengono il secreto di molte cose che abbiamo creduto enigmi finora. Ma è tempo di concludere a riguardo del nostro emporio.
Il mercato aveva le sue grandi stagioni, e i periodi di riposo, perchè dall’11 di novembre al 5 maggio non si navigava era come si diceva allora «mare clausum» e quindi non vi erano novità sul nostro mercato, che aveva il suo maggiore rifornimento dal mare. D’altra parte l’inverno era poco propizio alle traversate dell’Appennino per i mercanti che venivano dalla valle del Po. Le stagioni dei grandi affari erano quindi la primavera, l’estate e il principio dell’autunno.

Note
(1) Mommsen, St. Rom., Lib. I Cap. X. (2) Greci ed Etruschi si contrastarono lungamente il possesso delle miniere dell’isola d’Elba, che i primi chiamarono Aetalia, i secondi Ilva, Elva, Elba. E per la stessa ragione si contendevano il possesso di quei paesi del littorale italico, che per essere vicini al mare e ben forniti di foreste, si prestavano all’impianto delle fornaci necessarie per il trattamento del minerale. Queste fornaci erano ad Alalia od A-leia in Corsica, a Pup luna o Populonia, a Porto vecchio o Piombino, a Folonica, dove si trovano ancora immensi cumuli di scorie prodotte dalle fornaci antiche. Il luogo ove impiantavano i fuochi si chiamava «fogea» che significa: fo-terra (falò, fiammata al suolo). Le più famose delle Fògee furono quelle che diedero il nome ai Focosi in diverse località dell’Asia minore. I Genovesi del medio evo divenuti padroni di queste fogee asiatiche le chiamarono Foglie». In Italia si disse più sovente Fogia o Fòggia. Ma la sostanza della parola è sempre la stessa: fò, falò. Folonica non è altro che un «falò n’i co » (falò nei colli). Il ferro ridotto in lingotti era messo in commercio e forniva la materia prima alle diverse «focine» (termine greco a cui il latino contrappose opificina, officina). Le focine di Genova sono in ogni tempo ricordate; come industrie rumoroso si trovavano extra muros nel versante orientale di Piccapietra. Una ruota ad acqua azionava il maglio con cui si batteva il ferro rovente. In molti paesi di montagna vicino al molino era il maglietto, e tutte questo piccole fucine chiedevano al mercato di Genova la materia prima. (3) Marquardt, La vie privée des Romains, vol. II p. 48. (4) Svetonio, Domit. 17. A riguardo della gran produzione di vino ricordo l’espressione di Strabone, il quale diceva di aver visto nell’Alta Italia delle «botti più grandi delle case» (V. 1 2). (5) Per tutto quanto si è detto dei vini vedi: Marquardt, Le vie privée des Romains. (6) Mart – III. 30. (7) Plinio,  XI. 97. (8) Ce-va è lo stesso che Ce bà, la stessa cosa è Se-va e Se-bà, Sa-và e Sa-bà, poiché va, ba è sempre la via, e quel prefisso che oscilla nelle pronuncie è sempre l’antichissimo sce, rimasto in Francia, come nel dialetto ligure, per dire presso (sce a va per contrazione sa-va). Così glottologicamente si dimostra ciò che il Cabotto aveva intuito che Ceva è il Sabata di Tolomeo. (9) Capitolino, Vita di Antonino Pio. (10) Vedi su questo punto le mie note in «Genoati e Viturii» pagina 136. (11) Die gewerbliche Thätigkeit. (12) Vedi sul commercio dei salumi Marquardt e Darembkrg et Saglio. (13) La parola « magnani » ha ancora un eco nell’espressione «magneri» che è in uso a Genova per indicare coloro che fanno villananente il grande, il gradasso. (14) Daremberg et Saglio. (15) Marquardt k Daremberg et Saglio. (16) Marquart e Daremberg et Saglio. (17) Marquart e Darembkrg et Sagho. (18) «Capelo, Capela, capeta, ciapotu» sono tutti nomi derivati dal greco. Non vi è di cambiato che il suffisso finale. In Liguria sono molti i luoghi denominati «Ciapetu» dall’esistenza di qualche baracca antica. (19) Dal greco, merce al dettaglio. (20) C. I. L. – VI. 9674. (21) Potevano anche esistere questi magazzini di rifornimento al molo, in quella bella platea artificiale, dove esiste tutt’ora un reticolato geometrico che rivela un antico impianto romano. Ivi erano i quartieri dell’annona nel medio evo ed allo stesso modo potevano esistere nella epoca romana. Ma credo preferibile la prima ipotesi, che cioè le vettovaglie per l’esercito fossero custodite entro il campo fortificato. (22) Podestà , Il porto di Genova. (23) Tenuto conto del carattere grecizzante di Genova antica ritengo che Pila altro non sia che il nome antico che si dava alla bocca del fiume: pila in greco, onde piloto, l’uomo pratico nel dirigere l’entrata del fiume, nella bocca del porto. (24) A Milano restò predominante la forma brea, brera. A Mondovì breo, brero. In Provenza breuil. Altrove braida e braila, e braglia. Questa voce diede luogo a un’infinità di cognomi; così a Genova i Rebagliati, i Reboa, i Rebolin, i Brera, i Sobrero. Ne vennero pure certi nomi comuni come «rebessin» i venditori di oggetti usati, oggi «repessin». (25) (26) (27) Marquardt, Le vie privée des Romains. II. p. 59e p. 53. (28) Così i Francesi dicono «féerie» uno spettacolo fantastico. (29) Romussi, Milano nei suoi monumenti.

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GENOVA ROMANA

Aurori Vari

(Melli P., La carta archeologica, in Genova dalle origine all’anno mille a cura di P. Melli, SAGEP, 2014.)

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Liguria e Cesare Augusto. La repubblica di Roma diventa Impero. I Liguri, come altri popoli tentano di sottrarsi alla dominazione romana, ma la Liguria viene sottomessa e costituisce la nona delle undici regioni in cui venne suddivisa l’Italia di Cesare Augusto (Poggi G., Le due Riviere, ossia la Liguria Marittima nell’epoca romana, 1901; La Tigullia, origini storiche di Chiavari, Lavagna, Rapallo ecc., 1902; Luni ligure-etrusca e Luna colonia romana, 1904). (Donaver, 1913)

Roma imperiale.Liguria Regio IX.

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L’EPOCA ROMANA IMPERIALE

Angeli Bertinelli M. G., L’epoca romana imperiale e tardoantica, in Borzani L. Pistarino G. Ragazzi F., Storia illustrata di Genova, Elio Sellino Periodici, 1993.

18-12 a.C. Epigrafe di Marco [Vespasiano Agrippa]. Rimanda all’età augustea un documento epigrafico frammentario, ritrovato a Genova nel 1903 nei pressi del molo vecchio in piazza Cavour, in cui è scritto il nome lacunoso di Marco (Vipsanio ) Agrippa, insignito del potere tribunizio. Si tratta del grande comandante militare, legato all’imperatore Augusto da uno stretto rapporto di amicizia ed anche di affinità in seguito al matrimonio con la figlia Giulia, il quale rivestì la tribunicia potestas per la prima volta nel 18 a.C., per la sesta ed ultima volta nel 12 a.C., l’anno della sua morte. L’iscrizione potrebbe dun­que datarsi fra il 18 ed il 12 a.C. e ricordare un qualche fatto segnato da una presenza o da un intervento dell’illustre componente la domus imperiale nell’ambito locale. Parimenti si ricollega all’omaggio ad un Caesar un frustulo epigrafico, trovato reimpiegato a copertura di una condotta d’acqua d’età tardoromana nel corso degli scavi in piazza Matteotti, che conserva nonostante lo stato frammentario della lastra marmorea la dedica a (Fortuna) Redux (o Fortuna Reduce), la divinità invocata e ringraziata per il felice reditus, il ritorno dell’imperatore. Tale culto fu introdotto da Augusto nel 19 a.C., al rientro da un viaggio in Sicilia, Grecia e Asia minore, ma fu osservato a lungo nel corso dell’età imperiale: l’invocazione della Fortuna Redux, che esprimeva la lealtà verso lo Stato e l’imperatore regnante, divenne parte del cerimoniale ufficiale dei viaggi imperiali e risulta ampiamente attestata nei documenti epigrafici: la raffigurazione della divinità si ripropone inoltre con alta frequenza sulle monete imperiali, da Vespasiano a Diocleziano almeno. … Il saeculum Augusti segnava in generale per le città italiche un momento felice, incentivandone il risveglio economico, la ripresa edilizia, il potenziamento della vita urbana: Genua poteva tuttavia risentire soltanto in parte dei benefici effetti del nuovo ordine politico e sociale. Nel 14 a.C., al termine di una campagna militare vittoriosa, Augusto otteneva la definitiva sottomissione delle tribù liguri delle Alpi Marittime ed estendeva il controllo romano sull’arco alpino quale estremo confine naturale della penisola italica: imponeva allora anche in quel settore la sua pax e procedeva nell’ambito di un più vasto e generale programma ad un riordinamento territoriale ed amministrativo. Augusto procedeva inoltre alla riorganizzazione dell’Italia, dividen­dola in 11 regiones: la Liguria diventava la IX regio, estesa dal fiume Varo al fiume Magra e compresa fra le Alpi, il Po, forse la Trebbia, l’Appennino e il mare, entro un confine più difficilmente precisabile, segnato forse da qualche monumento, come il tropaeum Alpium sul principale valico delle Alpi Marittime con relativa mansio (nella località di Tropaea, l’odierna La Turbie), dalle stazioni doganali della Quadragesima Galliarum poste allo sbocco delle valli alpine, quali Pedo, Piasco, Forum Germ(anorum) o Germ(anici), da elementi naturali del terreno, come linee di displuvio vallive e fluviali.

Già nel 13-12 a.C. attuava un riassetto della rete viaria nell’Italia settentrionale occidentale, facendo costruire la via Iulia Augusta. La strada, ripercorrendo preesistenti tracciati, si distaccava da Dertona l’odierna Tortona, attraverso cui passavano e la via Fulvia verso i valichi alpini e la via Postumia da Genua a Placentia fino al raccordo con la via Aemilia) e congiungeva (coincidendo con un tratto della via Aemilia Scauri) Vada Sabatia (l’odierna Vado), Albingaunum (l’odierna Albenga), Albintimilium (l’odierna Ventimiglia), Cemenelum (l’odierna Cimiez), anche con varianti, e litoranea e montana, fino a raggiungere il fiume Varo, per poi proseguire (sul percorso della via Domitia) lungo la costa gallica e ispana fino a Galles (l’odierna Cadice).

Resta testimonianza del provvedimento augusteo nella Descriptio Italiae, riportata da Plinio il Vecchio, in cui Genua è puntualmente registrata come oppidum. La stessa qualifica è ripetuta specificamente per i due centri di Album Intimilium e di Album Ingaunum e genericamente per altre città della Liguria, fra cui Libarna, Dertona, Iria, mentre si distinguono nel testo pliniano il portus Vadorum Sabatium ed il portus Delphini. La definizione di oppidum, quale parola generica solitamente usata per indicare una comunità autonoma, riferita a Genova, trova un precedente nelle storie liviane, ma assume un significato più pregnante nella terminologia attestata nella tradizione letteraria riguardo alla realtà poleografica dell’Italia settentrionale, in cui i vari centri abitati si distinguono secondo una gerarchia degli insediamenti. L’erudito naturalista Plinio il Vecchio menziona piu volte la città: oltre a citarla nella descrizione dell’Italia augustea e nella suddivisione della superficie terrestre in gruppi delimitati da paralleli, includendola in un sesto gruppo, la ricorda in particolare a proposito della produzione di vini generosi, attribuendole per la Liguria un primato, che riconosce invece per l’Etruria a Luna e per la zona fra le Alpi ed i Pirenei a Massalia (l’odierna Marsiglia) con due tipi di vini oltre ad un terzo più corposo e da taglio, cosiddetto sucosun, o succoso.Ancora nel I secolo d.C., al tempo di Plinio il Vecchio come già al tempo di Strabone, Genua era dunque un centro del commercio del vino. La produzione locale, lungo la costa, doveva essere integrata con l’importazione dalle zone più interne pianeggianti e collinose, non dai monti ove il vino era scarso, aspro e odorava di resina, mediante un trasporto diretto via terra, da Dertona e Libarna, o misto, terrestre e marittimo, da Alba Pompeia (l’odierna Alba) attraverso Aquae Statiellae (l’odierna Acqui Terme) e Vada Sabatia (l’odierna Vado), come anche da altre regioni più lontane. La varietà del gusto doveva stimolare nel mondo romano e segnatamente italico lo scambio di vini di diversa origine, in parte evidentemente prodotti e imbarcati anche a Genova. L’interesse per Genua negli scrittori antichi appare tuttavia prevalentemente geografico, secondo una tradizione impostata già da Artemidoro di Efeso e continuata da Strabone e da Pomponio Mela: si direbbe che la città sia ricordata soltanto in quanto parte del mondo allora conosciuto, in una prospettiva del tutto esterna. Così, per esempio, il geografo Pomponio Mela annota nella Choro­graphia il nome della città, inserendola nella descrizione della costa da Luna al Varo e collocandola fra Tigulia e Sabatia: parrebbe quasi delimitare l’estensione del suo territorio, chiuso fra le due località confinanti, escludendone l’area tigullia ad oriente.

Fra i servizi di pubblica utilità si pone la costruzione nella prima età imperiale dell’acquedotto, che iniziava dalla presa d’acqua all’altezza del giro del Fullo, seguiva la riva destra del Bisagno e la collina di Staglieno, oltrepassava il torrente Veilino, piegava verso le alture dello Zerbino e Montesano (sopra l’attuale stazione Brignole), toccava le colline della villetta Di Negro, di Santo Stefano e di Sant’Andrea, giungendo fino al porto. Ne rimangono soltanto pochi resti, un pilone e parte dell’arco sul rivo Cicala in via delle Ginestre e un tratto della condotta d’acqua interrata nel cimitero di Staglieno, oltre alle descrizioni degli eruditi dell’Ottocento e dei primi del Novecento. Altre tracce, ritrovate nel corso di scavi recenti, sono ricollegabili a canalizzazioni della linea principale dell’acquedotto, una in via di Mascherona, addossata ad un muro in opus caementicium e affiancante il lato orientale della collina di Castello, già abbandonata in età tardoimperiale, un’altra a nord della domus di piazza Matteotti, con pendenza verso la Chiavica, costruita anche con materiale di reimpiego in epoca successiva al III secolo d.C.

I secolo d.C. Abitazioni in san Lorenzo. Nella zona di San Lorenzo resta un tratto di struttura muraria forse di un’abitazione, attribuibile al I secolo d.C., che presenta segni di distruzione successiva, fra il II ed il III secolo d.C. Nella stessa area per così dire “residenziale” un livello non battuto in calce, interpretato come un piano d’uso, rimanda forse ad un’utilizzazione abitativa ancora nel III-IV secolo d.C., se non addirittura nel V secolo d.C. Nel corso dell’età imperiale risultano continuativamente abitate le domus più antiche: la casa signorile di piazza Matteotti, pur mostrando strati di crolli, mancata manutenzione e crescente scarsità di materiali fin dal II-III secolo d.C., appare usata almeno fino al IV secolo d.C. prima dell’abbandono; la casa presso la chiesa delle Scuole Pie presenta tracce di rifacimenti nel corso del I secolo d.C., a cui si sovrappone uno strato a crescita continua con distruzione delle precedenti strutture fra il II ed il III secolo d.C.; sia quest’ultima domus sia quella collegata di piazza Invrea, di cui resta un lacerto pavimentale musivo, paiono alludere ad una qualche estensione dell’abitato oltre la via di San Lorenzo, se non a costruzioni extraurbane in un contesto agricolo.Nella piazza di Santa Maria in Passione un lembo di muro a secco, forse di un edificio, risulta costruito nel I secolo d.C., ma coperto da uno strato a crescita continua dal II al IV secolo d.C. …  A partire dal I secolo d.C., il toponimo di Genua si ripropone nell’opera geografica di Tolomeo, nella descrizione del litorale del mar Ligure fra Albenga e la foce del fiume Entella, con l’annotazio­ne dei gradi di longitudine (29°30′) e di latitudine (42°45′). Inoltre ricompare nella tabula Peutingeriana, antica carta del tipo degli itineraria picta, contrassegnato con il simbolo grafico delle due torri, in quanto città di media grandezza, a differenza di Vada Sabatia, contraddistinta con il disegno di tre torri, e di Aquae Statiellae, segnalata con la riproduzione di un massiccio edificio.  … Si ripete infine negli itineraria dell’età di Caracalla, cioè nell’itinerarium Antonini, in cui è annotato fra le località Delphinis (Portofino) e Libarium (Libarna) con l’indicazione della distanza di 12 miglia, e nell’itinerarium maritimum, ove figura nella registrazione a portu Delphini Genua, portus, a 16 miglia, a Genua Vadis Sabadis, portus, a 30 miglia.  …  Ricomparirà del resto in età tardoantica, bizantina e altomedievale, oltre che nell’Etymologicum di Isidoro nel contesto di un’annotazione geografica, anche nel latercolo di Polemio Silvio, nel catalogo delle province d’Italia, nella Descriptio orbis Romani di Giorgio Ciprio, nella Cosmographia dell’Anonimo Ravennate e, nel XII secolo d.C., nella Geographia di Guidone.  … II secolo d.C. La maggior parte delle epigrafi, inquadrabile cronologicamente fra il I ed III secolo d.C., risulta appartenere alla categoria delle funerarie. Di condizione libertina fu fors’anche C(aius) Cominius Valerianus, che fece incidere il titolo funebre con dedica agli Dei Mani per il figlio C(aius) Cominius Thallus entro una tabula ansata sulla fronte di un sarcofago mutilo, scoperto fra i rottami del monastero di Sant’Andrea nel 1813 e usato come vasca per l’acqua (ora nel Museo Archeologico di Genova-Pegli). [foto]

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PRIMI SECOLI

Autori vari

Antica religione dei liguri. Scarse notizie si hanno intorno all’ antica religione de’ Liguri. Adoratori in origine del vero Dio, essi errarono poi come l’altre genti, alle creature voltando il culto dovuto al loro Fattore. Pen, il Giove de’ Liguri, Borman il Nettuno, Mar il primo lor condottiere, e Giano re degli Aborigini furono gli Dei nazionali della Liguria. Da’ Liguri transalpini o dagli Aborigini venne in Roma chiamato, se l’analogia non inganna, l’antichissimo collegio de’ Salj, sacerdoti di Marte e custodi del celeste Ancile (Eneide lib VII. 614; Dion. Halic. lib. II. 18; Plutarch. in Num.). Le guerresche carole ch’ essi danzavano il mese di marzo ne’ rioni di Roma , sembrano in fino a oggi ritratte dalla Moresca o Maresca , che con piccole spade e piccoli scudi si va battendo di carnovale ne’ quartieri di Genova. Un’ opinione più consolante si è, che il cristianesimo fosse predicato in Liguria nel primo secolo della sua fondazione, nè mai lo turbasse scisma o eresia. L’apostolo de’ Liguri fu secondo alcuni S. Barnaba, vero germoglio di consolazione, (Jacob. a Varag. Chron. IV; Giorg. Stella c II Ughelli Ital. sacr. tom. IV. 830; Acta Apost. IV. Barnabas … quod est interpretatum, Filius consolationis) amico, esortatore, e compagno del grande Apostolo delle genti; secondo altri si furono i giovani martiri Nazario e Celso l’anno 60 del computo volgare. Un bel tempietto, convertito al loro culto sulla punta di Albaro, fa tuttavia vaghissima prospettiva alla città. (Serra, 1834)

I secolo d.C. Sotto l’imperatore Nerone in Albaro approdano i santi Nazario e Celso e vi celebrarono una delle prime messe. (Donaver, 1890)

I secolo d.C. Tito Elio Proculo. Imperatore romano nato ad Albenga. Eminente giurista romano (sec. I d.C.). Succedette a Marco Cocceio Nerva nella direzione della scuola istituita da Labeone e che da lui fu detta proculeiana. E’ autore di molte notae ai Posteriores di Labeone e di epistulae in 11 libri. (Donaver, 1890)

138 d.C. San Tomaso a Capo d’Arena, Antonino Pio. E’ probabile che la primitiva chiesa di San Tomaso sia stata eretta su un antico tempio pagano. Nella chiesa di San Tomaso si trovavano delle lapidi di cui una datata 138 d.C. con caratteri latino-barbari recante il nome di Antonino Pio, che andò a Torino assieme al rostro fenicio trovato nel porto di Genova. Antonino Pio, imperatore romano dal 138 al 161 nel foglio 544 scriveva a proposito di Carignano: “Caryn – Janum urbs est sublimis Jani”. (Miscosi, 1933)

II secolo d.C. Sotto l’imperatore Nerone in Albaro approdano i santi Nazario e Celso e vi celebrarono una delle prime messe. Publio Elvio Pertinace (126-193). Imperatore romano, nato ad Alba Pompeia sul Tanaro o in Vado o Segno.

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PUBLIO ELVIO PERTINACE

Girolamo Serra, La Storia della Liguria e di Genova scritta dal marchese Girolamo Serra, Torino, presso Pomba, 1834.

A. 193, calende di gennaio. Publio Elvio Pertinace. Dalla Liguria fu tratto il nuovo imperadore ; perciò ragioneremo di lui alla distesa. Publio Elvio Pertinace [aa. 126-193] è uno degli uomini che onorano più la Liguria, e uno de’ principi più degni di elogio. Alcuni in cambio di Elvio, lo chiamano Elio, nome egualmente illustre fra i Liguri e i Romani. I suoi antenati, nelle guerre di Roma fatti prigioni, vennero ridotti in servitù secondo un generale costume presso gli antichi. L’avolo suo fu messo in libertà da Lollio Genziano, cui altri chiamano Avito, in un podere del quale ei lavorava. Suo padre, Elvio Successo per nome, mutò i lavori campestri con un negozio di legnami da costruzione; onde rendutosi più agiato, lasciò la villa di Marte a’ piè dell’Alpi ove avea procreato Pertinace, e prese stanza in Vado. Una fornace di mattoni che da quell’uomo intraprendente ch’ egli era vi pose, come ve ne ha tuttavia moltissime, lo abilitò a procacciare una liberale educazione al figliuolo , mandandolo a scuola di Sulpizio Apollinare , il quale insegnava in quelle parti gramatica. Prova ella è questa, che le lettere fiorivano assai in Liguria, perciocché la gramatica aveva in quel tempo ampj confini, e che Sulpizio, già professore in Cartagine, era uomo di elegante dottrina come le notti attiche di Aullo Gellio fan fede. Tanto Pertinace imparò sotto il magistero di lui, che ivi a non molto sottentrò alla sua cattedra. Ma poi desioso di più vasto teatro, domandò per mezzo di Lollio, protettore legale della sua famiglia, un grado nella milizia; e fu nominato Centurione, o avesse già imparato il mestiere dell’arme, o questo allora fosse più facile che ora non sembra. L’esempio suo confermò come lo studio della buona letteratura avvalora gli animi, anzi che gli snervi; onde sortì questi rapidi e grandi avanzamenti, prefetto di una coorte , tribuno militare della prima legione nella Rezia e nel Norico, consolo, luogotenente di Marc’Aurelio in Asia, capo d’esercito al Danubio, legato consolare in Misia, in Dacia, in Siria, in Illiria, in Britannia, proconsole in Affrica e prefetto di Roma. In tante e sì diverse dignità non diresti, se fosse più grande il valore contro i nemici, o la giustizia verso i cittadini. Bellissima è la sentenza di Erodiano: «Nessuno entrò al governo di più provincie, e nessuno ancora ne uscì più povero» la qual cosa se pregevole sia, ben lo sapevano i confinanti paesi.
L’integerrimo governatore fu rilegato in Liguria al tempo di Commodo e di un suo favorito, per nome Perennio. Tre anni vi fece dimora; amministrò egli stesso il negozio delle fornaci che non aveva cessato di sostener da lontano, e aggiugnendo alcuni èdifizj intorno alla piccola casa paterna, ebbe la modesta compiacenza di lasciarla tal quale ella era nella sua fanciullezza.
Dopo la morte del favorito Perennio gli fu permesso di tornare a Roma; e Commodo gli perdonò la vita per timore dell’alta sua riputazione, o per disprezzo delle sue poche sostanze. Ucciso il crudele tiranno nel modo che abbiam raccontato [avvelenato e finito da un gladiatore], i congiurati andarono per Pertinace , così nuovo dell’occorso, che li credette deputati a trucidarlo, e disse loro: In me pure eseguite gli ordini dell’ imperadore ; fra gli amici di suo padre l’ultimo io sono. Ma essi scopertagli ogni cosa, lo esortarono per carità della patria a pigliare un carico, ove i malvagi non si farebbono pregare. L’età di presso a settanta, e la famiglia oscura, considerazioni non finte, lo tennero lungamente perplesso. Pur finalmente cedette a’ voti unanimi del senato, e dello stesso consulare Acilio Glabrione che si stimava discendente di Enea. Ma non volle che la moglie sua assumesse il titolo di Augusta, nè suo figlio di Cesare, com’era l’uso; e domandato quando il giovinetto l’otterrebbe, rispose: Subito che ne fia degno. Divise fra loro il governo del suo patrimonio, con ordine di non isgombrare dal suo piccolo tetto. Egli poi conviveva co’ senatori quasi uno di essi, e dopo le occupazioni del giorno cenava con l’uno e con l’altro, serbando una continua temperanza, il che agli amici della repubblica tanto piaceva, quanto era grave a’ vivandieri. Allora ei cominciò a correggere così le palesi ingiustizie del suo predecessore, come le cose fatte senz’ordine, nè modo. Rendè i beni e gli onori a chi n’era stato spogliato, reintegrò la memoria e le famiglie degli uccisi, e dati in vendita a benefizio del pubblico erario i ricchi addobbamenti, ornò le stanze imperiali con la semplicità de’ Liguri antichi.
Gli rimproverano alcuni una severità imprudente verso le guardie pretoriane, depravate dagli esempj di Commodo. A noi pare all’opposto, se qual cosa può apporsi a tant’ uomo , aver egli errato in promettersi, che particolari gastighi potessero ancor riformare l’università, onde la pena fu di alcuni, lo sdegno di tutti. I quali veggendosi odiati insieme e temuti, giurarono la rovina di chi gl’ impediva da rapire l’altrui. Non eran dunque passati ottant’otto giorni dalla sua elezione, quando dugento de’ più facinorosi con passo militare , spada nuda, grida atroci, di pien meriggio entrarono in palagio. Fuggono i domestici disarmati e sorpresi. Pertinace ricusando nascondersi o fuggire, e probabilmente indarno, muove incontro a’sediziosi, gli ammonisce, gli sgrida con ferma voce, e colpito da un pretoriano nativo di Tongres, cade come cadono i veri eroi, senza debolezza nè furore.
Morì il 28 di marzo dell’anno 193, ed era nato il primo di agosto del 126. Il pianto di Roma e delle provincie alla notizia del suo caso fu incomparabile. Ne abbiamo la viva espressione in un marmo d’Albenga; e sembra veramente uscita dal cuore de’ popoli. «Finche Pertinace era vivo noi stavamo sicuri ; non temevamo persona. Salve, o padre pio, o padre della patria, o dolce amico di tutti gli uomini da bene!»

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II secolo d.C. Toponimo di Genova. A partire dal II secolo d.C. il toponimo di Genova si ripropone nell’opera geografica di Tolomeo, nella descrizione del litorale del mar Ligure  tra Albenga e il fiume Entella con l’annotazione dei gradi di longitudine (29° 30′) e di latitudine (42° 45′). (Angeli Bertinelli M. G., L’epoca romana imperiale e tardoantica, in Borzani L. Pistarino G. Ragazzi F., Storia illustrata di Genova, Elio Sellino Periodici, 1993) [inserire foto]

II secolo d.C. Capitello in Santa Maria di Castello. Capitello romano del II secolo d.C. reimpiegato su una colonna della navata centrale della chiesa di Santa Maria di Castello. (Angeli Bertinelli M. G., L’epoca romana imperiale e tardoantica,  in Borzani L. Pistarino G. Ragazzi F., Storia illustrata di Genova, Elio Sellino Periodici, 1993)  [fare foto]

II e III secolo d.C. Edificio in piazza Cavour e una strada da Sant’Andrea al Bisagno. Apparteneva forse ad un’area pubblica l’edificio i cui resti sono apparsi già nel 1902 (e indagati di recente dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici della Liguria) in piazza Cavour, in un punto prospiciente il mare, in prossimità del porto e non distante forse dal foro. La struttura risulta articolata su due piani, di cui quello inferiore pavimentato con lastre ancora sul posto e con dubbi segni di un reimpiego, e sostenuta da un muro costruito con una tecnica (a blocchetti di pietra a spacco e fasce di mattoni), la cui applicazione trova riscontri soltanto orientativi nel II-III secolo d.C., così come al III secolo d.C. pare risalire un tratto di trabeazione marmorea ricomposta con più frammenti, ritrovati sul posto. Indefinibile resta peraltro la destinazione dell’edificio, soltanto per ipotesi connesso con un portico o una basilica, affacciantesi sul porto e protetto a monte, dal lato collinoso, da un muro di contenimento. Risulta praticata fino al IV secolo d.C. una strada, che doveva collegare il colle di Sant’Andrea (da Porta Soprana attraverso Porta degli Archi ed il ponte Monumentale, lungo via San Vincenzo, oltre il rivo dello Zerbino e lungo il piedimonte del Peralto) con l’attraversamento del Bisagno (sul ponte di Sant’Agata): tale antica via, in parte ricostruibile sulla base dell’orientamento di strutture ed opere medievali, doveva avere una direzione “pedemontana” rispetto alla collina dell’Acquasola, ma doveva essere spostata più a monte lungo una linea parallela rispetto a via San Vincenzo nel tratto occidentale fra l’incrocio con via Colombo e l’inizio della curva davanti agli Orti Sauli. Il tracciato romano appare abbandonato in età tardoantica, forse per effetto della mancata manutenzione e della difficoltosa percorribilità e a seguito di uno spostamento più a valle del percorso. La sede stradale fu allora invasa da tombe ad inumazione di neonati e fanciulli, poste al di sotto o anche al di sopra del lastricato manomesso. (Angeli Bertinelli M. G., L’epoca romana imperiale e tardoantica, in Borzani L. Pistarino G. Ragazzi F., Storia illustrata di Genova, Elio Sellino Periodici, 1993)

III secolo. Stele funeraria in san Silvestro. Frammento di stele funeraria con figura di guerriero proveniente dal demolito complesso di San Silvestro, fine III secolo d.C. Genova, Museo di Sant’Agostino. (Cavallaro L., Da Genua a Janua, in Borzani L. Pistarino G. Ragazzi F., Storia illustrata di Genova, Elio Sellino Periodici, 1993)      [fare foto]

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GENOVA PALEO-CRISTIANA

Barbieri Piero, Forma Genuae, Edizioni del Municipio di Genova, 1938.

La via romana orientale e la via romana occidentale che si intersecano ad angolo retto su piazza San Giorgio accostano sui lati a tramontana e a ponente della città ligure da una parte il quartiere attorno a Canneto. dall’altra l’opera del molo e il quartiere che vi sorge. sopra. Que­st’ultimo ha una popolazione e una quantità d’impianti che si ricollegano in modo così aderente alla natura e posizione di questa lingua di terra, sporgente quasi molo naturale a difesa del seno d’acqua al Mandraccio, da tramandarsi tali e quali nel medio evo.
Al lido interno di questa contrata moduli vi sono gli scali per la costruzione delle navi,
e vi si stabiliscono le ferrarie ossia le officine da ferrai opportune anch’esse per le costruzioni na­vali, i maestri d’ascia, i vetrai, i fonditori di sarbatane, i bottai, i fabbricanti d’ancore di remi di puleggie – più tardi i disegnatori delle carte di navigazione, i magistri fabricandi cartas pro navigando. Un’altra parte della regione è designata a residenza dei marinai più esperti, naute bene docti in arte maritima, con speciali franchige, ma impegnati a prestar soccorso alle navi pe­ricolanti; di fronte alla piazzetta presso la chiesa di San Marco in un apposito edificio o Palacietum hanno stanza i salvatores portus et moduli (47). Tutto un mondo di gente le cui specifiche atti­tudini sono lì a comprovare come il nucleo essenziale del porto fosse proprio in fondo alla inse­natura davanti alla conestagia di Palazzolo. Ancora vicino alla chiesa di San Marco erano pure i magazzini del Comune – lo schema di lottizzazione con arterie ortogonali secondo lotti della dimensione trasversale media di m. 30 lascia supporre che qui fosse la sede dei depositi per la flotta e gli eserciti romani.
Anche la Ripa insieme alla regione attorno a Campetto contribuisce a rendere interes­sante questa zonizzazione della città, in parte spontanea, in parte voluta dalle consuetudini e dai regolamenti.
La Ripa circuendo il Porto naturale dalla regione del Molo sino a quella di Prè nel medio evo si distingueva e s’intitolava a seconda dell’arte degli abitanti. Aveva nome di Ripa dei ban­calari la parte di essa più a oriente, detta anche ripa bottariorum – de’ pexarii (48), ripa pexa­riorum, quella di contro al Ponte dei Cattanei – ripa spaeriorum sive cultelleriorum quella di contro al Ponte dei Chiavari detto perciò anche Ponte dei Coltellieri (49). Infine ai margini del quartiere romano, nella zona dì Campetto e Scurreria, si impiantavano altre officine rumorose, dei fabbri, dei costruttori di armi e macchine da guerra, e degli scudai, coi nomi di Campus Fa­brorum e di Scutaria – per le quali industrie veniva adoperato il ferro dell’Elba, e gli scuti erano adottati anche dai latini, e l’abilità e genialità acquisite nella fabbricazione delle macchine guerresche guadagnavano fama di leggenda fin dalla prima crociata.

Coll’avento del Cristianesimo, sui poggi e sulle terre libere dall’occupazione edilizia gli enti ecclesiastici trovano la loro sede, fuori della città, a cominciare dal Brolio e fino a Santo Ste­fano e San Nazaro da una parte, a San Siro e a San Tomaso dall’altra, popolando i dintorni di piccolii burgi attorno ai nuovi templi e aprendo la città all’attacco dei Saraceni, rimasta indifesa dopo che Rotari nel 641 avrà diroccato le mura, Sarraceni civitatem januensem nondum mu­ratam sunt aggressi (50).
Poco più in alto sulla Ripa, si vede la cattedrale dedicata ai XII Apostoli venir innalzata sul poggio in faccia al mare, dove é oggi San Siro -la tradizione la dice anzi fondata al posto del cimitero dove erano stati sepolti i martiri cristiani. Una impostazione così eccentrica rispetto alla città ci offre un elemento certo della residenza già durante il basso impero in questa regione at­torno alla foce del Fossatello di commercianti e povera gente che debbono per primi aver accolto e alimentato il culto locale cristiano. Poco discosto un nucleo di marinai abita la foce del Rivo di Carbonara, il fossato de Sancta Fide, offrendo altro favorevole ambiente alle primitive basiliche di Santa Savina, di Santa Fede, di San Vittore, fondate dal Clero milanese nel VI secolo; in atto del 15 Gennaio 13o8 si hanno appunto notizie del carrobio dei Lombardi presso Santa Fede, in vicinanza del Guastato.
Nel 568 quando i Longobardi si abbattano sull’Italia i Milanesi guidati dal Vescovo Onorato vengono profughi a Genova e apportano alla Genova romana la prima sostanziale variazione; mentre l’alto clero e la nobiltà scelgono come sede l’antico lucus, dove già era esistita la necropoli arcaica, e vi fondano la chiesa di S. Ambrogio, il clero minore si accasa attorno alla Cattedrale di S. Siro ingrossando i nuclei predetti e aggiungendo alle chiese già citate quelle di S. Pancrazio di San Marcellino e di San Sisto. Avviene così che la regione attorno alla Porta dei Vacca comincia a popolarsi di case lungo il lido marino, e la fila delle abitazioni che si af­fiancano sui lati dell’unica via di transito, quella che da Pré si prolunga nella via del Campo e in quella dei Gentili, oggi via San Luca, stabilisca a mano a mano un collegamento edilizio tra i due nuclei, preesistenti alle foci dei rivi di Sanctae Savinae e Sancti Pancratii, e la città ancora limitata a Banchi.
La autonomia originaria di questi due nuclei é contrassegnata dalle strade montane, sem­plici sentieri o mulattiere che vi avevano inizio, rispettivamente la contrada del Roso e la salita della Rondinella, delle cui direzioni a tutt’oggi permane la traccia in quei quartieri edilizi.
Mentre la via di allacciamento attorno alla riva ha un tracciato voluto, al nucleo attorno a San Siro la Salita della Rondinella scendeva con tracciato prettamente naturale, determinato dalla linea di vetta che metteva da San Pancrazio a Castelletto e al Monte Albano passando sotto al poggio della Cattedrale dei XII Apostoli: storpiata la trama viaria dall’apertura della via Nuo­vissima, rimane tuttora caratteristico l’innesto inclinato del vico dei Cicala alla antica via di sub ripa, distinguendosi nettamente dalla direzione degli altri vicoli che poi vennero immessi al porto con andamento perpendicolare alla riva.
Del tutto analogo ed ancora più espressivo si presenta l’allacciamento della regione di Santa Fede colle alture di Montegalletto attraverso la Salita di Pietra Minuta, che discendeva al mare proseguendo per il vico di Sant’Antonio. Anche questo vicolo é fortemente inclinato ri­spetto alla via di Pré, cioè la via attorno alla originaria riva del porto, e paralleli al vico di S. Antonio sono ancor oggi il vico inferiore e quello superiore del Roso, che dalla riva portavano alla piazzetta del Roso davanti all’area poi occupata dal Palazzo dell’Università e dalla chiesa di S. Gerolamo, descrivendo tutt’insieme un vero quartiere.
Queste vie spontanee di diretta comunicazione tra le foci dei fossati e i poggi a Castelletto e a Montegalletto corrispondono identicamente a piste primitive preesistenti alla stessa via sulla riva, ed a maggior ragione anteriori al raddrizzamento della via romana occidentale. La trama successiva dei quartieri e delle arterie più intimamente legate al porto non ha potuto cancellare e neanche alterare la fisionomia di questi tracciati legati a condizioni naturali ed a sviluppi di ne­cessità invariabili. Infatti, quando dopo aperta la via Balbi, i Marchesi Durazzo vollero costruire il Palazzo di fronte all’Università, il Palazzo ora Reale, la prosecuzione della salita di Pietrami­nuta al di là di via Balbi verso Prè rimase inviolata – il piano terreno del palazzo venne tagliato dalla via in corrispondenza del suo passaggio ed il palazzo soltanto nei piani superiori divenne continuo, essendosi costruito al di sopra della via mediante un volto – tutt’oggi il volto e il transito esiste solo chiuso da un cancello mobile.
La coesistenza di questi nuclei al momento della città ligure sotto Sarzano si dimostra perciò evidente al pari dell’importanza che queste arterie debbono avere avuto se gli eventi dell’edi­lizia e della storia ne hanno rispettato il loro originario tracciato, incastonato gelosamente nella sopravveniente trama romana e in quella medioevale. In che va ricercata questa importanza? Certamente nella configurazione naturale dei due punti estremi allacciati da ciascuna di queste arterie che debbono aver soddisfatto a requisiti particolari subito riconosciuti e valorizzati – alla foce del rivo è la terra piana, adatta all’impostazione e all’esercizio dei cantieri, solcata in corri­spondenza dei rivi da un’insenatura naturale del lido che rende facile l’approdo, e provvista di acqua – alle spalle è il promontorio che sporge più avanti dall’anfiteatro dei monti, quasi a picco sulla pianura sottoposta. Fra l’altro vi è compresa una ragione di rifornimento: i colli che si svolgono dietro a Castelletto e a Pietra Minuta eran ricoperti di boschi che davano abbon­dantemente il legname per i cantieri impiantati al piede, e la posizione del luogo di lavoro assomma il doppio vantaggio della maggior vicinanza possibile al luogo di produzione della ma­teria prima, e della comoda possibilità di svolgimento delle industrie navali. Ma l’allaccio così per direttissima fra il piano e il monte tanto immediatamente soprastante porta ad affrontare la china ripidissima con viottoli altrettanto brevi quanto faticosi, nè forse i più adatti alle opera­zioni di trasporto: per il legname in grossi tronchi si segue in genere una pratica diversa, lo si precipita a fondo valle e quindi lo si sposta lungo il rivo.
Questa brevità di percorso di fronte all’eccessiva pendenza industrialmente non pratica si deve allora spiegare adducendo anche ragioni di difesa che sembrano pertanto prevalere su quelle econotniche: questi burgi avevano cioè possibilità di riparo, a pochi passi, ciascuno sulla rocca immediatamente alle spalle, in una relazione ancor più marcata sebbene pressochè analoga a quella esistente fra i quartieri alle Grazie e a Canneto rispetto al Colle di Sarzano. Su queste cime di Castelletto e di Montegalletto saran perciò esistite dai tempi più remoti difese predisposte a perfezionamento di quelle già offerte naturalmente dai luoghi; ed infatti in appresso si legge negli antichi documenti Pietra munita, cioè luogo fortificato a difesa dei sottostanti borghi di Prè e di Sant’Agnese, ed in altri atti del 952 si accenna ad una via che va in Castelletto, la quale denominazione avrà certo avuto riferimento con qualche fortificazione lassù impiantata a difesa della sottostante zona di Portanuova, allora fuori cinta. La prescrizione a carattere militare di non interrompere queste mulattiere che portano alle alture fortificate o fortificabili, e neanche tagliarle con gradinate, si è poi tramandata fino ad oggi.
E’ anche degno di rilievo il fatto che subito dopo il mille i sigilli e le monete del Comune raffigurano un castello con tre torrioni di cui due ai lati ed uno più alto al mezzo, da tutti inteso come rappresentazione dell’antico Castrum: ma se si pensa che a quel tempo il simbolismo era ancora diffusamente praticato, niente sembra più opportuno che interpretare questo antico stemma come la fusione nel Comune dei burgi che si aggregano alla civitas, della Compagna di Porta Nuova dominata dal Castelletto, e di quella di Borgo difesa da Pietra Munita.
Del resto l’idea della confederazione sta alla radice stessa di Genova – dalla unione dei primi castella, alle associazioni mercantili, alle singole Compagne, alle Compagne riunite. Ogni nuovo confederamento segna un ulteriore progresso, come viceversa il periodo delle fazioni accenna al tramonto.

Note e Bibliografia. (47) Il cui ufficio dicevasi di sabarbaria, salvatorem sive sabarbariorum moduli civitatis Janue. Arch, di Stato 1365 Ancora nel secolo XVIII i barcaiuoli dicevansi barba, barchairoliorum qui vulgo barba appellantur, Arch, di Stato, Reg. Diversorum, N. 133. (48) Pexarii e cioè venditori di pece, catrame, stoppa ed altro, detti perciò anche stoppieri, donde la denominazione di ripa stuperiorum come si legge in un atto «in fondo di Coltelleria dalla riva degli Stoppieri » (Richerio, Fol. B, F. 38. c. 8). (49) In vicinanza della chiesa di San Marcellino nel XII secolo si ha notizia di officine e botteghe costruite sotto terra alla via della Ripa, domos subterraneas sive cavernas iuxta viam publicam magnam (Liber Jurium). La regione attorno alla via del Campo consisteva invece ancora in massima parte di prati, vigne e terre coltivate – un atto di cessione di un fondo in data 1036 parla di una vigna presso S. Savina cum casis et massariciis. (50) Galvanei Flammae – Chronicon Maius. A sua volta Fredegario così narra la conquista di Rotari :- Chrotarius cum exercitu Genovam maritimam. Albinganum. Varicottim. Saonam et Lunam civitates litor.s maris de imperio auferens, vastat, rumpit, incendio concremans, populum diripit, spoliat, et captivitate con demnat, mTCrosque earum usque ad fundamentum de­struens, vicos hac civitates nominare praecepit.

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ITALIA E LIGURIA NEL BASSO IMPERO

(I – VI secolo)

Fiorentini Ubaldo, Genova nel basso impero e nell’alto medioevo, in Storia di Genova dalle origini al nostro tempo, vol. II, Garzanti, Milano, 1941.

Evoluzioni della ” forma Liguriae”
Nella breve cronaca che fa parte del proemio dell’Editto di Rotari, sotto il titolo: «Origo gentis Langobardorum», scritta nel 643, si narra che (nel settemhre del 569) Alboino, Liguriam introiens» occupò Milano, «deinde universas Liguriae civitates praeter has quae in litore marits sunt positae, coepit». (MGH, Script. Rer. Lang. et italic., 5-6)
È ancora ricordata in questo brano, nei suoi primitivi confini, la defunta, grande Liguria dell’ordinamcmo dioclezianeo-costantiniano ed insieme è qui registrata e datata la nascita della minor regione, limitata dalle Alpi Marittime, dall’Appennino Settentrionale e dal mare, che fu la Liguria medievale ed è la moderna.
Le straordinarie evoluzioni della «forma Liguriae» sul declino dell’Impero, e precisamente dalla fine del III secolo alla data dell’invasione longobarda, non interessano soltanto lo studio della topografia antica e, in sommo grado, la storia del diritto amministrativo romano e italiano; esse illuminano una vicenda culminante dell’ethnos ligure e nel tempo stesso anticipano e prefigurano la successiva storia medievale di Genova, intesa, nel suo vero signifi cato, come storia d’una grande potenza.
Nel riordinamento dell’Impero procurato dalla monarchia romano-ellenistica, agli inizi del secolo IV, la Liguria appare per l a prima volta costituita in un vero organismo giuridico-territoriale, in limiti di spazio sorprendenti se si confrontano i suoi confini con quelli indicati in precedenza dalla «discriptio» augustea; la provincia abbraccia press’a poco, nei termini della geografia attule, i territori della Liguria, del Piemonte, della Lombardia e dell’Emilia; il suo nuovo capoluogo, Milano, è in pari tempo la sede ordinaria del governo d’Italia e del governo imperiale d’Occidente.
Queso corpo territoriale marittimo-padano durò nella sua integrità fin poco dopo la morte di Teodosio il Grande, nel 395. La critica filologica e storico-giuridica, sviata dall’apparente contraddittorietà delle fonti, non ha saputo poi spiegare ed ordinare cronologicamente le successive rapide metamorfosi subite dalla provincia ligure nei secoli V e VI, nè sovratutto ha saputo trovarne il senso; eppure è chiaro il seguito di questi rivolgimenti e sono palesi le ragioni, d’ordine puramente militare che li procurarono. La Liguria, dopo aver perduto il territor io emiliano nel 397 (l’unione era stata forse soltanto personale nel «consularis» che governava le due provincie), fu mutilata verso il 514, di tutta la sua parte «in litore maris» che, unita ad un lungo tratto dell’Appennino emiliano e toscano fin sopra ad Arezzo, formò la nuova provincia delle Alpi Appennine, «in quibus Genua».
In circostanze del tutto speciali, un secolo più tardi, Genova e le due Riviere, sfuggite, durante la lunga guerra gotica, alla quasi totale riconquista dell’Italia compiuta da Totila sopra i generali di Giustiniano, andarono ad ingrandire la vecchia, prossima provincia delle «Alpe Cottiae» del pari mantenutasi sotto il dominio dell’Impero. Le Alpi
Cozie, per una parte, e certo tutta la Liguria Marittima restarono immuni dall’invasione longobarda sopravvenuta, pochi anni dopo, nel 569; con alcuni brani superstiti dell’Emilia e della Tuscia furono agregate alla «Praefectura Urbis». Finalmente, questo territorio, rimasto un lembo isolato dell’Impero, in permanente stato d’assedio, continuamente
diminuito, specie nel versante padano, dai rinnovati assalti longohardi, fu organizzato autonomamente nella forma di un … limitaneo bizantino e fu la «Provincia Maritima Italorum» rimasta in vita fino alla spedizione di Rotari, verso il 643.
L’istituzione della provincia delle Alpi Appennine, il contemporaneo e i posteriori ingrandimenti della provincia delle Alpi Cozie, gli avvenimenti particolari che portarono Genova a far parte dell’una e dell’altra circoscrizione non ebbero altro motivo che la difesa militare dell’Impero: le due provincie costituirono, nelle forme tradizionali dell’organizzazione limitanea, la cui attuazione richiese un connesso riordinamento amministrativo, un presidio in linea arretrata delle vie convergenti a Roma pei valichi delle Alpi Occidentali e dell’Appennino; le irruzioni in Toscana di Alarico e di Radagaiso, nei primi anni del secolo V, il quasi contemporaneo gigantesco crollo del «limes» renano
sul fronte della Gallia spiegano la necessità subitanea di un tale riparo; in questa congiuntura, i «Ligure» dellu Riviera riacquistavano l’abito militare smarrito nel lungo periodo della «pax romana»; pochi anni dopo, di fronte alla pirateria vandalica, dovevano rieducarsi anche alla guerra marittima.
D’altra parte, la Liguria«in litore maris», nonostante la separazione amministrativa avvenuta agli inizi del V seoolo, non fu realmente disunita dalla provincia milanese a cui lasciava il proprio nome nazionale; l’unione durò nella superiore circoscrizione del «Vicariatus ltaliae», nell’ordinamento religioso, nella comunanza della vita spirituale e materiale. Giacchè questa unione non si era avverata puramente nel campo amministrativo, giudiziario, tributario, ma era stata il risultato d’un rivolgimento profondo avvenuto nello stato delle popolazioni dell’Alta Italia, nelle loro relazioni locali e nei rapporti più vasti delle varie parti dell’Impero fra loro. Di fronte alla nuova sede imperiale, alla fine del III secolo, Genova, la cui posizione era rimasta del tutto secondaria nell’ordinamento economico mondiale dell’Alto Impero, aveva acquistato in certo modo la funzione di Ostia in relazione con Roma; era divenuta la base delle comunicazioni transmarine della nuova con la vecchia capitale, con le provincie africane (incorporate nella «Praefectura Italiae»), con le regioni meridionali dellu Gallia, con la Spagna; era una delle porte [janua] mediterranee del commercio orientale; essa non doveva mai più smarrire la traccia di questi grandi cammini.
Quando i Longobardi, superato il confine indifeso delle Alpi Orientali, dilagarono nella Venezia e nella Valle Padana, Genova, con l’accogliere sotto la guardia della propria organizzazione militare e navale il profugo «Vicarius ltaliae», i magistrati, la curia, il vescovo, la Chiesa e uno stuolo di ottimati milanesi, ereditava le istituzioni, lo spirito e il
sangue della Liguria romana.

Genesi della Liguria dioclezianea [ima carta geografica]
Il riordinamento costituzionale e amministrativo compiuto da Diocleziano, fra il 290 e il 300, perfezionato da Costantino, segna la fine delle autonomie municipali che stabilivano il privilegio d’Italia di fronte alle restanti parti dell’Impero; l’Italia è ridotta alle forme comuni del governo provinciale. La «praefectura Italiae», la sezione dell’Impero affidata, nel governo tetrarchico, all’augusto d’Occidente, comprende, oltre i territori estranei al confine geografico dell’Italia propriamente detta e cioè l’Africa (a cui vanno unite la Sardegna e le Baleari) e la Pannonia, col Norico, la Savia e la Dalmazia, due diocesi che dividono la Penisola in due parti: la medio-inferiore, con la Sicilia, facente capo a Roma, per cui la diocesi prende il nome di di «Urbicaria», la superiore (unita a tutto il territorio d’oltr’Alpi che apparteneva alla grande circoscrizione della Rezia), con capitale Milano, la quale forma la diocesi «Annonaria» così detta perché Massimiano pose a suo carico l’appro vigionamento della corte e dell’esercito; questa diocesi è chiamata anche, in senso antonomastico, «Italiciana» e il suo capo ha il titolo di «Vicarius ltaliae»; è formata di cinque provincie designate nel linguaggio ufficiale coi nomi di «Liguria», «Alpes Cottiae», «Raetia», «Venetia et Istria», «Flaminia et Picenum Annonarium».
Nei termini della geografia regionale augustea, la provincia ligure riunisce la regione IX (Liguria), l’XI (Transpadana), l’VIII (Aemilia), dovendosi però osservare che le Alpi Marittime e le Alpi Cozie, comprese in gran parte nella Liguria d’Augusto, formano, ora, due provincie distinte, l’una sottoposta alla «Praefectura Galliarum», l’altra alla Prefettura e al Vicariato d’Italia, e che, dall’opposto lato, un brano della VIII regio s’incorpora nella provincia «Flaminia et Picenum».

In sé, le regioni d’Italia, in certo modo simmetriche alle omonime divisioni interne dell’urbe, ebbero, come queste – forse già nel pensiero d’Augusto – un pricipale ufficio religioso: furono circoscrizioni stabilite a base dei «concilia» istituiti, in pari tempo, od anteriormente, nelle provincie dell’Impero, a cui fu deferito il culto pubblico dei numi dell’Imperatore e di Roma i quali, perduto nel corso del IV secolo questo compito liturgico, divennero i concilii provinciali, veri organi rappresentativi, la cui vitalità è documentata in modo particolare nella Liguria, dove il «concilium» sopravvisse alla caduta dell’Impero (notizie sui «concila» della Liguria: Cantarelli, La diocesi Italiciana, in Studi e doc. st. e dir. XXII, 102,112; Gabotto, St. dell’Italia occidentale, p. 471-483).
Dei «iuridici per Liguriam» abbiamo notizia da tre iscrizioni, l’una del tempo di Caracalla, o di Alessandro Severo, l’altra anteriore, la terza indatabile. La circoscrizione riguardata in questi testi epigrafici non è più l’omonima «regio» augustea, ma è già quella disegnata
dalla posteriore provincia di Diocleziano; infatti, in tutti i testi citati la Liguria si unisce all’Emilia, unione che permane nel nuovo ordinamento del secolo IV, fino al 397.
L’unità ligure, in tutta la regione occidentale subalpina e marittima d’ Italia, realizzntasi nel sistema provinciale dioclezianeo-costantiniano non fu, dunque, una pura creazione amministra tiva del secolo IV, né l’estensione del nome ligure all’intera transpadana fu, come è stato creduto, una curiosa ed erronea traslazionc di vocabolo, bensì il risultato di una naturale evoluzione di uffici c servizi pubblici in relazione con gli interessi, i bisogni, il sentimento delle popolazioni circoscritte; in profondità, questo fatto amministrativo illustra un fatto etnico. …

Liguria ambrosiana [e bizantina]
La funzione metropolitica della Chiesa Milanese, in coincidenza coi limiti territoriali della diocesi civile, già, forse, indirettamente documentata dalle sottoscrizioni dei vescovi «ab Italia» nel concilio di Sardica [Sofia nell’attuale Romania], nel 347, e in modo certo dal titolo di vescovo della metropoli d’Italia dato da S. Atanasio al presule milanese Dionisio, condannato ed esiliato in seguito alla vittoria dell’arianesimo nel Concilio di Milano del 355, viene in luce dopo il 374, allorchè il giovane «consularis» della Liguria, il romano Ambrogio, laico e non ancora battezzato, fu acclamato dal popolo vescovo della città, alla fine del torbido pontificato dell’ariano Aussenzio.
A prescindere dall’autorità e dall’influenza acquistata da Sant’Ambrogio su tutta la vita religiosa del mondo latino, i suoi atti pontificali e le sinodi da lui convocate, quella di Aquileia nel 381, quella di Milano nel 390, come il concilio ordinato dal suo successore S. Simpliciano, in Torino, nel 398, provano che la primazia della cattedra milanese si era stabilita su tutte le provincie sottoposte al «Vicarius Italiae» compresa oltr’Alpe, la Rezia. ll trasferimento della residenza imperiale a Ravenna, nel 404, sebbene Milano rimanesse a capo del Vicariato nell’ordinamento civile, provocò lo smembramcnto della corrispondente
circoscrizione ecclesiastica.

Dopo il trasferimento della capitale a Ravenna e col decadere del primato ecclesiastico di Milano, nella prima metà del secolo V, l’attività dei politici « ligures» dovette circoscriversi realmente in un ambito provinciale; non tramontarono per ciò le grandi ambizioni dell’età di Teodosio e di Onorio. L’assemblea provinciale, organo consultivo formato dai rappresentanti della città, non solo rimane in vita, ma sembra prendere nuova autorità, vivificato dallo spirito della associazione cristiana, negli ultimi decenni che precedono la catastrofe dell’Impero.
Forse, nelle forme di un regolare «concilium» provinciale, ma con pretensioni senatorie, si convocò a Milano, nel 470, la «collectio Ligurum nobilitutis» intorno al «patritius» Ricimero, per del iberare sul conflitto apertosi fra questi e l’imperatore Antemio; i «Liguriae lumina» pregano pace e concordia ed il loro oratore, il Vescovo pavese
Epifanio, procura a Roma un’efimera conciliazione fra i due contendenti. (Ennonio, Vita Epifani, 90 sgg.)
Sotto i regni barbarici, da Odoacrc alla caduta del regno gotico, le vedute politiche milanesi si orientano verso i Bizantini. Per gli italiani, fino a Dante, la caduta dell’Impero d’Occidente, nel 475, non significò che la riunificazione dell’Impero Romano sotto l’augusto d’Oriente; la sovranità barbarica non si giustificò che attraverso la finzione giuridica d’una delegazione di poteri. L’opposizione milanese alla monarchia,
già attiva nell’età di Odoacre, si defìniscc ed acquista la forza d’un ideale politico di fronte alla reazione antiromana negli ultimi anni del regno di Teodorico e nel sanguinoso periodo della guerra gotica. Milano si definisce il propugnacolo della romanità contro i Germani e gli altri barbari; nasce ora la potente rivalità fra essa e Pavia, fra la capitale economica e «morale» d’Italia e la città militare preferita da Teodorico e da Baduila, il futuro presidio del regno italo-germanico.
Nel 537, gli inviati di papa Vigilio, eletto col favore dei Bizantini, sollevano Milano contro il regno got ico; il metropolita Dazio va a Roma, presso Belisario, per sollecitare una spedizione militare in Liguria; le forze imperiali comandate da Mundila ed accompagnate dal «prafectus Italiae» Fidelio, sbarcano a Genova, raggiungono Milano, dove
ricevono la sottomissione d’altre città e popoli della Liguria come Bergamo, Como, Novara, mentre in Pavia resistono fortificate le schiere gotiche.
La metropoli ligure [Milano] doveva pagare la sua adesione all’Impero col lungo assedio, le rovine e la strage del 539. Poco dopo, la controversia dei Tre Capitoli poneva la Chiesa Ligustica in conflitto aperto con l’autorità imperiale; lo stesso antesignano del partito bizantino in Liguria, il vescovo Dazio, soffriva con papa Vigilio tutte le violenze e le persecuzioni ordinate da Giustiniano; questo conflitto si aggrava, a dopo il 556, quando, non senza l’appoggio dei superstiti Goti e dei barbari Franchi occupatori della Venezia, si apriva lo scisma veneto-ligure (nel quale ricomponevasi per breve ora l’antica unità della Chiesa «Italica») contro il nuovo papa Pelagio I che aveva accettato i decreti teologici
dell’augusto. Ma, nonostante gli irriducibili contrasti dogmatici, i danni della guerra, gli attesi rigori del fiscalismo bizantino, i milanesi, con tutti gli italiani, rientrano «gaudentes», secondo la comune espressione dei cronisti, nell’unità dell’Impero, verso il 556, allorchè il gepida Asbado, generale di Narsete, riconquistò Pavia con le altre città della
Transpadana rimaste in potere degli ultimi drappelli gotici riparati nella Liguria e nel Veneto dopo la sconfitta e la morte di Teja e la fine del regno, nel 553. La restaurazione di Milano, compiuta da Narsete, appare un fatto quasi miracoloso se si considera che, a parte le possibili esagerazioni di Procopio per quanto riguarda il numero totale delle
vittime, la città era stata completamente depopulata e quasi rasa al suolo, salvo i maggiori edifici, nel 539, e che il governo bizantino vi durò non più e forse meno di tre lustri. Ma le forze morali ed economiche della città, il fondamentale ottimismo del suo popolo, la capacità di attrazione da essa serbata come centro d’inurbamento favorirono l’inattesa
rinascita. La breve vita di Milano bizantina doveva prolungarsi a Genova dopo il 569.

 

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III secolo.

Sarcofagi in San Lorenzo.

Più antico appare, per la semplicità del testo ermetico, l’epitaffio di un tal Crhysaeus (che riposa) in pace, iscritto nel riquadro centrale di un sarcofago marmoreo con raffigurazioni bibliche, posto quale architrave della bifora mediana nella torre nord ovest della catte­drale di San Lorenzo, verso piazza San Giovanni. (Angeli Bertinelli M.G., L’epoca romana imperiale e tardoantica, in Borzani L., Pistarino G., Ragazzi F., Storia illustrata di Genova, Elio Sellino Periodici, 1993) [fare foto]

L’area a valle del colle di Sarzana verso la zona di san Lorenzo era una necropoli già in epoca pre-romana. In epoca romana la necropoli si ampliò e si arricchì con sepolture lussuose. Molti sarcofagi della necropoli romana sono stati riutilizzati nella costruzione della chiesa di san Lorenzo e si possono osservare nella faccia laterale dei due campanili.

Campanile alto dal lato di via san Lorenzo:

Sarcofago A e B:

Campanile basso (faccia laterale):

Sarcofago C:

Sarcofago D:

Sarcofago E e F:

Sarcofago G:Sarcofagi H e I:

Sarcofago L:

 

III secolo. Cornicione romano del III secolo d.C. incorporato nel portale maggiore della facciata della chiesa di Santa Maria di Castello. E’ tipico delle chiese romantiche il reimpiego di elementi architettonici di epoca romana. (Cavallaro L., Da Genua a Janua, in Borzani L. Pistarino G. Ragazzi F., Storia illustrata di Genova, Elio Sellino Periodici, 1993) [fare foto]

[ulteriori immagini saranno inserite appena verranno pronte]

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GENOVA NELLA PROVINCIA LIGURIAE
FINO ALLA CONTITUTIO DI COSTANZO
(290-421)

La città romana
La città romano-bizantina, vissuta fino al 643, risulta da successivi sviluppi ed ampliamenti del primitivo oppidum ligure-romano, i quali segnano le varie fasi della sua costituzione politica e della sua organizzazione economica, da città federata, a municipio, in senso strettamente rivierasco, all’età federale e municipale, secondo la notizia datacene da Strabone, a gran porto italiano, nel Basso Impero.
Non è da ricercarsi, nell’ambito dello stanzinmcnto romano, determinato con sufficiente certezza dalla struttura del colle di Sarzano in relazione con le aree sepolcrali di Sant’Andrea e di S. Lorenzo, la figura dell’urbs quadruta; né tanto meno è da riferirsi questa forma alla ricostruzione compiuta, nel 205 a. C., da Spurio Cassio, dell’oppidum genuate distrutto tre anni innanzi da Magone. Uno stanziamento coloniale, o militare, implicante l’intervento dei gromatici romani, è escluso, nel momento della ricostruzione e per più tempo poi, dal foedus equum con cui la città rimase unita a Roma fino alla Lex Julia de civitate od alla Plautia-Papiria cioè fino al 90-89 a. C. Nè può supporsi che la riduzione dell’oppido alle forme castramentali romane sia stata suggerita ed imposta da ragioni tecnich e, se non forse, per quanto poteva riguardare l’organismo difensivo esterno del muro, o dell’aggere; nell’area interna, nel breve giro fra l’eversione e la restaurazione, non erano certo caduti in prescrizione i particolari diritti di proprietà e d’uso pubblico e privato fissati dalla pianta, dal costrutto, dall’organizzazione demo-topografica dell’oppido precedente: sappimo che la città conservava la sua tipica costituzione indigena, necessariamente connessa con la forma oppidi, nel 117 a. C., alla data della sentenza dei Minuci.
Non abbiamo nessuna sicura traccia archeologica che possa indicarci il circuito della città premunicipale; se il sepolcreto indicato dai manoscritti del Ganducio a tergo della chiesa di S. Maria di Castello dovesse giudicarsi veramente d’età romana, quest’area potrebbe segmentre il breve limite del primo abitato, sul pendio occidentale del colle di Sarzano; ma io credo piuttosto che la notizia del Ganducio si riferisca ad un cimitero altomedioevale, nel quale siano state trasferite e riusate urne romane e paleocristiane del vicino sepolcreto suburbano di S. Lorenzo; questa provenienza, infatti, si accerta, in base a concordanze stilistiche, per il sarcofago impiegato come vasca battesimale nella chiesa di S. Maria di Castello. A mio avviso, il circuito segnato da Piazza Sarzano, via Santa Croce, salita di S. Maria di Castello, via di Mascherona indica i limiti della città ligure-romana. I successivi ampliamcnti, avvenuti specialmente nella direzione da levante a ponente comandata dall’attrazione dell’area portuale, toccando la zona pianeggiante a pié del colle, si uniformarono ai piani rettilinei dell’urbanistica romana. Abbiamo pertanto in Genova uno dei casi abbastanza frequenti di romanizzazione di città italiche. Possiamo riferirci all’esempio di Pompei, dove vediamo un primitivo impianto etrusco, od osco, conservato e coordinato, nei posteriori ingrandimenti.
Non è dato sapere se la città abbia raggiunto la sua forma definitiva mediante successivi ampliamenti della cinta primitiva, o solo con uno sviluppo progressvo di continentia aedificia racchiusi alfine in un giro di mura. Sembra certo che l’ingrandimento di Genova non debba essere stato precoce; i segni della sua maggiore attività commerciale sono posteriori al III secolo. Non è fuor di luogo supporre che le mura distrutte da Rotari ver so il 643 siano state costruite nel secondo decennio del secolo V da Costanzo, allorchè questi, come testimonia una lapide di Albenga, constituit Ligures sotto la minaccia delle invasioni barbariche. …

Castrum, civitas, burgus
La topografia giuridica di Genova altomedievale risulta dalla sua triplice divisione in castrum, civitas, burgus ricorrente sistematicamente negli atti dell’XI secolo, attestata dalle formole sacrali dei brevi della Compagna, dagli atti della Curia, dall’ordinamento rionale della magistratura dei placiti, riflessa, infine, nella posizione particolare mantenuta dalle chiese cattedrali e concattedrali di S. Maria di Castello, di S. Lorenzo, di S. Siro, la prima la più antica parrocchiale di castrum, la seconda, di civi tas, la terza, di burgus. …
Il suburbium e la duplice Genova
Nel sistema urbano romano-italico, unito ed insieme opposto, sotto vari aspetti, alla città è il suburbio; i rapporti fra i due gruppi riguardano il culto, l’amministrazione della giustizia, l’uso dei beni pubblici suburbani vincolati al godimento dei cives urbani. Ma una delle funzioni permanenti del suburbium è quella che risulta dall’esser questo la sede ordinaria degli incolae, l’asilo della popolazione avventizia stanziata in via temporanea, o permanente ai margini della città, restante sempre in un rapporto esterno col corpo chiuso. Nei grandi e medi centri creati dal sistema politico ed economico dell’assolutismo, agli inizi del IV secolo, l’importanza di questo elemento foraneo cresce in relazione con gli scambi di portata mondiale che s’annodano a quegli stessi centri; più oltre, col sopravvenire delle invasioni, con la diserzione dei campi e la rovina delle piccole, felici città agricole, la popolazione marginale sarà alimentata dalle fughe, dallo spontaneo e forzato inurbamento.
Così come a Milano, a Genova, la pulsante attività del suburbio preme sul corpo irrigidito della vecchia città intra moenia; ivi la chiesa, ivi il mercato libero con le mobili e ricche colonie forestiere, ivi il mondo agitato dalle nuove idee religiose ed artistiche. Dagli inizi del IV secolo, allo stabilimento fuori porta dei milanesi, nel 569, non una voce giunge a noi dalla città chiusa, non un segno ci rimane della sua curia, dei suoi corpora: tutta la vita politica, civile, e religiosa, genovese si svo lge nell’ambito del borgo suburbano, anticipante la funzione di quello che sarà poi il burgus civitatis medievale, la sede primaria di tutte le rivoluzioni che faranno la storia del comune esordiente.
Piuttosto che nei dinamici confini del Comune, ritroveremo gli antichi limiti del suburbio nell’ordinamento della chiesa cittadina, tenuto presente che il ministerio del vescovo, quale titolare della plebs civitatis, si stabilì storicamente nell’ambito del suburbium romano.
Nel 952, il vescovo Teodolfo conferma al clero officiante la chiesa di S. Siro omnen decimatinem ipsius ecclesie antiquitus pertinentem per fincs ed coherentias designatas foris muro civitatis Janua usque in fossato Aura Palatii et flumen Vesano, et usque in fossato Sancti Micaelis. Qui si tratta indubbiamente delle decime appartenute antiquitus alla Chiesa come vecchia cattedrale; questa aveva ritenuto le sole decime suburbane, quando la sede episcopale era stata trasferita entro le mura e le decime urbane, per conseguenza, erano state attribuite alla nuova cattedrale di S. Lorenzo. Le indicazioni del documento non ci danno l’intero e preciso circuito della parrocchia di città, ma ci forni scono gli elementi per identificarlo con sufficiente approssimazione; a levante il confine è segnato dal Bisagno, a nord·est dal canale che scorre sotto Casamavari, a ponente dal fossato che prendeva il nome dal distrutto oratorio di S. Michele de Capite Arene presso l’attuale stazione di Principe. In questo circuito, dobbiamo distinguere, in primo luogo, i borghi stanziati alle porte dell’antica città romana. Di questi non abbiamo notizie storiche anteriori al secolo VI , ma è probabile che esistesse dal tempo più remoto l’aggruppamento fuori la porta di S. Lorenzo corrispondente ad una via cardinale della città; l’antichità della chiesa è sicuramente documentata, se non dal preteso riferimento dei dialoghi di S. Gregorio Magno, dai musaici pavimentali scavatisi sotto il suo presbiterio; nello stesso quartiere, avanzi della chiesa di S. Genesio scoperti nel secolo scorso hanno rivelato le tracce di un edificio della tarda romanità. Del pari antico dev’essere il gruppo fuori Porta Soprana, nella regione di Sant’Andrea, presso il quale si sviluppò nel secolo VI il quartiere dei milanesi. In relazione con la stessa porta, però separato dal sobborgo immediato, era un gruppo di abitazioni intorno alla chiesa creduta di S. Michele precedente la attuale di Santo Stefano in locum non multum longe Civitate Janua prope via prope via publica [Aurelia] que pergit a porta superana ipsius civitatis, gruppo che sarebbe segnalato da un cimitero esistente presso la chiesa stessa; se la fronte di sarcofago usata ad architrave nella porta dell’oratorio di S. Michele proviene da questa stessa area cimiteriale, la chiesa e il primitivo gruppo abitato dovrebbero risalire ad una data assai remota: comunque la lipide del diacono Santolo appartenente alla stessa chiesa e datata l’anno 444 o 493, fa fede sicura dell’esistenza del piccolo borgo nel V secolo. Una porta che, secondo la tradizione genovese sopra riferita, si apriva nelle mura, dalla piazza di S. Giorgio, verso Banchi, poteva aver dato luogo ad un altro abitato ante portam in questa regione; una statua di bronzo scavatasi nel sottosuolo della chiesa di S. Pietro, colonne romane esistenti nei dintorni ne darebbero la prova. Assai tardo per contro fu lo sviluppo della città fuori del muro orientale, giacché, soltanto nel secolo XIV, il dilatarsi dell’abitato da queste parti procurò un allargamento della cinta e l’istituzione di nuove compagnie.

La città e i suoi quartieri di porta erano fasciati dn una larga zona di campi coltivuti a cereali, frutta, ma sovratutto tenuti a vigneto, per cui tutto l’agro prendeva comunemente il nome di vinea; questo era, del resto, l’aspetto caratteristico delle grandi città dell’Italia superiore, che pur nel secolo V, con l’isterilimento e l’abbandono progressivo delle campagne, mostravano la loro fresca e fiorente cintura di verde.
Nella grande vinea genovese, formante ancora un corpo unitario nei secoli IX e X, come ora vedremo, si ritrova il complesso dei bona publica suburbana, costituenti un elemento indispensabile dell’antichissima città romana, intorno a cui si ordinavano i rapporti essenziali fra città e suburbio e su cui poggiava il primato dei cives urbani. L’originario carattere pubblico di questo complesso è provato dalla sua aderenza alle mura e dal fatto che le sue frazioni sono possedute da grandi abbazie (certo per concessione regia) [San Pietro alla Porta, poi in Banchi, e Santo Stefano] e in massima parte dal vescovo e dai visconti, da questi ultimi, in origine, non in proprietà, ma per titolo inerente al loro ufficio pubblico, come mostra la formula designante il loro possesso nell’atto più antico che lo ricordi; infatti, nei secoli IX e X, la vigna, a partire dal mare nella regione di Banchi, era, per un tratto, posseduta dalla chiesa di S. Pietro. quale dipendenza del monastero di S. Colombano di Bobbio [e prima ancora di Santa Giulia di Brescia, vedi capitolo ….]; essa comprendeva anche un piccolo castagneto; nel sistema economico della grande abbazia, come mostra un polypticon dell’886, i proventi di questo fondo erano scambiati in situ con merci d’importazione marittima (Cipolla, Codice diplomatico del monastero di Bobbio, I, n. I-XIII, p. 198). Contigua·a questo appezzamento era nel 952, la vinea quam tenet Ydo vieccomes, entro cui, già nel secolo precedente era sorta la cappella S. Maria in vineis, la chiesa gentilizia di questo casato restaurata nel 991 dai visconti Oberto e Guido; seguiva, secondo le indicazioni testuali dell’atto a cui ci riferiamo, l’altra vinea tenuta ab immemorabili dalla cattedrale di S. Siro, spaziante dalle vicinanze della chiesa di Castelletto e al murum civitatis Janua (qui inteso, naturalmente, il secondo muro carolingio); a questo corpo si univa l’organismo agricolo designato dall’antica toponomastica genovese col nome di domoculta, nel luogo dell’attuale teatro Carlo Feli ce, contiguo all’area della metropoli arcaica (Podestà, Colle di S. Andrea, p.123 segg.).
Tracce dell’antico vigneto pubblico caduto in proprietà privata appaiono ancora nei primi del secolo XI iusta muro civitate Janua prope porta Superana, per una estensione di 304 pertiche di 12 piedi ad pedex domni Liuprnndi rex (Cartario genovese, n. LXXIV, p. 106, anno 1018,il proprietario Eriberto diacono, appartiene alla famiglia dei visconti).
Quest’agro, rimasto pressochè; inabitato fino forse alla seconda metà del secolo XI, quando cominciarono a svilupparsi su di esso le compagnie di Porta e di Soziglia, separava nettamente la città coi suoi quartieri pomeriali dal grande sobborgo occidentale la cui romanità è dimostrata dalla copia dei ritrovamenti archeologici avvenuti nel suo suolo, specialmente riferibili all’età del Basso Impero. Il quale sobborgo, (il burgus civitatis, poi, per eccellenza, nel Medio Evo), nel secolo IV, rappresentò una delle sedi primarie della vita cittadina e certamente, data la sua disposizione lungo il percorso della via Aurelia sulla ripa fu un centro di attività commerciale marittima. Esso accolse la primissima cattedrale sotto il titolo dei Ss. Apostoli , poi dedica a S. Siro e divenuta metropolitana nel periodo bizantino, la cui esistenza nel IV secolo è attestata dai Sepolcri dei primi vescovi; altre chiese cardinales, e cioè nel senso nostro parrocchiali, indici d’un considerevole addensamento di popolazione, sorgevano nei dintorni della matrice, da un’età per certo anteriore al secolo VI, in cui sono ricordate da lapidi e memorie letterarie. La ripa e gli sbocchi dei numerosi fossati fa centi capo ad essa forse già serviano, come servirono nel Medio Evo, al traffico navale, restando il preistorico porto dei Genuati alle falde di Castello un porto di rifugio. D’altra parte, l’essere stato il sobborgo occidentale indubbiamente la culla del movimento cristiano iudica la sua funzione di asilo dei forestieri; la sola sicura memoria che ci resti dell’antico cimitero di S. Siro risulta, come meglio vedremo, da un frammento di lapide paleocristiana in lingua greca. Erano in questo sobborgo, probabilmente, le stanze delle colonie siriache e la sinagoga degli ebrei già vetusta all’età di Teodorico.
Certamente questo grande quartiere suburbano si trovava con la città in rapporto diverso da quello dei quartieri di porta; non è da escludere che già in età repubblicana, o nell’Alto Impero formasse un vero pagus suburbnus dotato d’una relativa autonomia; dall’età dioclezianea si sviluppò per le stesse ragioni e nella stessa forma del grande sobborgo detto oggi di Trinquetaille, ad Arles (la città con cui Genova ebbe i più intensi rapporti marittimi e terrestri nel IV e V secolo); centro della navigazione degli affari divenuto quasi una seconda città di fronte alla vecchia città cesariana, sede dell’aristocrazia e del governo, onde il nome di duplex Arelas dato da Ausonio alla nuova metropoli della Gallia.

La vita economica

La base dell’economia commerciale genovese rimase nell’Alto Impero la via Postumia costruita nel 148 a. C. sull’orientamento dei traffici liguri dell’Età del Bronzo; particolarmente il suo primo tratto, fra Genova e Piacenza, fu il veicolo iniziale della romanizzazione della Liguria cispadana, facendo poi affluire al capolinea, come è stato scritto, le correnti civilizzatrici che irradiavano dalle colonie romane della Valle del Po; tuttavia, a parte questo tronco e le diramazioni in esso innestate, la funzione economica della Postumia, nel suo tragitto totale, quale comunicazione fra il Mare Inferum e il Mare Superum, non sembra svolgersi appieno che nel IV secolo; l’Itinerarium Antoninianum, male aggiornato per quanto riguarda la Liguria Marittima e per ciò forse riflettente, in questa parte, la situazione nell’età anteriore di Caracalla, non disegna nessun percorso continuo che possa coincidere con la Postumia.
Il medievale e moderno destino commerciale di Genova si fissò nella Liguria dioclezianeo-costantiniana, principalmente in relazione col sorgere dei nuovi grandi mercati metropolitani di Milano, Aquileia, ed Arles.
Sulla diocesi d’Italia gravava, nel nuovo ordinamento tributario dell’Impero, il mantenimento della Corte e dell’esercito; il servizio dell’Annona, organizzato corporativamente e necessariamente centralizzato a Milano, importava, per vie terrestri e marittime, grano, olio, pesci, legumi, manufatti e metalli per i rifornimenti delle truppe palatine e dei presidi accampate sulla lunga frontiera retica e danubiana; provvedeva inoltre all’alimentazione delle città e specie dei grandi centri soprapopolati, per i quali era insufficiente la produzione agricola locale, limitata generalmente a prodotti ortofrutticoli e vinicoli; una gran parte di questo movimento di merci e specie il trasporto delle granaglie doveva fare scalo a Genova. Infatti, le fonti degli approvigionamenti granari dell’Italia furono ancora nel IV e V secolo la Sicilia e le provincie africane, queste fino all’invasione vandalica del 429. La Chiesa milanese, per l’alimentazione del clero e per le sue elargizioni, possedeva una grande proprietà in Sicilia, di cui abbiamo la prima notizia all’età di Teodorico, ma che certamente era stata acquistata in tempo molto anteriore; questo latifondo rimase in proprietà della Chiesa milanese durante il soggiorno a Genova, come appare da due lettere di S. Gregorio Magno che riferiremo più oltre. La curia compiva gli atti commerciali inerenti all’amministrazione del suo patrimonio per mezzo di un esperto scelto nel corpus negotiatorum della città; non è improbabile che essa avesse organizzato analogamente anche il servizio dei trasporti marittimi e terrestri delle proprie derrate, dalla Sicilia, a Milano, attraverso il porto di Genova.
Le comunicazioni di Milano con l’Africa (comunicazioni necessariamente frequenti e continue, anche per rapporti d’ordine politico e giudiziario, poiché, come sappiamo, la diocesi africana dipendeva dal Prefetto del Pretorio sedente a Milano) seguivano la via di mare, partendo da Genova e facendo scali intermedi al porto di Ostia, o di Pozzuoli e ai porti della Sicilia; questa via stabiliva anche una facile comunicazione fra Milano e Roma, specialmente nel V secolo quando le vie terrestri divennero malsicure. I lontani ricordi di Diodoro Siculo e tutta poi la storia marinara di Genova altomedievale ci dicono che, anche nel Basso Impero, doveva praticarsi una linea diretta di navigazione tra la città e le coste africane appoggiata agli scali della Corsica e della Sardegna.
I mores laeti della nuova aristocrazia metropolitana ed insieme il fasto crescente della liturgia cattolica chiedevano importazioni di lusso, per la mensa, per l’abbigliamento, per il decoro artistico della casa e del tempio: spezierie, sete, stoffe e veli operati, avori, oreficerie, libri miniati di provenienza orientale, il cui commercio, esercitato già nell’Alto Impero da mercanti siriaci, divenne un vero loro monopolio nel Basso Impero e nell’Alto Medio Evo, dando luogo ad una estesa colonizzazione siriaca, mesopotamica, egizia, ebraica in tutti i porti e centri commerciali dell’Occidente. Queste importazioni, riguardo a Milano, seguivano principalmente la via adriatica, facendo scalo ad Aquileia ed a Ravenna; ma una corrente del commercio orientale si versò anche, fin dal II secolo, nel Mediterraneo occidentale e più particolarmente nella Gallia, dove i coloni siriaci sono segnalati in tutti i porti ed empori come Marsiglia, Narbona, Arles, Lione, Orléans, Ginevra; questa corrente toccò per certo anche il porto di Genova, direttamente, o indirettamente mediante le sue strette relazioni commerciali con i porti della Narbonese. Circa la presenza di coloni orientali a Genova, oltre la testimonianza simbolica, diremo, che viene dal nome del vescovo Syrus titolare della chiesa cattedrale, abbiamo notizie precise riferentisi allo stanziamento d’una colonia giudaica. Fra il 507 e il 511, Teodorico consentiva universis judaeis Genua consistentibus di riparare il tetto della loro vetusta sinagoga; con altra disposizione, confermava agli stessi i privilegi quae judaicis institutis legum provida decrevit Antiquitas; è fatto palese dal testo di questi regi provvedimenti che lo stabilimento a Genova degli ebrei risaliva ad una data molto remota, mentre è chiaro che la colonia era largamente provvista di beni, giacchè, contro la volontà dei postulanti, il re limita la riparazione della sinagoga al solo rifacimento del tetto, vietando espressamente di ampliarla e di ornarla. A documentare, in generale, l’afflusso di elementi siriaci e giudaici nella Riviera Ligure abbiamo, d’altra parte, le testimonianze archeologiche ed epigrafiche di Luni e una lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di questa città che ricorda pure una colonia giudaica, a cui il Papa impone il divieto di tenere servi cristiani.
La posizione di metropoli della Gallia assunta da Arles, la Gallula Roma del IV e V secolo, ebbe una diretta influenza sullo svolgersi della vita economica, così come anche politica ed artistica di Genova. L’ascensione di Arles nell’ordo civitatum nobilium segue di pochi decenni quella di Milano, verificandosi nell’età di Costantino, allorché vediamo la città cesariana restringersi, forse, nel perimetro delle sue mura urbane, ma trasformarsi in uno splendido quartiere palatino, presso cui cresce, come già abbiamo accennato, una città suburbana dedicata agli scambi internazionali; del suo fiorire, meglio che dalle retoriche amplificazioni di Ausonio, abbiamo un’idea da un documento ufficiale, una costituzione di Onorio, del 418, nella quale si nota la posizione privilegiata della città rispetto al commercio imperiale per cui, nel suo emporio, si trovano, con facilità ed in eguale copia che nei mercati d’origine, i prodotti dell’Arabia, della Siria, dell’Africa e della Spagna e degli altri paesi della Gallia. Le comunicazioni di Arles con Milano si stabilivano mediante una strada transalpina per la valle di Susa; ma dopo l’invasione del 406 che sommerse tutta la Gallia nord-orientale, le relazioni fra la residua Gallia romana e l’Italia dovettero sempre più ridursi alla via marittima che univa Genova ad Arles, sin dai tempi più remoti in cui questa era la piccola capitale celto-ligure dei Salii, ed alla parallela via litoranea ab urbe usque Arelatum che riprendeva, nella situazione creata dalle invasioni, la sua preistorica funzione; il sistema fortificato creatosi nel secondo decennio del V secolo, con il riordinamento e l’istituzione delle provincie Alpes Cottiae ed Alpes Appenninae, mirò fra l’altro a presidiare quest’arteria.
Le testimonianze delle relazioni commerciali di Genova con la Gallia meridionale (come, del resto, delle analoghe relazioni con l’Africa) risultano in gran parte, indirettamente, da fonti storiche o leggendarie riflettenti la vita cristiana; il che si spiega, in tesi generale, tenendo presente che la propagazione cristiana nel mondo occidentale seguì dovunque le grandi vie commerciali terrestri e marittime. La leggenda dei Santi Nazario e Celso invocata dalla tradizione genovese come il testo più antico della propria storia cristiana nulla ci dice forse sugli avvenimenti religiosi della Liguria, se non riguardo al tempo in cui fu scritta. Il culto dei palmiferi fu importato da Milano a Genova nell’età ambrosiana, dopo che furono ritrovate, miracolosamente, dal grande vescovo milanese, nel 394, le reliquie dei due Martiri, senza che, secondo la testimonianza contemporanea di Paolino, si avesse alcuna notizia o tradizione degli atti del loro martirio. La leggenda è una creazione poetica che si accompagna alla diffusione del culto dei due santi tramata sulle semplici note epigrafiche che indicavano sul rinvenuto sepolcro i nomi e la patria, rispettivamente afra e ligure, di Nazario e Celso; un romanzo animato dallo stesso spirito della letteratura orientale dei vangeli apocrifi intesa a soddisfare le ingenue esigenze della religiosità popolare, la sua realistica curiosità dei particolari e il suo amore del prodigioso; come tale, ci offre un quadro veridico, anche nella puerilità dell’immaginazione, della vita della Liguria in questo tempo; l’incontro d’un apostolo romano, ex patre africano e d’origine palestinese, con un neofito ligure, in una città della Riviera, gl’immaginati viaggi dei Santi da Roma a Milano, per vie di terra e di mare, le soste a Genova, il viaggio in Africa, le peregrinazioni sulle strade battute dai mercanti, attraverso i valichi delle Alpi, a Cimella, ad Embrun, a Treviri, disegnando la trama delle relazioni universali annodantisi a Genova e a Milano, riflettono la romantica inquietudine che agitò il mondo ligure nell’età di Teodosio e di Onorio.

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L’IMPERO – IMPORTANZA DI GENOVA

NEL IV SECOLO

Poggi G., Genova preromana, romana e medievale, in Genova, Giovanni Ricci, Libreria Moderna, Galleria Mazzini, 1914

SOMMARIO: Dopo Augusto Genova fa da sè — Diversità di tendenze fra Genova e le città della riviera — Successione degli Imperatori — La crisi economica del Sec. III — Milano diventa capitale d’Italia e Genova il suo porto — Stato della Liguria alla caduta dell’Impero.

Dopo Augusto Genova fa da sè. Si capisce che il favore imperiale durò quanto durò il bisogno che si aveva dei Liguri per stabilire il nuovo ordine di cose. Bisogna anche aver presente che il centro di gravità dell’Impero si andava spostando verso levante. Vi fu ancora un’impresa, che attrasse i Romani in occidente, e fu la conquista della Brittannia. Una prima spedizione fu fatta nell’anno 41 sotto il regno di Claudio, una seconda nell’anno 80 e 81 sotto il comando del virtuoso Agricola, che portò a compimento la difficile impresa. Le grandi flotte necessarie per quella spedizione si raccolsero ancora nel gran navale di Spezia, il famoso portus Lunae, descritto da Strabone e da Persio. Poi l’occidente riposa per due secoli. Ed è questa la ragione per cui non si parla più del portus Lunae, nè di Genova, nè di Marsiglia nè delle città della valle del Po, da Augusto in poi.
Il portus Lunae, che era stato la base di tutte le operazioni marittime per le imprese di Sardegna, di Spagna, di Gallia e della Brittannia, perdette dopo Augusto la sua importanza, dopo che questi aveva scelto Miseno ossia Baia come stazione centrale della flotta del Mediterraneo, con una stazione subalterna a Forum Julii, Frejus. Genova era diventata una stazione nella navigazione ufficiale da Roma alle Gallie ed alla Spagna.
Ma intanto i Genovesi avevano preso conoscenza di tutti i mari dell’ Impero, avevano la tessera di cittadini romani, e non abbisognavano d’altro.
A questo punto giova stabilire qualche confronto. Vi sono città marinare che prosperano col nuovo ordinamento augusteo, altre che decadono. Genova assume importanza come emporio perchè è la gran porta della valle del Po. Oltre al portus classis ha due «portus mercatorii» di grande attività.
Marsiglia invece decade se si ha riguardo alla importanza che aveva prima quando era solo città greca. Decade perchè, essendosi messa in lotta con G. Cesare, questi creò il grande arsenale di Frejus ed Agrippa vi fece quel magnifico porto, che come si vede dai disegni ha molto rassomiglianza col porto moderno di Genova. Inoltre si fece di Arles una città marittima sul tipo di Venezia, circondata da lagune, e fornita di ottime comunicazioni col mare. E per tal modo Arles assorbì molta parte di quel commercio che una volta era di esclusiva competenza di Marsiglia.
Altro fatto che vuol essere segnalato è la diversità di tendenze, che si manifesta fra i Genovesi e i Liguri della riviera occidentale. Infatti i Genovesi si concentrarono nel commercio, quei della Riviera si dedicarono di preferenza alla carriera delle armi. Le lapidi romane di Ventimiglia ed Albenga, come quelle di Libarna, di Tortòna, ricordano in gran numero militi d’ogni grado e d’ogni specie, che combatterono in ogni parte del mondo sotto i più famosi Imperatori romani. Due Liguri della Riviera giunsero al punto di farsi proclamare Imperatori: Elvio Pertinace di Vado, figlio di un negoziante di carbone o di un fabbricante di mattoni che dir si voglia, e Proculo di Albenga, acclamato Imperatore dalle legioni delle Gallie contro Probo, ma inutilmente, perchè Probo riuscì a mantenersi nell’Impero.

Il periodo degli Antonini (96-192) rappresenta il punto culminante della prosperità delle città italiane sotto l’Impero. Poi si decade. Elio Pertinace (193) fu Imperatore per 40 giorni, essendo stato assassinato dagli stessi pretoriani che avevano ucciso Comodo, l’ultimo degli Antonini.
Pertinace ebbe però un merito grande verso i Liguri, in quanto cercò di ridare alle città marittime le antiche franchigie, che Vespasiano, preoccupato del cattivo stato delle finanze, aveva tolto. Erodiano racconta che Pertinace da buon ligure, conoscitore dei bisogni del commercio, abolì i dazii sulle rive dei fiumi, nei porti delle città, ed ai capi delle strade.
Da quell’epoca l’Impero precipita. Vengono Imperatori di origine africana (Settimio Severo e Caracalla) e imperatori Siri (Eliogabalo e Alessandro Severo). In Roma si introduce la vita e la corruzione orientale. Poi 50 anni di anarchia soldatesca – imperatori che patteggiano coi barbari, i quali minacciano da ogni parte – poi gli imperatori illirici che combattono strenuamente, specialmente Diocleziano, per difendere i confini dell’ Impero.
Nel secolo III il commercio cominciava a risentire del malessere generale che minava l’impero. L’ agricoltura era in gran decadenza ; la crisi vinicola angustiava i proprietari. L’avidità degli imperatori e loro favoriti minacciava le grandi fortune. All’estero cominciavano le guerre coi barbari, all’ interno la fiducia era scossa dalle continue insurrezioni, e ne scapitava fortemente il commercio ed il credito Intorno al 300 il denaro era salito ad un tasso enorme, tutti i generi ed i servizi di prima necessità aumentati di prezzo. Si vide allora per la prima volta il ridicolo risultato di certi dispotismi di stato in tema di pubblica economia. Diocleziano fece il famoso editto « rerum venalium » con cui si stabilivano i prezzi delle principali derrate, pena di morte a chi l’avesse violato, si fissarono le mercedi per gli agricoltori, gli scalpellini, fabbri, falegnami, panettieri, pittori, decoratori, camerieri. Nessuno si fece ammazzare per contravvenzione, ma la crisi si andò aggravando, perchè nessuno voleva vendere nè servire a quei patti. Si ricorse ai depositi di Stato specialmente per i grani, vini, olii destinati agli eserciti (annona militaris) per i metalli, per la porpora, armi da guerra, per i trasporti. I provveditori annonarii cercavano di monopolizzare a lor volta il mercato privato. Vennero le tasse sul commercio, tassa di patente, tasse di dogana (portoria) che raggiungeva l’8% del valore della merce, una tassa per tutto ciò che si vendeva nel mercato, tasse di ripatico ed altre consimili che ritroveremo nel medio evo. Gli ufficiali pubblici si moltiplicarono sia per il governo del porto che per quello del mercato. Notiamo a Roma la novità del Comes portus, l’antenato del presidente del Consorzio autonomo del Porto. I negozianti, che si trovavano a disagio, cercavano di sostenersi colle solite coalizioni o sindacati che gli imperatori si affrettavano a dichiarare «illicitae conventiones».
Tutte queste cause di disagio economico influivano certamente sul mercato di Genova, ma per fortuna sopraggiunsero altri fatti d’indole politica, che dovevano dare all’ emporio genovese uno sviluppo, che non si era verificato nei tempi migliori dell’impero.
Diocleziano (283-305) fu il primo degli imperatori romani che, per necessità di difesa militare e per le sue mire di assolutismo, trascurò apertamente Roma e fece di Milano la capitale di fatto dell’impero. La metropoli lombarda cresciuta rapidamente diventò centro di una grande provincia che fu detta Liguria, e di una gran diocesi che abbracciava l’Italia e l’Illiria (Austria), Sicilia e le isole e l’Africa. È una situazione affatto nuova, che sconvolge molti interessi; l’Emilia e la Flaminia che formavano la gran via di Roma perdono grandemente della loro importanza, e così si spiega il passo tanto discusso di S. Ambrogio che un secolo dopo compiangeva il miserissimo stato delle città dell’Emilia mentre era ancora floridissima Milano e altre città dell’alta Italia, Infatti la gran via era diventata Milano, Verona, Brescia, Aquileia a levante, e la via littoranea e la via delle Alpi a ponente. Sovratutto la Genova – Milano acquistò importanza, perchè per essa s’incamminavano le grandi carovane che fornivano la capitale, e per essa andavano tutte le genti che venivano dall’Africa e dalla Sicilia, e coloro che per mare venivano dall’ impero d’oriente a quello d’occidente. È un fatto che fu trascurato finora nella storia di Genova, mentre ha un’importanza capitale, perchè, una volta studiato in tutta la sua portata, esso ci conduce ad una concezione dell’ emporio genovese affatto diverso da quella che si era avuto finora, ragionando unicamente sulla base del testo di Strabene. Questo diventa un solenne anacronismo riferito alla fine del secolo IV.
Non vi è bisogno di speciali documenti per capire ciò che deve essere diventato il nostro emporio quando Milano divenne la capitale.
Chi vuole di ogni atteggiamento storico una prova documentale non giungerà mai a stabilire i caratteri della nostra storia. Ma la storia non è filza di documenti, bensì una concatenazione di fatti certi, da cui si deducono anche senza documenti le conseguenze. E il fatto ora accennato è certissimo e l’atteggiamento che deve aver preso Genova in quel tempo non può essere dubbio. Se non abbiamo documenti diretti, abbiamo la controprova di quanto affermiamo in molti fatti che ci capiteranno presto dinanzi, relazioni intime colla Libia, relazioni fra Genova e l’Oriente, e poi Genova che diventa la base di operazione nella guerra contro i Goti, e poi i Milanesi che si riversano a Genova quando capitano loro addosso i Longobardi. Genova e Milano ci si presentano strettamente legate insieme al principio del medio evo.
Su questo punto così importante della nostra storia occorrono alcune spiegazioni per meglio precisare il fatto Noi ci riferiamo specialmente al secolo IV, perchè quando Onorio stabilì la capitale a Ravenna (402) certamente molta parte del movimento si diresse da quella parte. Non dimentichiamo neppure che la valle del Po era servita dalla navigazione fluviale e che da Ravenna a Pavia si navigava anche prima che Ravenna fosse capitale. Il fiume suppliva allora la ferrovia per il trasporto delle vettovaglie e delle merci di gran peso come i marmi. Ma le merci varie, le merci fine, quelle che costituivano la ricchezza dei mercati antichi avevano bisogno dell’emporio permanente in diretta comunicazione coll’Oriente. Ravenna non poteva essere l’emporio di Milano perchè il cammino fra Ravenna e Milano era troppo lungo e lento, e il commercio doveva preferire la direttissima Genova Milano, colla bella stazione di Libarna che presentava le maggiori comodità ai ricchi mercanti.
I ruderi di Libarna costituiscono la miglior prova a questo riguardo. Negli scavi recenti che furono fatti per la nuova ferrovia si videro molto bene distinte due epoche di cui facevano testimonianza la sovrapposizione dei pavimenti, epoca Antoniana la più antica, epoca Teodosiana la più recente. Le terme attorno al teatro apparivano rimaneggiate ed ampliate in quest’ epoca. L’ anfiteatro presenta pure i caratteri della decadenza. Il che fa ritenere che la civiltà Costantiniana e Teodosiana fu a Libarna largamente e profondamente vissuta.
Fra 100 monete di scavo oltre una metà appartengono a quel tempo. Ed allo stesso risultato ci porta lo studio delle tombe, terrecotte, bronzi ed altri oggetti manuali. Gli edilizi mostrano origine dell’epoca classica, ma nelle loro ultime restaurazioni sono dell’epoca teodosiana. Una particolarità degna di nota, che dimostra la raffinatezza di quel tempo è il riscaldamento delle case. Trovammo diverse case costrutte con doppio muro, e nei fondi i forni generatori d’aria calda, che passava nelle camere di riscaldamento, e sotto i pavimenti sopraelevati dal suolo mediante colonnine formate di dischi in terra cotta.
Per tutti questi fatti è logico il ritenere che Genova ebbe nel secolo IV, da Costantino ad Onorio, la sua maggiore .importanza commerciale. Essa divenne in una parola il porto e il mercato di Milano. Le sue condizioni radicalmente mutarono rapidamente nel secolo V, quando Milano cessò di essere capitale e divenne preda dei barbari.
Il periodo Ambrosiano costituisce per Milano e per la Liguria il colmo della grandezza romana. Subito dopo comincia la decadenza e le prime scosse della catastrofe. Imperava alla fine del sec. IV l’imperatore Teodosio il grande, che favoriva la capitale d’occidente. Ivi la corte, ivi i grandi funzionarli circondati di fasto orientale, ivi i grandi mercanti, i capitalisti, gli usurai che avevano nelle mani la vita economica della città, ivi le grandi feste nell’arena e il teatro colle sue celebrità di mimi e pantomimi a cui la città decadente tributava i sommi onori. La letteratura sfoggiava coi retori la sua vacuità. La comunità cristiana trionfava, forte della protezione imperiale, fatta più grande dalla autorità e dal prestigio di Sant’Ambrogio, e come facilmente accade essa cominciava ad essere intollerante verso gli Ariani e verso gli ebrei. …

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TITO ELIO PROCULO

Girolamo Serra, La Storia della Liguria e di Genova scritta dal marchese Girolamo Serra, Torino, presso Pomba, 1834.

A. 282.  Tito Elio Proculo.
Ligure ei nacque come Pertinace, e nacque in Albenga [non noto l’anno]. Trasse il nome gentilizio da quell’antico console, il quale s’adoperò con tanta costanza pe’ suoi cittadini oppressi. Il prenome di Tito, e il cognome di Proculo o Proclo erano parimente conformi a’ buoni usi della repubblica, posti già in oblio dal più de’ Romani: e questo vivo amore alle costumanze antiche non è pur oggi spento in Liguria. I suoi genitori gli lasciarono sufficienti ricchezze: ma sembra che la vita militare servisse, come nelle grandi calamità degli stati interviene, a maggiormente arricchirlo. Duemila schiavi costituivano il suo servizio, e tutti li menò nelle Gallie, quando il comando vi ottenne di una legione. La moglie Vitturgia col pargoletto Erenniano il seguitò ancor essa. Colà fu eletto da Claudio o da Aureliano capo dell’esercito al Reno; percorse la Germania settentrionale, e primo o l’unico forse in fra i Romani penetrò in Pollonia. Se una lettera confidenziale, indiritta a Metiano (è notabile la somiglianza de’ nomi Vitturgia e Metiano co’ Vitturj e con Meticanio, nomi dell’antica iscrizion di Polcevera) suo compatriota è genuina, ei non osservò con le Sarmate donne, veramente più belle che le Affricane, l’antica continenza di Scipione. Pure uno storico contemporaneo, niente interessato a corteggiarlo, il disse non che fortissimo, ottimo uomo: nè tale può dirsi chi sa vincere i nemici, ma non se stesso. Comunque sia de’ difetti imputatigli, il suo esercito l’amava tanto, che in udire l’elezione di Probo comandante in Asia, si mise a detestarla e a salutare Elio Proculo imperadore. Quei di Agrippina , ov’ ei si trovava in quell’ora, e i Lionesi presso cui era stato lungamente a governo, trassero seco l’assenso delle loro provincie. Tra’ barbari circonvicini, alquanti gli ruppero guerra, e vinti rimasero; altri si collegarono seco, e poi lo tradirono in favore di Probo, il quale non ebbe la generosità di perdonargli. Se il tenero Erenniano perisse col padre, e se i beni della famiglia fossero confiscati, non si sa: la storia Augusta dice soltanto, che i discendenti di Proculo vivevano strettissimamente in Albenga, rammentando con più dispiacere che vanità le belliche imprese e i politici onori del loro antenato. Tanto che al nascer loro un figliuolo solevano far voti, ch’ e’ non diventasse capo d’esercito, nè imperadore (Vopisco, Hist. Aug. p.247). La gloria di Probo nelle guerre esteriori fu senza macchia. Debellò in diverse frontiere Geti, Isauri, Burgundi, Franchi, Allemanni con tanta fortuna e moderazione, che i capi delle nazioni germaniche vennero a giurargli ubbidienza; ed egli ebbe pensiero di ridurle in provincia romana. Ma stimò poi meglio assicurare i confini della repubblica, che allargarli tanto. Per la qual cosa rizzò dal Reno al Danubio una muraglia fortificata, che i contadini della Svevia stritolano or con l’aratro.
Alcuni momenti di tranquillità balenarono allora sulla repubblica. A prolungarli Probo tenne tre modi, il primo di ricercare da’ barbari i giovani meglio disposti, e quelli frammettere nelle legioni in piccole divisioni di cinquanta teste; l’altro di trasferire le famiglie limitrofe dal Danubio al Tamigi, dal Reno all’ Eufrate, assegnando loro altrettanti poderi coll’obbligo solo della difesa in caso di guerra; il terzo fu d’impiegare in tempo di pace i soldati a opere di pubblica utilità, provvedimento antico contro l’ozio e i militari tumulti. Già la raccolta de’ terreni più esposti era sicura ; già la vite di Falerno coronava le ripe del Reno maravigliate dal nuovo licore; già Probo entrava in speranza, speranza onorevole per un principe bellicoso, di poter riformare l’esercito; quando i soldati, cagionando gli ardori della canicola, cessarono un tratto dall’imposta fatica. Probo comandò che si proseguisse, non ubbidito minacciò aspramente, non curò il nascente tumulto , e nel tumulto perì. (A. 282)

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