05.2 Dal 1200 al 1399. p18

 

Dall’anno 1200 al 1399

 

GENOVA nel  ‘200 – ‘300

STORIA E URBANISTICA

[Architetto] Barbieri Piero, Forma Genuae, Edizioni del Municipio di Genova, 1938.

TAV 09 GENOVA 1200 LEGENDA 1+2

Durante il periodo che va dal 1155 al XVI secolo le mura non ebbero altri ampliamenti verso il monte ma vennero allungate sui lati a comprendere i nuovi quartieri che si andavano popolando a oriente e a occidente della città vecchia. In un primo tempo, nel 1320, si girò un gagliardo muro da San Germano dell’Acquasola attraverso la pianura dell’Olivella fino a Santo Stefano; di qui, inerpicandosi per l’Invialata e discendendo per Santa Margherita alla Marina, la nuova muraglia raggiungeva le Grazie associando alle vie già rinchiuse il colle di Carignano le valli del Rivo Torbido. Vi si aprivano due porte: una all’Acquasola prendendone il nome l’altra al disotto di Santo Stefano, la quale fu detta dell’Arco.
Poco appresso, e questa volta sul lato di ponente, si distese la cinta del 1346 scendendo dal Castelletto e subito abbracciando il poggio del Carmine, che aveva anch’esso il titolo dell’Olivella, detta però di S. Bartolomeo per distinguerla dall’altra conosciuta per l’Olivella di Por­toria. Il muro, giunto al piano di S. Agnese e del Guastato, risaliva assai ripido a Pietrami­nuta, girava attorno a San Michele e scendeva a San Tomaso, dove ripiegava verso la Com­menda dei Cavalieri, e andando tutto lungo il Borgo di Prè finiva col congiungersi alla cinta del Barbarossa sulla Porta dei Vacca. Si entrava e si usciva, per questo nuovo tratto, o presso l’Olivella, o sulla ripida pendice di Pietraminuta, o ai baluardi di San Tomaso. Quest’ultima porta rimase fino alla fine del secolo XIX a costituire con quella dell’Arco i due principali in­gressi alla città.
Le opere di difesa della Genova medioevale erano completate da una cintura di alte torri
e da fortificazioni fuori mura, disposte tutto in giro, alla Darsena, a San Tommaso, a San Mi­chele, a Montegalleto, a Carbonara, al Peraldo, a Castelletto, a Fontane Marose, a Luculi, a San Germano, all’Olivella, all’Acquasola e attorno a Carignano. Nè si era trascurata la eventualità di offesa dalla parte del mare, dove erano state messe a difesa le torri sui moli, la catena che sbarrava il porto, e la flottiglia di guardia. Provvedeva all’armamento della flotta l’Arsenale di Marina il quale, posto pressa la Darsena, consentiva con i suoi 20 cantieri coperti di costruire ad un tempo altrettante galee. All’Arsenale erano annessi i magazzini per il rifornimento delle navi, gli alloggiamenti per i galeotti, ed anche una piccola moschea per gli schiavi.
Infine sulla punta del Molo Vecchio veniva innalzata nell’anno 1324 la Torre detta dei Greci che serviva a segnalare l’arrivo delle galee: essa faceva riscontro alla Torre del Faro, che già drizzata sul promontorio di ponente e quindi rovinata assieme alla Briglia, cedeva il posto alla Lanterna a partire dal 1543.
Questi ampliamenti delle cinte racchiu­denti così vasto territorio non hanno a far credere che l’area all’interno delle mura del Barbarossa fosse tanto affollata di case e di popolo da obbli­gare a una vivace edificazione periferica. In real­tà, se si eccettua la città più antica da Soziglia alle Grazie, le altre regioni avevano le costruzioni ancora rade ed alcune si presentavano al XIV secolo e anche dopo quasi deserte. Nella stessa zona attorno a Castello verso la Marina al Molo Vecchio, ove stava il folto dell’abitato, vediamo nei secoli successivi al X vasti tratti di terreno messi a coltura (atti del 1049 e 1252, lodi dei Con­soli del 1134 e 1141) – nella regione di Susilia al XIII sec. vi possedevano terreni gli Spinola, i Dòria e i ministri di N. S. delle Vigne – nello stesso secolo a San Matteo vi erano le terre dei Doria e altre, sulle quali risulta da documenti sincroni che si consentiva a terzi la costruzione – moltissimi atti accennano a terre attorno a San Lorenzo una delle quali a tergo della navata sinistra della chiesa è locata con un atto del 1487 – a Banchi e a S. Andrea il ricordo delle terre a coltura permase fino a noi nel nome della località degli Orti di Banchi e degli Orti di S. Andrea, ed anzi sul Brolio in atti del XIV sec. si legge di terre poste in hora Calderarium cioè nel Carrubeus dei Calderari – altre terre si sten­devano presso la porta di S. Andrea, quale quella degli Embriaci dove Guglielmo del quondam Embrone vi costruiva una Turris Matonorum a seguito di un contratto rogato il 27 Febbraio 1228, e fino a San Donato dove una nel 1392 è indicata tra il Carubio del Citrone e il Carubio di Mezo, e così via. Anzi, scorrendo gli atti del XII e XIII sec. risulta che quasi tutte le case hanno terreni annessi: è l’orto, che ancora si ritrova nei vicoli dell’antica Genova e nei paesi rivieraschi, l’orto «senza del quale l’edilizia cittadina medioevale non concepiva la casa, riposo e poesia ad un tempo, piccola oasi verde necessaria all’igiene del corpo e dello spirito», che le speculazioni economiche dei secoli posteriori hanno abolito con gli ingrandimenti e le costruzioni aggiunte, porto di cui ancora permane a Genova la tradizione nei distacchi e sui tetti, a formare il verde pensile, le terrazze con i fiori e le erbe aromatiche (62).
Frammischiati ai terreni coltivi, ai giardini e alle case, nell’interno della città rimanevano ancora liberi da abitazioni i recinti di terreno annessi a molte delle chiese ad uso di cimitero: fra i più vasti quelli a S. Ambrogio, a S. Andrea, a S. Francesco, a S. Giovanni di Prè, a San Lo­renzo, a S. Maria di Castello, a Santa Maria delle Vigne; esterni alla cinta eran quelli della chiesa della Pace e di Campo Pisano, il più grande di tutti.
Ancora nel ‘500 era grande assai l’estensione dei terreni coltivati e di certi quartieri quasi disabitati all’interno della cinta del XIV secolo. Ci se ne accorge anche dal tener presente l’im­portanza data ad alcuni provvedimenti intesi a regolare la distribuzione dell’edilizia durante l’età antica e medioevale, mettendo rigorosamente alla periferia dell’abitato alcune industrie maleodo­ranti o ritenute nocive – così vediamo i macelli concentrati nella regione di Soziglia e alla Mad­dalena, e le concerie nella regione del Campo e di Prè, dimostrando manifestamente che le abita­zioni del XIII e XIV secolo non raggiungevano qui un raggruppamento intensivo. La perma­nenza di tali localizzazioni ha lasciato il nome alla via dei Macelli di Soziglia, a Untoria od Unzeria, e al Roso, queste ultime dall’industria dei conciapelli ossia dei confectores et seu afaita­tores pilaminum (63) comprendente gli untori ed i cordonerii che si erano appunto sistemati nella regione attorno al fossato di Santa Fede. Le vie e la piazza del Roso tolsero infatti il nome dalla consuetudine che detti conciatori avevano di stendervi il roso, ossia la corteccia di quercia sminuzzata e macinata di cui si valevano per la loro industria. Le industrie tessili avevano allo stesso modo una sede importante attorno alla Porta dei Vacca, la cui Ripa prendeva anche il nome di Ripa machajroliorum in contrate porte vacarum (64) ossia dei maccairolii, degli arti­giani lavoranti le lane e i panni di qualità inferiore (65). Invece Piccapietra accoglieva in massa i tintori, fra cui quel Paolo da Novi che fu poi il primo Doge popolare di Genova, il quale con atto d’acquisto del 27 Settembre 1476 aveva comprato una casa con giardino per sua dimora e stabilimento, avente per confini la via pubblica, le torri della Porta Aurea e le mura antiche della città.
Delle altre terre entro cinta che in quei secoli stavano ancora deserte o assai poco abitate attorno ai quartieri più densamente popolati si ha memoria particolarmente nei prati della parte alta di Prè, nei terreni coltivi sopra il Campo e sotto il Castelletto, nella regione di Albere posta ai limiti della Domoculta verso Luculi, nell’Acquasola, in quanto spaziava lungo la crosa seu strata sancti Colombani fino al Monastero di San Domenico, e alla regione stessa di Morsento, la quale ancora nel 1320 era additata extra murum civitatis, e siccome stava tra la Porta Aurea e il vico dritto di Ponticello, veniva tagliata da levante ad occidente dalla via Felice, detta poi vicolo del Vento, che quando fu ingrandito nel secolo XVII s’ebbe il nome di via Giulia. La regione di Ponticello divenne fitta di case solo dopo la cinta del 1320, e invece la confinante plaga di Oriolo che risaliva le pendici settentrionali del Carignano ancora in un decreto del 18 Marzo 1594 si dimostra allo stato di coltura (66). Anche in Ravecca esistevano case con terre, ma so­prattutto la Colla in atti del 1324-1329 figurava essere una regione tutt’altro che fitta di case, quale lo divenne invece più tardi (67), e lo stesso accadeva più al basso presso la foce del Rivo Torbido e la riva del mare, dove nel 1252 Lanfranco Usodimare e Lanfranco di San Giorgio avevano comperato una terra che doveva essere davvero vasta per giustificare la cospicua somma occorsa per l’acquisto (68). Le case in quest’ultima regione si andarono innalzando così lenta­mente che uno dei primi atti che ci risulta è soltanto del 14 Maggio 1489 (69).
Si era intanto venuta arricchendo la rete viaria principale e quindi quella secondaria in­tessuta frammezzo. Sappiamo ormai che fino al X ed XI secolo il sistema delle arterie princi­pali si era appoggiato soprattutto alle vie in risalita sui colli lungo la linea di crinale – con Genova Romanica si comincia a trasformare in vie principali anche le piste formatesi lungo i rivi in fondo valle allargando e sistemando i viottoli che in un primo tempo ne hanno costeg­giato le sponde. La sistemazione diventa definitiva quando la strada ha bisogno di tale ampiezza da assorbire il rivo, impiantandovisi al disopra dopo averlo ricoperto con volte. Allo stesso risul­tato si arriva quando non è tanto la comunicazione longitudinale quando quella trasversale che viene ad urgere – la edificazione lungo le sponde dei rivi fa desiderare colla crescita la frequenza dei soprapassaggi, dei ponti, portando al limite alla costruzione di un ponte unico che copra tutto il rivo. Spetterà alla Genova fascista realizzare la massima copertura del genere, quella sul tor­rente Bisagno.
Queste vie che costituiscono i rivi topograficamente sono di concezione identica a quella delle vie che si elevano lungo i dorsali dei colli – tagliare perpendicolarmente le curve di livello secondo la linea di minor pendenza. Le altre vie che collegano trasversalmente questi due elementi strutturali dell’ossatura stradale antica appartengono finora alla tessitura di riempimento, all’orditura minore che cerca pur sempre di seguire la natura dei luoghi con l’adattamento che sembra il più opportuno a volta a volta: le grandi arterie che più non intersecano, ma si acco­stano alle curve di livello apparterranno decisamente all’urbanistica moderna.
Parallelamente dunque alle vie che si inerpicano verso i colli si comincia solo adesso a pe­netrare importantemente entro terra anche lungo la linea di thalweg [si definisce Thalweg la linea massima di profondità dell’alveo di un fiume] – questa precedenza asso­luta delle vie di crinale rispetto alle altre di fondo valle sta una volta di più a rendere manifesto il sistema stradale della Genova antica: nessun traffico all’interno – l’essenziale per i bisogni del porto è la via sul lido, la Ripa – e verso terra le vie di vetta per l’abitazione e la difesa. Alcune date sono sufficienti a dimostrare la lentezza di questo processo di sistemazione del fondo valle e quindi la poca urgenza e utilità in cui esso era tenuto. Partendo dal folto dell’abitato, e da oriente a occidente, vediamo un lodo dei consoli parlare nel 1133 della strada lungo la Chiavica che poi diverrà la via Giustiniani (70) – di un rivo che si originava nei pressi della chiesa di S. Ambrogio è ricordo in carte del 1267, in un atto per la vendita di una casa in con­trata Sancti Ambrosii ubi dicitur Fossatus (71), e lo stesso rivo dava nome ad una via che ne seguiva il cammino (72) cioè il Carrobio detto il Fossato (73) – il fossatus Susilie alimentato dalla Fons Morosus e dalle acque che scendevano da Bachernia scorreva allo scoperto almeno ancora nel 1156, quando lo varcava un ponte del quale è menzione per atto di quell’anno rogato sotto l’arco dello stesso (74) – ultimo entro le mura del Barbarossa era il Fossatello che aveva foce presso il ponte dei Calvi dietro a San Pancrazio. Questo piccolo torrente, che partendosi dalla falda destra di Montealbano raccoglieva le acque della Pastureza altrimenti detta Vallicella di Carbonara o Vallechiara, correva allo scoperto ancora in tempi non molto lontani; la stradetta che ne costeggiava la sponda col titolo di Carrubeus rectus Fossatelli era fiancheggiata da più case in legno, che vi durarono qualche tempo dopo il 1308 fin che non vennero sgomberate per dare posto ai Palazzi dei Lomellini. Più tardo ancora ad essere ricoperto fu forse il fossato di Santa Sabina che ancora nel 1336 era privo di qualunque soprastruttura dopo aver servito da fosso alle mura costrutte nel 1155­.
L’ultimo rivo a occidente prima di toccare le mura del sec. XIV era il fossato che al di­sopra del poggio di Caput Arenae s’impaludava nella piana anticamente chiamata dei Bulgari a formare uno stagno così detto dell’Acquaverde, per le sue erbe acquaiole verdeggianti. La sor­gente perenne che riforniva questo stagno prese il nome di Fonte di S. Ugo dal nome del sacer­dote francese che secondo la leggenda fece sgorgare miracolosamente l’acqua durante la siccità del 1230; essa si riversava nel fossato che ancora nel XVIII secolo lambiva allo scoperto i fianchi della chiesa di San Giovanni di Prè.
Sul lato opposto della città, alle falde di Piccapietra, correva invece il Rivo Torbido che aveva le sorgenti nelle alture di Multedo e raccoglieva le acque perenni dell’Acquasola; da una domanda fatta il 7 Maggio 1519 risulta che esso traversava la borgata di Portorium tuttavia allo scoperto, incassato entro un’argilla marnosa di colore cenerognolo (75). Sotto l’attuale piazza di Ponticello il Rivo Torbido formava un laghetto, nei cui pressi in tempi più antichi era un mo­desto ponte che collegava il piede del colle di Sant’Andrea coll’opposta falda di Carignano, da cui il nome alla piazza stessa.

ZONIZZAZIONE NOBILIARE.

Alla zonizzazione ricollegabile al porto e alle industrie, ai differenti quartieri residen­ziali e alla sede del centro cittadino politico-reli­gioso, si innesta, frantumata in nuclei sparpagliati per la intera città, una particolare distribuzione delle famiglie nobili, che non dipende dalle con­dizioni naturali del terreno specificamente pro­pizio più in quel punto che in un altro all’inse­diamento dei quartieri di signorile abitazione, ma che è conseguenza dell’affermarsi di contrasti inconciliabili. Questi da principio si riportano ad un’origine essenzialmente economica, poi si compenetrano di un profondo odio politico.
Un primo sparpagliamento di famiglie po­tenti per nobiltà o per ricchezza nasce spontaneo dalla individualità delle manifestazioni nelle quali rifulge l’operosità della città stessa: dove l’ardi­mento e il valore dei singoli pone in mano alle casate perciò famose lo svolgimento delle mag­giori azioni guerresche e commerciali, va da se la convenienza di alloggiarsi vicino al porto per impiantarvi i propri scali e i propri cantieri – dove la stirpe nobiliare s’accaparra le cure del governo quasi pretendendole per diritto di di­scendenza, è inseparabile l’attaccamento al centro cittadino per mantenere viva e immediata la propria influenza.
Poi alla nobiltà cittadina si contrappone la nobiltà venuta dalla campagna a seguito della politica svolta dal Comune verso i signorotti che stavano poco distanti – politica diretta a dimi­nuire l’influenza dei singoli cercando di vincolarli alle sorti della città. A molti feudatari, per esempio, era stata concessa la libertà di commerciare, lasciandoli entrare nelle imprese marittime fino ad una certa somma. Per questo ed altri privilegi molti nobili delle riviere e dei monti avevano accettato la cittadinanza e giurato fedeltà al Comune, riconoscendo in compenso la supre­mazia della repubblica. Connesso a tale sottomissione era pero l’obbligo dell’abitacolo in città, per cui i nobili campagnoli dovettero trasportare la loro residenza entro le mura dove poteva loro meglio convenire, nell’intento di prolungare il più possibile quanto loro rimaneva della propria indipendenza. Mentre gli Embriaci, gli Advocato, i Vento, i Della Volta, i Castello riman­gono vicini al vecchio nucleo, vediamo molte altre famiglie patrizie nelle varie contrade accasarsi in determinati punti attorno alle loro piazze, costituenti tanti centri cittadini secondari, preferi­bilmente mal collegati con il cuore della città e con il Palazzo del governo: sono i quartieri che si vanno aggiungendo alla città bizantina presto chiusi dalle mura del Barbarossa, con una distribuzione topografica di cui è rimasto il ricordo nella denominazione di una quantità di strade e piazze. Così nella regione della Ripa avevano case e torri i Guarachi, i Morchi, i Cebà, gli Spinola di San Luca, i Falamonica, i Dentuti, i Sardena. I Grimaldi avevano le loro case verso piazza della Meridiana; i Pallavicini nelle vicinanze della salita omonima e della via San Luca; i D’Oria dimoravano a San Matteo e sull’area di alcune delle loro case e terre veniva edificato il Palazzo del Comune che divenne poi il Palazzo Ducale e per breve tempo il Palazzo Reale.
Ma mescolandosi alla nobiltà indigena ivi esistente i nuovi arrivati cominciarono ben presto ad osteggiarla ed a volerla sopraffare, mentre questa vigorosamente si opponeva. D’altra parte la nobiltà che aveva organizzato le Compagne e s’era fatta la parte del leone nella riparti­zione degli utili, non voleva cedere alle domande degli altri raccomandatari, interessate a far la­sciare una maggior quota dei benefici al Comune, vale a dire alla Universitas dei soci, onde l’an­tagonismo dei due partiti in cui la nobiltà si va nettamente dividendo, e che ora si chiamano Rampini e Mascarani. Da questo principio di discordia scoppiano inimicizie e rivalità che daranno esca inesauribile alle lotte civili durate per secoli. La contesa, accesasi originariamente tra la vecchia nobiltà della Compagna che voleva le redini del potere e quella proveniente dalla provincia tenuta ad abitare in città in stato di soggezione, si confonde con le ostilità che dividono sempre più profondamente le casate divenute grandi per i vasti possessi coloniali e feudali in un complicato groviglio, nel quale la discordia entra anche tra i rami di una stessa famiglia: dalle due primitive fazioni si evolgono rispettivamente i due opposti partiti dei Guelfi e dei Ghibellini. Valgono ad esempio i due rami degli Spinola astiosamente divisi ed appartenenti uno al partito guelfo l’altro al ghibellino, localizzando la residenza il primo nella regione attorno a San Luca ove trovansi ancora le case e le torri del XII secolo, il secondo a Luculi e sulla collina che risale verso la regione oggi compresa da piazza Fontane Marose a via Roma. I guelfi capitanati soprat­tutto dai Grimaldi, dai Fieschi e dagli Spinola di San Luca mantenevano l’antica costituzione e la vecchia bandiera – i ghibellini, stretti attorno ai D’Oria cogli Spinola di Luculi fondavano la universitas Januensium con lo stendardo di S. Giorgio equestre, uccisore del drago.
Il carattere sostanzialmente privato ed individualista dell’ordinamento politico e sociale dello stato, costituito sulla base della coalizione di interessi privati nei grandi nuclei famigliari e negli stessi agglomerati popolari mette così di fronte in furibonda contesa le forze concorrenti, ricche di mezzi alimentati dai traffici e dai vasti possessi fondiari, senza che da una parte o dal­l’altra si possa raggiungere un decisivo sopravvento (76). Di qui le sopraffazioni e le ribellioni che si alterneranno violentissime qualunque sia d’ora innanzi la forma di governo – competi­zione senza fine che sarà causa per la repubblica esclusivamente di conseguenze sempre più dan­nose, ma che invece nella città materialmente intesa contribuirà alla costituzione di quell’inesti­mabile patrimonio che è contenuto nella sua edilizia principesca, fatta colle torri e le case-fortilizi nel periodo romanico-gotico, poi coi palazzi e colle ville nel periodo del dogato biennale.

L’EDILIZIA MEDIOEVALE

Nel darci la cronaca di un incendio, l’ignis sancti Ambrosii che nel 1122 aveva in gran parte bruciato il Borgo Sacherio formato com’era da case in legno, Caffaro porge insieme il di­segno [INSERIRE DISEGNO] di una di queste case in fiamme (77): una piccola e bassa abitazione limitata al solo pian­terreno, forata in facciata da una porta e da un’unica finestra bifora, coperta in alto da un tetto a falde di padiglione fortemente inclinate e sporgenti sui muri nella linea di gronda. Edificio dunque modestissimo ma che ci rappresenta con tutta probabilità l’intera architettura privata ge­novese nell’alto medioevo, che così essendo conveniva all’indole di questa razza di lavoratori parsimoniosi e nemici dell’apparenza esteriore. E’ facile che la casa in legno fosse fondata su un basamento in pietra, e nelle abitazioni dei mercanti la facciata si aprisse ad atrium, cui si aggiungesse la caminata per gli amici ed i clienti, cioè la sala munita di camino. La tecnica della esecuzione in legno si spiega da sè colla facilità di approvvigionamento del legname in abbon­danza sui colli immediatamente prossimi, e colla pratica dei cantieri per la costruzione delle navi; essa ha anche permesso il subito e comodo passaggio dalla copertura a terrazzo a quella a tetto, più adatta a riparare dalla pioggia frequente ed impetuosa, usufruendo per la chiusura esterna di quelle lastre di ardesia che Dante chiama chiappe da antichissima voce ligure. Istruiti dalla co­struzione delle carene, era di uso comune non solo la tecnica del solaio in legno, ma anche quella della volta in legno – un decreto dei Consoli emanato nel Febbraio del 118o proibiva di costruire volte di legno tra una casa e l’altra in certi vicoli principali o carrubei maestri (78). Quanto al legno più generalmente prescelto per queste strutture; da quanto è scritto in un atto del 1225, pare fosse quello di castagno – domus de bono muro legnaminis castanee (79).
L’uso del legname rendeva però frequente la possibilità di incendio, e poi che le vie che prendevano il nome di carrubei e in dialetto carroggi erano strette e le case nel folto dell’abitato venivano lateralmente separate appena da un angusto passaggio detto tregenda (80) disastrosi ne erano a volte gli effetti: oltre quello del 1122 a S. Ambrogio,

[1122 incendio s. Ambrogio – 1154  incendio del Borgo]

si ricorda quello del Borgo la sera del 25 Dicembre 1154; quello del 1179 quando bruciarono le case presso il Castello e gran parte del quartiere di Palazzolo che allora si poteva considerare il quartiere più popoloso di Genova, quello del 1194 nel Mercato vecchio di San Giorgio, quello ancora del 1240 quando andarono arse ben tre decine di case di legno in Soziglia, domus lignaminis positi in Susilia (81). Onde giustamente osservava l’annalista Giorgio Stella a proposito dell’incendio avvenuto nel 1194, cre­ditur, ut si domorum fuisset tunnc forte lapideum tegimen, tantam non potuisset ignis laesionem inferre (82). Il perchè i Consoli del Comune nel 1142 tra i precipui doveri cui era tenuto il ban­ditore pubblico, il Cintraco, gli avevano opportunamente imposto quello che quando soffiava forte il vento di aquilone, egli percorresse la città, il Castello e il Borgo avvertendo i cittadini di ben spegnere il fuoco: et quando ventus aquilo regnat debet ire per civitatem et per castrum et, per burgum admonendo ut bene caveant ignem (83).
Dal X secolo si comincia ad applicare alle case private la costruzione in pietra fino allora riservata agli edifici di carattere pubblico o ai monumenti, con un processo che si svolge per gradi. Dapprima si comincia a sostituire la costruzione muraria al legno nei pilastri e nei muri, cioè negli elementi verticali; si arriva infine alla costruzione lapidea anche negli elementi orizzontali sostituendo la volta al solaio in legno. Un atto del Gennaio 1540 ci insegna che Pan­dolfo di Terrile aveva nella contrada del Molo alcuni solai in legno innalzati sopra pilastri la­pidei, solai cadenti per vecchiezza, per il che lo stesso domandava, ad evitandum periculum ignis, di poterli ricostruire calce et lapidibus (84).
Fu specialmente sul declinare del sec. XII che le case della regione di Castello e della Marina di San Lorenzo cominciarono ad essere ricostruite in pietra, e ne rimangono resti in piazza Cavour, in una loggia romanica in piazza Luxoro, in un arco con pilastro e capitello cubico in via delle Grazie, e poi in piazza delle Scuole Pie, in piazza Stella, ecc., e chissà quanto di prezioso è ancora nascosto dentro le case dei rioni antichi che hanno nei tempi successivi soffocato la città romanica. Ma lungo la Chiavica, via Giustiniani, a San Donato, a S. Am­brogio, a S. Andrea, ai Macelli della Maddalena, in Soziglia, in Campo e in Fossatello, le case di legno esistevano ancora nel secolo XIII.
E’ appunto in questo rinnovo della città che io penso abbia avuto una grande influenza lo stato di rivalità e di guerra fra le famiglie nobili. La necessità di difendersi è certo quella che ha fatto costruire le case in pietra quadra, quasi ciclopica, di cui si vedono ancora i resti da Santa Maria in Passione a piazza Invrea, a via dell’Arcivescovado, a vico degli Spinola. L’asserraglia­mento nella casa-fortezza ha quindi svegliato l’amore dei genovesi per la propria casa – e allora la tradizione di queste potenti dimore ha perdurato anche quando è caduta la ragione della di­fesa e il palazzo del ‘5oo e ’60o si spiega soltanto nell’ambizione di superarsi vicendevolmente, nell’istinto ormai radicato di poter così pietrificare la gloria e i diritti acquisiti. Vediamo perciò dar presto mano ad erigere edifici più nobili, basati su solidi pilastri e protetti da alte torri, le quali abbondavano nella città nuova, a gareggiare con quelle della vecchia attorno al Castello e ai Palazzi dell’Arcivescovo e dei Consoli. Ogni torre era unita alla casa e costituiva opera di difesa e di abitazione; appartenente originariamente ad una sola famiglia, già nel sec. XIV era ceduta a piani per uso civile di abitazione sopraelevandosi il più possibile: nasce così questo ele­mento caratteristico dell’architettura genovese, la casa-torre a dieci piani, antesignana del grattacielo.
Il secolo XIII è naturalmente quello che segna il pieno risveglio edilizio, non soltanto limitatamente alle chiese, ma esteso a tutte le case della città ed alle ville di campagna, di cui è esempio la casa del Boccanegra a San Martino. Ma mentre gli architetti del periodo romanico si erano attenuti a un tipo severo di costruzione grandiosa e massiccia, tutta in pietra nera, alle volte irrobustita per giunta da un poderoso bugnato, i costruttori del ‘2oo e del ‘300, coll’impiego di materiali varii, pietra, marmo, mattoni, rompono con note di colore l’imponenza delle masse costruttive, che da ultimo rendono ancor più leggera forandola con gli enormi vani delle facciate. I palazzi diventano allora aerei per ampi loggiati e per ampie quadrifore, le chiese hanno chiostri retti da pilastri ottagoni, o da colonnine binate. Lungo la Ripa vengono eretti gli edifici mar­morei che si possono ancora vedere, componenti attorno al palazzo delle Compere un magnifico arco di pilastri, finestre ogivali, tetti e logge; e le nuove costruzioni a loggiato che si trovano in tutta la vecchia cinta, offrono nel loro assieme l’impressione che la città sia stata appunto quasi tutta riedificata di quel tempo, dopo il benessere recato dalle crociate e dalle imprese coloniali. Queste logge così numerose non solo appartenevano alle famiglie ed alle arti ma anche a Comu­nità di mercanti forestieri come quelle dei Fiorentini, dei Romani, dei Pisani, dei Greci, ecc.
Si vedono allora le principali famiglie cittadine edificare nei loro centri gruppi di palazzi; i D’Oria a S. Matteo con la facciata listata di marmo bianco e pietra nera; gli Spinola a San Luca con i palazzi adorni di grandioso bugnato; i Maruffi in Canneto il Lungo con il portico in pietra, il corpo in mattoni, le quadrifore e l’alta torre. L’uso delle striscie bianche e nere sembra fosse riservato alle case dei cittadini illustri e venisse poi così a costituire l’emblema di potenza e di ricchezza. L’altro tipo, della casa in pietra e mattoni d’imitazione lombarda lo ritroviamo presso la Porta Soprana nelle case Embriaci, a S. Donato, in piazza Invrea, nel palazzo del Po­destà in vico del Fieno, che è opera della metà del XIII secolo, e infine, quale esempio massimo, nel Palazzo di San Giorgio. Elementi che sembrano tutti reassunti dal Palazzo del Comune, innalzato sulla fine del secolo, quando si veda com’esso è costituito da un basamento di pietre a bugnato, con loggia sorretta da pilastri ottagoni, con la facciata a liste bianche e nere, colle ampie quadrifore, colla solenne torre del Popolo che innalza sul corpo in pietra il finale in mat­toni, prolungato nel 1539 sopra al fregio d’archetti tre volte sovrapposti.

Note e Bibliografia. (62) O. Grosso, Genova, 1912. (63) Arch. Civ., Atti, 1528 – 32, N. 206, ecc. (64) Poch, Miscellanea, Vol. 5 e 6; Richerio, Fol. A, f. 88, c. 2. (65) Nell’arte di tesser la lana erano particolarmente celebri i frati Umiliati – che per stendere la lana ad asciugare usufruirono a lungo dei terreni sulla sponda destra del Bisagno, compresi appunto sotto il nome di Prato della Lana. (66) Archivio Atti Civili, Atti, 1594­. (67) Richerio, Fol. A. (68) Richerio, Fol. B. (69) Arch. Civ., Atti, 1481-89. (70) Liber Jurium, T. I., c. 45­. (71) Richerio, Ind. Fol. (72) Da un atto del 1215 nel Vol. XVIII degli Atti S.L.S.P., p. 355­. (73) Liber Jurium, T. Il, c. 317. (74) Poch, Miscellanea. – Vol. IV. (75) Arch. Civ., Cartulario1519 – 27 Maggio. (76) Vito A. Vitale, Storia di Genova. (77) Caffari, Annales, 1122. (78) Liber Jurium – T. I. col. 313. (79) Arch. Civ., Cicala T. I. – parte I. (80) Registro Arcivescovile di Genova – pag. 289-353. (81) Richerio, Vol. IV. (82) Giorgio Stella, Annales, Col. 985. (83) Liber Jurium, T. I. col. 78. (84) Arch. Atti Civ., atti 154o-41.

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 Ciclo di guerre per terra o per mare. 1228 – 1339

Cenni storici illustrati e raccolti dal pittore Quinto Cenni (Milano) per conto del Sig. Dr. Cav. H. J. Vinkhuizen dell’Aia, Medico. http://digitalcollections.nypl.org/search/index?utf8=%E2%9C%93&keywords=genoa

Genova – sempre in sussulto per le sue deplorabili lotte intestine – si trova ancora avvolta in lunghe guerre terrestri coi suoi confinanti, le quali hanno la loro ripercussione nel Mar Tirreno e nel Mediterraneo.

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XIII secolo. Pubblici palazzi e mercati. E sullo scorcio del XIII secolo e sui primi del XIV Genova comincia abbellirsi di pubblici palazzi civili, a dar inizio a quelli privati, de’ secoli di poi, onde anderà fastosa. Ed è da quel primo risveglio della vita cittadina, separatasi dalla sacerdotale, che sorge il palazzo San Giorgio, quello del Comune presso la Torre della gran campana (ove è ora il Ducale): le carceri della Malapaga, il palazzetto Criminale e i Portici di Banchi che ispireranno l’Alessi a dar vita alla Loggia (in que’ tempi gli Emboli o Banchi de’ mercanti (oggidì scagni) non solo eran ivi; ma anco a Sottoripa, da cui la Dogana ritraeva rilevante tassa). E si apron piazze: si dà assetto a’ mercati, ove eran fiere, di San Giorgio, S. Pietro e Soziglia: di abbondanti fontane è la città provveduta, non che il Porto su tutti gli scali; che già v’è pubblico acquedotto, resosi di poi famoso (strana cosa è che genova un bagno pubblico non sia venuto sino a noi mentre ne esistevano in antico (Belgrano – Vita privata dei Genovesi) e mentre nelle convenzioni e trattati con tutti i popoli, ancho barbari, esigevano i genovesi per principal cosa un pubblico bagno).

XIII secolo. Maona. … il Governo di Genova, fin dal secolo XIII, coi privati si associava nelle pubbliche imprese, e coi privati o individui o compagnie (era detto far maona, dal greco) divideva non solo I redditi delle gabelle, ma anco le spoglie dei vinti, le prede, e perfino l’imperio delle conquiste territoriali. (Malnate 1892)

1215. Arsenale. Il ponte del pedaggio è riconosciuto insufficiente al commercio, onde altri se ne costruiscono; si tracciano le mura (1215) del grande Arsenale o Darsena del Comune tra le chiese di Santa Fede e di Sant’Antonio: e il Boccanegra nel 1283 di tanto prolunga il Molo vecchio da averne merito come se e’ no fosse stato il costruttore, sebbene non ne fosse che il continuatore (“Marino Buccanigra operaio portus et moduli factum fuit hoc opus”: così leggevasi in una antica iscrizione del Molo vecchio). (Malnate, 1892)

1218. Navi genovesi alla Crociata. Nella sola crociata del 1218 partirono 200 mila francesi, imbarcati quasi tutti su navi genovesi parte nel nostro porto, parte in quello d’Acquemorte. E in quel porto di Francia, dicono le cronache, era una selva di legni genovesi. Da preziosi documenti, accennati nella Storia del Canale e raccolti dal Belgrano in dotto volume, si rileva che San Luigi re di Francia, per le due crociate in cui ebbe parte, contrasse coi privati genovesi un debito sì grande da computaresi, per quanto fu trovato negli archivi, in 48188 lire tornesi, 280 lire provvisine e 1225 bisanti. Non è certamente tutto: pure tal somma da sola sarebbe un credito ne’ genovesi forse uguale a 25 milioni di nostre lire. (Malnate, 1892)

1229. I pirati Durante e Recupero di Portovenere. Nel 1229 le ben armate, preste e rapaci cocche di un Durante e di un Recupero di Portovenere sono il terrore delle spiagge di Romagna, Sicilia e Provenza. Cattura la Repubblica que’ pirati ed entrambi danna nel capo. (Malnate, 1892)

1250 d.C. L’Europa nell’alto medioevo.

1257. Il Podestà e i forestieri. …  il popolo grida nel 1257 Gugliemo Boccanegra suo capitano: e sotto i Capitani del popolo nel XIII secolo Genova acquistò la maggior sua gloria. (Malnate, 1892)

1259-1262. I Paleologi a Costantinopoli.  Nel 1259 cinquanta galee e 4 galeoni genovesi mettono in possesso dell’impero di Costantinopoli i Paleologi contro gli sforzi de’ francesi e dei veneziani; onde il possesso di Smirne, Tenedo e Pera (1261) e la supremazia, tanto agoniata, nella medesima Costantinopoli (1262). Ove l’armata di Genova, a suon di tube, distrugge il famoso castel de’ veneti e colla nave di Antonio Doria ne porta I fregi a Genova e n’orna il palazzo del Capitan del Popolo. (Malnate, 1892)

1260. Guglielmo Boccanegra e il palazzo san Giorgio. “Nel 1260 Guglielmo Boccanegra, essendo Capitano di questa Città, comandò ch’io fossi fatto. Di poi frate Oliviero, uomo divino per acutezza di mente, mi adattò al comandato uso, di servire a residenza, di chi fosse per essere” (nellUfficio del Capitano). Questa iscrizione, nascosta in parte da una testa di leone, che è uno degli ornamenti dell’abbattuta residenza de’ veneziani di Costantinopoli, posta a trofeo sulla facciata del palazzo del Capitano del Popolo  di Genova, ne fa fede che l’operaio del Porto e del Molo (come leggesi in un atto notarile) Frate Oliviero eresse il pregiato monumento ne’ più bei tempi della libertà comunale. (Malnate, 1892)

1260. Frate Oliviero e frate Filippo operai del Porto. Verso il 1260, e successivi, troviamo un Marino Boccanegra, un frate Oliviero, un frate Filippo, operai del Porto e del Molo, a sistemar calate per lo sbarco delle mercanzie, a costrur fabbriche presso il porto, a gettare, opera in allora meravigliosa, il principio di un nuovo molo che divenne poi il vecchio. (Malnate, 1892)

1264. Flotta veneta. Un Simon Grillo nel 1264, al comando di 20 galee e 4 navi, nel golfo di Venezia avvista quella Flotta, e n’ha scherno di galline gittate in mare. E’ cozzo furioso fra le due flotte e una sol galea veneta si salva. (Malnate, 1892)

1264. Caffa e tana nel Mar d’Azof. I Genovesi … nella penisola Taurica fondarono la colonia di Caffa, sviluppando le altre, stendendole alla Tana sul Mare d’Azof. (Malnate, 1892)

1267. Luca Grimaldi. Così Luca Grimaldi nel 1267, guerreggiando la repubblica con Venezia, presa veneta nave e trovatovi entro merci caricate dal Conte di Tripoli, neutro, a lui le restituisce. (Malnate, 1892)

1270. Molo e Porto, opera pia. La manutenzione finanziata dalla prostituzione. E fino dal 1270 il comune di Genova decretato avea il Porto ed il Molo opera pia, assegnandole quel famoso balzello del decimo sulle eredità, il quale durò per secoli parecchi. E singolar reddito avevano dal meretricio. Tenevano i salvatori in soggezione a Montalbano (Castelletto) i postriboli; che a speculatori appaltavano per l’esazione di odioso ma pingue tributo, intero serbato alle opere del Porto. Ebbero anco gabelle sulle feste private, sui laureandi dottori (un ducato d’oro per candidato) e sulle inscrizioni ai registri della corporazione de’ sensali (20 soldi per ogni nuovo inscritto). (Malnate, 1892)

1270. Genua in Ianua da Giano a san Lorenzo. La trasformazione di Genua in Ianua costituisce inoltre la premessa a una più tarda elaborazione – attestata a partire dal XII secolo e soprattutto al volgere del XIII – di un —mito delle origini” di Genova, legato al suo nome e finalizzato alla sua glorificazione. Tale mito, supponendo lanua derivato da Ianus, tende a identificare in Giano, la divinità bifronte di Roma, il fondatore della città. Né sembra da trascurare la suggestiva coincidenza che a Roma le statue di Giano si trovassero proprio presso le porte. Studi recenti hanno rilevato inoltre come questa trasformazione non sia casuale né priva di significato bensì risponda a una vera e propria coscienza e necessità di manifestare un mutamento attraverso il nome. Questo “mito delle origini” ci giunge da diverse fonti – fra cui Giovanni Balbi nel 1270 e circa dieci anni dopo Iacopo Doria – ma viene in un certo senso “codificato” da Iacopo da Varagine alla fine del XIII secolo, per ricevere la sua consacrazione definitiva nel Trecento con le due iscrizioni nel Duomo di San Lorenzo, una delle quali identifica come Giano un busto reimpiegato al di sopra della stessa. (Cavallaro L., in Borzani L. Pistarino G. Ragazzi F., Storia illustrata di Genova, Elio Sellino Periodici, 1993)

1273. Giacomo Squarciafico. E Giacomo Squarciafico catturata nel 1273 in porto pisano nave nemica, a richiesta di quei di Pisa, i quali invocarono l’amicizia loro, la predata nave ad essi subito consegna. (Malnate, 1892)

1273. Lucca comperata. Le prede e i bottini avean resi gli ammiragli ricchi come re: un Gherardo Spinola nel 1273 comperava Lucca per 74 mila fiorini d’oro. (Malnate, 1892)

1274 e 1436. Mercato del pesce. La Clapa Comunis ove venduntur pisces, del 1274 e la Clapa piscium apud clapa olei, del 1436 sono testimonianze reali. Clapa, ciappa, chiappa sono le lastre di pietra, di marmo sulle quali si esponeva la merce in vendita. Il Podestà racconta che nella nostra Ciappa si bruciavano le reti e gli attrezzi dei pescatori che venivano sorpresi a pescare clandestinamente in Porto, giacchè la pesca entro lo stesso era data in appalto al miglior offerente. Per cercare di capire dove era la Ciappa ci facciamo ancora aiutare dal Podestà: “A sinistra della Raiba, giacchè essa dava il tergo a mare, era la Ciappa”. Quindi, sperando che la toponomastica rispetti la storia, la Ciappa era a sinistra di piazza Raibetta, spalle al mare, proprio, occhio e croce, sopra il sottopasso, verso Caricamento, quasi a chiudere quel mercato ideale che è da sempre Canneto il Lungo. (Petrucci, 1997)

1276. Contrada del Molo. Viene istituita la contrada del Molo. (Donaver, 1890)

1278. Palazzo san Giorgio. Abbiam notizia, è vero, che nel 1278 alloggiò in questo palazzo il figlio del Re di Sicilia: ma ne’ primi anni del XIV secolo lo troviamo già tutto occupato da’ pubblici uffizii. (Malnate, 1892)

XIII-XIV secolo. Porto. Il porto di Genova nel secolo XIV (mappa ipotetica). Sono descritti: Arsenale (1283-85), Prima Darsena (1282) Zecca (1253-81), Rayba del grano (1253-81),  Palazzo del Mare (1261), Mercato o Clapa dei Pesci (1264), Clapa dell’Olio (1230), Raybeta Vetus (1253), Darsena davanti a S. Marco (1276), prolungamento del Molo con nuova torre del faro (1260-83, 1322), “Palacietum dei Conservatori del Porto e del Mare, Carcere di Malapaga (1269), Mura del Barbarossa, nuove cerchia di mura (1320-47). (Campodonico, 1989)

1200-1300. Genova e il porto. Ricostruzione di Campodonico, 1989.

1283. Darsena. Dieci mila marche d’argento sono spese nel 1283 per i lavori della nuova Darsena del Comune od Arsenale. E’ munita di torri, estesa nel 1402 sino a Porta di Vacca, e nel 1416 (Doge Tomaso Campofregoso) è purgata e ampliata. (Malnate, 1892)

1284. Meloria. Nella giornata famosa alla Meloria (1280) si trovavano in combattimento 88 galee genovesi, più 8 panfili (o galeotte) ed 8 portantini (o seattie). Le galee che si trovarono alla Meloria avean 230 combattenti cadauna. … alla fatal Meloria 80 navi genovesi annientano la potenza di Pisa, il cui Porto stesso è distrutto da Corrado Doria nel 1290. (Malnate, 1892)

1288, 9 giugno. I Bresciani inviano Alberto de Lavelongo e Berardo de Lombardis a Pavia per stipulare un’alleanza con altre città: Milano, Genova, Pavia, Asti, Piacenza , Cremona. (Malvezzi Giacomo, Chronicon Brixianum, Parte VIII, Capitolo 111, traduzione di Irma Bonini Valetti)

1288. Per gli stipendi delle truppe (60 soldati a cavallo) inviate ad Asti in aiuto dei Milanesi, si incarica come tesoriere il bresciano Jacopino de Gayfanis residente a Genova. (Malvezzi Giacomo, Chronicon Brixianum, Parte VIII, Capitolo 112, traduzione di Irma Bonini Valetti, comunicazione personale)

1288-1294. Flotta genovese di 627 galee. Genova è così forte sul mare che in meno di sette anni – 1288-94 – arma 627 galee in lungo corso: altre 70 per i traffici del Mediterraneo. (Malnate, 1892)

1289, 26 aprile. Lettera di Carlo d’Angiò da Genova per sollecitare i Bresciani al pagamento della somma promessa per il suo riscatto. (Malvezzi Giacomo, Chronicon Brixianum, Parte VIII, Capitolo 105, traduzione di Irma Bonini Valetti, comunicazione personale)

1290. Egitto e cinesi del Golfo Persico. perdute le colonie di Siria, e il mar mosso cominciando a popolarsi di navi, onde l’accresciuto traffico coi chinesi che è fama avessere nel vicino golfo persico flotta di 400 navi (Marco Polo e Fra Mauro descrissero quelle navi. Non avean bussola, onde va errato il Cantù dando il vanto di quella scoperta ai chinesi). Insopportabil cosa parve ai veneti e pisani continuare il commercio coll’Egitto, poiché quel Soldano il 30 per cento delle merci esigeva. E se i genovesi ivi prosperarono si è che pel trattato del 1290 non pagavan dogana senza far operazione di commercio e altre facilità aveano, tra’ quali,  forse non ultima, il contrabbando. Il quale alligna sempre ove è esosa dogana.  E i genovesi in Egitto pagavano sulla loro semplice dichiarazione, avvalorata dal contratto di vendita, o, come si direbbe oggidì, sulla semplice fede del manifesto doganale. (Malnate, 1892)

1291. Navigatori genovesi alla scoperta di terre nuove. Nè vadano dimenticati i precursori di Cristoforo Colombo, genovesi anch’essi. Fin dal secolo XIII essi tentarono grandi scoperte in quei paesi di antropofagi, in cui la carne de’ bianchi, è fama, venisse risparmiata perchè creduta malsana. Di quei marinai e mercanti genovesi è la gloria d’aver scoperte le Azorre e le Canarie. E giacchè i tempi rei non ci tramandarono I nomi di tutti, nè I fasti, siano almeno onorati I conosciuti Maroncello Lanzarotta e Antonio Noli. Nè dimentichiamo che la nave di Ugolino Vivaldi (1291) perdutasi miseramente ai confini dell’Africa tenebrosa, guadagnò il Capo di Buona Speranza forse, e due secoli prima de’ più fortunati navigatori portoghesi. (Malnate, 1892)

1291. Carta Pisana, carta nautica. Si tratta della più antica carta nautica medioevale esistente. Pergamena. E’ di scuola genovese. Acquistata nel XIX presso una famiglia pisana. Conservata a Parigi, Bibliothèque Nationale. (Campodonico, 1989)

1270. Di autore anonimo, è chiamata carta pisana poichè fu acquistata presso un’antica famiglia di Pisa, nel corso del XIX secolo, ma di probabile scrittura genovese; infatti sulla nave genovese che trasportava san Luigi da Aigues-Mortes a Tunisi, per la prima volta veniva menzionata l’esistenza a bordo di una carta-portolana, e cioè di una carta nautica a rombi di vento (1270). (de La Roncière M. e  Mollant du Jourdin M., I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, Bramante Arte, 1992)

1292. Erario e palazzo Doria poi Ducale. Il Comune di Genova ne’ più bei tempi di sua grandezza era sì modesto nelle spese che troviamo nel 1237 non aver reddito che di sole 27.329 lire di allora, delle quali 10 mila spese nel pagamento de’ mutui. Pure con tanto misero erario nel 1292 può dare 10 mila lire alla famiglia Doria per aver lo spazio di fabbricare il palazzo di sua residenza, (che divenne poi il palazzo Ducale) e ciò malgrado nell’anno 1293 nessuna sua gabella è in pegno. (Malnate, 1892)

1295. 200 galee e navi. Dal 15 luglio al 15 agosto 1295 arma 200 galee e navi, 105 di nuovo varo. Conta l’armata 45 mila combattenti: ogni galea è equipaggiata da 220 a 230 uomini. (Malnate, 1892)

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XIV SECOLO

Autori vari

XIV secolo. Supremazia sul Bosforo e Mar Nero. E Genova ottenuta, nel principio del XIV secolo, l’agognata supremazia sul Bosforo e Mar Nero, signoreggia su quello d’Azof; domina sulle coste di Barberia [coste africane]; è potente sulle coste di Spagna, ha larghi traffici ne’ porti di Francia: onde la Città Superba è la regina dei mari. (Malnate, 1892)

1305. San Bartolomeo dell’Olivella. Dietro il coro della Chiesa del Carmine vi è una salita con la Chiesetta di San Bartolomeo dell’Olivella edificata nel 1305 da Valente Buonagiunta, con attiguo il Monastero delle Cistercensi. (Miscosi, 1933)

1311. Enrico VII porta con sé a Genova come ostaggi settanta cittadini bresciani, ma essi riescono a fuggire dalla città. (Malvezzi Giacomo, Chronicon Brixianum, Parte IX, Capitolo 19, traduzione di Irma Bonini Valetti, comunicazione personale)

1315. Servizio postale. Nel 1315, abbiamo contezza che i Magistrati impiegavano una galea armata, noleggiata da’ privati, al servizio pubblico di portar lettere tra Genova e Tunisi, ove era il Consolato Generale di Barberia: onde neanco le convenzioni marittime per i servigi postali sono istituzione moderna. Ed in Genova era, nel XIV secolo, una cancelleria araba, che maestri stipendiava perchè quella lingua insegnassero al pubblico. (Malnate, 1892)

1317. Zambellino di Bornato, giurisperito, mentre si sta recando a Genova per ricoprire l’incarico di podestà, viene aggredito presso l’Oglio da truppe ghibelline, che vengono però sconfitte dai suoi accompagnatori. (Malvezzi Giacomo, Chronicon Brixianum, Parte IX, Capitolo 35, traduzione di Irma Bonini Valetti, comunicazione personale, )

1318. I guelfi di Genova cacciano i ghibellini con l’aiuto di Roberto d’Angiò. … I guelfi di Genova cacciano i ghibellini dalla città. Contro la città giunge un esercito di molte genti alleate ai ghibellini e inviate da Matteo Visconti. I guelfi mandano messaggeri al re Roberto, chiedendo il suo aiuto. Egli, giunto con un forte esercito, sbaraglia i ghibellini. (Malvezzi Giacomo, Chronicon Brixianum, Parte IX, Capitolo 47, traduzione di Irma Bonini Valetti, comunicazione personale)

1319, gennaio. I guelfi bresciani inviano a Roberto d’Angiò, che si trova a Genova, una lettera per affidargli il governo della città. (Malvezzi Giacomo, Chronicon Brixianum, Parte IX, Capitolo 48, traduzione di Irma Bonini Valetti, comunicazione personale)

1320. Genova si estende a levante. Le mura partendo dall’Acquasola vanno per la pianura dell’Olivella a S.Stefano, quindi su per Vialata fino alle Grazie comprendendo tutta la zona di Carignano e la valletta del Rivotorbido. La porta orientale viene allora costruita ai piedi di S.Stefano e detta de Hirchis (antica denominazione della regione che si estende fino a S. Martino di Albaro). (Donaver, 1890)

1327-1346. Quarto recinta di mura. Dal 1327 al 46 si compie il quarto recinto delle mura. Comprende le borgate ad oriente del Porto, quelle a monte verso il Bisagno da San Vincenzo, e la popolosa e animosa di Pre. La porta di San Tomaso è baluardo dell’estrema città verso la marina. Nel Porto è di già la Darsena maggiore: ingrandire le calate; e regolata la navigazione notturna con fanali sulla torre di Capo Faro e su quella de’ Greci al Molo vecchio. (Malnate, 1892)

1331-1344. Genovesi a Pera e Caffa. In Levante sono ancor più strepitose imprese. I Genovesi di Pera scaccian l’ossidione, forte di 280 vascelli, messa a Costantinopoli dai turchi, e li rompono. A Caffa fugano l’imperator di Tana, che vi lascia 5 mila tartari uccisi (1331-1344). (Malnate, 1892)

Genovesi nel golfo di Venezia. Un Lambda Doria con 78 galee nello stesso golfo di Venezia dà battaglia a 97 galee venete: 12 sole scampano: 85 son distrutte: 8 condotte a Genova con 7400 prigionieri. Il veneto ammiraglio, Andrea Dandolo, dà del capo disperato nell’asta della capitana, e s’uccide. (Malnate, 1892)

1333. Palazzo san Giorgio. Nel 1333 ivi funziona regolarmente la Dogana, ed è detto palazzo del Comune al Mare perchè è sede delle magistrature che col porto più avean attinenza. E, ne’ primi tempi, verso il 1296, ivi erano perfino le carceri e l’ufficio de robariis, magistrati che perseguitavano i furti e le rapine di terra e di mare. (Malnate, 1892)

1334-1359. Ruberia di denaro pubblico. Nel 1334 un Salagro di Negro e un Simon Navone, collettori de’ pubblici introiti e dazi che spettano a’ particolari, brucian i libri delle esazioni e rubano il denaro. E nel 1359 la fazione dominante, sulla piazza di San Lorenzo, dà pure alle fiamme i registri e le carte del capitolo e della dogana, in cui “esisteva tutto il mobile de’ cittadini”, né il Doge [Simon] Boccanegra può colpire i colpevoli. (Malnate, 1892)

1339. Carta nautica di Angelino Dulcert su pergamena. Carta eseguita a Maiorca. L’attività cartografica è stata iniziata dai genovesi nel XII secolo e la prima carta è stata proprio quella del Dulcert, firmata e datata. (de la Roncière M. e Mollant du Jourdin M., I portolani, Bramante Arte, 1992. E’ conservata a Parigi, B.N., Cartes et Plans, Res.Ge B 696)



1339. Simon Boccanegra, primo Doge. Per tutto il secolo (XIV), e di poi, la lebbra italiana delle fazioni serpeggia in città e infuria. Invano nel 1339 si tenta di dar assetto al malgoverno, proclamando, primo Doge, Simon Boccanegra. (Malnate, 1892)

1339. Casa dove visse Simon Boccanegra, primo Doge popolare, in piazzetta Boccanegra circa a metà di via della Maddalena.

1343. Palazzo del Comune al Molo Vecchio. I salvatori del Porto e del Molo ebbero sede, come risulta da atti del 1343, nel Palazzo del Comune al Molo Vecchio, presso San Marco, la più antica gloria delle memoria portuarie, perchè ivi era la Darsena, la Dogana, e lì presso imbarcavansi le flotte. (Malnate, 1892)

1346. Estensione di Genova a ponente. Comprende la zona del Carmine e la collina di Pietramunita fino a S.Tommaso, dove venne aperta una porta, Porta di Fassolo, dal borgo omonimo. (Donaver, 1890)

1352-1380. Veneziani, catalani e greci. E veneziani, catalani e greci, collegati, strenuamente pugnano: e Pagano Doria (1352) rompe lor navi; delle venete ne preda 30; 18 catalane, e dà morte a 4 mila nemici. E la lotta continua con selvaggio furore: nel 1354 son fatti captivi 5400 veneti. A Chioggia nel 1379 l’armata genovese è sconfitta; ma si rialza ancora e trionfa un Leone veneto, lo porta a Genova, a trofeo sulla chiesa del suo San Marco (1380). (Malnate, 1892)

1355-1389. Genovesi a Cipro e Tunisi. Tripoli è a sacco: i reali di Cipro captivi: il re di Tunisi due volte sottomesso (1355-89): ma l’ambizione degli ammiragli genovesi è pari alla gloria; e’ vogliono, come Pisa, Venezia caduta. (Malnate, 1892)

1375. Genovesi a Cipro. Nel 1375 fervendo la guerra contro Cipro, la squadra genovese comandata da Damiano Cattaneo, posti a sacco i borghi di Nicosia e di Pafo, si impadronisce di 70 persone, e tra queste di non poche donne e fanciulle al cui pudore i soldati vorrebbero recar ingiuria. Ma il Capitano lo vieta altamente, ed allegando di non essere legittimo soldo dei valorosi il disonorare altrui, fa tosto rimettere in libertà quelle infelici”. (Belgrano – Vita privata dei genovesi). (Belgrano citato da Malnate,1892)

1380. Megollo Lercari e Trebisonda. E fiero fu un Megollo Lercari, il quale ricevuto uno schiaffo nella reggia dell’Imperatore di Trebisonda da un cortigiano, viene a Genova, arma 2 galee e passa a tribolar que’ di Trebisonda, e fa tagliar nasi e orecchie a quanti più può aver nelle mani, e messi a sale in un barile spediscelo all’Imperatore. Questi invia 4 galee, ma son fatte preda del Lercari, che fa dire allo Imperatore non ristarrà dal tagliar nasi a’ sudditi di lui fino a che non abbia alle mani lo schiaffeggiator cortigiano. E’ costui consegnato, e innanzia al Lercari trema e s’inchina al suolo. Dàgli un calcio nel viso il Lercari dicendo “i Genovesi non incrudelire con donne”, e rimandalo allo Imperatore, a cui restituisce le predate galee (1380). (Malnate, 1892)

1381. Savoia. La bianca croce di Savoia nel 1381 si intromette nelle dilaniate repubbliche marittime. (Malnate, 1892)

1383 (1457 e 1596). Decreto sulle galee. Un decreto del 1383 ordina le galee fossero da rota a rota (superiormente da poppa a prua) di palmi 151 (metri 39 circa); di palmi 17 e mezzo in larghezza (metri 39 circa); di palmi 17 e mezzo in larghezza (metri 4 1/2) e palmi 14 e mezzo (metri 3  1/2 ) in altezza di bocca. Nel 1457 fu ordinato avessero 28 banchi e 166 rematori e 44 compagni (marinai scelti).Nel 1596 la lunghezza venne ordinata in palmi 188, la larghezza palmi 27: avessero da 26 a 28 banchi.Verso la metà del secolo XIV il valore di una galea si estimò di lire settemila genovesi, e con buon carico 25 mila. Le memorie della prima metà del secolo XII ne dan certezza di grosse navi genovesi della portata di mille tonnellate: e a’ tempi delle Crociate eranvi navi che trasportavano sino a 1500 pellegrini (passeggieri). (Malnate, 1892)

XIV secolo. Caravana dei facchini di Bergamo. Conservata fu persino, malgrado le tante leggi abolitive de’ privilegi, la caravana de’ facchini. Era, come è, corporazione che ha il monopolio del facchinaggio nei locali della dogana. Tal privilegio fu dato da Capitolo delle Compere, nel XIV secolo, a’ robusti facchini di bergamo. In allora in numero di 12, passati sotto San Giorgio, si accrebbero sino a 300, e in tal numero rimasero. La caravana possiede, tesoro di rarità, gli antichi suoi statuti. Sono pergamene de’ secoli XIV e XV. Come i facchini di Bergamo ottenessero il monopolio appo il Capitolo delle Compere, poi presso la Casa di San Giorgio e la Dogana, non è detto. Ma è lunga tradizione che scoppiata in quei tempi in Genova  pestifera epidemia, i cadaveri nelle vie abbondanti, per il sepellimento i soli facchini bergamaschi prestassero l’opera loro ai Magistrati; onde, a premio, il singolar privilegio. (Malnate, 1892)

XIV secolo. Conquiste genovesi. Un Leone veneto è portato [1380] a Genova e messo pomposamente sulle mura della chiesa di San Marco al Molo vecchio [foto]. Abbattuti i re di Catalogna e di Napoli: Inghilterra tenuta in soggezione: Tripoli saccheggiata: il re di Tunisi fatto tributario di fortissime somme: data in signoria per 30 mila fiorini ad un Manfredo l’isola di Zerbi. Espugnata Cipro e tradotti i captivi i regi nella Torre di Capo Faro, ove nasce Giano, figlio loro, per magnanimità liberato dopo nove anni; ma fatto quel regno a Genova tributario. (Malnate, 1892)