05.2 Dal 1200 al 1399.

 

Dall’anno 1200 al 1399

 

GENOVA nel  ‘200 – ‘300

STORIA E URBANISTICA

[Architetto] Barbieri Piero, Forma Genuae, Edizioni del Municipio di Genova, 1938.

TAV 09 GENOVA 1200 LEGENDA 1+2

Durante il periodo che va dal 1155 al XVI secolo le mura non ebbero altri ampliamenti verso il monte ma vennero allungate sui lati a comprendere i nuovi quartieri che si andavano popolando a oriente e a occidente della città vecchia. In un primo tempo, nel 1320, si girò un gagliardo muro da San Germano dell’Acquasola attraverso la pianura dell’Olivella fino a Santo Stefano; di qui, inerpicandosi per l’Invialata e discendendo per Santa Margherita alla Marina, la nuova muraglia raggiungeva le Grazie associando alle vie già rinchiuse il colle di Carignano le valli del Rivo Torbido. Vi si aprivano due porte: una all’Acquasola prendendone il nome l’altra al disotto di Santo Stefano, la quale fu detta dell’Arco.
Poco appresso, e questa volta sul lato di ponente, si distese la cinta del 1346 scendendo dal Castelletto e subito abbracciando il poggio del Carmine, che aveva anch’esso il titolo dell’Olivella, detta però di S. Bartolomeo per distinguerla dall’altra conosciuta per l’Olivella di Por­toria. Il muro, giunto al piano di S. Agnese e del Guastato, risaliva assai ripido a Pietrami­nuta, girava attorno a San Michele e scendeva a San Tomaso, dove ripiegava verso la Com­menda dei Cavalieri, e andando tutto lungo il Borgo di Prè finiva col congiungersi alla cinta del Barbarossa sulla Porta dei Vacca. Si entrava e si usciva, per questo nuovo tratto, o presso l’Olivella, o sulla ripida pendice di Pietraminuta, o ai baluardi di San Tomaso. Quest’ultima porta rimase fino alla fine del secolo XIX a costituire con quella dell’Arco i due principali in­gressi alla città.
Le opere di difesa della Genova medioevale erano completate da una cintura di alte torri
e da fortificazioni fuori mura, disposte tutto in giro, alla Darsena, a San Tommaso, a San Mi­chele, a Montegalleto, a Carbonara, al Peraldo, a Castelletto, a Fontane Marose, a Luculi, a San Germano, all’Olivella, all’Acquasola e attorno a Carignano. Nè si era trascurata la eventualità di offesa dalla parte del mare, dove erano state messe a difesa le torri sui moli, la catena che sbarrava il porto, e la flottiglia di guardia. Provvedeva all’armamento della flotta l’Arsenale di Marina il quale, posto pressa la Darsena, consentiva con i suoi 20 cantieri coperti di costruire ad un tempo altrettante galee. All’Arsenale erano annessi i magazzini per il rifornimento delle navi, gli alloggiamenti per i galeotti, ed anche una piccola moschea per gli schiavi.
Infine sulla punta del Molo Vecchio veniva innalzata nell’anno 1324 la Torre detta dei Greci che serviva a segnalare l’arrivo delle galee: essa faceva riscontro alla Torre del Faro, che già drizzata sul promontorio di ponente e quindi rovinata assieme alla Briglia, cedeva il posto alla Lanterna a partire dal 1543.
Questi ampliamenti delle cinte racchiu­denti così vasto territorio non hanno a far credere che l’area all’interno delle mura del Barbarossa fosse tanto affollata di case e di popolo da obbli­gare a una vivace edificazione periferica. In real­tà, se si eccettua la città più antica da Soziglia alle Grazie, le altre regioni avevano le costruzioni ancora rade ed alcune si presentavano al XIV secolo e anche dopo quasi deserte. Nella stessa zona attorno a Castello verso la Marina al Molo Vecchio, ove stava il folto dell’abitato, vediamo nei secoli successivi al X vasti tratti di terreno messi a coltura (atti del 1049 e 1252, lodi dei Con­soli del 1134 e 1141) – nella regione di Susilia al XIII sec. vi possedevano terreni gli Spinola, i Dòria e i ministri di N. S. delle Vigne – nello stesso secolo a San Matteo vi erano le terre dei Doria e altre, sulle quali risulta da documenti sincroni che si consentiva a terzi la costruzione – moltissimi atti accennano a terre attorno a San Lorenzo una delle quali a tergo della navata sinistra della chiesa è locata con un atto del 1487 – a Banchi e a S. Andrea il ricordo delle terre a coltura permase fino a noi nel nome della località degli Orti di Banchi e degli Orti di S. Andrea, ed anzi sul Brolio in atti del XIV sec. si legge di terre poste in hora Calderarium cioè nel Carrubeus dei Calderari – altre terre si sten­devano presso la porta di S. Andrea, quale quella degli Embriaci dove Guglielmo del quondam Embrone vi costruiva una Turris Matonorum a seguito di un contratto rogato il 27 Febbraio 1228, e fino a San Donato dove una nel 1392 è indicata tra il Carubio del Citrone e il Carubio di Mezo, e così via. Anzi, scorrendo gli atti del XII e XIII sec. risulta che quasi tutte le case hanno terreni annessi: è l’orto, che ancora si ritrova nei vicoli dell’antica Genova e nei paesi rivieraschi, l’orto «senza del quale l’edilizia cittadina medioevale non concepiva la casa, riposo e poesia ad un tempo, piccola oasi verde necessaria all’igiene del corpo e dello spirito», che le speculazioni economiche dei secoli posteriori hanno abolito con gli ingrandimenti e le costruzioni aggiunte, porto di cui ancora permane a Genova la tradizione nei distacchi e sui tetti, a formare il verde pensile, le terrazze con i fiori e le erbe aromatiche (62).
Frammischiati ai terreni coltivi, ai giardini e alle case, nell’interno della città rimanevano ancora liberi da abitazioni i recinti di terreno annessi a molte delle chiese ad uso di cimitero: fra i più vasti quelli a S. Ambrogio, a S. Andrea, a S. Francesco, a S. Giovanni di Prè, a San Lo­renzo, a S. Maria di Castello, a Santa Maria delle Vigne; esterni alla cinta eran quelli della chiesa della Pace e di Campo Pisano, il più grande di tutti.
Ancora nel ‘500 era grande assai l’estensione dei terreni coltivati e di certi quartieri quasi disabitati all’interno della cinta del XIV secolo. Ci se ne accorge anche dal tener presente l’im­portanza data ad alcuni provvedimenti intesi a regolare la distribuzione dell’edilizia durante l’età antica e medioevale, mettendo rigorosamente alla periferia dell’abitato alcune industrie maleodo­ranti o ritenute nocive – così vediamo i macelli concentrati nella regione di Soziglia e alla Mad­dalena, e le concerie nella regione del Campo e di Prè, dimostrando manifestamente che le abita­zioni del XIII e XIV secolo non raggiungevano qui un raggruppamento intensivo. La perma­nenza di tali localizzazioni ha lasciato il nome alla via dei Macelli di Soziglia, a Untoria od Unzeria, e al Roso, queste ultime dall’industria dei conciapelli ossia dei confectores et seu afaita­tores pilaminum (63) comprendente gli untori ed i cordonerii che si erano appunto sistemati nella regione attorno al fossato di Santa Fede. Le vie e la piazza del Roso tolsero infatti il nome dalla consuetudine che detti conciatori avevano di stendervi il roso, ossia la corteccia di quercia sminuzzata e macinata di cui si valevano per la loro industria. Le industrie tessili avevano allo stesso modo una sede importante attorno alla Porta dei Vacca, la cui Ripa prendeva anche il nome di Ripa machajroliorum in contrate porte vacarum (64) ossia dei maccairolii, degli arti­giani lavoranti le lane e i panni di qualità inferiore (65). Invece Piccapietra accoglieva in massa i tintori, fra cui quel Paolo da Novi che fu poi il primo Doge popolare di Genova, il quale con atto d’acquisto del 27 Settembre 1476 aveva comprato una casa con giardino per sua dimora e stabilimento, avente per confini la via pubblica, le torri della Porta Aurea e le mura antiche della città.
Delle altre terre entro cinta che in quei secoli stavano ancora deserte o assai poco abitate attorno ai quartieri più densamente popolati si ha memoria particolarmente nei prati della parte alta di Prè, nei terreni coltivi sopra il Campo e sotto il Castelletto, nella regione di Albere posta ai limiti della Domoculta verso Luculi, nell’Acquasola, in quanto spaziava lungo la crosa seu strata sancti Colombani fino al Monastero di San Domenico, e alla regione stessa di Morsento, la quale ancora nel 1320 era additata extra murum civitatis, e siccome stava tra la Porta Aurea e il vico dritto di Ponticello, veniva tagliata da levante ad occidente dalla via Felice, detta poi vicolo del Vento, che quando fu ingrandito nel secolo XVII s’ebbe il nome di via Giulia. La regione di Ponticello divenne fitta di case solo dopo la cinta del 1320, e invece la confinante plaga di Oriolo che risaliva le pendici settentrionali del Carignano ancora in un decreto del 18 Marzo 1594 si dimostra allo stato di coltura (66). Anche in Ravecca esistevano case con terre, ma so­prattutto la Colla in atti del 1324-1329 figurava essere una regione tutt’altro che fitta di case, quale lo divenne invece più tardi (67), e lo stesso accadeva più al basso presso la foce del Rivo Torbido e la riva del mare, dove nel 1252 Lanfranco Usodimare e Lanfranco di San Giorgio avevano comperato una terra che doveva essere davvero vasta per giustificare la cospicua somma occorsa per l’acquisto (68). Le case in quest’ultima regione si andarono innalzando così lenta­mente che uno dei primi atti che ci risulta è soltanto del 14 Maggio 1489 (69).
Si era intanto venuta arricchendo la rete viaria principale e quindi quella secondaria in­tessuta frammezzo. Sappiamo ormai che fino al X ed XI secolo il sistema delle arterie princi­pali si era appoggiato soprattutto alle vie in risalita sui colli lungo la linea di crinale – con Genova Romanica si comincia a trasformare in vie principali anche le piste formatesi lungo i rivi in fondo valle allargando e sistemando i viottoli che in un primo tempo ne hanno costeg­giato le sponde. La sistemazione diventa definitiva quando la strada ha bisogno di tale ampiezza da assorbire il rivo, impiantandovisi al disopra dopo averlo ricoperto con volte. Allo stesso risul­tato si arriva quando non è tanto la comunicazione longitudinale quando quella trasversale che viene ad urgere – la edificazione lungo le sponde dei rivi fa desiderare colla crescita la frequenza dei soprapassaggi, dei ponti, portando al limite alla costruzione di un ponte unico che copra tutto il rivo. Spetterà alla Genova fascista realizzare la massima copertura del genere, quella sul tor­rente Bisagno.
Queste vie che costituiscono i rivi topograficamente sono di concezione identica a quella delle vie che si elevano lungo i dorsali dei colli – tagliare perpendicolarmente le curve di livello secondo la linea di minor pendenza. Le altre vie che collegano trasversalmente questi due elementi strutturali dell’ossatura stradale antica appartengono finora alla tessitura di riempimento, all’orditura minore che cerca pur sempre di seguire la natura dei luoghi con l’adattamento che sembra il più opportuno a volta a volta: le grandi arterie che più non intersecano, ma si acco­stano alle curve di livello apparterranno decisamente all’urbanistica moderna.
Parallelamente dunque alle vie che si inerpicano verso i colli si comincia solo adesso a pe­netrare importantemente entro terra anche lungo la linea di thalweg [si definisce Thalweg la linea massima di profondità dell’alveo di un fiume] – questa precedenza asso­luta delle vie di crinale rispetto alle altre di fondo valle sta una volta di più a rendere manifesto il sistema stradale della Genova antica: nessun traffico all’interno – l’essenziale per i bisogni del porto è la via sul lido, la Ripa – e verso terra le vie di vetta per l’abitazione e la difesa. Alcune date sono sufficienti a dimostrare la lentezza di questo processo di sistemazione del fondo valle e quindi la poca urgenza e utilità in cui esso era tenuto. Partendo dal folto dell’abitato, e da oriente a occidente, vediamo un lodo dei consoli parlare nel 1133 della strada lungo la Chiavica che poi diverrà la via Giustiniani (70) – di un rivo che si originava nei pressi della chiesa di S. Ambrogio è ricordo in carte del 1267, in un atto per la vendita di una casa in con­trata Sancti Ambrosii ubi dicitur Fossatus (71), e lo stesso rivo dava nome ad una via che ne seguiva il cammino (72) cioè il Carrobio detto il Fossato (73) – il fossatus Susilie alimentato dalla Fons Morosus e dalle acque che scendevano da Bachernia scorreva allo scoperto almeno ancora nel 1156, quando lo varcava un ponte del quale è menzione per atto di quell’anno rogato sotto l’arco dello stesso (74) – ultimo entro le mura del Barbarossa era il Fossatello che aveva foce presso il ponte dei Calvi dietro a San Pancrazio. Questo piccolo torrente, che partendosi dalla falda destra di Montealbano raccoglieva le acque della Pastureza altrimenti detta Vallicella di Carbonara o Vallechiara, correva allo scoperto ancora in tempi non molto lontani; la stradetta che ne costeggiava la sponda col titolo di Carrubeus rectus Fossatelli era fiancheggiata da più case in legno, che vi durarono qualche tempo dopo il 1308 fin che non vennero sgomberate per dare posto ai Palazzi dei Lomellini. Più tardo ancora ad essere ricoperto fu forse il fossato di Santa Sabina che ancora nel 1336 era privo di qualunque soprastruttura dopo aver servito da fosso alle mura costrutte nel 1155­.
L’ultimo rivo a occidente prima di toccare le mura del sec. XIV era il fossato che al di­sopra del poggio di Caput Arenae s’impaludava nella piana anticamente chiamata dei Bulgari a formare uno stagno così detto dell’Acquaverde, per le sue erbe acquaiole verdeggianti. La sor­gente perenne che riforniva questo stagno prese il nome di Fonte di S. Ugo dal nome del sacer­dote francese che secondo la leggenda fece sgorgare miracolosamente l’acqua durante la siccità del 1230; essa si riversava nel fossato che ancora nel XVIII secolo lambiva allo scoperto i fianchi della chiesa di San Giovanni di Prè.
Sul lato opposto della città, alle falde di Piccapietra, correva invece il Rivo Torbido che aveva le sorgenti nelle alture di Multedo e raccoglieva le acque perenni dell’Acquasola; da una domanda fatta il 7 Maggio 1519 risulta che esso traversava la borgata di Portorium tuttavia allo scoperto, incassato entro un’argilla marnosa di colore cenerognolo (75). Sotto l’attuale piazza di Ponticello il Rivo Torbido formava un laghetto, nei cui pressi in tempi più antichi era un mo­desto ponte che collegava il piede del colle di Sant’Andrea coll’opposta falda di Carignano, da cui il nome alla piazza stessa.

ZONIZZAZIONE NOBILIARE.

Alla zonizzazione ricollegabile al porto e alle industrie, ai differenti quartieri residen­ziali e alla sede del centro cittadino politico-reli­gioso, si innesta, frantumata in nuclei sparpagliati per la intera città, una particolare distribuzione delle famiglie nobili, che non dipende dalle con­dizioni naturali del terreno specificamente pro­pizio più in quel punto che in un altro all’inse­diamento dei quartieri di signorile abitazione, ma che è conseguenza dell’affermarsi di contrasti inconciliabili. Questi da principio si riportano ad un’origine essenzialmente economica, poi si compenetrano di un profondo odio politico.
Un primo sparpagliamento di famiglie po­tenti per nobiltà o per ricchezza nasce spontaneo dalla individualità delle manifestazioni nelle quali rifulge l’operosità della città stessa: dove l’ardi­mento e il valore dei singoli pone in mano alle casate perciò famose lo svolgimento delle mag­giori azioni guerresche e commerciali, va da se la convenienza di alloggiarsi vicino al porto per impiantarvi i propri scali e i propri cantieri – dove la stirpe nobiliare s’accaparra le cure del governo quasi pretendendole per diritto di di­scendenza, è inseparabile l’attaccamento al centro cittadino per mantenere viva e immediata la propria influenza.
Poi alla nobiltà cittadina si contrappone la nobiltà venuta dalla campagna a seguito della politica svolta dal Comune verso i signorotti che stavano poco distanti – politica diretta a dimi­nuire l’influenza dei singoli cercando di vincolarli alle sorti della città. A molti feudatari, per esempio, era stata concessa la libertà di commerciare, lasciandoli entrare nelle imprese marittime fino ad una certa somma. Per questo ed altri privilegi molti nobili delle riviere e dei monti avevano accettato la cittadinanza e giurato fedeltà al Comune, riconoscendo in compenso la supre­mazia della repubblica. Connesso a tale sottomissione era pero l’obbligo dell’abitacolo in città, per cui i nobili campagnoli dovettero trasportare la loro residenza entro le mura dove poteva loro meglio convenire, nell’intento di prolungare il più possibile quanto loro rimaneva della propria indipendenza. Mentre gli Embriaci, gli Advocato, i Vento, i Della Volta, i Castello riman­gono vicini al vecchio nucleo, vediamo molte altre famiglie patrizie nelle varie contrade accasarsi in determinati punti attorno alle loro piazze, costituenti tanti centri cittadini secondari, preferi­bilmente mal collegati con il cuore della città e con il Palazzo del governo: sono i quartieri che si vanno aggiungendo alla città bizantina presto chiusi dalle mura del Barbarossa, con una distribuzione topografica di cui è rimasto il ricordo nella denominazione di una quantità di strade e piazze. Così nella regione della Ripa avevano case e torri i Guarachi, i Morchi, i Cebà, gli Spinola di San Luca, i Falamonica, i Dentuti, i Sardena. I Grimaldi avevano le loro case verso piazza della Meridiana; i Pallavicini nelle vicinanze della salita omonima e della via San Luca; i D’Oria dimoravano a San Matteo e sull’area di alcune delle loro case e terre veniva edificato il Palazzo del Comune che divenne poi il Palazzo Ducale e per breve tempo il Palazzo Reale.
Ma mescolandosi alla nobiltà indigena ivi esistente i nuovi arrivati cominciarono ben presto ad osteggiarla ed a volerla sopraffare, mentre questa vigorosamente si opponeva. D’altra parte la nobiltà che aveva organizzato le Compagne e s’era fatta la parte del leone nella riparti­zione degli utili, non voleva cedere alle domande degli altri raccomandatari, interessate a far la­sciare una maggior quota dei benefici al Comune, vale a dire alla Universitas dei soci, onde l’an­tagonismo dei due partiti in cui la nobiltà si va nettamente dividendo, e che ora si chiamano Rampini e Mascarani. Da questo principio di discordia scoppiano inimicizie e rivalità che daranno esca inesauribile alle lotte civili durate per secoli. La contesa, accesasi originariamente tra la vecchia nobiltà della Compagna che voleva le redini del potere e quella proveniente dalla provincia tenuta ad abitare in città in stato di soggezione, si confonde con le ostilità che dividono sempre più profondamente le casate divenute grandi per i vasti possessi coloniali e feudali in un complicato groviglio, nel quale la discordia entra anche tra i rami di una stessa famiglia: dalle due primitive fazioni si evolgono rispettivamente i due opposti partiti dei Guelfi e dei Ghibellini. Valgono ad esempio i due rami degli Spinola astiosamente divisi ed appartenenti uno al partito guelfo l’altro al ghibellino, localizzando la residenza il primo nella regione attorno a San Luca ove trovansi ancora le case e le torri del XII secolo, il secondo a Luculi e sulla collina che risale verso la regione oggi compresa da piazza Fontane Marose a via Roma. I guelfi capitanati soprat­tutto dai Grimaldi, dai Fieschi e dagli Spinola di San Luca mantenevano l’antica costituzione e la vecchia bandiera – i ghibellini, stretti attorno ai D’Oria cogli Spinola di Luculi fondavano la universitas Januensium con lo stendardo di S. Giorgio equestre, uccisore del drago.
Il carattere sostanzialmente privato ed individualista dell’ordinamento politico e sociale dello stato, costituito sulla base della coalizione di interessi privati nei grandi nuclei famigliari e negli stessi agglomerati popolari mette così di fronte in furibonda contesa le forze concorrenti, ricche di mezzi alimentati dai traffici e dai vasti possessi fondiari, senza che da una parte o dal­l’altra si possa raggiungere un decisivo sopravvento (76). Di qui le sopraffazioni e le ribellioni che si alterneranno violentissime qualunque sia d’ora innanzi la forma di governo – competi­zione senza fine che sarà causa per la repubblica esclusivamente di conseguenze sempre più dan­nose, ma che invece nella città materialmente intesa contribuirà alla costituzione di quell’inesti­mabile patrimonio che è contenuto nella sua edilizia principesca, fatta colle torri e le case-fortilizi nel periodo romanico-gotico, poi coi palazzi e colle ville nel periodo del dogato biennale.

L’EDILIZIA MEDIOEVALE

Nel darci la cronaca di un incendio, l’ignis sancti Ambrosii che nel 1122 aveva in gran parte bruciato il Borgo Sacherio formato com’era da case in legno, Caffaro porge insieme il di­segno [ignis sancti ambrosii]

1122  Incendio di Sancti Ambrosii (da schizzi nel Caffaro)

di una di queste case in fiamme (77): una piccola e bassa abitazione limitata al solo pian­terreno, forata in facciata da una porta e da un’unica finestra bifora, coperta in alto da un tetto a falde di padiglione fortemente inclinate e sporgenti sui muri nella linea di gronda. Edificio dunque modestissimo ma che ci rappresenta con tutta probabilità l’intera architettura privata ge­novese nell’alto medioevo, che così essendo conveniva all’indole di questa razza di lavoratori parsimoniosi e nemici dell’apparenza esteriore. E’ facile che la casa in legno fosse fondata su un basamento in pietra, e nelle abitazioni dei mercanti la facciata si aprisse ad atrium, cui si aggiungesse la caminata per gli amici ed i clienti, cioè la sala munita di camino. La tecnica della esecuzione in legno si spiega da sè colla facilità di approvvigionamento del legname in abbon­danza sui colli immediatamente prossimi, e colla pratica dei cantieri per la costruzione delle navi; essa ha anche permesso il subito e comodo passaggio dalla copertura a terrazzo a quella a tetto, più adatta a riparare dalla pioggia frequente ed impetuosa, usufruendo per la chiusura esterna di quelle lastre di ardesia che Dante chiama chiappe da antichissima voce ligure. Istruiti dalla co­struzione delle carene, era di uso comune non solo la tecnica del solaio in legno, ma anche quella della volta in legno – un decreto dei Consoli emanato nel Febbraio del 118o proibiva di costruire volte di legno tra una casa e l’altra in certi vicoli principali o carrubei maestri (78). Quanto al legno più generalmente prescelto per queste strutture; da quanto è scritto in un atto del 1225, pare fosse quello di castagno – domus de bono muro legnaminis castanee (79).
L’uso del legname rendeva però frequente la possibilità di incendio, e poi che le vie che prendevano il nome di carrubei e in dialetto carroggi erano strette e le case nel folto dell’abitato venivano lateralmente separate appena da un angusto passaggio detto tregenda (80) disastrosi ne erano a volte gli effetti: oltre quello del 1122 a S. Ambrogio,

1154  Incendio del Borgo (da schizzi nel Caffaro)

si ricorda quello del Borgo la sera del 25 Dicembre 1154; quello del 1179 quando bruciarono le case presso il Castello e gran parte del quartiere di Palazzolo che allora si poteva considerare il quartiere più popoloso di Genova, quello del 1194 nel Mercato vecchio di San Giorgio, quello ancora del 1240 quando andarono arse ben tre decine di case di legno in Soziglia, domus lignaminis positi in Susilia (81). Onde giustamente osservava l’annalista Giorgio Stella a proposito dell’incendio avvenuto nel 1194, cre­ditur, ut si domorum fuisset tunnc forte lapideum tegimen, tantam non potuisset ignis laesionem inferre (82). Il perchè i Consoli del Comune nel 1142 tra i precipui doveri cui era tenuto il ban­ditore pubblico, il Cintraco, gli avevano opportunamente imposto quello che quando soffiava forte il vento di aquilone, egli percorresse la città, il Castello e il Borgo avvertendo i cittadini di ben spegnere il fuoco: et quando ventus aquilo regnat debet ire per civitatem et per castrum et, per burgum admonendo ut bene caveant ignem (83).
Dal X secolo si comincia ad applicare alle case private la costruzione in pietra fino allora riservata agli edifici di carattere pubblico o ai monumenti, con un processo che si svolge per gradi. Dapprima si comincia a sostituire la costruzione muraria al legno nei pilastri e nei muri, cioè negli elementi verticali; si arriva infine alla costruzione lapidea anche negli elementi orizzontali sostituendo la volta al solaio in legno. Un atto del Gennaio 1540 ci insegna che Pan­dolfo di Terrile aveva nella contrada del Molo alcuni solai in legno innalzati sopra pilastri la­pidei, solai cadenti per vecchiezza, per il che lo stesso domandava, ad evitandum periculum ignis, di poterli ricostruire calce et lapidibus (84).
Fu specialmente sul declinare del sec. XII che le case della regione di Castello e della Marina di San Lorenzo cominciarono ad essere ricostruite in pietra, e ne rimangono resti in piazza Cavour, in una loggia romanica in piazza Luxoro, in un arco con pilastro e capitello cubico in via delle Grazie, e poi in piazza delle Scuole Pie, in piazza Stella, ecc., e chissà quanto di prezioso è ancora nascosto dentro le case dei rioni antichi che hanno nei tempi successivi soffocato la città romanica. Ma lungo la Chiavica, via Giustiniani, a San Donato, a S. Am­brogio, a S. Andrea, ai Macelli della Maddalena, in Soziglia, in Campo e in Fossatello, le case di legno esistevano ancora nel secolo XIII.
E’ appunto in questo rinnovo della città che io penso abbia avuto una grande influenza lo stato di rivalità e di guerra fra le famiglie nobili. La necessità di difendersi è certo quella che ha fatto costruire le case in pietra quadra, quasi ciclopica, di cui si vedono ancora i resti da Santa Maria in Passione a piazza Invrea, a via dell’Arcivescovado, a vico degli Spinola. L’asserraglia­mento nella casa-fortezza ha quindi svegliato l’amore dei genovesi per la propria casa – e allora la tradizione di queste potenti dimore ha perdurato anche quando è caduta la ragione della di­fesa e il palazzo del ‘5oo e ’60o si spiega soltanto nell’ambizione di superarsi vicendevolmente, nell’istinto ormai radicato di poter così pietrificare la gloria e i diritti acquisiti. Vediamo perciò dar presto mano ad erigere edifici più nobili, basati su solidi pilastri e protetti da alte torri, le quali abbondavano nella città nuova, a gareggiare con quelle della vecchia attorno al Castello e ai Palazzi dell’Arcivescovo e dei Consoli. Ogni torre era unita alla casa e costituiva opera di difesa e di abitazione; appartenente originariamente ad una sola famiglia, già nel sec. XIV era ceduta a piani per uso civile di abitazione sopraelevandosi il più possibile: nasce così questo ele­mento caratteristico dell’architettura genovese, la casa-torre a dieci piani, antesignana del grattacielo.
Il secolo XIII è naturalmente quello che segna il pieno risveglio edilizio, non soltanto limitatamente alle chiese, ma esteso a tutte le case della città ed alle ville di campagna, di cui è esempio la casa del Boccanegra a San Martino. Ma mentre gli architetti del periodo romanico si erano attenuti a un tipo severo di costruzione grandiosa e massiccia, tutta in pietra nera, alle volte irrobustita per giunta da un poderoso bugnato, i costruttori del ‘2oo e del ‘300, coll’impiego di materiali varii, pietra, marmo, mattoni, rompono con note di colore l’imponenza delle masse costruttive, che da ultimo rendono ancor più leggera forandola con gli enormi vani delle facciate. I palazzi diventano allora aerei per ampi loggiati e per ampie quadrifore, le chiese hanno chiostri retti da pilastri ottagoni, o da colonnine binate. Lungo la Ripa vengono eretti gli edifici mar­morei che si possono ancora vedere, componenti attorno al palazzo delle Compere un magnifico arco di pilastri, finestre ogivali, tetti e logge; e le nuove costruzioni a loggiato che si trovano in tutta la vecchia cinta, offrono nel loro assieme l’impressione che la città sia stata appunto quasi tutta riedificata di quel tempo, dopo il benessere recato dalle crociate e dalle imprese coloniali. Queste logge così numerose non solo appartenevano alle famiglie ed alle arti ma anche a Comu­nità di mercanti forestieri come quelle dei Fiorentini, dei Romani, dei Pisani, dei Greci, ecc.
Si vedono allora le principali famiglie cittadine edificare nei loro centri gruppi di palazzi; i D’Oria a S. Matteo con la facciata listata di marmo bianco e pietra nera; gli Spinola a San Luca con i palazzi adorni di grandioso bugnato; i Maruffi in Canneto il Lungo con il portico in pietra, il corpo in mattoni, le quadrifore e l’alta torre. L’uso delle striscie bianche e nere sembra fosse riservato alle case dei cittadini illustri e venisse poi così a costituire l’emblema di potenza e di ricchezza. L’altro tipo, della casa in pietra e mattoni d’imitazione lombarda lo ritroviamo presso la Porta Soprana nelle case Embriaci, a S. Donato, in piazza Invrea, nel palazzo del Po­destà in vico del Fieno, che è opera della metà del XIII secolo, e infine, quale esempio massimo, nel Palazzo di San Giorgio. Elementi che sembrano tutti reassunti dal Palazzo del Comune, innalzato sulla fine del secolo, quando si veda com’esso è costituito da un basamento di pietre a bugnato, con loggia sorretta da pilastri ottagoni, con la facciata a liste bianche e nere, colle ampie quadrifore, colla solenne torre del Popolo che innalza sul corpo in pietra il finale in mat­toni, prolungato nel 1539 sopra al fregio d’archetti tre volte sovrapposti.

Note e Bibliografia. (62) O. Grosso, Genova, 1912. (63) Arch. Civ., Atti, 1528 – 32, N. 206, ecc. (64) Poch, Miscellanea, Vol. 5 e 6; Richerio, Fol. A, f. 88, c. 2. (65) Nell’arte di tesser la lana erano particolarmente celebri i frati Umiliati – che per stendere la lana ad asciugare usufruirono a lungo dei terreni sulla sponda destra del Bisagno, compresi appunto sotto il nome di Prato della Lana. (66) Archivio Atti Civili, Atti, 1594­. (67) Richerio, Fol. A. (68) Richerio, Fol. B. (69) Arch. Civ., Atti, 1481-89. (70) Liber Jurium, T. I., c. 45­. (71) Richerio, Ind. Fol. (72) Da un atto del 1215 nel Vol. XVIII degli Atti S.L.S.P., p. 355­. (73) Liber Jurium, T. Il, c. 317. (74) Poch, Miscellanea. – Vol. IV. (75) Arch. Civ., Cartulario1519 – 27 Maggio. (76) Vito A. Vitale, Storia di Genova. (77) Caffari, Annales, 1122. (78) Liber Jurium – T. I. col. 313. (79) Arch. Civ., Cicala T. I. – parte I. (80) Registro Arcivescovile di Genova – pag. 289-353. (81) Richerio, Vol. IV. (82) Giorgio Stella, Annales, Col. 985. (83) Liber Jurium, T. I. col. 78. (84) Arch. Atti Civ., atti 154o-41.

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 CICLO DI GUERRE PER TERRA E PER MARE

1228 – 1339

Cenni storici illustrati e raccolti dal pittore Quinto Cenni (Milano) per conto del Sig. Dr. Cav. H. J. Vinkhuizen dell’Aia, Medico. 

http://digitalcollections.nypl.org/search/index?utf8=%E2%9C%93&keywords=genoa

Ciclo di guerre per terra e per mare

Genova – sempre in sussulto per le sue deplorabili lotte intestine – si trova ancora avvolta in lunghe guerre terrestri coi suoi confinanti, le quali hanno la loro ripercussione nel Mar Tirreno e nel Mediterraneo.

1228. Gli allessandrini distruggono Capriate. 1234 – 1235 La Repubblica ha qualche bega  col Soldano di Septe (Ceuta).

Nel 1228 gli Alessandrini  hanno distrutto Capriate e i Tortonesi Arquata.

Nel 1229 Nizza le vien sottratta a tradimento, né i 400 militi della città ed i 100 della campagna che essa ha mandato a quella volta giungono a tempo a ricuperargliela.

Nel 1230 gli Alessandrini sono costretti, è ben vero, a chieder pace e nel 1231  restituiscono Capriate, ma nel 1232 l’Imperatore Federico II  manda contro una flotta comandata dal suo siniscalco Acon. Genova non sbigottisce per questo e manda a sua volta contro il siniscalco l’Almirante Guglielmo Nicolò Mallone con 17 galee ed altre navi e costui va fino a Tunisi a scontrarvi gl’imperiali e poscia gl’insegue fino a Tiro dove si fa pace e nel 1233 ritorna trionfante in Genova.

Nei due anni 1234 – 1235 la Repubblica ha qualche bega (questione incresciosa) di colore non ben chiaro, col Soldano di Septe (Ceuta) e mentre si affatica, con poco suo onore, a trarne un qualche profitto “commerciale”, gl’uomjnj delle otto “Compagnie” della città formano delladobbligo al a soli l’esercito che nel primo di questi due anni (1234) domò in breve tempo la ribellione delle piccole valli Arozie sopra Albenga.

Nel 1236 Genova, stanca forse di guerre terrestri che la distolgono troppo da suo vero campo, il mare, non interviene nella guerra di Lombardia ma, nell’anno seguente, 1237, Tortonesi collegati a Pavesi ve la costringono col riprendere Arquata, onde è fatto obbligo al Podestà (in quell’anno Oldrato Grosso di Trissino) (Lodi) di portarsi con un esercito a Voltaggio obbligando quegli Alleati a ritirarsi tosto, onde lo stesso esercito ritorna trionfante in città.

1236.

Ma le lotte intestine continuano più micidiali che mai ed il campo di Sarzano, luogo preferito dai duellanti, è sempre più intinto del loro sangue, onde il Podestà Oldrato addotta severissime misure e fa piantare buon numero di forche a Co’ di Faro.

1238. Forche a Co’ [Capo] di Faro e ribellione nella Riviera di Ponente.

Nel 1238 la fase della ribellione, appena accesa in Riviera di Ponente con la piccola ribellione delle valli Arozie nel 1234 piglia vigore ad un tratto con quella, più estesa, di Savona, Albenga e Ventimiglia, ma della quale ha tosto ragione una flotta di 14 galee spedita a quella volta.

1239 – Ma ormai il dado è tratto e la ribellione di tutta la Riviera di Ponente per un istante assopita, si risveglia più forte e più accanita che mai, protetta e aiutata come essa è dall’Imperatore Federico, dai Vercellesi (Vercelli), dagl’Alessandrini, dai Tortonesi (che tentano una ribellione in Genova medesima, fortunatamente sventata) e dal Marchese di Cerreto, padrone del Finale.

1240 – Genova, impensierita di tanto movimento, stringe a sua volta un’alleanza coi Comuni di Milano e di Piacenza che le accordano, il primo 70 militi, il secondo 30, in tutto 100 militi, i quali, coi loro scudieri e valletti, combattenti essi pure, possono raggiungere un totale di 350 a 400 uomini a cavallo: 100, cioè, di grossa cavalleria (Militi), il rimanente di cavalleria leggiera.

La Repubblica vi aggiunge, di suo, un esercito così composto:

Uomini delle tre Podesterie: Bisagno, Valture e Polcevera,

Militi dello Stato, cioè della Città e della campagna,

Balestrieri della Città

Tavola XXVII (non presente) e noi diamo nella Tavola XXVII un’idea della riunione di tale esercito in Val Polcevera tra Fegino e Cornigliano – Eccone la spiegazione: Ufficiale dei Balestrieri della Città – 4 Ufficiale degli Uomini delle Podesterie – 5 Mjliti dello Stato – 8 Uomini delle Podesterie – 9 Militi di Piacenza – 10 Mjliti di Milano. Nel fondo il Convento delle Monache presso Fegino.

1241. Esercito in val Polcevera

1241Mentre ha luogo la radunata dell’esercito genovese, la sua avanzata su Svona, i primi scontri coi Savonesi (i quali, malgrado l’ajuto in luogo di molti soldati tedeschi, sono costretti a tosto rinchiudersi in città) avviene in mare un fatto gravissimo per Genova e che per poco non la porta a rovina. Ecco il fatto:

Il Papa Gregorio IX, ha indetto un Concilio a Roma ed ha pregato la Repubblica a voler prestarsi colle sue navi al trasporto dei Vescovi congregati da Marsiglia a Genova e da Genova a Civitavecchia. La Repubblica, che è pronunciatamente “guelfa”, acconsente alla preghiere del Sommo Pontefice, e, dopo aver portati da Marsiglia a Genova i Vescovi e loro seguito, li fa proseguire verso Civitavecchia con una buona scorta di galee, sospettando le serie minacce dell’Imperatore e dei Pisani suoi alleati. Il loro almirante (ammiraglio) mancò però di prudenza ed è scontrato dal De Mari (profugo genovese ed almirante in capo delle flotte riunite dell’Impero e di Pisa) presso P.Venere ed interamente profligato (sconfitto). Otto galee soltanto si salvano dall’immane disastro e tornano a Genova. Questo fatto à luogo il 6 aprile quando l’esercito genovese era già accampato sotto Savona ed un esercito imperiale, diviso, in due colonne, premeva con quella di destra sulla catena dei Giovi, e con quella di sinistra sulla Riviera di Levante. Non basta: la ribellione covava in città – promossa dai Doria e dagli Spinola, “ghibellini” e quindi fautori dell’Imperatore. Non basta ancora. La colonna imperiale di destra, condotta dal Vicario di Lombardia Marino da Eboli, ha già preso il castello di M. Gavilio [Gavi] presso Voltaggio; quella di sinistra (Vicario di Luverana (Lunigiana) Oberto Pelavicino) ha preso Zolasco e posto l’assedio a Levante, mentre il De Mari fila su Genova e Savona colla sua flotta vittoriosa.

1241. Gli imperiali prendono Gavi e Sarzana. Oberto Pallavicino ha posto assedio a Levanto. Il De Mari si porta a Savona.

In tanto terribile frangente la Repubblica non si smarrisce – Ordina immediatamente la costruzione di 60 tra galee e taride [nave medievale più piccola della galea] e vi fa lavorare anche a lume di candela, manda in esilio i Doria ed i Spinola ed invia un corpo di truppe a Voltaggio, (Truppe inviate a Voltaggio: 20 Militi, dei migliori della città. 200 fanti, Molti Balestrieri). Non basta: mentre il De Mari, diretto a Savona, passa a vista di Genova, la Repubblica ordina per mare, la solita costruzione di altre 104 fra galee, taride e navi e, per terra, una leva in massa ed appena le prime 52 navi sono pronte le manda sopra Savona e Noli, mettendo quest’ultima in stato di difesa e respingendo nel contempo un attacco notturno del De Mari sulla città stessa di Genova.

Tavola XXVIII [non presente] La nostra Tavola XXVIII presenta l’accampamento genovese a Settemonti sopra Savona. Le tende sono copiate da un disegno a colori che è in margine alla Cronaca di Bartolomeo Scriba, contemporaneo, ed il Capo che si vede in lontananza è il Capo di Noli che è in potere della Repubblica. Un messo porta gli ordini del Governo e chiede la strada migliore ad un avamposto di Uomini della Podesteria mentre la linea biancastra che si vede ai piedi della montagna di Noli (proprio dietro il masso) è Vado.

Tavola XXIX [non presente] La Tavola XXIX poi rappresenta uomini della Leva in Massa riuniti a Campo Sarzano (luogo solito a riunioni popolari), La cronaca di Bartolomeo scrive “quicumque arma portare poterant, vestes induentes srepatas et arma per compagnas diversis colori bus disegnantes” – cjoè armati come si poteva e vestiti dei loro panni stracciati con supra disegnate a colori le armi (stemmi) della rispettiva compagnia. Spiegazione: 1 Arciere della Compagnia della Porta. 2 e 3 Balestriere e Pavesario della Compagnia di S.Lorenzo. 4 Balestriere della Compagnia di Piazzalunga, 5 Arciere della Compagnia di Porta Nuova. 6 Fante della Compagnia di Maccagnano. 7 Idem della Compagnia di Soziglia. 8 Idem della Compagnia di Palazzolo e Castello. 9 Idem della Compagnia del Borgo.

1242 Continua la guerre per terra e per mare e nella Riviera di Ponente il marchese di Cerreto (Finale) prende per forza d’armi il castello di Signum. Guerra nei dintorni di Ronco e Busalla.

La Repubblica che aveva fatto un’alleaza offensiva e difensiva con Venezia, ha radunato una flotta di 89 galee, 19 taride e 4 grosse navi e le fa dipingere – per la prima volta – in bianco con molte croci rosse, mentre prima erano sempre dipinte in color grigio!

Il Podestà di quest’anno (Corrado di Concesio (Brescia)) convoca il popolo in Piazza S.Lorenzo e, dopo un bellissimo discorso, dichiara se stesso ammiraglio e distribuisce una “bandiera di compagnia” ad 8 Protinenti (Comiti e Vessilliferi); più due bandiere per ogni nave, una coll’insegna del Comune da collocarsi alla destra della nave medesima ed altra coll’insegna di Venezia da collocarsi alla sinistra. Divide poi le galee a 18 per Compagnia (8 compagnie, quindi 94 fra galee e taride) facendo issare sulla migliore di ogni compagnia il Vessillo di S.Giorgio. Le taride hanno edifici atti alla battaglia (castelli o “soprastrutture” come si diceva). Vengono pure distinti (non è detto in qual modo) i “Superaldentem” (Marinai? Forse), dai “Bellatoribus” (Fanti) e “Ballistariis” (Balestrieri) secondo la rispettiva compagnia, mentre i “Rematores” sono distinti per Podesteria.

Il 27 luglio (domenica) tutta quanta la flotta si raduna a S.Pier d’Arena e nello stesso giorno, sfilando con imponente ordine davanti al Porto di Genova, va a collocarsi alla foce del Besanus (Bisagno) ove tutti gli armati salgono a bordo avendo per distintivo generale la croce rossa sulla spalla destra,

Il 28 la flotta fa vela sopra Sigestrium (Sestri Levante) vi si ferma un giorno ed il 30 prosegue per Levante.

1242.

A tale imponente vista gl’imperiali che assediano il castello se ne ritirano e Levante è nuovamente munita, mentre le saettie vanno alla scoperta del nemico in alto mare e portano al Podestà, di ritorno a Sestri con la flotta, l’avviso che la flotta imperiale è presso Toica. Il Podestà vi si dirige immediatamente ma colle sole galee. Il De Mari però ne è già partito dirigendo su Pisa, che però non tocca e, girando al largo, cerca rifugio in Savona. Il Podestà ve lo insegue, ma intanto il De Mari tenta un nuovo, notturno assalto, non riuscito, su Genova, ove il Podestà, chiamato in furia, lo insegue di nuovo fino a Savona e Noli, né più succede altro nell’anno.

Tavola XXX [non presente] La nostra Tavola XXX rappresenta lo sfilamento della flotta bianca davanti al porto di Genova. Si vede nello spazio intermedio la Città di Genova con di dietro la Valle del Bisagno ed al di là di questa il Monte Fasce. Il Colle di Carignano, al di là del quale va a fermarsi la flotta (e non ancora abitato) è coperto alla vista dalla prima sezione della flotta medesima la quale presenta le navi della Compagnia di Macugnano mentre quelle di prospetto sono le navi della Compagnia del Borgo. Le galee hanno sulla punta di prora l’insegna del rispettivo proprietario, e comandante.

[firma] Quinto Cenni Milano 21 – 12 – 907

1243 Malgrado l’azione forte e risoluta spiegata dalla Repubblica di Genova nei passati frangenti politici, perseverano con uguale ostinazione le ribellioni di Savona e della Riviera di Ponente, alimentate continuamente, come esse lo sono, dai potenti aiuti dell’Imperatore Federico II. Perciò Genova, avuta promessa d’ajuto dal Comune di Milano e dai Marchesi di Monferrato, di Ceva e di Cerreto, intraprende in quest’anno una nuova spedizione contro la ribelle Savona. Il Podestà (Manuel de Madio) la comanda in persona ed al primo sabato di Marzo le truppe iniziano il movimento. Due grandi “trabuchi”, due “bricole” ed altre macchine formano il materiale d’assedio e tutta l’oste genovese, giunta in vista di quella città, si accampa a Settemonti.

Ma intanto né il Comune di Milano, né i tre Marchesi sunominati si fanno vivi, e soli intervengono in ajuto dei Genovesi 40 militi di Piacenza, cioè circa 120 uomini di cavalleria, tra grave e leggiera Malgrado di tale mancanza di parola da parte de’ suoi alleati l’esercito genovese mantiene le sue posizioni ed il Podestà accresce l’esercito con 400 militi metà dei quali raccolti in Piemonte, e stringe sempre più dappresso la città. A sua volta l’Imperatore, temendo di perdere il proprio prestigio col lasciar cadere Savona, sua alleata, manda in suo ajuto un esercito comandato dal Re Enzo, suo figlio, ed una flotta di 135 galee (80 delle quali Pisane) cogl’ammiragli: De Mari, profugo genovese ed ammiraglio di Sicilia, e Buonacorsi, di Pisa.

Tavola XXXI [non presente]

Ciò nondimeno al 19 di aprile i Genovesi – divisi per “compagnie” (La vera denominazione, ancora in quest’epoca, è quella di “Compagne”. Noi usiamo quella, venuta assai dopo, di “Compagnie” perché più adatta agl’usi moderni e quindi più intelligibile.) della città a piedi ed a cavallo – danno l’assalto a Savona, ma la numerosa truppa che vi è dentro respinge gli assalitori. Quest’esito infelice, al quale hanno contribuito 200 militi imperiali (da 4 a 500 uomini di varia armatura) che l’esercito ausiliario del Re Enzo ha potuto – in mancanza di meglio – gettar entro Savona con un convoglio di viveri e farine, e, contemporaneamente, l’avviso ricevuto che le 135 navi imperiali e pisane sono giunte in vista di Genova, obbligano il Podestà ad ordinare la ritirata su Genova medesima, la quale si effettua subito dopo bruciate le macchine d’assedio estrattone il piombo per la eventuale fabbricazione di altre navi.

A loro volta gli alleati imperiali e pisani, alla vista dell’esercito ritornato in città da Savona, non ardiscono proseguire la loro impresa su Genova e si ritirano.

Tavola XXXI [non presente] Attacco delle “Compagnie” a Savona – 19 Aprile 1243 – Mai, come in questo fatto, è stata precisata dalle cronache genovesi la vera natura della milizia delle “Compagnie” e perciò ne abbiamo fatto tema di una Tavola. La Milizia delle “Compagnie” era realmente indipendente da qualunque altra milizia della Repubblica e costituiva una specie di riserva alla quale non si ricorreva altro che in casi speciali. In questa circostanza esse “compagnie” andarono all’assalto di Savona formate nel modo consueto di questi tempi, e, cioè: la fanteria nel mezzo della linea di battaglia, la cavalleria divisa sulle ali ed i balestrieri sparsi sul fronte (vedi schema a piè di pagina). Ogni compagnia aveva un determinato punto della città da assalire. Noi raffiguriamo nella nostra Tavola XXXI la “Compagna” di Platealonga (bianco con bleu in palo) all’estrema destra della linea di battaglia e rasente il mare. La “Compagna”, formata, come sopra abbiamo detto, procede all’attacco avendo in rango le proprie bandiere e banderuole, ed in testa, dopo i gruppi dei balestrieri, il proprio comandante con il vessillo proprio, quello della città (il vessillo della città, ossia della Repubblica, era la croce rossa in campo bianco – Il vessillo coll’immagine di S.Giorgio a cavallo pare fosse riservato ai soli comandanti generali sia di terra che di mare) e i trombettieri. Nel fondo di destra si vedono alcuni poggi dai quali un “trabuco” lavora contro la città, che, a sua volta, dall’estremo lembo di sinistra risponde. Nel lontano fondo sta il capo Noli illuminato dal Sole nascente.

1244 Schieramento delle Compagnie.

1244 Il nuovo Podestà (Filippo Visconti, di Piacenza) mette pace nella sempre agitata popolazione di Genova e concentra la sua attenzione sopra la ribelle Savona. Avendo quindi saputo che l’ammiraglio imperiale De Mari (Andriolo, figlio di Ansaldo) ha salpato da Savona con 10 navi (galee) per tentare di far danno alla solita annuale carovana mercantile genovese proveniente da Levante arma 25 galee e và all’incontro di Andriolo. Questi, non sentendosi in forze pel combattimento, batte in ritirata poggiando su Tunisi. Il Podestà ve lo insegue ma in questo mentre avuto per rapidi messi, l’avviso che il Papa, Innocenzo IV (di Genova), prigioniero dell’Imperatore a Sutri, implora angosciosamente dai Genovesi di essere liberato abbandona l’inseguimento, e, doppiando rapidamente il Capo Corso, fila su Civitavecchia, ove raccolto il Pontefice, già fuggito da Sutri, lo conduce in gran trionfo a Genova.

1244. Il Podestà Filippo Visconti insegue le galee del De Mari (ammiraglio imperiale, ma devia per salvare il papa Innocenzo IV , prigioniero dell’Imperatore, fuggito da Sutri e recatosi a Civitavecchia.

1245 Podestà Filippo Ghiringhelli di Milano (Philippus Guiringuellus de Mediolano). Prosegue la guerra, minuta, con Savona e coll’Imperatore e Pisa, venendo l’esercito genovese scaglionato a Gavi, Voltaggio, Pallodio ed oltre i Giovi ed essendo qello imperiale postato fra Alessandria e Tortona. In Luglio i marchesi di Monferrato e del Finale rinforzano gl’Imperiali ma non avviene alcun incontro d’armi degno di memoria. In Ottobre la Repubblica manda 500 balestrieri della città in ajuto di Milano, i quali devono necessariamente aver marciato per la valle della Trebbia essendo le altre vie (vie per modo di dire) occupate dagl’Imperiali. (6 Dicembre) Fortunale terribile nel golfo con perdita di moltissime navi, ma essendo ancora il porto sufficientemente protetto dai venti d’alto mare come lo dimostriamo qui contro.

1245. Il Podestà Filippo Ghiringhelli prosegue la guerra con savona e l?imperatore. Il 6 dicembre fortunale con traversia delle navi in porto.

1246 Tutta l’annata è consumata dal nuovo Podestà a rimediare ai gravi danni portati alla forza navale genovese dal detto fortunale.

1247 Il Podestà di quest’anno, Bernardo Castronovo, di Piacenza, esce, l’11 di maggio, da Genova con un esercito diretto a Savona e, contemporaneamente manda 150 balestrieri della città in ajuto di Parma assediata dall’Imperatore. Poi, in agosto, intercedendo perciò la città di Piacenza che è guelfa al pari di Genova, Parma e Milano, ve ne aggiunge altri 500.

Intanto Andriolo De Mari, profittando di questi esodi di forze da Genova, si spinge su di essa con 20 galee e la bombarda coi “trabuchi” che ha sulle proprie “taride”. Quindi, avvertito da traditori (ghibellini genovesi) dell’armamento fatto dal Podestà, si ritira su Savona, inseguito da quest’ultimo con 25 galee. Avvengono colà piccoli scontri, avvisaglie, colpi di mano ma senza futto per l’una o per l’altra parte, onde la flotta genovese si ritira in patria e passa al disarmo, mentre altre 24 nuove galee ne prendono il posto. La Repobblica ha, in questo frattempo, ripreso per tradimento Zolasco sulla Riviera di Levante [entroterra di Levanto] ed a buoni patti Varese, sul confine di Parma; ma perde Capriata, sui confini con Alessandria, carpita per tradimento dagl’Alessandrini.

1248 Podestà Rambartinus de Robarello di Bologna. La lotta coll’Imperatore e suoi alleati ghibellini facendosi più grave ogni giorno (S. Luigi Re di Francia, intraprendendo la sua prima Crociata, aveva contato sui mezzi di trasporto, cioè sulle navi, Genovesi ed aveva perciò dato loro il convegno a S.Pier d’Arena. Tutto il movimento straordinario che ne era risultato in Genova aveva fatto sospettare all’Imperatore che si tramasse qualche cosa contro la Sicilia. Da ciò l’invio dei due eserciti imperiali contro Genova), si rinforza anzitutto la Marina con 32 nuove galee fornite dalle 8 “compagnie” della città (quattro per ognuna). Poi si radunano 300 militi cittadini e 100 dell’Oltre Giovi, in tutto 1000 e più cavalli di varia armatura; si noleggiano 400 militi i Piacenza e si mandano questi rinforzi contro i due grossi eserciti imperiali, i quali si avanzano minacciosi sul territorio della Repubblica; quello di destra condotto dal nuovo vicario imperiale Marchese del Finale; quello di sinistra dall’antico vicario imperiale Pelavicino. Ma, mentre la flotta da un lato fa buona guardia e dall’altro i rinforzi giungono in linea, i due eserciti imperiali si ritirano in fretta, quasi in sembianza di fuga. Che è dunque avvenuto? Eccolo in brevi righe.

L’Imperatore Federico II, assediando Parma, vi ha costruito a riscontro una nuova città fornita di torri, mura ecc. che gli serve di quartier generale ed alla quale egli ha dato baldanzosamente il nome di “Vittoria”. Ma un certo giorno l’Imperatore, eccessivamente fiducioso sul buon esito delle proprie imprese, essendo andato a caccia col suo seguito, i Parmigiani avendolo saputo escirono con tutto lo sforzo delle loro truppe – fra le quali anche i 450 balestrieri genovesi saliti nel frattempo a 600 (non sappiamo come ma, probabilmente, con parte di quei 500 spediti in ajuto di Milano nell’anno 1245) – e si riversarono sui trinceramenti, torri e mura di “Vittoria” sforzandoli da ogni parte ed interamente distruggendola. La disfatta è tanto irreparabile per Federico II che egli, stremato di forze, si ritira in Puglia ed i due suoi eserciti, già marcianti su Genova, sono stati già obbligati ad allontanarsene al più presto, e tutto il partito ghibellino ne rimane pressoché disfatto.

Ora ci abbisogna fermarci un poco sulla parte avuta dai balestrieri genovesi alla vittoria di Parma, cioè alla presa di “Vittoria”. Quei soldati genovesi erano balestrieri, cioè truppa destinata (e, quindi, abituata) ad offendere l’inimico da lontano. Come potevano dunque esser dessi adoperati per un combattimento da vicino e per un combattimento poi splendidamente riuscito? La “France Mjlitaire” del Ten. Col. Dally (Parigi, Larousse, 1889) a pag. 69 spiega così la cosa:…Le nom d’arbaletriers resta spécialment attaché à ceux qui faisaient partie de la milice régulière et permanente, établie dans plusieures villes (Il termine balestrieri era usato particolarmente per quanti facevano parte della milizia regolare e stabile di molte città). Ora ciò che è buono per una nazione può esser buono anche per un’altra e nulla vieta quindi che ciò che si usava allora nei Comuni di Francia, non si usasse altresì nei Comuni d’Italia. D’altronde non si manda una truppa che abbia un unico modo di servir in luogo dov’essa può essere obbligata a servire in molti modi diversi. Perciò noi riteniamo che appunto sotto il nome di “balestrieri” la Repubblica di Genova tenesse un corpo di milizia sempre pronta a marciare e contenente nelle sue file balestrieri propriamente detti, ciò è certo, ma ancora “palvesari“, cioè soldati armati di scudo  (palvese, scudo quadrangolare a vasta copertura), spada e lancia. Ed è appunto per dimostrare patentemente questa diversità  d’armanento e di servizio in una truppa chiamata con un solo ed unico nome, che noi abbiamo pensato di rappresentare il bel fatto d’arme di “Vittoria” nella nostra XXXII Tavola. (Gli arcieri inglesi nella battaglia di Agincourt, dopo aver … [nota mal leggibile])

Tavola XXXII. Partecipazione gloriosa dei BalestrieriGenovesi alla presa del Quartier Generale Imperiale “Vittoria” nella difesa di Parma – 1248. Sul primo piano: i veri balestrieri combattenti da lontano. Il primo a sinistra scocca la freccia, il secondo volta la schiena, protetta dallo scudo, e, ponendo il piede sinistro sull’anello della balestra, porta la destra al turcasso; il terzo ha già scoccato la freccia; il quarto ed il quinto a destra, seduti dietro un eventuale riparo  di terra cui hanno aggiunto per maggiore sicurezza i propri scudi, preparano la loro arma. Nel secondo piano: i balestrieri-palvesari si spingono all’assalto.

Alcune riflessioni sula costituzione militare della Repubblica. 

Da quanto finora abbiamo esposto sulle forze armate della Repubblica, risulta che quelle di mare si dividono usualmente in galee, “taride” e navi da carico dello Stato ed in galee, “taride” e navi da carico dei particolari mercanti, obbligati però a servire in ogni contingenza lo Stato, quelle di terra essere elencate come segue:

1° Milizia attiva: a. Balestrieri della città (Genova); Militi della città e dello Stato (Uomini a cavallo più o meno forniti di buon censo e seguiti da uno o più valletti, arcieri, balestrieri, a cavallo.

2° Milizia di riserva. Le otto compagnie cittadine  a piedi ed a cavallo).

3° Leva in massa: Uomini requisiti dovunque e comunque (sempre ed unicamente nello Stato) per servizio militare, armati di spada e scudi, oppure di archi e frecce o di balestre e verrettoni (freccie) ed, infine, di lancia (quelli oltre i Giovi lance lunghissime).

4° Milizia eventuale: Stipendieri, cioè truppe stipendiate o mercenarie prese fuori dallo Stato.

Queste truppe portavano “uniforme”? Nel modo col quale si spiega e s’intende oggi un “uniforma”, essa truppa certamente non la portavano. Tuttavia le milizie della città, cioè: balestrieri e militie quelle delle “otto compagnie”, pure della città, avevano qualche cosa di uniforme nel loro vestiario ed armamento e cioè: 1° Il “sarcotto” o giuppone (corpetto di panno grosso stretto alla vita), od, in suo luogo, una leggiera tunica, 2° La copertura dello scudo; e questa e quelli portavano per intiero, cioè in tutta la relativa loro ampiezza, i colori dello dello Stato per i balestrieri ed i Militi; quelli della propria “compagnia”  e componenti a piedi od a cavallo delle medesime. Se poi aggiungiamo che i Nobili avevano ancora il diritto di far portare ai propri subordinati (servi, e valetti armati) la propria divisa, ne risulterà che, se una uniforma vera e propria non si portava a questi tempi, tuttavia qualche cosa di uniforma lo si aveva, onde non può dirsi in alcun modo ch l’uniformità del vestire degli eserciti sia cominciata solo alla fine del secolo XVII, ma bensi bisogna riconoscere che qualche parte di uniformità eisteva assai tempo prima.

Un ultima considerazione: le milizie comunali di qualsiasi città d’Italia reggentesi a Comune, avevavo, come a nocciolo fondamentale del proprio regolamento militare (o “Codice” come si diceva a questi tempi), il “Carroccio”. Orbene, nella storia di Genova tale istituzione non è mai nominata, onde bisogna considerare che lo stato militare della Repubblica non ne comprendesse l’esistenza. Infatti il terreno, troppo montuoso, della Repubblica non ne comprendesse l’esistenza. Infatti il terreno, tutto montuoso, della Repubblica non avrebbe permesso  l’impiego di quella pesante macchina, sebbeno si sappia che i suoi eserciti si traevano dietro le macchine d’assedio non meno pesanti certamente. Ma queste macchine d’assedio non avevano nessuna importanza di ordine morale e potevano senza vergogna alcuna essere abbandonate: il “Carroccio” invece, essendo come una bandiera, rappresentava lo Stato, la Nazione, e sarebbe stata somma vergogna il lasciarselo rapire (I Cremonesi, alleati dell’Imperatore nell’assedio di Parma, tenevano il loro “Carroccio” entro le mura, o recinto che fosse, di “Vittoria” e lo perdevano con grande strage di modenesi e con loro vergogna). La certezza di tale pericolo, emergente dalla montagna ed asprezza di tutto il territorio della Repubblica, dell’essere stata il motivo unico pel quale il Comune di Genova, a differenza di tutti gli altri Comuni d’Italia, non adottò l’uso del “Carroccio”; per non esporsi, cioè, alla troppo facile eventualità di perderlo.

1249 Nulla di militarmente o storicamente importante in quest’anno.

1250 Il Podestà di quest’anno, Gherardo da Correggio, conduce esso stesso un esercito sopra Savona, ancora e sempre ribelle, e fa costruire in vista della medesima due solide bastie (trinceramento quadrato con fossato intorno) ottimamente fornite d’armi e d’armati onde contenere almeno entro le loro mura gli ostinati Savonesi.

1251 Ma ormai la rapida declinazione subita dal partito imperiale colla caduta irreparabile del suo più forte sostegno, l’Imperatore Federico, ha tolto ogni speranza di reggersi nella propria ostinata ribellione a Savona ed a tutta la Riviera di Ponente, onde un’ultima spedizione, comandata contro questa città e condotta dal Podestà di quest’anno, Menabò di Parma, viene incontrata a mezza strada da un’ambasciata di Savona che domanda e prega pace. La preghiera è accolta bene, Savona e tutta la Riviera fino a Monaco tornano in soggezione di Genova ed il Podestà e l’esercito tornano lieti e trionfanti nella loro non meno trionfante né meno lieta patria.

1252 Nulla di militarmente importante in quest’anno.

1253 Vengono abbattute le mura di Savona, secondo gli accordi di pace.

1254 Nulla di militarmente importante in quest’anno.

1255 Già fin dal 1251 erano state incoate trattative d’accomodamento fra la Repubblica di Genova e quella di Pisa, ghibellina e sua eterna nemica, ma le trattative a nulla avevano approdato onde lo stato di inimicizia perdurava sempre fra i due stati sebbene non desse luogo a vie di fatto. Ma ciò che non era avvenuto nei 4 anni innanzi avviene in questo e la guerra è formalmente dichiarata fra la Repubblica di Genova e le sue alleate le Repubbliche di Lucca e di Firenze da un lato e quella di Pisa dall’altro.

1255. Cartina topografica che mostra la situazione geopolitica locale del tempo.

Perciò tre eserciti alleati convergono su quest’ultima e la accerchiano da ogni lato. L’esercito lucchese impegna per primo la lotta, ma ne esce alla peggio, però subentra quello di Firenze, cogliendo i Pisani di fianco e li obbliga a rifuggiarsi con molte perdite in città. L’esercito genovese, che si è assunto l’impegno particolare di prendere il castello d’Yllico non prende parte a questo episodio della triplice battaglia e l’esercito fiorentino ritorna trionfante in patria. Quello di Lucca, vedendosi abbandonato e impotente, ritorna, scornato, in Lucca e altrettanto fa poco dopo quello di Genova, dopo aver preso l’agognato castello.

1256 Il marchese di Cagliari (Calarum come si scriveva in questa epoca, cioè Cagliari, oggi capitale della Sardegna) fa regolare donazione di un suo castello alla Repubblica di Genova che ne prende regolare possesso mediante l’invio di due sue navi, invano opponendosi Pisa; la quale manda perciò una spedizione armata contro il detto marchese. Genova, naturalmente , interviene in suo ajuto con una squadra di 12 galee che ne cattura otto di quelle pisane. La guerra si fa viva, tra il detto marchese e Genova da un lato e Pisa dall’altro. Il marchese viene ucciso, ma il figlio suo e successore conferma la donazione del padre ed una flotta di 24 galee comandata dagl’ammiragli Guercio e Cigallo (singolare e cattiva questa abitudine dei Genovesi di affidare le loro flotte a più ammiragli ad un tempo) assedia Porto Pisano, ne cattura tre galee ed incendia le rimanenti.

1257 In quest’anno, per un’improvvisa rivoluzione cessa il governo dei Podestà, salvandosi a stento dal furor popolare il nuovo Podestà Filippo della Torre, milanese. Il motivo della sommossa non è ben chiaro, ma è una conseguenza pura e semplice della somma irrequietezza ed indocilità della popolazione, mai contenta del proprio stato e sempre in rotta con tutti. Il popolo, congregato in S. Siro, acclama a proprio capitano un ricco e distinto popolare, Guglielmo Boccanegra per 10 anni e destinandogli una guardia di 50 uomini. Si elegge in pari tempo un nuovo Podestà ma con limitatissimi poteri.

Capitanato del Popolo

Si fanno, ancora in quest’anno, due spedizioni in Sardegna contro i Pisani che assediano Cagliari, la prima comandata dagl’ammiragli Ugo Vento e Jacopo de Nigro e la seconda da Filippo Calderario.

1258 Primi motivi di guerra e prime avvisaglie fra le due Repubbliche di Genova e di Venezia per gelosie di comando e di commercio in Aracon (S, Giovanni d’Acri). Il Pontefice Alessandro IV interviene immediatamente e fa far subito pace nello stesso giorno (la Cronaca dice precisamente così. Veramente questo cronista è l’abbate Ancinelli genovese, il quale merita ben poca fede per la gran confusione di date che così fa. Visse nel Secolo XVIII e fu presente alla guerra 1745 – 47. Buonissimo uomo ma molto confusionario nei suoi scritti. Io ho dovuto metterlo da parte) ma Genova ha perduto 25 galee su 30 in un solo ed unico combattimento!

1259 Il Capitano del Popolo comincia a dar forte sospetto sulle proprie intenzioni!

1260 Nulla d’importante in quest’anno!

1261 La Repubblica fa alleanza con l’Imperatore greco Paleologo contro Venezia con grande sdegno del Sommo Pontefice, il quale le lancia la scomunica, specialmente perché, essendo essa sempre stata fedelissima alla Chiesa, ora ha fatto alleanza con Sismatici contro altri Cristiani. La Repubblica se ne commove, sì; anzi manda un’ambasceria al Papa per giustificarsi, ma poi prosegue egualmente nella sua intrapresa, inviando a Costantinopoli una flotta di 6 navi e 10 galee, comandata dall’ammiraglio Marino Boccanegra fratello del Capitano del Popolo. Tale flotta aiuta l’Imperatore Paleologo a ritornare sul Trono d’Oriente e ne riceve in compenso la città di Smirne. L’importanza storico-militare di questo avvenimento ci consiglia a dare qui contro la pianta della località ove l’avvenimento medesimo ha avuto luogo.

1260. Smirne donata ai Genovesi dallImperatore greco Paleologo per essere stato aiutato a riprendersi il trono di Costantinopoli.

1262 Avviene quest’anno quello che si poteva pensare ben prima che avrebbe finito coll’avvenire, e, cioè, la decisa tirannide del governo del Capitano del Popolo. Il popolo insorge, uccide il fratello del Capitano ed imprigiona il Capitano medesimo. Si torna al governo dei Podestà.

Governo dei Podestà

Il nuovo Podestà è Martino da Fano. Una nave genovese di Ansaldo Doria proveniente da Costantinopoli, riporta che l’Imperatore Paleologo ha donato ai Genovesi un palazzo di Costantinopoli che già prima era posseduto dai Veneziani, che i Genovesi di colà lo hanno atterrato a suon di tromba e che ne hanno rimandato in patria colla di lui nave molti macigni perché servano al Palazzo di S.Giorgio, di già in costruzione.

1260. Teste leonine sulla parte medievale del Palazzo San Giorgio a Genova provenienti dal Palazzo di Botaniate in Costantinopoli. Quella di destra porta inciso MCL e una croce. La faccia leonina inferiore è sovrastata da una epigrafe in cui si ricorda la costruzione del Palazzo San Giorgio da parte di Frate Oliverio.

Avviene poi in quest’anno un primo combattimento nell’acque greche tra Genovesi e Greci da un lato e Veneziani dall’altro [finisca] colla peggio di questi ultimi. Primo, s’intende, dopo la pace del 1258.

1263 Podestà Lazzaro di Bologna. Al 25 di maggio, un lunedì, salpa da Genova una spedizione di 25 galee, 1 saettia e 5 barche al comando di più ammiragli, e, cioè: Pietro dei Grimaldi, Pescetto Mattene, Pietro degl’Avvocati; ed è diretta contro i Veneziani. Quasi nel contempo si manda ambasceria al Papa Urbano IV (francese) perché tolga la scomunica, ma il Papa è irremovibile.

Giunta la detta spedizione nelle acque greche, l’Imperatore Paleologo ordina ai Genovesi di formare una flotta di 38 navi e di dirigerla su Malvasia. I Genovesi vanno, ma nel viaggio incontrano una flotta di 32 navi Veneziane. Nasce dissenso fra gli ammiragli onde 14 soltanto delle loro 38 navi combattono, tra le quali quella dell’ammiraglio Pietro degl’Avvocati, che vi rimane morto. Dopo di che la flotta genovese tocca Malvasia. Intanto altra flotta di 25 galee genovesi viene sulle acque greche onde il loro numero totale raggiunge le 60 tra navi e galee. L’Imperatore però se ne insospetta fortemente e le rimanda tutte indietro, per cui succedono forti malumori in Genova e si fa processo agl’ammiragli.

1263. l’Imperatore Paleologo ordina ai Genovesi di formare una flotta di 38 navi e di dirigerla su Malvasia.

1264 Podestà Guglielmo Scarampi di Asti. Alcuni degl’ammiragli sotto processo sono condannati. In giugno una flotta di 20 galee e 2 grandi navi salpa da Genova diretta a Malta. La flotta è comandata da Simone Grillo, le due grandi navi rispettivamente, una da Pietro Embriaco, l’altra da Simone Guercio. Giunta la spedizione a Malta, si viene a sapere che nulla si può fare in Oriente, onde l’ammiraglio determina di fare una diversione nell’Adriatico. Vi si dirige quindi con 17 galee, ma poi ne manda una a Costantinopoli, onde rimane con 16.

1264. Una flotta di 20 galee e 2 grandi navi salpa da Genova diretta a Malta.

Incontro in questo mare Adriatico con una carovana mercantile veneta, composta di 1 grossa nave, 2 minori, alcune grandi “taride”, 19 “gabi”, un “panzano”, 2 galee, 1 saettia. I Veneziani si stringono tutti attorno alla loro grossa nave e buttano delle galline in mare, gridando ai Genovesi «Cum istis proeliate» [con queste combattete], ma poi sono vinti e costretti ad abbandonare tutte le loro mercanzie ed a rifuggiarsi nella grossa nave. Ma questa il giorno appresso, non potendo manovrare per mancanza di vento, è presa con tutto quel rimanente che nella notte non si è potuto salvare e condotta in prigionia a Genova. La Repubblica di Venezia, avuta lingua di tale disastro, arma in fretta una flotta di 32 tra navi, galee e “taride” la quale, non trovando più nemici nell’Adriatico, dirige sulla Siria e toccata Tiro e trovatavi una nave genovese, che vi stava sicura sulla parola del Marchese di Tiro (Filippo di Monferrato), la cattura senza altro, e, perché il Marchese protestava, danno l’assalto alla città medesima. Soliti fatti di quelli che intendono la libertà e la parola soltanto in proprio vantaggio.

1265 Dalle Cronache ed Annales dei periti: Marineto de Marini e Guillielmi de Murtedo e dei laici Marinus Iliusmani et Johannis Suroboni. Podestà Alberto de Rivoli cittadino di Bergamo, il quale entra (come di solito tutti i Podestà) con un seguito tutto suo proprio di 2 giudici e 5 militi coi loro servi, valletti armati ecc.

Nel giorno dell’Ascensione (Maggio) salpa da Genova una spedizione di 10 galee al comando di Simone Guercio e diretta contro i Veneziani. Incontra una flotta (qui bisogna intendere per flotta una carovana mercantile, poichè, in caso diverso, i due nemici si sarebbero certamente attaccati. La cosa è molto lodevole nei Genovesi in confronto del fatto di Tiro) veneta di 20 navi nelle acque di Sicilia è rispettata per amore di quel Re, dice la Cronaca, e si prosegue su pel golfo di Venezia senza far danni. La spedizione ritorna in Genova in novembre. Viceversa avvengono scaramucce ed avvisaglie fra Veneziani e Genovesi a Aacon (S.Giovanni d’Acri, o Tolemaide) ed in Siria.

Sedizioni e fatti di sangue in Genova.

Passaggio di Carlo d’Angiò con flotta di 27 galee e molti altri legni minori diretto alla conquista del Regno di Napoli.

1266 Podestà Jacopo della Palude di Parma.

In aprile salpa da Genova nuova spedizione di 18 galee e 1 nave, ammiraglio Lanfranco Borbonico, a’ danni di Venezia. In maggio altra squadra di 9 galee salpa per raggiungerla. Si ha notizia della flotta veneta a Mazzara. L’ammiraglio con stranissimo consiglio si dispone al combattimento col far incatenare a terra le sue 27 navi. Sopraggiunge la flotta veneta forte di 27 galee e 2 saettie. I Genovesi, non potendosi muovere, fuggono a terra ed i Veneziani si impadroniscono di tutte le loro navi e ne bruciano tre. L’ammiraglio viene processato.

1266. Scontro navale Genovesi e Veneziani a Mazzara.

Viceversa l’ammiraglio Roberto Doria, salpato in agosto da Genova con 25 galee, attacca e prende la Conca [sull’isola di Candia o Creta] difesa da soli 120 militi veneziani, la incendia e ne trasporta le campane a Genova ove le fa mettere nella nuova Chiesa dei Doria, S.Matteo. Nel ritorno egli s’incontra con una flotta di 36 navi veneziane, ma schiva il combattimento e conduce in salvo il suo bottino.

1267 (Dalle cronache od annales dei Nicolai Guerci, Guillielmi de Murtedo, Enrici Broci, Benistassalli Iliusmani, laici) Podestà Guidobus de Radosio (Vercelli). Papa Clemente IV (francese) toglie la scomunica da Genova per indurla a prender parte con il Re S. Luigi di Francia alla nova Crociata che si sta preparando; perciò il detto Pontefice consiglia vivamente pace, o tregua, con Venezia. Ciò malgrado una flotta di 25 galee, ammiraglio Luchetto dei Grimaldi, dirige su Aacon, s’impadronisce della Torre delle Mosche e pone l’assedio a quel porto. Poi il de Grimaldi, lasciando ivi gl’ammiragli Pescetto e Papano Mallone ed Ottolino de Nigro con 15 galee, procede con le rimanenti su Tiro. Ma in quel mentre soppravengono 26 galee venete e per imprevidenza di quegli ammiragli catturano 5 di quelle galee, 2 delle quali disarmate e le rimanenti 10 riescono a sfuggire. Noi diamo qui contro un grafico di Aacon o S.Giovanni d’Acri fatto nel tempo dal cronista Marin Sanudo ed uno schizzo topografico di queste coste della Siria (o Soria).

1267. Diamo qui contro un grafico di Aacon o S.Giovanni d’Acri fatto nel tempo dal cronista Marin Sanudo ed uno schizzo topografico di queste coste della Siria (o Soria).

1268 Podestà Guido da Correggio. Il Papa ed il Re di Francia insistono preso la Repubblica di Genova perché voglia prender parte con loro alla guerra contro Corradino di Svevia disceso in Italia per vendicare la morte di Re Manfredi e riprendere il Regno di Napoli. Ma la Repubblica non sa decidersi ed intanto Corradino aiutato dai Pisani passa liberamente in vista di Genova e procede oltre contro l’Italia Meridionale.

1269 Ambascieria straordinaria a Genova del Soldano di Babilonia, del Kan dei Tartari, dell’Imperatore di Costantinopoli, di Carlo d’Angiò Re di Napoli. Podestà Bonifacio di Canossa (Reggio). Passaggio del Re Jacomo d’Aragona diretto con la sua flotta e 1000 militi ecc. alla Crociata. Pace, e tregua, con Venezia per la Crociata. Grande preparativo di navi per la medesima.

1270 Podestà Rolando Potagio di Parma. Grande assembramento di navi ad Aigues Mortes in Francia per la seconda Crociata del Santo Re Luigi. Sono nominate per la prima volta le “Chelandie” navi da carico e da guerra in uso a Venezia da molto tempo.

Tavola XXXIII [non presente] Le navi genovesi ad Aigues Mortes per trasportare in Africa i Crociati Francesi. 1 Galea di Roccatagliata, 2 Galea di Lorcari (si conoscono dalle rispettive bandiere), 3 La nave “Santa Maria” (da un’incisione francese), 4 La porta delle Cordigliere di Aigues Mortes (da una fotografia riprodotta nel N.35 dell’”Illustrazione Italiana” del 1893. In Francia è comune opinione che le vaste saline o depositi di sale che ora si trovano fra Aigues Mortes e il mare non esistessero nel Secolo XIII e che il mare toccasse le stesse mura della cittadella le quali mura sarebbero state erette sotto il regno di S.Luigi medesimo), 5 Galea reale francese (Doria), 6 Navi da carico genovesi e barche francesi e genovesi animano la scena.

1270 Navi genovesi ad Aigues Mortes in partenza per la Crociata del Santo Re Luigi.

Diecimila sono i Genovesi che, sia in qualità di marinai che in quella di soldati prendono parte a questa Crociata: i marinai sulle navi proprie, i soldati su quelle reali. Tanto numero d’uomini necessita l’istituzione di due consoli genovesi i quali sono Ansaldo Doria e Filippo Cavarathum.

Giunta la spedizione a Tunisi, i Genovese sbarcano, assaltano il Castello Saraceno di Quartana e lo conquistano di colpo prima che possano giungere i Crociati Francesi a porgere loro soccorso.

A Genova nuova insurrezione contro il governo dei Podestà. Il Podestà Rolando Potagio vien preso ed imprigionato. Vien istituito di nuovo il

Capitanato del popolo

Capitani del Popolo: Oberto Spinola, Oberto Doria

Il Podestà è liberato, pagato e licenziato. Pace generale. Durante queste lotte intestine l’ammiraglio Lucheto de Grimaldi si è impadronito a tradimento del governo di Ventimiglia (Nel barbaro idioma di quest’epoca, una specie di latino alquanto maccheronico, Ventimiglia si scriveva così: XX millia) invano impeditone da una mano di Genovesi perché non giunti a tempo.

1271 Si sceglie un nuovo Podestà ma i poteri suoi .sono tanto limitati ed il popolo Genovese così turbolento che il nuovo eletto (Lanzavecchio di Alessandria) non accetta ed opta invece per Bologna. I Grimaldi sono esiliati.

1272 I Grimaldi, che sono Guelfi, fanno macchinazioni col Papa e col Re di Napoli (Carlo d’Angiò) contro Genova, loro patria, perché retta da Spinola e Doria vecchi ghibellini, e le tolgono di sorpresa il castello di Delphinum. Nicolò Doria con qualche truppa vendica la perdita togliendo loro il castello di Stella. La Repubblica è contornata intanto da piccole guerricciuole a ponente coi Grimaldi, a Nord coi Marchesi di Bosco, a levante coi Fieschi.

1272 I Grimaldi, che sono Guelfi, fanno macchinazioni col Papa e col Re di Napoli (Carlo d’Angiò) contro Genova, loro patria, perché retta da Spinola e Doria vecchi ghibellini, e le tolgono di sorpresa il castello di Delphinum

1273 Guerricciuole qua e là dalla parte di Levante fomentate da Carlo d’Angiò che governa la Toscana per conto del Papa. Genova spedisce contro di esso un esercito di fanteria e cavalleria al quale si uniscono i soliti fanti dalle lunghe lance dell’oltre Giovi e buon numero di Militi di Pavia, comanda un D’Oria ((D’Oria o Doria è tutt’uno: nel liguaggio di quest’epoca si scriveva Aurie, genitivo latino). Dal lato del mare l’ammiraglio Squarciafico conduce una squadra di 14 galee incontro alle galee angioine (o provenzali che dir si voglia) che scorrazzano per quel mare. Ciò avviene dall’Aprile al Maggio. Nel qual tempo Spezia è presa ed incendiata dal Doria e la squadra provenzale è battuta dalla squadra di Genova che la insegue e s’impadronisce di parecchie delle sue galee.

Tavola XXXIV. Inseguimento della squadra provenzale nel Mar Tirreno. Maggio 1273. Nel primo piano si vede la galea Spinola (n. 1) (Tutte la grandi famiglie avevano galee proprie che mettevano a servizio dello Stato) Essa porta il nome di S. Oberto sui fianchi e l’immagine del Santo nella poppa. E’ a due alberi, due castelli, uno a prora e l’altro a poppa, entrambe pel combattimento, su quello di prora vi è il trabucco per scagliare le pietre. La galea adopera presumobilmente le vele ed i remi per accellerare il proprio movimento, essendo che le navi provenzali governano nello stesso modo per poter sfuggire alla caccia (-a que remisa velis auxiliantibus fugientes = così che ridotte le vele aiutino i fuggiaschi). La galera è ricchissima d’armamenti, come usava a questi tempi, ma è senza fanale, perchè finora non ci siamo ancora incontrati, in un documento grafico che la faccia vedere nonita di tal arnese. Il Dally nel suo France Militaire fa vedere bensì una galea francese (provenzale) di quest’epoca col fanale (e con un bel albero), pagina 160, ma il fanale egli lo mette sopra il padiglione che occupa il castello di poppa. Nella nostra galea noi non abbiamo messo il padiglione sul castello di poppa perchè nessuna definizione di annalista (o cronista) ci ha, finora, autorizzato a metterlo. Si dice sempre Castello per combattimento, onde è a ciò il ritenere che non vi fosse padiglione. Perciò non abbiamo annesso alcun fanale. Il suddetto Dally poi, dando il disegno della Santa Maria grazie ad Aiguesmortes, Tav. XXXIII, non mette nemmeno … il fanale sul padiglione di poppa di questa nave, nè lo mette affatto, affatto un quadro esistente al Museo Civico di Genova che rappresenta la città ed il porto con le galee e navi da carico, quantunque le galee di questo quadro non appariscano galee da combattimento perchè provviste del padiglione coperto da gran panneggiamento* (*Dobbiamo dichiarare qui che la data 1159 applicata a questo quadro non ci sembr punto giustificata da … esse navi contrasta assolutamente con quella data in disegno dai Cronisti del tempo, è una forma molto posteriore e crediamo di non andare errati correggendo quella data con quella di 1319 di altro quadro, di pari soggetto e di pari maniera che si trova nello stesso museo). Le galere provenzali che si vedono fuggire in lontananza sono disegnate sul tipo dato dal Dally suddetto a pag 160** (** Ottima operetta, per quanto si tratti di un semplice compendio) (N. 2 altre galee genovesi) .

Segue il 1273. Si riapre la guerra coi Marchesi di Bosco. Essi si sono portati con i loro seguaci fino alla riviera di Vado ma un marchese Malaspina li tradisce avvertendone la Repubblica , la quale manda sollecitamente un piccolo esercito comandato dal vicario (1) di Negro  e composto come segue:

Uomini della Podesteria del Vulture ………………………………2300

Uomini dell’Oltre Giovi (colle lunghe lance)(2) …………………600

Militi stipendiari (3) ……………………………………………………… 350

Balestrieri della Podesteria del Bisagno……………………………. 100

Totale …………………………………………………………………………. 3350

(1) E’ la prima volta che ci imbattiamo in questa carica di vicario. Deve trattarsi probabilmente di un semplice modo di dire; cioè vicario per “commissario” o per qualche altro modo di dire.

(2) E’ notevole quest’abitudine dei vari cronisti di accennare sempre alle lunghe lance di questi uomini. Ciò prova che l’altre truppe le portavano molto più corte.

(3) Questa particolarità di militi stipendiari, cioè di cavalleria stipendiaria sta a provare che la cavalleria di Genova propriamente detta doveva ridursi ai ricchi e ai loro seguaci ed alla poca cavalleria delle “compagnie”. La natura del territorio, tutto montuoso, non poteva concedere di più. Q. Cenni

I Marchesi del Bosco, sorpresi a Vado in grazia del tradimento del marchese Tommaso Malaspina, sono accerchiati dal vicario e costretti alla resa, malgrado avessero cercato ogni modo per fuggire.

1274 In quest’anno finalmente la Repubblica trova un Podestà che si adatta a governarla in unione ai due Capitani del Popolo. Egli è un Bonardi di Ancona. Le navi provenzali di Carlo d’Angiò Re di Napoli, scorrazzando pel Mediterraneo, hanno conquistato Ajaccio, La Repubblica manda immediatamente a quella volta l’ammiraglio Lanfranco Pignattaro con 22 galee. L’ammiraglio trovata Aiaccio sgombra, volge sulla Sicilia e toccato Trapani e neppure qui trovando il nemico, le dà il guasto, poi, risalendo, giunge a Napoli, Ma nemmeno qui avendo incontrato le galee provenzali, si vendica dell’inutile e precipitata corsa facendo sfilare le sue galee davanti la Reggia di Napoli, ogni galea trascinandosi dietro a ludibrio la bandiera reale, gridando i soldati e marinai le lodi della Repubblica.

1274 Lanfranco Pignattaio con 22 galee trovata Aiaccio sgombra, volge su Trapani.

Tavola XXXV [Non presente] La flotta genovese comandata dall’ammiraglio Lanfranco Pignattaro sfila davanti a Napoli, trascinando le bandiere del Re (Carlo d’Angiò) sulle onde a di lui ludibrio e cantando le lodi di Genova. In primo piano mettiamo una galera (N.1) che attribuiamo alla famiglia Avogadro come si scorge dalla banderuola puntata sullo sperone. La seconda che ha già virato a sinistral’attribuiamo alla famiglia Mallone  (N.2. Le galee governano soltanto a remi onde muoversi a piacimento. In fondo nel centro il colle Echia, oggi Pizzofalcone, a sinistra l Castello dell’Ovo (N.4), nel fondo lontano la via di Posillipo, a destra, infine, una torre che esisteva ancora nel 1721 e più a destra e fuori dal quadro, il palazzo reale.

1274 Spedizione contro i Grimaldi a Mentone.

Segue il 1274. In Maggio di quest’anno si fa una spedizione contro i Grimaldi a Mentone, ma con esito disgraziato. Perciò uno dei Capitani del Popolo medesimi il Capitano Oberto Doria, va alla riscossa con un numero non indicato di navi ed entra offensivamente in Provenza (1) (1. La Provenza si prolungava fino a Monaco, comprendendo quindi anche Nizza); ma, nel meglio delle sue mosse, viene angoscioso avviso che una flotta reale, angioina, di 40 vele è in vista di Genova. Immantinente il buon capitano volge le prore a levante e giunge in tempo a stornare il grave pericolo dalla cara patria obbligando quella flotta a pronta ritirata sulla Provenza (2) (2. Non comprendiamo come la flotta provenzale potesse trovare convenienza di rifugiarsi in Provenza quando la flotta genovese gliene sbarrava il passo, ma il cronista dice precisamente così).

In Aprile stesso anno 500 militi aragonesi erano sbarcati a Genova diretti in Lombardia; in Novembre altri 900 li raggiungono con armi e cavalli, diretti alla stessa meta.

1275 Nulla in quest’anno di militarmente notevole per la Repubblica.

1276 Carestia, peste e terremoto. In compenso la Repubblica acquista per contratto da Nicola de Fieschi Conte Palatino di Lavagna, le terre sue di Vezanum, Carpegna, Insula, Vessigna, Menarola, Specia (Spezia), e Civergna (Trattandosi di piccole località senza importanza noi non abbiamo potuto trovar altro che Spezia e Vezzano, ma le altre dovevano essere certamente vicine a queste due, a sud – ovest della Magra).

1276 La Repubblica acquista da Nicola de Fieschi Conte Palatino di Lavagna, le terre sue.

1277 Podestà Ruggero di Guidobolo permanendo in carica i due Capitani del Popolo Spinola e Doria. La Repubblica fa altri acquisti di terre al Nord verso Ovada che è a sud – ovest di Novi e Giovi.

In Oriente, precisamente nelle acque di Costantinopoli, avvengono liti accanitissime e sanguinose, tradimenti, incendi, devastazioni tra i Pisani e i Genovesi. Ricordiamo che da qualche tempo vi è tregua, non pace, fra Pisani e Veneziani da un lato e Genovesi dall’altro, ma ormai la guerra scoppia di nuovo fra esse.

1278 Straordinarie pioggie a Genova per le quali rovinano le due torri della Porta di Vacca; cosa da non meravigliare quando si pensi che tutta Genova era percorsa da rivoletti che scendevano precipitosi dal monte al mare e che uno di tali rivoletti lambiva appunto le mura che facevano capo alle torri della Porta di Vacca. Guerriciuola verso Chiavari e Recco coi Malaspina. Passaggio amichevole di Carlo d’Angiò per Napoli.

1279 Nulla di militarmente importante.

SEGUITO DELLA STORIA MILITARE

DELLA REPUBBLICA DI GENOVA

(Parte I) 1280 – 1300

Qui comincia la cronistoria di Oberto Doria, settimo dei seguitatori di Caffaro ed il più minuto e circostanziato di tutti.

1280 Podestà Cavalcabò de Medicis, de Papia (Pavia). Comincia la guerra con Venezia. Il 15 ed il 22 Aprile avvengono a Clarenzia ed a Panauma nell’Adriatico piccoli scontri di galee mercantili genovesi e venete con la peggio di quest’ultime. Pare che questi scontri si debbano più che ad altro al non portare le galee di quel tempo la propria bandiera sull’albero quando navigavano per commercio; ed essendosi le galere genovesi trovate in mare non di loro pertinenza e che era teatro di guerra tra le due Repubbliche marittime di Venezia e di Ancona fossero dalle galee venete scambiate per galee anconetane. Ad ogni modo questi fatti segnano il principio di una nuova guerra con Venezia.

1281 Podestà Michael de Selvaticis, de Valentia. Visita onorifica e molto onorata, in Genova, del Marchese di Monferrato. Si ricostruisce la Porta di Vacca con le sue due torri, demolite dalle inondazioni del 1278 (Genova è posta in un territorio tutto solcato da corsi d’acqua che scendono dalla montagna (v. cartina); quindi fino a che questi corsi d’acqua non sono trattenuti da solidi ripari la città è sempre in pericolo. Questi corsi d’acqua poi servono mirabilmente a dare la ragione dei successivi ingrandimenti della città a chi ne fa uno studio giudizioso e attento (v. ancora cartina)). Si erige pur anche in quest’anno la nuova darsena presso la detta Porta di Vacca.

1281 Si ricostruisce la porta dei Vacca crollata per alluvione e si costruisce la Darsena.

Genova si rifiuta con bei modi di prender parte alla spedizione che il Re Carlo d’Angiò (di Napoli) intende fare con 100 navi contro l’Imperatore greco Paleologo e poichè si trova in ottimi termini con esso, crede dover suo mandarne avviso al medesimo, che molto lo gradisce.

1282 La spedizione d’Angiò contro l’Imperatore greco non ha potuto aver luogo, ma i Pisani, quantunque in pace con Genova, hanno catturato la galea genovese spedita a Costantinopoli. Di qui sorge nuova guerra con Pisa, la quale ha luogo principale in Corsica dove i Pisani s’intestano a sostenere con le armi un signorotto dell’Isola che si è fatto ribelle di Genova. Genova manda allora una flotta di 29 galee e 12 panfili, comandante Nicola Spinola, contro Porto Pisano, unico ma fortissimo sbocco di Pisa nel mare (foce dell’Arno). I Pisani vi hanno pronte alla battaglia 32 galee con moltissime barche, ma la battaglia non si viene. La flotta genovese ritorna in patria e poiché ora entrambe le repubbliche di Genova e di Pisa sono di fazione ghibellina, si pensa alla pace, almeno dalla parte di Genova e poiché è il tempo della vendemmia dei fichi e dell’uva, la flotta è messa in disarmo e gli uomini mandati alle case loro.

Così però non la intende Pisa, la quale profitta dell’occasione e manda le sue 32 galee a devastare Porto Venere. Genova, colta alla sprovvista, arma a precipizio, istituisce un Consiglio di credenza di 16 cittadini che sopravegli alle cure della guerra, arma 120 galee e ne fa costruire 50 altre a Savona. Il Consiglio, per parte sua, stabilisce che nessun capitano possa dirsi ammiraglio se non ha riunito sotto il suo comando almeno 10 galee e che il gonfalone di S;Giorgio non possa esser conferito ad alcuna squadra che abbia meno di 10 galee.

1283 Pisa arma a sua volta altre 50 galee e ne viene una guerra di corsa accanita e persistente. La guerra ha principalmente luogo sui lidi della Corsica ove numerose navi pisane danno il guasto. Una flotta genovese, presidiata da nobili e cittadini e sotto il comando di Tommaso Spinola, è diretta colà e salpa da Genova l’ultimo di aprile. Perde 17 giorni di fermata forzata (per mancanza di vento) a Porto Venere; quindi move sulla Corsica impadronendosi a viva forza, nel giorno 19, dell’Isola di Pianosa (Planusium) e staccando dalla sua armata di 35 navi una squadra di 13 la invia a Genova colle prede e prigionieri fatti a Pianosa e colle rimanenti 22 prosegue il viaggio e riesce a catturare 11 navi pisane e, con esse, 930 prigionieri e 28000 “genovini” (moneta di quell’epoca) torna a Genova, accoltovi in grande trionfo.

Al 26 di giugno salpa da Genova una novella flotta di 54 galee ed 1 saettia per vendicare i guasti già recati ad Alghero di Corsica da una flotta di 54 galee pisane e, credendole già di ritorno a Porto Pisano, fila su questo, ma non trovativi quelle, rovina colle baliste la Torre Veronica che è uno dei baluardi del Porto e prosegue la rotta su Piombino passando fra le isole del Giglio e di Montecristo (v. Tavola XXXVI [non presente] così per questi avvenimenti come per quelli altri di seguito fino al 1300). Tocca Piombino (Plumbinus presso l’antica Populonia) l’ultimo mercoledì di Giugno e vi riceve la notizia che la flotta di 50 galee pisane, non potendo proseguire, per colpa di lei, la sua rotta su Porto Pisano, si è rifugiata a Ferragia (Portoferraio) nell’Isola d’Elba e vi si è cinta di difese. Ma mentre, giunto sulla faccia del luogo, il comandante Doria sta pensando al modo d’impossessarsi di Ferragia, le sue vedette, lasciate all’isola del Cervo (v. Tavola XXXVI), gli riportano che sono in vista 15 galee pisane. Si viene poi a sapere che quest’erano una frazione delle 50, la qual frazione, staccata per forza di vento dalla principale, dirigeva per la forza del vento medesimo, a salvamento su Porto Pisano. Doria lascia 22 delle sue galee al blocco di Ferragia e colle rimanenti 32 procede verso le dette 15 navi le quali, avvistesi della di lui presenza ed altro non potendo fare, s’affidano alla forza del vento medesimo e passano disperatamente ed a tutta velocità fra la linea genovese; undici soltanto si salvano; le altre quattro sono prese con 250 morti e 750 prigionieri. Dopo di che Doria torna a Genova con tutta la sua flotta e colle prede e vi è accolto esso pure in gran trionfo.

1284 Sono ancora al governo di Genova il Podestà De Selvaticis (v. 1281) coi due Capitani del Popolo: Oberto Doria ed Oberto Spinola. Prosegue viva e fiera la guerra di corsa. Pisa arma 72 galee e 2 “piatte” portanti i “trabuchi” (artiglierie dell’epoca che scagliavano pietre) e ne dà il comando al veneto Morosini [Albertino Morosini Podestà di Pisa] sperando così negli aiuti di Venezia, la quale però si dichiara neutrale. Si capisce da ciò che Pisa è ridotta allo stremo e fa gli ultimi suoi sforzi. Parte di questa flotta è inviata a Ponente su Albenga col proposito di tagliare la strada del ritorno ad una flotta di 30 galee genovesi colle quali l’ammiraglio Benedetto Zaccaria ha battuto la Riviera; ma questi è già in Corsica, onde la frazione pisana inviata a caccia di lui ritorna al grosso della propria flotta. Genova ha armato in fretta e furia, tanto che, da terza al vespro di un giorno solo, riesce a riunire insieme 58 galee ad altre 5 già pronte ed 8 panfili. Con queste 71 navi l’ammiraglio Oberto Doria volge su Albenga esso pure, a caccia di quella frazione pisana di cui già si è detto, ma, saputo che questa ha già fatto ritorno a Porto Pisano, fila su Capo Corso, raccoglie le 30 navi del Zaccaria e con questa sua formidabile flotta di 101 navi giunge a Porto Pisano schierandosi su due linee di contro alla flotta di Pisa (v. Tavola XXXVI). I Pisani, vedendo la linea genovese inferiore di 3 navi alla propria confidano nella vittoria, ma, quando sono avvertiti dalle loro barche che vi è una seconda linea genovese di 30 navi, sentono cadersi l’animo e s’apprestano a combattere unicamente per la propria salvezza. Lo scontro è terribile, la mischia accanita, ma la vittoria è dei Genovesi. I Pisani perdono 27 galee, 7 sono sommerse, hanno 5000 uomini uccisi e 9272 prigionieri. Le rimanenti 40 navi riescono appena, col favor delle tenebre, a rifugiarsi nel vicino Porto Pisano. Pisa ne è orrendamente colpita, pianti e disperazioni dovunque; disperazioni femminili e di vecchi e fanciulli poiché la parte valida della popolazione è diminuita di quasi la metà onde, come scrive il cronista Doria, si disse allora «Ita ut qui Pisas querere vel videre, eam invenire in Ianua et non in civitate Pisana» (In italiano: Chi vuol vedere Pisa vada a Genova). In quanto concerne la flotta genovese il Doria, suo comandante, la condusse, di notte, entro il Porto Pisano, ma 30 delle sue galee avendo dovuto, per i guasti ricevuti nella battaglia, proseguire per Genova e vedendo che le due torri che difendevano il porto erano assai ben munite non si tenne abbastanza forte per rimanervi e, lasciandovi solo due navi incendiarie, col rimanente si condusse a Genova ove fu accolto coi massimi onori.

Il comandante veneto Morosini, rimasto tra i prigionieri, fu concesso ad una ambasceria veneta mandata appositamente per chiederlo, col patto però che non avrebbe assunto più alcun comando in Pisa.

Osservazioni sopra il costume militare dell’epoca, specialmente per Genova.

Tavola XXXVI  (Battaglia della Meloria 6 Agosto 1284) BATTAGLIA DELLA MELORIA, Sinus Ligusticus, Mare Thyrrenum, Teatri delle ultime guerre tra Genova e Pisa. I combattenti per Genova: Balistari (Balestrieri) 1 di Janua  (Genova), 2 di Saona (Savona), 4 di Varagine (Varazze), 5 di Naule (Noli), 6 di Finario (Finale), 7 di Albengana (Albenga), di S. Laurenti (San Lorenzo), 9 Porto Maurizio (Porto Maurizio), 10 di Ventimilia (Ventimiglia), 11 di … (…), 13 di Portae (Comp. genovese della Porta), 14 di Clavari (Chiavari), 15 di Luni (Sarzana), 16 di Rapalli (Rapallo), 17 di Porta Nova (de la comp. genovese  di Porta Nuova), 18  di Burgi (della comp. genovese del Borgo). Fantes a lanciis longis (Fanti dalle lunghe lance), 3 di Stella, 12 di Gavio (Gavi), – 6 GOSTO 1284  

Il costume militare dei genovesi era quello generale dell’epoca e cioè una specie di tunica senza maniche portante i colori dello stemma della città alla quale apparteneva il combattente o del feudatario, o Sovrano, cui esso serviva. Tale stemma e tali colori erano riprodotti sullo scudo e si riproducevano pur anche negl’arnesi del cavallo, nel cuoiame, nel pennacchio ecc. Ne risultava quindi una specie di uniforme, portato da ogni uomo di ogni singolo corpo di truppe ed insieme una vaga armonia di colori. Le truppe ordinariamente si distinguevano in balestrieri (balistari) che era, diremo, la parte scelta dell’esercito ed in fanti che erano detti fanti dalle lunghe lance a lancis longeis e che formavano la massa. Al di sopra dei balistari stavano i milites cioè la cavalleria e tra questa ed i balistari comuni vi erano i balistari di compagna cioè quelli formati cogl’uomini delle varie compagnie di cittadini quali erano in Genova le 8 compagnie della città, tuttora in pieno vigore.

In quanto poi concerne il resto del vestiario, cioè: cappelli e beretti per quelli che non portavano elmo, calzoni e scarpe per quegl’altri che non potevano coprirli di maglie ed armature di ferro, questo resto di vestiario era ad libitum per forma e per colore, quando non vi pensasse di sua iniziativa la città od il feudatario, nel qual ultimo caso questo resto seguiva la moda generale cioè quella di riprodurre i colori del capo del riparto.

Infine le bandiere riproducevano esse pure i colori suddetti, come, del resto, era naturale che facessero.

La nostra Tavola XXXVI adunque rappresenta i combattenti genovesi che si trovavano alla Meloria, presso a poco nell’ordine di battaglia da essi tenuto e cioè: Genova al centro, a destra le galee ripuarie della Riviera di Ponente, intramezzate dalle prime 4 compagne della città di Genova; a sinistra le galee ripuarie della Riviera di Levante intramezzate da quelle delle ultime 4 compagne di Genova.

1285 Piccole e successive spedizioni tengono a freno ed impediscono la piccola guerra di cabotaggio cui sono ridotti ormai i Pisani. Poi Genova (ghibellina) fa lega con Firenze, Lucca e Pistoia (guelfe) contro Pisa (ghibellina). Le dette 3 città uniranno le loro forze per combattere Pisa dalla parte di terra, mentre Genova con 50 galee la batterà dal lato del mare. Ma Pisa, volendo stornare il suo grandissimo pericolo, si dà in balia per 10 anni al tragicamente famoso conte Ugolino della Gherardesca, il quale, essendo guelfo, toglie ogni scopo alla lega che perciò si scioglie.

E’ qui il luogo di dare un’esatta descrizione del modo col quale si formava e si armava una flotta a questi tempi.

La flotta è genovese e ne è ammiraglio Oberto Doria. Essa conta 72 navi così ripartite; galee 65, galeone 1, barche 2, piatte 3, nave a tre ponti con trabuchi per il lancio dei sassi 1. Totale 72. Le galee genovesi essendo montate ognuna da 220 a 230 uomini abbiamo così 14.950 uomini per le galee e forse 600 tra la forza armata del galeone e quella delle altre 6 imbarcazioni. Un totale di circa 15.000 uomini. Questa forza è data anzitutto da Genova mediante l’accorrere volonteroso dei suoi nobili, cittadini e uomini delle otto compagne della città; poi da 60 diverse città, paesi e località delle due Riviere e dell’interno del territorio genovese così come apparisce dal seguente specchietto, che togliamo di peso dalla cronaca di Oberto Doria:

1284 Partecipanti genovesi alla battglia della Meloria da Oberto Doria.

Fin qui le cronache del Doria. Sono in tutto 11.317 uomini sopra 65 galee, 1 galeone, 6 imbarcazioni, cioè un 164 uomini per ognuna o circa 190 uomini per ogni galea ed il galeone. Ma l’armamento di una galea era ordinariamente di 230 uomini e quello di un galeone si avvicinava ai 300. La cronaca dice che nobili e cittadini accorsero volontariamente a fornire d’uomini la flotta, onde conviene ritenere che per raggiungere la forza ordinaria di 15.000 il contingente volontario di Genova debba essere asceso a 2.700 uomini circa tra nobili e cittadini, compresi fra quest’ultimi i balestrieri delle 8 compagne della città. Ritenendo infine che questi 2.700 fossero tutti combattenti ed unendovi i 1.905 balestrieri delle riviere e delle montagne ed i 340 fanti dalle lunghe lance dell’oltre Giovi abbiamo un totale di 4.900 combattenti circa. Figuriamoci dunque questi 4.900 uomini riuniti in gruppi, ogni gruppo vestito uniformemente diverso da altro gruppo e possiamo figurarci il bel colpo d’occhio pittoresco che dovevano presentare. Noi ne formiamo quindi la Tavola XXXVII nella quale primeggiano fra gl’altri i Nobili cittadini e balestrieri della città di Genova.

1285 AUTORITA’, CAVALIERI E MILITI della REPUBBLICA di GENOVA nell’ultimo quarto del secolo XIII. 1 Podestà (non deve essere genovese, come si vede dallo scudo che non è genovese). 2 Capitano del Popolo (della Famiglia Doria, Auriae). 3 Id.id. della Famiglia Spinola. 4, 4 Militi del seguito del Podestà. 5 Id.id.id. Famiglia Doria. 6 Id.id.id. Famiglia Spinola. 7 Portastendardo di S. Giorgio. 8 Paggio del Podestà. 9 Id.id. Doria. 10 Id.id. Spinola. 11 Il Cavaliere della Fam. Embriaci. 12 Id.id Grillo. 13 Id.id Cibo. 14 Id.id Arcanto. 15 Id.id Grimaldi. 16 Id.id. Lercari. 17 Id.id Boccanegra. 18 Id.id. De Mari. 19 Id.id. Giustiniani. 20 Id.id Vento. 21 Id.id. De Nigro. In alto da sinistra: Colle Oregina, Campanile di S. Lorenzo, Torre del Palazzo della Signoria, Sperone, M. Castellazzo, Porta Soprana, M. S. Bernardo (torre S.

Spiegazione Tavola XXXVII

Tavola XXXVII. Autorità, cavalieri e militi della Repubblica di Genova nell’ultimo quarto del secolo XIII.

La veduta è presa da sud della città stando presso a poco in un punto del colle di Carignano che corrisponda a circa la metà dell’attuale via Fieschi e guardando verso nord. Facendo astrazione dalle numerose case oggi esistenti in questa località ed immaginando che essa sia invece coperta di piante, si può figurarla (come abbiamo fatto noi) colle torri dell’antica Porta Soprana, alte e fiancheggiate da palazzi e palazzine nello stile dell’epoca, cioè con molte loggie, finestre bifore torri ecc. A sinistra ergesi la chiesa di S. Ambrogio Al di là di questa, a sinistra il campanile di S. Lorenzo, a destra la torre del Palazzo della Signoria, entrambe ancora in via di costruzione; più indietro una macchia verde rappresenta il colle dell’Oregina e, più oltre, le propaggini di destra dell’eccelso “Sperone” espongono i loro fianchi erbosi alla piena luce del Sole. Sulle figure che coprono questa Tavola null’altro abbiamo a dire (oltre la spiegazione posta a pie’ della Tavola medesima) se non che esse sono vestite ed armate nel costume dell’epoca, cioè con grande ostensione data alla rappresentazione dei singoli stemmi, soggiungendo solamente, che dei due stemmi della Casa Spinola (n.3), noi ci siamo tenuti a quello rosso e bianco e con lo spino in mezzo, perché lo giudichiamo più antico dell’altro, ora comune, che rappresenta lo spino (o spinola) (disegno) da botte (disegno) in fondo d’oro con fascia scaccheggiata di rosso e bianco. Così pure alla famiglia Vento (n.20, già estinta da lungo tempo) abbiamo assegnato lo stemma a scacchi neri e bianchi, “capeggiato” da un cielo cosparso di nuvole cacciate dal vento, invece dell’altro, più antico, composto di soli scacchi neri e bianchi, tenendoci in questo al consiglio datoci dall’illustre Marchese (manca il nome) segretario dell’Istituto Araldico Genovese. Infine per quanto riguarda il vessillo di S,Giorgio (n. 7), non avendo a nostra disposizione un disegno autentico dell’epoca, ci siamo tenuti alle varie immagini che se ne trovano in Genova e che più o meno fedelmente lo riproducono.

1286 Podestà Enrico Petia di Asti. Capitani del Popolo Corrado Doria ed Uberto Spinola. Continua in quest’anno la guerra di corsa nel Mediterraneo nella quale si segnalano per arditezza e valore il capitano Ascherias, i fratelli Benedetto e Nicolino Zaccaria, Lorenzo Cigala, Lamba e Gregorio Doria, Ottone Vento conducendo in rotta successivamente 28 galee e facendo grandi quantità di prede sui Pisani, Veneziani, Saraceni e Gaetani (di Gaeta).

1287 Podestà Enrico Brusamantica de Papia (Pavia). Rolando Ascherio con 5 galee e 1 galeone dà una vigorosa caccia nei mari di Levante ad una squadra di galee pisane e non ne è rimosso che a gran fatica dalle rimostranze dei Gran Maestri del Tempio e di S.Giovanni. Nicolino da Petratio con 5 galee ed 1 galeone blocca per 56 giorni Porto Pisano. Benedetto Zaccaria, che è con lui, tenta colla propria galea “Divitia” di rompere la catena che è tesa fra le due torri del Porto, ma viene ferito gravemente e deve desistere. Nicolino allora fa lo stesso tentativo con due galee insieme, rompe la catena, entra nel porto, vi brucia 3 navi, 4 taride e 9 bertesche.

1287 Altorilievo di Porto Pisano con le catene diAnonimo Maestro pisano. (Museo S. Agostino, Genova)

1288 Pace con Pisa, ma il conte Ugolino tenta con subdoli modi di romperla mentre l’arcivescovo Ruggieri persuade Pisa a farsi nemica di Ugolino e quindi la pace è mantenuta.

1289 Grande congiura di alcune delle principali famiglie le quali riescono ad impadronirsi con fanti e cavalli della Chiesa a Piazza S.Lorenzo. Governo e popolo riuniti li combattono e vincono, ma poi il Governo si arrende ad umani consigli, e, meno il castigo di 40 dei più colpevoli, perdona ai rimanenti tutelandoli da ogni offesa.

Benedetto Zaccaria con due navi si trova all’ultima, disperata difesa di Tripoli di Soria, e vi si segnala per coraggio ed umanità riuscendo a salvare moltissimi fuggiaschi. Il Console della colonia genovese di Caffa nel Mar Nero, Polinus Aurie (Polinice Doria), dirige con 3 galee con 6 militi forniti di usbergo e parecchi balestrieri raccolti nella colonia, ma giunto a Cipro e conosciuta la miseranda fine del Zaccaria, volge le prue verso Levante investendo nel tragitto una galea egiziana del cui presidio parte uccide, parte manda prigione a Genova. Ma questa, che è in pace col Soldano d’Egitto, ne resta impensierita e, temendo rappresaglie, manda al Soldano uno dei Spinola, il quale aggiusta la cosa facendosi riconsegnare le galee genovesi che il Soldano medesimo avea per vendetta imprigionate in Alessandria.

100 balestrieri genovesi sono assoldati per tre mesi a presidio di Asti.

Luchetus Auriae (Lucchetto Doria) viene mandato in Corsica per attuare la resa dell’Isola dai Pisani mediante lo sborso di 9.000 genoini fatto da questi. La spedizione si compone di 4 galee, 1 galeone, 3 altre galee a 3 mesi, 4 taride e 5 barche con trabuchi e cavalli al comando di Michele Doria che ha sotto i suoi ordini 200 cohopertos milites, 200 balestrieri, 200 lunghe lance e 300 altri fanti, dal che si conclude che oltre i fanti a lunghe lance ne usavano altri che dovevano essere diversamente armati, ma non è detto come. Così pure sono una novità questi cohopertos milites che sembra abbiano qualche analogia coi militi forniti d’usbergo spediti da Caffa, ma sugl’uni e sugl’altri nulla dice di più chiaro il cronista. L’essere poi il naviglio a 3 mesi vuol dire che si tratta di navi private che si assumevano a soldo per quel dato tempo.

La spedizione deve combattere assai per ottenere il suo intento, poiché il giudice Cinarca, un signorotto del luogo, vi si oppone lungamente e ne avvengono marce e combattimenti che mettono in forse la riescita dell’accordo con Pisa.

La Repubblica acquista Vado già possessione dei Marchesi del Monferrato ed alcune altre terre di là del Giovi.

1290 Podestà Johannes de Luano. Consiglio di credenza di 34 membri. Nuova guerra con Pisa. Una squadra di 14 galee condotta da Corrado Doria mette a fuoco e distruzione Porto Pisano mentre Lucca attacca Pisa dalla parte di terra.

Si cambia il governo in Genova. Non più due capitani del popolo, ma uno solo, il quale sarà tale a vita e sarà estero e le cariche ed uffici saranno ripartiti giustamente fra nobili e popolo.

La Repubblica riceve in dono Ponsogno e Spigno.

1291 Podestà Guliermus Branus civis astensis (di Asti). Capitano del popolo Lanfranco de Suardi di Bergamo, Guerra, varia, di corsa contro Pisa dal che si deve dedurre che Pisa era ancora lontano dall’essere intieramente domata.

La Repubblica compra alcune case dei Doria presso S.Matteo, ne fa un palazzo e vi insedia il proprio Governo il quale finora non aveva avuto sede fissa.

Guerra di corsa contro i Catalani. Proibizione alle navi mercantili di navigare oltre Porto Venere se non hanno a bordo almeno 20 balestrieri.

1292 Podestà quello di prima. Capitano del popolo è, invece, Beltramus Fitiensi, di Bergamo: dal che si vede che era bensì estero, ma non perpetuo.

Guerra di corsa contro i Catalani e contro i Pisani.

1293 Podestà Petrus de Carbonensibus di Bologna. Capitano del popolo Simone di Grumello (Bergamo). Guerra di corsa contro i Pisani ed i Veneziani.

Qui finisce la cronaca di Oberto Doria, l’ultimo dei seguitatori di Caffaro. Ora seguono le storie, molto meno circostanziate, di Giustiniani e di Stella.

1294 – 97 Continua la guerra di corsa contro Pisa e contro Venezia.

1298 Grande vittoria, ottenuta presso le Curzolari nell’Adriatico dall’ammiraglio Lamba Doria con 85 galee contro 97 galee veneziane comandate da Andrea Dandolo (8 Settembre). In principio la fortuna è volta contro Genova che ha 10 galee perdute e sommerse: ma poi, ripreso coraggio e fattisi tutte insieme le rimanenti 75, entrano furiosamente entro la linea veneta, la mettono in scompiglio e sbaraglio, ne incendiano e sommergono 75 e fanno le rimanenti prigioniere con 7.400 uomini tra quali il Dandolo che, per disperazione, si uccide. Fra i prigionieri si trova il celebre Marco Polo, detto “il Milione”, comandante di galea. [Marco Polo imprigionato a Genova nel palazzo del Capitano del popolo, oggi palazzo S. Giorgio, detta il suo racconto a Rustichello da Pisa, anche lui imprigionato. Il libro uscirà col titolo Le Meraviglie del Mondo]

1299 Pace per 27 anni con Venezia e con Pisa. Genova riceve da Pisa la Corsica e restituisce i prigionieri a Venezia.

1300 Si accresce il molo di 115 cubiti di lunghezza.

Si manda per la prima volta un magistrato a governare la colonia genovese di Pera (Costantinopoli) in persona di Giovanni Farfaro.

Quinto Cenni [firmato] ??? (Lago Maggiore) 9-7-909

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XIII SECOLO

Autori vari

XIII secolo. Pubblici palazzi e mercati. E sullo scorcio del XIII secolo e sui primi del XIV Genova comincia abbellirsi di pubblici palazzi civili, a dar inizio a quelli privati, de’ secoli di poi, onde anderà fastosa. Ed è da quel primo risveglio della vita cittadina, separatasi dalla sacerdotale, che sorge il palazzo San Giorgio, quello del Comune presso la Torre della gran campana (ove è ora il Ducale): le carceri della Malapaga, il palazzetto Criminale e i Portici di Banchi che ispireranno l’Alessi a dar vita alla Loggia (in que’ tempi gli Emboli o Banchi de’ mercanti (oggidì scagni) non solo eran ivi; ma anco a Sottoripa, da cui la Dogana ritraeva rilevante tassa). E si apron piazze: si dà assetto a’ mercati, ove eran fiere, di San Giorgio, S. Pietro e Soziglia: di abbondanti fontane è la città provveduta, non che il Porto su tutti gli scali; che già v’è pubblico acquedotto, resosi di poi famoso (strana cosa è che genova un bagno pubblico non sia venuto sino a noi mentre ne esistevano in antico (Belgrano – Vita privata dei Genovesi) e mentre nelle convenzioni e trattati con tutti i popoli, ancho barbari, esigevano i genovesi per principal cosa un pubblico bagno).

XIII secolo. Maona. … il Governo di Genova, fin dal secolo XIII, coi privati si associava nelle pubbliche imprese, e coi privati o individui o compagnie (era detto far maona, dal greco) divideva non solo I redditi delle gabelle, ma anco le spoglie dei vinti, le prede, e perfino l’imperio delle conquiste territoriali. (Malnate 1892)

1215. Arsenale. Il ponte del pedaggio è riconosciuto insufficiente al commercio, onde altri se ne costruiscono; si tracciano le mura (1215) del grande Arsenale o Darsena del Comune tra le chiese di Santa Fede e di Sant’Antonio: e il Boccanegra nel 1283 di tanto prolunga il Molo vecchio da averne merito come se e’ no fosse stato il costruttore, sebbene non ne fosse che il continuatore (“Marino Buccanigra operaio portus et moduli factum fuit hoc opus”: così leggevasi in una antica iscrizione del Molo vecchio). (Malnate, 1892)

1218. Navi genovesi alla Crociata. Nella sola crociata del 1218 partirono 200 mila francesi, imbarcati quasi tutti su navi genovesi parte nel nostro porto, parte in quello d’Acquemorte. E in quel porto di Francia, dicono le cronache, era una selva di legni genovesi. Da preziosi documenti, accennati nella Storia del Canale e raccolti dal Belgrano in dotto volume, si rileva che San Luigi re di Francia, per le due crociate in cui ebbe parte, contrasse coi privati genovesi un debito sì grande da computaresi, per quanto fu trovato negli archivi, in 48188 lire tornesi, 280 lire provvisine e 1225 bisanti. Non è certamente tutto: pure tal somma da sola sarebbe un credito ne’ genovesi forse uguale a 25 milioni di nostre lire. (Malnate, 1892)

1229. I pirati Durante e Recupero di Portovenere. Nel 1229 le ben armate, preste e rapaci cocche di un Durante e di un Recupero di Portovenere sono il terrore delle spiagge di Romagna, Sicilia e Provenza. Cattura la Repubblica que’ pirati ed entrambi danna nel capo. (Malnate, 1892)

1250 d.C. L’Europa nell’alto medioevo.

1257. Il Podestà e i forestieri. …  il popolo grida nel 1257 Gugliemo Boccanegra suo capitano: e sotto i Capitani del popolo nel XIII secolo Genova acquistò la maggior sua gloria. (Malnate, 1892)

1259-1262. I Paleologi a Costantinopoli.  Nel 1259 cinquanta galee e 4 galeoni genovesi mettono in possesso dell’impero di Costantinopoli i Paleologi contro gli sforzi de’ francesi e dei veneziani; onde il possesso di Smirne, Tenedo e Pera (1261) e la supremazia, tanto agoniata, nella medesima Costantinopoli (1262). Ove l’armata di Genova, a suon di tube, distrugge il famoso castel de’ veneti e colla nave di Antonio Doria ne porta I fregi a Genova e n’orna il palazzo del Capitan del Popolo. (Malnate, 1892)

1260. Guglielmo Boccanegra e il palazzo san Giorgio. “Nel 1260 Guglielmo Boccanegra, essendo Capitano di questa Città, comandò ch’io fossi fatto. Di poi frate Oliviero, uomo divino per acutezza di mente, mi adattò al comandato uso, di servire a residenza, di chi fosse per essere” (nellUfficio del Capitano). Questa iscrizione, nascosta in parte da una testa di leone, che è uno degli ornamenti dell’abbattuta residenza de’ veneziani di Costantinopoli, posta a trofeo sulla facciata del palazzo del Capitano del Popolo  di Genova, ne fa fede che l’operaio del Porto e del Molo (come leggesi in un atto notarile) Frate Oliviero eresse il pregiato monumento ne’ più bei tempi della libertà comunale. (Malnate, 1892)

1260. Frate Oliviero e frate Filippo operai del Porto. Verso il 1260, e successivi, troviamo un Marino Boccanegra, un frate Oliviero, un frate Filippo, operai del Porto e del Molo, a sistemar calate per lo sbarco delle mercanzie, a costrur fabbriche presso il porto, a gettare, opera in allora meravigliosa, il principio di un nuovo molo che divenne poi il vecchio. (Malnate, 1892)

1264. Flotta veneta. Un Simon Grillo nel 1264, al comando di 20 galee e 4 navi, nel golfo di Venezia avvista quella Flotta, e n’ha scherno di galline gittate in mare. E’ cozzo furioso fra le due flotte e una sol galea veneta si salva. (Malnate, 1892)

1264. Caffa e tana nel Mar d’Azof. I Genovesi … nella penisola Taurica fondarono la colonia di Caffa, sviluppando le altre, stendendole alla Tana sul Mare d’Azof. (Malnate, 1892)

1267. Luca Grimaldi. Così Luca Grimaldi nel 1267, guerreggiando la repubblica con Venezia, presa veneta nave e trovatovi entro merci caricate dal Conte di Tripoli, neutro, a lui le restituisce. (Malnate, 1892)

1270. Molo e Porto, opera pia. La manutenzione finanziata dalla prostituzione. E fino dal 1270 il comune di Genova decretato avea il Porto ed il Molo opera pia, assegnandole quel famoso balzello del decimo sulle eredità, il quale durò per secoli parecchi. E singolar reddito avevano dal meretricio. Tenevano i salvatori in soggezione a Montalbano (Castelletto) i postriboli; che a speculatori appaltavano per l’esazione di odioso ma pingue tributo, intero serbato alle opere del Porto. Ebbero anco gabelle sulle feste private, sui laureandi dottori (un ducato d’oro per candidato) e sulle inscrizioni ai registri della corporazione de’ sensali (20 soldi per ogni nuovo inscritto). (Malnate, 1892)

1270. Genua in Ianua da Giano a san Lorenzo. La trasformazione di Genua in Ianua costituisce inoltre la premessa a una più tarda elaborazione – attestata a partire dal XII secolo e soprattutto al volgere del XIII – di un —mito delle origini” di Genova, legato al suo nome e finalizzato alla sua glorificazione. Tale mito, supponendo lanua derivato da Ianus, tende a identificare in Giano, la divinità bifronte di Roma, il fondatore della città. Né sembra da trascurare la suggestiva coincidenza che a Roma le statue di Giano si trovassero proprio presso le porte. Studi recenti hanno rilevato inoltre come questa trasformazione non sia casuale né priva di significato bensì risponda a una vera e propria coscienza e necessità di manifestare un mutamento attraverso il nome. Questo “mito delle origini” ci giunge da diverse fonti – fra cui Giovanni Balbi nel 1270 e circa dieci anni dopo Iacopo Doria – ma viene in un certo senso “codificato” da Iacopo da Varagine alla fine del XIII secolo, per ricevere la sua consacrazione definitiva nel Trecento con le due iscrizioni nel Duomo di San Lorenzo, una delle quali identifica come Giano un busto reimpiegato al di sopra della stessa. (Cavallaro L., in Borzani L. Pistarino G. Ragazzi F., Storia illustrata di Genova, Elio Sellino Periodici, 1993)

1273. Giacomo Squarciafico. E Giacomo Squarciafico catturata nel 1273 in porto pisano nave nemica, a richiesta di quei di Pisa, i quali invocarono l’amicizia loro, la predata nave ad essi subito consegna. (Malnate, 1892)

1273. Lucca comperata. Le prede e i bottini avean resi gli ammiragli ricchi come re: un Gherardo Spinola nel 1273 comperava Lucca per 74 mila fiorini d’oro. (Malnate, 1892)

1274 e 1436. Mercato del pesce. La Clapa Comunis ove venduntur pisces, del 1274 e la Clapa piscium apud clapa olei, del 1436 sono testimonianze reali. Clapa, ciappa, chiappa sono le lastre di pietra, di marmo sulle quali si esponeva la merce in vendita. Il Podestà racconta che nella nostra Ciappa si bruciavano le reti e gli attrezzi dei pescatori che venivano sorpresi a pescare clandestinamente in Porto, giacchè la pesca entro lo stesso era data in appalto al miglior offerente. Per cercare di capire dove era la Ciappa ci facciamo ancora aiutare dal Podestà: “A sinistra della Raiba, giacchè essa dava il tergo a mare, era la Ciappa”. Quindi, sperando che la toponomastica rispetti la storia, la Ciappa era a sinistra di piazza Raibetta, spalle al mare, proprio, occhio e croce, sopra il sottopasso, verso Caricamento, quasi a chiudere quel mercato ideale che è da sempre Canneto il Lungo. (Petrucci, 1997)

1276. Contrada del Molo. Viene istituita la contrada del Molo. (Donaver, 1890)

1278. Palazzo san Giorgio. Abbiam notizia, è vero, che nel 1278 alloggiò in questo palazzo il figlio del Re di Sicilia: ma ne’ primi anni del XIV secolo lo troviamo già tutto occupato da’ pubblici uffizii. (Malnate, 1892)

XIII-XIV secolo. Porto. Il porto di Genova nel secolo XIV (mappa ipotetica). Sono descritti: Arsenale (1283-85), Prima Darsena (1282) Zecca (1253-81), Rayba del grano (1253-81),  Palazzo del Mare (1261), Mercato o Clapa dei Pesci (1264), Clapa dell’Olio (1230), Raybeta Vetus (1253), Darsena davanti a S. Marco (1276), prolungamento del Molo con nuova torre del faro (1260-83, 1322), “Palacietum dei Conservatori del Porto e del Mare, Carcere di Malapaga (1269), Mura del Barbarossa, nuove cerchia di mura (1320-47). (Campodonico, 1989)

1200-1300. Genova e il porto. Ricostruzione di Campodonico, 1989.

1283. Darsena. Dieci mila marche d’argento sono spese nel 1283 per i lavori della nuova Darsena del Comune od Arsenale. E’ munita di torri, estesa nel 1402 sino a Porta di Vacca, e nel 1416 (Doge Tomaso Campofregoso) è purgata e ampliata. (Malnate, 1892)

1284. Meloria. Nella giornata famosa alla Meloria (1280) si trovavano in combattimento 88 galee genovesi, più 8 panfili (o galeotte) ed 8 portantini (o seattie). Le galee che si trovarono alla Meloria avean 230 combattenti cadauna. … alla fatal Meloria 80 navi genovesi annientano la potenza di Pisa, il cui Porto stesso è distrutto da Corrado Doria nel 1290. (Malnate, 1892)

1288, 9 giugno. I Bresciani inviano Alberto de Lavelongo e Berardo de Lombardis a Pavia per stipulare un’alleanza con altre città: Milano, Genova, Pavia, Asti, Piacenza , Cremona. (Malvezzi Giacomo, Chronicon Brixianum, Parte VIII, Capitolo 111, traduzione di Irma Bonini Valetti)

1288. Per gli stipendi delle truppe (60 soldati a cavallo) inviate ad Asti in aiuto dei Milanesi, si incarica come tesoriere il bresciano Jacopino de Gayfanis residente a Genova. (Malvezzi Giacomo, Chronicon Brixianum, Parte VIII, Capitolo 112, traduzione di Irma Bonini Valetti, comunicazione personale)

1288-1294. Flotta genovese di 627 galee. Genova è così forte sul mare che in meno di sette anni – 1288-94 – arma 627 galee in lungo corso: altre 70 per i traffici del Mediterraneo. (Malnate, 1892)

1289, 26 aprile. Lettera di Carlo d’Angiò da Genova per sollecitare i Bresciani al pagamento della somma promessa per il suo riscatto. (Malvezzi Giacomo, Chronicon Brixianum, Parte VIII, Capitolo 105, traduzione di Irma Bonini Valetti, comunicazione personale)

1290. Egitto e cinesi del Golfo Persico. perdute le colonie di Siria, e il mar mosso cominciando a popolarsi di navi, onde l’accresciuto traffico coi chinesi che è fama avessere nel vicino golfo persico flotta di 400 navi (Marco Polo e Fra Mauro descrissero quelle navi. Non avean bussola, onde va errato il Cantù dando il vanto di quella scoperta ai chinesi). Insopportabil cosa parve ai veneti e pisani continuare il commercio coll’Egitto, poiché quel Soldano il 30 per cento delle merci esigeva. E se i genovesi ivi prosperarono si è che pel trattato del 1290 non pagavan dogana senza far operazione di commercio e altre facilità aveano, tra’ quali,  forse non ultima, il contrabbando. Il quale alligna sempre ove è esosa dogana.  E i genovesi in Egitto pagavano sulla loro semplice dichiarazione, avvalorata dal contratto di vendita, o, come si direbbe oggidì, sulla semplice fede del manifesto doganale. (Malnate, 1892)

1291. Navigatori genovesi alla scoperta di terre nuove. Nè vadano dimenticati i precursori di Cristoforo Colombo, genovesi anch’essi. Fin dal secolo XIII essi tentarono grandi scoperte in quei paesi di antropofagi, in cui la carne de’ bianchi, è fama, venisse risparmiata perchè creduta malsana. Di quei marinai e mercanti genovesi è la gloria d’aver scoperte le Azorre e le Canarie. E giacchè i tempi rei non ci tramandarono I nomi di tutti, nè I fasti, siano almeno onorati I conosciuti Maroncello Lanzarotta e Antonio Noli. Nè dimentichiamo che la nave di Ugolino Vivaldi (1291) perdutasi miseramente ai confini dell’Africa tenebrosa, guadagnò il Capo di Buona Speranza forse, e due secoli prima de’ più fortunati navigatori portoghesi. (Malnate, 1892)

1291. Carta Pisana, carta nautica. Si tratta della più antica carta nautica medioevale esistente. Pergamena. E’ di scuola genovese. Acquistata nel XIX presso una famiglia pisana. Conservata a Parigi, Bibliothèque Nationale. (Campodonico, 1989)

1290. Di autore anonimo, è chiamata carta pisana poichè fu acquistata presso un’antica famiglia di Pisa, nel corso del XIX secolo, ma di probabile scrittura genovese; infatti sulla nave genovese che trasportava san Luigi da Aigues-Mortes a Tunisi, per la prima volta veniva menzionata l’esistenza a bordo di una carta-portolana, e cioè di una carta nautica a rombi di vento (1270). (de La Roncière M. e  Mollant du Jourdin M., I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, Bramante Arte, 1992)

1292. Erario e palazzo Doria poi Ducale. Il Comune di Genova ne’ più bei tempi di sua grandezza era sì modesto nelle spese che troviamo nel 1237 non aver reddito che di sole 27.329 lire di allora, delle quali 10 mila spese nel pagamento de’ mutui. Pure con tanto misero erario nel 1292 può dare 10 mila lire alla famiglia Doria per aver lo spazio di fabbricare il palazzo di sua residenza, (che divenne poi il palazzo Ducale) e ciò malgrado nell’anno 1293 nessuna sua gabella è in pegno. (Malnate, 1892)

1295. 200 galee e navi. Dal 15 luglio al 15 agosto 1295 arma 200 galee e navi, 105 di nuovo varo. Conta l’armata 45 mila combattenti: ogni galea è equipaggiata da 220 a 230 uomini. (Malnate, 1892)

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XIV SECOLO

Autori vari

XIV secolo. Supremazia sul Bosforo e Mar Nero. E Genova ottenuta, nel principio del XIV secolo, l’agognata supremazia sul Bosforo e Mar Nero, signoreggia su quello d’Azof; domina sulle coste di Barberia [coste africane]; è potente sulle coste di Spagna, ha larghi traffici ne’ porti di Francia: onde la Città Superba è la regina dei mari. (Malnate, 1892)

1305. San Bartolomeo dell’Olivella. Dietro il coro della Chiesa del Carmine vi è una salita con la Chiesetta di San Bartolomeo dell’Olivella edificata nel 1305 da Valente Buonagiunta, con attiguo il Monastero delle Cistercensi. (Miscosi, 1933)

1311. Enrico VII porta con sé a Genova come ostaggi settanta cittadini bresciani, ma essi riescono a fuggire dalla città. (Malvezzi Giacomo, Chronicon Brixianum, Parte IX, Capitolo 19, traduzione di Irma Bonini Valetti, comunicazione personale)

1315. Servizio postale. Nel 1315, abbiamo contezza che i Magistrati impiegavano una galea armata, noleggiata da’ privati, al servizio pubblico di portar lettere tra Genova e Tunisi, ove era il Consolato Generale di Barberia: onde neanco le convenzioni marittime per i servigi postali sono istituzione moderna. Ed in Genova era, nel XIV secolo, una cancelleria araba, che maestri stipendiava perchè quella lingua insegnassero al pubblico. (Malnate, 1892)

1317. Zambellino di Bornato, giurisperito, mentre si sta recando a Genova per ricoprire l’incarico di podestà, viene aggredito presso l’Oglio da truppe ghibelline, che vengono però sconfitte dai suoi accompagnatori. (Malvezzi Giacomo, Chronicon Brixianum, Parte IX, Capitolo 35, traduzione di Irma Bonini Valetti, comunicazione personale, )

1318. I guelfi di Genova cacciano i ghibellini con l’aiuto di Roberto d’Angiò. … I guelfi di Genova cacciano i ghibellini dalla città. Contro la città giunge un esercito di molte genti alleate ai ghibellini e inviate da Matteo Visconti. I guelfi mandano messaggeri al re Roberto, chiedendo il suo aiuto. Egli, giunto con un forte esercito, sbaraglia i ghibellini. (Malvezzi Giacomo, Chronicon Brixianum, Parte IX, Capitolo 47, traduzione di Irma Bonini Valetti, comunicazione personale)

1319, gennaio. I guelfi bresciani inviano a Roberto d’Angiò, che si trova a Genova, una lettera per affidargli il governo della città. (Malvezzi Giacomo, Chronicon Brixianum, Parte IX, Capitolo 48, traduzione di Irma Bonini Valetti, comunicazione personale)

1320. Genova si estende a levante. Le mura partendo dall’Acquasola vanno per la pianura dell’Olivella a S.Stefano, quindi su per Vialata fino alle Grazie comprendendo tutta la zona di Carignano e la valletta del Rivotorbido. La porta orientale viene allora costruita ai piedi di S.Stefano e detta de Hirchis (antica denominazione della regione che si estende fino a S. Martino di Albaro). (Donaver, 1890)

1327-1346. Quarto recinta di mura. Dal 1327 al 46 si compie il quarto recinto delle mura. Comprende le borgate ad oriente del Porto, quelle a monte verso il Bisagno da San Vincenzo, e la popolosa e animosa di Pre. La porta di San Tomaso è baluardo dell’estrema città verso la marina. Nel Porto è di già la Darsena maggiore: ingrandire le calate; e regolata la navigazione notturna con fanali sulla torre di Capo Faro e su quella de’ Greci al Molo vecchio. (Malnate, 1892)

1331-1344. Genovesi a Pera e Caffa. In Levante sono ancor più strepitose imprese. I Genovesi di Pera scaccian l’ossidione, forte di 280 vascelli, messa a Costantinopoli dai turchi, e li rompono. A Caffa fugano l’imperator di Tana, che vi lascia 5 mila tartari uccisi (1331-1344). (Malnate, 1892)

Genovesi nel golfo di Venezia. Un Lambda Doria con 78 galee nello stesso golfo di Venezia dà battaglia a 97 galee venete: 12 sole scampano: 85 son distrutte: 8 condotte a Genova con 7400 prigionieri. Il veneto ammiraglio, Andrea Dandolo, dà del capo disperato nell’asta della capitana, e s’uccide. (Malnate, 1892)

1333. Palazzo san Giorgio. Nel 1333 ivi funziona regolarmente la Dogana, ed è detto palazzo del Comune al Mare perchè è sede delle magistrature che col porto più avean attinenza. E, ne’ primi tempi, verso il 1296, ivi erano perfino le carceri e l’ufficio de robariis, magistrati che perseguitavano i furti e le rapine di terra e di mare. (Malnate, 1892)

1334-1359. Ruberia di denaro pubblico. Nel 1334 un Salagro di Negro e un Simon Navone, collettori de’ pubblici introiti e dazi che spettano a’ particolari, brucian i libri delle esazioni e rubano il denaro. E nel 1359 la fazione dominante, sulla piazza di San Lorenzo, dà pure alle fiamme i registri e le carte del capitolo e della dogana, in cui “esisteva tutto il mobile de’ cittadini”, né il Doge [Simon] Boccanegra può colpire i colpevoli. (Malnate, 1892)

1339. Carta nautica di Angelino Dulcert su pergamena. Carta eseguita a Maiorca. L’attività cartografica è stata iniziata dai genovesi nel XII secolo e la prima carta è stata proprio quella del Dulcert, firmata e datata. (de la Roncière M. e Mollant du Jourdin M., I portolani, Bramante Arte, 1992. E’ conservata a Parigi, B.N., Cartes et Plans, Res.Ge B 696)


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SEGUITO DELLA STORIA MILITARE

DELLA REPUBBLICA DI GENOVA

Parte I fino al 1635

Dal 1301 all’istituzione del Dogato – 1339

STORIA

Cenni storici illustrati e raccolti dal pittore Quinto Cenni (Milano) per conto del Sig. Dr. Cav. H. J. Vinkhuizen dell’Aia, Medico. 

http://digitalcollections.nypl.org/search/index?utf8=%E2%9C%93&keywords=genoa

1301 Pace col Re Carlo di Sicilia. E’ Abate del Popolo Giovanni da Guano.

1302 I Nobili Genovesi Benedetto Zaccaria, Giacopo Lomellino, Lanfranco Farfaro e Giovanni Bianco prendono la Croce e vanno in Terra Santa.

Tavola XXXVIII. CAVALIERI, MILITI, BALESTRIERI E FANTI della REPUBBLICA di GENOVA 1300-1339. 1. Benedetto Zaccaria (già ammiraglio di 30 galee alla Meloria (1285)) che parte per la Terra Santa (bordone [bastone con manico ricurvo]  in mano e tasca in bandoliera (1302). 2 Jacopo Lomellino (id.id.id.). 3 Cav.re della Famiglia Fieschi. 4 Id.id. De Camilla. 5 Id.id De Marini. 6 Id.id. Malaspina. 7 Id.id. Morchio. 8 Id.id. De Cattaneo. 9 Milite porta stendardi della Repubblica. 10 Id.id. del protettorato imperiale (1311-12). 11 Id.id.id del Re di Napoli Roberto d’Angiò (Anjiou) (1319-35)). 12 Balestrieri della Compagnia di Portae Novae. 13 Id.id. del Borgo (Burgi). 14 Id.id. di Maccagnano. 15 Id.id. di S. Lorenzo. 16 Id.id di Platea Longa. 17 Id.id. di Porta. Id.id. di Zoziglia. 19 Id.id. di Palazzolo (o Castri (Castello)). 20 Fante a lunga lancia. In alto da sinistra: Sperone, M. Castellazzo, Torre degli Embriaci, Campanile di Santa Maria delle Vigne, Campanile di S. Lorenzo (non terminato), Torre del Palazzo della Signoria, Bastia Peralto (ghibellina), Bastia S. Bernardo.

Spiegazione della Tavola XXXVIII.

Tavola XXXVIII. Cavalieri, militi e fanti della Repubblica di Genova 1300 – 1339.

Il fondo di questa Tavola è preso presso a poco dal sito occupato dal già demolito Castello in ponente di Sarzana e guardando verso levante, o meglio nord-est E’ una veduta ideale, ma sopra basi certe quali sono quelle indicate sotto la tavola medesima, cioè, cominciando da sinistra: la torre degl’Embriaci, il campanile di S,Maria della Vigna, il campanile di S.Lorenzo (non ancora terminato di costruire), la nuovissima torre del Palazzo della Signoria; tutte costruzioni tuttora esistenti ed ognuna collocata al suo preciso posto. In lontananza poi si erge, al di sopra della detta torre, il monte Peralto con la bastia costruttavi dai Ghibellini ai danni della città e più indietro, e più in alto quella, pure costrutta dai medesimi, sul monte S. Bernardo (o S.Bernardino) poco distante dal Castellazzo.

Venendo alle figure si vedono: al n.1 ed al n.2 i due nobili genovesi Zaccaria e Lomellino in tenuta di crociati, cioè colla bisaccia al fianco ed il bordone [bastone con manico ricurvo] in mano e coperti d’arme come erano in uso generalmente nel primo quarto del Secolo XIV. Fra i cavalieri genovesi che loro stanno intorno abbiamo messo il De Marini al n.5 e il Malaspina al n.6, entrambi in tenuta di città, il primo con lungo paludamento (mantello) e piccola cervelliera; il secondo con beretta e surcotto succinto. Al n.10 si trova un tedesco, portastendardo del protettorato imperiale; al n.11 un francese, portastendardo del protettorato angioino, cioè del Re di Napoli, Roberto d’Angiò. Ai numeri, poi, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18 e 19 abbiamo rappresentato le famose 8 “compagne” (o compagnie) della città, e crediamo che ciò sarà per l’ultima volta, mentre al n.20 abbiamo voluto figurare un fante a lunga lancia, di Varese, il quale è un paese di montagna che sta al confine del Parmigiano. Infine richiamiamo l’attenzione del nostro piccolo pubblico sulla prima prova che si fa in questo tratto di tempo delle piastre d’acciajo messe in varia foggia a guardia delle membra ed al disopra e in luogo delle antiche maglie. Le figure 1, 2, 3, 8, 10 e 11 della Tavola XXXVIII ne danno una chiara rappresentazione e proseguiranno in seguito sempre più pienamente con molto vantaggio dell’arte pittorica che avrà modo di sbizzarrirsi ancor più mediante l’armonioso intreccio dei vividi colori delle stoffe in artistico contrasto colle luci più o meno vive e coi riflessi degl’acciai, degl’ori e degl’argenti. Le maglie d’acciajo non saranno ormai più che un semplice complemento, un piccolo e non necessario trait d’union fra il massiccio delle piastre e la mollezza delle vesti.

E’ Abate del Popolo Salardo di Castello, o Castellino.

1303 Per varie benemerenze politiche l’Imperatore di Costantinopoli dona ai Genovesi il territorio di Galata, sul quale sorge poi in progresso di tempo il sobborgo di Pera, E’ Abate del Popolo Niccolò di Guano.

1303 Galata e Pera a Costantinopoli.

1304 – 1305 Non si hanno notizie di questo biennio.

1306 Sono Rettori del Popolo Bernardo Doria e Opizzino Spinola, ma cominciano in quest’anno le discordie tra le due famiglie.

1307 E’ Abate del Popolo Jacopo da Gropallo.

1308 E’ Abate del Popolo Francesco Portunaro.

1309 E’ Abate del Popolo Ruffino da Voltaggio.

1310 E’ Abate del Popolo Roberto di Bonaria. Nuovo governo. E’ soppressa la carica di Podestà e così pure quella di Capitani e di Rettori del Popolo, sostituendo alle medesime un governo misto di 6 Nobili e 6 popolani.

1311 La Repubblica sotto il protettorato Imperiale (1° Protettorato). Malgrado tale cambiamento di governo la pace non torna nella turbolenta cittadinanza, onde i più saggi profittano del passaggio dell’Imperatore Enrico VII per offrirgli il governo della città per 20 anni. L’Imperatore accetta ed elegge a suo rappresentante Ugoccione della Faggiola. Intanto muore l’Imperatrice e siccome l’Imperatore prolunga troppo il suo soggiorno nella città così ne nascono mormorazioni e malumori, onde l’Imperatore stesso, temendo per la propria vita, fa lega con i Pisani, i quali sono perciò bloccati e ridotti alle strette da un’armata che Roberto Re di Napoli conduce davanti a Porto Pisano. Il Papa e l’Imperatore consigliano ai Pisani di costruire una flotta di 20 galee. I Genovesi vengono a saperlo e ne sono grandemente irritati. L’Imperatore muore avvelenato e cessa con ciò la prima protezione straniera alla Repubblica. La Repubblica ritorna ad essere indipendente.

1312 E’ Abate del Popolo Giovanni di Monticello, al quale succede Tommaso Fripaccio. Viene innalzata in quest’anno la torre della Darsena.

1313 Le fazioni tornano a imperversare nella città: si cambia di nuovo il governo creandosi di nuovo un governo misto di 12 nobili e 12 popolani. Si pongono le lanterne alle torri del porto e cioè una alla torre del molo e l’altra alla torre di Cò (capo) di faro oggi “Lanterna”.

Tavola XXXIX. IL PORTO DI GENOVA, E LA MARINA DELLA REPUBBLICA AL PRINCIPIO DEL SECOLO XIV  [1313]. 1 Coffa di “trinchetto” di un galeone con balestriere di Varaggine e marinari. 2 Galeone a due alberi con balestrieri di Genova. 3 Galea della casa Lercara. 4 Id.id Cibo. 5 Id.id. Zacaria. 6 Barca a remi ed a vela. (modelli esistenti nel Museo Civico di Genova). In alto da sinistra: Marina di Voltri, Foce della Polchevera, S. Pier d’Arena, Torre di Cò (Capo) di Faro a principio del Molo Nuovo [che sarà costruito nel 1638], Dorso della Capella, S. Teodoro,  Borgo S. Giovanni, Borgo degli Angeli, Prè (preda). Lungo il bordo destro: Torre della Darsena, Molo Vecchio e Torre dei Greci.

1314 – 1315 Nessuna notizia su questo biennio.

1316 E’ Abate del Popolo Pasquale di S. Stefano. A quest’epoca esiste già una piccola Loggia dei Banchi (Luogo pubblico per le trattative di affari).

1317 – 1318 Nessuna notizia importante in questo biennio.

1319 I Guelfi sono padroni della città; i Ghibellini lo sono del contado e stringono in certo qual modo d’assedio la loro stessa patria. La Torre di Cò di faro (oggi Lanterna) è tenuta dai Guelfi e siccome i Ghibellini vogliono prenderla per fame i Guelfi la sussidiano giornalmente per mezzo di un uomo entro una bussola di legno che scorre sopra una fune tesa fra un albero di nave e la torre. Quell’uomo porta viveri e munizioni agl’assediati.

1319 I Guelfi forniscono vettovaglie e munizioni alla Lanterna assediata dai ghibellini.

Dopo due mesi di tali andirivieni i Ghibellini se ne accorgono ed allora scavano il terreno sotto la torre, puntellandola successivamente con legnami. Finito tale lavoro fanno intendere la cosa agli assediati minacciando di togliere i sostegni e far precipitare la torre se essi non si arrendono tosto e la resa avviene immediatamente.

La Repubblica sotto il protettorato del Re Roberto d’Angiò di Napoli (2° Protettorato) Nuova forma di governo.

Finalmente Roberto, Re di Napoli, accorre in aiuto dei Guelfi e questi mettono la città sotto la sua protezione e sotto quella del Papa e così per la seconda volta la Repubblica, in seguito alle troppe discordie dei suoi cittadini, perde la sua piena autonomia. Il Governo si trasforma come segue:

Governatore regio. Anziani genovesi per la parte politica. Abate del Popolo.Podestà per la giustizia criminale. Consoli per la giustizia civile.

I Ghibellini intanto, unitisi a Tedeschi, Francesi, Pisani e Monferrini assediano la città dalla parte di terra costruendo una bastìa (fortezza di campagna) a Monte Peraldo (oggi “Bastia”) [oggi il Forte del Righi o Castellaccio] ed un’altra a Monte S.Bernardo [?] (oggi Castellazzo), mentre Corrado Doria la blocca dal lato di mare con 28 galee.

1319 Assedio dei Ghibellini e fortezza di campagna al monte Castellaccio.

1320 Stragi, saccheggi ed incendi di case in città. Il popolo, allarmato dal successo dei Ghibellini, innalza tumultuariamente dei ripari di terra e di tavolati e di botti ai borghi di S. Stefano, S. Germano ed alla collina di Carignano. Una flotta di 68 galee guelfe saccheggia Albenga che è ghibellina. La riviera di Levante, già rapita ai Genovesi dai Fiorentini, cade in balia di Lucca.

1321 I Ghibellini, volendo vendicare il saccheggio di Albenga, attaccano da terra e da mare (con 18 galee) la città di Noli. Esce da Genova una flotta di 18 galee guelfe comandata da Pietro di Guano: avviene lo scontro presso Spotorno colla peggio di questi ultimi che vi perdono 3 galee,

1322 Nulla d’importante.

1323 Erezione della Torre “dei Greci” alla punta del molo.

1324 Nulla d’importante.

1325 Si fortifica la Torre di Cò (Capo) di faro con muro di sotto, fosso e rivellino.

1326 Nulla d’importante.

1327 La calata in Italia dell’Imperatore Ludovico “il Bavaro”, diretto con grosso esercito su Roma, induce i Genovesi a perfezionare le loro difese innalzando una “cortina” fra le già fatte fortificazioni, nonché tre nuove torri: una a Luccoli, una all’Olivella, la terza a Capo di Carignano.

Re Roberto di Napoli, tornato a Genova, vede prorogata di altri 10 anni la sua protezione.

1328 – 1329 – 1330 Nulla d’importante.

1331 Il Re di Napoli riesce a pacificare la città, messa a ferro ed a fuoco dalle fazioni, distribuendo le varie cariche fra le medesime. I Genovesi di Pera, grati all’Imperatore, costringono il Re Orcane dei Turchi ed i suoi 280 vascelli a togliersi dall’assedio di Costantinopoli. E’ Abate del Popolo in Genova Alberto di S.Martino.

1332 L’ammiraglio Antonio Grimaldo con 45 galee combatte i corsari catalani ed il Re di Majorca e di Minorca predandogli 5 galee e danneggiandolo sulle coste di Spagna.

1333 – 1334 Nulla d’importante.

1335 La Repubblica torna ad essere indipendente. Nuova forma di governo. Tumulti, dissenzioni, sollevazioni. Il governatore regio con i suoi 33 militi è cacciato perché dimostratosi troppo fazioso. Nuovo governo libero: Abate del Popolo Luchino da Pietrarossa, Raffaele Doria e Galeotto Spinola capitani e presidenti della città Anziani.

Spedizione di 28 galee contro i Catalani.

1336 Pace coi Re di Napoli (Roberto), di Majorca e Minorca e di Catalogna. Abate del Popolo: Benedetto dell’Arco.

1337 Guerra con Venezia. L’ammiraglio Francesco Marini con 9 galee ne assale 10 di Venezia, predandone 6. E’ Abate del Popolo Giovanni di Favale.

1338 Adunata di 20 galee a Genova e 20 a Monaco in servizio del Re di Francia.

1339 Sollevazione contro i Nobili. Istituzione del Dogado.

Costume militare 

Non abbiamo dati sufficienti per stabilire qual fosse il costume militare dei Genovesi in questi 35 anni. Probabilmente esso non era diverso da quello delle altre nazioni. Ci limitiamo quindi a fare una seconda e terza Tavola di cavalieri genovesi, unendovi alcuni di quelli che presero la croce, nonché i balestrieri degl’otto rioni o “compagnie” della città per dimostrare così che esse sussistevano ancora a quest’epoca. Ricordiamo poi che nel 1302 presero la croce anche 32 gentildonne genovesi che si fecero fabbricare anche le rispettive corazze. Il Papa le ringraziò ma le persuase pur anche a rimanersene tranquille nelle loro famiglie. V. Tavole XXXVII e XXXVIII

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XIV SECOLO

Autori vari

1339. Simon Boccanegra, primo Doge. Per tutto il secolo (XIV), e di poi, la lebbra italiana delle fazioni serpeggia in città e infuria. Invano nel 1339 si tenta di dar assetto al malgoverno, proclamando, primo Doge, Simon Boccanegra. (Malnate, 1892)

1339. Casa dove visse Simon Boccanegra, primo Doge popolare, in piazzetta Boccanegra circa a metà di via della Maddalena.

1343. Palazzo del Comune al Molo Vecchio. I salvatori del Porto e del Molo ebbero sede, come risulta da atti del 1343, nel Palazzo del Comune al Molo Vecchio, presso San Marco, la più antica gloria delle memoria portuarie, perchè ivi era la Darsena, la Dogana, e lì presso imbarcavansi le flotte. (Malnate, 1892)

1346. Estensione di Genova a ponente. Comprende la zona del Carmine e la collina di Pietramunita fino a S.Tommaso, dove venne aperta una porta, Porta di Fassolo, dal borgo omonimo. (Donaver, 1890)

1352-1380. Veneziani, catalani e greci. E veneziani, catalani e greci, collegati, strenuamente pugnano: e Pagano Doria (1352) rompe lor navi; delle venete ne preda 30; 18 catalane, e dà morte a 4 mila nemici. E la lotta continua con selvaggio furore: nel 1354 son fatti captivi 5400 veneti. A Chioggia nel 1379 l’armata genovese è sconfitta; ma si rialza ancora e trionfa un Leone veneto, lo porta a Genova, a trofeo sulla chiesa del suo San Marco (1380). (Malnate, 1892)

1355-1389. Genovesi a Cipro e Tunisi. Tripoli è a sacco: i reali di Cipro captivi: il re di Tunisi due volte sottomesso (1355-89): ma l’ambizione degli ammiragli genovesi è pari alla gloria; e’ vogliono, come Pisa, Venezia caduta. (Malnate, 1892)

1375. Genovesi a Cipro. Nel 1375 fervendo la guerra contro Cipro, la squadra genovese comandata da Damiano Cattaneo, posti a sacco i borghi di Nicosia e di Pafo, si impadronisce di 70 persone, e tra queste di non poche donne e fanciulle al cui pudore i soldati vorrebbero recar ingiuria. Ma il Capitano lo vieta altamente, ed allegando di non essere legittimo soldo dei valorosi il disonorare altrui, fa tosto rimettere in libertà quelle infelici”. (Belgrano – Vita privata dei genovesi). (Belgrano citato da Malnate,1892)

1380. Megollo Lercari e Trebisonda. E fiero fu un Megollo Lercari, il quale ricevuto uno schiaffo nella reggia dell’Imperatore di Trebisonda da un cortigiano, viene a Genova, arma 2 galee e passa a tribolar que’ di Trebisonda, e fa tagliar nasi e orecchie a quanti più può aver nelle mani, e messi a sale in un barile spediscelo all’Imperatore. Questi invia 4 galee, ma son fatte preda del Lercari, che fa dire allo Imperatore non ristarrà dal tagliar nasi a’ sudditi di lui fino a che non abbia alle mani lo schiaffeggiator cortigiano. E’ costui consegnato, e innanzia al Lercari trema e s’inchina al suolo. Dàgli un calcio nel viso il Lercari dicendo “i Genovesi non incrudelire con donne”, e rimandalo allo Imperatore, a cui restituisce le predate galee (1380). (Malnate, 1892)

1381. Savoia. La bianca croce di Savoia nel 1381 si intromette nelle dilaniate repubbliche marittime. (Malnate, 1892)

1383 (1457 e 1596). Decreto sulle galee. Un decreto del 1383 ordina le galee fossero da rota a rota (superiormente da poppa a prua) di palmi 151 (metri 39 circa); di palmi 17 e mezzo in larghezza (metri 39 circa); di palmi 17 e mezzo in larghezza (metri 4 1/2) e palmi 14 e mezzo (metri 3  1/2 ) in altezza di bocca. Nel 1457 fu ordinato avessero 28 banchi e 166 rematori e 44 compagni (marinai scelti).Nel 1596 la lunghezza venne ordinata in palmi 188, la larghezza palmi 27: avessero da 26 a 28 banchi.Verso la metà del secolo XIV il valore di una galea si estimò di lire settemila genovesi, e con buon carico 25 mila. Le memorie della prima metà del secolo XII ne dan certezza di grosse navi genovesi della portata di mille tonnellate: e a’ tempi delle Crociate eranvi navi che trasportavano sino a 1500 pellegrini (passeggieri). (Malnate, 1892)

XIV secolo. Caravana dei facchini di Bergamo. Conservata fu persino, malgrado le tante leggi abolitive de’ privilegi, la caravana de’ facchini. Era, come è, corporazione che ha il monopolio del facchinaggio nei locali della dogana. Tal privilegio fu dato da Capitolo delle Compere, nel XIV secolo, a’ robusti facchini di bergamo. In allora in numero di 12, passati sotto San Giorgio, si accrebbero sino a 300, e in tal numero rimasero. La caravana possiede, tesoro di rarità, gli antichi suoi statuti. Sono pergamene de’ secoli XIV e XV. Come i facchini di Bergamo ottenessero il monopolio appo il Capitolo delle Compere, poi presso la Casa di San Giorgio e la Dogana, non è detto. Ma è lunga tradizione che scoppiata in quei tempi in Genova  pestifera epidemia, i cadaveri nelle vie abbondanti, per il sepellimento i soli facchini bergamaschi prestassero l’opera loro ai Magistrati; onde, a premio, il singolar privilegio. (Malnate, 1892)

XIV secolo. Conquiste genovesi. Un Leone veneto è portato [1380] a Genova e messo pomposamente sulle mura della chiesa di San Marco al Molo vecchio [foto]. Abbattuti i re di Catalogna e di Napoli: Inghilterra tenuta in soggezione: Tripoli saccheggiata: il re di Tunisi fatto tributario di fortissime somme: data in signoria per 30 mila fiorini ad un Manfredo l’isola di Zerbi. Espugnata Cipro e tradotti i captivi i regi nella Torre di Capo Faro, ove nasce Giano, figlio loro, per magnanimità liberato dopo nove anni; ma fatto quel regno a Genova tributario. (Malnate, 1892)

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