04.2. Dai Carolingi all’anno 1000. p31

Contents
  1. 04.2. Dai Carolingi all’anno 1000
  2. IX – X secolo
  3.  *     *     *
  4. GENOA
  5. Estratto da Balzaretti Ross, Dark Age in Liguria, Bloomsbury, 2013
  6. “Pipino ha inviato una flotta dall’Italia alla Corsica contro i Mori che stavano devastando l’isola. I Mori non hanno atteso il suo arrivo, ma hanno fatto fuori, uno dei nostri uomini, Ademaro, conte della città di Genova (comes civitas Genuae), temerariamente ingaggiato da loro è stato ucciso.” (King 1987: 97)
  7. “La quinta provincia sono le Alpi Cozie, che erano così chiamate dal re Cozio, che era vissuto ai tempi di Nerone. Essa si estende dalla Liguria sud-orientale fino al Mar Tirreno; ad ovest pertanto si congiunge con i territori dei Galli. In essa sono contenute le città (civitates) di Acqui dove ci sono sorgenti di acqua calda, Tortona, il monastero di Bobbio, Genova e Savona (traduzione dell’autore).”
  8. “A Genova, la chiesa in onore di San Pietro (San Pietro alla Porta) (3) [attuale San Pietro in Banchi] [fare foto], può raccogliere ogni anno 10 modia di castagne, 8 anfore di vino in un buon anno, 40 libbre di olio; vengono acquistati ogni anno per l’utilizzo da parte dei frati 100 stringhe di fichi, 200 limoni, 4 modia di sale, 2 congia del garum, 100 libbre di pece; dispone di 6 fittavoli, che lavorano le vigne e portano le suddette rendite al monastero.” (traduzione dell’autore, vedi McCormick 2001: 634)
  9. “… i Fenici arrivarono lì (Genova) con molte navi, ed entrarono nella città, mentre i cittadini erano inconsapevolmente tutti macellati tranne le donne e ibambini. Poi, mettendo tutti i tesori della città e delle chiese di Dio sulle loro navi, sono ritornati in Africa.” (Antapodosis, IV.5, la traduzione dell’autore. Vedere Squatriti 2007: 142)
  10. Note
  11. 1) Non vi è quasi alcuna prova archeologica di sinagoghe in Europa occidentale prima del XIII secolo: Graham-Campbell e Valor 2007: 392. Ward-Perkins 1984: 244, per una sinagoga trasformata in una chiesa cristiana (S. Paolo) nel VII secolo Ravenna.
  12. 2) Internet History Sourcebooks progetto: www.fordham.edu/halsall/basis/bede-book3. asp (accessibile 25 giugno 2012), leggermente modificata.
  13. 3) Il 30 luglio 972 Ottone I conferma la proprietà genovese a Bobbio e una copia tardiva del testo la dà Ecclesiam Sancti Petri que est sita in civitate Ianue (Cipolla 1918: 324, doc XCV.).
  14. 4) Picard 1988: 601 dà “prima della metà del IX secolo” per questa Vita S. Syri. E ‘in un manoscritto di Bobbio, Vat. Lat 5771 (BHL 7973 e AASS giorno 5 Giugno) ma non in altri martirologi e quindi non è molto vecchio.
  15. 5) Calleri 1999: 57-63, appendice 1, elenca i documenti genovesi di tutto il decimo secolo e descrive come sono stati trasmessi. L’edizione principale è Belgrano 1862, migliorato da Basili e Pozza 1974, Calleri 1997 e 2009 per alcuni documenti.
  16. 6) Calleri ristampa l’edizione del Belgrano. L’originale è perso, e l’intero documento è molto frammentario, e forse sospetto. Ci sono osservazioni in altri documenti di connessioni ottoniane con le comunità monastiche a San Tommaso (Genova) e San Fruttuoso di Capodimonte, vicino Camogli. Ma questi carte sono anche molto sospette.
  17. 7) La copia superstite più antica è del XII secolo.
  18.  [ulteriori immagini saranno inserite appena verranno pronte]
  19. *     *     *
  20. III. Secoli IX e X.
  21.  *     *     *
  22.  *     *     *
  23. IX SECOLO
  24. Lottario e Carlo il Calvo (841-875)
  25. 806-860
  26. Fine IX – X secolo. La Carestia e la Compagna
  27. ————————-
  28. X SECOLO
  29. 934 Genova assalita e distrutta dai Saraceni
  30. X secolo
  31. 937. Statuti de’ Genovesi dopo la guerra degli Affricani.
  32. 958
  33. Diploma di Berengario e Adalberto ai Genovesi
  34. *     *     *
  35.  
  36. 537-973
  37. Genoa and Genoese
  38. *     *     *

04.2. Dai Carolingi all’anno 1000

IX – X secolo

 *     *     *

GENOA

Estratto da Balzaretti Ross, Dark Age in Liguria, Bloomsbury, 2013

Genova

Il passato di Genova è meglio documentato rispetto alla rimanente regione. Gli storici in gran parte presenti a Genova come centro per la storia ligure e altrove anche come periferia, danno una rappresentazione che distorce un passato ben più complesso e diversificato. L’evidenza scritta giunta a noi sull’origine della città medievale, per quanto meglio che in altre parti della regione, non è in effetti tale da sostenere una narrativa di “ciò che è successo” a Genova tra il V e l’ XI secolo. Gli storici hanno raramente dato adeguata considerazione alla ricerca archeologica in città, anche se questo è essenziale per questo periodo. Anche se l’archeologia nelle grandi città è sempre problematica, a Genova molti siti potenzialmente importanti sono stati distrutti dallo sviluppo successivo, gran parte del centro e storico non sarà mai scavato, anche se alcune notevoli scoperte sono venute alla luce negli ultimi anni, soprattutto nel Castello e nel Porto Antico. Una delle scoperte più sorprendenti è stato un muro di 9 metri nei pressi del Parco dell’Acquasola associato a resti residenziali che hanno portato l’occupazione databile di Genova indietro fino a circa il 2300 a.C. In seguito, una necropoli esistita circa nel 400 a.C. in cui gli scavi hanno rilevato dei legami con la cultura greca, tra cui la primitiva usanza del bere vino. Genova aveva già un porto e importanti scavi sono in corso da qualche tempo (Carobene et al. 2006). Il primo riferimento scritto della Genova romana si trova in Livio (205 a.C.), in cui il nome sta a significare “ginocchio” o “bocca” in riferimento alla sua caratteristica topografia (Petracco, Sicardi e Caprini 1981: 52). Scrittori successivi si sono interessati agli affari marittimi di Genova e Strabone che ha studiato Genoa e la regione in dettaglio l’ha definita “l’emporium dei Ligures” in un primo riferimento al suo commercio (Strabone 4.6.1, 5.1.3).

Archeologia a Castello e Porto Antico

Gli scavi nel Castello (50 m slm) del complesso sito della collina preromana nell’oppidum (Piazza Santa Maria di Passione) vennero scoperti segni di insediamento del IV secolo a.C. Iscrizioni etrusche e anfore che dimostravano legami occidentali con la Provenza e Marsiglia (Milanese 1987). Dal circa 250 a.C. Genova è stata certamente una parte delle reti commerciali su scala mediterranea e tale rimase almeno fino al 640 d.C. circa. Tuttavia, merci d’ogni tipo locali e regionali suggerscono che ci sono stati rapporti con l’entroterra, la pianura padana – accessibile tramite la val Polcevera. Ulteriori esplorazioni di Genoa mostrano che la ceramica italiana e nordafricana venivano in città nel periodo imperiale (Milanese 1993; 1995). Nel complesso, l’archeologia suggerisce che la città romana era piccola, sulla una planimetria tipica della griglia – o forse proprio – sul lungomare. Ora vi è il cuore del “centro storico” con la cattedrale di San Lorenzo sul suo bordo settentrionale. Un cambiamento significativo dall’insediamento sulla collina di Castello al terreno piano del porto (porto antico) ha avuto luogo durante il periodo romano, come dimostra il modello di griglia superstite di strade (vicoli), e questi due siti sono quindi importanti nei dibattiti in merito alla continuità / discontinuità a lungo termine (Figura 5.1).

Genua ha avuto pochi edifici romani monumentali e primi livelli medievali sono stati quindi di maggior valore rispetto a molte altre città italiane (Mannoni e Poleggi 1976; Gardini e Milanese 1979; Poleggi e Cevini 2003: 17-26). Al Castello la data del presunto antico abbandono rimane poco chiaro, ma l’oppidum era stato probabilmente reinsediato nel 700 circa come dimostrano le sepolture medievali scoperte in cui vi è un giovane uomo ornato di perline [foto] che probabilmente vi abitava allora (Gardini e Melli 1988: 174). Queste erano in prossimità di un tratto considerevole di muratura dell’ottavo / decimo secolo, che aveva due torri (Andrews e Pringle 1978; Christie 1990: 253), e Poleggi ha sostenuto che questa era parte di un circuito murario continuo di epoca carolingia (Poleggi e Cevini 2003: 24-5, 29); ma di questa cinta non vi è alcuna evidenza archeologica altrove. La collina certamente divenne residenza ufficiale del vescovo quando un grande (11 x 11 m) reperto, piuttosto tozzo in pietra, di casa-torre con pareti massicce di 0,8 m di spessore è stata eretta nel 980-1050 circa (Miller 2000) ed una ricca vita in stile episcopale è stata suggerita dai resti di molti arrosti di maiale dai tagli più scelti e un insieme di ceramica sostanzialmente di lusso (Cesana et al. 2007).

Figura 5.1 Centro di Genova. 1 = Cattedrale. 2 = Castello. 3 = Porto Antico.

Fonte: The Riviera, di Black (1898)

Recenti indagini archeologiche nel porto si sono dimostrate estremamente interessanti (Carobene et al. 2006). Scavi ad una profondità di 3,5 m sotto il fondo del mare nel Portofranco hanno fatto scoprire manufatti ed evidenze ambientali che comprende un arco di 2000 anni, dal 1000 a.C. fino al 1000 d.C. I livelli più profondi della deposizione sedimentaria hanno conservato ceramiche provenienti da tutto il Mediterraneo che sono entrate a Genova molto prima dell’inizio dell’insediamento in Castello fino al tempo dell’emporium di Strabone in cui grandi quantità di anfore hanno confermato il ruolo significativo degli scambi nel porto. Un livello di materiale molto sassoso in contrasto completamente con i precedenti strati di sabbia fine ha suggerito che un drammatico cambiamento era avvenuto tra il 200 ed il 600 circa, la datazione ci viene dal C14 dei resti vegetali (Carobene et al 2006:. 296). I deposisti dal VII al IX secolo di sabbia fine sopra questo furono il risultato di crescenti quantità di sedimenti dei fiumi Bisagno e Polcevera, e la deposizione qui potrebbe essere il risultato di modifiche strutturali apportate al porto in questo momento in cui il mare era chiaramente molto basso. Mentre c’è molto materiale ancora da valutare, i risultati preliminari indicano quindi che il porto storico è stato meno ben tenuto durante la gran parte del primo Medioevo di quanto lo sia stato per molto tempo prima. La Via Postumia, la prima strada romana nella regione che era in qualche modo mantenuta nel Medioevo, significativamente legava Genova direttamente ad Aquileia (il porto più settentrionale dell’Adriatico) attraverso la pianura padana ed è stata forse usata per il trasporto di merci sbarcate a Genova e trasportate via terra alle maggiori città romane (Mannoni 2004b: 276).

Sono state trovate evidenze di edifici commerciali e insediamenti vicino al porto. Proprio accanto al porto (in via Mattoni Rossi) case di pietra a secco, di legno e in terra battuta erano in uso dalla tarda antichità al primo medioevo [I sec. a.C. – V sec. d.C.] con camere in seguito utilizzate per le sepolture (Gardini e Murialdo 1994: 163-2). Ritrovamenti simili sono avvenuti in Piazza Matteotti (Palazzo Ducale) e in Piazza Scuole Pie (Porto Antico), e le prove di attività economica antica ancora più vicino alla riva è stata scoperta in via Gramsci, sotto il portico attuale affacciato alla Piazza Caricamento (Macchiavello 1997). Un immobile a due piani con pareti intonacate era molto probabilmente una sorta di magazzino, piuttosto che una residenza. (Mannoni 2004c: 238). Questo insieme di ritrovamenti suggeriscono che il porto era, in una certa misura, attivo per lo meno nella Dark Age, ma su scala molto ridotta.

Gli scavi di altre parti della città danno un’impressione simile. La prima geografia ecclesiastica di Genova e in particolare l’origine della prima cattedrale di Genova (o le cattedrali) è oggetto di accesi dibattiti. Nel 1960 il punto di vista comune era che le prime cattedrali italiane venissero fondate fuori dalle mura cittadine e solo successivamente si ritrovano all’interno. Genova conforme a questo modello con due prime cattedrali: San Siro a breve distanza al di fuori della (presunta) cinta muraria e San Lorenzo appena dentro. Scavi più recenti suggeriscono che San Lorenzo era in realtà l’unica cattedrale fin dall’inizio. La ricerca a San Lorenzo si è concentrata sulla origine dell’attuale edificio e come le scoperte archeologiche possono correlarsi con l’”altra” cattedrale di San Siro (Macchiavello 1997; Di Fabio 1998, 2003). Nel chiostro di San Lorenzo le primitive pietre a secco medievali e gli edifici con pavimento in terra battuta sono contemporanei ad alcune sepolture che sono state scoperte e sono simili a quelle in via Mattoni Rossi (Gardini e Melli 1988: 172-3; Gardini e Murialdo 1994: 164). Ancora più importante, sotto l’attuale cattedrale è stata scoperta nel 1960 una sezione di 2 m, perfettamente conservata, che va dal periodo tardo repubblicano al periodo post-medievale (Gambaro e Lambert 1987; Cagnana 1998). Questa ha avuto tre frasi principali. (1) Probabilmente campi agricoli, con più di 100 frammenti di anfore di produzione prevalentemente mediterranea del tardo II / inizio del I secolo a.C. e una discarica per i contenitori commerciali rotti anche se sono state messe in luce ceramiche da tavola domestiche della fine del primo secolo. (2) Un grande edificio con un pavimento di mattonelle di elevata qualità di età augustea, che sono state in uso per oltre un secolo. (3) Le cantine al di sopra di questo piano sono la prova che l’edificio è stato distrutto nel tardo IV / inizio V secolo d.C. dopo il quale si trova di nuovo un livello agricolo. E’ stato proposto che alla fine del V / inizio VI secolo sia stato eretto“un edificio con finalità di culto” (Gambaro e Lambert 1987: 251) e che l’attuale edificio del XI / XII secolo, si trova direttamente sopra quello, il che significa che nessun reperto della cattedrale sarebbe stato trovato nel primo medioevo. Vent’anni dopo le prime indagini una riconsiderazione dei reperti, in particolare della ceramica, ha confermato la sequenza originariamente proposta. I risultati del livello 3 sono stati confermati nel 1975 con uno scavo in Piazza San Lorenzo (Gardini e Milanese 1979) che ha mostrato nel IV / V secolo una riduzione dell’abitato e la destinazione “in gran parte rurale” (Gambaro e Lambert 1987), sebbene non sia stato del tutto chiarito che questo avrebbe potuto essere un giardino urbano. Un cimitero che si presume sia esistito qui a causa di reperti del XIX secolo di sarcofagi del tardo Antico è stato anch’esso attribuito a questa fase, ma in altri scavi nessuna prova è stato trovata di una necropoli in piena funzione.

La chiesa di San Siro non è lontano dal porto antico, ma è periferica rispetto all’insediamento romano e al di fuori della presunta linea delle prime mura medievali. E’ molto meno nota archeologicamente in quanto San Lorenzo è stata modificata molto di più nel periodo medievale. Anche se a lungo è stata considerata come la prima cattedrale genovese nulla di archeologico riporta San Siro indietro al IV secolo e alla prima testimonianza scritta di un vescovo di Genova (Macchiavello 1997: 22-3 e 88-9 sotto). Gregorio Magno si riferiva ad essa come in Genuensi urbe … ecclesia beati confessoris Syri, così si sa che esisteva alla fine del VI secolo una chiesa dedicata a Syrus, quando altre fonti scritte suggeriscono che diversi vescovi sono stati sepolti lì. Tuttavia, il suo stato primitivo rimane incerto poiché nessuno scavo è stato fatto sotto la chiesa. Nel 1987-8 gli studi nel chiostro e nel vicino il campanile hanno portato alla luce un sarcofago del VI secolo e alcune sepolture circostanti hanno suggerito la presenza di un cimitero tardo antico (Macchiavello 1997). Tuttavia, alcuni ritrovamenti in Via Gramsci (anch’essa extra-muraria) hanno dimostrato che questa zona, in questo periodo, non è stata esclusivamente funeraria ed hanno suggerito che poteva essere stata, per l’insediamento tardo romano, più centrale di quanto non sia stato generalmente creduto.

Tra il 1968 e il 1971 uno scavo di recupero è stato effettuato presso il sito di via San Vincenzo (Bellatella et al. 1989), che, fino alla fine del XIX secolo era in periferia, ed ora si trova a circa 300 m dalla stazione di Brignole. Una sezione di 11 m di strada romana è stata trovata insieme ad alcuni muri di epoca medievale (Bellatella et al 1989; 363, 379). Negli strati più superficiali della strada romana i reperti includevano ceramiche e monete fino al XV secolo. In associazione con la strada sono state scoperte sette inumazioni di bambini all’interno di anfore nordafricane, tre delle quali datate alla fine del V / inizio VI secolo, e una (tomba 2) di un neonato datata fine del VI / inizio VII secolo. La superficie stradale però sembra essersi fermata per manutenzione nel tardo IV secolo ed uno strato agricolo la ricopriva nel decimo secolo. Coloro che hanno scavato hanno suggerito che l’uso intensivo di questa strada nel IV-V secolo potrebbe essere spiegato dal fatto che era il tratto iniziale di una rete che collegava Genova con Milano attraverso la Via Postumia. A loro avviso, il suo abbandono e la “ruralizzazione” di questa parte della città è stata suggerita dalle sepolture (vicine a un altro luogo di sepoltura per gli adulti in vico San Vincenzo). Tuttavia, se inquadrato insieme ad altri luoghi di sepoltura a Genova queste possono altrettanto bene indicare un continuo insediamento e l’uso di una rete stradale (Gardini e Melli 1988: 160). Tre sepolture in vico San Vincenzo purtroppo solo databili al VI / XII secolo possono essere collegate con la pietra sepolcrale e l’iscrizione dedicata al suddiacono Sanctulus (493/494 d.C.) provenienti dalla chiesa di Santo Stefano (Mennella e Coccoluto 1995: 63- 5), mentre 16 tombe vicino a Piazza dell’Annunziata (nella demolita chiesa di Santa Sabina) – un insieme di adulti e bambini – “non prima del VI secolo”, possono essere collegate con l’iscrizione greca trovata lì del soldato Magnus del 591. Queste tombe erano per lo più di tipo tegola spiovente (“a cappuccina”), ma alcune erano tombe a lastra, forse di epoca longobarda (Christie 1990: 253). Mettendo insieme tutto questo ora ci sono prove chiare per la continua occupazione di diverse parti di Genova nell’inizio del VI secolo, e forse anche oltre. La manciata di monete trovate (Arslan 2005: 64), come risultato di questi diversi scavi supporta questa immagine, così come il fatto che, come a Luni, anfore nordafricane sono state trovate nei livelli al più tardi della metà del VII secolo.

Scultura genovese del primo medioevo

Il piccolo insieme di sculture del primo medievo conservate a Genova è stato un altro settore di notevole dibattito. Gli oggetti coprono l’intero periodo e sono stati visti dalla maggior parte degli storici dell’arte come indicativi nella città di una cultura “pan-mediterranea” prospera (Dufour Bozzo 1987; Di Fabio 1990; Frondoni 2003, 2005, Marcenaro e Frondoni 2006: 39-66). Tuttavia, poichè l’origine di queste sculture è controversa ci si deve chiedere quanti di questi sono in realtà genovesi (Russo 2003). Le prime datazioni (ad esempio da Frondoni) tradizionalmente datano le prime sculture in pietra nella Dark Age realizzate a Genova sono del VI secolo. Un rilievo decorativo, ora nel museo di Sant’Agostino, è stato sostenuto dal Russo (2003: 73) di non essere genovese. Due sarcofagi possono essere stati fatti a Roma, ma Russo ha suggerito che uno di quelli di San Lorenzo possa essere stato fatto a Genova, o almeno ri-lavorato in Genova, anche se l’altro dall’abbazia di Boschetto non ha un contesto contemporaneo quindi la sua origine è incerta. Un rilievo di Cogoleto (metà del VI secolo?) è stato probabilmente lavorato localmente da un lavoratore itinerante in un contesto bizantino. Anche se questi quattro oggetti potrebbero contribuire a evocare l’aspetto della fase finale della città bizantina non aggiungono nulla di affidabile alla nostra conoscenza di quella cultura.

Al contrario, oggetti attribuiti dal VII al IX secolo sono potenzialmente più significativi, data la relativa mancanza di altre evidenze a Genova in questo periodo. Anche se non sopravvivono pietre scolpite del VII secolo in Liguria (Russo 2003: 75), un sarcofago della chiesa di Santa Marta risalente probabilmente a quel periodo (Frondoni 2005: 18) e parallelismi interessanti per il suo disegno si possono trovare nel sud Italia nello stesso periodo. Più importante è un piccolo capitello decorato con foglie di acanto ancora in situ nella prima Cripta dei Santi Nazario e Celso, ora sotto di Santa Maria delle Grazie, nel sestiere di Castello. Questo è stato datato stilisticamente ai primi anni del VII secolo, forse significa che la cripta è della stessa data (Poleggi 1973: 28; Cavallaro 1993: 34; Marcenaro e Frondoni 2006: 58). Una capitello simile (oggi perduto) è stato trovato negli scavi ottocenteschi in Santo Stefano (Marcenaro e Frondoni 2006: 56). La sopravvivenza di questi frammenti architettonici almeno permettono di poter ipotizzare che la decorazione di una certa qualità in una chiesa può essere datata nell’ambito di un periodo poco documentato nella storia genovese.

La chiesa di Santa Maria di Castello, che si trova molto vicino al sito della casa dei vescovi del X secolo a San Silvestro, ha conservato numerosi reperti interessanti anche se nessuno sembra essere in situ ora. Studiati a fondo nei primi anni 1970 (Poleggi 1973), la fondazione della chiesa è stata tradizionalmente attribuita al re longobardo Ariperto nel 658, sulla base di una carta del 1049. Anche se tale attribuzione è poco credibile, la presenza di un pannello intagliato datato alla fine dell’VIII o all’inizio del IX secolo e alcuni circoscritti scavi hanno messo in luce la possibile origine primo medievale per questa chiesa (Poleggi 1973: 107; Cavallaro 1993: 38). Il pannello ha stretti parallelismi stilistici con la scultura contemporanea dal monastero di Bobbio. Santa Maria ha anche molti reperti riferibili o riutilizzati con caratteristiche architettoniche del periodo tardo romano (Poleggi 1973: 89-109), ma non è certa la provenienza questi oggetti, alcuni dei quali sono colonne molto significative. Mentre esse sembrano aver ispirato delle copie del IX – XI secolo nella stessa chiesa probabilmente esse potevano essere lì già da allora [periodo tardo romano]. C’è anche una lunetta raffigurante due colombe che si baciano del X o XI secolo (Poleggi 1973: 91, 108). Forse l’oggetto più interessante è una lapide (37,5 x 36 cm) con un’iscrizione cufica (Figura 5.2) datata su base paleografica a “prima dell’XI secolo” (Amari 1873; Poleggi 1973: 101-2). Questa riporta i versi 187-8 della III Sura del Corano, che sono spesso incisi sulle colonne e sulle pietre nelle moschee. Anche se sarebbe stata utile una relazione sulla sua ricomparsa nel 1859 durante i restauri di una parte di un edificio anteriore al XII secolo (Amari 1873: 633), non potrà mai essere accertato quando questo oggetto sia arrivato in questa chiesa. Qualunque sia la vera storia di questo oggetto essa solleva certamente la possibilità di interessanti contatti interculturali.

Tutti gli oggetti finora discussi possono sostenere l’opinione che Genova è rimasta legata a un mondo artistico pan-mediterraneo per tutta la sua Dark Age, anche se solo in misura minore. Alcuni hanno pensato che, un gruppo di oggetti del X secolo di provenienza più chiara, potesse evidenziare una “trasformazione della citta” tra la fine del IX secolo e all’inizio del XI, un rechiamo estremamente importante sono sicuramente le scultura di alta qualità (Cavallaro 1993: 34 ). Un bassorilievo in marmo bianco greco dal monastero benedettino di San Siro (carta di fondazione datata 1007) rappresenta un pavone che sta per mangiare un chicco d’uva, una rappresentazione nota della salvezza cristiana nel mondo greco di allora (Frondoni 2005: 17-19; Marcenaro e Frondoni 2006: 50-1). Stretti paralleli con gli stili bizantini del 950-1000 circa, soprattutto come esistenti a Costantinopoli, hanno suggerito che è stato probabilmente importato da lì. Si è sostenuto che il denaro ottoniano pagato per questo lavoro che facesse parte del rinnovamento monastico che si presume abbia avviato il vescovo Teodulfo (Dufour Bozzo 1987: 63-6). Tuttavia, poiché questo manufatto ancora una volta non è più in situ, potrebbe essere stato importato in un secondo momento, quando i collegamenti genovesi con Costantinopoli erano più sicuri.

Un gruppo più significativo di circa 30 capitelli scolpiti provenivano dalla chiesa monastica ormai demolita di San Tommaso a Caput Arenae [ad est del palazzo Doria a Fassolo], un promontorio sul porto ad ovest della città. Si presume che possano provenire dal chiostro, il gruppo è raffinato stilisticamente e realizzato con marmo orientale, mentre un altro gruppo è meno raffinato e fatto di marmo delle Alpi Apuane, e quindi probabilmente di fabbricazione locale (Di Fabio 1990). Essi furono, molto probabilmente commissionati ai monaci di origine greca o a quelli che conoscevano le tradizioni artistiche bizantine ed è ancora possibile che il patronato ottoniano sia stato coinvolto e nell’anno 999 l’imperatrice Adelaide potrebbe aver fatto una donazione al monastero (Uhlirz 1957, Frondoni 2005 : 18-19, 20-3). Ci sono stretti parallelismi stilistici con il monastero di San Fruttuoso di Camogli, studiato con un’evidenza documentale.

Il suddetto materiale culturale superstite della Genova primo medievale è piuttosto modesto se confrontato con ciò che esiste nel resto d’Italia (vedi Brogiolo e Gelichi 1998) e in altre parti del Mediterraneo. Ma non è del tutto trascurabile, e chiaramente c’è molto di più da portare alla luce con un’indagine archeologica in particolare del porto. L’evidenza materiale dimostra che alcuni siti sono stati occupati per lunghi periodi, in particolare la collina di Castello, probabilmente perché potevano essere sostenuti da ampie reti di scambio del Mediterraneo, di cui Genova era una parte. Il Castello era anche un sito facilmente difendibile (Figura 5.3). Chiaramente gruppi di persone vivevano in diverse parti di Genova tra i secoli V e il VII, ma successivamente c’è una lacuna nelle testimonianze archeologiche riguardanti l’occupazione fino alla fine del X secolo, che si può collegare con un periodo in cui il porto era insabbiato in parte a causa del cambiamento climatico. Il corpus di pietre scolpite in un certo modo colma questa lacuna, anche se le attribuzioni incerte devono essere tenute ben prtesenti. Genova potrebbe quindi essere stata una “comunità di transito” (vedi Hodges 1982) per l’entroterra, l’uscita cruciale sul Mediterraneo per la pianura padana nello stesso modo come è stata Comacchio per l’Adriatico, come evidenzano le prove scritte, ma la definizione non è così incerta come talvolta è stato prospettata quando si tenga conto di questi reperti materiali, che tendono a suggerire la stessa cosa.

La Genova di Gregorio Magno

Se la Genova primo medievale ha avuto una reputazione, giustificata dagli archeologi, di essere scarsamente documentata soprattutto in confronto con molti altri siti urbani in Italia (vedi Brogiolo e Gelichi 1998; Gelichi 2002; Christie 2006: 183-280), gli storici hanno spesso rifiutato tutto questo periodo con Steven Epstein e hanno caratterizzato la sua storia come “praticamente nulla” (Epstein 1996: 12-15). Mentre la superstite documentazione scritta è scarsa ma anche affascinante. I primi testi significativi sono le lettere Cassiodoro (Variae) che devono essere studiate con cautela (Barnish 1992 xxxiii). Cassiodoro riporta due lettere in cui il re Teodorico ha scritto direttamente alle genti certamente residenti a Genova. La prima datata 507-512 era indirizzata a “tutti gli ebrei che vivono a Genova” ed è stata inviata loro in risposta a una richiesta da parte della comunità ebraica di apportare modifiche, e possibilmente ampliare, la loro sinagoga (Var 11.27; Barnish 1992. 34-5; Epstein 1996: 13; Urbani e Zazzu 1999: ix-xi, 1-2; Christie 2006: 34). Il re specificamente ha permesso loro “di aggiungere un tetto ai vecchi muri della vostra sinagoga”, ma ha impedito loro di “aggiungere qualsiasi ornamento, o di tentare un ampliamento dell’edificio”, come sembra che essi avessero richiesto. Teodorico ha aggiunto, dopo aver iniziato col criticare il loro credo, che “Io non posso comandare la vostra fede, perchè nessuno è obbligato a credere contro la sua volonta”. In una seconda lettera (circa 511) il re ha confermato agli “Ebrei di Genova” (Iudeis Genua) i loro antichi privilegi (Var. IV.33). Si tratta di riferimenti allettanti sul dove si trovava la sinagoga e come appariva e come era la dimensione della cominità ebraica (1). Ma non era l’unica [lettera] che nella Liguria del VI secolo, nel maggio 594, Gregorio Magno scriveva al Vescovo Venanzio esprimendo sgomento che i cristiani venivano ridotti in schiavitù dagli ebrei sotto il suo naso nella stessa Luni (Reg. IV.21), il che andava contro la legge di Giustiniano: ”nessuno doveva possedere uno schiavo sia cristiano, eretico, pagano o ebreo” (Codex 1.10). Se scontiamo la velatura del cristianesimo, questi pochi riferimenti ci suggeriscono che a Genova ancora si conservava un carattere multi-religioso nel VI secolo: questa comunità ebraica avrebbe potuto essere lì da tempi molto lunghi dato quello che l’archeologia ci dice sulle reti di scambio pan-mediterranee. Non sembra tuttavia essere durato a lungo se il prossimo riferimento agli ebrei genovesi è del giugno 1132.

Al tempo di Gregorio il Grande la chiesa genovese era legata politicamente con Milano in un modo più diretto rispetto al passato. La prima testimonianza di un vescovo di Genova può essere datata al 381, quando Diogene era al Concilio di Aquileia chiamato da Ambrogio di Milano (Cantino Wataghin 2000: 217). Nel 451 il vescovo Pascasio aveva frequentato un sinodo Milanese con altri prelati liguri. Nel 430 due sacerdoti genovesi Camillo e Teodoro avevano inviato domande sulla teologia a Prospero di Aquitania. In 569 invece Vescovo Onorato di Milano è andato a Genova, un evento cruciale nella storia dei rapporti tra le due città, ciò era stato provocato dall’arrivo dei Longobardi a Milano come abbiamo già visto (Picard 1988: 73-5; Navoni 1990: 84). Onorato fuggì nella più sicura Genova controllata dai bizantini che era davvero sicura come hanno dimostrato gli scavi di castra contemporanei come Perti e Filattiera parte delle linee dei forti conosciuti come i limes. Sebbene l’unico riferimento di Paolo Diacono su questo evento è stato breve e scritto più di due secoli dopo (HL II 25, 68), gli storici genovesi hanno fatto una grande discussione sullo stesso, per esempio, che il nuovo vescovo e l’ elite milanese che lo ha accompagnato (per la quale vi è in realtà scarsa o nessuna prova) fondò una chiesa genovese dedicata ad Ambrogio, santo milanese per eccellenza, proprio a nord di San Lorenzo, nonostante non vi sia alcuna prova archeologica per una base di questa chiesa nel VI secolo (Poleggi 1973: 30 e Navoni 1990: 84). Né è noto altro su Onorato: anche il sito della sua sepoltura è contestata alcuni la danno a Noseda, vicino a Milano (Picard 1988: 59), altri a Noceto, vicino a Camogli. Il suo successore Fronto è altrettanto oscuro (Picard 1988: 75).

Le lettere di Gregorio al contrario forniscono informazioni utili sulle attività genovesi dei vescovi milanesi con cui corrispondeva, anche se, ovviamente, fornisce una visione unilaterale e forse anche personale di Genova durante il suo pontificato. In questi tempi, Milano e Genova effettivamente operavano come una singola diocesi in quanto i vescovi e il clero milanesi erano rimasti in territorio bizantino (Picard 1988: 74). Lorenzo, che divenne vescovo di Milano nel 573, probabilmente l’anno in cui il re Alboino è stato avvelenato mettendo la moglie Teodolinda in una posizione di notevole potere (Picard 1988: 76), ha concluso la frattura con Roma sulla vicenda dei Tre Capitoli, ma non è stato in grado di tornare a Milano a causa delle continue ostilità coi Longobardi e le loro pratiche Ariane (Chazelle e Cubitt 2007: 111-12). Nel 585 il 15enne re merovingio Childebert II, rivolgendosi a lui [Lorenzo vescovo] come Patriarca, in una lettera di sorprendente sofisticato latino (Wickham 2009: 173), chiedeva il suo aiuto contro i Longobardi, con cui stava combattendo per conto dell’imperatore bizantino Maurizio, il che suggerisce che Lorenzo a Genova aveva la disponibilità di risorse (soprattutto di soldati) portati attraverso il mare da altre parti d’Italia controllate dai bizantini, [lettera] che non avrebbe potuto scrivere se [Lorenzo] si fosse trovato a Milano. Le lettere di Gregorio a Lorenzo rivelano abbastanza semplicemente che la chiesa milanese (e implicitamente ormai anche la genovese) possedeva terre in Sicilia, che era desiderosa di sfruttare (Pasini 1991) ancora una volta tramite il collegamento via mare che l’avrebbe reso possibile.

La morte di Lorenzo nel 593 è riportata in tre lettere di Gregorio (Reg. 3.29, 3.30 e 3.31). Esse sono state provocate da alcune controversie sul suo successore e forse da alcuni suggerimenti al clero locale che avrebbe dovuto tornare a Milano. Gregorio ha preso in considerazione l’elezione del nuovo vescovo in tre lettere al clero milanese scritte nel marzo-aprile 593 (Reg 3.26,3.29,3.30; Markus 1997. 142-3). Come era consuetudine, le procedure dovevano essere supervisionate personalmente dal rappresentante pontificio suddiacono chiamato John, che ha amministrato la terra pontificia in quella regione (sembrerebbe), la qual prova adesso non esiste più. “E’ tuttavia necessario esporsi per Genova” scrisse Gregorio a John, suggerendo che era personalmente coinvolto sul possibile risultato. Nel mese di marzo (Reg. 3.26) Gregorio scriveva a Magnus, un sacerdote della chiesa milanese che sembrava essere stato coinvolto avendo detto che il vescovo Lorenzo lo aveva erroneamente scomunicato. Evidentemente egli stava cercando di guarire alcune fratture profonde.

Costanzo (593-600) è stato eletto successore Lorenzo e un gran numero (14) delle lettere di Gregorio sono giunte a noi (Markus 1997: 134-42; Chazelle e Cubitt 2007: 111-4). Queste sono integrate con altre lettere al vescovo Venanzio di Luni (sette, vedi sopra 69-71) e tre al re longobardo e alla regina, Agilulfo e Teodolinda, che allora vivevano a Milano. Una successione di lettere (Reg. 4.2; 4.3; 4.4; 4.33; 7.14) sui Tre Capitoli mostrano come Gregorio cercò di conquistare Agilulfo e Theodolinda tramite la mediazione del vescovo Costanzo. Nel corso di queste (4.2) si è fatto riferimento a dei nobilissimi (“molto nobili”) in Genova, che hanno sottoscritto una dichiarazione dottrinale rilasciata da Costanzo: questo “potrebbe bene indicare gli esuli senatoriali in Genova” (Brown 1984: 166), anche se questo è tutto ciò che sappiamo su di loro.

Gregorio ha scritto a Costanzo di affari della chiesa apparentemente più mondani, soprattutto per quanto riguarda il lassismo morale dei chierici a Luni, Portovenere, Ravenna, Brescia, Como, Milano e forse a Genova stessa, come ha fatto a Venanzio di Luni. Queste cose sembrano dimostrare che la diocesi di Milano era un insieme fortemente contraddittorio, dato dalla combinazione di una spaccatura ideologica intorno ai “Tre Capitoli” ed una situazione politica difficile, che era stata causato dall’arrivo dei Longobardi e che Costanzo a Genova trovava difficile da controllare così da lontano. Genova era a molti giorni di viaggio da Milano e Gregorio sembra aver intuito che Genova e il litorale poteva facilmente sfuggire al controllo imperiale. Nel 594 egli ha esortato Costanzo ad aiutare Venanzio nell’effettuare un’indagine sul cattivo clero di Luni (Reg 4.22.); ad affrontare problemi simili a Brescia (4.37); e di mettere in atto la deposizione di parecchi sacerdoti e abati, compreso Jobinus ex diacono e abate a Portovenere (5.18; Martyn 2004: 336-7). Nel 599, Costanzo è stato invitato a trattare con numerosi chierici ribelli a Como, i problemi erano sorti da una disputa sulle proprietà (9,187). Una lettera particolarmente interessante è stata inviata a Costanzo nell’agosto del 599 (9,235; Martyn 2004: 708-9), in cui si registrava che un vecchio cieco chiamato Filagrio si era lamentato che “gente della vostra chiesa avevano occupato un campo contenente la sua vigna”. Gregorio volle che Costanzo ripristinasse la proprietà se veniva dimostrato che la chiesa in realtà non la possedeva. Filagrio aveva anche sostenuto di “essere stato costretto a pagare più di quanto gli altri abitanti della città di Genova stavano pagando” il che rende evidente che la vigna tassata era a Genova, e non a Milano come la maggior parte degli autori suggeriscono. Egli ha aggiunto che la chiesa di Tortona, a metà strada tra Genova e Milano, aveva ingiustamente “trattenuto” suo genero Mauro in qualche modo contro la sua volontà con ovvie conseguenze per sua figlia ed i nipoti lasciati a casa. A Costanzo è stato consigliato di affrontare lui stesso il vescovo di Tortona per portare la questione a una conclusione umanamente accettabile.

Queste lettere rivelano che l’arrivo del vescovo milanese a Genova aveva portato la città e i suoi abitanti all’attenzione del papa in un modo tale che quasi certamente non si sarebbe potuto ottenere altrimenti. L’equilibrio politico locale sembrava essersi rotto quando i milanesi erano arrivati [a Genova] e alcuni abitanti del luogo – i “nobilissimi” e Filagrio, l’uomo con un nome greco – forse coglievano l’opportunità di lamentarsi di una chiesa che con mano pesante li espropriava delle loro terre. Oppure la lettura di Gregorio sulla situazione era corretta, cioè che alcuni chierici erano disonesti e abusavano dei terreni della chiesa per il proprio guadagno e quello delle loro famiglie? L’impatto Milanese a Genova è stato anche in parte fisico. Mentre la tradizione locale, probabilmente sbaglia nel sostenere che la chiesa di Sant’Ambrogio è stata fondata da Costanzo e che fu poi sepolto lì (Picard 1988: 80; Navoni 1990: 85; Polonio 1999: 2), altri vescovi – Lorenzo, Diodato e Asterio (immediati successori di Costanzo) – hanno scelto significativamente San Siro per il loro luogo di riposo nella tradizione genovese del apostolorum basilica (Picard 1988: 76; Di Fabio 1998: 16-17,25). San Siro appare anche in una delle storie dei Dialoghi di Gregorio (IV.55), che riferisce che Valentino, un funzionario della chiesa milanese considerato “estremamente dissoluto”, fu sepolto nella città (urbs) di Genova “nella chiesa del confessore benedetto Siro”. Risulta quindi che San Siro è stata la chiesa milanese di Genova in questo periodo. Se la sepoltura di San Siro aveva qui attirato sepolture ad sanctos dal IV al VI secolo e se questa chiesa era il luogo della prima cattedrale (dal 381 d.C.) non sorprendeva che l’arrivo dei milanesi avesse gravitato su di essa. Ma tutto questo rimane impossibile da documentare archeologicamente e le origini della chiesa sono oscure, a parte la tarda scoperta della scultura del pavone già citata (Frondoni 2003 per recenti scavi).

Prima della morte, Gregorio, verso la fine del 604, ha scambiato qualche lettera non particolarmente cordiale con Diodato, successore di Costanzo (Reg 11.6;. 11.11, 12.14, 13.31). Diodato eletto all’interno del clero milanese, nel settembre del 600, “partì per la città di Genova” nel mese di ottobre (11.14), il che dimostra che risiedeva a Milano insieme ad altri chierici ( forse“collaborazionisti” agli occhi di Gregorio), anche se [Milano] era sotto il controllo dei Longobardi. Quando le lettere di Gregorio cessarono, Genova è tornata di nuovo nell’oblio letterario; noi non sappiamo nemmeno quando Diodonato è morto. Per fortuna, il suo successore Asterio fu noto allo storico anglosassone Beda come genuensis episcopus (HE III 7, “di Genova” non “di Milano”), in quanto ha consacrato Birinus primo vescovo dei Sassoni occidentali a 629 (Polonio 1999: 3):

A quel tempo, i Sassoni occidentali, già chiamati Gewissae, sotto il regno di Cynegils, abbracciarono la fede di Cristo, nella predicazione del vescovo Birinus, che era venuto in Gran Bretagna per consiglio del Papa Onorio; dopo aver promesso alla sua presenza che avrebbe seminato il seme della santa fede nelle parti più interne oltre i domini degli inglesi dove nessun altro insegnamento era stato dato prima di lui. Pertanto egli aveva ricevuto la consacrazione episcopale al comando papale da Asterio, vescovo di Genova (Unde et iussu eiusdem pontificis per Asterium Genuensem episcopum in episcopatus consecratus est gradum).” (2)

Questo riferimento è interessante in quanto implica che Birinus sia passato da Genova per la strada verso la Gran Bretagna (da Roma?), il che ha dato origine all’idea che egli poteva anche essere stato un monaco di Bobbio (Wood 2001: 39). Ciò anche suggerisce che Asterio si era fermamente stabilito e si identificava con Genova piuttosto che con Milano. I suoi immediati successori sono oscuri, ma la tradizione vuole che John “il Buono” (641-659) sia stato il vescovo che finalmente è ritornato a Milano dopo che Rotari aveva conquistato Genova e univa la vecchia provincia imperiale al regno longobardo.

Genova Longobarda

Secondo Tom Brown, la Genova bizantina aveva perso le sue “funzioni amministrative ed i suoi legami economici con le altre regioni” in seguito alla conquista longobarda (Brown 1984: 14). Questo è verosimile, ma resta difficile stimare la portata della “conquista” ligure del re Rotari, data la scarsità delle prove disponibili come affermato sopra (Polonio 1999 3-4). Mentre quache sorta di interruzione è avvenuta nel breve termine – la ceramica nord africana sembra non sia più arrivata in Liguria proprio dalla metà del VII secolo e la ceramica longobarda non l’ha sostituita – nel lungo termine i genovesi si rivolsero all’entroterra e soprattutto al nord, in modo del tutto nuovo, in quanto risultavano divenuti parte del regno Longobardo, almeno in teoria. La dimostrazione di una Genova longobarda è modesta in quanto non ci sono prove materiali prima del capitello [fare foto] scolpito nel VII secolo della chiesa dei Santi Nazaro e Celso (vedi sopra) una chiesa dedicata ai due santi milanesi preferiti, e forse Bobbio ha influenzato il pannello di Santa Maria di Castello, una chiesa tradizionalmente associata con il re Ariperto. Nessuna moneta longobarda o ceramica sono state trovate a Genova, in contrasto con alcuni siti altrove nella regione.

Quando i vescovi milanesi se ne sono andati, la sede genovese sembra esser ritornata alla sua precedente posizione di sudditanza. Nel 680, il vescovo John partecipava al consiglio di Pasqua del Papa Agatone a Roma, dove fu testimone “per grazia di Dio, vescovo della Santa Chiesa cattolica di Genova” della raccolta delle relazioni degli altri 125 vescovi, l’unico di loro [vescovi] ad usare per se stesso il termine “cattolico” per distinguersi volutamente da quello che probabilmente era percepito essere ariani quelli di Milano (Polonio 1999: 4). Peraltro, le attività dei vescovi genovesi sono sconosciute tra la metà del VII e la metà del IX secolo. Beda viene in soccorso ancora una volta, come ha registrato sia nella sua “Grande Cronaca” (Willis 1999: 237) e nel suo Martirologio (Hallenbeck 2000: 9-11), che le reliquie di Sant’Agostino di Ippona sono state trasferite dalla Sardegna a Pavia dal re Liutprando circa nel 725-731 (ripetuto da Paolo Diacono, HL VI48). E’ stata fatta una certa speculazione da Jacopo da Varagine, famoso vescovo di Genova del XIII secolo, su questa traslazione che avrebbe utilizzato le navi genovesi e che il corpo abbia viaggiato attraverso Genova e la valle Scrivia, per la via più diretta dalla Sardegna a Pavia, una leggenda riportata (o creata?) (Mannoni e Poleggi 1974: 172; Pavoni 1988: 246; Polonio 1999: 4; Hallenbeck 2000: 25-6, 162-3; McCormick 2001: 516, 865). Presumibilmente Liutprando ha costruito un monastero a Savignone per commemorare la traslazione, ma ancora una volta una prova originale di ciò non ci è pervenuta. Altre vie erano possibili, in particolare attraverso la Lunigiana (e notare la presenza di una importante iscrizione del periodo Longobardo a Filattiera nella metà dell’VIII secolo). Infine, il testo più intrigante longobardo che riguarda la Liguria si trova sulla stele funeraria di Audoald, “Duca della Liguria” [“coraggioso e guerriero che sotto i re resse il ducato della Liguria e distrusse i castra nemici”](Everett 2003: 72, 258-60). La sua dimostrazione di onorabilità personale guadagna plausibilità se letta insieme ad un riferimento ad un conte carolingio di Genova nel 806 [Ademaro conte della città di Genova].

Carolingi, arabi e Ottoni

Genoa sembra aver avuto un posto del tutto marginale nel mondo carolingio come provano la scarsità dei reperti rispetto alle grandi quantità conservate per altre parti di quel vasto impero. La Liguria era solo molto debolmente nel radar degli scrittori del periodo carolingio, anche Paolo Diacono ha annotato [Genova] solo cinque volte nella sua Historia Langobardorum (II 15, II 16, II 25, II 23, VI 24) anche se ogni volta chiamandola civitas o urbs. Tuttavia, prendendo nel loro complesso le prove sopravvissute si ha la sottile impressione che Genova sia stata come un luogo di “transito” di una certa importanza nella prospettiva carolingia (Airaldi 2010: 282-8). La regione emerge nelle fonti carolinge verso la fine di regno di Carlo Magno con il famoso racconto dell’arrivo a Portovenere dell’elefante Abul Abaz, un dono dal sovrano di Baghdad, e il suo viaggio verso nord (Hodges 1989; Brubaker 2004; Dutton 2004: 59-62), un evento abbastanza importante da essere ampiamente descritto negli “Annali Reali franchi” per l’ 801 e 802. Nella Pasqua dell’801 Carlo Magno, di ritorno al nord dalla sua incoronazione del Papa Leone a Roma via Ravenna, aveva avuto notizia dell’elefante da un delegato persiano, mentre era a Pavia. Entro ottobre, Issac “l’Ebreo” di ritorno da una legazione inviata al corte persiana quattro anni prima era sbarcato con l’elefante a Portovenere, ma poiché il tempo era cattivo l’animale aveva trascorso l’inverno a Vercelli. Entro il 20 luglio 802, Issac, Abul Abaz e altri doni erano arrivati ad Aachen nel palazzo imperiale. Forse Issac e l’elefante hanno viaggiato verso nord-est da Portovenere, via Genova, per raggiungere Vercelli, anche se altre vie erano possibili.

Genova appare negli “Annali Reali franchi” nell’ 806 quando il “conte di Genova” Ademaro sostenne il re Pipino nella sua spedizione anti-araba in Corsica:

Pipino ha inviato una flotta dall’Italia alla Corsica contro i Mori che stavano devastando l’isola. I Mori non hanno atteso il suo arrivo, ma hanno fatto fuori, uno dei nostri uomini, Ademaro, conte della città di Genova (comes civitas Genuae), temerariamente ingaggiato da loro è stato ucciso.” (King 1987: 97)

Poiché questo è l’unico riferimento a un “conte di Genova” non è possibile – come con Audoaldo, putativo “duca di Liguria” – stabilire la conferma o meno di questa istituzione, anche se Ademaro essendo definito “uno dei nostri”può significare che l’identità dei Franchi, in questo specifico contesto e in questo momento, era forzatamente anti-araba. Anche se la flotta di Pipino può essere stata composta con navi da carico (McCormick 2001: 519, 892), non ci sono prove dell’esistenza di una flotta da guerra lombarda (Pryor 2003). Un’altra spedizione sconfiggeva gli arabi in Corsica nell’807. Queste storie carolingie dell’ “elefante di Carlomagno” (un “animale status” nell’espressione di Dutton) e della guerra anti-araba del re Pipino in Corsica suggeriscono che all’inizio del IX secolo genovese e probabilmente anche una parte di una vasta rete di scambi nel Mediterraneo avevano risentito dell’impatto di uno stato carolingio sempre più potente ed esigente.

Le attività dei monaci di Bobbio nel IX secolo supportano questo punto di vista per ciò che riguarda Genova. Paolo Diacono quando descrive le province d’Italia in HL II16 segnala che:

La quinta provincia sono le Alpi Cozie, che erano così chiamate dal re Cozio, che era vissuto ai tempi di Nerone. Essa si estende dalla Liguria sud-orientale fino al Mar Tirreno; ad ovest pertanto si congiunge con i territori dei Galli. In essa sono contenute le città (civitates) di Acqui dove ci sono sorgenti di acqua calda, Tortona, il monastero di Bobbio, Genova e Savona (traduzione dell’autore).”

Sebbene la descrizione di Paolo sia basata sui classici autori latini Eutropio (Breviarium VII, 14) e Plinio, egli ha modificato i loro scritti aggiungendo il monastero di Bobbio alla provincia Cozia annotando con l’ortografia del secolo contemporaneo, tardo VIII di Savona, Saona piuttosto che la classica Savo. Aggiungendo Bobbio a queste civitates, Paolo dava un accenno al significato che in seguito avrebbero avuti nuovi legami tra la carolingia Bobbio e Genova. Con l’avanzare del IX secolo, i rapporti con Bobbio hanno portato Genova ad essere nota alla famiglia reale carolingia. A Bobbio venne inizialmente registra una proprietà nella stessa Genova nel famoso inventario del 862:

A Genova, la chiesa in onore di San Pietro (San Pietro alla Porta) (3) [attuale San Pietro in Banchi] [fare foto], può raccogliere ogni anno 10 modia di castagne, 8 anfore di vino in un buon anno, 40 libbre di olio; vengono acquistati ogni anno per l’utilizzo da parte dei frati 100 stringhe di fichi, 200 limoni, 4 modia di sale, 2 congia del garum, 100 libbre di pece; dispone di 6 fittavoli, che lavorano le vigne e portano le suddette rendite al monastero.” (traduzione dell’autore, vedi McCormick 2001: 634)

Queste proprietà non erano nell’inventario precedente fatto in 833-835 dal cugino di Carlo Magno, Wala, esiliato a Bobbio come suo abate, né si ha conferma delle proprietà ricevute da Luigi II nel 860 (Wanner 1994. Doc 31), il che suggerisce che la proprietà genovese è stata acquisita dai monaci tra il 860 e il 862, una scoperta interessante, anche se non è chiaro chi l’ha venduta. La chiesa è stata probabilmente di proprietà della chiesa genovese, anche se avrebbe potuto essere in mani private. Michael McCormick ha sottolineato che ciò che i monaci hanno ottenuto poteva essere ricevuto solo via mare nel caso dei limoni (o altri agrumi) e, probabilmente, la salsa di pesce (2001: 633-6). Gli agrumi presumibilmente sono arrivati attraverso i contatti con gli arabi, data la storia dei trasporti trans-mediterranei fin dall’antichità, forse non è poi tanto sorprendente quanto propone McCormick. Le castagne, il vino e l’olio d’oliva sono indicati chiaramente come il tris più comune dei prodotti liguri, almeno per quanto riguarda la produzione costiera. Erano tutti prodotti stoccabili, ma solo le castagne possono essere facilmente raccolte vicino a Bobbio; il vino era di migliore qualità nei pressi della costa, come lo è ancora, e l’olio poteva essere prodotto solo qui in quanto la maggior parte delle terre di Bobbio erano troppo elevate (e quindi troppo fredde a questa latitudine) per la produzione di olive. Tuttavia, poiché le proprietà in altri luoghi della Liguria orientale sono state registrate prima di quelle di Genova, può essere che l’operazione genovese fosse il punto cruciale per le loro proprietà.

Nel primo diploma di Carlo Magno, 5 giugno 774, ad un destinatario italiano concesse a Bobbio l’”Alpe Adra”, un grande sito che ora si pensa sia nell’entroterra di Moneglia con terre nelle vicinanze di Castiglione Chiavarese in val Petronio. Questo è stato confermato successivamente in molti altri diplomi reali, ed è descritto nell’inventario dell’862 che registra anche le proprietà di montagna nelle valli d’Aveto e di Taro ed intorno a Caregli (nei pressi di Borzonasca), Comorga (San Colombano Certenoli), Ascona (Santo Stefano d’Aveto), Castiglione Chiavarese (presumibilmente), e Borgotaro. E ‘anche probabile che i monaci di Bobbio abbiano scambiato i loro prodotti a Genova, così pure la città avrebbe potuto fornire uno sbocco sul Mediterraneo per iprodotti delle loro proprietà. E’ significativo che la chiesa su cui Bobbio aveva dei diritti fosse San Pietro alla Porta (ora San Pietro in Banchi), quasi in acqua accanto al porto [San Pietro in Banchi è l’unica chiesa sopraelevata di un piano sulla piazza antistante e con dei locali commerciali al disotto,magazzini? Inoltre si trova nella stessa piazza dove in seguito verrà costruita alla fine del ‘500 la Loggia della Mercanzia o Borsa delle Merci]. Nelle vicinanze (in zona Scuole Pie) sono stati trovati i resti di molti dei primi edifici medievali di tipo commerciale, piccole strutture in pietra a secco e in muratura che avrebbero potuto essere dei magazzini (Gardini e Murialdo 1994: 164). Presumibilmente San Pietro – a quanto pare mai scavata – ebbe uno o più sacerdoti in loco che fornivano dei servizi ad una popolazione di residenti locali. Tutte le proprietà segnate nel 862 furono confermate da Luigi II il 2 febbraio 865, su richiesta di sua moglie Angilberga, compresa Ianua (Wanner 1994. Doc 42), e appaiono ancora nell’inventario del 882 e in liste successive, la più lunga e ultima delle quali datata circa 1000 ed elenca molte proprietà aggiuntive in una sezione finale dedicata alla Terra que in Maritima esse videntur.

Sapere come le attività di Bobbio in Genova siano si siano relazionate con la chiesa istituzionale genovese è piuttosto intrigante in quanto Bobbio non era l’unico monastero con proprietà nella zona del porto: il potente, convento reale di Santa Giulia a Brescia era anch’esso registrato nel territorio genovese (homines liberi V, qui reddent de caseo libras CCXL) in un inventario dell’inizio del X secolo (Castagnetti et al 1979:. 92; Polonio 1997: 90-1). In effetti, se fosse corretto ciò che dice il Pavoni, che le istituzioni milanesi avevano terre nel Levante in questo periodo, anche loro avrebbero avuto una rappresentanza a Genova (Pavoni 1992: 104-6). Ci si chiede che cosa i vescovi successivi facessero riguardo alle attività di Bobbio in particolare la proprietà di una chiesa a due passi dalla propria cattedrale di San Lorenzo. Con l’860 i vescovi genovesi cominciano di nuovo ad essere documentati, dopo anni di silenzio e, mentre non vi è alcuna prova diretta sul loro atteggiamento verso il monastero di Bobbio è chiaro che i vescovi del IX secolo erano uomini molto attivi, il cui sguardo era rivolto all’entroterra verso Milano, la loro metropolitana. Già nel maggio 825, il capitolare di Olona rilasciato da Lothar I per riformare la chiesa italiana del Nord aveva richiesto al clero genovese di studiare con l’irlandese Dungal a Pavia, mentre quelli di Albenga, Vado e Ventimiglia dovevano andare invece a Torino, molto più vicino (Azzara e Moro 1998: 126-7). Dungal stesso probabilmente si ritirò a Bobbio e lasciò i suoi libri alla comunità (Ganz 2004). Qui potenzialmente vi era un precedente legame Bobbio / Genova in quanto se il clero vescovile in realtà doveva andare a Bobbio per studiare, e così era, forse la possibilità che il monastero avesse uno sbocco sul Mediterraneo a Genova è fuori discussione.

Successivamente alla comparsa di Bobbio sulla scena genovese non a caso i vescovi genovesi hanno partecipato alle riunioni importanti nell’entroterra. Nel mese di ottobre dell’864 il vescovo Peter partecipò al Concilio di Milano presieduto dall’Arcivescovo Tado. Nel 876 il vescovo Sabatino (865-889) fu presente al Concilio di Pavia che confermò l’elezione di Carlo il Calvo come imperatore. L’anno seguente Sabatino era a Ravenna in un sinodo indetto da Papa Giovanni VIII, e l’anno successivo il Papa stesso era a Genova, durante il suo viaggio per Arles, certamente il primo papa ad esser stato lì [a Genova] (Polonio 1999: 5). Da Genova il papa scrisse sofferente all’Arcivescovo di Milano Ansperto della sua tribolata attraversata in mare. Un’altra lettera suggerisce che vi era stata un’ambasciata precedente al re Carlomanno comprendente Sabatino e Ansperto. Come Michael McCormick ha sostenuto (2001) muoversi come questo vescovo fece fu quanto meno la prova di relazioni e magari di vitalità economica. Questi vescovi sembrano certamente essere pienamente parte del mondo carolingio a nord [di Genova] in un modo che non lo erano stati i loro predecessori, mentre rimanevano pienamente partecipi del mondo mediterraneo occidentale.

Quasi tutte le fonti narrative del IX secolo che menzionano Genova citano anche i saraceni il che suggerisce che uno dei temi più ricorrenti della storia genovese medievale – la repubblica cristiana militante che combatteva i Mori nella crociata – potrebbe avere una storia altomedievale. Le cose certamente non iniziarono bene per i genovesi quando “il loro” conte Ademar venne ucciso nella spedizione del Re Pipino per liberare la Corsica nell’806. I poteri del “conte di Genova” non sono del tutto chiari: questo è l’unico riferimento a questo ufficio, che è forse da collegarsi al riferimento della fine dell’VIII secolo al “duca di Liguria” Audoaldo come sostenuto in precedenza. Sia Audoaldo che Ademaro sono menzionati in contesti militari, ed è infatti molto probabile che quando il re Liutprando è andato per aiutare Carlo Martello in lotta contro gli arabi intorno 739 (come registrato in un poema che loda le virtù della città di Milano – la metropolitana da un punto di vista genovese) Audoaldo potrebbe essere andato con lui ( Pighi 1960). Anche se le fonti carolinge hanno presentato la spedizione corsa di Pipino come un successo (“il suo esercito ha liberato l’isola di Corsica, che era oppressa dai Mori” come ha messo in evidenza la versione carolingia della lombarda “origine della leggenda”), infatti attacchi arabi iniziarono ben presto lungo la costa ligure. Un resoconto scritto (translatio) della traslazione delle ossa di San Romolo da quella che è ora Sanremo a Genova è giunto fino a noi, ma è difficile da datare con precisione (Picard 1988: 602). L’autore – che molto probabilmente scriveva alla fine del X secolo – cita “in tempi moderni” il vescovo Sabatino (morto nell’889.) faceva traslare le ossa a causa di devastanti attacchi saraceni da Fraxinetum (in Provenza) [Le Fraixinet]. Esse sono state portate via mare dal clero e dal “popolo” e riseppellite sotto l’altare (di quale chiesa non è specificato), coperta con una scritta composta da Sabatino, che andò perduta. Il senso di identità collettiva genovese espresso in questo testo è interessante (anche se è tipicamente agiografico) alla luce del riferimento al “populus” – o anche cittadini come alcuni storici direbbero – nel famoso statuto concesso ai genovesi dai re Berengario e Adalberto nel luglio 958 (vedi oltre).

Un altro testo nel “Libro dei Privilegi” genovesi intitolato De Sancto Romolo e datato 979/980 riferisce ben di più sulla storia (Puncuh 1962. Doc 8). La traslazione del santo era essenziale per un trasferimento di proprietà, per tale motivo il documento è stato redatto per registrare il dono del vescovo Teodulfo ai canonici di San Lorenzo di terre vicino a Taggia e Sanremo, per risarcirli dopo gli attacchi degli arabi. Un breve excursus ha spiegato che il vescovo Sabatino traslò le ossa di Romolo alla chiesa di San Lorenzo e le mise sotto l’altare. La posizione – in San Lorenzo – è stata importante per confermare la chiesa tra le mura come la cattedrale, piuttosto che l’extra-mura di San Siro. Le ossa di San Siro di Genova sono state traslate a un certo momento in questa chiesa, anche se recentemente Nick Everett (2002) ha sostenuto che il manoscritto di Bobbio che si occupa di questo riguarda in realtà San Siro di Pavia (4). Dal X secolo sembra che Siro sia stato considerato come il patrono della città a preferenza di Lorenzo, prima di essere soppiantato in seguito dal più familiare San Giorgio.

Le traslazioni delle reliquie dei santi soprattutto durante le campagne militari hanno contribuito a sviluppare nei genovesi un senso di identità comune di fronte alle avversità. Il crollo è arrivato nel 934-935 in cui Genova stessa è stata saccheggiata dai Fatimidi arabi e sebbene ancora una volta non ci sia una documentazione strettamente contemporanea, la successione degli eventi è evidente sia negli autori cristiani che islamici. Liutprando di Cremona scrivendo nei primi degli anni 960 una cronaca della cristianità occidentale, utilmente chiara, riferiva quanto segue:

… i Fenici arrivarono lì (Genova) con molte navi, ed entrarono nella città, mentre i cittadini erano inconsapevolmente tutti macellati tranne le donne e ibambini. Poi, mettendo tutti i tesori della città e delle chiese di Dio sulle loro navi, sono ritornati in Africa.” (Antapodosis, IV.5, la traduzione dell’autore. Vedere Squatriti 2007: 142)

Liutprando deliberatamente mise questa notizia subito nel conto (negativo) degli arabi (“Saraceni” per lui) che si erano stabiliti a Fraxinetum e il riferimento a Genova come ad una “fontana traboccante di sangue” fu un tipico ma sottile dispositivo letterario che intendeva suggerire la disapprovazione di Dio per i Genovesi e la loro chiesa. Di solito si considerano gli arabi di Fraxinetum sotto la guida di Muhammad al-Qaim Bi-Amrillah (secondo califfo fatimide) siano stati i responsabili di questo attacco, anche se Liutprando qui li chiama “Fenici” (Miller 2000: 66).

Fonti arabe, come prevedibile, hanno raccontato una storia diversa e alcuni storici che li utilizzano hanno visto l’attacco come una prova della “vitalità” genovese e la città un luogo giusto da attaccare (Kedar 1997: 606). Le fonti arabe del X o dell’XI secolo – la cosiddetta Cronaca di Cambridge scritta in Sicilia – dice semplicemente che Abu al-Quasim inviò una flotta a Genova e la prese. Ci sono molti riferimenti arabi più tardivi di cui la più dettagliata è un attribuita ad Idris ‘Imad al-Din, che morì nel 1468 (Kedar 1997: 608-9). Kedar prendendo per attendibile il rapporto, nonostante la sua tarda provenienza, pensava riferirsi alle mercature genovesi – soprattutto delle stoffe – rivelando una sofisticata economia nel X secolo. Ha collegato i “tesori” di Liutprando con le stoffe ( grezze e filate) e la seta menzionata nel rapporto arabo sviluppa l’argomento che il commercio con gli arabi era ben stabilito. Questo punto di vista di scambi pacifici può essere supportata dalla presenza della scritta cufica coranica a Santa Maria di Castello: forse questo oggetto era originariamente stato in una piccola moschea nella città che ha ospitato commercianti musulmani, come quella che sopravvive nella Toledo di questo periodo? Se è così, la storia dei Saraceni all’inizio della Genova medievale può dire molto sul cosmopolitismo, cultura pan-mediterranea di scambio economico così come di odio religioso: i monaci cristiani di Bobbio ottenevano gli agrumi, difficili da trovare, e la salsa di pesce a Genova probabilmente dagli arabi nel momento stesso in cui più in basso lungo la costa il Vescovo Sabbatino stava recuperando le ossa di san Siro [o san Romolo?]dai “Saraceni”.

Il rapporto di Liutprando sul sacco arabo di Genova nei primi anni del X secolo non può essere paragonato con l’evidenza documentale della vita economica locale in quanto i documenti conservati qui partono solo dalla metà del X secolo. Questa è una data tarda se confrontata con quelle di altre parti d’Italia (vedi Wickham 1988; Skinner 1995). Un massimo di 58 documenti sono sopravvissuti, alcuni interpolati più tardi, ed è probabile che i precedenti documenti siano stati effettivamente distrutti nel sacco arabo del 934-935 o forse non sono mai esistiti; non possiamo esserene certi.

La figura 5.4 [fare ima] mostra che il numero di documenti aumenta significativamente dopo il 990 (5). La prima carta è un libello del 916 dal tempo del vescovo Ratperto sulla proprietà a Bargagli (val Bisagno) (Belgrano 1862: 159-60). Dopo questo, una serie di accordi appare tra la chiesa genovese e una vasta gamma di persone su un piccolo insieme di luoghi per lo più nel fondovalle del Bisagno e del Polcevera e nei pressi della città. La maggior parte sopravvivono solo come copie del XII secolo, ma poco meno del 14 per cento di quelli del X secolo sono singoli fogli originali. Quelli del 946-981 riguardano il vescovo Teodulfo che governò la chiesa genovese per più di 35 anni ed ha avviato un programma di “riforma” – se fosse stato tale – che può essere confrontato con sviluppi analoghi altrove in Europa (Polonio 1999: 6). Il suo nome e i suoi interessi di riforma suggeriscono che probabilmente era originario del nord delle Alpi (confrontare Raterio di Verona attivo nello stesso tempo). Egli ha rivitalizzato la vita religiosa a Genova soprattutto nelle comunità extra-murarie di San Siro e di Santo Stefano documentate rispettivamente da 9 documenti tra il 951-1000 e 15 tra il 965-1000, ma purtroppo non è stato possibile identificarlo in altri documenti dove avrebbe potuto apparire, compresi i diplomi reali o quelli di Bobbio. Ventisei documenti locali consentono di tracciare le attività del vescovo Teodulfo e della sua chiesa di anno in anno in dettaglio fino alla fine del suo episcopato nel 981, e queste rivelano lo sviluppo dei rapporti con la famiglia ottoniana, con i nobili locali e altri proprietari, come pure la fondazione del monastero di Santo Stefano nel 965, e la creazione di un gruppo di sacerdoti nella cattedrale che potrebbero aver vissuto in comunità. Tre gruppi di documenti possono servire come esempi di questo materiale: quelli relativi a San Siro; il famoso diploma genovese di Berengario e Adalberto; e le carte di Santo Stefano.

Un documento originale datato 951/952 registra la revoca di Teodulfo di una precedente concessione di un vigneto ad un sacerdote chiamato Silvester e della riallocazione delle sue decime a San Siro (ignorato da Epstein 1996; Calleri 1997: 1-2, doc 1, 1999. : 57; Macchiavello 1997). La proprietà era stata delimitata dai vigneti detenuti dal visconte Ydo (altrimenti sconosciuto) che si estedeva al Castello, il primo riferimento scritto di questa importante collina genovese (Poleggi 1973: 17). Il resto della descrizione dei confini comprendeva una grande fetta di terreni appartenenti alla topografia della città nella metà del X secolo: “al di fuori delle mura di Genova nel fossato di Caderiva e il fiume Bisagno al fossato di San Michele Caput Arenae”, (Filangieri 2006: 3-5). Nel documento Teodulfo ha utilizzato la frase “vedi San Siro”, e firmato lui stesso insieme ad un gruppo di suoi sacerdoti: Vuitbaldo, “arciprete della Santa Chiesa genovese”, due diaconi entrambi chiamati Johannes “principali diaconi della Santa Chiesa genovese” (de cardine), e il sacerdote John, “della Santa Chiesa genovese”. Il reddito dalla proprietà riallocata venne dato ai chierici come gruppo e chiaramente a Teodulfo che stava costruendo San Siro come leader della chiesa genovese e lo staff permanente del clero anziano per amministrarlo, gestire le proprietà e servire ai parrocchiani. San Siro divenne un monastero benedettino nel 1007 sotto il successore di Teodulfo Giovanni II (Calleri 1997. doc 9, 14-17; Frondoni 2005: 17), essendo stato il collettore di diverse donazioni da parte della gente del posto in prossimità del Bisagno e delle altre valli orientali (Calleri 1997 docs 3, 5-14) ed, eventualmente, dalla vedova imperatrice Adelaide nel 999 (Calleri 1997. doc 4, 6-8). (6)

La Carta di Teodulfo del 951-2 è un interessante quanto famoso documento in cui si ignora la chiesa genovese, la Carta è una concessione ai genovesi da parte dei re Berengario e Adalberto in data 18 luglio 958 (Imperiale di Sant’Angelo 1936: 3-4; Rovere del 1990, 1992 : 4-6). (7) Berengario e Adalberto confermavano ai cittadini genovesi i loro costumi e impedivano ai funzionari pubblici di entrare nelle loro case e pernottare gratuitamente (mansionaticum; Pavoni 1988: 244-5), con la condizione che il marchese Obertenghi (Otberto I) era responsabile del mantenimento dei diritti giudiziari (Nobili, 1993). Tutto venne stabilito senza alcun riferimento al vescovo, il che è stato utilizzato per suggerire che Teodulfo era uno straniero che non riusciva a controllare la situazione locale (Guglielmotti 2005: 22; Filangieri 2006: 3-4), un punto di vista confermato dalla Carta del 951-2 dove Teodulfo diceva che era “da poco in carica e ignorante dei costumi del luogo” (Calleri 1997: 1). Liutprando di Cremona di nuovo ci illumina sul perché sosteneva circa nel 960 Otberto I che faceva una petizione a Ottone I circa la “barbarie” di Berengario e Adalberto (Squatriti 2007: 220). A Ottone si è anche rivolto l’Arcivescovo Walperto di Milano, metropolita di Teodulfo, sostenendo che il comportamento di Berengario – che aveva illegalmente destinato Manasses di Arles al controllo dei milanesi – aveva “strappato via ciò che avrebbe dovuto appartenere a lui e al suo popolo”. Teodulfo può aver pensato allo stesso modo, e negli anni seguenti appaiono una serie di documenti locali che mostrano l’acquisto di terreni da parte della sua chiesa sia all’interno della città, ma anche al di fuori nelle valli di Lavagna, Rapallo e Polcevera in luoghi vicino a strade di una certa importanza strategica, tra cui Albaro (Calleri 2009: documenti 1 e 3), Bavali [Bavari?](Belgrano 1862: 144-5, 161-3), Molassana (Belgrano 1862: 209-10, 222-3, 233-4, 236-8, 257- 8, 271-2), Pontedecimo (Belgrano 1862: 236-8) e altrove (Benente 2000; Guglielmotti 2007b). Parallelamente, Otberto I ha anche avuto interessi più ampi poichè egli era stato citato nel tardo X secolo nell’inventario di Bobbio come un benefattore di quel monastero: Beneficia que Aubert marchio de Abbatia dedit.

I documenti di Santo Stefano registrano proprietà vicino a Genova in Albaro e pochi altri luoghi che sono ormai parte della sua periferia. Questi documenti, a cavallo dell’anno 1000 sono preziosi per i contratti con i locali atti allo sviluppo di nuove terre coltivabili per le castagne e altri alberi da frutto (Calleri 2009: docs 2-28). Ad Albaro le proprietà erano intorno alla piccola chiesa di San Nazaro, un santo Milanese preferito. Altre chiese genovesi diedero sviluppo anche ad un lotto di terreni nella Liguria orientale, in particolare San Giorgio nella valle Lavagna (Calleri 1997: 3-4; Filangieri 2006: 6). Qui in un documento tipico di scambio tra la chiesa ed un certo Eldeprando, la terra di San Giorgio veniva descritta come “sotto il controllo della chiesa genovese, situata all’interno delle mura della città di Genova, nei pressi della chiesa di San Giorgio” e la terra di Eldeprando “situata nella valle Lavagna, a Noali, Casa Vetere e Campo Sculdasio”, che era molto più grande. Anche se il documento è stato redatto a Genova, Liuzo, rappresentante del vescovo, è andato a Lavagna e il contratto è stato redatto di fronte a testimoni locali e della vicina valle di Rapallo. Chierichi rappresentanti il vescovo sono registrati un po’ ovunque; per esempio nel 969 l’arcidiacono Andrea rappresentava Teodulfo al sinodo di Milano (Polonio 1999: 7).

Conclusione

Nel febbraio 1007, quando il vescovo Giovanni II ha istituito la comunità benedettina di San Siro, la chiesa di San Lorenzo divenne definitivamente l’unica cattedrale di Genova (Filangieri 2006: 2), anche se, come abbiamo visto in precedenza in questo capitolo, era probabilmente sempre stato così. I suoi documenti di questo periodo non ci sono pervenuti, il che rende probabile che San Siro fosse più importante di quanto appare in realtà in questo momento. A questo punto, le proprietà dei vescovi genovesi erano in gran parte situate a est della città e nelle valli costiere orientali, e questo modello è proseguito nei decenni successivi. L’influenza epsicopale genovese nella Riviera occidentale era molto minore, forse come il risultato di questi attacchi arabi dell’inizio del X secolo e la rimozione delle reliquie di Romolo da Sanremo, ma anche a causa di una forte identità locale come si vede in particolare ad Albenga. Vescovi genovesi non hanno mai acquisito poteri comitali come altri vescovi del Nord Italia, il che ha dato origine all’idea che Genova c’è stata una società molto indipendente dominata dalla sua locale aristocrazia marinara la quale è venuta rapidamente alla ribalta nel Mediterraneo alla fine del XI secolo: ma che ci porta al di là dei confini di questo libro. Invece se torniamo agli anni intorno al primo millennio possiamo esprimere frustrazione per non essere in grado di evocare ciò che Genova appariva come una città, nonostante gli sforzi degli ultimi archeologi. Documenti ed altri scritti implicano che, anche se piccola, potrebbe essere stata alquanto cosmopolita rispetto a luoghi più all’interno in questoperiodo storico. I documenti mostrano le attività del vescovo e del suo clero, e rivelano che parecchie chiese esistevano a Genova intorno al 1000: la cattedrale di San Lorenzo, San Siro, Santo Stefano, San Giorgio e San Pietro alla Porta il tutto sostenuto dai prodotti dei terreni di proprietà per lo più ad est e nord-est della città, ancuni un po’ lontani, intorno Lavagna, ma ancora accessibili in barca. Alcune di queste chiese – in particolare la chiesa monastica di San Siro – sono state decorate con elaborati intagli in pietra che possono essere stati importati dall’est bizantino e forse pagati dall’imperatrice Adelaide. Ma questo quadro piuttosto roseo è giustificato dalle fonti narrative che suggeriscono che il X secolo a Genova è stato un momento di intensa competizione per il controllo politico tra i diversi gruppi stranieri soprattutto ottoniani e governatori arabi che probabilmente ha causato come effetto collaterale lo sviluppo di una maggiore coscienza politica locale. Anche se con le ossa di San Siro, sicuramente nella loro cattedrale il vescovo Teodulfo e il suo successore John (984-1019) sembra si sentissero insicuri; sia per le minacce degli arabi, degli ottoniani o dell’aristocrazia locale; essi possono aver avuto buone ragioni per costruire la loro massiccia casa torre fortificata sulla collina di Castello, il primo esempio italiano di casa di un vescovo che è stato studiata archeologicamente (Miller 2000: 66-8). Nello stesso tempo – e presumibilmente un processo che ha contribuito a portare le risorse necessarie per costruire un simile palazzo – hanno anche esteso il potere della loro chiesa al di fuori di Genova attraverso alleanze, basate soprattutto sulla gestione della proprietà, come dimostrano i documenti. A causa di questa documentazione la storiografia locale ha sottolineato l’importanza del vescovo e lo sviluppo di una rete di chiese urbane dirette da un numero crescente di sacerdoti de cardine (del cardinale), che erano strettamente legati alla cattedrale e forse vivevano anche in comunità (Polonio 1999: 6-7; Filangieri 2006). Ma è anche rilevante che quasi nulla si sa circa l’origine o le convinzioni dei vescovi Teodulfo e John e se il loro patrocinio di San Siro e San Tommaso suggerisce la conoscenza delle tendenze artistiche orientali, i loro rapporti con gli uomini e le donne di campagna rivelano la loro integrazione nella politica locale e la fiducia sui locali per gran parte della loro ricchezza, così come i genovesi lo sono spesso stati in passato. Questa sottile relazione tra centro e periferia è esplorato dal punto di vista “della periferia” nel capitolo finale sulla Val di Vara.

Note

1) Non vi è quasi alcuna prova archeologica di sinagoghe in Europa occidentale prima del XIII secolo: Graham-Campbell e Valor 2007: 392. Ward-Perkins 1984: 244, per una sinagoga trasformata in una chiesa cristiana (S. Paolo) nel VII secolo Ravenna.

2) Internet History Sourcebooks progetto: www.fordham.edu/halsall/basis/bede-book3. asp (accessibile 25 giugno 2012), leggermente modificata.

3) Il 30 luglio 972 Ottone I conferma la proprietà genovese a Bobbio e una copia tardiva del testo la dà Ecclesiam Sancti Petri que est sita in civitate Ianue (Cipolla 1918: 324, doc XCV.).

4) Picard 1988: 601 dà “prima della metà del IX secolo” per questa Vita S. Syri. E ‘in un manoscritto di Bobbio, Vat. Lat 5771 (BHL 7973 e AASS giorno 5 Giugno) ma non in altri martirologi e quindi non è molto vecchio.

5) Calleri 1999: 57-63, appendice 1, elenca i documenti genovesi di tutto il decimo secolo e descrive come sono stati trasmessi. L’edizione principale è Belgrano 1862, migliorato da Basili e Pozza 1974, Calleri 1997 e 2009 per alcuni documenti.

6) Calleri ristampa l’edizione del Belgrano. L’originale è perso, e l’intero documento è molto frammentario, e forse sospetto. Ci sono osservazioni in altri documenti di connessioni ottoniane con le comunità monastiche a San Tommaso (Genova) e San Fruttuoso di Capodimonte, vicino Camogli. Ma questi carte sono anche molto sospette.

7) La copia superstite più antica è del XII secolo.

 [ulteriori immagini saranno inserite appena verranno pronte]

 

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III. Secoli IX e X.

Cenni storici illustrati e raccolti dal pittore Quinto Cenni (Milano) per conto del Sig. Dr. Cav. H. J. Vinkhuizen dell’Aia, Medico. http://digitalcollections.nypl.org/search/index?utf8=%E2%9C%93&keywords=genoa

IX. 2° Indipendenza (800-1318) (contea 800-915).

Il primo uso conosciuto che abbia fatto delle sue proprie forze la città di Genoa, dopo che si fu resa novellamente indipendente, fu quella di una grande spedizione fatta nell’ 878 a favore di papa Giovanni VII, trattenuto prigioniero del duca di Spoleto (longobardo). Come una spedizione di mare potesse riescire, contro una città che è posta nel centro della penisola, in mezzo ai monti ed alla distanza di circa 100 ch. In linea retta dall’Adriatico e forse 150 dal Tirreno noi non sappiamo, ma vedendo dalle carte del tempo che il ducato di Spoleto toccava, e per lunghissimo tratto, le sponde di quei due mari, noi supponiamo che il papa fosse prigioniero in qualche luogo fortificato di una delle due sponde o che siasi trattato, più che altro, di una dimostrazione armata all’uso dei nostri giorni (nikil novi sub Sole) colla quale siasi raggiunto l’intento di liberarlo. Fatto sta che egli, il papa, ne fu liberato e noi ravvisando in questo fatto storico l’unico episodio di indole militare del quale si abbia certa notizia in tutto questo secolo, gli abbiamo dedicato la Tavola VI.

878 Spedizione navale di Genova in aiuto di Giovanni VII TVITav VI. La spedizione navale dei Genovesi in aiuto del papa Giovanni VII.       Anno 878.

Questa adunque rappresenta la grande armata genovese che, già salpata dal porto, fa forza di remi verso sud-ovest per raggiungere un qualsiasi punto nel quale il vento la porti poi, col solo aiuto delle vele, nella normale sua direzione di sud-sud-est. La flotta composta di “Drumoni”, nave da battaglia dell’epoca, proveniente per il nome dalla Grecia e che serve come di passaggio, unitamente al “Pamphilo”, tra la svelta “Liburna” romana e l’ancor più svelta “Galera” italiana del Medio Evo. Noi abbiamo preso questi Drumoni da una descrizione abbastanza chiara che si trova in una “Naumachia” dell’imperatore greco Leone il Filosofo (886-912) nonché da un dipinto, viceversa assai poco chiaro, che si trova in una delle sale del Vaticano. Ma il Manzoni ne suoi celebri “Promessi Sposi” dice che “ le tradizioni, chi non le aiuta, da se dicon sempre troppo poco” e noi perciò abbiamo aiutato così la chiara descrizione dell’imperatore greco come la non chiara rappresentazione del buon pittore Latino del quattrocento (cioè del 1400) e la abbiamo aiutata tanto più facilmente e tanto più volentieri inquantochè avevamo un dato di fatto a nostra disposizione, cioè la distanza corta, normale, fra remo e remo. Datemi un punto di appoggio ed io vi fo girare il mondo, disse Aristotile [? Archimede]. Dateci la misura corta di una parte e noi vi daremo quella corta del tutto rispondiamo noi e non crediamo di sbagliare.

Gli è quindi collo stesso mezzo e collo stesso processo che noi diamo nella Tavola VII: inseguimento dei Saraceni a. 915. [La Tavola V non è presente nella NYPL] un “Pamphilus” grande a 100 remi ed una “Fusta” piccola a 40. Il necessario corredo di alberi, vele (quadrate o latine) la forma generale, i castelli sono accessori che sono sempre ricordati con una certa precisione in tutte le descrizioni, onde non son questi che possono dare impiccio nei disegni sbalorditivi de’ nostri vecchi; è la forma, la forma generale degli scafi lo scoglio vero che si incontra nel gran mare confuso, confusissimo, di questi disegni che sembrano fatti da fanciulli anziché da uomini; ma, come abbiamo già dichiarato più sopra, vi è un dato di fatto conosciuto e ben stabilito, la distanza normale, cioè tra remo e remo (o gruppo di remi) e questo fatto ci aiuta potentemente a trarci sicuramente da ogni dubbiezza nella più varia interpretazione dei “scarabocchi” dei nostri buoni vecchi (a Genova e dipinto, crediamo, dal celebre Carlone, sec. XVII, abbiamo veduto un affresco nel quale una galera da 8 remi per lato aveva il posto appena appena per 4!.

Il fatto poi rappresentato in questa tavola è il seguente. Siamo al 915; già da forse un secolo i Saraceni, conosciuti anche sotto il nome di Mori, avevano impreso ad infestare ferocemente le sponde del Mediterraneo, fossero esse italiane, francesi o spagnuole, ed occupavano già le isole nostre, cioè la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. Ianua (rammentiamo che a quest’epoca e per 3 o 4 secoli ancora si parlava e si scriveva ancora in latino onde Genova era detta Ianua e Ianuenses i Genovesi. Però in dialetto pare si dicesse Zenoa, e Genoa nell’italiano appena incipiente di quei tempi) tutt’ora indifesa per l’abbattimento della sua cinta muraria fatto dal Re longobardo Rotari nel 636 e ricca oltremodo, era una meta agognata da questi veri ladroni del mare e più volte, o col favor delle tenebre o con quello di qualche festività o di un eventuale assenza della flotta genovese, costoro avevano ardito di sorprenderla e di metterla a ferro e a fuoco. Ne gli Januenses si mostrarono tardi nella vendetta chè già nell’ 880, unendo la propria alla flotta della vicina ed amica Pisa, avevano portato a lor volta la distruzione e la morte sui lidi saraceni della Sardegna e della Corsica. Ma ciò non era valso ad impedire nuove scorrerie di coloro e nuovi danni. Anzi l’audacia dei Saraceni andò tant’oltre che nel primo terzo del secolo X ben tre grandi loro invasioni ebbero luogo, delle quali una nel 915 e l’altra nel 935.

Fontana che getta sangue, ed ultima grande invasione dei Saraceni, a. 935.

Quest’ultima poi fu preceduta da un avvenimento straordinario, quello di una fontana della città che una certa mattina fu vista, con gran terrore, gettar molto sangue! Tale avvenimento, unito a quello della successiva grande invasione saracena, è narrato da tutte le cronache dell’epoca, italiane, francesi e tedesche, e possiamo asserire ciò di nostra scienza avendole tutte consultate. Ma sebbene quest’ultima grande invasione sia stata notata da tutti i cronisti e non quella del 915, noi diamo maggior considerazione a quest’ultima perché essa ebbe grandi risultati per la storia militare della Città. Infatti i Genoesi compresero finalmente che, senza un recinto murario, non avrebbero potuto conservare a lungo la loro libertà e la loro sicurezza e perciò determinarono di tosto iniziarlo. E così mentre la parte, diremo così militare, della città inseguiva i Saraceni fino all’Isola Asinara presso la Sardegna ed, ivi raggiuntili, ne menava strage, la parte operaia dava mano, dopo pochi anni, (925), all’erezione delle mura la quale aveva fine dieci anni dopo cioè nel 935. E se, ciò malgrado, fu appunto in quest’anno, 935, che avvenne la 3° grande invasione saracena di cui parlano tutte le cronache europee, e se fu precisamente per opporsi a tali invasioni che venne innalzato, circa l’anno 975, un castello sullo stesso colle di Sarzano (che era e rimase per molto tempo il vero centro della città) conviene desumere da questi due fatti, entrambi ben accertati, due nostre supposizioni e cioè; 1°, che l’invasione del 935 abbia avuto luogo nella parte del Vesanus (Bisagno) e di Calignanus (Carignano), in allora poco o punto abitati – e quindi indifesi – ma ricchi di orti, ville e giardini e sui quali appunto avrebbe avuto buona azione difensiva il nuovo castello; e, 2°, che questo castello non sia stato innalzato soltanto intorno al 975-80 ma subito dopo l’invasione suddetta, cioè verso la metà del X secolo.

Saremo così in contraddizione colle tradizioni ma a noi pare più logico l’avvicinare di più la data dell’erezione del castello a quella dell’ultima invasione saracena se pure è vero che esso sia stato eretto per impedire ulteriormente tali invasioni e se, realmente, queste dopo il 935 non siansi più rinnovate.

fig04 castello in Sarzano nel 915Fig. 04. Il castello in Sarzano nel 915.

Infatti qual azione effiace poteva avere questo castello sulla difesa del porto e del popoloso Borgo? Nessuna perché era troppo lontano dal Borgo e troppo impedito dalle case per il porto. La sua protezione non poteva essere efficace altro che per la costa dirupata del sud e per Calignanus.

Comunque sia, torniamo ora alla nostra istoria, cioè al 915. In quest’anno adunque Genova e le due riviere, che hanno fatto parte finora della Contea della Liguria, entrano a far parte invece della Gran Marca di Lombardia e ciò in seguito alla caduta del grand impero franco fondato da Carlo Magno ed all’insediamento in suo luogo dell’impero germanico. Le Contee, succedute ai Ducati longobardi erano una creazione dei Franchi. La Marca succeduta alla Contea, era invece una creazione germanica. Ma, Contea o Marca che fosse, Genova continuava la sua via quasi totalmente indipendente sentendo nulla affatto il freno di questi nuovi governatori e poco quello della sua maggior autorità cittadina che era il Vescovo. Intanto si era venuto creando una seconda autorità cittadina che era quella dei Militi, ricchi cittadini e di alto lignaggio, i quali si distinguevano per un ricco “cingolo” dal quale facevano discendere la spada, per i sproni [speroni], e per il loro servizio allo stato che era fatto sempre a cavallo. La tavola VIII (i “Militi” dal 915 al 1200 circa) [La Tavola VIII non è presente nella NYPL] ci dà due di questi Militi, uno in vestiario civile ed alla moda italiana (che era ancora a quel tempo a un presso a poco romana), l’altro, armato per la guerra ed alla moda franca, la quale aveva lasciato simpatiche orme nella città.

952. I Visconti.

Meno di quarant’anni dopo, cioè nel 952, ai Marchesi succedettero, nel governo della città, i Visconti, rimanendo ai primi il governo generale della Marca, e noi chiudiamo questo nebuloso periodo della storia militare di Genova col rappresentare un fatto appartenente al periodo medesimo ma registrato in scarso numero di cronache. Il fatto è questo: Il famoso Fuoco greco, che tanto fece parlare di se nelle storie navali di queste epoche ed ancora delle successive, non era usato dalle potenze marittime d’Italia e per conseguenza, neanche da Genoa che era seconda soltanto a Venezia in questo ramo di potenzialità, ma se gl’Italiani in genere sdegnavano di servirsi, di questo mezzo di guerra, ben sapevano come difendersene e la loro difesa consisteva in cappucci, maschere e surcotto (sopracotta) di cuoio verde del quale si coprivano la persona, mentre avevano trovato modo di estinguerlo mediante l’aceto e la cenere che tenevano sempre pronti a tale uopo.

La Tavola IX. Spegnimento del “fuoco greco” [La Tavola IX non è presente nella NYPL]. La Tavola IX rappresenta rappresenta un episodio di questo genere che fingiamo sia avvenuto ad una “Fusta” genoese in lotta con Greci o con Saraceni.

Fig 05. 990. Stemma di Genova e planimetria della città nel 990 sovrapposto ad una planimetria di fine ‘800. Sembra che il Borgo dei Lanai o Lanjuoli (lavoratori della lana) fosse anteriore al 1000.

Dieci anni prima che il secolo X finisse il suo corso Genoa si erige finalmente in Comune e sceglie per proprio stemma un Ippogrifo bianco su fondo rosso, e solennizza la fine del secolo medesimo assalendo e cacciando tanto dalla Sardegna che dalla Corsica gl’infesti Saraceni (anno 999). E noi lo finiamo a nostra volta col dare qui sopra la pianta approssimativa della nuova cinta muraria della città.

 

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Bassorilievo sul campanile di san Lorenzo verso la via omonima.

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IX SECOLO

Autori vari

806. I Franchi, Carlo Magno e Ademaro. I Franchi occuparono la Liguria, che allora comprendeva tutto il milanese, e Carlo Magno affidò la reggenza al Conte Ademaro con l’incarico di tenere il mare sgombro dai pirati Saraceni. I Carolingi suddivisero l’Italia in Marche, a loro volta suddivise in Comitati. (Donaver, 1890)

Nell’  806 una flotta genovese fu mandata da Pipino a difendere la Corsica dai Mori. (Donaver, 1913)

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Lottario e Carlo il Calvo (841-875)

 Girolamo Serra, La Storia della Liguria e di Genova scritta dal marchese Girolamo Serra, Torino, presso Pomba, 1834.

Lottario nipote di Carlomagno. Distrutto il regno longobardico da Carlomagno , non è da dubitare che i Liguri avranno venerata la sua potenza, e adempiuti in molte occasioni i suoi voleri; ma non possiamo consentire a chi scrisse, aver egli tenuto una dieta in Genova e lasciatovi un conte. (v. Annotazione II)
Nell’anno 841 il primogenito de’ suoi nepoti, l’imperadore Lottario, ammise i Liguri occidentali allo studio di Torino, e i Genovesi in particolare a quel di Pavia, come addietro dicemmo: poscia vedremo che Berengario II re d’Italia diè loro un favorevole rescritto. Pur simili atti di benevolenza e protezione non importano vera sovranità; di suggezione straniera, di governatori franchi, lombardi o tedeschi non fanno parola le prime leggi di Genova, i primi annali. È dunque probabile, sebbene allegare si possa qualche contrario indizio, che ancora dopo la rinnovazione dell’imperial dignità per opera di Carlomagno, la Liguria si rimanesse, quanto un ristretto paese può stare, independente. Ma non fu sempre felice. Era appena innoltrato il nono secolo, quando i Normanni e i Saracini presero quasi a vicenda ad infestare il mare Mediterraneo e l’Italia. I primi entrarono nella Magra l’anno 860, credendo trovarsi nel Tevere, e saccheggiarono la nuova città di Luni. I secondi si posero nel vicin golfo, di un placido mare facendo un nido di pirati, e nella riviera occidentale s’impadronirono di Frassinato fra Monaco e Nizza, non lungi, oh quanto i tempi cangian le cose! dal gran trofeo di Augusto. Così avviluppata e stretta da due lati opposti, la Liguria non fu conquistata come dinanzi, ma cadde nondimeno in estrema miseria. Armati e piccoli legni scorrevano le sue riviere, tornando a’ loro ricoveri quand’erano inseguiti, o sopraccarichi di preda. Poderosi navilj impedivano ogni navigazione lontana, proteggevano ogni sbarco importante: case, chiese, famiglie, viandanti, terrieri, nient’ era sicuro, e questa barbara rapina durò quasi cent’ anni. Allora gli antichi monumenti, sottratti a’ Longobardi, furono annichilati; le vie rotte, le leggi dimentiche, e la maggior parte degli abitanti, non trovando più sicurezza sulle amene rive del mare, si trasferirono ne’ luoghi più aspri e più atti a difesa. Di questa ritirata de’ Liguri alla montagna rimangono infino ad ora i segni. Sdrucite castella ingombrano i gioghi soprastanti al littorale, e i passi angusti che menano a quelle. Altrove le terre marine hanno negli stessi lor traffici e nelle coltivazioni un non so che di origine recente; e dove più s’interna la valle o sale il monte, là comincia il borgo già ricco di privilegi, ma povero oggigiorno d’industria e di popolazione. Inoltre l’ecclesiastica gerarchia attribuisce alle pievi montane una costante giurisdizione sulle parrocchie marittime, ch’è indizio certo di anteriorità. Finalmente la volgar tradizione s’accorda con le vecchie leggende a raccontare, che nelle parti più scoscese e remote si seppellivano i corpi de’ cari parenti, e occultavansi le inargentate reliquie de’ Santi, lungi dal disprezzo e dall’avidità degl’infedeli.

a. 875. Carlo Calvo ottenne da Giovanni VIII la corona imperiale
Carlomanno, Lodovico e Carlo Crasso divisero l’eredità di Lodovico Germanico , principe migliore che il suo secolo. Mancati i fratelli, Carlo Calvo mosse guerra a’ nepoti; ottenne da Giovanni VIII (a. 875) la corona imperiale, l’italica da un sinodo tenuto in Pavia, ove concorsero sotto la presidenza dell’ arcivescovo di Milano tutti i vescovi suoi suffraganei, e i magnati del regno. Un medico ebreo lo avvelenò. Allora Carlomanno, che (a. 877) era già re di Baviera , superate con forte esercito l’alpi, si fece incoronare a Pavia, ma non a Roma; perchè papa Giovanni parzialissimo de’ re francesi, piuttosto che compiacerlo, se ne fuggi, passando dalla riviera di Genova in Francia (Sigonio, De regno Ital. lib. V) (a. 878). Quivi regnava Lodovico il Balbo figliuolo di Carlo Calvo, e regnarono appresso Lodovico III e Carlomanno suoi figli, i quali non ebbero prole. Superstite a’ fratelli e a’ nipoti, Carlo Crasso riunì i tre regni (A. 885); ma ivi a non molto venuto a tutti in dispregio, si vide costretto a scender dal trono e farsi mendico.

Nell’anno 877 il corpo di S. Romolo fu portato dalla villa Matusiana [San Remo] a Genova; e in Genova stessa le ceneri di S. Siro, predecessore di Romolo, si trasferirono dalla basilica de’ XII Apostoli [oggi San Siro] in quella di S. Lorenzo, come in parte meno esposta a’ corsari. La popolazione eziandio ammucchiossi negl’ interni quartieri della città sotto il riparo dell’ antico castello; onde le strade al mar più vicine rimasero vuote di abitatori, e diventarono col tempo piccoli campi, vigne, canneti, fossati; nomi che, rifatte di poi e ripopolate, conservano ancora. Tra Fasce e Cornua, due monti a levante, si trova un villaggio, e nel suo mezzo una cappella con questa inscrizione a noi pervenuta mediante successivi ritocchi : Sancta Maria de Cesarego ( così ha no­me il villaggio ) defende nos in bello; Santa Maria di Cesarego, difendeteci in questa guerra! Alla preghiera de’ montanari rispondeva col cuore l’intera nazione, ma non pigliava ardire. Sventurata! A’ suoi nepoti soltanto era serbato di rammentarsi che i Maccabei pregavan da santi e combattevano da leoni.
Scarsissime essendo sì fatte memorie non che le scritture contemporanee, siamo costretti a racchiudere in un mezzo foglio di carta la storia di due secoli. Soggiungeremo pertanto con brevità, come oppressa da medesimi mali, sbigottita dalle stesse minacce, ogni pubblica autorità si sciolse, e le disgiunte famiglie, simili a quelle dell’età primitive, camparon la vita come megbo sapevano, le une indipendentemente dalle altre.

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806-860

Autori vari

806. Prima del mille la marineria di Genova era già potente. Nell’806 scaccia i Saraceni d’Italia: presso la Corsica li assale e rompe, fa preda di 13 navi, e di quell’isola si rende padrona; che dovea a Genova, ne’ secoli, costar lacrime e sangue. (Malnate, 1892)

IX secolo. Carlo Magno e il porto. Nasce l’avversione con i pisani quando Carlo Magno preferì il porto di Genova a quello di Pisa, che era stato usato in precedenza dai Longobardi. (Donaver, 1890)

860. Nel 860 pirati Normanni sbarcano alla foce del Magra, credendo, si dice, che fosse il Tevere, e distruggono Luni, credendola Roma. Tutta la riviera di levante viene depredata e gli abitanti sono costretti a rifugiarsi sui monti. Sulle rovine di Luni e poco distante sorgerà in seguito Sarzana. (Poggi G., Luni ligure-etrusca e Luna colonia romana, 1904. Sforza G., Gli studi archeologici sulla Lunigiana. Promis C., Dell’antica città di Luni e del suo stato presente ecc., Torino)

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Fine IX – X secolo. La Carestia e la Compagna

 Girolamo Serra, La Storia della Liguria e di Genova scritta dal marchese Girolamo Serra, Torino, presso Pomba, 1834.

Fine IX – X secolo. La Carestia e la Compagna
Le violenze degli uomini disciolgono le società, i bisogni della natura le ricongiungono. Così avvenne in Liguria. Tra gli ultimi anni del secolo nono e i primi del decimo l’acquistata sicurezza e l’aere vivace delle montagne avevano già tanto moltiplicate le famiglie colassù rifuggite, che un nimico più fiero de’ pirati del mare, la carestia, inquietava ciascuno. Bisognò trasmigrare da capo. Chi fece ritorno alla marina, chi nelle valli abbandonate; molti eziandio si fermarono ne’ gioghi più fertili e più frequentati dell’Appennino. Nuove abitazioni si fabbricarono presso le antiche, o sulle ruine loro. Ov’era Libarna surse Serravalle, ove il castel de’ Vitturj la pieve di Serra; non lungi da Varigotti Finale, e poi da Luni Sarzana. In questo general movimento i Liguri tennero tre modi di unione. Alcune ricordevoli ancora de’ mali sofferti per mancanza di capo, o indotte dalla prossimità de’ Lombardi usi allo stato feudale, affidarono il governo della tribù a qualche lor paesano più sagace o più animoso, il quale con atti benefici , o con mercati diplomi rendè la carica ereditaria ne’ suoi. Ciò intervenne alle famiglie vicine della Magra, dell’alta Polcevera, e de’torrenti che cadono in Po. Altre allettate dalla santità del vescovo loro, e dalle prove di umanità e di religione ricevute da quello durante qualche pubblica sventura, cumularono in lui la giurisdizione civile colla dignità ecclesiastica: il che segui principalmente nelle diocesi di Luni e di Albenga. In Genova poi, in Savona, in Noli, e in quasi tutte le terre marine non si volle dipendenza; ma fu costituita una specie di patto sociale, chiamato con nuovo vocabolo compagna, o compagnia, a cui soprastavano due o più capi, decorati col nome romano di cònsoli. Ogni terra aveva più compagnie, ma il fine era un solo e tutto marittimo; trafficare co’porti vicini, difendersi e correre addosso a’ nimici del nome Cristiano, ladroni del mare Mediterraneo. Terminata la navigazione, si dividevano i guadagni o le prede; le compagnie si discioglievano, e ognun provveduto per certo tempo del bisognevole, libero dal breve legame, tornava in seno alla sua famiglia. Così le cose seguite in Liguria avanti i Romani, si rinnovarono in qualche guisa dopo.
In progresso di tempo le compagnie succederono l’una all’altra senza intermissione, perch’ è proprio degli uomini, soddisfatto che hanno alla necessità, ricercar l’abbondanza. Ond’ elle cominciarono a considerar le marine loro all’intorno quasi altrettanti patrimonj destinati dalla Provvidenza ad alimentarle. Indi era l’antica frase, invece di trafficate, lavorare in mare. (Raphaele De Turri, Cyrologia, Genua, 1642, p. 82: Mittere laboratum in mare) Quindi chiunque tentava interrompere, o in qualche parte scemare i lavori delle compagnie e sfruttare il lor patrimonio, chiunque ardiva navigare que’ tratti di mare senza lor consenso, fosse egli Saracino o Cristiano, dichiarato veniva un ingiusto nimico, cupido di affamarle. Se infedele, procacciavano di prendere il legno, e far gli uomini schiavi; ma se cristiano, richiedevano quasi per multa una parte del carico. I pretesi diritti di Monaco e di Villafranca rendono anch’oggi testimonianza: di quest’antica giurisprudenza, comune a tutti i popoli marittimi ne’ primi tempi della loro aggregazione. Duravano ancora que’ diritti quando si scrisse così; or più non sono, in pruova che i tempi non peggiorano in ogni cosa. Genova sempre più popolata che non le altre terre della Liguria, aveva più di tutte mestieri per alimentarsi, di un’estesa navigazione. Ma come ottenerla, essendo collocata nel fondo del golfo ligustico, e poche miglia distante da altre società marittime, armate del preteso diritto di confiscazione o di ammenda contro a chiunque innoltravasi nelle loro acque? Genova fu perciò debitrice alla sua situazione, non che alle valli armigere e popolate chela spalleggiano, di tre utilissime risoluzioni: armare a tutta forza navilj contro i pirati del Mediterraneo, cercar lidi lontani per nuovi commercj, indurre o costringere i popoli vicini a rispettare qualunque bandiera diretta al suo porto, o partita da quello.
Riuscì a maraviglia l’intento. I Saracini e i Normanni costretti a difendere i luoghi di più importanza, sgombrarono Frassineto e Luni; i popoli dell’Italia, della Francia e della Spagna meridionale accettarono volentieri l’offerta di nuove relazioni con un popolo industrioso; e gli altri Liguri veggendolo ogni dì crescere in prosperità, impetrarono di esserne compagni nella navigazione e ne’ guadagni partecipi, con promettere in contraccambio di nulla appropriarsi sopra i naviganti del mare ligustico, fuorché in caso di necessità vettovaglie, e ciò ch’ era loro egualmente necessario, armi e sartiami. Questa eccezione, ripetuta in tutte le convenzioni del duodecimo secolo, fu ommessa subito che un traffico vasto e regolare mallevò le provvisioni. (Serra, 1834)

 

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X SECOLO

Autori vari

900 ca. (-1870). Chiesa vecchia di san Teodoro. L’origine della vecchia chiesa di S. Teodoro viene fatta risalire al X secolo. Aveva il coro rivolto a levante e l’ingresso a ponente.Nel 1134 la chiesa vecchia di S: Teodoro era in possesso dei Canonici Regolari di Mortara che nel 1449 si aggiunsero alla Congregazione dei Lateranensi di S. Salvatore. Nel 1481 ebbe da Sisto IV il titolo di Abbazia, che tennero fino alla soppressione avvenuta nel 1858. Venne restaurata nel 1863 e distrutta il 4 ottobre 1870. (Miscosi, 1933)

918. Saraceni. Nel 918 avviene la prima scorreria dei pirati Saraceni in alcuni casali della riviera di ponente. Occupano Frassineto, tra Monaco e Nizza. Da Frassineto, loro base logistica, salpavano per depredare la marina ligure. Per difendersi dalle piraterie, che durarono circa un secolo, e per trovare per mare ciò che la terra non poteva dare, i Genovesi si diedero ai traffici marittimi spingendosi fino a Tunisi ed in Sicilia, dove riscuotevano le tasse. La loro flotta fu armata adeguatamente per contrastare quanti attentavano ai loro interessi. (Donaver, 1890)

934. Saraceni. Nel 934 i pirati Saraceni attaccano Genova, ma furono respinti dai genovesi, che, favoriti da un temporale, si impadronirono di 17 navi. I saraceni riparano in Sicilia. (Donaver, 1890)

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934 Genova assalita e distrutta dai Saraceni

 Girolamo Serra, La Storia della Liguria e di Genova scritta dal marchese Girolamo Serra, Torino, presso Pomba, 1834.

934. Genova assalita e distrutta dai Saraceni
Facevano allora i Saracini ciò che i Barbareschi usano anch’ oggi, che mentre parte di quelli corrono da ladroni il mare, gli altri accolgono in casa loro i Cristiani, e scambiano volentieri le merci. Donde seguì, che molti naviganti genovesi cominciarono a frequentare i porti di Tunisi in Affrica, e di Marsallà in Sicilia; nè guari stette, che presero anco in appalto le principali gabelle dell’Isola.
A. 930. Regnava nell’Affrica Obeid (Obeid, altrimenti Obeidollah fondatore della dinastia de’ Fatimidi. Airoldi, Cod. dipl. di Sicilia, T. II. 1) chiamato in varie croniche europee, le quali confondono i titoli arabi co’ nomi, Miramolino, ch’ è storpiatura di Emir El- Mumenin comandante de’ Fedeli; titolo sovrano, il quale ogni capo delle dinastie maomettane insieme con quello di Califo, vicario del Profeta, arrogava a se stesso, e negava a’ suoi emuli.
Or questo Obeid già grave di età, sentendo che Genova maravigliosamente cresceva del traffico co’ suoi stati, deliberò di fare ogni sforzo per insignorirsene. Cacciati pertanto i mercatanti cristiani, ingiunse all’Emir di Sicilia, che mettesse subito in punto la squadra dell’isola , e unitala a quella di Tunisi, ne assumesse il comando l’ammiraglio Safian Ben-Kasim. Safian con una moderazione molto simile all’arroganza espose, come il solo stuolo della Sicilia bastava per espugnare tutte le città marittime di Europa, e che una terza parte basterebbe per Genova. L’armamento fu dunque ristretto a trenta navi e cento scelandie [galee]. Sembra questa voce corrotta dal vocabolo arabo, che significa nave lunga o galea. Le scelandie più grosse contenevano dugento persone, e le minori cento. Safian sarpò il dì 5 di maggio, e in otto giorni fu sopra Genova (A. 931). Le compagnie di questa città sentito il pericolo, avevano deliberata l’unione, collocata l’autorità delle leggi nella gran compagnia o parlamento di tutto il popolo, e l’esecuzione commessa a’ consoli eletti dal parlamento. La fisica divisione del luogo consisteva già d’an­tico in tre parti, l’orientale, quella di mezzo, e l’occidentale: la prima chiamata Castello, perchè soprastava nel sito più eminente un antico castello fiancheggiato da tre torri, l’altra nominata Città, perchè chiusa alla meglio di varj ripari; la terza Borgo di Prè, perchè le prede marittime si dividevano sopra il suo lido. Restaurarono adunque il castello, accrebbero i ripari, e all’estremità del borgo, ove s’estende durissimo scoglio, posero una gran torre di legno. Coprirono egualmente di macchine da guerra le foci contigue de’ torrenti Polcevera e Bisagno. Or l’ammiraglio Saracino venne con tanta fidanza contro a queste difese , che malmenato dovè scostarsi più miglia. I Genovesi avendo intanto allestiti i loro navilj, lo sopraggiunsero di notte tempo, e nel conflitto gli tolsero diciassette navi, perdendone una sola. Dopo ciò Safian stette inoperoso tre mesi in quell’acque, finché colpito da burrasca fierissima, corse nell’Affrica a racconciarsi.
Quando il Califo udì questo caso, non si dolse dell’ammiraglio, perchè avesse mal calcolate le forze di Genova, non dell’impresa malamente condotta, ma di se stesso, il quale avea fatto guerra a’ Genovesi, senza ch’ essi gli avessero fatto alcun male. Prese dunque consiglio di liberare tutti i prigioni della Liguria, e richiedere la liberazione degli Affricani. Ma ricevette , come aveva sperato, una ripulsa; per la quale non dubitando di avere in mano una legittima cagion di guerra , si diede fidatamente a sostenerla coll’ armamento il più formidabile che si fosse da gran tempo veduto. Due anni di apparecchi, e tutti i porti della Sicilia e dell’Affrica vennero a ciò destinati; al termine prescritto dugentoventi navi si assembrarono nel porto di Lilibeo o Marsallà. (A. 934) Safìan ne fu dacapo ammiraglio, parti il dì 7 di maggio, e giunse sopra Genova in dodici giorni. Quivi disposte in modo le navi, che le fortificazioni non gli potessero nuocere, mantenne uno strettissimo blocco per due mesi. Poi fece accostare al lido sessanta scelandie con ordine di assalire il vicin promontorio. Ma il presidio genovese le ributtò con grave perdita. Vennero appresso sessant’altri legni da Tunisi, recando avviso che Obeid era uscito di vita (De Guignet, Hist. de Huns. T. I. 380). Consegnarono inoltre all’ammiraglio una lettera del nuovo califo Caiem, il quale imponevagli di dare un assalto generale. Safian fè vista d’allontanarsi, ma appressatosi nelle tenebre, discese con due terzi delle ciurme, e investì la città da due parti opposte. I Genovesi conoscendo la debolezza de’ loro ripari, aprirono le porte arditamente, e presentarono così a’ nimici una doppia battaglia.
Fu combattuto con varia fortuna dall’ alba a sera. I Saracini perdettero semilaqualtrocento persone , i Genovesi cinquemila. Intanto coloro che erano rimasi a guardia delle navi, smontarono anch’ essi, e rinnovata con forze intere la mischia, vinsero a tarda notte le porte. L’esercito genovese strascinando con seco feriti, donne, fanciulli, usci dalla parte de’ monti, e fe’ alto sù quelli. Miserabile vista! egli mirò i crudeli nimici inondar la città, spianar le case, profanare i templi e strascinar nelle navi novemila concittadini incatenati. Il sacco della prima notte fu conceduto a’ soldati, niuno de’ quali ebbe meno di mille crus. Tutto ciò che si prese ne’ dì seguenti, venne incassato per eseguirne il voler del Califo. L’ammiraglio non si lasciò accecare dalla vittoria; ma vedendo i Genovesi padroni delle montagne, e gli altri Liguri accorrere da tutte le parti a rinforzarli, fece caricare non solamente le cose migliori, ma i ferramenti ancor delle case; e prima die gli avversarj ne avessero sentore o potessero impedirlo, si levò da Genova con tutta l’armata la notte del dì 12 ottobre.
L’ordine tenuto nella distribuzion della preda merita particolare ricordo, potendosi argomentare da quello, che i Saracini avevano una generosità d’animo, senza la quale non si operò mai nulla di grande. Cento crus, o secondo il valore d’oggidì, cinquanta scudi romani furono assegnati per ogni famiglia degli estinti nella spedizione; per le vedove cinquanta, e in conto di chi non avea lasciato nè moglie nè prole, cento crus da spartire lira i poveri del quartiere abitato dal defunto, fossero cristiani o saracini. Del rimanente si fecero quattro parti uguali, l’una per l’ammiraglio, l’altra per l’emir di Sicilia, e le ultime due per lo Califo. Qual sorte avessero i prigioni s’ignora.
Il rammarico de’ Genovesi alla partita inaspettata de’predatori, non è chi nol pensi. Ciò non ostante fecero cuore, rifabbricarono la terra, confermarono gli ordini patrj, e dettero nuov’ opera al traffico. Già nello spazio di due anni (A. 936) il più delle case, delle torri, de’ templi era in istato ; già comparivano le perdute ricchezze, e un’armata composta di più compagnie minacciava i Saracini, che avevano messo piede in Corsica; quando un’altra selva di navi partita improvisamente dalla Sicilia o dall’Affrica diè fondo presso a Genova, e atteso che il fiore degli abitanti era in sulle galee, entrò senza contrasto, prese le intere famiglie, distrusse quanto potè in pochi giorni, e s’allontanò. In questo mezzo i Genovesi ritornavano dalla Corsica, ove avevano occupato qualche castello de’ Mori. Ma nell’avvicinarsi al porto, non vedevano il lido gremito di gente, non udivano i soliti gridi d’allegrezza; e le torri apparivano abbattute, e le case in rovina. Approdano, discendono ansiosi, e dai pochi che rimanevano ancora, intendono come i Saracini avevano la città espugnata, messala a sacco, e molti uomini uccisi; ma le giovani donne e i fanciulli più dilicati erano strascinati al giogo degl’infedeli. Fu subito deliberato di sarpare un’altra volta, riavere la miglior parte di se medesimi, o morire. Già l’isolotto dell’Asinara sulle coste della Sardegna è alla vista, vele saracine sembrano quelle; il vento, la velocità de’ remi, la smania d’esser subito alle mani han già divorato il cammino. La battaglia comincia, e dubbia non è; chè i nimici impediti dalla preda non fanno l’usitata difesa; quasi tutti son presi. Così variando fortuna le cose, i barbari in catene, e le donne e i fanciulli cristiani in libertà, fra gli abbracciamenti de’ loro congiunti, entrarono nella terra poco avanti lasciata. Le croniche antiche, se il citato codice è veramente autentico, confondono i due fatti in un solo; e tutte parlano d’una fontana d’acqua, che vaticinando le narrate disgrazie, sgorgò sangue, ov’ è al presente la piazza del molo. (Luitprand. ticinen. IV. 2; Varag. V; Sigibert. in Georg.; Stella Annal. genuen. I; Airoldi I. c. Si dubita oggi assai, non il Codice Siciliano sia pretta invenzione dell’editore. Ma che pro?) (Serra, 1834)

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X secolo

Autori Vari

X secolo. Porte della città. Prima del X secolo. Erano quattro porte: San Torpete (dove è ancor oggi la chiesa) (il Belgrano nega che sia mai esistita la porta di San Torpete) e San Giorgio presso Canneto: da terra Sant’Andrea che esiste tutt’ora (sebbene più moderna) (è questa Porta Soprana dottamente illustrata dal Belgrano e da poco all’antico restaurata), e la porta del Soccorso presso San Lorenzo. Entro il recinto, sul colle di Sarzano, ergeva, maestoso di tre torri, il Castello di Giano, baluardo della città, e scendeva al mare. Nel secolo X le mura si dilatano: alla marina è aperta nuova porta, San Pietro di Banchi: e altre due  di San Matteo e di Sant’Egidio, limitano la città da sobborghi. Ma anco nelle vie cittadine è povertà di case, molte sono di legno.Il porto interno era il Mandraccio, di poco più esteso: e serviva di rada il seno delle Grazie. (Malnate, 1892)

IX-X-XI secolo. Da Genua a Ianua. Da nucleo urbano a identità debole quale permane nelle età romana, bizantina e longobarda – privo di mura che ne definiscano i confini con la campagna circostante, sostanzialmente formato da un’aggre­gazione di villaggi sparsi su un territorio ampio e non organizzato – Genova si avvia a diventare una città vera e propria, nettamente distinta dal contado tramite una cerchia di mura che ne individua l’identità: un’identità ora anche politica e commerciale. Questa metamorfosi si verifica proprio a partire dai secoli IX-X e XI, ossia dall’età carolingia e ottomana. Tale specifico momento costituisce l’esordio di una dinamica di sviluppo e di crescita urbana che dalla città vescovile conduce alla città comunale(vedi anche all’anno 1270) (Cavallaro L., in Borzani L. Pistarino G. Ragazzi F., Storia illustrata di Genova, Elio Sellino Periodici, 1993)

935. Chiesa di san Torpete già tempio di Venere Ericina.  Al  935 si fa risalire la costruzione della Chiesa di San Torpete, protettore dei naviganti, esistente tutt’ora. In origine doveva essere un tempio pagano come dimostrano le enormi pietre sui fianchi della costruzione circolare. Si pensa che i greco-foce si ringraziassero qui la loro dea protettrice nel tempio posto al centro del “Sinus Januensis”. Sul colle di Oregina,  che domina il porto, appariva il tempio di Venere Ericina, madre di Erice, luogo sacro dove i naviganti venivano a far i voti di buona navigazione. (Miscosi, 1933)

935 – Il 26 Agosto è una data infausta per GENOVA e sarà ricordata dai genovesi per moltissimi anni.  In risposta alla precedente sconfitta del 931 il Califfo fatimita ABÛ al QÂSIM MUHAMMAD invia da Frassineto 200 galee al comando di YÀQUB IBN ‘ISHÂQ per assediare e colpire la città di GENOVA.  Prima dell’alba, gli arabi sbarcati nella spiaggia sotto la chiesa di San Siro, assaltano la città ancora addormentata uccidendo tutti gli uomini che incontrano e portando via le donne e i bambini sulle loro navi.  Questa rapida incursione dura solo due ore ma vengono anche incendiate e profanate molte chiese e portate via tutte le imbarcazioni presenti nel porto.  La flotta genovese, che era in Corsica, ritornando in patria ed appresa la triste notizia, si dirige subito verso i predatori che raggiunti nei pressi dell’Asinara vengono battuti in un’aspra battaglia in cui vengono liberati i genovesi rapiti e ripreso il bottino.  Quella grave offesa subita dalla città resterà comunque nella memoria dei genovesi  e per secoli sarà forte l’impegno di vendicare la pesante sconfitta subita dai mussulmani spagnoli. Per proteggere meglio quella parte della città, allora fuori le mura, viene iniziata la costruzione di un piccolo castello fortificato su una collina dominante la zona che prenderà il nome di Castelletto. Un’altra rivincita arriverà dopo 16 anni quando i genovesi riusciranno a riconquistare e liberare alcune delle cittadine della riviera ligure precedentemente conquistate dai mussulmani. (Zunino G., www.vegiazena.it)

X secolo. Prima del X sec. il mare toccava le pendici del colle di Oregina, di Montesano e occupava lo spazio da S. Agnese a San Tomaso. (Donaver, 1890)

936. Ricostruzione delle mura. Le nuove mura partono dalla marina di San Nazaro e di Sarzano, salendo sul fianco della Ravecca sul colle dove poi sorse il monastero delle benedettine di S.Andrea, porta Soprana, attraversava il Brolio di Sant’Ambrogio (Orti) lasciando fuori il Borgo Tascherio o Saccherio (Borgo Sacco), Morcento, S.Matteo, seconda porta detta Serravalle, Luccoli, Campetto, porta di San Lorenzo, Vico inferiore degli Indoratori, S.Pietro di Banchi, quarta porta corrisponderebbe all’archivolto delle Cinque Lampadi, S.Giorgio, quinta porta metteva al mare, le mura voltavano al Canneto, via di San Damiano (ora San Cosmo), la sesta porta metteva al mare dove ora vi è l’archivolto di Santa Croce, quindi le mura tornavano a San Nazaro. … In seguito da San Pietro della Porta (Banchi) un braccio di muro attraversava le Vigne (oggi vicoli dell’Amor Perfetto, del Fornaro e degli Spinola (resti di due torri costruite a bozze), fino alle falde del Monte Albano (Castelletto) lasciando fuori la basilica di S.Siro. (Belgrano da Donaver, 1890)

936 (-1837). Della chiesa di san Vittore si ha notizia fin dal 936 d.C. anno in cui fu incendiata dai Saraceni assieme alla chiesa di Santa Sabina. Essa si trovava nei pressi della piazzetta dello Scalo e accanto vennero rinvenute molte ossa umane appartenute ai galeotti della Darsena. La chiesa di San Vittore fu officiata fino al 1799, quando i religiosi si trasferirono in San Carlo. Quindi divenne un magazzino (come accadde alle chiese di san Fede e Santa Sabina) fino alla sua demolizione avvenuta nel 1837. (Miscosi, 1933)

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937. Statuti de’ Genovesi dopo la guerra degli Affricani.

 Girolamo Serra, La Storia della Liguria e di Genova scritta dal marchese Girolamo Serra, Torino, presso Pomba, 1834.

937. Provvedimenti e statuti de’ Genovesi dopo la guerra degli Affricani. Quell’Affrica stessa ch’era cagione di tanti travagli, insegnò probabilmente il modo di prevenirli. Nell’interne sue lande era antico costume di accendere fuochi notturni per dare avviso, all’intorno di qualche belva vicina, o di vaganti ladroni. Puossi dunque presumere che i Genovesi (A. 937) ciò risapessero dagli schiavi acquistati negli ultimi fatti d’arme, o da’mercatanti pratichi del paese. Comunque fosse, certo ei si misero dopo le guerre anzidette a far fuochi di paglia e di sermenti [rami di viti o rampicanti] sopra le, cime de’ monti più alti, quando le guardie scoprivano all’imbrunire un navilio sospetto. Fabbricarono ancora sulle piagge del mare più aperte e le punte più in fuori piccole torri in pietra, che infino ad ora il tempo e la moda non han diroccate interamente. I quali provvedimenti valsero tanto, che d’allora innanzi gli Affricani non fecero assalti e sorprese in Liguria con grosso stuolo.
Provvidesi inoltre che le galee, spezie di navi usitatissiine in quell’età, per qualunque cagione uscissero fuora, sole o di conserva, portassero almen la metà de’ fornimenti da guerra. La vera struttura dell’antiche galee genovesi non è ben nota [vedere Galata e Museo Navale, Genova], appunto perchè gli storici contemporanei parlan di quelle e d’altre nazioni, come di cose note a ciascuno. Si può nondimeno affermare, ch’elleno avevano sull’estremità della prua lo sprone o il rostro romano, grossa e corta asta di quercia con una puntazza di ferro o di bronzo, simile al capo di un ariete o di un cinghiale, con tre punte minori al disotto. La poppa e la prua formavano due alti castelli dinanzi e di dietro ; i banchi tramezzati dalla corsia stavano nel centro. Sopra il castello di prua si alzavano prima della battaglia una o più torri di legno, da potersi staccare e riporre a comodo della voga. Quindi era, che si scaricavan balestre e altre macchine da guerra. Il castello di poppa, chiamato con voce araba cassero, poteva serrarsi d’ogn’intorno con graticciuole e sbarre appuntate; da ciò dipendevano l’ultime difese. I fianchi avevano un parapetto di cuojo, sovero o lana; e all’uno degli alberi stavano sospesi molti e pesanti ramponi a uso di portar via un navilio minore, o abbordarne un eguale. Gli alberi non erano che due, l’albero di maestra, e il trinchetto con lunghissime vele triangolari raccomandate all’antenne. La bandiera sventolava da un’ asta di legno all’estremità della poppa, e rappresentava in que’ primi tempi un castello rozzamente disegnato con tre torri. Finalmente vi aveva due sorta di galee, le une chiamate sottili, più atte a navigare piccoli mari, e a far presto; le altre grosse, destinate a’ combattimenti, a’grandi carichi e alle navigazioni lontane. La differenza in ciò consisteva , che le galee sottili avevano una sola coverta, le grosse due, con un ordine di remi per ciascuna. Nella navigazione la coverta superiore era quella ove più si vogava, l’inferiore ove giacevano i rematori affaticati. Ma nelle battaglie le torrf, le macchine belliche, gli uomini d’arme e i balestrieri coprivano il primo tavolato, e vogavasi principalmente al secondo. Sedeva un uomo, al più due per banco. Corti erano in quel tempo i remi, piccoli gli scafi; in guisa che quando volevano fare un assedio, o anche per altra cagione, usavano di tirar le galee in terra, e quando metteva lor bene, le varavano un’altra volta. Ogni cosa era disposta a questi due usi, perchè i banchi potevano egualmente servire a dar la scalata, le tende ad accamparsi, i rematori a fabbricare e muovere le macchine da guerra.
Le ordinazioni anzidette, consigliate dall’utile comune, favorirono mirabilmente il commercio, del quale è anima la sicurezza. Crebbero quindi i viaggi, le navi, la popolazione, il desiderio di più compagnie, e gl’inconvenienti di moltiplicarle.
Si decise pertanto, che non passerebbono otto, una al castello, un’altra al borgo, le restanti nella città. I nomi furono questi: Del Castello, del Borgo, di Piazza lunga, di Macagnana, di s. Lorenzo, della Porta, di Susiglia e di Portanuova, oggi Portoria. Ognuna ebbe proprio capo, gonfalone, quartiere, e di guardie volontarie provvide cinque punti importanti, il colle di Calignano posto all’estremità orientale, il Castello co’ suoi torriciuoli nel mezzo, il Capo o scoglio del Faro all’estremità di ponente, e le foci de’ torrenti Polcevera e Bisagno. (A. 950) In certi. giorni solenni le compagnie si univano insieme, ne’ dì festivi separate si esercitavano all’arme usitate in que’ tempi. Quai fossero l’arme d’allora, lo daremo noi brevemente a conoscere, invitandone a farne il paragone con quelle che anco si serbano nella pubblica armerìa. ( Nel tumulto del dì 22 maggio 1797 furono predate e in parta disperse) Le difensive consistevano dunque in un elmo o caschetto di ferro da alzarsi, o da rabbassarsi a piacimento per prendere aria; appresso in una mentiera pur di metallo con un colletto scendente alla metà delle spalle; in iscudi ovali o rotondi dicuojo, rovere o acciajo; e finalmente in una cotta d’arme, spezie di tunica composta di anelletti di ferro, sotto la quale si vestiva un giubbone imbottito di lana e trapunto di taffettà o cuojo, e sopra le spalle un piastrone fatto di cordicelle. Le armi offensive erano la spada al fianco, la daga o il dardo alla cintura, la lancia o la mazza in mano, l’arco semplice da saettare e la balestra, sorta d’arco più grande, sostenuto da un cavalletto di legno, fornito di una staffa di cuojo sulla quale si pigiava col piede, e armato di due corde doppie, che tese forte e a un tratto allentate mediante un ferretto da ciò, scoccavano freccie di ferro, dette quadrella, se la punta sporgeva da un dado, o verrettoni, se aguzze e a guisa di volano impennate dovevano in aria ravvolgersi pria di colpire. Non tutte l’arme suddette convenivano a tutti, perchè gli uomini d’arme s’astenevano dalla balestra, e i balestrieri non usavano lancia nè mazza. I primi formavano la cavalleria, e i loro cavalli avevano i fianchi coperti di cuojo, la testa e il petto di lamine di ferro. I secondi non portavano tante difese; ma la loro agilità e destrezza servivan loró di scado. Altrove la cavalleria era più riputata; per lo contrario in Genova l’essere più esposti alla morte, e più atti alle guerre di montagna e di mare, faceva giustamente anteporre i balestrieri. Onde i comandanti delle quattro lor compagnie avevano il titolo di consoli, e il primo grado d’onore dopo il supremo magistrato della repubblica.
Le compagnie si esercitavano ugualmente nel congegnare, muovere e scaricare le macchine da guerra. Quelle che gli annali nominano più-volte, sono le torri ambulanti, che avremo fra poco occasion di descrivere, i belfredi spezie di torri più piccole, e i trabocchi e i mangani stromenti diversi in alcune particolarità che pur s’ignorano, ma in ciò somiglianti, che agitavano una fionda, e da quella scagliavano pietre o palle di ferro alla distanza di 125 passi, e a distanze minori calce, morchia d’olio, fuochi artificiali, e fino i cadaveri putrefatti. Trovanti pure adoprati le troje, i montoni, i gatti e le talpe, simili in qualche guisa agli animali del medesimo nome: le prime portavano nel grosso ventre pesi di diciotto cantara; i secondi sfondavano col cozzo ferrato ; i terzi coprivano gli assalitori, e l’ultime per vie sotterranee ed oscure mettevano a nudo le fondamenta.
Ragunare le compagnie e uscir con fanti e cavalli in campagna si chiamava nel guasto latino d’allora facere hostem et cavalcatam. Ogni cittadino dagli anni 18 a 60 era tenuto a concorrervi per vicenda, non meno che al trar delle navi, ad trahendas naves, per vararle in mare quando allestivasi una squadra, o per ritrarle al lido quando veniva a disarmarsi; le quali cose si facevano sempre a braccia di popolo. Inoltre ogni compagnia dovea somministrare un numero d’uomini e di navilj proporzionati alla sua forza; questi mantenere in istato, e tener quelli in esercizio per ogni bisogno. Il capitano di una galea aveva in mare una padronanza assoluta, ne’ casi dalla legge previsti, e nelle cose a lui affidate, onde il titolo suo ordinario era padrone e messere. L’ammiraglio comandava giusta il suo grado a’ capitani; se non che occorrendo qualche dubbiezza di navigazione o di pubblico interesse, consigliarsi doveva con loro, e similmente i capitani co’ proprj uffiziali , detti in allora compagni. Erano questi da principio quattro, due comiti per comandare la ciurma, e due nocchieri per governare il timone, i quali poscia si raddoppiarono. Eravi inoltre un panattiere a cura e dispensa de’ viveri ; ma non piloto, non capo di balestrieri, non direttore di macchine belliche; a queste diverse incombenze bastava il padrone secondo l’antiche consuetudini del mare.
Che se per un caso impensato e raro l’ammiraglio sentito il parere de’ capitani, o un capitano da se, inteso quello de’suoi compagni, giudicavano dover trapassare e trasgredire eziandio le patrie leggi o gli ordini ricevuti in partendo, era loro prescritto di convocare tutta la gente, proporle il salutare partito, e la decisione del parlamento marittimo osservare qual legge fino a nuovo decreto della repubblica.
Finalmente la marineria era di due qualità l’infima, detta oggi la ciurma, composta di quei che remavano o vogatori, e la supieriore, chiamata i soprassaglienti, ch’ esenti dal remo salivano sopra l’antenne per ispiegare e raccorre le vele, per iscoprire oggetti lontani, o sopra i castelli di poppa e di prua per combattere.
Dopo le ordinanze militari e marittime diasi uno sguardo alle civili. Le leggi promulgate dall’imperador Giustiniano, mal conosciute in Italia, si erano in parte smarrite; ma rimanevano in vigore molte antiche leggi romane, conservate dalla consuetudine o nel codice Teodosiano. Costituivano queste il diritto comune de’ Genovesi. Fu pur consentito alle famiglie venute di fuori per cagion di commercio o per fuggir vessazioni, di seguitare fra loro i codici delle rispettive loro nazioni, Longobarde, Burgundiche o Galliche: cagione infinita di contraddizioni, se la sincerità de’ costumi non fosse stata in que’ tempi grandissima. Ma perchè ove i costumi son buoni, leggiere sono le pene, le leggi, criminali di Roma e de’ popoli settentrionali dovevano moderarsi. Donde si fecero alcune ordinazioni particolari sopra i delitti, le quali durarono così miti, finché la corruttela de’ tempi posteriori non costrinse a raggravarle. Ivi il gastigo più comune era la multa, il più severo il taglio della mano per li falsarj delle monete; morte non mai.
Meno umano fu il modo del procedere nell’inquisizione de’delitti d’omicidio. Se negavasi il fatto, se giusto documento non v’ era , se non si trovava il numero legale de’ testimonj, o si contraddicevano insieme, i consoli davano il giuramento; e qualora l’accusatore e lo accusato l’avessero preso contraddittorio, era autorizzato il duello per prova del reato o dell’innocenza, della verità o dello spergiuro. In altri paesi occupati dalle nazioni settentrionali usarono nel medesimo tempo i duelli fino nelle azioni civili; e praticaronsi inoltre le prove ordeali, dette ancora purgazioni canoniche, secondo le quali era giudicato innocente e veritiero chi poteva senza nocumento intignersi in acqua bollente, passeggiare su rovente ferro, o ingozzar veleni. Non trovammo indizio di simili argomenti in Genova: ma non possiam dubitare che in caso d’omicidio e in mancanza di prove chiare, non s’usasse il duello, il quale era allora chiamato il giudizio di Dio. Se le umane follìe hanno sempre qualche cosa di ragionevole, potrebbe dirsi a escusazione di quella, che ovunque si smarrì in un con le scienze l’abitudine a discernere il vero, la Provvidenza fu creduta interrompere a beneplacito degli uomini il corso della natura, per dar loro a conoscere con istraordinaria assistenza ciò ch’ essi non cercavano co’ doni ordinari dell’intelletto e della ragione. Prosontuosa e falsa era un’opinione si fatta, e chi nol sa? pure imbevuta e approvata da tatti, certo è che gl’innocenti dovevano combattere con più coraggio e spesso vincere, i rei avvilirsi, e rimaner perdenti. Di più, quando l’innocenza era insidiata, i giudici deboli, i denunziatori potenti, restava ancora una speranza nella lancia e spada del valoroso. Finalmente, dove la dispersione degli abitanti, e il lungo silenzio delle leggi avevano aperta la via alle private vendette, era forse un male minore autorizzarle palesi, che tollerarle occulte. Tanto è vero che la bontà delle leggi di una nazione dipende in gran parte da’ suoi costumi!
Non usavano allora nè soldati nè sgherri, come non usarono mai negli stati nascenti. Onde se dopo esaminate le prove e pubblicato il giudizio, la sentenza non si eseguiva volontariamente, fu statuito di andare popolarmente a dare il guasto alle case o a’ poderi del condannato, in compenso del reato o in pena della disubbidienza. Le costituzioni del magistrato delle comunità accennavano come si congregava il popolo a tal fine, si provvedeva di vitto a’ guastadori, e distribuivasi la spesa fra i terreni e le teste del comune, in caso d’insufficienza ne’beni del delinquente.
Sono le società nascenti più sensitive alle cagioni che le hanno formate. Però riguardano ogni violatore del patto d’unione, come un pubblico nimico, escluso da tutti i vantaggi della città, e meritevole di tutti i mali della guerra. In tale aspetto le spoglie di un vinto guerriero, e quelle di un trasgressor delle leggi sono egualmente dovute al cittadino; ed egli non può ricusare di manomettere le sostanze de’ rei contumaci, come ricusar non potrebbe di combattere i nemici esteriori. Corrispondentemente a questi obblighi, ogni cittadino , compiuto il diciottesim’anno, aveva diritto d’intervenire a’ parlamenti. Il campanone, spezie di grossa campana sospesa alla torre più alta della città, avvisava il giorno dinanzi ciascuno. E quando non usavano ancora campane, il banditore andava attorno nel castello, nella città e nel borgo, gridando di accorrere e ragunarsi. All’ora e al luogo consueto, nello spazio interno o sulla piazza della cattedrale o d’altra basilica, fatto silenzio dal banditore mediante tre suoni di corno, i consoli esponevano il subbietto della chiamata e il proprio parere. Se la maggior parte del popolo approvava, il cancelliere rogava per atto pubblico la legge o l’elezione; se no, si mutava il partito o licenziavasi l’adunanza. Avremo nel decorso, occasione di conoscere altre particolarità; ma resterà sempre oscuro, come ne’ casi dubbj si ragguagliasse il numero totale, e come in tanta moltitudine s’impedisse l’ingresso di una pubblica piazza a’ forestieri, a’ minori d’età, a’ processati e agl’interdetti. Il singolare si è, che gli annali di quante altre città avevano parlamento, ci lasciano nello stesso bujo.
L’elezioni de’ consoli, le ascrizioni de’ forestieri, i divieti di navigare a’ porti sospetti o nimici, le ambascerie, i salarj degli ambasciadori, le convenzioni, le guerre, i nuovi armamenti di terra e di mare, le comuni gravezze si deliberavano dal parlamento. I consoli davano esecuzione a’ suoi decreti. Erano inoltre, come i primi capi delle nazioni, condottieri di tutte le imprese, giudici di tutte le liti , di tutti i delitti, e facevano eseguir le sentenze. Un’autorità cosi vasta durava da principio quanto ogni compagnia, poi quanto l’ unione generale per due o più anni; e si ridusse a un solo, quando l’unione fu dichiarata perpetua. Il numero fu vario, ma le più volte di quattro; cioè un consolo per ogni quartiere, a fine di alternare ogni anno la presidenza. Un freno solo avevano i consoli, sommo per uomini di religione. Giuravano di assumere e deporre al tempo prefisso il magistrato … Ma sembraci cosa più grata, in cambio di darne un sunto indiretto, volgarizzare come stanno in latino i principali capitoli di quel giuramento.
«In nome del Signore (recitavano ad alta voce i consoli disegnati ) Noi piglieremo il magistrato questo dì della Purificazione di Santa Maria, e nel medesimo giorno, terminata la compagnia, il deporremo.
Opereremo il tutto a utilità del nostro vescovado e Comune, a’ onore della nostra madre Chiesa.
Conosceremo le quistioni private sull’istanze degl’interessati, le pubbliche ancor senza istanza, e sempre di buona fede, secondo la ragione e con perfetta egualità, non iscemando i diritti del comune in favore de’ privati, nè i diritti de’privati in favor del comune.
In caso di disparere tra noi, faremo ciò che i più opineranno, ed essendo ugualmente divise le opinioni, eleggeremo un Savio, di cui non si conosca anco il parere, e ne staremo al suo detto.
Eserciteremo il diritto di rivocare e migliorare le sentenze fatte nel nostro consolato, qualunque volta il richiederà la giustizia.
Per qualsivoglia sentenza non prenderemo direttamente o indirettamente più di tre soldi.
Le proprietà, i feudi, e i diritti posseduti pacificamente per trent’anni, conserveremo intatti a’ possessori.
Quando alcuna delle parti non trovi avvocato per difendersi, e ce ne faccia istanza, Noi glien’ eleggeremo; e quando l’eletto ricusi, o non si adoperi di buona fede, non gli permetteremo di più comparirci dinanzi per tutto il nostro consolato.
Imporremo a’ testimoni, chiamati in giudizio dalle parti, di comparire e dire il vero, obbligandoli in caso di rifiuto al rifacimento del danno.
I testimoni nelle cause maggiori non saranno meno di dodici.
Di qualunque persona che invitata a testimoniare, non vorrà comparire davanti a Noi e giurare il vero, faremo vendetta in nostro arbitrio, ancorché sia negli Ordini sacri, perchè così vuol ragione.
Sentenzieremo in pubblico nel termine di quindici giorni dal presentato libello, quando non cada in dì festivo, o da noi non si dimentichi, 0 si ritiri l’attore.
In caso di omicidio premeditato e palese, manderemo in esilio il colpevole, daremo il guasto a’ suoi beni, e il possesso di quelli a’ più stretti congiunti dell’ucciso, o quando li rifiutasserò, alla Cattedrale. Che se non sia provato chiaramente il reo, permetteremo a’ congiunti fino in terzo grado di domandarne a chi sospetteran del delitto, l’ammenda quanta vorranno, o quanta almeno potrà dar l’accusato. Ma s’egli ricuserà di pagarla, e sfiderà a battaglia l’accusatore, sarà lecito, e il soccombente puniremo, come avremmo punito il palese omicida.
Chiunqne porterà armi dal suono della gran campana sino alla fine del parlamento, sarà da Noi condannato in lire dieci, avendone almen cinquanta, in una lira sopra dieci, e in men d’una lira a nostro arbitrio, se è in povero stato.
Non permetteremo torri più alte da ottanta piedi , e quelle che si alzeranno di più, faremo abbassare, e a venti soldi per piede condanneremo i trasgressori.
I monetaj falsi e i complici loro spoglieremo d’ogni avere e d’ogni diritto a favore del pubblico erario; proporremo al parlamento che siano banditi in perpetuo, e venendo in nostro potere, farem loro troncar la destra. Sarà però necessaria a un tanto castigo o la confessione del reo, o la sua convinzione mediante una legale deposizione de’ testimonj.
Chiunque nominatamente invitato da Noi o dai popolo ad ascriversi nella nostra compagnia, non avrà aderito entro undici giorni dall’invitazione, non sarà più ricevuto per tre anni avvenire. Non accetteremo in giudizio le sue istanze, salvo se fosse obbligato a difendersi; nè lo nomineremo a’ pubblici uffizj, e farem divieto, che nessuno della nostra compagnia lo serva delle sue navi o difenda le sue ragioni a’ tribunali. Il simile faranno i Consoli dopo noi eletti, e i lor successori.
Volendo mandare ambasciadori, non assegneremo loro più onorario, che la maggior parte del parlamento avrà approvato, e l’assegnazione precederà l’elezione.
Vieteremo il portare nel distretto nostro merci contrarie alle nostrali, salvo i legnami e guarnìmenti di nave.
Non prenderemo nuova guerra, nè faremo oste, divieto o imposizione senza il consenso del parlamento, nè accresceremo i dazj marittimi, fuorché all’occasione di muova guerra in mare; i pesi saranno uguali per tutti.
Qualunque volta uno straniero sarà accettato nella nostra compagnia, gli daremo il giuramento di abitazione non interrotta nella nostra città, secondo il consueto degli altri cittadini. Se non che basterà l’abitazione di tre mesi l’anno pe’ conti, pe’ marchesi, e per le persone domiciliate fra Chiavari e Portovenere.
Osserveremo fedelmente l’appalto delle monete a coloro, che obbligati si sono verso il Comune. Similmente saremo esecutori leali delle convenzioni co’ principi e popoli forestieri.
Semprecchè si faran nuovi accordi e nuove ascrizioni, sarà nostra cura di farli trascrivere nel Breve consolare.»
In tal guisa i primi documenti della città diffiniscono le obbligazioni de’ cittadini, l’autorità de’ parlamenti e le prerogative de’ consoli. Resta a dedurre da simili fonti la cognizione d’altre dignità contemporanee. Abbiamo già nominato il cancelliere deputato a dichiarare e sottoscrivere i partiti vinti, vale a dire, le deliberazioni approvate dal parlamento. Egli poi le notava con un cenno de’ discorsi favorevoli, e contrari in un pesante registro, chiamato il pubblico Cartolario. Il simile egli faceva presso i consoli o altro uffizio supremo della repubblica; stendeva inoltre il Breve consolare, custodiva in archivio segreto le carte e i diplomi non necessari alla giornata, e autenticava le pubbliche lettere e le patenti col gran sigillo. Questo rappresentava un grifone avente sotto i piè una volpe e un gallo, il collo del quale era compresso nelle fauci di lei. Conteneva il contorno questo verso ritmico secondo l’uso d’allora: Griffus ut has anigit, sic hostes Janua frangit.
Per tante cure diverse si triplicò ne’ tempi appresso il numero de’ cancellieri, e ogni magistrato ne aveva un per lo meno. Il nome, venne lor da’ cancelli, dietro a’ quali s’appartavano a scrivere fuori degl’importuni. Notari dovevano esser tutti, cioè ministri dopo certi studj, esercizj e formalità, onorati di pubblica fede nell’autentiche lor note e scritture, ond’ebbero nome ancor di Scrivani.
Dopo il cancelliere non era in poco conto, com’ è a dì nostri, l’ufizio del banditore o Sintreco, il quale nome significa concorrere a ragunarsi. Il Sintreco riuniva incombenze molto dissimili. Doveva chiamare il popolo a’ parlamenti e imporre silenzio; citare oltre ciò a’ tribunali, gridare i bandi, mettere all’incanto le gabelle, desinare nelle feste solenni col Vescovo, e nelle notti di forte rovajo [vento di tramontana] aggirarsi ne’ quartieri, ammonendo ciascuno a vigilare sul fuoco; sicuro indizio, che le più case erano di legno. Al Sintreco spettava la distribuzione delle guardie, la riscossione de’ pegni, e la custodia il sabato santo del Batisteo, fino a che il Vescovo, accompagnato dal Capitolo processionalmente, benedisse i sacri fonti.
Superiore all’ufizio di Sintreco era quello de’ Chiaveri o Chiavigeri, il quale si chiamava feudo per più onoranza, 0 perché si comprava. Affittavansi loro sotto l’ispezione de’ Consoli le chiavi e le direzione del pubblico erario, ed erano in numero di sei. Più numerosi, sebbene non sapremmo dir quanti, erano i Savj, titolo grandemente nettato presso antiche nazioni, e nel proemio delle leggi Saliche dato a coloro, che le compilarono. Forse i primi Savj di Genova furono pur quelli, che dettarono le fondamentali sue leggi, e primi consigliarono l’unione, di tutte le famiglie e di tutte le compagnie. Certo è che oltre l’avvisata ingerenza nelle cose giudiziarie, avevano i Savj l’assunto di conservare le patrie memorie in iscritto, e la prerogativa di essere i primi ricercati del loro parere, quando si proponeva qualche legge in parlamento. I Consoli non ne proponevano mai senza essersi assicurati della parola di un Savio.
Che i Consoli, i Savj, e per analogia i Chiaveri ancor si traessero da un ordine di nobili ereditariamente distinti dal rimanente del popolo, non si può con dirette prove affermare, ma lo persuadono due forti induzioni; 1° che le prime memorie di Genova danno il titolo di nobile e nobilissimo ancora a varj consoli e savj e altri uomini illustri di quell’età, 2° Che tutti gli antichi governi di lei, eziandio popolari, appropriarono sempre quel titolo stesso alle consolari famiglie e discendenze.
Fra le dignità dello Stato vuolsi pur noverare quella del vescovo per molti rispetti. Il primo si è il modo dell’elezione. Dopo l’esequie del vescovo defunto, i consoli, i nobili del senato, e i magistrati della città si ragunavano insieme col clero per dargli un degno successore, e il più delle volte ne facevano un compromesso ne’ principali abati, parrochi e canonici. Essi nominare solevano l’arcidiacono. Nel medesimo giorno (A. 950) l’eletto veniva dal clero costituito e dal popolo nella sedia pontificale, ch’era, anticamente in S.Siro. All’uscir di chiesa ei montava a cavallo; gli elettori seguitati da foltissima turba l’accompagnavano all’episcopio, e un gentiluomo della famiglia de’ Borgari per immemorabile consuetudine guidavagli il palafreno.
Nella sua residenza tenevano i primi consoli le loro adunanze; nella canonica del duomo convocavano il consiglio de’ Savj; nella chiesa stessa o sulla piazza il parlamento. Vedemmo giurata da essi l’utilità del vescovato, come giuravano quella del comune; e i pubblici archivj contenevano più lettere indirizzate a’ consoli e al vescovo congiuntamente, più convenzioni sottoscritte insieme.
Al vescovo appartenevano le decime del grano e del sale consumati in città, e molti censi, livelli, canoni, e omaggi nelle due valli della Polcevera e del Bisagno; oltre ch’egli era signore del castel di Ceriana, e dell’amenissima villa Matusiana, oggi S. Remo. Ma non fu sempre così. Le instanze de’ poveri, i bisogni della città, l’avvilimento della moneta espressa ne’ censi, e alcuni contratti inavveduti ridussero la mensa vescovile a un picciol valore. E alla sola riverenza del grado e delle virtù si ristrinse l’antica autorità nelle cose di Stato. .Venne anzi statuito dopo il duodecimo secolo, che bastasse esser chierici, non che vescovo o prete, per essere escluso dal reggimento politico e da’ magistrati. Il che fu senza dubbio un male, ma un mal necessario, attesi i cangiamenti introdotti nell’elezioni de’ vescovi, e l’indipendenza dal foro secolare che le leggi canoniche attribuirono al clero.
Non è ben chiaro, quando il descritto governo avesse principio. Certamente nel decimo secolo era già costituito e mandava ambascerie. Il pubblico registro incomincia da un atto diplomatico dell’anno 958, nel quale i re d’Italia Berengario II e Adelberto suo figliuolo, ad instanza dell’ambasciadore Eborio o Evone, riconoscono e confermano le consuetudini, ragioni e prerogative de’ Genovesi, e ammoniscono i feudatari a rispettarle.

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950-

Autori vari

950 – Re BERENGARIO II riorganizza il territorio da lui controllato il tre “Marche“: Marca Aleramica(Liguria centro-occidentatale), Marca Obertenga(Liguria orientale, detta poi “Januensis” e comprendente Genova), Marca Arduinica(distretto di Torino), ed affidando il loro comando a Marchesi (Conti dotati di poteri giurisdizionali e militari); a GENOVA, concedendo alla città una maggiore autonomia, venne nominato un Visconte affiancato dal Vescovo (parola che significa: “chi va a capo”) che aveva anche poteri giudiziari. (Zunino G., www.vegiazena.it)

951. Oberto e gli Obertenghi. Primo signore della Marca Ligure fu un Oberto che governava il Comitato di Luni, nel 951, sotto il re Ugo di Provenza. Il marchesato ligure durò formalmente fino al 1350 come risulta da atti notarili dal 1089 al 1346, ma venne suddiviso in molti Visconti che non furono in grado di governare un centro così popoloso come Genova. Pertanto a Genova vennero concessi privilegi ed una certa autonomia.A Genova comandavano gli Obertenghi che evevano il Visconte Ido come loro rappresentante. Furono i suoi successori, divisi nei rami di Manesseno, di Carmandino e delle Isole che iniziarono, nel 1056, a limitare, a proprio vantaggio, il potere del marchese. (Desimoni V.Cornelio, Sulle marche d’Italia, Atti della Società Ligure di Storia patria, vol.28, in Donaver, 1913)

952 – A GENOVA viene nominato il Visconte IDO come rappresentante del Marchese OBERTO.  I successori di IDO e di OBERTO daranno origine a molte delle più importanti famiglie genovesi tra cui: AVVOCATI, BRUSCO, CASTELLO, DE MARI, DE MARINI, DELLA PORTA, EMBRIACI, LUSII, PEVERE, SERRA. (Zunino G., www.vegiazena.it)

958 – Re BERENGARIO riconosce e concede a GENOVA alcuni importanti privilegi, come farà anche ADALBERTO (suo figlio) nel 1056.  Con un “Diploma” divenuto celebre garantisce a tutti gli “habitatoribus in civitate Ianuensi” l’immunità dal “Mansionaticum” di tutti i beni immobiliari posseduti “infra ed extra civitatem” e da ogni intromissione dei rappresentanti regi, sia nei modi ereditari che di acquisto attraverso scrittura privata “secundum consuetudinem illorum. (Zunino G., www.vegiazena.it)

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958

Diploma di Berengario e Adalberto ai Genovesi

 

958. Diploma di Berengario e Adalberto ai Genovesi. Attorno alla metà del X secolo re Berengario II, per motivi di carattere politico-militare, operò una ristrutturazione amministrativa della Liguria dividendola in tre settori, per cui Genova venne a far parte della marca affidata al marchese Oberto, il quale non tardò ad abbandonare il suo re e ad appoggiare Ottone di Sassonia, che tentava di impossessari del regno italico.

I Genovesi approfittarono della defezione del marchese e, protestando la loro fedeltà a Berengario e a suo figlio Adalberto, ottennero il 18 luglio del 958 il diploma qui pubblicato, con il quale veniva loro garantito il sicuro possesso dei beni allodiali che avevano ereditato, dei livelli, delle precarie e in generale di tutto quello che essi avevano secondo le loro consuetudini: ne risulta una società prevalentemente dedita allo sfruttamento della terra, in un paese dove le attività commerciali e mercantili erano frenate dalla minaccia delle incursioni saracene.

Anche in questo caso i cittadini avevano trovato il modo di organizzarsi e di mandare una delegazione a Pavia, dove si trovavano i sovrani, per impetrarne il favore. Da notare che la città ottiene il privilegio dell’immunità, che in pratica trasferisce l’esercizio dei diritti pubblici alla collettività alla quale veniva assegnata anche la metà delle multe che sarebbero state pagate da chi contravveniva al privilegio. (Il testo qui riprodotto è tratto da I diplomi di Ugo e Lotario, di Berengario II e di Adalberto, a cura di L. Schiapparelli, F.I.S.I., n. 38, Roma, 1924, doc. n. 11, pp. 326-327).

In nomine Dei eterni, Berengarius et Adelbertus divina favente clementia reges. Decet regalem excellentiam, ut votis suorum fidelium aures sue pietatis inclinet, quatinus eos devotiores ac promptiores in suo obsequio reddat. Id circo… confirmamus et corroboramur omnibus nostris fidelibus et habitatoribus in civitate Ianuensi cunctas res et proprietates illorum seu libellarias et precarias, et omnia que secundum consuetudinem illorum tenent, aliquo titulo vel modulo scriptionis acquisierunt, vel que illis ex parte patris et matris advenerunt; omnia et ex omnibus et infra et extra civitatem in integrum eis confirmamus pleniusque corroboramur una cum terris, vineis, pratis, pascuis, silvis, stalareis, saletis, sationibus, ripis, rupinis, molendinis, piscationibus, montibus, vallibus, planiciebus, aquis aquarumve decursibus, servis et ancillis utriusque sexus, et omnia que dici vel nominari possunt, que secundum consuetudinem illorum tenent, pertinentibus vel aspicientibus in integrum, precipientes itaque iubemus, ut nullus dux, marchio, comes, vicecomes, sculdaxius, decanus vel quelibet regni nostri magna parvaque persona in eorum domibus potestative ingredi audeat aut mansionaticum [1] tollat vel aliquam iniuriam vel molestationem facere conetur… Si quis igitur huius nostre confirmationis preceptum… violare temptaverit, sciat se compositurum auri optimi libras mille, medietatem camere nostre et medietatem predictis hominibus illorumque heredibus ac proheredibus…

“In nome di Dio eterno, Berengario e Adalberto re per grazia divina. Conviene che l’eccellenza regale inclini gli orecchi ai voti dei suoi fedeli, per renderli più fedeli e pronti nella loro obbedienza, perciò… confermiamo e corroboriamo a tutti i nostri fedeli e abitatori della città di Genova tutte le cose e proprietà loro, i livelli e le precarie e tutte le cose che possiedono secondo le loro consuetudini quale sia il titolo o il tipo di scrittura con il quale le acquisirono, e quelle cose che ad essi pervennero da parte del padre e della madre. Confermiamo e corroboriamo loro tutte le cose dentro e fuori della città, insieme con le terre, vigne e prati, pascoli, selve, saliceti, seminativi, rive, mulini, diritti di pesca, monti, valli, pianure, acque e corsi d’acqua, servi ed ancelle dell’uno e dell’altro sesso e tutto quello che può essere detto e nominato, che secondo la loro consuetudine essi possiedono, con annessi e connessi nella loro integrità. Ordiniamo anche che nessun duca, marchese e conte, sculdascio, decano o qualsiasi altra persona grande o piccola del nostro regno osi entrare ad esercitare atti di autorità nelle loro case o pretenda il mansionatico [i funzionari pubblici in missione avevano il diritto di pretendere il mansionatico, cioè vitto e alloggio a spese della gente del luogo dove sostavano] o rechi loro ingiuria o molestia… Se qualcuno violerà questo nostro precetto… sappia che pagherà mille libbre d’oro puro, metà alla nostra camera e metà ai sopraddetti uomini e ai loro eredi e proeredi…”.

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958. Berengario e i privilegi del Municipio: Visconti, la Campagna e i Consoli. Re Berengario concede dei privilegi ai Genovesi. I nobili cittadini genovesi appartenevano ai Visconti che, sia pur dipendendo dal Marchese, si consorziavano a reciproca difesa e sostegno. L’unione di nobili e di cittadini aventi interessi comuni generò la Compagna o Compagnia. Essi eleggevano i Comiti che a loro volta eleggevano un Console con compiti di governo cittadino, di comandare imprese belliche e di amministrare la giustizia. I cittadini che formavano la Compagna giuravano fedeltà ad un Breve (statuto della Compagna) che durava un tempo determinato. Non tutti erano ammessi alle Compagne. Ad esse spettava il potere legislativo. I cittadini appartenenti alla Compagna si radunavano con il Vescovo, che aveva funzione di primo cittadino, ma non aveva signoria diretta sulla città. Il potere esecutivo era affidato ai Consoli. I consoli si divisero in seguito in Consoli del Comune, che corrispondeva al numero dei rioni, cui aspettava il governo della città, ed i Consoli dei Placiti, da quattro a otto, che amministravano la giustizia.In questo modo le città marittime come Genova, Savona e Noli godevano di una certa autonomia amministrativa nei confronti dei feudatari che amministravano i grandi feudi rurali. (Donaver 1890)

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537-973

Genoa and Genoese

 Estratto da Steven A. Epstein, Genoa and Genoese, 958-1528. North Carolina University press, 1966.

Nessun importante edificio romano di ogni tipo sopravvive a Genova, quindi l’eredità classica della città si rivela in altri modi. La Genova romana era una piccola città a forma di ciotola, ripida quasi come un anfiteatro, situato su una collina che scendeva verso il porto a forma di mezzaluna. Questo antico porto e la sua città collinare sono rimasti il nucleo di Genova in tutti i periodi successivi. Nelle vicinanze di Ticinum (Pavia) e Milano che necessitavano di uno sbocco al mare, e come queste due città sono cresciute in importanza nel tardo impero, Genova presumibilmente ha prosperato a causa della sua posizione geografica che è stata vitale più di quanto indicano le fonti disponibili. Un retaggio marittimo dal mondo antico al Medioevo ha garantito che la conoscenza delle navi e come costruirle è sopravvissuta a Genova.

La caduta dell’Impero Romano d’Occidente, un grande dramma storico in cui Genova non ha svolto alcun ruolo, ma ha avuto la conseguenza importante di eliminare il potere nel mantenimento delle strade nel controllo dei mari. Ma se le comunicazioni terrestri rano diventate sempre più difficili, le vie del mare contavano sempre di più.Nel corso di una breve stagione di dominio Ostrogoto, una comunità ebraica e una Sinagoga esistevano in Genova. Ciò era probabilmente un segno che era ancora un centro commerciale con legami con l’Oriente.

 537-642. Genova bizantina. Genova è stata in mani bizantine per un secolo, da 537 a circa 642. Quando il re dei Longobardi Rotari la conquistò era ormai poco più di un villaggio di pescatori su una strada fatiscente. Purtroppo, quasi nulla si sa di questo periodo della dominazione greca, e i difficili secoli che seguirono hanno cancellato quasi tutte le tracce di esso Alcuni curiose sopravvivenze locali di parole greche latinizzate come stolus per flotta e cintracus, una città ufficiale kentarchos, attestano qualche eredità linguistica. Nel XII secolo alcuni genovesi ancora affermavano di essere ancora vivo il diritto romano o longobardo, e questa sopravvivenza di vecchi costumi può mostrare importanti differenze locali tra la popolazione indigena e i nuovi potenti arrivati.

642-774. Genova longobarda e carolingia. Sotto i Longobardi (642-774) e successivamente i Carolingi, quel poco che si sa su Genova riguarda la chiesa o il mare. Le chiese locali, come San Ambrogio, Santi Vittore e Sabina, e Santi Nazario e Celso, rivelano l’importanza della chiesa di Milano, i cui arcivescovi passarono circa 70 anni a Genova come esuli che i Bizantini protessero durante i primi anni del dominio longobardo in Italia. Le chiese più antiche e i monasteri di Genova, in particolare San Giorgio e Santo Stefano, hanno la loro origine in questo primo periodo. Più tardi, nel 711, i rifugiati provenienti dalla Spagna hanno portato le reliquie di San Fruttuoso sulla costa ligure, dove costruirono un nuovo monastero a Capodimonte , a est della città, in una zona isolata che alla fine divenne una roccaforte della famiglia Doria. Genova non era molto più di un grande villaggio al tempo dei Carolingi, la cui principale base navale nella zona era vicino a Lucca, e il conte locale aveva responsabilità che si estendeva alla Sardegna e allaCorsica.

889-973. Genova saccheggiata dai musulmani. La maggior parte dei predoni musulmani nella vicina Fraxinetum [attuale La Garde-Freinet, presso Saint-Tropez] attiva da ca. 889 a circa ca. 973, lasciarono la Liguria sguarnita, probabilmente perché avevano perso il potere sul mare. Ma i musulmani provenienti dal Nord Africa saccheggiarono Genova nel 934-35, e il sito è stato probabilmente abbandonato per alcuni anni. Una fonte araba su questo sacco scoperta di recente riferisce che Genova potrebbe essere stata una città notevole per il bottino del saccheggio costituito di lino e tessuti, così come di seta grezza. Questi beni commerciali e l’attacco stesso, indicano un ruolo, poco documentato, per Genova nel commercio nella prima parte del decimo secolo. Qualunque cosa abbia significato per Genova il 934, questo sacco ci ha lasciato una prima immagine di essa stessa. Nessuna notizia locale è spravvissuta alla distruzione, così a noi non sarà mai chiaro la storia antica medievale di Genova. Entro la fine del XIII secolo lo storico genovese e arcivescovo Jacopo da Varagine [1228-1298] suggerisce in modo poco plausibile che i Saraceni hanno attaccato Genova quando la flotta era assente ed hanno saccheggiato la città, catturando donne e bambini. Quando la flotta è ritornata ha inseguito immediatamente i Saraceni e salvato i prigionieri. Il sacco è uno dei due o tre fatti sicuri che Jacopo conosceva su Genova prima della prima crociata, quindi deve considerata piuttosto grave la perdita delle memorie locali e la distruzione dei documents. Negli anni caotici della metà del X secolo la gente tornò a ristabilirsi a Genova; emerse dai documenti un famoso documento che i re Berengario e Adalberto hanno loro concesso nel 958.

Prima di passare al documento, inizio di questa storia di Genova, vale la pena soffermarsi per un momento per considerare solo ciò che la città avrebbe potuto essere intorno all’anno 950. Qualunque cosa fosse, Genova non era necessariamente il posto dominante in Liguria; altri sopravvissuti da Nizza a Portovenere si contendevano il predominio. Il traffico via terra e via mare era probabilmente quasi inesistente rispetto a come era stato nella repubblica dei Romani. E’ difficile immaginare un grande commercio, tranne che a livello locale, e in particolare nell’olio d’oliva e nelle castagne. Ma dal 1016 la città era cresciuta a sufficienza per lanciare un’offensiva navale, insieme a Pisa, contro i musulmani in Sardegna. Il trasporto terrestre probabilmente si basava sui muli e le barche da pesca erano di modeste proporzioni. Ma per qualcuno che sta in montagna, anche una piccola città rifondata poteva apparire localmente una cosa notevole, e un importante tema qui è sapere come Genova abbia potuto conquistare molte piccole località della Liguria.

Per Genova nel 950, poco della “teoria della posizione centrale” avrebbe previsto che la città sarebbe diventata grande. Ma la teoria ci suggerisce di tener d’occhio i sistemi di trasporto – qui, cosa più importante, per mare. Se i percorsi della galea medievale si imponevano nel mondo mediterraneo nello stesso modo in cui le ferrovie hanno fatto nel XIX secolo, il traffico attraverso Genova, il suo posto su tali rotte, e ciò che queste galee portavano, sarebbero stati fondamentali per l’ascesa di Genova come un posto centrale. L’altro fattore fondamentale da notare è l’aumento contemporaneo dei concorrenti, sia quelli maggiori e minori, e il loro destino. Nel X secolo la ricchezza del Mediterraneo era a sud e a est. Quando i Genovesi iniziarono ad andarci, e, forse più significativamente, per quanto tempo la gente ad ovest e a nord di Genova non andarono est, ma dipendevano invece dalle navi genovesi? Questi punti devono essere sollevati adesso per diversi motivi.

In primo luogo, il secolo 950-1050 fu testimone da tale rapido e profondo cambiamento che noi correremo il rischio di vedere la storia di Genova come l’inevitabile aumento della grandezza che in realtà non lo era.

In secondo luogo, alcuni argomenteranno sempre in favore di un continuo, anche se di basso livello, sviluppo storico nel 950, cioè, che alcuni storici ancora vedono che cosa Genova successivamente è diventata, come il frutto di ciò che i Romani, Bizantini, Longobardi e Carolingi hanno piantato. Gli storici sono più scettici circa un improvviso decollo intorno al 1000, e l’argomento del cambiamento graduale e contino è buono per la Genoa del X e XI secolo. Certamente, il sacco musulmano è stato un disastro per la città, ma va contestualizzato con una aristocrazia in crescita e sopravissuta dal primo Medio Evo che si sarebbe presa cura di Genova.

In terzo luogo, Robert Lopez ha adottato una visione Balzachiana che dietro ogni fortuna c’è un crimine. Lui intravvede le origini della grandezza genovese in un capitalismo fondato sui bottini della pirateria e la guerra contro le uniche genti nella zona che havevano qualcosa di valore da cui prendere – i musulmani. Attorno al 950, tutto quello che Genova aveva era un popolo duro, recentemente bruciato dai musulmani, che conoscevano il mare e la dura vita di contadini in Liguria. La pesca scarsa non era, tuttavia, la sola opportunità che il mare offriva.

Le origini dell’ascesa di Genova sono interessanti proprio perché i suoi cittadini sembrano aver avuto così poco che qualunque cosa abbiano ottenuta debba essere di lezione per i tanti popoli che vorrebbero fare un salto simile nello sviluppo economico. La storia di Genova è un laboratorio per lo studio come un popolo sia in grado di gestire questa impresa. Tutto questo porta nel contesto adeguato per l’esame del documento del 958. I re Berengario e Adalberto, esercitando da Pavia un controllo precario su parti del nord Italia, sono stati felici di accogliere la richiesta del loro fidelis [vassallo] Ebone per confermare le usanze ed i possedimenti di tutti i loro vassalli e abitanti (fideles et habitatores) a Genova. Questo documento non menziona nelle memorie coeve che i Musulmani avevano saccheggiato la città, ma implica una recente revisione che ha reso gli abitanti abbastanza a disagio sui loro diritti a cercare un pezzo di pergamena che li rassicurasse. I re hanno confermato le genti nel loro possesso dei terreni detenuti da altri, così come dei terreni detenuti nel loro diritto. Ogni cosa detenuta per usanza è stata anche garantita, in qualunque modo essi l’ebbero acquisita o se l’hanno ricevuta dalla loro madre o dal padre. Tutte queste disposizioni sono applicate ai terreni dentro e fuori la città – ai vigneti, ai prati, ai pascoli, ai boschi, ai mulini, alla pesca, alle montagne e alle valli – e più acutamente, data successiva storia di Genova, agli schiavi di ambo i sessi (servis et ancillis utriusque sexus). La schiavitù è sopravvissuta dai Romani, Goti, Bizantini, Longobardi, Franchi e; accrebbe bene nel XVII secolo e forse più oltre.

I re ordinò che nessun Duca, Marchese, conte, visconte, sculdaxius (un ufficiale minore longobardo), decanus, o chiunque del regno dovesse aggredire i genovesi o privarli del possesso delle loro case e fattorie (mansiones). Sottolineando la stabilità e il primato dei costumi locali, i re hanno voluto che i genovesi fossero in grado di vivere tranquillamente e pacificamente, situazione che in realtà sarebbero quasi mai si sarebbe raggiunta. Un enorme multa di mille libbre d’argento minacciava chiunque avesse violato questo documento, la metà dei proventi sarebbero andati ai re e l’altra metà agli uomini di Genova.

Molte domande circondano questo documento. Ebone, senza alcun tipo di titolo, è una persona misteriosa, ma era probabilmente qualcosa come il conte o il visconte di questo rifondato insediamento, ottimisticamente definito una città nel documento. Non vi è alcun segno di vita comunale a Genova; sarebbe un errore per rileggere questo piccolo posto nell’XI secolo come un comune. Tutta l’attività economica locale sembra essere legata all’agricoltura e alla pesca, e la preoccupazione principale locale era che nei venti anni circa dal sacco musulmano, le persone avevano acquistato terre secondo un locale piuttosto che su una forma giuridica rigorosa.

Come tutti i documenti che sopravvivono, la carta indica che i genovesi sono abbastanza importanti da conservare come titolo tutto ciò che avevano acquisito. Le genti in armi figurano nel documento come persone sospettate di essere potenziali disturbatori della pace. Forse potenti individui nelle campagne si erano scambiati dei giuramenti per proteggersi e sostenersi a vicenda e avevano accettato dei terreni in cambio di azioni militari. La Liguria non era adatta per imprese agricole ed i modi tradizionali di vita erano limitati all’affitto dei terreni e al bracciantato. Dall’altra parte le più temibili aggressioni per Genova, tra le genti in armi, poteva venire dalle montagne, dove i nobili potevano più facilmente sfruttare le terre più produttive della pianura padana superiore. Altre fonti di potere locale, il vescovo di Genova e gli abati dei principali monasteri locali, sono assenti da questo documento. Anche loro avrebbero trovato difficile una agricoltura estensiva in Liguria avrebbero chiesto conferma della loro proprietà e della loro libertà sull’uso dei loro averi. Ma nell’XI secolo il vescovo di Genova sarebbe diventato uno dei più importanti poteri locali in città , quindi la sua assenza in 958 si spiega con le difficoltà di ristabilire le istituzioni della chiesa nel circondario di Genova.

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992 e 995 – La città di GENOVA viene ancora saccheggiata durante alcune incursioni dei pirati saraceni. (Zunino G., www.vegiazena.it)

 

 

Genova anno 1000 (da Barbieri)